LE TORRI VUOTE DI FERRARA.Daniele, Imad, George, Amara, Ona e Alessio: gli sfollati del Grattacielo parlano pubblicamente di mancanze e responsabilità. E intanto il caso è arrivato in Parlamento. Inoltre, il racconto di Anna Rossi, ex residente al Grattacielo che ora vive a Lisbona
di Andrea Musacci
Sono giorni di sospensione per gli abitanti del Grattacielo di Ferrara, nonostante la dura accettazione di uno sgombero che han dovuto subire, contro ogni logica di umanità. Una sospensione abitata – oltre che dall’incertezza per il futuro -, dalla tentazione della rassegnazione e dall’altra parte dalla volontà di continuare a lottare per la propria dignità e per difendere un diritto fondamentale. Noi ciponiamo alcune domande: delle responsabilità dell’attuale Sindaco Fabbri e della sua Giunta abbiamo parlato e continueremo a parlare; ma siamo sicuri che il Prefetto e la Regione abbiano fatto tutto ciò che era in loro potere?Senza considerare anche le responsabilità di chi ha amministrato Ferrara prima di Fabbri, sia sul tema Grattacielo sia sulla questione abitativa in città. E continuiamo a chiederci: dove sono finiti buona parte degli sfollati, quelli non aiutati né da Caritas né da Viale K né da ASP? E molti sfollati ora aiutati che fine faranno fra 2 settimane/1 mese/6 mesi?
Il 17 febbraio a Palazzo Madama, sede del Senato, si è svolta una conferenza stampa indetta dalle sen. Ilaria Cucchi (AVS) e Sandra Zampa (Pd) e dalla deputata Stefania Ascari (M5S), che hanno anche presentato un’interrogazione parlamentare al Ministro dell’Interno Piantedosi e al Ministro della Protezione Civile Musumeci. Nel testo si chiede ai due se «intendano acquisire da Comune e Prefettura una relazione su gestione dell’emergenza, comunicazioni ai residenti, pianificazione e tempistiche tecniche di ripristino dell’agibilità, anche alla luce dell’apertura di accertamenti giudiziari»; «quali misure urgenti si intenda attivare, d’intesa con Comune, Prefettura e Regione Emilia-Romagna, per garantire che nessuna persona sfollata resti priva di una sistemazione sostenibile nel breve e medio periodo». La conferenza stampa si è svolta in collegamento con Ferrara, dove nella sede di via C. Goretti erano presenti anche alcuni sfollati. Il giorno dopo, il 18, è stata la Sala ex Refettorio di via Boccaleone a Ferrara ad ospitare l’assemblea pubblica organizzata da “Cittadini del mondo” con diversi sfollati e, in tutto, 150 presenti (foto). Ricordiamo che il 26 febbraio è in programma l’udienza al TAR per valutare il ricorso contro l’ordinanza comunale di sgombero. E il 7 marzo a Ferrara si svolgerà una manifestazione regionale.
I GIORNI DELLO SGOMBERO. Il nostro racconto delle giornate che rimarranno nella storia di Ferrara: l’angoscia, lo spaesamento, la speranza. I sorrisi che a fatica tornano: le storie degli sfollati
di Andrea Musacci
Giorni di dramme e di speranze, inimmaginabili fino a poco tempo fa. Il non sapere, da quella notte maledetta del 10-11 gennaio con l’incendio alla torre B, se e quando quella che è stata la tua casa lo sarà di nuovo. E poi le ordinanze comunali, l’obbligo di sgombero, la tanta solidarietà ma anche dall’altra parte il cinismo e l’indifferenza di molti.
Questo racconto lo voglio iniziare dall’alba di giovedì 12 febbraio, quando a partire dalle ore 7 si è svolto il previsto sgombero delle torri A e C, dopo che la torre B era già stata fatta evacuare. Le previsioni meteo non indicavano pioggia, ma pioverà anche, una pioggia fine e implacabile su borse, trolley e sporte. Alla fine, la rete di carità – vera anima di Ferrara – ha ridato sorrisi a quelle centinaia di persone: una 50ina di adulti (e non solo) grazie a Caritas Diocesana sono andati nella struttura ex San Bartolo appena fuori città (grazie a un accordo di comodato temporaneo con AUSL Ferrara), donne e minori sono accolti grazie all’ASP in strutture apposite, altri in strutture di “Cittadini del Mondo” e Viale K in via Mura di Porta Po (col doposcuola di Viale K che a sua volta ora è ospitato nella sede dell’ANMIG Ferrara in via Cesare Battisti, 23).
