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Tra guerra e comunismo: mons. Ruggero Bovelli mediatore e riconciliatore

9 Mag

Il vescovo di Ferrara nei difficili anni dal ’45 all’immediato dopoguerra: il suo impegno per la fine dei bombardamenti, la lotta al comunismo, la convivenza coi “rossi” locali. In un incontro a Ferrara, le sue diverse anime 

Tra dialogo e denuncia, la figura di mons. Ruggero Bovelli, vescovo di Ferrara dal 1929 al 1954, emerge sempre di più – grazie a  nuove ricerche – come figura carismatica e decisiva nel periodo della Liberazione. Per questo, lo scorso 28 aprile la sede dell’Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara (vicolo S. Spirito) ha ospitato l’incontro dal titolo “Un vescovo tra la guerra e il dopoguerra: Ruggero Bovelli e i giorni della Liberazione”. Si è trattato del secondo incontro dopo quello svoltosi nella stessa sede lo scorso novembre: ne abbiamo parlato in un articolo uscito su La Voce del 28 novembre e che potete trovare anche a questo link: https://www.lavocediferrara.it/il-vescovo-bovelli-guida-nel-turbine-della-guerra0/

Il 28 aprile l’incontro è stato introdotto dal nostro vicario generale mons. Massimo Manservigi e ha visto gli interventi dello storico Andrea Rossi, di Riccardo Piffanelli, archivista della nostra Arcidiocesi e di Alessandro Accorsi, giovane studioso e collaboratore del nostro Archivio storico diocesano. «Allora Gesù disse loro di nuovo: “In verità, in verità vi dico: io sono la porta delle pecore (…). Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvo; entrerà e uscirà e troverà pascolo”» (Gv 10, 7, 9). Da questo versetto del vangelo ha preso le mosse mons. Manservigi per introdurre l’incontro: «mons. Bovelli – ha detto – non difendeva un’ideologia ma salvava vite umane, mettendosi sempre in prima linea, come il Buon Pastore che dà la vita per le proprie pecore».

PUNTO DI RIFERIMENTO

Non a caso, infatti, Bovelli fu definito “pastor et defensor” di Ferrara per la sua difesa di tanti cittadini perseguitati, ebrei e dissidenti del fascismo: ad esempio, grazie a un suo duro intervento presso le autorità fasciste, fece spostare i corpi dei cittadini ferraresi uccisi all’alba del 15 novembre 1943, lasciati per tutta la mattina davanti al muretto del Castello come monito per la popolazione. 

Tornando all’incontro del 28 aprile, Rossi ha citato alcuni documenti inviatigli da Carlo Gentile, studioso dell’Università di Colonia e consulente tecnico per i crimini tedeschi a Marzabotto e in altre località. Innanzitutto, ha spiegato come «erano diversi i reparti tedeschi e alleati sparpagliati nella provincia di Ferrara»: «la decima armata tedesca aveva il suo comando a Sabbioncello San Vittore e altri comandi erano a Villa Massari a Voghenza e in altre località fuori Ferrara», come a Gambulaga, dove c’era la 26^ divisione armata tedesca. «È per questo che gli alleati insistevano in queste zone coi bombardamenti». Ed è per questo che «la figura di mons. Bovelli come punto di riferimento fu molto importante». Bovelli che fu spesso in contatto con Giuseppe Altini, Prefetto a Ferrara dal 20 luglio 1944 all’aprile 1945 (almeno fino al giorno 19).

BOVELLI DIFENDE ALTINI

Proprio dell’epistolario di Bovelli, Piffanelli ha innanzitutto citato una sua lettera del 30 giugno 1945 rivolta al governatore alleato, «lettera – ha spiegato il relatore – inviatami da Gian Paolo Bertelli e proveniente dall’Archivio di Stato. Nel nostro Archivio storico diocesano conserviamo la minuta di questo documento, nel quale Bovelli dà un suo parere riguardante una carica importante», forse quella di prefetto per il successore di Altini.

