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Ecologia e nonviolenza: un cammino di trasformazione personale e collettiva

7 Ott

Nel mese del Sinodo per l’Amazzonia, sono stati circa 150 i presenti nei due incontri del XXIV Convegno di Teologia della Pace svoltosi a Ferrara il 2 e 3 ottobre scorsi. Tanti i relatori, credenti (Piero Stefani, Emanuele Casalino, Giuliano Ferrari) e non credenti (Paolo Cacciari e Daniele Lugli). Il 2 ottobre si è tenuto anche l’ultimo incontro del “Tempo del Creato”

a cura di Andrea Musacci

mahatma-gandhi-a.900x600Dove trovare il giusto equilibrio tra la necessità di una resistenza alla catastrofe climatica che incombe su di noi, e il rispetto dei principi della mitezza e della nonviolenza? Questo è solo uno degli interrogativi emersi dal XXIV Convegno di Teologia della pace, svoltosi a Ferrara il 2 e 3 ottobre sul tema “La mitezza darà un futuro alla terra? Per una ecologia e nonviolenza integrali”, ispirato al passo delle Beatitudini, “I miti erediteranno la terra” (Matteo 5,5). L’appuntamento è stato organizzato da diverse associazioni (Pax Christi, SAE, Banca Etica, AC, ACLI, AGESCI, Movimento Rinascita Cristiana, Ferrara Bene Comune, MASCI), dall’Ufficio diocesano per la pace e la cura del creato, l’Ufficio diocesano ecumenismo e per il dialogo interreligioso, la Chiesa Battista di Ferrara, e con il patrocinio del Comune di Ferrara.

Fra il testo biblico e la “Laudato si’ ”

OLYMPUS DIGITAL CAMERAIl saluto iniziale del primo dei due incontri – svoltosi mercoledì 2 alla presenza di un’ottantina di persone nella sala parrocchiale di Santa Francesca Romana (in via XX settembre) – è spettato a don Andrea Zerbini, il quale si è soffermato sul ricordo di mons. Elios Giuseppe Mori (1921-1994) a cui, insieme ad Alberto Melandri, è stato dedicato il Convegno. Per l’occasione, è stato stampato e distribuito un piccolo opuscolo con alcuni passi di mons. Mori sul tema dell’ecologia e della pace. Il primo intervento ha visto Piero Stefani relazionare sul tema del Convegno: nella Bibbia la terra è promessa ai discendenti di Abramo, al popolo, dunque i padri trasmettono “qualcosa che non possono possedere”. E’ una terra, dunque, “che si eredita, che si accoglie, che mai dovrebbe essere conquistata”. Anche se spesso è proprio così, e questo, certamente, “non fa della Bibbia un testo ecologico”. Dall’altra parte, nel racconto biblico, “Dio ha cacciato alcuni popoli dalla terra che abitavano perché l’hanno resa impura: da qui l’idea, già presente, che stare sulla terra comporti un certo stile di vita”. Fondamentale per capire il versetto delle Beatitudini (Mt 5,5) è il Salmo 37, dove i giusti, i poveri e i miti “sono coloro che alla violenza non reagiscono con la violenza”, ma anche “coloro che prestano denaro, che aiutano chi ha bisogno”. Insomma, “sono coloro che confidano nella volontà di Dio”. Un’analisi dell’enciclica “Laudato si’” di Papa Francesco dal punto di vista di un “laico e agnostico” (come lui stesso si definisce) è stata poi tentata da Paolo Cacciari, scrittore, giornalista ed ex deputato, storico esponente ambientalista. Nell’aprile 2018, Cacciari insieme ad altri ha dato vita all’associazione “Laudato si’ – Un’alleanza per il clima, la terra e la giustizia sociale”, basata sulla lettera–appello sottoscritta da 160 attivisti e intellettuali, fra cui don Luigi Ciotti, don Virginio Colmegna, Erri De Luca, Luigi Ferrajoli, Grazia Francescato, Raniero La Valle, Gad Lerner, Luigi Manconi, Dacia Maraini, Luca Mercalli, Tomaso Montanari, Moni Ovadia, Francesca Re David, Paolo Rumiz, Wolfgang Sachs, Alex Zanotelli, Luca Zevi e padre Mussie Zerai. Un primo grande merito della Laudato si’ – “nella quale il Papa riconosce l’importanza dei movimenti ambientalisti degli ultimi decenni e critica i vari negazionismi” sul tema della crisi climatica – per Cacciari, è di aver “riconciliato un’analisi scientifica della realtà con un’attenzione etica e, direi, metafisica”. Centrale nell’enciclica è il concetto di “ecologia integrale”, da intendere nel duplice senso di “ecologia non superficiale, non piegata a ragioni di marketing o di business”, e nel senso ancora più profondo di “correlata alle questioni sociali, economiche, strutturali. Sarebbe, però, riduttiva una lettura solo ambientalista della Laudato sì”, ha proseguito il relatore: infatti, “questa conversione ecologica sempre più urgente, non può essere affrontata solo da un punto di vista fisico, biologico, o meramente tecnologico. Occorre invece una rivoluzione culturale e spirituale profonda, cercando di immaginare la nostra vita al di fuori delle regole del mercato, della logica capitalista del commercio, del profitto e della competizione”, di questa “economia che uccide”. Per Cacciari non bisogna abbandonarsi a una sterile lamentosità, ma cercare “controegemonie culturali, vere e concrete. La stessa Chiesa dovrebbe essere meno ambigua sulle tematiche legate alla crisi ecologica”. Dal testo biblico aveva preso l’avvio Stefani nel suo intervento e col testo biblico si è chiusa la prima giornata. Cacciari ha infatti criticato il versetto di Genesi 1,28 (“Dio li benedisse e disse loro: «Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra; soggiogatela e dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente, che striscia sulla terra»”). “Penso invece – ha concluso – che bisogna superare ogni forma di antropocentrismo, di specismo e, insieme, di androcentrismo, contrapponendo una forma di ’sacralizzazione’ della natura, iniziando a considerare i suoi beni non totalmente a disposizione degli esseri umani. Va quindi modificata la stessa concezione di esseri umani, pensandoci come interrelati con il resto della natura”.