L’INCENDIO, L’ANGOSCIA, LO SGOMBERO
I fatti – lo ricordiamo – sono precipitati l’11 gennaio con l’incendio alla base della Torre B, le fiamme partite da un quadro elettrico. Circa 200 gli evacuati, 20 gli intossicati. Era solo l’inizio del dramma collettivo per 500 persone, delle quali 367 straniere, oltre a diversi bambini, anziani e ad alcuni invalidi. Una parte di loro ha trovato “rifugio” da amici e parenti, altri han deciso di tornare nei propri Paesi d’origine (diversi dell’Africa, o Pakistan), altri ancora sono stati aiutati da Viale K. Nonostante le notifiche dell’ordinanza comunale di lasciare il proprio appartamento siano state recapitate in giorni diversi, lo sgombero è stato concentrato (e in molti casi anticipato) al 12-13 febbraio; il motivo è semplice: non ci sono più soldi per pagare la sorveglianza h24 dei vani contatori, prescritta dopo l’incendio. E la mattina del 13 febbraio le forze dell’ordine hanno «completato le operazioni tecniche di chiusura dell’immobile mediante cancelli», come han spiegato dal Comune. Era però impossibile per molte persone trovare un appartamento in affitto, data la scarsità di alloggi (causa “invasione” da anni di studenti universitari fuori sede, e anche per colpa di quegli appartamenti – sempre più – che in molti proprietari – per speculare – affittano solo per brevi periodi); poi ci sono i prezzi sempre più alti degli affitti e in alcuni casi le discriminazioni razziali e l’essere identificati come “quelli del Grattacielo”, quindi come delinquenti.
Continua a leggere sul sito della “Voce”:
Quitrovate la prima parte della mia inchiesta sullo sgombero e la prima accoglienza.
È un vizio antico – anzi, intrinseco – del potere quello di manipolare il linguaggio a proprio piacimento, adulterando le parole per ingannare coloro che vuole dominare, oltre a sé stesso. Un sistema come quello in cui siamo immersi deve quindi manipolare termini fondamentali: primo fra tutti, “libertà”. Di questo e molto altro si è discusso nel pomeriggio dello scorso 4 febbraio nella libreria Libraccio di Ferrara, in occasione della presentazione del libro di Carlo Iannello “Lo stato del potere. Politica e diritto ai tempi della post-libertà” (Meltemi ed., 2024), incontro a cura di Macrocrimes. Iannello è docente di Diritto costituzionale, Diritto pubblico dell’economia, Diritto dell’ambiente e Biodiritto. L’incontro è stato introdotto e moderato da Claudio Maruzzi:«la politica – ha detto – fa solo politiche al servizio del mercato: questo è il neoliberismo».
«Dagli anni ’70 del secolo scorso il mercato ha esondato, conquistando tutti gli ambiti della società», è quindi intervenuto Paolo Veronesi (Dipartimento Giurisprudenza UniFe): «dalla scuola e l’università alla sanità, dal mondo del lavoro alla giurisdizione, dalle carceri al welfare e alla fiscalità». E con disuguaglianze non solo che permangono ma «in continuo aumento», di certo non mitigate da grandi e piccole liberalizzazioni e privatizzazioni. Una visione, questa neoliberista, «di certo non avvallata dalla Costituzione italiana». Sul versante del potere statale, si è «neutralizzato il suo ruolo finalizzato alla giustizia sociale e alla tutela della persona che aveva nel secondo dopoguerra, si sono svuotati i partiti e accentrato il potere nell’esecutivo», ha proseguito Veronesi. Di conseguenza, il conflitto sociale per chi difende questa ideologia non può che diventare «il nemico», ed è la stessa società a non esistere più, ma solo «individui isolati illusi di essere liberi». In questo contesto, facilmente «il sistema emergenziale», d’eccezione, «può diventare ordinario». A livello continentale, l’Unione europea è «rimasta a metà del guado, rischiando così di annegare», e lo stesso concetto di riformismo è stato «snaturato». A dominare sono, a livello globale, «i gigacapitalisti, che possiedono risorse e quindi potere maggiori rispetto agli Stati e agli organismi sovranazionali. Non bisogna però rimpiangere la vecchia forma dello Stato, che come tutte le costruzioni umane è destinata a morire, ma pensare», o perlomeno anelare a «un’Europa come soggetto costituzionale e poi a una “Costituzione della Terra”» (si vedano al riguardo le analisi di Luigi Ferrajoli).
