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Guerra Israele-Palestina, il card. Pizzaballa: «Contro la logica dell’odio puntiamo sui “risorti”»

7 Giu

In un mare di odio e diffidenza crescenti, non mancano tra ebrei, cristiani e musulmani i “ponti di pace”. Il Patriarca di Gerusalemme in collegamento col Santuario del Poggetto ha analizzato la drammatica situazione. Tra miseria, rabbia e speranza

di Andrea Musacci

Unire e riunire le persone, le comunità, i popoli. Cuori e collettivi dilaniati dal dolore, attraversati dall’odio e dal rancore. Ed essere ponte di pace, fonte di perdono senza tralasciare la giustizia, chiamando il male e i responsabili col loro nome. È questo il complicatissimo lavoro che spetta ogni giorno ai cristiani, in particolare a quelli in Terra Santa, che hanno nel card. Pierbattista Pizzaballa, Patriarca di Gerusalemme, una loro guida salda e autorevole.

Nel pomeriggio dello scorso 27 maggio, Pizzaballa si è collegato on line col Santuario del Poggetto, invitato dal Rettore (e suo amico: si veda la “Voce” del 9 maggio 2025) don Giuseppe Cervesi a parlare proprio della situazione in Terra Santa. All’incontro ha partecipato, ed è intervenuto, anche don Vasyl Verbitskyy, guida ferrarese dei fedeli cattolici ucraini di rito bizantino (v. a pag. 9).

ISRAELE DIVISO E IN CRISI ECONOMICA

«Israele è da sempre una società molto composita, vivace a livello culturale e dinamica», ha spiegato il card. Pizzaballa. In essa risiedono «cittadini provenienti da varie parti del mondo». Oggi, però, la differenza principale al suo interno «è tra ebrei religiosi ed ebrei non religiosi, anche se non è sempre facile fare questa distinzione». Da una parte vi è «il mondo nazionalsionista, che sta dando l’impronta all’attuale Governo», dall’altra «quello più liberale e secolare. Due idee di ebraismo e di Stato diverse»: una divisione, questa, che «dopo il 7 ottobre si è accentuata». Come detto, al Governo vi è una «destra sionista con caratteri religiosi, che vuole un Paese con una chiara identità ebraico-religiosa», e che su Gaza pensa che bisogna «continuare la guerra a tutti i costi, con l’obiettivo di distruggere Hamas, liberare la Striscia dai palestinesi e fare in modo che il 7 ottobre non si ripeta più». Mentre l’altra parte, quella “liberale”, «vuole riportare a casa tutti gli ostaggi e finire la guerra. Due sfumature tra loro abbastanza diverse», e con «ulteriori sfumature ognuna al proprio interno». Venendo all’economia, il card. Pizzaballa ha spiegato come «parte della forza lavoro è stata richiamata alle armi dopo il 7 ottobre e ciò ha avuto conseguenze enormi sulle famiglie, sul mondo dell’impresa e del lavoro. Di quest’ultimo aspetto se ne parla poco», ma «edilizia e turismo sono fermi, e impatti si hanno anche sull’hi tech». Inoltre, prima del 7 ottobre «tanti palestinesi della Cisgiordania andavano a lavorare in Israele, e ora molto meno», anche perché il 7 ottobre «ha fatto perdere in tanti israeliani liberali la fiducia nei palestinesi». 

LA SITUAZIONE A GAZA

«Il sud della Striscia è stato livellato dai bombardamenti israeliani e anche il centronord è stato distrutto nelle sue infrastrutture ed edifici pubblici»: così il card. Pizzaballa ha sintetizzato la situazione a Gaza. «Gran parte della popolazione non ha cibo, luce, acqua né assistenza, oltre il 90% della popolazione è sfollata. I bombardamenti sono continui, gran parte della Striscia oggi è occupata dalle forze israeliane. Le scuole sono usate come rifugio e molte famiglie vivono nelle tende all’aperto». Venendo alla possibile efficacia della guerra, il cardinale ha spiegato che «Hamas come struttura militare è stata sì in gran parte decimata ma Hamas è di più, è un movimento e un’ideologia e quindi le linee arretrate son diventate quelle avanzate. Questa guerra ha causato un bacino di odio enorme negli abitanti di Gaza, e quindi tanti nuovi potenziali militanti per Hamas». Inoltre, «la maggior parte degli ostaggi è morta» ed «è molto difficile prevedere la fine della guerra».

I CRISTIANI A GAZA E CISGIORDANIA

«Sono 500 i cristiani rimasti a Gaza, cattolici e ortodossi, tutti asserragliati in parrocchia», con 6 religiosi della Famiglia religiosa del Verbo Incarnato (tre sacerdoti e tre suore), oltre a 4 Missionarie della Carità (l’ordine di Madre Teresa di Calcutta). La comunità comprende anche «una struttura per disabili gravi, in gran parte musulmani». 

«Per tenere occupati i bambini – ha proseguito Pizzaballa – facciamo qualche attività in oratorio a a scuola. Abbiamo riserve di cibo, ma stanno finendo: entro 2 settimane dobbiamo trovare una soluzione. Ad oggi nessuno può entrare al nord della Striscia». Inoltre, nella struttura «c’è un’unica cucina per tutti, con un forno a legna», legna che «prendiamo dalle case distrutte. Si cucina 1-2 volte alla settimana. Da mesi non vediamo frutta e verdura». Nonostante tutto, una nota positiva: delle 500 persone cristiane lì residenti, 100 sono bambini, 3 dei quali nati dopo il 7 ottobre 2023: insomma, «la vita nasce ancora».

Per quanto riguarda, invece, la Cisgiordania, «abbiamo una 30ina di parrocchie: i preti mi chiamano continuamente dicendo che alcuni coloni israeliani sono sempre più aggressivi, saccheggiando sempre più i contadini palestinesi: non sappiamo cosa fare, a chi chiedere giustizia, l’Autorità Nazionale Palestinese è debole e quella israeliana non interviene. Lì la situazione è disastrosa: non ci sono più pellegrini dall’estero e non è più possibile andare a lavorare in Israele». Come comunità cattolica – prosegue – stiamo cercando di inventarci piccoli lavoretti per aiutare la popolazione».

7 OTTOBRE 2023: EFFETTI DURATURI

Il card. Pizzaballa ha poi tenuto a ricordare come la guerra in corso sia solo l’ultima di un ben più storico conflitto israelo-palestinese. «Viviamo uno dei momenti più difficili qui», ha aggiunto. «Il 7 ottobre ha segnato in maniera profonda la vita di Israele: c’è un pre e un post 7 ottobre, non si tornerà più a come si era prima di quell’orribile strage che ha prodotto circa 1200 vittime, con 250 persone prese in ostaggio. Uno shock tremendo per Israele, nato per dare una casa agli ebrei, e una casa che fosse sicura». E, aspetto di cui si parla poco, «la maggior parte delle persone uccise o sequestrate quel 7 ottobre erano di sinistra, pacifiste, che quindi si son sentite tradite dai palestinesi». Per quanto riguarda quest’ultimi, «alcuni di loro giudicano il 7 ottobre una necessità, altri una strage causata dalle ingiustizie che vivono fin dal 1948. Prima del 7 ottobre – ha proseguito il Patriarca -, per molti di loro la questione palestinese era dimenticata, ed era iniziata una normalizzazione fra i Paesi arabi e Israele». Per Hamas e il resto dell’estremismo palestinese era quindi «fondamentale fermare questo processo di normalizzazione e riportare l’attenzione sulla questione palestinese».

Il 7 ottobre ha dunque «creato un solco profondo tra israeliani e palestinesi: l’odio e il disprezzo sono enormi, la sfiducia reciproca segna in maniera profonda, ma spero almeno non sia irreversibile, anche se sicuramente ci sarà per molto tempo». Ciò è evidente soprattutto «nel linguaggio, nelle espressioni di disumanizzazione dell’altro, anche nei media». E anche il dialogo interreligioso non va molto bene: «molti ebrei pensano che i cristiani non abbiano condannato abbastanza il 7 ottobre», mentre i palestinesi «si sentono additati come conniventi» dei terroristi di quella strage. Per il card. Pizzaballa «è anche difficile capire le conseguenze politiche» di questa situazione, com’è difficile «negoziare se non si hanno obiettivi precisi: tutto ciò crea una forte sensazione di sospensione e incertezza».

QUALI POSSIBILI VIE D’USCITA?

Un’analisi realistica, dunque, quella di Pizzaballa. Di quel realismo che un cristiano non può non avere, unita alla Speranza nelle persone: «oggi parlare di fiducia, di futuro sembra – a molti – parlare di aria fritta. Dare concretezza a questa verità di fede e di vita non è per nulla semplice». Com’è difficile «essere una voce libera, capace di dire la verità senza diventare parte del conflitto: non posso e non voglio essere né la voce dei palestinesi né degli israeliani, ma solo della Chiesa». Chiesa che «deve diventare la voce dell’intera comunità e del suo dolore», affinché «non cada nella facile tentazione dell’odio e della violenza», ma «impari ad ascoltare il dolore dell’altro». Dire la verità vuol dire sia essere «voce di condanna» sia «aprire orizzonti: nessuno ha il monopolio del dolore». 

A una domanda precisa di don Cervesi sul Santo Padre, il card. Pizzaballa ha poi risposto spiegando come «ora non ci sono le condizioni perché venga in Terra Santa», ma «prima o poi verrà». Diplomazia e dialogo sono ciò che serve, ma «i Paesi arabi mi sembrano più impegnati a pensare a cosa ci sarà dopo la guerra piuttosto che a pensare a come farla finire». Insomma, per ora «non si vede una via d’uscita: ci vorrebbe una leadership religiosa e una politica, ora assenti», e ci vorrebbe «un perdono che non dimentichi la giustizia, che quindi a livello collettivo chiami il male e le responsabilità coi loro nomi».