La pace passa attraverso il sorriso, la testimonianza, la fede e la meditazione attiva: la tavola rotonda svoltasi il 3 ottobre dalle Clarisse

relatoriNel Monastero del Corpus Domini di Ferrara, nel dopocena di giovedì 3 ottobre, si è svolto il secondo appuntamento del Convegno di “Teologia della pace”. Sul rapporto fra ecologia e nonviolenza hanno discusso, moderati da Piero Stefani, Daniele Lugli (Presidente onorario del Movimento nonviolento), Emanuele Casalino (pastore della Chiesa Battista di Ferrara) e Giuliano Ferrari (monaco de “I Ricostruttori nella preghiera” di La Spezia. Lugli ha relazionato sul tema “Ferrara città nonviolenta?”, partendo da un ricordo di Alberto Melandri, insegnante, coordinatore del CIES – Centro informazione e educazione allo sviluppo, rappresentante dell’associazione Cittadini del mondo, scomparso il 10 giugno scorso a 69 anni. Così, dal suo “sorriso ambulante” (la definizione è della figlia di Melandri) Lugli ha proposto ai tanti presenti (una 70ina) una “carrellata” di testimoni della nonviolenza, tutti, come Melandri, portatori di “un sorriso accogliente”. Il pensiero è andato innanzitutto a Silvano Balboni, ferrarese classe ’22, morto giovane, nel ’48, per una grave malattia, organizzatore anche nella nostra città dei Convegni sul problema religioso, un’originale forma di dialogo fra credenti (di ogni confessione) e non credenti, ai quali partecipavano anche alcuni sacerdoti, fra cui mons. Elios Giuseppe Mori (a cui è stato dedicato questo Convegno di Teologia della pace, insieme ad Alberto Melandri). Pietro Pinna (1927-2016), il primo obiettore di coscienza al servizio militare in Italia per motivi politici, è un altro “portatore”, secondo Lugli, di un sorriso indimenticabile, “segno di un animo nonviolento, nonostante una vita difficile, gli arresti e le critiche, contento comunque di non aver ucciso altri esseri umani”. Proseguendo, il relatore ha ricordato il sorriso di don Giuseppe Stoppiglia, ex parroco di Comacchio, deceduto il 24 settembre scorso, da lui conosciuto personalmente nella città lagunare alla fine degli anni ’60, “ritrovato” dopo 30 anni, e rincontrato nel 2016 in occasione della cittadinanza onoraria assegnatali proprio a Comacchio. Infine, un ricordo di Aldo Capitini, padre fondatore del Movimento nonviolento italiano, teorico della nonviolenza come apertura degli esseri all’esistenza nella sua interezza, senza però ’sacralizzare’ la natura. “Anche le varie Chiese Battiste italiane hanno prodotto negli anni diversi documenti ufficiali dedicati alla questione ecologica”, ha spiegato invece Casalino, spostando quindi il discorso sull’altro termine contenuto nel tema della serata. Si può partire dalla fine degli anni ’90 del secolo scorso, per fare un breve excursus, quando la Federazione delle Chiese evangeliche nel nostro Paese ha istituto una Commissione apposita sull’ambiente. “Nel giardino di Dio non ci sono rifiuti” è invece il nome del documento di quest’anno che segue diversi altri dal 2014 in poi. In quest’ultimo si denuncia come “l’attuale sistema di produzione e di consumo non faccia che generare rifiuti, compromettendo così il futuro e generando disprezzo verso il Creato”, con lo scarto anche degli esseri umani. La stessa lotta portata avanti da Greta Thunberg è, secondo Casalino, “frutto di una visione integrale della questione ecologica, che chiede quindi un cambio del sistema di produzione, non all’interno del sistema stesso”. Dopo aver citato importanti documenti sulla crisi ecologica, redatti da Legambiente e dall’IPCC (il Gruppo intergovernativo ONU di esperti sul cambiamento climatico) sulle responsabilità dell’uomo nell’aumento della temperatura media globale e di alcuni stravolgimenti all’ecosistema globale, Casalino ha riflettuto su come dovremmo ragionare da credenti: innanzitutto, prendiamo atto come nelle stesse comunità cristiane – delle varie confessioni – “se da una parte c’è una sempre maggiore consapevolezza, dall’altra molti cristiani tendono ancora a ignorare e a sottovalutare il tema”, se non addirittura a negarlo. Da qui il pastore ha proposto alcune considerazioni. Innanzitutto, l’importanza a suo dire di “riflettere su come, da cristiani, confessiamo la nostra fede in un Dio che è anche creatore di tutte le cose, così riconoscendo la centralità del Creato nella struttura dell’esperienza di fede. Ciò purtroppo, però, non ha impedito che anche Paesi dove il cristianesimo era dominante, si siano resi responsabili dell’attuale crisi ecologica”, con, ancora oggi, “diversi ambienti religiosi che sono veri e propri complici di questa situazione, strumentalizzando lo stesso testo biblico”. Un’altra causa della concezione errata di parte del mondo cristiano sul “dominio del creato” nasce, secondo il relatore, nel XII secolo quando si inizia a passare “da un’idea di Dio-Amore a una di Dio come potenza assoluta”, dalla quale deriverebbe la concezione dell’uomo, essendo a Sua immagine, come “colui che poteva disporre della natura per mandato divino”. Legata a questo grave errore, quello di “un’escatologia cristiana sempre più apolittica e sempre meno messianica”. Per Casalino, dunque, oggi è più che mai necessaria “una deontologia ambientale specifica da parte delle Chiese cristiane, non dimenticando mai che il problema non si può affrontare da soli ma collaborando con tutte le donne e gli uomini di buona volontà, sia delle altre religioni sia non credenti”. Nell’ultimo intervento della serata, Ferrari ha innanzitutto posto una domanda: “chiediamoci non solo quale terra i miti erediteranno, ma anche quale terra loro stessi contribuiranno a costruire”. Da qui l’esempio di Gandhi (ricordiamo che il 2 ottobre era il 150esimo anniversario dalla nascita e la Giornata annuale mondiale della nonviolenza) e di altre figure – dall’Oriente o dall’Occidente -, veri e propri “germogli di una società e di un’umanità non violenta, semi che ci sono ancora oggi e che, se alimentati, crescono, come nel caso di Greta Thunberg o di Carola Rackete”. L’importanza di un approccio spirituale alla questione della difesa del Creato è stata quindi al centro dell’intervento del monaco: “sono gli occhi che devono aprirsi per vedere al di là delle apparenze, per vedere il divino nella realtà”, e dunque rispettarlo e amarlo. “Noi occidentali siamo tecnologicamente molto avanzati ma spesso non abbiamo questa capacità di visione, di vedere oltre, di vedere avanti. Il nostro – ha concluso Ferrari – dev’essere un cammino di coscienza, una trasformazione prima personale poi collettiva che ci unisca al mondo animale, vegetale, all’intero creato e al divino”.