«Alla base di queste mutazioni negative indotte negli ultimi decenni dal neoliberismo vi è un ben preciso orientamento ideologico», nessun fatalismo o automatismo, ha rincarato Orsetta Giolo (Dip. Giurisprudenza UniFe). Il neoliberismo – ha aggiunto – è «volontà di affermazione del mercato sulla politica e sul diritto», ma il neoliberismo «ha bisogno del diritto», ha torto chi dice che lo nega; la differenza è che «lo stravolge», dandogli la forma che gli serve. Forme pre-moderne; assistiamo, infatti, a una «ri-feudalizzazione della politica e del diritto:non esiste più nessuna universalità, la persona non è più al centro. Il diritto è servile nei confronti del mercato e violento nei confronti di tutti gli altri, che diventano sudditi, non più cittadini».
E a proposito delle basi ideologiche, Iannello ha esordito citando i suoi principali teorici, Friedrich von Hayek e Milton Friedman, quest’ultimo consigliere fidato di Pinochet nel Cile dove si mise fine in maniera cruenta all’esperimento di Allende di coniugare socialismo e democrazia. Riprendendo alcuni dei temi discussi da chi l’ha preceduto, Iannello ha riflettuto su come il diritto neoliberale di per sé «crea disuguaglianze» e «ha al centro la realizzazione di grandi monopoli globali, non le libertà collettive, non i diritti sociali». Ma la stessa libertà del singolo – fatta eccezione per pochi (ma poi, è vera libertà la loro?) – è «un’illusione, è il grande inganno nascosto dietro espressioni quali “imprenditore di sé stesso” o “capitale umano”», espressioni «dell’autosfruttamento» tipico del neoliberismo, per cui spesso si perde la capacità di cogliere le vere «fonti dello sfruttamento».
Un dibattito vivo e fruttuoso, dunque, quello a Libraccio, che ha visto anche una buona partecipazione di pubblico. Aggiungiamo solo una piccola nota finale: forse il Novecento ha dimostrato che è impossibile un’alleanza o convivenza tra democrazia sostanziale e capitalismo, dato che il secondo inevitabilmente finirà per divorare il primo, in quanto di per sé senza limiti, mentre una vera democrazia si fonda sul limite e la ricerca del suo senso.Di conseguenza, sarebbe forse più utile abbandonare utopiche costituzioni globali e chiamare col proprio nome le fondamenta strutturali (non contingenti) di un sistema globale da un secolo e mezzo fondato sul profitto, la competizione, lo sfruttamento (delle persone, delle comunità, del creato) e l’alienazione.
Andrea Musacci
Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 13 febbraio 2026
Il 6 febbraio a San Giacomo ap. l’incontro organizzato dal laicato cattolico. 150 i presenti per non cedere alla propaganda della paura. Dati, analisi e speranze
In un’Europa e un Occidente sempre più dominati da nere nubi di guerra globale, di narrazioni tossiche sul riarmo e la necessità nucleare, servono momenti, luoghi parole di speranza;ma di una speranza concreta, fattiva, che smuova le singole coscienze e le collettività.
Un tentativo importante in questo senso è stato compiuto, ancora una volta, dalle laiche e dai laici cattolici della nostra città, che hanno organizzato per la sera del 6 febbraio scorso l’incontro pubblico “Armare la pace o disarmare la guerra?”. Nel salone parrocchiale di S. Giacomo ap. all’Arginone sono intervenuti Chiara Bonaiuti, ricercatrice all’Istituto di Ricerche Economiche e Sociali della Toscana e presso OPAL (“Osservatorio permanente sulle armi leggere e le politiche di sicurezza e difesa”), e Carlo Cefaloni, redattore di Città nuova (rivista del Movimento dei Focolari) e coordinatore del gruppo di lavoro “Economia disarmata”, promosso proprio dai focolarini. L’incontro promosso da Azione Cattolica Ferrara-Comacchio, Acli provinciali di Ferrara, Ass. Comunità Papa Giovanni XXIII – Ferrara, Masci Ferrara, Movimento dei Focolari, Pax Christi Punto pace Ferrara, ha visto un’ampia partecipazione, ca. 150 persone, fra cui un gruppo di giovani.