Per Pizzaballa è dunque necessario «costruire una solida narrazione alternativa, basata sulle Scritture e sulla storia, e che considera l’altro» e le sue ragioni. In questo, i cristiani «possono rivestire un ruolo molto importante, proprio perché sono “deboli”, cioè non sono una potenza. Ci sono tanti esempi, anche in questo contesto, di persone che sanno amare, che rifiutano la logica dell’odio; e non vi sono solo tra i cristiani, ma anche tra gli ebrei e i musulmani. Io li chiamo i “risorti”».

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Ebrei, musulmani, cristiani: i numeri

In Israele sono ca. 7,5 milioni gli ebrei, 1,5 milioni gli arabi musulmani e 130mila gli arabi cristiani. E 100mila i lavoratori stranieri: tra le vittime del 7 ottobre, vi erano, infatti, anche indonesiani e filippini. Sono invece ca. 5 milioni i palestinesi, di cui 2 milioni a Gaza. Infine, a Gerusalemme vi sono 6-700mila ebrei, 300mila musulmani e 10mila cristiani.

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 6 giugno 2025

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Ucraini cattolici, San Giovanni Battista nuova casa per 1 anno

5 Giu


Chiusa S. Maria dei Servi, ora riapre per loro la chiesa all’angolo via Montebello/c.so Porta Mare

di Andrea Musacci

Per una che chiude, un’altra riapre. Proseguono le tormentate vicende delle chiese ferraresi nel post sisma: il nuovo capitolo di questa storia ha come protagoniste la chiesa di Santa Maria dei Servi, in via Cosmè Tura, e quella di San Giovanni Battista. La prima, ha chiuso la scorsa settimana per i necessari lavori di restauro e consolidamento; la seconda, torna ad accogliere la vita delle nostre comunità dopo ben 4 anni. Protagonista di questo trasferimento è la comunità cattolica ferrarese di rito greco-bizantino: insomma, le nostre sorelle e i nostri fratelli ucraini.

UNA NUOVA CASA PER GLI UCRAINI

La prima Divina Liturgia, la guida della comunità cattolica ucraina ferrarese, don Vasyl Verbitskyy, l’ha presieduta per la Festa dell’Ascensione. No, non domenica 1° giugno, ma – come da tradizione – proprio il 40° giorno dopo la Pasqua di Resurrezione, giovedì 29 maggio. La prima Liturgia “ufficiale”, invece, è in programma questa domenica, Festa di Pentecoste, con anche l’accompagnamento dei Campanari Ferraresi. «I parrocchiani – ci spiega don Vasyl – ci tengono a tenere il nome della parrocchia – S. Maria dei Servi – e gli orari delle Messe, feriali e festive». Qui, se tutto andrà secondo i programmi, gli ucraini dovrebbero rimanere 1 anno, per poi tornare in via Cosmè Tura. Nel frattempo, grazie alle donne, agli uomini e ai ragazzi della parrocchia, è stato fatto il trasloco di tutte le panche, dei paramenti liturgici, delle icone (dell’iconostasi, e non), del mobilio e degli oggetti della sacrestia, dell’ufficio di don Vasyl, del coro, dei confessionali, oltre alle due sindoni, quella di Gesù e quella della Madonna. Quella di Gesù, come da tradizione del rito bizantino, è rimasta sull’altare dalla Pasqua all’Ascensione.

In attesa del 24 giugno, Festa di San Giovanni Battista, si pensa già alle attività estive, fra cui il campo del Circolo “Luce da Luce” nel quartiere Barco, con una giornata in montagna, sul lago di Cadore. E a proposito di iniziative, è stata annullata per cause di forza maggiore quella prevista in Sala Estense per il 25 giugno.

E sempre in quei giorni, per la precisione sabato 28 giugno, è in programma un avvenimento storico: un nutrito gruppo di ucraini ferraresi si recherà a Roma per il Giubileo dei fedeli della Chiesa Greco-Cattolica Ucraina.

LA STORIA RECENTE DI SAN GIOVANNI BATTISTA…

Ripercorriamo ora la storia della chiesa all’angolo tra via Montebello e corso Porta Mare. Il 2 maggio 2021 la comunità parrocchiale di Santo Spirito si congeda dall’edificio  di proprietà dell’ASP-Centro Servizi alla Persona, in vista della riapertura della vicina chiesa di Santo Spirito, avvenuta due settimane dopo, il 15 maggio. La comunità di Santo Spirito ha usufruito della chiesa di San Giovanni Battista dal settembre 2012, dopo il terremoto che ha reso inagibile il suo tempio (tra maggio e settembre 2012, si utilizzò la tensostruttura allestita nel campo da basket parrocchiale e il cinema dell’oratorio).S.Spirito fu riaperto poi parzialmente da marzo 2016 a febbraio 2020. A inizio 2020 la nuova chiusura di quest’ultima, con le celebrazioni liturgiche nella Sacrestia di Santo Spirito e a san Giovanni Battista il sabato sera e la domenica. Dal 2016, a S. Giovanni si è insediata anche la comunità ortodossa moldava, per un importante esperimento ecumenico culminato, nel maggio 2019, con una partecipazione congiunta alla solennità del Corpus Domini.

Mentre sono rimasti gli affreschi, i paramenti sacri di s.Giovanni Battista sono conservati nel Museo civico di Palazzo Schifanoia e da inizio 2021 sono state installate le copie, stampate in serigrafia di altissima qualità, di alcune delle più significative opere pittoriche originariamente alloggiate in chiesa:”San Giovanni Battista alla fonte” di Giacomo Parolini, “Lazzaro povero in terra” di Niccolò Roselli, “Decollazione di San Giovanni Battista” e “Deposizione” di Ippolito Scarsella.

…E LA SUA STORIA “ANTICA”

Stabiliti a Ferrara, i canonici regolari lateranensi tra la fine del XV secolo e l’inizio del XVI costruirono la chiesa. Un edificio unico nel suo genere in città, in quanto a pianta greca (o “a croce greca”, nella quale – cioè –  navata e transetto hanno la stessa lunghezza e si intersecano a metà della loro lunghezza): una bella coincidenza con i suoi nuovi “inquilini”, i cattolici di rito greco-bizantino. Dopo, qui ci furono i benedettini, poi i somaschi, i Catecumeni, i Cavalieri del Sovrano Ordine Militare di San Giovanni di Malta, le Orfanelle. Nel 1938 la chiesa fu restaurata e riaperta, ma, colpita dai bombardamenti, nel ’54 fu nuovamente chiusa. Nel ’70 il Comune di Ferrara, quale proprietario, la assegnò all’Azienda Pubblica Servizi alla persona e nel convento venne eretto un pensionato, affidandolo all’Opera Pia Braghini Rossetti (ancora presente: è la Casa di riposo “Beata Beatrice d’Este”, con 41 ospiti). Nonostante i tentativi nel 1975 del Gran Priore Uguccione Scroffa di ripristinarla per l’Ordine, bisognerà attendere il 1995 per i lavori di restauro e consolidamento. 

LA STORIA DI S. MARIA DEI SERVI

Per quanto riguarda, invece, la chiesa di via Cosmè Tura, il 17 marzo 1636 si pose la prima pietra dell’attuale edificio, costruito su disegno dell’architetto della Camera Apostolica Luca Danese. Chiesa e convento vennero perfezionati dal 1665 al 1669 da Francesco ed Angelo Santini e nel 1797, soppressi i servi di Maria chiamati anche “serviti”, chiesa e convento vennero ridotti ad uso profano. Nel 1800 vi furono poste dalla Reggenza le sorelle del Collegio di S. Orsola, le quali non lasciarono più il luogo. Queste religiose esistevano a Ferrara fin dal 22 maggio 1584 nel piccolo ritiro, con chiesa dedicata a S. Orsola, posto nella strada detta allora “di Spazzarusco” (tale comunità religiosa, divenuta ormai troppo esigua nel numero, si è fusa nel 1929 con la Congregazione delle Suore Orsoline Figlie di Maria Immacolata di Verona).

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 6 giugno 2025

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William Congdon, «l’arte è la mia carne nella certezza della resurrezione»

31 Mag

LA PITTURA COME LUOGO DELLA PRESENZA DI DIO. La storia del pittore nato negli USA nel 1912 e morto in Italia nel 1998: un racconto di conversione a Cristo e il suo continuo porre il Crocefisso al centro della tela e della propria vita

di Andrea Musacci

«Il mistero dell’incarnazione nella croce non può essere risolto dialetticamente, sembra dirci Congdon; nell’istante in cui Cristo invoca il Padre è sancita una separazione che nessun lavoro del concetto può superare». (M. Recalcati)

Ci sono storie di vite redente che è impossibile raccontare con uno stile agiografico, tanto sono complesse, tormentate, fuori da ogni schema e sovrastruttura. Una di queste è quella di William Congdon, pittore statunitense nato a Providence, Rhode Island, il 15 aprile 1912, e morto il 15 aprile (strana coincidenza) del 1998 nella Bassa Milanese. Sì, perché Congdon dopo aver lasciato la propria terra e aver viaggiato in mezzo mondo, ha deciso di vivere in Italia, pur continuando fino agli anni Settanta a esplorare Paesi lontani. Dal 29 al 31 maggio a Ferrara, all’interno del Festival della Fantasia, sarà esposta la mostra “Nel mio solco estremo. Paesaggi esteriori e interiori di W. Congdon”, a cura di Roberta Tosi. Inaugurazione il 29 alle ore 19.30 nel Salone d’Onore del Municipio, con visita guidata a cura di Rodolfo Balzarotti (Direttore Scientifico W. Congdon Foundation). Qui il programma: urly.it/319tf2

Sono quattro le mostre di Congdon a Ferrara, quand’era ancora in vita: nel 1964, nella collettiva “Gesù nell’arte contemporanea”, Palazzo Arcivescovile; 1981, “W. Congdon: Europa e America”, Galleria d’Arte Moderna, Palazzo dei Diamanti; 1986: “Congdon: opere recenti 1980-1986”, Istituto di Cultura “Casa Cini”; 1995-’96, “Congdon. Pastelli 1984-1994”, Istituto di Cultura “Casa Cini” (con in catalogo anche un testo di Angelo Andreotti).

