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Conta solo «l’oggi eterno dei viventi»: San Francesco a Ferrara

11 Mar

“Francesco e l’infinitamente piccolo”: dalle Clarisse un racconto divino

Gran finale l’8 marzo nel Monastero del Corpus Domini per la conclusione degli eventi dell’Ottavario in preparazione alla Festa di Santa Caterina Vegri (9 marzo). Nel pomeriggio di domenica si è svolta la lettura teatrale  “Francesco e l’infinitamente piccolo” con Miriam Gotti (voce e canto) e Vittorio Mazzocchi (pianoforte), e testi tratti dall’omonimo libro di Christian Bobin (foto piccole).  

Partecipati anche gli altri incontri: il 1° marzo la testimonianza di Gian Andrea Franchi e Lorena Fornasir della cura dei migranti a Trieste; il 6 “Chi sei Tu? Che sono io?”, incontro per giovani con Claudia Baldassari (teologa e psico-drammatista); il 7 incontro con fr. Pietro Maranesi (cappuccino e teologo).

Tornando all’iniziativa di domenica 8, questa è stata un poetico e narrativo viaggio nella vita di San Francesco d’Assisi, fin dalla sua nascita: «le madri reggono l’Eterno che regge il mondo e gli uomini», è iniziato il racconto. E lui, cresciuto «di latte e di sogni» ma che poi si perderà, diventerà venditore di drappi e stoffe, amerà la ricchezza e lo sperpero. Ma già in quei momenti inizia ad affiorare «il sorriso di Dio», «l’infinitamente piccolo». Sì, perché «l’amore di sé sta all’amore di Dio come il grano giovane sta al grano maturo». Così, nella conversione Francesco troverà «la sua vera natura, la sua vera casa, il luogo d’elezione», dopo la prigionia e la malattia. E poi c’è il suo sogno delle tre donne a Spoleto («Francesco, ritorna a casa!»), che gli permetterà di abbandonare i suoi progetti di conquista militare. Francesco tentenna, indugia, ma «canta sempre di più», il suo cuore si sta liberando, «spera ormai in un godimento più grande dell’essere giovane». Poi sparisce, esce dalla città, va tra i poveri e i mendicanti, «cerca quell’abbondanza che il denaro non gli può donare», perché «la verità è un tesoro che nemmeno la morte può levarci». Ma la povertà «nella sua nudità materiale lo attirava e al tempo stesso lo sconvolgeva». Poi avviene l’incontro col lebbroso: «in quel momento nel suo sguardo riconobbe gli occhi di Dio». Sì, perché «solo l’infinitamente piccolo può chinarsi con così tanta grazia».

Ora, può e deve avvenire il distacco “scandaloso” dal padre, per andare «a monte di tutto». Dice Francesco: «vado da mia madre terra, mia madre cielo», io che sono «folle di dolcezza»: «me ne vado nudo come un filo d’erba», «vado verso la vita». Ma Francesco non può evitare l’incontro con un’altra donna: Chiara, «chiarissima di spirito». Lei e Francesco ci aiutano a comprendere che ciò che conta è solo «l’oggi eterno dei viventi, l’oggi amoroso dell’Amore». In Francesco e Chiara, infatti, vi è la «noncuranza del domani, l’attenzione a ogni vita (…), la meraviglia per ogni presenza». La vera gioia sta quindi nell’«essere ovunque nel mondo sentendosi nel ventre di Dio». Dio, appunto: «l’infinitamente piccolo, divenuto infinitamente altissimo».

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 13 marzo 2026

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«Noi curiamo le loro ferite, loro curano le nostre anime»

6 Mar

Gian Andrea Franchi e Lorena Fornasir: «i corpi dei migranti, torturati e ingombranti»

Nella Piazza del Mondo di Trieste, un gruppo di donne ricama su un enorme lenzuolo i nomi dei migranti morti durante i viaggi per sfuggire alla violenza, in cerca di una vita migliore.È il lenzuolo della memoria “Madri di frontiera”. Un “velo pietoso” che non nasconde il dolore ma lo mostra, e ne mostra le cause. È il dolore dei migranti che a migliaia arrivano o transitano a Trieste, provenienti perlopiù da Afghanistan, Pakistan, Siria, Iraq Iran e Bangladesh.