Con S. Francesco per amare i doni di Dio

Un profondo momento di preghiera per concludere nei migliori dei modi il “Tempo del Creato”. Nel tardo pomeriggio dello scorso 3 ottobre, il Monastero del Corpus Domini di Ferrara ha ospitato il terzo e ultimo appuntamento del mese dedicato alla cura del Creato, in concomitanza con i primi vespri della Festa di San Francesco d’Assisi, da 40 anni patrono dei cultori dell’ecologia. Dopo l’incontro del 1° settembre al porto di Gorino e quello del 13 al Santuario del Poggetto, questa volta è toccato alla nostra città – per la precisione alle Clarisse di via Campofranco – di ospitare questo momento di preghiera, con la meditazione tenuta da fra Paolo Barani dei Conventuali di Bologna, intervenuto dopo il racconto del transito del Santo di Assisi. Santo che, fino all’ultimo, ha invitato tutti a lodare Dio: “anche nel momento di maggiore sofferenza, aveva la lode nel cuore, l’ebbe fino all’ultimo respiro”. Nell’agonia che lo porterà alla morte terrena, nell’ospedale di San Salvatore, vicino Assisi, in una piccola cella, fra i topi, “sentiva la presenza del Signore”, presenza che gli ispirò il celeberrimo “Cantico di Frate Sole” (o “Cantico delle creature”). Questa sua divina capacità di vedere l’eterno in ogni creatura, ha proseguito fra Paolo, “è segno che Dio stesso ama le sue creature come vive, mai come mere cose morte, inermi”. Creato che, in quanto tale, non ha e non può avere nessuno scopo specifico, “nessuna utilità, solo di essere riflesso della bellezza, della bontà e dell’amore assoluti di Dio, riflesso che noi possiamo contemplare” per meglio conoscere l’Eterno. In conclusione, prima del saluto finale di don Francesco Viali, direttore dell’Ufficio Diocesano per la Salvaguardia del Creato, il Vescovo mons. Perego ha spiegato come il fazzoletto di terra adagiato davanti all’altare dalle sorelle Clarisse, “ci ricorda la nostra creaturalità e dunque il nostro legame profondo con la terra, che spesso però devastiamo, dimentichiamo, non riconosciamo come ricchezza. Il Sinodo per l’Amazzonia – ha concluso – serve anche a ricordarci come gli esseri umani non debbono sacrificare la terra per i propri interessi utilitaristici, ma guardarla con gli occhi della povertà, del rispetto, della gioia e del ringraziamento”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” dell’11 ottobre 2019

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Grido della Terra, grido degli ultimi: riflessione sul Sinodo per l’Amazzonia

30 Set

Alcuni spunti a partire dalle parole chiave del Sinodo per l’Amazzonia, in programma dal 6 al 27 ottobre in Vaticano: le lotte dei poveri della Regione, l’aiuto della Chiesa, la necessità di una conversione integrale

a cura di Andrea Musacci

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Una perenne minaccia

“La Terra, Casa comune, nostra sorella “protesta per il male che le provochiamo, a causa dell’uso irresponsabile e dell’abuso dei beni che Dio ha posto in lei. Siamo cresciuti pensando che eravamo suoi proprietari e dominatori, autorizzati a saccheggiarla”

(Papa Francesco, Laudato si’, 2)