SULL’ABISSO TRA ETERNO E NULLA

William Grosvenor Congdon nasce in un ambiente alto borghese, figlio di due facoltosi industriali. Per fuggire dal puritanesimo e dal materialismo di questo mondo, dopo gli studi, nel ’42, si arruola volontario nell’American Field Service (AFS), servizio di sanità, e come autista di ambulanze partecipa alla battaglia di El Alamein, per poi essere chiamato nel centro Italia. «La guerra mi ha aperto all’amore», dirà, in Italia «cominciavo a vivere, a riconoscermi amato». Un’altra esperienza che lo segnerà profondamente sarà quella vissuta, sempre con l’AFS, nel maggio ’45, nel campo di concentramento di Bergen Belsen appena liberato. Qui scriverà: «Questo non è un uomo / ma materia inesistente (…)». Nel ’48, a 36 anni, inizia a dipingere, va a New York, prima nella miseria del Bowery, e poi nel lusso del 30esimo piano di Park Avenue. Nel ’49 la sua fama di artista esplode grazie anche all’incontro con Peggy Guggenheim e Betty Parsons, assieme ai nuovi talenti della “Action Painting”, fra cui Pollock e Rothko. 

Nel ’50 si innamora di Venezia, dove si trasferisce: «Andai a Venezia – scrive – perché il suo aspetto fantasioso di città nell’acqua mi sembrava offrire un rifugio dal mondo materialistico che dopo la guerra mi disgustava». Ma il luogo che gli stravolge l’esistenza è Assisi, dove vi arriva, per la prima volta, nel ’51, e dove ci vivrà per quasi 20 anni, da fine anni ’50 a fine anni ’70. Qui conosce – tra gli altri – don Giovanni Rossi, fondatore e guida della Pro Civitate Christiana, associazione missionaria e centro culturale, e Paolo Mangini, membro della Pro Civitate che a sua volta gli permetterà di conoscere don Luigi Giussani, fondatore di CL (altra conoscenza decisiva). Di Assisi, scrive Congdon: «Nel convento di San Damiano cominciai a leggere i Fioretti di San Francesco dai quali non mi separai più durante gli ultimi nove anni che precedettero la mia conversione». Lo stesso anno, ad Assisi vi torna a Natale: «La spontaneità e la passione colla quale il popolo celebrò la Messa di mezzanotte e la Messa solenne di Natale mi commossero profondamente». Inizia a comprendere come «le ferite della mia infanzia» – in particolare il rapporto difficile col padre -, «il peso della colpa non potevano essere guarite dalla sola pittura». India, Grecia, Egitto, Istanbul, Santorini, ancora Venezia…e Cambogia. Il vuoto e le lacerazioni dell’anima non poteva curarle nemmeno viaggiando. Quelle ferite antiche potevano essere superate solo in un modo: «Fin dalla mia infanzia, mi si era fatto sentire il senso della colpa quando non avevo peccato. Il peccato era stato presunto per me, e la colpa imposta. Adesso che avevo veramente peccato, in un attimo mi ritrovavo senza colpa nel perdono di Cristo».

Nel ’59, infatti, torna ad Assisi e, assieme ad altri e altre giovani, riceve il battesimo dalle mani del Vescovo mons. Giuseppe Placido Nicolini. Da qui, cambia – inevitabilmente – anche la sua pittura: «Nella misura in cui il Cristo aveva salvato la mia vita dal naufragio e adesso era la mia verità, la Sua figura cominciava a prevalere su qualsiasi altra fonte di ispirazione, e a diventare tutti i paesaggi e i templi delle diverse fedi fino adesso dipinti, e il mezzo inevitabile di proclamare la mia libertà riconquistata e la mia salvezza». Alcuni suoi Crocifissi, non a caso, ricordano anche il Tau francescano, essendo la testa del Cristo a livello del costato.

Poi va a Subiaco, nel convento abbandonato del beato Lorenzo e a fine anni ‘70 si trasferisce nella Bassa milanese, a Gudo Gambaredo, in una casa-studio (o «studio-cella») annessa a un monastero benedettino, la Cascinazza: qui entrerà nei Memores Domini di CL, dopo averli conosciuti a Milano (dove vive dal ’66 al ’79). A Gudo rimarrà fino alla morte.

«È NEL MIO SPARIRE CHE L’IMMAGINE NASCE»

In occasione della sua seconda personale a Ferrara – nel 1986 a Casa Cini – Congdon scriveva: «Il Dono vuole fulminare, cancellare dalla faccia della terra ogni contaminazione di oggetto, perché emerga limpida e pura l’immagine. Agonia delle cose spogliate dallo spazio; la quale agonia, mentre cancella le cose, le restituisce risorte, come il vero spazio che è l’immagine».

Una riflessione, questa del Congdon maturo, sopraggiunta dopo tanti anni di inquieta ricerca, di assillo. Scriveva, infatti, da giovane in una delle lettere a Belle, sua cugina poetessa: «Paghiamo un caro prezzo per il fatto di giungere così vicino e poi ignorare il resto, non andando, con Dio, più oltre. Ma è questo “resto” che vorremmo creare, come compensazione. Nell’arte creiamo ciò che, di Dio, non possiamo essere. Naturalmente non ci riusciamo, e quindi siamo spinti oltre». Insomma, «creiamo nel dolore della nostra non-santità». È nel non-ancora che ci muoviamo – sembra dirci qui -, è nel non-Essere che, al tempo stesso, è brano, segno, anticipazione della Chiarità senza la quale nulla potrebbe rifulgere. Chiarità che ha dovuto impiegare molto tempo per vincere le nebbie non solo di Venezia e della Bassa, ma soprattutto del suo cuore.

Arriverà, ad esempio, in uno scritto del 1975, così ad esporre la sua matura riflessione teologico-esistenziale: «L’opera d’arte nasce, sgorga da un incontro fra me-artista e una qualche cosa, vista, che mi afferra, e che mi chiama per nome; o meglio: mi chiama con la promessa di darmi il nome». Questa promessa è «amore». In un oggetto visto, e che si vuole rappresentare, è necessario quindi «partire dal segno» che «risveglia di sé come Presenza in me, perché è questa Presenza nella mia esistenza che io dipingo», e non l’oggetto in sé. Questa Presenza è Cristo, Dio-Amore e quindi il pittore nel dipingere l’oggetto è lui stesso «rigenerato nell’essere, egli stesso dipinto da esso – dal mistero». Proprio «come – prosegue Congdon – nella santa comunione noi mangiamo, sì, il corpo del Signore, ma per essere assimilati, consumati in Lui. È Cristo, in fondo, che “mangia” noi». Per questo motivo, l’artista deve cercare «la trasparenza della povertà di Spirito! È nel mio sparire, nel mio perdermi (…) – “morire” – che l’immagine nasce». Quello “sparire” per far posto a Cristo di cui ha parlato anche Papa Prevost nella sua prima omelia del 9 maggio scorso.

Per Congdon, quindi, «l’artista è sacerdote in quanto trasfigura la realtà, la materialità della nostra vita in alleanza, e in quanto la offre proclamando che il significato esauriente di tutto è Cristo». E così posso riconoscere che «il Cristo sulla croce è me stesso; che è il mio peccato inchiodato alla croce», e quindi per Congdon i suoi Crocifissi dipinti – dice – sono «la mia propria carne che dipingo con dentro la certezza della resurrezione». La “conclusione”, per Congdon non può quindi che essere questa presa di coscienza piena dopo l’abisso nel quale era vissuto, nella lontananza da Dio-Misericordia: «Io, morto, Dio mi fece rigenerare me stesso dal male, partorendo con questi quadri l’immagine della sua morte e resurrezione! Mi fece risorgere: immagine io stesso di Cristo con il mio proprio dono!».

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FONTI

U. Casotto (a cura di), “William Congdon. L’essenziale è visibile agli occhi” (Dario Cimorelli ed., 2024).

M. Recalcati, “W. Congdon. La poetica del crocefisso”, in “Il mistero delle cose. Nove ritratti di artisti” (Feltrinelli ed., 2016).

F. Patruno, “William G. Congdon: Lo splendore è sempre sofferenza”, in “L’Osservatore romano”, maggio 1995.

W. Congdon, “Arte-Persona-Cristo”, in “Communio”, 1975.

W. Congdon, “Nel mio disco d’oro. Itinerario a Cristo” (Pro Civitate Christiana, 1961).

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IMMAGINI

In alto: Congdon (da: https://lc.cx/Y2gJrK).

Sotto: Crocefisso, 1b, 1960. 