Lo scorso 1° marzo nel Monastero del Corpus Domini di Ferrara sono intervenuti i coniugi Gian Andrea Franchi e Lorena Fornasir, fondatori dell’Associazione “Linea d’ombra” che a Trieste soccorre queste persone in arrivo dalla rotta balcanica. I due sono stati intervistati da Massimo Cipolla, avvocato già consulente legale, tra gli altri, del Centro Servizi Integrati per l’Immigrazione dei Comuni della provincia di Ferrara. Un centinaio i presenti all’incontro.

«Sono, i nostri, a livello globale, tempi atroci, fatti di guerre e genocidi», ha esordito Franchi. Le domande “Chi sei Tu?Che sono io?” del ciclo di incontri per l’Ottavario «mi portano a domandarmi “Chi siamo noi”». L’io-tu, quindi, come embrione del noi. «I migranti a Trieste – nei loro Paesi vittime del colonialismo e della crisi ecologica – mi hanno in qualche modo aiutato a rispondere». Trieste, dove da anni incontriamo «migranti ai limiti della sopravvivenza, più volte abbiamo dovuto chiamare l’ambulanza: e allora abbiamo compreso che non potevamo non fare nulla. Curiamo le loro ferite e diamo loro da mangiare: ecco cosa facciamo. Ma il nostro intento è anche politico, inteso come qualcosa che modifica la polis.Non accettiamo – ha proseguito – questo mondo di indifferenza prima e di violenza poi. Aiutiamo queste persone affinché possano essere libere di andare dove vogliono, contro il potere degli Stati e dell’Unione Europea che li bloccano o li uccidono coi loro dispositivi di controllo e di morte». È il potere istituzionale di un Occidente dominato «dall’indifferenza, dall’individualismo e dalla competizione/guerra, che fa dell’altro un nemico. Cerchiamo, invece, di creare  forme comunitarie di vita:è questo il “comunismo della cura” che dà il titolo a un mio libro», dove comunismo, appunto, è sinonimo «di cura e di relazioni necessarie affinché ci sia la vita». Insomma, «è solo la comunità a poter salvare la vita».

«I migranti – ha esordito poi Fornasir – coi loro sguardi ci insegnano a vedere noi stessi, il nostro trauma». Loro, «sporchi di fango, con l’odore di marcio e le piaghe nei piedi». Loro che, però, «spesso arrivano sorridenti e mi chiedono “Come stai?”». Insomma, «sono loro a curare noi. A volte mi dicono “sono salvo ma non sono vivo”»: si sentono morti dentro per tutta la violenza che han subito e alla quale hanno assistito. Come quel migrante che, alla frontiera tra Grecia e Turchia, ha visto un poliziotto uccidere un bimbo piccolo in braccio alla mamma con un colpo di pistola in testa e gettarlo nel fiume solo perché il suo pianto lo disturbava. «Ho visto i segni sui corpi di alcune persone migranti delle torture subite: io mi chino su di loro per curare le loro ferite», e «come posa di sovvertimento della posizione di potere che normalmente noi bianchi abbiamo nei confronti degli altri popoli. “Dio mio, perché mi è stato fatto tutto questo?” è il grido che spesso leggo negli occhi di queste persone» che arrivano a Trieste. Tra loro, «sempre più minori: arrivano di sera o di notte, e la mattina dopo prendono il primo treno diretto verso il nord Europa» e così proseguono il loro game, gioco (così lo chiamano), fatto di tappe, di livelli. Una sfida, però, molto, troppo reale. Molti migranti dormono nel silos, vecchio edificio abbandonato vicino alla Stazione dei treni. «Corpi ingombranti», da “sfrattare”, come quelli degli abitanti del nostro Grattacielo. Il potere, si diceva.Che è anche quello che amministra Trieste in questi anni e che contro questi migranti «ha chiuso i bagni pubblici e i sottopassi, messo reticolati, fatto sgomberi di massa». Ma alcuni anche giovani, lì sono morti per il freddo e le violenze subìte.