Dopo il saluto iniziale del Presidente diocesano di AC Alberto Natali, Dario Maresca ha introdotto gli interventi: «assistiamo al ritorno della violenza a livello globale», ha detto.La politica deve dunque «tornare protagonista», politica che è fatta «di tante piccole e grandi scelte», dall’alto e dal basso. «Non rassegniamoci alla deriva bellicista, ma scostiamo il velo della narrazione dominate, curåando le parole che usiamo».
Sono 2718 i miliardi di dollari spesi in armi nel mondo (dati 2024), di cui il 37% spesi dagli USA, il 17% dall’UE, il 12 dalla Cina e il 6 dalla Russia. Con questi dati drammatici ha esordito Bonaiuti. «Ed è in continua crescita anche la vendita di armi da USA e UE, anche verso Paesi dove i diritti umani non sono rispettati». Venendo al nostro Paese, dal 2014 al 2024 gli investimenti in armi sono aumentati del 190%, dati destinati a crescere grazie al piano RearmEurope e al 5% del PIL in armi che ci chiede la NATO. «Una percentuale – quest’ultima – normalmente spesa da un Paese in guerra». Nel complesso, ha dichiarato lo scorso ottobre il Commissario UE alla Difesa Andrius Kubilius, «noi europei investiremo, entro il 2035, circa 6.800 miliardi di euro nella difesa, di cui il 50% per quella effettiva». Bonaiuti ha poi dimostrato come – secondo analisi scientifiche – investire in armi non faccia aumentare il PIL e non sia conveniente a livello occupazionale: «spendendo 1 miliardo in armi si creerebbero 3mila posti di lavoro; con la stessa cifra, se ne creerebbero il triplo tanto in ambito ecologico quanto in quello sanitario, e 11mila in istruzione». Al contrario, «nei Paesi UE-NATO nulla cresce come le spese militari, e anzi le spese per il welfare diminuiscono e aumentano le privatizzazioni». Insomma, alimentare l’industria delle armi vuol dire alimentare «un circolo ristretto, fatto di relazioni tra pochi e che richiedono soldi», delloStato, «sempre maggiori». Senza pensare come questa corsa al riarmo non faccia aumentare solo il peso economico-finanziario di queste industrie belliche ma anche «il loro peso nei confronti del potere politico, spingendolo sempre più a intraprendere iniziative militari». Senza dimenticare «il forte impatto ambientale dell’industria bellica, l’attenuarsi delle norme sulla responsabilità delle imprese e la sicurezza sul lavoro».A crescere sono i guadagni in Borsa dei grandi (enormi) fondi di investimento – BlackRock, Vanguard, State Street – nelle armi (di questi parliamo anche a pag. 13 riguardo al sistema immobiliare). Azioni che «aumentano non appena la Commissione UE annuncia nuovi investimenti nel settore».
Ma questa corsa al riarmo oltre che ingiusta – direttamente (per le vittime che crea) e indirettamente (per i soldi tolti a cura, istruzione e tutele sociali) – , è anche inutile, in quanto è stato dimostrato che «non ha nessun effetto deterrente», anzi «non fa che aumentare la tensione, avvicinare il rischio nucleare, impaurire i popoli vicini». Serve – ha concluso Bonaiuti – «immaginare pensieri, politiche, soluzioni alternative, un futuro diverso», per «non rassegnarsi al presente».