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Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 30 maggio 2025

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Pastorale per le persone LGBT: dialogo e discernimento nella chiarezza dottrinale

28 Mag

“Esperienze e testimonianze per una pastorale del dialogo e della speranza con persone LGBT”: questo il titolo dell’ultima lezione dell’anno 2024-25 della Scuola diocesana di teologia “Laura Vincenzi”. Lo scorso 22 maggio a Casa Cini, Ferrara, sono intervenuti don Gabriele Davalli, responsabile dell’Ufficio per la Pastorale familiare della Diocesi di Bologna; don Cristobal Rodriguez Hernandez, prete spagnolo diocesano della Diocesi di Tenerife (Canarie), in Italia presso la Diocesi di Bologna come prete fidei donum per la collaborazione con l’Ufficio famiglia;Pietro e Francesco, un uomo e un ragazzo bolognesi, che hanno raccontato la propria esperienza personale all’interno del “Gruppo in Cammino”, gruppo di persone LGBT cattoliche all’interno della Diocesi bolognese.

Di questo gruppo ha parlato don Davalli, da quando è nato 40 anni fa (nel dicembre ’84) nella città felsinea, «prima dal basso per poi incontrarsi con la Diocesi». Enacque da una domanda: «è possibile essere cristiani e omosessuali?». Allora, come oggi, ragazze e ragazzi furono «accolti da sacerdoti e frati bolognesi» e iniziarono a organizzare incontri di preghiera, confronto e spiritualità, «per un’esperienza di interiorizzazione della fede. IVescovi Biffi e Caffarra sono sempre stati a conoscenza dell’esistenza del gruppo ma non sono mai intervenuti: il loro silenzio lo abbiamo sempre interpretato come importante per il prosieguo di questa esperienza». Il card. Zuppi, invece, da Vescovo ha deciso di porre il gruppo sotto la Pastorale familiare diocesana. Lo stesso card. Zuppi, nella prefazione al libro “Un ponte da costruire. Una relazione nuova tra Chiesa e persone LGBT” di padre James Martin (Marcianum press, 2018) scrive dopo aver ripreso il titolo: «Il non far niente (…) rischia di generare tanta sofferenza, fa sentire soli e, spesso, induce ad assumere posizioni di contrapposizione ed estreme». Sono poi nati anche i gruppi delle “Famiglie in cammino”, per i genitori di persone omosessuali, e il gruppo “Copia e incolla”, per le coppie omosessuali cristiane. Del “Gruppo in Cammino”, come detto, fan parte Pietro e Francesco, che hanno raccontato a Casa Cini la propria esperienza. Pietro, 42 anni, cresciuto in una famiglia cattolica praticante – che, «pur con alcune difficoltà mi ha accolto nella mia scelta, così come due sacerdoti» – ha spiegato: «la scoperta della mia omosessualità è stata uno stimolo per approfondire il mio rapporto con la fede». Al “Gruppo in Cammino” è approdato dopo un’esperienza in Arcigay, dove però – ha spiegato – «nessuno promuoveva una qualche forma di relazione amorosa stabile». Francesco, invece, che insegna in una Scuola Primaria salesiana, ha raccontato di essere Capo scout e di essere entrato negli scout quando aveva 8 anni: «nel “Gruppo in Cammino” mi sento accettato per quel che sono. L’amore di Dio non è avere un piano per la persona, ma darle una speranza».

Don Hernandez ha invece spiegato le basi di una «Pastorale di inclusione delle persone LGBT, viste le ancora forti difficoltà ad accettare questo tipo di periferia esistenziale»; difficoltà «causata perlopiù – nei laici e nei ministri delle nostre Chiese – da una mancanza di educazione emotiva». «Ciascuno ha il proprio dono da Dio, chi in un modo, chi in un altro», ha proseguito citando S.Paolo (1Cor 7). «La sessualità umana è da intendersi come relazione e bene fra le persone», quindi in senso positivo, come «amore e dono a sé e all’altro. Il mutuo sostegno fino al sacrificio di sé in diverse coppie omosessuali è innegabile. La persona – sono ancora sue parole – va riconsiderata in tutta la sua ampiezza e complessità, non riducendola all’aspetto sessuale».

«Questa inclinazione [omosessuale], oggettivamente disordinata, costituisce per la maggior parte» delle persone che la vivono «una prova. Perciò devono essere accolti con rispetto, compassione, delicatezza. A loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione». Così recita il Catechismo della Chiesa Cattolica al n. 2358, non riducendo la persona agli atti «intrinsecamente disordinati». Riprendendo, poi, diversi passi di Amoris laetitia (n. 250, ad es.), don Hernandez ha sottolineato l’importanza di accompagnare dentro la Chiesa le persone LGBT nella «crescita nella comprensione del Vangelo, nel discernimento dello Spirito e nell’amore per la Chiesa: insomma, si tratta di una vera e propria pastorale del discernimento». Cinque sono, secondo il relatore, i passi di questa pastorale: «guardare la persona e riconoscerla per quel che è; rifiutare ogni forma di violenza; ascoltare rispettosamente per comprenderla meglio, senza pregiudizi ideologici; promuovere un’etica del rispetto; proporre un’educazione all’amore, da una prospettiva cristiana». Insomma, «partire dalla persona per portarle Gesù Cristo».

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 30 maggio 2025

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Chiesa San Paolo, antiche gemme di bellezza ora ammirabili da tutti

21 Mag

Il progetto di Assorestauro portato avanti con la nostra Arcidiocesi grazie alla storica dell’arte Barbara Giordano e a mons. Massimo Manservigi: affreschi del XIV e XV sec. nascosti dietro la parete occidentale e ora visibili grazie alla Virtual Reality Experience

di Andrea Musacci

Affreschi finora inaccessibili che ora, invece, possono essere fruiti da tutti. Sono le opere d’arte riscoperte nella chiesa della Conversione di san Paolo a Ferrara (piazzetta Schiatti), presenti sull’antico muro (costruito fra il XIII e il XIV sec.) dell’edificio; dopo il terremoto del 1570, però, venne costruito dall’architetto Alberto Schiatti il nuovo edificio a tre navate con cappelle absidate (prima era a una navata), con un nuovo muro a poche decine di centimetri da quello antico, che quindi ha sempre reso molto difficile il poter analizzare gli antichi affreschi. Stiamo parlando del lato occidentale della chiesa, quello che affaccia sul primo dei due chiostri del complesso, il maggiore. 

Dallo scorso gennaio, la nostra Arcidiocesi – nelle persone di Barbara Giordano, storica dell’arte e membro dell’UCS–Ufficio Comunicazioni Sociali diocesano, e mons. Massimo Manservigi, parroco di san Paolo e Direttore dell’UCS – ha collaborato a un interessante progetto di valorizzazione promosso da Assorestauro, in collaborazione anche con la parrocchia di San Paolo e finanziato dal Ministero della Cultura tramite fondi PNRR. Grazie a tecnologie digitali avanzate, ricostruzioni 3D e narrazione storica, ora viene restituito alla città – e non solo – un patrimonio di bellezza senza prezzo. L’esperienza VR (Virtual Reality Experience – Esperienza di Realtà Virtuale) è disponibile in loco all’interno della chiesa, tramite visori di ultima generazione posizionati nella navata di destra, all’altezza della quinta cappella rispetto all’ingresso principale.  Un’esperienza, inoltre, accessibile a tutti, incluse persone con disabilità. Al monitor presente, è inoltre possibile vedere il video esplicativo, con immagini degli affreschi e video interviste ai protagonisti del progetto, oltre a un “trailer” di 20 secondi. 

QUALI SONO GLI AFFRESCHI PROTAGONISTI DEL PROGETTO 

Nel 1991, durante controlli preliminari effettuati dai restauratori della Direzione dei Musei Civici d’Arte Antica in previsione dei lavori di restauro architettonico all’intero complesso, ci si è imbattuti, nella parete della chiesa in confine col chiostro maggiore, in una serie di tracce estremamente complesse e in una tomba collocata in un vano di risulta fra il muro antico e le absidi laterali. Il lavoro eseguito ha, infatti, permesso di vedere – dai sottotetti o da parti accessibili dal chiostro adiacente – tutte le fasi decorative assieme. «Una parete straordinaria – spiega Barbara Giordano -, perché attraversa l’intera parabola storica e artistica della chiesa di san Paolo».

Partendo quindi dall’attuale ingresso principale della chiesa, se ci dirigiamo verso la navata destra, dietro l’attuale parete, all’incirca fra la prima e la seconda cappella, vi è quella che la stessa Giordano definisce «la scoperta più incredibile»: una “Madonna annunciata” databile al 1476, probabilmente eseguita da un allievo di Piero della Francesca.

