
“Da Monet a Van Gogh a Kandinsky”: un racconto della mostra a Palazzo Diamanti
Non fatevi ingannare dal titolo della mostra a Palazzo dei Diamanti a Ferrara: in parete troverete poco degli artisti citati ma potrete ammirare molto di più. “Da Monet a Van Gogh a Kandinsky. Nuovi sguardi sulla natura e la modernità” si intitola l’esposizione visitabile fino al 10 gennaio. Un lungo percorso tra XIX e XX secolo, attraverso le trasformazioni del paesaggio.
L’opera di Kuytenbrouwer “Rocce vicino alle Gole d’Apremont” (1848) mostra nubi nere all’orizzonte, corvi sulle rocce, una serpe. È il perturbante della natura, incombente palcoscenico. Ma l’uomo è natura, tanto col proprio corpo quanto coi frutti del proprio ingegno, non può essere solo un occhio esterno, “scientifico”. Questo distacco è solo illusorio, rappresenta l’inganno del potere, del dominio sui corpi e su tutto ciò che umano non è. Inganno che la modernità renderà dovere e principio. Natura è anche mistero e terrore, ma misurarci con essa, controllarla senza dominarla è per ognuno di noi un grande esercizio di umiltà contro i dannosi propositi di totale autodeterminazione.
Si arriva poi nella sala dei Macchiaioli dove le opere donano una sensazione di persistente ariosità e luce. Con l’impressionismo il paesaggio torna però a dominare rispetto alla figura umana e tutto inizia a farsi più sfumato, perde nitidezza. Il soggetto scomparso, riemerge nel sentimento dei colori vivaci e nella crescente indeterminatezza.
Passano i decenni e l’atmosfera da rarefatta si fa dura, cupa e tagliente: siamo con la cosiddetta Scuola dell’Aia. Nel “Ritorno della scialuppa di salvataggio” (1876) di Mesdag, in fondo al mare, una vela si definisce, minuscola, pare una piccola croce. Ma col postimpressionismo e il divisionismo si perderà sia la pura, placida immagine bucolica quanto il cupo mistero. I “Due cavalli bianchi” (c. 1881-86) di Boldini, col loro muso sofferente e sfigurato in un grido muto, sono l’ultima lancinante immagine prima dello shock della modernità. In quest’epoca, il volto scompare a favore delle luci, dell’acciaio, del clamore. Poi riappare, ma dietro la patina della moda, dello sfarzo, del divertissement come regola sociale. Nella Ballata finale (1893) di Toulouse-Lautrec torna minuscola, sullo sfondo, quella piccola croce vista in Mesdag. Ma la modernità è ormai esplosa, e non sembra esserci possibilità di ritorno: nell’opera “Incuneandosi nell’abitato” (1939) di Crali, la persona è al centro ma di spalle, senza volto. La tela, all’inizio del percorso satura di alberi, ora lo è di edifici. Con Crali, l’uomo è destinato a schiantarsi, a perdere la propria anima in questo paesaggio distopico. L’angoscia di un mondo senza Dio emerge con crudezza anche nei grigi paesaggi urbani di Sironi: in una delle opere in mostra, troviamo due figure in primo piano ma defilate, lui col viso contratto, lei con gli occhi abbassati. In una dei due, una torre è a croce. Ma ne “L’addio” (1917) di Bucci il congedo sembra essere dal sacro. Ora le foreste sono più che mai di acciaio, disegnate con maniacale precisione e triste freddezza.
Andiamo diretti verso l’astrazione. La pecora, la rosa, l’albero, il cavallo: i vari autori, per rappresentarli li scompongono e li geometrizzano. Il paesaggio urbano – ad esempio di Feininger in “Weimar alta” (1921)– ha ormai la stessa fisionomia di un bosco, ma senza incanto. Ora, quello rappresentato è un oggetto che la mente sa solo restituire in una semplificazione artefatta, sempre meno sperimentabile coi sensi, non più famigliare. In uno spazio vuoto, asettico troviamo, infine, solo Mondrian e le «fondamenta delle cose»: nella sua “Composizione N. II” (1929), ogni riferimento è perduto, non rimane che appoggiarsi a una minuscola striscia bianca “lasciata” dall’autore in basso sulla destra, segno di un’imperfezione, forse di una possibile apertura.
Andrea Musacci
Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 15 ottobre 2026
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