Un altro documento – sempre ricevuto da Bertelli – riguarda la deposizione di Bovelli al processo Altini nel 1946: l’allora vescovo scelse di testimoniare a favore dell’ex prefetto, spiegando (come riporta un articolo di giornale dell’epoca): Altini «si è interessato per la scarcerazione di diversi presuli», tra cui il monaco olivetano padre Gregorio Palmerini, allora parroco di San Giorgio, e don Gino Lazzari. «Nell’Archivio storico diocesano – ha proseguito Piffanelli – sono conservate diverse lettere tra Bovelli e Altini, che si scrivevano spesso, ogni settimana». 

Bovelli che nell’immediato dopoguerra molto si spese «per la riconciliazione», come testimoniato da un documento citato nella tesi della dott.ssa Fabrizia Fabbri, documento del 9 giugno 1945 in cui il Vescovo invita ad «alzare la voce e gridare un forte “basta” alla catena di sangue», dato che «la vita è un bene supremo». Di «giustizia e non di vendetta» parla quindi il presule, anche perché – come ha ricordato Rossi – «a Ferrara nel dopoguerra furono 210 i cosiddetti morti politici, e altre 60 le vittime di questo tipo ancora senza nome, perché non ne fu fatta denuncia». Di certo, come molti altri ecclesiastici del suo tempo, «forte era l’avversione di Bovelli al comunismo: nel 1948 è accorato il suo invito a non votare liste «anticattoliche», e «forte era invece il suo legame con la DC». 

BANDIERE ROSSE IN CHIESA

Piffanelli ha poi citato un documento quasi inedito del 19 giugno 1946(citato solo nella tesi di Fabbri), riguardante un fatto avvenuto nella parrocchia cittadina del Perpetuo Soccorso: durante le esequie di un comunista – che chiese i funerali religiosi -, alcuni militanti del PCI fecero ingresso in chiesa con bandiere con falce e martello. Il parroco don Camillo Pancaldi (parroco lì dal ’40 al ‘52) reagì a ciò «scatenando un diverbio e venendo minacciato» da alcuni militanti rossi. In seguito, Bovelli intervenne su questa questione scrivendo tanto a don Pancaldi quanto all’allora Segretario della Federazione provinciale del PCI: per Bovelli le bandiere comuniste in chiesa sono una «provocazione» ma richiama il parroco a «una certa comprensione» data la situazione particolare. Il Segretario comunista, invece, segnala a Bovelli come in un caso simile accaduto a Quartesana nessuno si era lamentato per le bandiere rosse in chiesa. In conclusione, il Segretario comunista «si impegnerà per il futuro di non far entrare le loro bandiere in chiesa, ma di portarle solo durante il corteo funebre».

LETTERA PER LA SALVEZZA DELLA CITTÀ

Com’è noto, fu con una lettera, consegnata il 21 aprile ’45 da don Dafne Govoni (parroco a Cocomaro di Cona dal ’35 al ‘50) al generale McCreery del Comando alleato – che si trovava a Gualdo -, che mons. Bovelli riuscì a scongiurare il bombardamento alleato su Ferrara: «All’eccellentissimo Comando Militare Alleato del Fronte Italiano – scrisse Bovelli -, in quest’ora di crescente angustia e preoccupazione, per le sorte della nostra città che fiduciosa guarda al suo avvenire di libertà e di ordine nuovo (…) Dò la mia autorevole testimonianza che ogni resistenza tedesca e fascista è morta. In nome di Dio, della cui misericordia tutti abbiamo bisogno, supplico codesto eccellentissimo Comando Alleato, di accogliere il presente appello…si salvi Ferrara ed i suoi cittadini. Ecco la parola del Pastore in difesa del gregge».