Proseguendo, sempre dietro l’attuale parete, su quella più antica, all’altezza più o meno tra la seconda e terza cappella, vi è l’ormai noto affresco del “miracolo della gamba” dei Santi Cosma e Damiano, scoperto e presentato nel 1991. Così ne scriveva, nel ’94, Anna Maria Visser Travagli, allora Direttrice dei Civici Musei d’Arte Antica di Ferrara, su “Ferrara. Voci di una città”: «La visione, piena di dettagli, ha quasi un valore didascalico, con l’iscrizione illustrativa dell’avvenimento diligentemente riportata ai piedi del letto; non c’è dolore, non c’è sofferenza, non c’è sangue nella scena, tutto si svolge con naturalezza. Il malato dorme ignaro, quasi sorridendo, mentre i due Santi, sontuosamente abbigliati, maneggiano con disinvoltura gli arti che con virtù taumaturgiche stanno sostituendo. La stanza è inondata di luce e trasmette una calma tranquillità; accanto al letto vediamo il mobile coperto con una tovaglia ricamata, con la bottiglia d’acqua e il bicchiere per la notte; sulla finestra semiaperta s’intravede un vaso con una pianta verde e sulle testata del letto sono mescolati agli oggetti della stanza gli attributi dei Santi: le scatole con i medicamenti, l’ampolla con l’unguento, i libri con le prescrizioni mediche, resi con lo stesso ordine compositivo delle coeve tarsie lignee. Con questa scena, con quella successiva del gruppo di nobildonne mirabilmente acconciate e con l’immagine di uno dei santi lapidato – secondo la versione del martirio riportata da Jacopo da Varagine alla fine del XIII secolo – siamo lontani dalle astruserie, dal simbolismo e dai contorcimenti dei grandi maestri della scuola ferrarese del Quattrocento; qui c’è una chiarità inusitata di derivazione pierfrancescana; il miracolo è tale proprio per la naturalezza con la quale si manifesta; siamo più vicini all’area toscana come sensibilità e come stile e forse la mano è di un maestro di formazione o di cultura fiorentina, come di origine fiorentina poteva essere forse il committente: Baldinus, un mastro vetraio che, nel 1476, dedica una cappella in San Paolo ai Santi Cosma e Damiano, il cui culto è particolarmente radicato a Firenze».

Nel terzo affresco, dietro la quarta-quinta cappella della navata destra, vi è un enorme arcone tamponato, sottolineato da una fascia dipinta a partiture, con l’immagine del Cristo Redentore benedicente e di San Pietro con le chiavi in mano entro cornici polilobate, databile alla fine del Trecento. Nello stesso punto, più in basso, è stata rinvenuta un’altra Madonna, col manto blu, “picchiettata”, «che – spiega Barbara Giordano – ci ricorda soprattutto che c’era una grande devozione alla Madonna del Carmelo». 

Nella cappella successiva, sopra la tomba, c’è invece un affresco del XIV secolo raffigurante una “Madonna con bambino”, «ascrivibile – spiega sempre Giordano – al Terzo Maestro di Sant’Antonio in Polesine. Una figura molto delicata, con la fronte alta e lo sguardo affusolato, tipico della metà del XIV secolo».

San Paolo, quindi, ora diventa anche un laboratorio aperto, con queste meraviglie artistiche ancora tutte da analizzare e interpretare.

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Esperti da tutto il mondo per vedere i nostri tesori

La visita per ammirare, grazie alla realtà virtuale, gli affreschi nascosti. Solo l’ultima tappa di un lungo processo di valorizzazione

Lo scorso 15 maggio, nell’ambito del Salone del Restauro svoltosi a Ferrara, per la prima volta dopo oltre quattro secoli oltre 70 restauratori da tutto il mondo hanno potuto ammirare in anteprima questi affreschi nascosti. Doppio appuntamento in quella giornata storica: nel primo pomeriggio, in Fiera (Sala Antonioni), presentazione del progetto di Realtà Virtuale sulla chiesa di San Paolo e di quello simile sul Museo di Palazzo Schifanoia. Per l’occasione, sono intervenuti Andrea Griletto (Assorestauro), don Massimo Manservigi, Barbara Giordano, Antonino Libro (Agenzia Regionale Ricostruzioni), Matteo Fabbri (Tryeco 2.0 – Nuove ricostruzioni storiche di Palazzo Schifanoia), Alex Cayuela e Marco Usuelli (Elaborazione in Virtual Reality degli affreschi di San Paolo). Sono stati anche proiettati i documentari a cura del regista Fabio Martina. Replica, dentro San Paolo, nel tardo pomeriggio, per ammirare la splendida chiesa e vedere di persona la postazione con monitor e provare i visori per l’esperienza virtuale.

APRILE 2024: RIAPERTURA CHIESA DI SAN PAOLO

Risalente, nel suo primo nucleo, al X secolo, l’edificio di epoca tardo rinascimentale si trova all’angolo tra corso Porta Reno e piazzetta Alberto Schiatti, nome dell’architetto che ne progettò la rinascita tra il 1573 ed il 1611, dopo il terremoto cinquecentesco.

San Paolo viene considerata il pantheon della città in quanto ospita le sepolture di illustri personaggi di cultura, tra cui le tombe del poeta Guarino Veronese, il compositore Luzzasco Luzzaschi, di Alberto Lollio e di Giovan Francesco de Grossi (detto Siface). La chiesa – che ha annessi l’ex convento dei Carmelitani e i chiostri rinascimentali – è altresì nota per i tanti artisti che l’hanno impreziosita, tra cui Bastianino, Girolamo da Carpi, Domenico Mona e Scarsellino. A tal proposito, il Ministero dei beni culturali ha assegnato alla Soprintendenza 600mila euro per il restauro delle opere artistiche di grande pregio e degli altari laterali e delle pale per poter ospitare nuovamente i quadri (fin da subito messi in deposito).

La riqualificazione e il restauro dell’edificio ha comportato un doppio stanziamento, per un totale complessivo di 3,8 milioni di euro (3 milioni di finanziamento ministeriale del Ducato Estense e 850 mila di fondi regionali post sisma). In base a una specifica convenzione, per poter realizzare gli interventi, il Comune di Ferrara è stato stazione appaltante. All’imponente edificio di piazzetta Schiatti/corso Porta Reno e al cantiere interno ed esterno terminato il 31 gennaio 2024, l’UCS-Ufficio Comunicazioni Sociali della nostra Arcidiocesi ha dedicato un video dal titolo “L’oro e il mistero” curato da mons. Massimo Manservigi (parroco di san Paolo e Direttore dell’UCS) e Barbara Giordano; l’oro è l’originario colore dominante all’interno della chiesa, riemerso grazie ai lavori di restauro, segno dell’importanza ricoperta nei secoli dalla chiesa. La chiesa è stata ufficialmente riaperta il 27 aprile 2024 con la S. Messa presieduta da mons. Gian Carlo Perego e animata dal “Coro e Orchestra Immacolata”. Ricordiamo che la chiesa di san Paolo era chiusa dal 2006, e la sua stabilità si era aggravata col sisma del 2012. Dal settembre 2023, la parrocchia di San Paolo fa parte, assieme alla parrocchia di Santo Stefano, di un’Unità Pastorale  guidata da mons. Massimo Manservigi.

I TESORI RIEMERSI NEGLI ULTIMI ANNI

Durante i lavori di questi anni (iniziati a gennaio 2022 e realizzati dal raggruppamento temporaneo di imprese composto dalle ditte Leonardo Srl – Direttore cantiere, Andrea Natalucci – e Lolli Raffaele impianti Srl di Bologna), innanzitutto è riemersa la colorazione dorata dei pilastri e delle pareti (ad esempio nella Cappella del Carmine, nella navata di sinistra), ma anche, sotto alcune delle tinte del secolo scorso, alcuni magnifici affreschi rinvenuti nei catini absidali nelle navate laterali, raffigurazioni significative forse databili al XVI secolo, antecedenti al sisma del 1570. La speranza è di far riemergere ancora di più questi straordinari volti e figure, come alcuni rifacimenti ottocenteschi nel catino absidale. Altre scoperte riguardano firme di pittori, soprattutto del XIX secolo, intervenuti soprattutto nelle volte della navata centrale, e in quelle del transetto. Artisti a noi sconosciuti ma che proverebbero come tutta la pittura seicentesca, iniziata dopo il sovracitato terremoto, sia stata molto rimaneggiata nell’Ottocento. E ultimo, ma di certo non meno interessante, nella navata destra, in uno spazio di servizio dov’era stata progettata una scala di accesso al sottotetto, è stata rinvenuta una nicchia sotto l’intonaco: al di là di questa, è stata scoperta una tomba con resti umani, uno stupendo soffitto stellato e sulle pareti laterali un affresco di pregio raffigurante una città – molto probabilmente Gerusalemme -, e un albero della Vita con la crocifissione.

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 23 maggio 2025

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Che cosa oggi ci rende ancora comunità?

17 Mag

Padre Giuseppe Riggio a Casa Cini ha ragionato sull’importanza di riscoprire le ragioni profonde dei nostri legami

In ogni forma di consorzio umano, il pericolo maggiore non risiede tanto nella possibilità – scontata – di conflitto tra i membri ma nel perdere quel “fuoco sacro” che ha trasformato un gruppo di persone in una comunità. Su questo quid che trascende le singolarità e le contingenze ha riflettuto lo scorso 6 maggio a Casa Cini, Ferrara, padre Giuseppe Riggio s.j., Direttore responsabile di “Aggiornamenti sociali”, per la penultima lezione del 2024-25 della Scuola diocesana di teologia per laici. “Che cosa ci tiene uniti? Per una grammatica della partecipazione” il titolo dell’incontro, lo stesso del suo ultimo libro edito da “Il Pellegrino ed.”.

Partecipazione, comunità e missione sono le tre parole al centro del recente Sinodo universale: «da un’adesione personale all’annuncio del Vangelo ognuno è chiamato a dare il proprio contributo», ricordando che la missione non è necessariamente l’andare in un altro luogo ma «la testimonianza viva che tocca tutti», ha riflettuto p. Riggio. In tutto ciò, decisivo è «il senso di appartenenza», che rende «più forte, viva e attrattiva una comunità».

Oggi, però, viviamo in un tempo in cui le paure dominano: «tante delle promesse in cui abbiamo creduto (la pace, il benessere, ad esempio), oggi non sono più così salde», ha proseguito il relatore. Senza pensare alla «paura dell’altro» inteso come colui che viene da fuori, da un’altra realtà geografica, a cui si risponde innanzitutto con «la volontà di proteggersi», con «un accentuarsi delle dinamiche di polarizzazione, di conflitto e individualistiche».