Solo pochi mesi fa, Michelle Bachelet, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, in un discorso al Consiglio dei Diritti Umani dell’Onu a Ginevra, ha definito la deforestazione in Amazzonia ”una catastrofe umanitaria” per le popolazioni indigene che vivono nella foresta, con ”un impatto terribile per tutta l’umanità”. Gli incendi – ancora più terribili per via della loro natura dolosa – sono in aumento: 1700,8 km quadrati sono stati persi solo lo scorso agosto, più del triplo rispetto ai 526,5 di un anno fa. La deforestazione dell’Amazzonia nell’estate appena trascorsa è cresciuta del 300% ad agosto rispetto allo stesso mese del 2018, e di quasi il 100% nei primi otto mesi del 2019. Gli esperti prevedono che possano superarsi i 10mila chilometri quadrati di vegetazione rasa al suolo. Le cause, come denunciato da attivisti e dalla stessa Chiesa, sono da rintracciare nella logica divoratrice e violenta di un sistema economico che ragiona solo in termini di profitto, spalleggiato dalla connivenza di un sistema politico corrotto: allevamenti intensivi, monocolture (soprattutto soia), estrazioni minerarie incontrollate, legname, tutto rientra in questo vortice distruttivo e autodistruttivo, del quale tutti pagheremo, in misura sempre maggiore, le conseguenze. “Uno sviluppo tecnologico ed economico che non lascia un mondo migliore e una qualità di vita integralmente superiore, non può considerarsi progresso”, è scritto nella Laudato si’, 194. E’ notizia di due settimane fa, il progetto “Barone di Rio Branco” – rivelato dalla testata “The Intercept” – preparato dal governo brasiliano, che ”prevede incentivi per grandi lavori pubblici (costruzione di una centrale idroelettrica, estensione dei collegamenti autostradali e postamento di popolazione verso la regione) che attraggano popolazioni non indigene di altri regioni del Paese, perché si stabiliscano in Amazzonia e aumentino il contributo del Nord del Paese nel Pil nazionale”. L’obiettivo di Bolsonaro è di opporsi a quello che percepisce come il pericolo di una penetrazione cinese e all’influenza della Chiesa cattolica e degli ambientalisti.

Ma non manca nella stessa Chiesa un’autocritica profonda: “chiedo umilmente perdono – sono parole del Papa -, non solo per le offese della propria Chiesa, ma per i crimini contro le popolazioni indigene durante la cosiddetta conquista dell’America” (“Terra, casa, lavoro”, Papa Francesco, ed. Ponte alle Grazie, 2017 – di seguito: TCL). La sfida della Chiesa intera e di tutte le donne e gli uomini di buona volontà, è dunque quella di salvare il territorio amazzonico dal “degrado neocolonialista” (Instrumentum laboris 56 del Sinodo – di seguito: IL), da questo “modello di sviluppo economico predatore, genocida ed ecocida” (IL). Bisogna “sensibilizzare la comunità alle lotte sociali, sostenendo i diversi movimenti sociali per promuovere una cittadinanza ecologica e difendere i diritti umani” (IL 135). “La causa più profonda della crisi mondiale socio-ambientale è strettamente collegata con il modello dominante di sviluppo che il mondo ha adottato” (“Il Sinodo per l’Amazzonia”, Claudio Hummes, ed. San Paolo, 2019 – di seguito: H), per questo il Sinodo “affronterà la sfida di formulare e promuovere nuovi modelli di sviluppo” (H). I tanti attivisti dimostrano come “i poveri non solo subiscono l’ingiustizia ma lottano anche contro di essa! […] I poveri non aspettano più e vogliono essere protagonisti” (TCL – I° discorso ai movimenti). Lotta che spesso ha il prezzo della vita: non si contano ormai gli attivisti caduti per difendere l’Amazzonia, spesso trucidati da bande armate al soldo di qualche imprenditore o potente locale.

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“Dal dentro e dal basso”

Sono diversi i motivi per i quali l’Amazzonia può rappresentare un laboratorio per l’intera Chiesa universale. Quest’ultima, infatti, può e deve imparare da questi popoli. Può imparare a decentrarsi, a fare spazio e a salvare luoghi, comunità, ricchezze. “L’Amazzonia – o un altro spazio territoriale indigeno o comunitario – non è solo un ubi (uno spazio geografico), ma anche un quid, cioè un luogo di significato per la fede o l’esperienza di Dio nella storia. Il territorio è un luogo teologico da cui si vive la fede ed è anche una fonte peculiare della rivelazione di Dio. Questi spazi sono luoghi epifanici dove si manifesta la riserva di vita e di saggezza per il pianeta, una vita e una saggezza che parlano di Dio” (IL 19). Può e deve imparare ad ascoltare quella Chiesa periferica, povera, spesso dimenticata, non condannandola ad attendere in eterno che qualcun altro, dal centro, gli “consegni” le parole da pronunciare: “ascoltare implica riconoscere l’irruzione dell’Amazzonia come nuovo soggetto. Questo nuovo soggetto, che non è stato sufficientemente considerato nel contesto nazionale o mondiale né nella vita della Chiesa, è ora un interlocutore privilegiato” (IL 2). È dunque importante “un processo di conversione ecologica e pastorale per lasciarsi interrogare seriamente dalle periferie geografiche ed esistenziali” (IL 3). Periferie che sorprendono, spronandoci a trasformarci: la visione dei popoli indigeni è quella del “buon vivere”, cioè di “vivere in armonia con sé stessi, con la natura, con gli esseri umani e con l’essere supremo” (IL 13). Fin dalla Conferenza di Aparecida del 2007, spiega Papa Francesco, “abbiamo acquisito una consapevolezza molto più viva dell’errore fuorviante del liberalismo americano, che si esprime nel principio: ‘tutto per il popolo, ma nulla con il popolo’ ” (“America Latina. Conversazioni con Hernán Reyes Alcaide”, Papa Francesco, ed. San Paolo, 2019 – di seguito: AL). “Non esiste – prosegue nell’intervista – cambiamento reale e duraturo se non parte ‘da dentro e dal basso’. Questa è la chiave dell’Incarnazione […]. Purtroppo anche alcuni settori della Chiesa sono incapaci di capire questo dinamismo” (AL). Si chiede dunque “di approfondire una teologia india amazzonica già esistente, che permetterà una migliore e maggiore comprensione della spiritualità indigena per evitare di commettere gli errori storici che hanno travolto molte culture originarie” (IL 98). La vita quotidiana dei popoli indigeni, infatti, “è testimonianza di contemplazione, cura e rapporto con la natura. Loro ci insegnano a riconoscerci come parte del bioma e corresponsabili della sua cura oggi e nel futuro” (IL 102). È dunque importante “riconoscere la spiritualità indigena come fonte di ricchezza per l’esperienza cristiana” (IL 123).

