
Riccardo Tagliati era collaboratore de “La Voce”. È tornato al Padre a 26 anni per una malattia. Un ritratto del giovane: univa parola e presenza, costruiva ponti e a tutti parlava di Gesù Cristo
«Il volto di Cristo si riconosce attraverso l’incontro di un uomo». Queste parole che trasudano fede e consapevolezza, non le ha pronunciate una persona matura con alle spalle un lungo cammino ma un giovane ventenne in procinto di morire. Sono parole di Riccardo Tagliati, tresigallese tornato al Padre il 6 aprile 2000 all’età di 26 anni.
A lui è dedicato il libro “Sentinella della dignità dell’uomo”, quaderno Cedoc Sfr (Centro Documentazione Santa Francesca Romana, Ferrara), numero 56. Volume curato dalla storica Miriam Turrini e che raccoglie diversi ricordi e gli articoli da lui scritti per “La Voce di Ferrara-Comacchio”. Sì, perché Riccardo non sapeva scindere Vangelo e giornalismo. Il libro è stato presentato lo scorso 28 settembre nella chiesa di Tresigallo e si può scaricare gratuitamente in pdf da qui: https://santafrancesca.altervista.org/biblioteca.html
Riccardo, nato a Torino il 30 luglio 1974, era un ragazzo speciale: il suo amico Stefano Squarzina sulla “Voce” così spiegò l’atteggiamento di Riccardo anche durante l’ultimo periodo all’ospedale S. Anna: «Chi andava per confortare ne usciva confortato».
Studente, portatore del morbo di Cooley, Riccardo vivrà perlopiù a Tresigallo. Figlio maggiore di Lorenzo e Laura (il fratello più piccolo si chiama Alessandro), nel ’90 perde il padre. Iscritto all’Itis di Ferrara, inizia a frequentare la sua parrocchia, dove conosce e ammira fin da subito don Guglielmo Bambini (tornato al Padre nel 2006). «Riccardo – scrive Turrini nel libro – vi respirò un clima di allegria ed ebbe la possibilità di condividere pensieri, aspirazioni, domande e riflessioni profonde e difficili sul senso della sofferenza, della vita e della morte, sull’amicizia e sul divertimento». Frequentò poi anche il movimento di Comunione e Liberazione.
Purezza e schiettezza erano due tratti caratteristici del giovane. Come ben riassume Turrini, le coordinate del suo essere giornalista furono «una lettura del proprio tempo, un invito appassionato alla responsabilità, la decisione personale di seguire la propria via, la manifestazione esplicita del proprio pensiero e delle proprie scelte». Non si limitava a criticare il conformismo e l’individualismo nichilista di molti suoi coetanei ma sapeva che il vivere è qualcosa di profondamente positivo perché siamo figli di Colui che ci ama. Per questo, Riccardo cura e difende la vita, in ogni suo istante; riguardo all’aborto scrive: «Nemmeno nel luogo da sempre più accogliente, sotto il cuore della madre, si può stare tranquilli (…). È bastato l’embrione per mettere in crisi l’intera struttura sociale del mondo occidentale. Questo perché la società moderna di fatto è razzista (il dolore e la sofferenza sono scomodi, così come i bambini e gli anziani) e tende ad emarginare chi è più debole ed indifeso».
Ma la sua non è una postura ideologicamente anti-modernista: chi ama davvero la vita, non si chiude in un fortino ma sa riconoscere sempre il bene, il vero e il bello, ovunque si manifesti: «vagliare ogni cosa e trattenere il positivo», invitava a fare.
Partendo, però, sempre da quell’evento che tutto ha reso trasparente: l’Incarnazione. «Il Natale è il miracolo della carità – scrive -, è Dio amore che pianta la tenda in mezzo a noi, perché l’amore prenda vita, diventi visibile e cammini nella storia».
Come giornalista, Riccardo iniziò a scrivere alcuni articoli di cronaca per “La Nuova Ferrara”, mentre dal ’94 al ’99 collaborò con “La Voce di Ferrara-Comacchio”, fino al ‘97 sotto la direzione di don Ivano Casaroli, poi di don Massimo Manservigi. Per il nostro Settimanale scrisse più di 90 articoli. Collaborò anche con “Avvenire”. La sua “consacrazione” l’ebbe partecipando nel ’97 come cronista della “Voce” alla GMG a Parigi. Proprio don Manservigi nel suo testo di presentazione del volume scrive: «Era evidente che avrebbe desiderato “esserci” perché là si sarebbe svolto qualcosa da non perdere assolutamente».
Riccardo era parola e presenza, sguardo critico ma mai distruttivo. Cercava Dio, lo amava in Cristo, lo testimoniava a chi incontrava, sapendo che «ognuno con il proprio nome» è da Lui chiamato. Riferendosi ancora alla GMG di Parigi scriveva con una lucidità e una maturità disarmanti: «Via tutte le futilità, via i fardelli che impediscono al cuore di amare, via la noia, via ciò che rende schiavi; un unico desiderio poter vedere ed incontrare Gesù che passava di lì», come Zaccheo.
E non fu un fuoco di paglia, per lui, la Francia: «La nostra diocesi ha bisogno di carica, le nostre vie, le nostre piazze, i nostri luoghi di ritrovo devono essere contagiati».
Un’energia che travalicò le Alpi, e che travalica gli anni, arrivando fino a noi. Facciamola nostra.
Andrea Musacci
Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 15 ottobre 2026
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