Tutto ciò fa particolarmente riflettere sull’importanza per ogni comunità – ecclesiale o civile che sia – di «essere periodicamente rinnovata», di «ricordare e ripensare i motivi profondi per cui si sta insieme, si è comunità, e quindi per cui bisogna parteciparvi attivamente». Altrimenti, «i legami si attenuano e si sfaldano». Ma «la cura», la “manutenzione” di questi legami – non bisogna dimenticarlo – richiede sia «tempo» sia «luoghi per ritrovarsi e ragionarci assieme». Luoghi non solo fisici ma intesi – in senso ampio – come «condizioni di incontro, di ospitalità e dialogo».

Oggi, quindi, dobbiamo chiederci: nelle nostre comunità che cosa ci tiene uniti? Intendendo l’unità non come «uniformità», non come conformismo ma come quella – esempio storicamente particolarmente rilevante – messa in atto dall’Assemblea costituente che ha dato vita alla Carta Costituzionale della Repubblica italiana. Insomma, la comunità – e più in generale la società – «nascono quando l’altro passa dall’essere un pericolo a essere qualcuno di cui prendersi cura». Non è una differenza da poco.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 16 maggio 2025

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«Quella volta che Papa Prevost mi aprì la porta e mi accolse»

15 Mag

Il racconto in esclusiva a “La Voce” di Miriam Paredes, missionaria peruviana a Ferrara: «andai a Lima per consegnare documenti per conto del mio Vescovo: mi ospitò con umiltà»

di Andrea Musacci 

«Ricordo con grande commozione quella volta che il card. Prevost a Lima mi aprì la porta e mi accolse, pur non conoscendomi». Così in esclusiva a “La Voce” Miriam Paredes, missionaria in servizio dall’anno scorso nella nostra Diocesi, racconta uno dei suoi incontri con l’allora Vescovo di Lima. «Per questo, quando l’ho visto affacciarsi dal balcone su piazza san Pietro ho provato un’emozione gigantesca…».

Miriam Paredes, 55 anni, originaria di Lima, è una missionaria laica consacrata dal 1990 nella Diocesi di Lurìn, a sud della capitale. Nel suo cammino c’è tanto lavoro pastorale, prima nella sua parrocchia come catechista, dopo nella sua Diocesi come consacrata in mezzo ai più poveri. Dal 2012 insieme a don Giacomo Falco Brini, «che conosco fin dai tempi della sua presenza nel mio paese negli anni dal 2002 a 2008», ha avviato il progetto missionario chiamato Andiamo in Peruferia, al quale ogni anno partecipano anche diversi ferraresi. Nel 2024, il suo Vescovo, mons. Carlos E. Garcìa Camader, la lascia partire per la nostra Chiesa locale, dove collabora col Centro Missionario Diocesano e la parrocchia “del Gesù” a Ferrara (dove don Falco Brini è parroco), ospite dell’amica Giuliana Benvenuti.

«Ho conosciuto il card. Prevost in alcuni incontri a Lima della Conferenza Episcopale Peruviana e quando, sempre nella capitale, dovevo consegnare per conto del Vescovo della mia Diocesi alcuni documenti alla Nunciatura Apostólica: lì ho avuto modo di incontrare il card. Prevost, di vedere con i miei occhi la sua semplicità, attenzione, umiltà e attenzione ai più piccoli». Un episodio in particolare Miriam conserva nel cuore: «una volta mi ero recata da sola alla Nunciatura Apostólica a Lima per alcuni documenti per conto del Vescovo della mia Diocesi; solitamente, le suore ricevevano i documenti, e finiva lì. Non c’era tempo e modo per altro. Ma quella volta fu il card. Prevost in persona ad aprirmi la porta per farmi entrare, mi fece sedere e prese i documenti che dovevo consegnare. Fu davvero molto attento: era un Vescovo, quindi avrebbe anche potuto non fare ciò che ha fatto, ma lui si comportò come uno di noi».

Miriam ha lavorato per diversi anni, fino all’anno scorso, come segretaria del suo Vescovo della Diocesi di Lurìn, a sud di Lima. «Per il resto, i miei contatti col card. Prevost, sono stati solo incroci brevi e sporadici ma che mi hanno comunque fatto toccare con mano la sua semplicità e fraternità con tutti coloro che incontrava. Avendo lui vissuto 40 anni in Perù prima come sacerdote poi come Vescovo di una Diocesi povera» (quella di Chiclayo, nel nord del Perù) e «avendo la cittadinanza peruviana, posso dire che lo consideriamo peruviano, perché ha il cuore peruviano!». E peruviano, in un certo senso, lo è anche formalmente, avendo sia la cittadinanza statunitense sia quella peruviana…

DON FALCO BRINI: «COI POVERI»

«Ricordo questo grande agostiniano nella sua presenza nella Diocesi di Chiclayo, al nord», ci spiega don Giacomo Falco Brini, che per diversi anni è stato missionario in Perù, dove ci torna ogni anno. «Io ho prestato servizio sempre nelle baraccopoli nella periferia di Lima, ma anche lui è stato missionario in una terra ugualmente povera. Dopo che sono rientrato dalla missione, lui è diventato sempre più conosciuto e amato in Perù, essendo un pastore davvero mite e accogliente».

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 16 maggio 2025

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«Ho lavorato 8 anni al fianco di Papa Leone XIV»

14 Mag

Ulises Paredes vive a Chiclayo ed è stato il responsabile legale della Diocesi guidata dall’allora mons. Robert Prevost. A “La Voce” racconta alcuni aneddoti: «retribuì noi dipendenti anche durante la crisi e pagò i funerali di mio papà. Guidava fino a 14 ore nella giungla per raggiungere la sua gente, e col niño camminò nel fango per portare gli aiuti. Col Covid portò l’Eucarestia per le strade deserte»

C’è un legame che unisce la nostra Arcidiocesi con il nuovo Santo Padre e con il Perù. È un legame inaspettato, che alla “Voce” viene raccontato tramite don Giuseppe Cervesi, Rettore del Santuario del Poggetto (Sant’Egidio), poco fuori Ferrara, e per diversi anni missionario in Messico.

Zaida Maribel Damian Paredes è collaboratrice di don Cervesi. Nata a Lima il 24 giugno 1969, a 10 anni si trasferisca a Chiclayo. Sì, proprio la Diocesi che ha visto il card. Prevost Vescovo per una decina di anni, dal 2014 al 2023. Zaida è arrivata in Italia lo scorso 12 dicembre, e ha un fratello, Ulises Milson, assesor legal (responsabile legale) della Diocesi di Chiclayo, quindi per molti anni stretto e fidato collaboratore di colui che diventerà Papa Leone XIV.

Ulises conosce Leone XIV nel 2015, quando l’allora mons. Prevost entra in carica come Vescovo di Chiclayo. Con lui, fianco a fianco, lavorerà dal 2015 al 2023. Mentre Zaida ha conosciuto Prevost solo di vista, non personalmente, il fratello Ulises – come detto – ha avuto modo di conoscere a fondo quest’uomo che giudica «saggio, giusto e molto di preghiera», spiega a “La Voce”. «Nella Diocesi di Chiclayo – prosegue Ulises – si è fatto parte del popolo: il popolo non doveva adattarsi a lui ma lui si adattava al popolo e, in un certo senso, è un esempio di vero seguace di Cristo, ora che sarà il Vicario di Cristo, il rappresentante di Cristo. Robert Francis è un giusto, una persona buona, una persona di preghiera, che ascolta, una persona molto intelligente».

Non mancano aneddoti e testimonianze dirette che ben rappresentano la personalità di Papa Prevost e confermano l’impressione che in molti hanno avuto fin dalle sue prime commosse parole dal balcone di piazza San Pietro. Siamo nel 2021 e muore il padre di Ulises e Zaida. Nonostante il Perù, e la stessa Diocesi di Chiclayo, vivano una forte e drammatica crisi economica, mons. Prevost fa retribuire regolarmente i propri dipendenti e, in più, aiuta Ulises con 20.000 soles (attualmente equivalenti a circa 5mila euro) necessari a pagare il funerale del padre.

Ulises, inoltre, non ha paura a definire quello che è diventato Leone XIV una persona «molto coraggiosa». La Diocesi di Chiclayo «confina a nord con la giungla», ci spiega. «La strada è giudicata particolarmente pericolosa ma il futuro Papa non esitava mai a prendere il fuoristrada per recarsi, da solo, a visitare e conoscere tutti i villaggi della Diocesi affidatagli».

Quando Prevost arrivò – nel 2015 – a Chiclayo, subentrò a un Vescovo spagnolo che aveva ritmi di lavoro abbastanza lenti. Prevost, invece, si dimostrò subito molto dinamico, infaticabile: ad esempio, «guidava fino a 14 ore per raggiungere tutti i villaggi della propria Diocesi. Gli ci volle un po’ di tempo (circa 1 anno) per conoscere le diverse forme della religiosità popolare, poi però si adattò perfettamente, mostrandosi davvero come uno del popolo. Riuscì – continua Ulises – a incrementare ulteriormente la già alta e profonda religiosità presente a Chiclayo, fra le più forti in tutto il Perù. Nella Cattedrale di Chiclayo – per capirci – vengono celebrate ben 8 Messe domenicali: sono tutte stracolme, soprattutto di giovani».

E a proposito di giovani, Prevost si interessò anche al mondo accademico. L’Università di Chiclayo è un’università cattolica. Ulises ci spiega come l’allora mons. Prevost «curò molto il rapporto con i professori per poter, tramite loro, raggiungere anche i giovani. E curò molto anche l’insegnamento della dottrina sociale della Chiesa cattolica».

