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“La rosa di fuoco” spiegata da Llorens

14 Mag

10615487_804091486351364_8443380487395378745_n“Barcellona modernista, città dei prodigi” è il nome del ciclo di conferenze in programma da oggi fino al 4 giugno. Gli eventi si svolgeranno nel Salone d’Onore della Pinacoteca Nazionale (C.so Ercole I d’Este, 21) alle 17.30. Si comincia oggi con “La rosa di fuoco”, tenuta da Tomàs Llorens, curatore della mostra insieme a Boye Llorens. La grande esposizione “La rosa di fuoco. La Barcellona di Picasso e Gaudí” intende raccontare l’atmosfera infuocata ed estrosa della Barcellona di inizio ‘900. Un fervore nuovo nella scena artistica e culturale, dove spiccavano, tra gli altri, Picasso e Gaudí, sullo sfondo di una rovente tensione sociale che alimentava conflitti. Fondamentale fu anche l’Esposizione Universale del 1888, utile per il rinnovamento della città.

I prossimi incontri in programma sono il 21 maggio con Davide Lacagnina e “La Barcellona del giovane Picasso”, il 28 maggio con Valeriano Bozal e “«Mitraglia contro il popolo!» Il modernismo e la rosa di fuoco”. Infine, mercoledì 3 giugno alle 11 presso l’Aula Magna d3 del Dipartimento di Architettura (Via Quartieri, 8), Juan José Lahuerta e Marco Mulazzani parleranno di “Barcellona: architettura, “rosa di fuoco” e surrealismo”.

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 14 maggio 2015

Piano e corpo nella pittura di Henri Matisse

21 Mar

MatisseAll’interno del ciclo di conferenze “Sguardi su Matisse”, ieri alle 17.30 in Sala Estense in p.zza Municipale si è svolto l’incontro “Matisse: piano e corpo”. Gli appuntamenti sono legati alla mostra “Matisse, la figura. La forza della linea, l’emozione del colore”, in programma a Palazzo dei Diamanti fino al 15 giugno. Tomàs Llorens, storico dell’arte esperto di arte europea della prima metà del Novecento e già direttore del Museo Thyssen-Bornemisza di Madrid ha relazionato sul tema. L’analisi è partita dalla vicinanza tra Matisse e Picasso nel ruolo essenziale, e rivoluzionario, avuto nell’ambito artistico del Novecento. La svolta data dai due è stata infatti quella di “dare l’illusione dell’eliminazione della profondità, la riduzione dunque dello spazio pittorico alla bidimensionalità”. Questo approccio sfocerà poi, soprattutto negli anni ’50-’60, nell’astrattismo tipico di alcuni grandi artisti statunitensi. Tornando a Matisse e alla tendenza alla bidimensionalità, risultano decisivi gli anni ’16-’18, ispiratagli dalla pittura decorativa, periodo nel quale l’artista da Parigi si trasferisce a Nizza. Nel cosiddetto “periodo di Nizza” il pittore francese “ricerca nuovamente una pittura che si allontani dalla bidimensionalità”, recuperando la rappresentazione della volumetria dei corpi, in particolare del corpo umano. Un esempio a riguardo è l’ “Odalisca con pantaloni grigi” del ’27. Questo “ritorno nella tridimensionalità” significa per Matisse un ritorno alla pittura fiamminga (in particolare Vermeer) e a quella di Chardin. Altrettanto fondamentale, nel periodo di Nizza, risulta l’approccio, oltre che con la tecnica di Michelangelo (e il suo “Schiavo morente”), con la pittura di Cezanne, in quanto anch’essa volta alla “sperimentazione, alla ricerca di nuovi modi di rappresentare la corporeità del mondo”. Riguardo al Buonarroti, due colleghi di Matisse in particolare l’hanno accompagnato nel suo interesse per la scultura michelangiolesca: Adolf von Hildebrand e il maestro Auguste Rodin. A metà degli anni ’30, dopo un “ritorno alla bidimensionalità”, riprenderà questa ricerca sul volume, per lui così fondamentale.

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 20 marzo 2014