“Linea d’ombra” è una presenza di carità e non è solo un gruppo di triestini che ogni giorno li soccorre, ma una rete nazionale fatta anche da tanti “Fornelli resistenti”, gruppi che dalle varie città cucina e poi porta il cibo a Trieste (sono oltre 55 in tutta Italia).Un “Fornello resistente” esiste anche a Ferrara e per l’occasione l’ha brevemente presentato Gaetano Zanghirati. Sono gruppi che portano anche beni alimentari confezionati oltre che vestiti, scarpe e coperte. Diversi, sono, anche nella nostra città, i mercatini di autofinanziamento che ciclicamente tornano durante l’anno. Il prossimo viaggio di ferraresi è l’11 e 12 marzo, guidato da Domenico Bedin.

Andrea Musacci

***

GLI ALTRI INCONTRI DELL’OTTAVARIO AL CORPUS DOMINI

Il secondo appuntamento, venerdì 6 marzo alle 20.45, avrà come destinatari privilegiati i giovani, offrendo loro la possibilità di “incontrare” Francesco in modo esperienziale, proprio a partire dalla sua domanda “Chi sei Tu? Che sono io?”. Claudia Baldassari (teologa e psico-drammatista) attraverso la metodologia dello psicodramma (parola composta da psyché, anima e drama, azione) accompagnerà i partecipanti a sperimentare in gruppo l’incontro con questo personaggio storico.

Sabato 7 marzo alle 16 sarà fr. Pietro Maranesi (cappuccino e teologo) ad intrattenere con la sua competenza e amicizia appassionata per il Poverello. Ci aiuterà ad individuare i cardini dell’esperienza cristiana di Francesco d’Assisi e a riconoscere come il suo desiderio e la sua esperienza di Dio, pur portati fino alla dimensione più estrema possibile ad un uomo, possano essere alla portata anche di ciascuno di noi, di quanti intendano vivere da discepoli. 

Infine, domenica 8 alle ore 16 avremo modo di sostare in ascolto di “Francesco e l’infinitamente piccolo”, una lettura teatrale con Miriam Gotti (voce e canto) e Vittorio Mazzocchi (pianoforte) con testi tratti dall’omonimo libro di Christian Bobin. Sarà un viaggio poetico attraverso i sentieri luminosi dell’anima di Francesco d’Assisi. Non segue l’ordine cronologico della vita di Francesco, ma indugia su alcuni momenti cruciali, illuminandoli con la sua prosa poetica. “Francesco e l’Infinitamente Piccolo” diventa un invito a riflettere, a interrogarci sul senso della nostra esistenza, sul nostro posto nel mondo e sul nostro legame con il Tu di Dio. La vera felicità, ci ricorda l’autore, non risiede nei beni materiali, ma nell’amore, nella gioia e nella semplicità. 

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 6 marzo 2026

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O il potere o la povertà: quel perdere che ci libera

20 Feb

SUOR MARZIA CESCHIA. Un momento di preghiera e di riflessione condivisa il 15 febbraio dalle Clarisse: «senza i poveri non possiamo capire il Vangelo»

Gesù Cristo è una continua provocazione alle nostre certezze, alle nostre superbie, alle nostre pigrizie. Abbatte gli idoli che ci illudono di essere ricchi e sazi, padroni. Cristo è, invece, l’immagine piena della povertà che ci ricorda l’essenziale, che ci ricentra, affinché non ci perdiamo.

Su questo, attraverso San Francesco d’Assisi, si è riflettuto nel tardo pomeriggio dello scorso 15 febbraio nel Monastero del Corpus Domini di Ferrara. Nel contesto delle celebrazioni per l’8° centenario del transito di San Francesco, il Circolo Laudato si’, il MASCI e le Clarisse del Monastero hanno organzizato un incontro di preghiera e riflessione , “Sulla via di Francesco. Il canto della povertà: un respiro di libertà”.

L’incontro iniziato coi Vespri, ha visto poi l’intervento di suor Marzia Ceschia, docente di teologia spirituale presso la Facoltà Teologica del Triveneto di Padova, che ha proposto una riflessione davanti a una  50ina di persone.

«La proposta di S. Francesco è molto attuale, ci provoca ancora con forza oggi», ha esordito. In lui, la povertà ha «un significato ampio, soprattutto spirituale: non si tratta tanto di avere o no qualcosa, ma di pretendere di essere proprietari di qualcosa, anche nei legami con gli altri». Essere proprietari «crea e divide chi ha da chi non ha», dando potere al primo e non al secondo. Per S.Francesco, quindi, la povertà è «necessaria per depotenziare i giochi di potere», è «una sfida al potere». 