Dall’incubo nucleare è però partito Cefaloni:Lo scorso 5 febbraio «è scaduto – e non è stato rinnovato – il Trattato New Start tra USA e Russia», che «detengono quasi il 90% dell’arsenale globale». Ne consegue che le due parti «non sono più vincolate all’impegno di limitare il numero delle testate e ad accettare un complesso sistema di ispezioni, scambio di dati e comunicazioni reciproche». Oggi domina la «narrazione della paura, è difficile proporre una narrazione alternativa». Secondo alcune proiezioni, in caso di attacco nucleare, «inEuropa avremmo 85 milioni di morti solo nelle prime 3 ore». La stessa Italia da «arca di pace nel Mediterraneo», per citare La Pira, è diventata sempre più terra invasa dalle basi militari e dai cui porti partono sempre più armi verso fronti di guerra, compreso il Medio Oriente. Il Centro Studi della Fondazione “Machiavelli”, ad esempio, senza pudore nel 2018 parlava dell’importanza di vendere armi – dall’Italia – all’Arabia Saudita,Paese notoriamente non democratico e non rispettoso dei diritti umani fondamentali. Alla presentazione di quel report 8 anni fa partecipò anche l’attuale Ministro della Difesa Guido Crosetto, allora Presidente dell’AIAD (Federazione Aziende Italiane per l’Aerospazio, la Difesa e la Sicurezza). Non a caso, nel gennaio 2025 il governo italiano ha firmato un accordo con l’Arabia Saudita da 10 miliardi di dollari, comprendente anche voci riguardanti la difesa (ricordiamo anche l’amicizia tra il principe saudita BinSalman e Matteo Renzi). Vecchia alleanza quella tra impresa e sistema bellico, da Ansaldo, Pirelli e FIAT che crebbero molto durante la Grande Guerra, a oggi, con Leonardo, Fincantieri, (e le relative joint venture), Ge Avio e Iveco, che investono sempre più nel comparto Difesa; e lo stesso avviene nella nostra Regione, con molte aziende della “Motor Valley” che convertono la propria produzione al settore bellico.
Tanti e appassionati gli interventi dal pubblico, preceduti da alcune riflessioni positive e propositive da parte di Cefaloni: «è importante influire sulle leve economico-finanziarie», ad esempio attraverso la finanza etica, sostenere le lotte dei lavoratori portuali e non contro la vendita di armi e la riconversione bellica, e fare sempre più formazione nonviolenta, per i giovani e non».
Andrea Musacci
Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 13 febbraio 2026
Cosa ci insegna la questione del Grattacielo? Viviamo giorni che segneranno la storia di Ferrara. Se nel bene o nel male, dipenderà da ognuno di noi
di Andrea Musacci
A Ferrara questo inizio 2026 verrà ricordato come quello in cui oltre 500 persone – fra cui 367 stranieri, 60 bambini, 40 anziani e alcuni malati – han vissuto a lungo nell’ansia di non sapere se potranno tornare nei loro appartamenti o dovranno trovarsi una nuova sistemazione in una città che con l’“invasione” negli ultimi anni degli studenti fuori sede ha visto andare alle stelle i prezzi degli affitti.
L’ultimatum per lo sgombero fissato dal Comune al 5 febbraio è stato rimandato ma rimane l’enorme emergenza sociale e abitativa, di cui si sta facendo carico la rete solidale composta da singoli e associazioni. Fra questi la Caritas, che con la sua Unità di Strada si è da subito attivata e ha creato punti di ascolto per gli sfollati, prima nei locali di Viale K adibiti all’accoglienza in Mura di Porta Po, poi nella Biblioteca Popolare Giardino: dal 5, però, anch’essa è stata fatta evacuare dal Comune (Biblioteca che fino a quel giorno ha ospitato anche il doposcuola di Viale K, che in Mura di Porta Po ha lasciato spazio agli sfollati). L’Unità di Strada per una sera ha trovato “casa” in uno dei bar del Grattacielo, poi gli sfollati li ha accolti e ascoltati all’aperto, sul marciapiede antistante. Quel che ci racconta Silvia Imbesi di Caritas è un quadro inimmaginabile fino a un mese fa: «In queste settimane abbiamo parlato con quasi 200 persone», ci spiega. «Fra queste, una parte è accolta da parenti e amici per periodi molto brevi, un altro gruppo, alcune decine di persone, han deciso di tornare nei loro Paesi di origine, soprattutto in Africa o in Pakistan. Comprese famiglie con bambini, anziani e malati». Gli altri rischiano di ritrovarsi a dormire in rifugi di fortuna per strada. Alcune donne con minori, ASP li ha messi in albergo separati dal padre, si spera per il meno tempo possibile.