La Diocesi di Chiclayo, inoltre, è soggetta al fenomeno atmosferico del niño, l’innalzamento delle temperature dell’acqua dell’Oceano Pacifico che porta a gravi effetti ambientali. «Una volta – ci racconta Ulises – è straripato un fiume allagando un villaggio con 1 metro d’acqua: Leone XIV attivò subito la “macchina della carità” per trasportare agli abitanti viveri e altri beni fondamentali. Egli stesso aiutò il trasporto, infilando gli stivali e camminando nel fango». Anche il Covid provocò molti morti a Chiclayo: Prevost prese il Santissimo e lo portò attraverso le strade deserte della città».

«Altra caratteristica di Prevost che ci tengo a sottolineare – prosegue Ulises – è l’aver individuato rapidamente i propri collaboratori: dopo aver verificato la loro attendibilità, delegava molto a loro, segno che si fidava delle persone che lo affiancavano, valorizzando in tal modo tanto i laici quanto i sacerdoti in cui aveva riposto fiducia».

Ulises ricorda anche il giorno che Prevost ha lasciato la sua Diocesi: «sentivamo una grande nostalgia di lui, perché non se ne andava solo un Vescovo, ma un amico. L’anno scorso è ritornato a Chirujana (nel nord del Perù), e per qualche giorno è venuto a Chiclayo per una cerimonia all’università; ed è passato anche nell’Arcivescovado per salutarci: in quell’occasione gli ho dato un forte abbraccio perché lo considero un grande amico, non solo un pastore; e insieme abbiamo ricordato tanti momenti condivisi assieme. È stato un momento molto bello e confortante. Quando ho saputo che lui, proprio lui, era diventato Papa, mi sono emozionato molto, avrei voluto gridare di gioia, abbracciare tutti i miei amici, e soprattutto ringraziare Dio per una persona che si faceva vicina, buona, un grande lavoratore.Aveva “l’odore delle pecore” – come disse Papa Francesco rivolto ai sacerdoti, perché come pastore si coinvolgeva completamente con le persone che incontrava».

Andrea Musacci

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IL CARD. PREVOST IN PERÙ (1985-1999 e 2014-2023)

Prevost consegue la licenza nel 1984 e l’anno dopo viene mandato nella missione agostiniana di Chulucanas, a Piura, in Perù (1985-1986). È il 1987 quando discute la tesi dottorale su “Il ruolo del priore locale dell’Ordine di Sant’Agostino” ed è nominato direttore delle vocazioni e direttore delle missioni della Provincia agostiniana “Madre del Buon Consiglio” di Olympia Fields, Illinois.

Nel 1988 raggiunge la missione di Trujillo, sempre in Perù, come direttore del progetto di formazione comune degli aspiranti agostiniani dei vicariati di Chulucanas, Iquitos e Apurímac. È priore della comunità (1988-1992), direttore della formazione (1988-1998) e insegnante dei professi (1992-1998) e nell’arcidiocesi di Trujillo vicario giudiziale (1989-1998) e professore di Diritto Canonico, Patristica e Morale nel Seminario maggiore “San Carlos e San Marcelo”. Gli viene anche affidata la cura pastorale di Nostra Signora Madre della Chiesa, eretta poi parrocchia di S. Rita (1988-1999), nella periferia povera della città, ed è amministratore parrocchiale di Nostra Signora di Monserrat da 1992 al 1999.

Tra il ’99 e il 2014 avrà incarichi a Chicago, fino a quando Francesco lo nomina, il 3 novembre 2014, amministratore apostolico della diocesi peruviana di Chiclayo e al contempo vescovo titolare di Sufar. Il 7 novembre fa l’ingresso in diocesi, alla presenza del nunzio apostolico James Patrick Green, che lo ordina vescovo il 12 dicembre, festa di Nostra Signora di Guadalupe, nella cattedrale di S. Maria. Il 26 settembre 2015 dal Pontefice argentino è nominato vescovo di Chiclayo e nel marzo  2018 viene eletto secondo vicepresidente del Conferenza episcopale peruviana, all’interno della quale è anche membro del Consiglio economico e presidente della Commissione per la cultura e l’educazione.

Nel 2020, il 15 aprile, arriva la nomina pontificia anche di amministratore apostolico della diocesi peruviana di Callao. Il 30 gennaio 2023 il Papa lo chiama a Roma come prefetto del Dicastero per i Vescovi e presidente della Pontificia Commissione per l’America Latina.

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 16 maggio 2025

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«Non sarà un “Francesco 2″» ma «mix di rottura e continuità»

13 Mag


Massimo Faggioli, esperto di cattolicesimo USA, a “La Voce”: «Prevost cattolico sociale non liberal»

di Andrea Musacci

Ferrarese d’origine, Massimo Faggioli è storico delle religioni e docente negli Stati Uniti alla Villanova University (Philadelphia, Pennsylvania), dove Papa Leone XIV si è laureato. Lo abbiamo contattato per chiedergli di analizzare con noi questa novità storica e inaspettata di un papa stars&stripes.

Faggioli, il nuovo Papa viene dalle Americhe come Francesco, ma  non si può dire venga «dalla fine del mondo»…

«Sì, è un po’ diverso, è un papa delle Americhe, non solo dell’America latina, ma anche dell’America del nord: è quindi molto meno “fine del mondo” rispetto a Francesco. Nato a Chicago, una delle capitali del cattolicesimo USA, Leone XIV è stato missionario in un Paese povero come il Perù ma qui il venire “dall’altro mondo” si deve applicare in modo diverso rispetto a Bergoglio…

Papa Francesco, inoltre, proveniva dall’Argentina, Paese molto particolare in America latina in quanto a stragrande maggioranza bianca, a differenza del Perù – dove ha vissuto Prevost – e della sua Chicago, capitale nera degli States».

Che tipo di cattolico statunitense è Prevost?

«È un cattolico sociale ma non liberal, formatosi alla scuola di Leone XIII. È poi interessante il suo essere agostiniano e non un gesuita, quindi sulla modernità ha una visione più pessimista rispetto a un gesuita.Oltre, naturalmente, alla grande novità di essere il primo papa degli USA: ciò avrà effetti sia sul Vaticano sia sul cattolicesimo statunitense. Ma ci vorrà tempo per capire come la Chiesa USA si relazionerà col primo papa USA».

E rispetto all’attuale Amministrazione statunitense?

«Negli States viviamo in un tempo particolare: il trumpismo rappresenta un modo di appropriarsi della religione e il Conclave ha anche voluto, quindi, mandare un segnale sul fatto che esiste una voce alternativa al trumpismo. Lo stesso vicepresidente Vance si è definito “figlio di Sant’Agostino” ma è evidente che il suo e quello di Prevost sono due agostinismi tra loro diversi».

Qual è l’atmosfera oggi alla Villanova University? Che ricordi si hanno di Prevost?

«Io non ho avuto modo di conoscere personalmente Prevost, ma qui alla Villanova lo conoscono bene, era molto noto anche prima di diventare cardinale».

Come gli anni alla Villanova hanno influito sulla sua personalità?

«Gli agostiniani hanno il carisma della comunità: per loro è molto importante la vita di comunità, la formazione comunitaria. Qui diPrevost ne parlavano come membro di una comunità, come uno che ha vissuto da monaco agostiniano in modo più tranquillo, meno conflittuale di come Bergoglio visse  nel mondo gesuita: infatti, il rapporto di quest’ultimo con la sua comunità è stata più accidentata rispetto a quella di Prevost negli agostiniani, dove non ha mai avuto un rapporto traumatico».

Qual è la situazione del cattolicesimo negli USA? 

«I cattolici negli Stati Uniti purtroppo sono più o meno spaccati in due, seguendo i due grandi partiti – Democratico e Repubblicano.Questo papa è quindi chiamato più di altri a rispondere su questa profonda frattura, che Trump ha accentuato ma che nasce 30 anni fa e nel tempo si è aggravata. Ciò ha conseguenze sulla vita di ogni cattolico, come la scelta della scuola per i figli e della parrocchia dove andare. È un’esperienza che un cattolico europeo difficilmente può capire…».

L’elezione di un Papa USA accentuerà o meno queste fratture tra i cattolici statunitensi?

«Difficile dirlo.Sicuramente Prevost conosce molto bene la Chiesa americana, a differenza di com’era per Bergoglio. Prevost non ha bisogno di “traduttori” o mediatori per capire cosa succede nella Chiesa statunitense. È un altro tipo di rapporto. Qualcosa di inedito, tutto da studiare».

Quali novità Papa Prevost potrà portare alla Chiesa universale ?

«È un agostiniano e viene dopo un gesuita: ciò riequilibrerà  determinati aspetti. È un prete missionario della Chiesa globale e questo permetterà di continuare certe traiettorie del papato di Francesco. Su altre questioni, eticamente sensibili, è difficile dire come si comporterà, forse qualche spostamento e differenza di accento rispetto a Francesco ci sarà.Ma bisognerà vedere, aspettare. In ogni caso, non credo ci sarà un “Francesco 2”. Sarà qualcosa di diverso».