In Marco 10,43 Gesù ci  propone un principio particolarmente impegnativo: «(…) non è così tra di voi; anzi, chiunque vorrà essere grande fra voi sarà vostro servitore». La povertà è quindi innanzitutto una «questione di cuore, che si radica nel cuore», è «il nostro modo di valutare le cose e le persone», e il metodo che usiamo per valutare le cose purtroppo spesso «è lo stesso di quello che usiamo per valutare le persone». Ma i poveri «ci provocano, disturbano le nostre ricchezze, le nostre certezze, la nostra tranquillità». La vera povertà, dunque, non è tanto rinunciare a qualcosa di materiale ma «il passare dall’appropriarsi all’essere liberi». Liberi per ricevere e per donare, ricordandoci che «nessuno è sufficiente a sé stesso, nessuno è il perno della propria vita». La vera sfida sta dunque nel «passare dalla logica della  conquista alla logica del dono, dalla logica del merito a quella della gratuità». Non vivere a misura del proprio io, del proprio egoismo, ma «abbandonare l’illusione di potersi conquistare uno spazio ruotando attorno a sé stessi, per poi ritrovarsi da soli». La povertà è quindi necessaria per «accogliere davvero la vita, per non vivere solo frammenti ma la vita in tutta la sua grandezza». È quindi povero «chi sa perdere», ed è povero «chi sa perdere obbedendo». La prima obbedienza è «quella alla vita, cioè ascoltare profondamente l’altro: è questo il vero sacrificio». Ciò che ognuno deve sacrificare è, ad esempio, «il desiderio di diventare proprietari di un ruolo, che ci fa sentire potenti e autosufficienti». L’icona contro ciò è quella della lavanda dei piedi, immagine «dell’abbassarsi e del servire. Devo chiedermi: perché voglio o pretendo questo ruolo?».

Un altro sentimento che ci allontana dalla povertà, quindi dalla vera libertà è, secondo sr Marzia, oltre all’ira, «l’invidia», che per S. Francesco è una «bestemmia», in quanto desiderio di appropriarsi del bene e dell’altro e quindi «giudicare Dio nel Suo distribuire i beni secondo la Sua volontà».

Liberiamoci, quindi, «dalle nostre autocentrature, dalle nostre autoreferenzialità», diventiamo «poveri di spirito», partiamo non dal nostro sé ma dalla «gratitudine», cioè «dal non dare nulla per scontato, essendo grati nel ricevere gratuitamente e nel saper donare. La persona povera è, dunque, «quella autenticamente umana», e sta in questa gratuità la sua «superiorità» nel creato; superiorità non di potere ma di «responsabilità», un ruolo «da vivere con gioia perché libero e liberante». Nulla, insomma, che faccia pensare alla “miseria”. «La libertà di chi vede tracce di Dio nel creato, di chi non si lascia turbare, di chi non lavora per avere potere, di chi sa vivere la vera semplicità, cioè un modo umile di guardare il mondo senza pensare di essere noi il parametro di tutto, è la capacità di guardare gli altri con spirito di accoglienza, senza pretendere, senza ansia, superficialità o aggressività».

La povertà, quindi, «ci cura dai nostri egoismi, dalle nostre autocentrature», quindi occuparci dei poveri è «fare penitenza, scegliere la persona e la sua storia come priorità, consolare e soccorrere la fragilità dell’altro». Nulla che si possa fare «a distanza», ma «concreta condivisione», in quel «realismo» che ci fa accettare la persona così com’è.

Per tutti questi motivi, i poveri sono i «destinatari privilegiati del Vangelo, non possiamo prescindere da loro per capire il Vangelo».Dobbiamo dunque «imparare da loro, da loro farci curare, per capire la sacralità dell’altro e del creato». La povertà – ha concluso suor Marzia – «ci dona quindi la capacità di poter vedere la vera bellezza».