Una Chiesa dal volto amazzonico

“Attraverso l’ascolto reciproco dei popoli e della natura, la Chiesa si trasforma in una Chiesa in uscita, sia geografica che strutturale; in una Chiesa sorella e discepola attraverso la sinodalità” (IL 92), è scritto ancora nel documento presinodale. “Una Chiesa dal volto amazzonico”, “missionaria dal volto locale esprime l’avanzamento nella costruzione di una Chiesa inculturata, che sappia lavorare e articolarsi (come i fiumi dell’Amazzonia) con ciò che è culturalmente disponibile, in tutti i suoi campi d’azione e presenza” (IL 114). Di conseguenza, “il soggetto attivo dell’inculturazione sono gli stessi popoli indigeni” (IL 122); inculturazione che “non pregiudica la fede, ma arricchisce la sua comprensione e la sua pratica nella vita. Promuove la diversità nell’unità” (H). Infatti, “i semi di verità e di bene, che tutte le culture posseggono, dimostrano che da sempre Dio è stato presente in esse e si è manifestato attraverso le loro espressioni. Sono impronte di Dio che devono essere scoperte da parte dell’evangelizzatore” (H). “A volte mi rendo conto – sono parole di Papa Francesco – che non è facile dire che nella Chiesa non ci sono regioni di prima o di seconda classe, ma soltanto espressioni culturali diverse. In alcuni Paesi e in talune Chiese locali sembra che sia diffusa una certa qual percezione di superiorità” (AL). Superare questa supponenza significa passare da una “pastorale della visita” a una “pastorale della presenza” (IL 128): “è necessario passare da una ‘Chiesa che visita’ ad una ‘Chiesa che rimane’, accompagna ed è presente attraverso ministri che emergono dai suoi stessi abitanti” (IL 129).

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Nuovi sacerdoti e donne

A tal proposito, due sono i nodi delicati su cui si discuterà nel Sinodo. Il primo, riguarda la possibilità di ordinare sacerdoti alcuni indios sposati: “si chiede che, per le zone più remote della regione, si studi la possibilità di ordinazione sacerdotale di anziani, preferibilmente indigeni, rispettati e accettati dalla loro comunità, sebbene possano avere già una famiglia costituita e stabile, al fine di assicurare i Sacramenti che accompagnano e sostengono la vita cristiana” (IL 129). Il Sinodo, spiega Hummes, “dovrà affrontare una sfida di portata storica”, il fatto che “la grande maggioranza delle comunità periferiche delle città amazzoniche, ma ancora di più le comunità disseminate” ovunque, “e, in particolare, le comunità di indios soffrono della mancanza quasi totale dell’Eucarestia per vivere la propria vita cristiana. I momenti di culto domenicale, salvo rare eccezioni, non possono avere la celebrazione della Santa Messa, sono soltanto Liturgie della Parola. Non ci sono sacerdoti per celebrare la Messa” (H). L’altra questione riguarda la necessità di “identificare il tipo di ministero ufficiale che può essere conferito alle donne, tenendo conto del ruolo centrale che esse svolgono oggi nella Chiesa amazzonica” (IL 129). Una rinnovata conversione missionaria La posta in gioco è dunque molto alta, non riguarda solo l’Amazzonia, non riguarda solo il versante ecologico, e nemmeno solo la Chiesa. Riguarda l’intera umanità e l’uomo nella sua integralità. Se non ci si dimentica che “né il papa né la Chiesa hanno il monopolio dell’interpretazione della realtà sociale né la proposta di soluzioni ai problemi contemporanei”, ma “la storia la costruiscono le generazioni che si succedono nel quadro dei popoli che camminano cercando la propria strada e rispettando i valori che Dio ha posto nel cuore” (TCL – II° discorso ai movimenti), “oggi non possiamo fare a meno di riconoscere che un vero approccio ecologico diventa sempre un approccio sociale […], per ascoltare tanto il grido della terra quanto il grido dei poveri” (Laudato si’ 49). Una conversione, questa, doverosa per ogni cristiano: “dobbiamo anche riconoscere che alcuni cristiani impegnati e dediti alla preghiera – scrive il Papa nella Laudato si’ – […], spesso si fanno beffe delle preoccupazioni per l’ambiente […]. Manca loro dunque una conversione ecologica […]. Vivere la vocazione di essere custodi dell’opera di Dio è parte essenziale di un’esistenza virtuosa, non costituisce qualcosa di opzionale e nemmeno un aspetto secondario dell’esperienza cristiana”. (Laudato si’, 217) L’auspicio è dunque che questa “conversione missionaria e pastorale sia realizzata dalla Chiesa nel mondo intero” (H) e che questo Sinodo possa “diventare un momento forte per riaccendere le speranze frustate e per superare i sentimenti di impotenza”, avendo “il compito di riaccendere la passione missionaria, rinnovare la certezza e la gioia della chiamata di Dio alla missione” (H).