Durante l’incontro nella sede dell’Isco, dal pubblico è intervenuto Alessandro Accorsi, genero di Celestino Benini, per riferire quello storico episodio: per l’occasione, ha portato la copia di un documento, dattiloscritto con autografo di Bovelli, in cui quest’ultimo narra il fatto in modo ufficiale: «fu mio suocero, il geometra Celestino Benini – ha detto Accorsi – a consegnare la lettera di Bovelli a don Govoni», che poi a sua volta la consegnò a McCreery. Per fare quella consegna a don Govoni, «Celestino andò di notte, in moto, a Cocomaro di Cona: fu quindi un’operazione ad alto rischio». Benini fu attivo anche nella ricostruzione: nel 1948 fece il rilievo totale del fabbricato parrocchiale di Denore, colpito durante la guerra e bisognoso di restauro.

BOVELLI ANTICOMUNISTA

L’ultimo intervento è stato del giovane studioso Alessandro Accorsi (omonimo del sopracitato signore), che partendo dalla Lettera “L’ora che volge” di mons. Bovelli ha spiegato come questo nel 1948 definì «colpa grave l’assenteismo politico», cioè l’astenersi dalle urne, e come indicò – in questo che è una sorta di suo «manifesto politico» – la famiglia come «cellula fondamentale della società». Per la precisione, di quella che definisce «Città di Dio», contrapposta alla «Città di Satana». La prima, «mondo utopico», era «un luogo governato dall’ordine, dalla moderazione e dalla disciplina e fondato sull’insegnamento del Vangelo e sulla carità cristiana». Al contrario, nella seconda è lo Stato la «cellula fondamentale», che in questo quindi «si sostituisce a Dio, escludendo la religione dalla vita sociale, dominata dal materialismo, dall’edonismo sfrenato e dalla violenza». Una posizione, questa, allora in linea con quella della Chiesa: è infatti del 1949 la scomunica ai comunisti presente in un decreto della Congregazione del Sant’Uffizio e approvato da papa Pio XII.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” dell’8 maggio 2026

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Dall’assenza di Dio alla verità nella speranza. Testo intervento presentazione “Il sangue di Abele”, 17/06/2014.

18 Giu

Il-sangue-di-abele-frontIeri sera, 17 giugno, sono stato invitato a relazionare per la presentazione del libro di Padre Zef Pllumi, “Il sangue di Abele”, curato da Keda Kaceli.

Tra i relatori, oltre a me, era presente la stessa Kaceli, Fausto Tagliani e Mons. Luigi Negri, Arcivescovo di Ferrara-Comacchio. Don Massimo Manservigi ha introdotto la serata.

Questo il testo del mio intervento.

“Buonasera a tutti. Ringrazio innanzitutto Don Manservigi, Mons. Negri e Keda Kaceli per avermi invitato stasera.

C’è un grido che esce istintivo dalla bocca di Padre Zef: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?», lo stesso grido di Gesù sulla croce (Mt 27,46). E in effetti il racconto di quegli anni nell’Albania comunista sembra dimostrare in modo netto la vittoria, il dominio del male, del maligno, attraverso una visione materialista e nichilista dell’uomo. Uomo che – come nei campi di concentramento nazisti o in quelli staliniani – è ridotto a pura materia inerme, a mero oggetto da chi aveva – per usare le parole di Hannah Arendt – una «pretesa di dominio assoluto sull’uomo» (“Le origini del totalitarismo”, 599). È il male radicale, insomma. Sembra che Dio sia assente, lontano, silente.

Tanti sono gli esempi che potrei fare, descritti con coraggio e precisione nel libro: ribelli anticomunisti bruciati vivi nei fienili, le unghie dei prigionieri strappate con delle tenaglie, altri prigionieri costretti a bere la propria urina per non morir di sete, altri ancora sepolti vivi nel fango, l’uso di scariche elettriche…e mi fermo qui, ma c’è anche di peggio…«Per me tutto era solo buio e tenebra» (130), dice Padre Zef a un certo punto del libro.

Sono situazioni disumane che molti cristiani hanno vissuto e vivono ancora oggi. Alcuni cristiani, come ha ricordato Papa Francesco lo scorso 4 marzo durante un’omelia a Santa Marta, infatti ancora oggi semplicemente «sono condannati perché hanno una Bibbia. Non possono [nemmeno] fare il segno della croce».