L’incontro si è concluso con un momento di condivisione durante il quale diversi presenti sono intervenuti per riflettere sui temi trattati durante la meditazione. Fra le provocazioni raccolte, sono emerse l’importanza del discernimento nel scegliere l’essenziale, di accettare le proprie fragilità, di perdere il superfluo, di abbandonare un’ottica utilitaristica, del riscoprire un’idea di limite, di non perdere lo sguardo sull’altro e di non dimenticarci che la nostra vita non la possediamo mai del tutto.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 20 febbraio 2026

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«La misericordia ci libera e sconquassa»

11 Apr

Don Camillotti per la seconda catechesi dalle Clarisse sul Vangelo lucano: «Dio esce dai nostri schemi»

«Non esiste la misericordia teorica, pensata ma l’esperienza che ne fa una persona o comunità». Da questa semplice ma spesso dimenticata verità ha preso avvio la sera dello scorso 4 aprile don Roberto Camillotti, presbitero della Diocesi di Vittorio Veneto, intervenuto nel Monastero ferrarese del Corpus Domini per la seconda catechesi del ciclo di incontri “In due atti” dedicato al Vangelo e agli Atti di Luca.

Ricordiamo che l’iscrizione al ciclo di incontri è gratuita ma è necessario richiederla scrivendo un’email all’indirizzo indueatti@gmail.com . L’iniziativa è nata grazie alla sinergia tra Apostolato Biblico Diocesano, Monache Clarisse del Corpus Domini, Unità Pastorale Borgovado e Santuario del Prodigioso Sangue.

Il prossimo incontro è in programma l’11 aprile, sempre con inizio alle ore 20.45 e sempre nel Monastero del Corpus Domini, con relatore fra’ Nicola Verde, frate Cappuccino di Imola e missionario. 

«In Gesù la misericordia diventa particolarmente visibile», ha proseguito don Camillotti. Sei le tappe da lui proposte del cammino della misericordia nel Vangelo secondo Luca, attraverso alcuni Misteri. Si parte dalla «sorpresa che dà gioia», dall’importanza di «non perdere la capacità di stupirci. Dio non può star dentro i nostri calendari liturgici, dentro le nostre organizzazioni, non agisce dentro le nostre strutture. L’iniziativa del Signore va oltre le nostre previsioni: mi piace immaginare un cristianesimo che lascia più spazio alla fantasia del Signore, oltre le nostre tradizioni».

E Dio ci sorprende «facendoci notare come il suo agire coinvolge soprattutto i poveri», a partire da quei pastori allora considerati come categoria “poco raccomandabile”, fino al ladro, al malfattore sulla croce. La radice di questa sua misericordia sta «nel Suo cuore», al centro del Suo essere, come nel caso del buon samaritano, del padre del figliol prodigo, che col figlio «esagera, è eccedente, non razionale e forse nemmeno corretto a livello pedagogico».

Vi è poi la strada, luogo dove «Gesù rivela la volontà di Dio». Così è con Zaccheo e con i due discepoli di Emmaus: il primo, Gesù «lo guarda dal basso» (non dall’alto), agli altri due «si affianca», in ogni caso «si fa prossimo». Come il pastore che porta su di sé il peso della pecora smarrita, o della donna che cerca la moneta perduta, la misericordia, essendo molto concreta, «costa fatica, dolore, sacrificio». Ha un prezzo alto, fino a quello della Croce. Ma quest’idea di «un Dio assolutamente misericordioso fatica, da sempre, a stare dentro gli schemi di noi credenti», che a volte sembriamo il “Grande inquisitore” raccontato da Dostoevskij. La misericordia, al contrario, «libera, sconquassa i nostri schemi»: il bacio come «segno di pace e comunione» sarà quello che Gesù darà all’inquisitore dostoevskijano. «Ognuno di noi – ha concluso il relatore – provi a essere un piccolo, imperfetto discepolo che sta “vicino a Dio nella sua sofferenza”(Bonhoeffer, ndr), come Lui sta vicino a ognuno di noi nelle nostre tribolazioni».

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” dell’11 aprile 2025

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Paolo Giaccone vittima della mafia: l’omertà di tanti, la speranza nei giovani

22 Nov

La sera del 14 novembre dalle Clarisse è intervenuto Giacomo De Leo

«Giaccone è stato dimenticato».Si gela il sangue a sentire queste parole. La scelta etica di un uomo, per non soccombere all’arroganza mafia, scelta che gli è costata la vita, da tanti non è ancora oggi conosciuta.