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 04 ottobre 2019

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Non si arresta l’onda verde

30 Set

Dal “j’accuse” di Greta Thunberg all’ONU al milione di giovani in piazza in tutta Italia (anche a Ferrara) e nel mondo. Uniti in un solo grido: salviamo il pianeta

_9398“Avete rubato la mia infanzia e i miei sogni con le vostre parole vuote eppure io sono una delle persone più fortunate. Le persone stanno soffrendo, le persone stanno morendo, interi ecosistemi sono al collasso… e tutto quello di cui riuscite a parlare sono i soldi, le favole su una continua crescita economica. Come vi permettete?. […] Gli occhi delle generazioni future sono puntate su di voi”. Sono alcuni dei passaggi dell’ormai storico discorso che Greta Thunberg, 16enne svedese ispiratrice del movimento mondiale “Fridays for Future”, ha pronunciato lo scorso 23 settembre durante il Summit ONU sul clima. In attesa che capi di stato e di governo la prendano sul serio, ad ascoltarla sono stati venerdì 27 settembre (e il venerdì precedente) milioni di giovani e adulti in tutto il mondo, dei quali più di un milione nel nostro Paese. Anche a Ferrara, circa 2mila persone sono scese in piazza (foto) – soprattutto studenti, ma anche diversi insegnanti – per il terzo Sciopero del clima, dopo quelli del 15 marzo e del 24 maggio scorsi. Ma cosa chiedono questi giovani? Le loro richieste non sono nuove, i movimenti ambientalisti e parte delle forze politiche le propongono da anni. Ma più passa il tempo, più queste richieste diventano urgenti: raggiungimento dello 0 netto di emissioni a livello globale nel 2050 e in Italia nel 2030, per restare entro i +1.5 gradi di aumento medio globale della temperatura; un forte rilancio delle energie rinnovabili, per elettricità e trasporti, sostanziosi interventi per il risparmio e l’efficienza energetica, per i consumi civili e industriali, un rafforzamento della gestione sostenibile delle foreste, misure di contrasto al consumo di suolo, il taglio dei 16 miliardi di incentivi ai combustibili fossili, nonché un taglio ai sussidi agli allevamenti e altre attività agricole non sostenibili economicamente e ambientalmente; il riuso, il ripristino e la messa in sicurezza delle infrastrutture e dei territori; un processo di rigenerazione energetica del patrimonio edilizio; nei trasporti è necessario puntare a una rilevante riduzione dei consumi di benzina, gasolio e gas, offrendo alternative efficienti a milioni di pendolari; investire nelle città e nel trasporto pubblico, ripensare la fiscalità per ridurre e spostare la mobilità verso l’elettrico puro e a zero emissioni.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 04 ottobre 2019

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Clima, grave è la situazione sotto il cielo (ma non irrisolvibile)

27 Mag

Il “meteorite” Homo Sapiens ha provocato e continua a provocare danni enormi all’ecosistema. Ma c’è ancora speranza. Un Seminario il 25 maggio in Municipio a Ferrara per denunciare, proporre azioni concrete e immaginare un’informazione differente