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 16 maggio 2025 

(Foto Ansa/SIR)

Don Santo Perin che donò la vita per uno sconosciuto

9 Mag

Il docufilm di don Manservigi. A Santo Spirito la versione inedita de “L’unica via” con backstage e animazione. Ecco la storia di un martire del Vangelo, morto a 27 anni a Bando di Argenta.Il 13 maggio serata cinefila con tante sorprese

di Andrea Musacci

Il racconto del sacrificio estremo, quello della propria vita e – insieme – il racconto delle nostre terre e del nostro popolo durante la guerra. È stata una serata particolarmente toccante quella dello scorso 29 aprile al Cinema S. Spirito di Ferrara per la proiezione della versione inedita del docufilm “L’unica via” del regista don Massimo Manservigi e dedicato a don Santo Perin. La nuova versione è introdotta da scene inedite dal backstage e dal lavoro – anch’esso inedito – di Laura Magni per la grafica, il compositing e la titolazione, e della stessa Magni assieme a Giuliano Laurenti (entrambi dell’UCS – Ufficio Comunicazioni Sociali Diocesano) per l’animazione in video real grafica di diverse immagini della pellicola, oltre che di foto e filmati dell’epoca. La sera stessa, il Cinema di via della Resistenza ha ospitato due piccole mostre dedicate a don Perin, una delle quali inedita, e realizzate dallo stesso UCS Diocesano. La prima, fu ideata e creata nel 2010, dopo l’uscita del film; l’altra, rimarrà esposta fino all’11 maggio nella chiesa di Santo Spirito. Ricordiamo che questo del 29 è stato il secondo dei tre incontri del ciclo dedicato al cinema di don Manservigi, dal titolo “Ti ho ascoltato con gli occhi”, che si concluderà il 13 maggio (alle ore 21, ingresso gratuito, e alle ore 20 con buffet offerto ai partecipanti) con “Laboratorio di immagini. Come nasce un documentario tra narrazione e realtà”, con aneddoti legati ad alcuni film. Il primo incontro, tenutosi il 25 marzo, ha visto invece la proiezione dei documentari “Come il primo giorno” dedicato all’artista Giorgio Celiberti, e “Nzermu. Accesa è la notte”, dedicato a p. Anselmo Perri sj.

Tornando a “L’unica via”, la prima fu il 14 ottobre 2010 al Multisala Apollo di Ferrara, per l’occasione gremito di persone.E non pochi erano nemmeno i presenti  a S. Spirito. Qui, don Manservigi, nel presentare il film, ha posto ripetutamente l’accento sulla partecipazione di tante persone – soprattutto dell’argentano e di Ferrara – nella realizzazione della pellicola.Una partecipazione di non professionisti a titolo gratuito che ha dato vita, possiamo dire, a una comunità, «alla nascita o al rafforzarsi di relazioni di amicizia e di stima ancora oggi vive». Il film è, quindi, anche «un album di famiglia». Nel futuro, vi sarà anche la pubblicazione di un romanzo breve dedicato a don Perin, scritto da Barbara Giordano (Ufficio Comunicazioni Sociali Diocesano), co-sceneggiatrice del film.

Ricordiamo, fra gli altri protagonisti del progetto, Roberto Manuzzi per le musiche, Nicoletta Marzola per la scelta dei costumi d’epoca, Scolastica Blackborow per la fotografia di scena e Alberto Rossatti come voce narrante. Decisiva, già prima della realizzazione del film, anche la figura di Sergio Marchetti, Presidente del Comitato “Amici di Don Santo Perin”, che ha sposato Rosanna, una delle nipoti del sacerdote, e che ha svolto il ruolo di addetto al coordinamento durante le riprese. Il film inizia proprio con immagini inedite del backstage e interviste ad alcuni dei protagonisti, fra cui don Stefano Zanella – che interpreta don Perin -, allora sacerdote da appena 2 anni, e oggi parroco dell’Immacolata di Ferrara, Direttore dell’Ufficio Tecnico Amministrativo Diocesano e neo Presidente del Museo della Cattedrale.

Nel docufilm si alternano parti di cronaca storica ad altre di narrazione della vita – interiore e non – di don Santo e delle persone di Bando di Argenta a lui affidate. Ad arricchire il racconto, testimonianze e ricordi di Dolores Filippi, sorella di Pino, il giovane morto con don Santo, Bruno Brusa, e diversi nipoti di don Santo, oltre allo storico Rino Moretti e a molti altri. Quella di don Perin – «figura piccola sul piano storico ma grande sul piano umano», come ha detto don Manservigi -, è una delle vittime di un gruppo specifico nella seconda guerra mondiale: 7 sono stati, infatti, i preti ferraresi, o attivi nella nostra provincia nella Seconda guerra mondiale, uccisi nello stesso periodo, su un totale di 123 sacerdoti e religiosi ammazzati in Emilia-Romagna negli stessi anni, come ha ricordato il nostro Arcivescovo mons. Perego nel saluto finale.

TUTT’UNO COL SUO POPOLO

Il docufilm di don Manservigi è anche un racconto popolare, della vita umile nelle campagne nel difficile periodo della guerra.E così la vita di don Santo è quella di una famiglia contadina, di un ragazzino presto dovutosi abituare al lavoro nei campi ma che non per questo non si innamorò dello studio, anzi.

Santo Perin nasce il  3 settembre 1917 a Trissino (Vicenza) da Crescenzio Luigi e Maria Miotti e 6 giorni dopo è battezzato al fonte della chiesa parrocchiale di Sant’Andrea Apostolo. Proprio nella località vicentina, l’Amministrazione, oggi, sta pensando di dedicargli una via. Nel ’24 la sua famiglia emigra ad Argenta, ma si pensa che alcuni Perin si siano recati lì già nel ’22 per valutare l’acquisto di alcuni terreni, e per l’occasione abbiano conosciuto quella che di lì a breve diventerà una delle prime vittime del fascismo: il parroco don Giovanni Minzoni. Passano 10 anni e il 28 novembre 1933 Santo decide, nonostante la giovane età, di iniziare il cammino che lo porterà al sacerdozio. Prima tappa, l’Istituto Missionario Salesiano “Cardinal Cagliero” di Ivrea (Torino). Nel ’36 muore il padre, stroncato da un infarto e un anno dopo Santo entra nel Seminario Arcivescovile di Ravenna dove il 5 dicembre 1943 riceve il diaconato e pochi mesi dopo, il 25 marzo 1944, l’ordinazione sacerdotale. Il 17 giugno dello stesso anno termina gli studi teologici e lascia il Seminario per essere destinato a Bando di Argenta come vicario cooperatore del parroco don Enrico Ballardini, che però, ormai molto anziano, muore pochi mesi dopo, lasciando al giovane l’intera responsabilità della parrocchia. Fin da subito, don Santo si dimostrerà un pastore attento a ogni singola persona a lui affidata; come ogni padre, capace di dosare tenerezza e fermezza, di rapportarsi ai più piccoli come ai più anziani, con una spiccata sensibilità che solo la fede nel Dio incarnato può donargli.

Il periodo non è di certo uno dei più facili, con la guerra che incombe e soffoca la vita delle persone. Guerra che nel film di don Manservigi innerva gesti, parole ed emozioni dei protagonisti, divenendo, delle loro esistenze, sfondo e ossatura, e intrecciandosi a quei riti quotidiani – una donna che impasta il pane, i bambini che giocano a calcio con un pallone di stracci -, come la nebbia che tutto avvolge e ovatta. Ma, scriveva il giovane parroco nel proprio diario, «sorriderò e il buio della mia anima si dissiperà»: incessante, infatti, è la sua preghiera al Padre, non tanto per sé ma, sempre, per questo suo popolo affidatogli; tanto che il paese si rappresentava in lui, e lui era il suo paese. Emblematica, a tal proposito, la scena della consegna da parte dei bandesi delle chiavi delle loro case a don Santo prima di sfollare nei campi. Don Perin scelse di vivere così il proprio servizio a Cristo e al suo pezzo di Chiesa: confortando i sopravvissuti, medicando i feriti come un buon samaritano, dando degna sepoltura ai morti. E svolgendo buona parte della propria missione sulla strada, da Bando a Filo, da Bando a Longastrino e ritorno, sempre inforcando la propria bicicletta, a portare i sacramenti e la prossimità, fisica e spirituale, del parroco, dell’amico, del Signore dei poveri e degli sfollati, medico per le ferite delle loro anime, capace anche di vincere il male di una guerra assurda e fratricida.

«Signore accetta la mia vita. Non avrò paura della morte. Il futuro è tuo», scriverà sempre nel suo diario. 

E così vivrà, fino all’ultimo: tra il 10 e il 18 aprile ’45, gliAlleati sferrano l’attacco definitivo contro le ultime difese tedesche, provocando rovina e morte anche a Bando, dove don Santo celebrerà il rito di benedizione per 40 vittime, aiutando lui stesso a scavare la fossa. Il 25 aprile 1945, quando il Ferrarese è già stato da alcuni giorni liberato dall’invasore, il giovane prete viene a sapere che lungo l’argine del canale Benvignante c’è il corpo di un soldato tedesco, e subito decide di andare a seppellirlo. Perché rischiare la propria vita per un morto, perlopiù “nemico”? Ma la logica che muove don Santo non è quella di questo mondo, ma quella del Regno: i nemici vanno amati, perché tali non sono, ma fratelli nostri. DonSanto parte, seguito da alcuni ragazzi che si offrono di aiutarlo. L’esplosione di una mina li investirà, dilaniando a morte il corpo del giovane Giuseppe “Pino” Filippi e riducendo in fin di vita don Santo, che morirà il giorno dopo all’ospedale di Argenta. Nel cimitero di questa località verrà sepolto, ma le sue spoglie mortali il 20 aprile 2002 saranno traslate nella chiesa parrocchiale di Bando. Nel cippo posto sul luogo della sua morte, sono incise le parole di Gesù: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» (Gv 15, 13). Solo il Cristo Risorto può essere la fonte di questo amore assurdo.

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 9 maggio 2025

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(Immagine: un frammento dal docufilm di don Manservigi)