Giacomo De Leo, ex Preside della Facoltà di Medicina di Palermo e tra i fondatori del Centro Studi Paolo Giaccone (nato nel 2012), la sera del 14 novembre è intervenuto nel Monastero ferrarese del Corpus Domini per raccontare la storia di Paolo Giaccone (classe ’29), suo collega, luminare di medicina legale ed ematologia forense, ucciso dalla mafia l’11 agosto 1982. Invitato da Dario Poppi (curatore di un ciclo di incontri sul tema della legalità), De Leo davanti a una 50ina di persone ha raccontato il clima che si respirava nella Sicilia di allora: un misto di ignoranza dei fatti, di indifferenza e omertà, fino alla collusione vera e propria. E ha raccontato la vita e la morte di questo “gigante buono” com’era Giaccone, che un giorno scoprì, da una perizia che stava svolgendo, che il responsabile della “strage di Bagheria” (giorno di Natale dell’ ’81) nella quale persero la vita tre mafiosi e un pensionato innocente, era Giuseppe Marchese, nipote di Filippo capo della cosca mafiosa di corso dei Mille. Il rifiuto di Giaccone di falsificare quella perizia, nonostante le minacce ricevute, gli costò la vita: 7 colpi di pistola, di cui 5 letali, lo colpirono davanti al  Policlinico dove lavorava, successivamente intitolato a lui.

Un uomo robusto, era Giaccone, «riservato, anche timido, ma eclettico e sempre disponibile».E con un vocazione profonda: di porsi al servizio degli altri nella professione medica, oltre che nel volontariato, essendo stato tra i fondatori del Centro trasfusionale AVIS di Palermo. Una vocazione ereditata in famiglia e che emerge  in modo struggente anche da un suo manoscritto che scrisse poco prima di essere ucciso, una sorta di «testamento» l’ha definito De Leo nel quale la sua professione è correlata ai concetti di «interesse pubblico», «serietà e umiltà», «dovere».

I primi anni ’80 in Sicilia erano gli anni degli omicidi “eccellenti” (Piersanti Mattarella, Mario Francese, Pio La Torre, solo per citarne alcuni), dei 500 morti nella guerra di mafia. Camilla, una dei quatto figli di Giaccone, descriverà quel periodo attraverso la sensazione di un «dolore freddo, avvolgente».E spettava a suo padre indagare sui corpi di quei morti, cercare tracce, dare risposte. Fino al prelievo di un’impronta digitale sul volante di una 500 legata a quella maledetta “strage di Natale” a Bagheria. L’impronta di Giuseppe Marchese.E poi le telefonate di minacce, i colleghi che gli dicono «lascia perdere…», e la sua tristezza per queste parole, per sentirsi isolato in una battaglia che non aveva scelto. «Agli stessi funerali di Giaccone – ha raccontato con immutata amarezza De Leo – vi erano pochi colleghi di Giaccone. E non c’erano politici».

Anche da questa crudele indifferenza,De Leo assieme ad altri decise di dar vita al Centro Studi intitolato a Giaccone e di girare l’Italia per raccontare  questo modello di coerenza, di virtù, la storia di quest’uomo affamato di giustizia. Un lavoro che sta portando i suoi frutti: ogni 11 agosto le commemorazioni sono sempre più partecipate, anche da tanti giovani, «che possono essere uno stimolo, un “inciampo”, come le pietre d’inciampo, per far prendere coscienza a molti che un futuro più libero è possibile».

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce” del 24 novembre 2023

La Voce di Ferrara-Comacchio

Ecologia. L’urgenza delle parole e delle azioni: quali passi fare insieme?

25 Ott

Il 20 ottobre nel Monastero ferrarese del Corpus Domini il primo dei tre incontri organizzati dal Circolo Laudato si’: una trentina le persone presenti (due soli maschi) per pregare assieme e condividere timori, idee, progetti e speranze

Il venir meno dell’equilibrio naturale, della pace fra gli uomini e col resto del creato. E, parallelamente, il venir meno di una consapevolezza sulle conseguenze che determinate scelte di vita – personali e collettive – possono avere sull’esistenza di ognuno, compresa quella delle generazioni che verranno.