Solo poche settimane fa l’associazione “Open Doors” (ong nata negli USA) ha pubblicato l’ennesimo rapporto sulle persecuzioni anticristiane nel mondo in un periodo di tempo limitato – dal primo novembre 2012 al 31 marzo 2014. Complessivamente, in un lasso di tempo di soli 17 mesi, nel mondo sono stati 5.479 i fedeli cristiani uccisi, con una media di 322 al mese. Tra chiese, negozi e abitazioni si contano 3.641 edifici distrutti e 13.120 atti di violenza…e c’è da considerare che queste stime sono al ribasso e non considerano paesi quasi inaccessibili dove le persecuzioni sono difficili da quantificare come Corea del Nord, Eritrea, Iran e Cina.

Anche in Occidente sempre di più cresce un ‘fastidio’ verso i cristiani, verso le radici più profonde della nostra cultura – italiana, europea e occidentale. Esistono cioè anche modi ‘non violenti’ per sradicare la religione da un popolo, da una terra, da una storia. Non voglio dilungarmi troppo su questo punto ma cito solo un passaggio – emblematico – di un’intervista rilasciata pochi mesi fa da Paolo Flores d’Arcais, filosofo e direttore della rivista MicroMega: «Va negato radicalmente – dice Flores d’Arcais – e in modo sistematico ogni ruolo pubblico delle religioni nella democrazia, perché qualsiasi [loro] ruolo pubblico minaccia e mette a repentaglio elementi essenziali del sistema democratico». Egli auspica, di conseguenza, per Dio l’«esilio dorato nella sfera privata della coscienza». Benedetto XVI in “Deus caritas est” (2009) definiva questo umanesimo che esclude Dio un«umanesimo disumano».

Eppure, nonostante tutto, tante persone come Padre Zef e come tanti cattolici albanesi, di cui il libro parla, hanno continuato fino all’ultimo a testimoniare la propria fede, non hanno abdicato al ‘pensiero unico’ che il Potere imponeva loro. Hanno, cioè, al contrario di Pilato, continuato a porsi la domanda «Che cos’è la verità?» (Giovanni 18,38). Invece, secondo molti oggi la ricerca della verità è diventata qualcosa di futile o di pericoloso per il vivere comune. La verità impaurisce il Potere, il Potere di quegli uomini che si credono Dio.

La ricerca della verità però non può non essere collegata al concetto di speranza. San Paolo, nella “Prima lettera ai Tessalonicesi” (4,13), dice loro: Non dovete «affliggervi come gli altri che non hanno speranza». La speranza, insomma, sembra poter vincere, sembra poter avere l’ultima parola sul Male.

Trattando dei primi martiri della chiesa, Benedetto XVI nell’enciclica “Spe Salvi”, parla di due basi, di due sostanze della vita dell’uomo. Dice che i martiri hanno sopportato le persecuzioni «perché comunque ritenevano questa sostanza materiale [la loro vita terrena], trascurabile. Potevano abbandonarla, perché avevano trovato una ‘base’ [una sostanza] migliore per la loro esistenza – una base – dice Benedetto XVI – che rimane e che nessuno può togliere». Questa ‘base migliore’ è la fede, una fede forte nella verità.

In conclusione,vorrei citare le parole di un giornalista [de La Stampa], Domenico Quirico, rapito il 9 aprile 2013 mentre si trovava in Siria come inviato di guerra, poi liberato l’8 settembre 2013, dopo cinque mesi di sequestro: dice di aver provato «il silenzio di Dio», ma «essendo io credente, avevo accanto a me qualcosa […]: la presenza di Dio, l’atto semplicissimo del pregare. Questa è stata presente per tutti i 152 giorni della mia detenzione: Dio era lì […], non mi ha mai abbandonato».

Ho finito, grazie a tutti.”

Andrea Musacci