climaIl giusto equilibrio tra l’urgenza di una denuncia e di una sensibilizzazione che sia forte, e, dall’altra parte, la necessità di non creare paralizzanti timori nelle persone, ma di far loro comprendere come la situazione del nostro pianeta è sì molto seria ma non per questo affrontabile e migliorabile. E’ stata questa la linea che i diversi relatori alternatisi la mattina di sabato 25 maggio in Municipio a Ferrara, hanno privilegiato. Nella Sala del Consiglio Comunale si è svolto il Seminario pubblico dal titolo “Cambiamenti climatici e informazione: i ruoli e le azioni possibili di istituzioni, cittadini e media”. L’incontro, moderato dal Responsabile Ufficio Stampa del Comune, Alessandro Zangara, è stato organizzato dall’Ordine Giornalisti e della Fondazione Giornalisti dell’Emilia-Romagna insieme all’Ufficio Stampa stesso e in collaborazione con l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA) e il Museo civico di Storia Naturale di Ferrara. “Il clima, certo, da sempre subisce modificazioni significative, anche nel nostro territorio, ma in questo periodo storico è importante analizzare i co-effetti dell’azione della natura e di quella dell’uomo”, ha esordito Stefano Mazzotti, ricercatore e responsabile del Museo di Storia Naturale locale. “Dagli anni ’80 del secolo scorso l’uomo ha immesso nell’atmosfera molta più CO2 rispetto a prima”. Per questo, gli scienziati dovrebbero “alzare la voce”, farsi sentire di più riguardo a questa vera e propria “crisi climatica, a questa situazione davvero drammatica, descritta come tale da innumerevoli riviste scientifiche almeno dal 2015. Sempre più frequenti e acute saranno situazioni come quelle vissute nel nostro Paese di bruschi cali di temperatura in stagioni primaverili, o, al contrario, com’è accaduto a inizio maggio, di temperature di 30° in Siberia e di 15° in Groenlandia. Fino al 2050 è previsto a livello globale un aumento di 2°, ma potrebbero essere anche di più”, ha proseguito Mazzotti. “E’ già in atto l’estinzione di diverse specie animali (insetti, anfibi, piccoli mammiferi e coleotteri, ad esempio), con tutte le ulteriori conseguenze di ciò sull’ecosistema. Risulta poi che l’estinzione di alcune speci di vertebrati sia 114 volte più veloce rispetto al passato. L’Homo Sapiens – ha concluso – è paragonabile a un meteorite sul pianeta terra per quello che sta scatenando”. Alessandro Bratti, direttore generale dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (ISPRA), ha scelto, invece, di porre maggiormente l’accento sui cambiamenti positivi da parte di cittadini e istituzioni nell’affrontare il problema. “L’Unione Europea – ha spiegato – si è posta l’obiettivo di riduzione delle emissioni climalteranti di almeno il 20% entro il 2020 e di almeno il 40% entro il 2030 (per l’Italia del 33%, in quanto varia da Paese a Paese), rispetto al 1990. Nel 2017 la temperatura media in Italia risultava maggiore di 1,30° (+1,20° a livello globale), mentre dal 1981 l’aumento era di 0,36°”. Due, però, sono i dati positivi: “nel nostro Paese nel primo trimestre del 2019 si registra una diminuzione di emissioni di gas serra pari allo 0,4%, grazie soprattutto al decremento dei consumi di gas a livello domestico e dei trasporti, e nonostante il lieve aumento del PIL (+0,1%). Inoltre, nella nostra penisola è in aumento la quota di energia da fonti rinnovabili (dati 2016-’17). Gli effetti positivi di tutto ciò, è normale, si vedranno a distanza di anni, di decenni”. Gli ultimi due interventi della mattinata si sono concentrati sul ruolo fondamentale dell’informazione e della comunicazione. Elena Stramentinoli, redattrice della RAI, già inviata del programma d’inchiesta “Presa Diretta”, ha spiegato com’è “molto bassa la percentuale di notizie sui media riguardanti l’ambiente, e di queste una buona parte riguardano il meteo, o la cronaca”. Di solito, poi, l’informazione tratta questa tematica usando “toni catastrofici, allarmistici, calcando molto sull’emotività, mentre sarebbe importante apporofondire, spiegare meglio i vari nessi causa-effetto, non giocando sulle reazioni di angoscia e di sconforto dei cittadini” che non fanno comprendere come il tema sia complesso, la situazione grave, ma affrontabile e risolvibile. Per questo sarebbe utile proporre esempi e azioni positive, concrete, e, non meno importante, “supportate scientificamente”. Infine, l’ultimo intervento è spettato a Sergio Gessi, giornalista e docente del corso di “Etica della comunicazione” all’Università di Ferrara, il quale, fra le varie riflessioni, ha ragionato sull’importanza di avere nelle redazioni dei giornali esperti di tematiche ambientali.

“Come vivi senza colpevolezza se hai consapevolezza?”: anche a Ferrara il secondo “Sciopero globale per il clima”

2“Come vivi senza colpevolezza se hai consapevolezza?”: così recitava uno dei tanti cartelli issati da alcuni giovani studenti ferraresi la mattina di venerdì 24 maggio per il secondo “Sciopero globale per il clima”. Circa 200 ragazze e ragazzi – molte meno rispetto al primo Sciopero, a metà marzo, ma non meno “agguerriti” – sono scesi lungo le strade della nostra città per la seconda mobilitazione di “Fridays for future” volta a sensibilizzare sull’emergenza climatica, sulle cause che l’hanno provocata e sulle possibili soluzioni. Il corteo è partito da piazza Castello diretto al parco Giordano Bruno, passando per Largo Castello, corso Giovecca, via Palestro, Porta Mare, corso Ercole I d’Este, pedonale dalla Casa del Boia, viale Belvedere, corso Porta Po, via Cittadella, attraversamento viale Cavour, corso Isonzo e via Poledrelli.

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 31 maggio 2019

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Verde speranza

18 Mar

“Fridays for Future”: 2.000 persone, quasi tutti adolescenti, hanno manifestato a Ferrara per rivendicare il “diritto al futuro”, insieme a milioni di coetanei nel mondo

6184Da una piccola ragazza bionda a milioni di giovani in ogni angolo del pianeta. Proprio quel pianeta messo così a dura prova dall’atteggiamento predatorio e scellerato di coloro che dovrebbero, al contrario, esserne i custodi. Greta Thunberg, 16enne svedese, che soffre di disturbi autistici (Sindrome di Asperger, per la precisione), dallo scorso 20 agosto ha scelto, ogni venerdì, di non andare a scuola per mettersi con un cartello davanti al Parlamento svedese per chiedere a governi e multinazionali, almeno, la riduzione delle emissioni di gas serra. Una piccola goccia che presto ha inondato il mondo intero, arrivando lei stessa a intervenire durante la Cop 24 di Katowice in Polonia, la Conferenza sul cambiamento climatico organizzata dalle Nazioni Unite, e ricevendo, da parte di un gruppo di deputati norvegesi, la candidatura al premio Nobel per la pace. Uno tsunami ecologista che ha reso storica la giornata del 15 marzo scorso: quasi 1700 città sparse in 200 Paesi, sono stati “sommersi” dall’onda verde composta soprattuto da giovani, perlopiù adolescenti. A Ferrara sono stati quasi 2mila i partecipanti alla manifestazione “Fridays for Future” (questo il nome scelto): una manifestazione giovanile così grande da diversi anni non si vedeva nella nostra città, forse mai si è vista per un tema come quello ecologico. I partecipanti si sono ritrovati alle ore 9 in piazza Municipale, per poi dar vita a un lungo corteo lungo corso Giovecca, per arrivare infine a piazzale Medaglie d’oro. Una giornata preparata già da alcune settimane, in particolare dal 4 marzo quando, nel chiostro di S.Maria delle Grazie in via fossato di Mortara, studenti, associazioni e singoli cittadini si sono trovati per discutere dei temi e per gli aspetti organizzativi della manifestazione.