È così, senza infingimenti, che la sera del 20 ottobre scorso si è svolto il primo incontro di preghiera e condivisione proposto dal Circolo diocesano “Laudato si’” in collaborazione con le Sorelle Clarisse. I restanti incontri si svolgeranno il 9 febbraio sul tema “La sobrietà” e il 19 aprile su “La cura”. Tema del primo incontro (alla presenza di 30 persone), invece, è stato “L’urgenza”.

Al Monastero del Corpus Domini di Ferrara è stato un alternarsi di silenzi e parole parche, profonde, sincere. Ed è emerso come l’urgenza stia anche nel bisogno di condividere timori, progetti, speranze, domande. Tutti frutti sani di un’importante risonanza interiore.

L’incontro è iniziato coi vespri in chiesa, durante la quale si è svolta anche una piccola processione in cui alcuni partecipanti hanno portato davanti all’altare tre immagini emblematiche delle conseguenze dell’azione nociva dell’uomo sul creato. A seguire, vi è stato un momento di condivisione nel coro. Diversi gli interventi alternati a letture di brani tratti dalla “Laudato si’” e dalla “Laudate Deum” di Papa Francesco. «Dobbiamo farci carico della nostra casa comune e divenire consapevoli della nostra meschinità, piccolezza, delle tante vite usurpate, rovinate», è stato un primo intervento. «Che in noi possa crescere la consapevolezza della brevità del tempo che ci rimane». Da qui, l’urgenza di agire: «il tempo si è fatto breve, non possiamo più dormire». 

«A me colpisce tanto l’indifferenza verso questi problemi e verso i più poveri, nonostante i segni dell’emergenza siano sempre di più», è invece la preoccupazione di un’altra persona. «Forse, questa, è una tendenza a rimuovere il problema per continuare a vivere serenamente. Vorrei che fossimo capaci di cambiamento, anche attraverso questo nostro piccolo Circolo Laudato si’».

Ma – è emerso da altri interventi – «come posso pormi io davanti all’enorme drammaticità di questi problemi? Oltre ai nostri piccoli passi, quali passi significativi fare insieme?». Considerando, anche, come questa consapevolezza ecologica «è relativamente recente». Ora però, «c’è molta più attenzione su questi temi e più atti concreti». Serve «perseveranza», «costanza», non solo il compiere azioni, ma renderle anche durature, dare loro continuità. E serve non dimenticare il peso dei piccoli gesti personali, perché anche dall’unione di questi nasce quella «massa critica» fondamentale per cambiare le nostre società. Ma perché tutto ciò non si riduca a mera pulizia all’interno del nostro universo di benessere, serve fare due passi innanzitutto dentro di sé: «tornare a stupirsi davanti alla bellezza e riuscire ad ascoltare il lamento del prossimo». Senza questo, quindi senza la Grazia di Dio, si rischia di rimanere nell’ambito mondano della pura rivendicazione.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce” del 27 ottobre 2023

La Voce di Ferrara-Comacchio

Nessuno può toglierci la nostra umanità, ci insegna Etty Hillesum

9 Mar

La mostra dalle Clarisse presentata il 1° marzo: «dobbiamo sempre cercare di scoprire questo debordare dell’umano, la positività nel reale»

Nulla ci viene strappato per sempre. Se immersi nell’orrore e nella miseria di un campo di concentramento, questa certezza è possibile solo grazie a un’assurda e smisurata fede.

È la fede di cui era piena Etty Hillesum, ebrea olandese deportata ad Auschwitz, dove muore il 30 novembre 1943 all’età di 29 anni. Di questo legame intimo con l’Assoluto, Etty lasciò traccia in un lungo Diario e in diverse Lettere (edite in Italia da Adelphi).

Fino al 9 marzo è possibile avvicinarsi al cammino di fede e di umanità di Etty grazie alla mostra realizzata dal Meeting di Rimini nel 2019 ed esposta nel coro del Monastero del Corpus Domini di Ferrara. La mostra è visitabile ogni pomeriggio dalle 15.30 alle 17.45. Per le visite guidate è possibile contattare Elisabetta Urban (cell. 351-5512283) o Giorgio Irone (3348045353), due giovani del CLU – Comunione e Liberazione Universitari di Ferrara. Negli stessi orari è possibile visitare la cappella del forno, alle ore 18 partecipare al Vespro e alle 18.30 alla Celebrazione Eucaristica. 