I dati dell’ONU

Secondo il “Global Environment Outlook 2019” (GEO-6), la più completa e rigorosa analisi della situazione mondiale dell’ambiente, realizzata dalle Nazioni Unite negli ultimi 5 anni, “i danni causati al pianeta sono così importanti che, se non verranno prese misure urgenti, la salute delle popolazioni sarà sottoposta a minacce crescenti”. Il rapporto, redatto da 250 scienziati e esperti di 70 Paesi diversi, sottolinea che “se le misure di protezione dell’ambiente non vengono considerevolmente intensificate, città e intere regioni in Asia, Medio Oriente e Africa potrebbero conoscere milioni di decessi prematuri entro la metà del secolo”. Il rapporto prevede anche che “a causa degli inquinanti presenti nei nostri sistemi di acqua dolce, la resistenza anti-microbica diventerà la prima causa di decesso entro il 2050 e che “i perturbatori endocrini danneggeranno la fertilità degli uomini e delle donne, così come lo sviluppo dei bambini”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 22 marzo 2019

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(foto Francesca Brancaleoni)

Sostenibilità ambientale, se ne parla a Villa Bighi con gli esperti

26 Nov

14907585_2135539786671909_8801853626115975775_nOggi e domani a Villa Bighi a Copparo è in programma la rassegna “Innesti. Voci e visioni di sostenibilità ambientale”, organizzata dal Centro Studi Dante Bighi in collaborazione con GruppoZero. Si tratta di una rassegna interamente dedicata al tema “ambiente”, con varie attività dedicate sia al mondo dei piccoli che a quello degli adulti: laboratori per bambini, proiezioni di film, tavole rotonde con ospiti locali e internazionali, una mostra fotografica e due aperitivi base di vini biodinamici e prodotti della terra a km zero. Le iniziative sono tutte gratuite, con ingresso a offerta libera.

Questo il programma di oggi: dalle 9 alle 12, “Pirati per un giorno!” laboratorio per bambini a cura di Sea Shepherd. Alle 16 apertura mostra fotografica a cura di Sea Shepherd, alle 16.30 presentazione Operazione Siracusa e Operazione Pelagos con proiezione docufilm sui problemi dell’agricoltura industriale.

Alle 17.30 confronto a più voci sulla pesca di frodo e sulle forme per preservare l’ecosistema. Alle 18.30 aperititivo curato da GruppoZero. Domani, invece, alle 17.30 dibattito sui nuovi comportamenti di vita a impatto minimo. Una tavola rotonda moderata dal giornalista Matteo Bianchi, con ospiti che presentano le loro esperienze e le loro visioni di futuro partendo dall’impegno profuso in vari ambiti. Alle 19.30, aperitivo con degustazione vini biodinamici naturali, e infine alle 20.30 proiezione del film, in collaborazione con Cinema Boldini, “Voices of Transition”, regia di Nils Aguilarin, 2012.

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 26 novembre 2016

«Prima avevo un vuoto incolmabile, ora trasmetto la mia fede con l’arte»

15 Giu

Qui la mia recensione della mostra di Cinquino a Idearte.

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Claudio Centin (Cinquino) insieme a Vasco Rossi e la sua opera “Ricordi” a lui dedicata

Fino a sabato 18 giugno è possibile visitare la mostra “Quando l’arte si rifiuta” di Claudio Centin, detto “Cinquino”, nell’Idearte Gallery in via Terranuova, 41 a Ferrara.

Ma chi è Cinquino? Per vent’anni è stato un importante progettista e designer nell’ambito artistico-artigianale della moda e degli accessori per rock star. Alcune sue creazioni sono state indossate da artisti come Vasco Rossi, Ligabue, Renato Zero, Zucchero, Axl Rose, Sting, Bob Geldof. Nel 2002 decide di abbandonare il mondo della moda rock per dedicarsi all’attività di scultore, realizzando opere appartenenti alla corrente “Gospel Art”, per le quali utilizza materiali di recupero.

Come ha raccontato,«ad un certo punto della mia vita, che per certi versi poteva apparire invidiabile, ho deciso di lasciare quel tanto aspirato traguardo, perché, nonostante quello che potevo sembrare, dentro di me c’era un vuoto che nessun tipo di “bella vita” poteva colmare». Una presa di coscienza difficile, per nulla scontata: «quando ti guardi dentro, lì non c’è finzione o fuga, sì perché in quell’ambiente spesso si scappa dalla realtà o dalla delusione o meglio ancora dall’amarezza che quel “sogno” ti dà», racconta Centin.

«A un certo punto ho invocato l’intervento di Dio e ho cominciato a leggere e poi conseguentemente a studiare la Bibbia. La mia prima mostra, non a caso, l’ho voluta intitolare “Fatiche, lacrime e vittoria”», prosegue l’artista, che ora fa parte della Chiesa Evangelica. La spiegazione non lascia spazio al dubbio: «Fatiche per raggiungere quello che ho raggiunto, lacrime perché è il prezzo da pagare, e, paradossalmente anche per lasciare, nonostante a decisione già fatta, si, ci sono volute fatiche e lacrime anche per lasciare ma poi la vittoria, la vittoria nell’aver trovato il senso della vita. Ora, posso tranquillamente affermare che ho in cuore tanti, tanti, bei ricordi, ma nessun tipo di pentimento per la scelta fatta, ora il mio obiettivo è cercare di trasmettere la mia esperienza di fede con l’arte».

Andrea Musacci