La mostra è stata presentata la sera del 1° marzo, davanti a una 40ina di persone, da uno dei curatori, il giornalista e scrittore Gianni Mereghetti, affiancato da Elisabetta Urban e Giorgio Irone. Proprio dal CLU è nata l’idea di portare l’esposizione dalle Clarisse. Una proposta nata grazie al fatto che da un po’ di tempo gli universitari di CL la Scuola di Comunità la svolgono proprio nel Monastero di via Campofranco.

Quello spiraglio di positività sempre da scoprire

Qualsiasi cosa accada non ci possono togliere nulla, non possono toglierci la nostra umanità: «questo pensava, viveva Etty Hillesum», ha spiegato Mereghetti.

«Etty ci insegna il metodo dell’ascoltare la realtà, per comprendere le cose vere», nella loro verità. «Un ascolto possibile solo nel pieno coinvolgimento».

Nel 1941 avviene l’incontro decisivo della propria vita, quello con lo psico-chirologo Julius Spier. È lui che la aiuterà ad ascoltarsi nel profondo, «ad aprirsi all’altro e a Dio in maniera autentica». Da qui la certezza che dentro la realtà «c’è sempre qualcosa di positivo, uno spiraglio di positività. Dobbiamo sempre cercare di scoprire questo debordare dell’umano». Di conseguenza, il compito che d’ora in poi si darà, sarà quello di «dissotterrare nel cuore dell’altro la positività della vita, di disseppellire Dio».

Nel campo di transito di Westerbork, dove Etty lavorerà come assistente sociale prima di essere deportata ad Auschwitz insieme ai genitori e al fratello Mischa, «non troverà solo miseria e disperazione» ma anche, nelle persone lì costrette, «un desiderio di bene e una grande umanità». Un “ascolto”, anche questo, fatto col cuore, tipico di chi «ha sempre vissuto l’impatto col reale, non difendendosi da esso ma vivendolo fino in fondo».

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” dell’11 marzo 2022

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Sr. Elena Ester, che ha scelto di “stare nel grembo di Dio”

3 Giu

La mattina del 1° giugno nel Monastero del Corpus Domini di Ferrara si è svolta la celebrazione per la professione temporanea di una giovane novizia

OLYMPUS DIGITAL CAMERAUna tappa indimenticabile del cammino vocazionale di una novizia. La mattina del 1° giugno scorso sr. Elena Ester ha professato i “voti semplici” nel Monastero delle clarisse del Corpus Domini di via Campofranco. Particolarmente emozionante il momento della consegna del velo, della Regola e del crocifisso alla giovane suora. Nell’omelia, Fra Enzo Maggioni – ministro provinciale dei frati minori francescani del Nord Italia, che ha presieduto la liturgia – ha preso le mosse da una domanda apparentemente scontata: “tutti nasciamo in un grembo caldo e accogliente, quello materno, e al tempo stesso siamo nel grembo della storia, di un tempo nel quale ci è dato vivere”. Siamo anche in un grembo più grande, “in Dio, che ci ha creati per puro dono, per pura grazia, la matrice originaria di ognuno è un dono assoluto, immeritato”. Per questo possiamo fare “esperienza di essere dentro una vita bella, che non viene dal nulla, ma da un dono e va verso un dono”. La vita è dunque questa “gestazione, questo processo che ci porta a essere davvero noi stessi, sempre alla luce di Gesù Cristo”. Solo da qui può scaturire quella “speranza vera, che nessuno può toglierci, anche se, certo, il cammino è faticoso”. Per questo è importante non dimenticarsi di porci davanti al Signore pregando così: “Signore, i tuoi desideri sono i miei”, cercando cioè di essere “in comunione con Lui”. “Le nostre sorelle, anche quelle di questo Monastero – ha concluso -, hanno il compito di rendere evidente ciò che è importante per ognuno, cioè di renderci attenti alla dimensione della fede, senza abbandonarci al materialismo oggi così diffuso”. Prima della conclusione della Messa, sr. Elena Ester ha salutato e ringraziato tutti i presenti. A seguire, vi è stato un piccolo rinfresco nel giardino del Monastero.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 7 giugno 2019

La Voce di Ferrara-Comacchio

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