Nei giorni scorsi abbiamo parlato anche con Raffaele Rinaldi di Viale K, fin da subito impegnata nell’accoglienza di chi non ha più una casa: «i 40 sfollati che ospitiamo sono di 12 nazionalità diverse, perlopiù maliani, gambiani e senegalesi. Sette di loro sono proprietari del loro appartamento. Lavorano tutti, molti di loro all’Interporto di Bologna». E la cena gliela distribuiscono i giovani scout di Agesci. «Due uomini, uno con due figli e l’altro con tre, si sono rivolti a me perché dovranno lasciare l’appartamento e non sanno dove andare, nemmeno lo Sportello Sociale Unico Integrato (SSUI, ndr) li aiuta; ha detto loro: “noi non abbiamo soluzioni”». Il SSUI – presente dentro San Rocco in c.so Giovecca, nei giorni scorsi ha registrato le richieste di diversi sfollati, ma da diverse segnalazioni di testimoni diretti, molte famiglie sono state respinte malamente, sia da loro sia da ACER. In 9 casi su 10, inoltre, le banche non vogliono sospendere i mutui, e le assicurazioni non ne vogliono sapere di aiutare queste persone.
Il 3 febbraio, un sit in ha accompagnato l’incontro di alcuni sfollati e volontarie/i col Prefetto, il quale ha convocato per il giorno dopo un Tavolo con Comune, Regione, ACER, Ausl, banche, Questore, Arcidiocesi (nella persona di don Michele Zecchin, Vicario episcopale), sindacati, associazioni di categoria e di volontariato. Lapidario il commento dell’Assessora Cristina Coletti (lo ricordiamo, con deleghe per le Politiche sociali, abitative e per la famiglia): «Come Amministrazione comunale non comprendiamo quale sia l’oggetto del “tavolo” convocato e quali siano gli “interventi di supporto socio-economico” richiesti» e «non risulta chiaro nemmeno il riferimento ai “nuclei familiari sfollati” richiamati nella convocazione (…). Parlare di “sfollati” ora appare inappropriato». Eppure, alcune persone hanno difficoltà a curarsi, altre non hanno un frigo per conservare le medicine, e chi è ammalato ha subito un ulteriore shock psico-fisico. C’è chi ha la madre molto anziana, chi fa il pendolare ogni giorno per andare a lavorare a Bologna, chi – padre di 4 figli (di cui 2 gemelline neonate) – lì se l’era appena comprato l’appartamento. Per non parlare del trauma degli anziani, o dei bambini che da un giorno all’altro han dovuto lasciare giochi e amici. O di quel padre di famiglia che lavorava come badante ma ora è disoccupato e con la moglie che aspetta un bambino.
Il futuro è incerto: a fine mese il TAR valuterà il ricorso contro l’ordinanza comunale ma ogni giorno bisogna considerare l’emergenzialità della situazione per chi ha mutui o paga l’affitto, per le bollette, la continuità di residenza per i rinnovi dei permessi di soggiorno, i ricongiungimenti familiari e le diverse tutele socio-lavorative, la domiciliazione della posta. Oltre alla ricerca di un tetto, naturalmente.
La rete solidale a Ferrara è forte e unita. Si tratta, ora, di mantenere alta l’attenzione: il Comitato Grattacielo nato in queste settimane ha organizzato per il 10 febbraio alle 18 un sit in sotto il Grattacielo, un dibattito pubblico il 18 febbraio alle 18.30 in Sala ex Refettorio (via Boccaleone), e organizzerà in città una manifestazione regionale. «La nostra casa non si tocca!», ha urlato con dignità una donna con accento dell’est Europa, durante il sit in del 3 davanti alla Prefettura. Un grido che speriamo non resti ancora inascoltato da chi amministra la città. Ma che di sicuro è raccolto da tante volontarie e volontari protagonisti di un gesto collettivo di umanità che, mentre aiuta concretamente chi ha bisogno, ricorda a tutti cosa significa “bene comune”.
E ora che ci avviciniamo alla Quaresima rileggiamo le parole di Isaia: per il Signore il vero digiuno significa «dividere il pane con chi ha fame, aprire la casa ai poveri senza tetto, dare un vestito a chi non ne ha, non abbandonare il proprio simile» (Is 58, 7).
Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 13 febbraio 2026
Forum Ferrara Partecipata: «cittadini non coinvolti e nessun impegno pubblico previsto»
A Ferrara si torna a parlare del futuro, sempre ignoto, della Caserma ex Pozzuolo del Friuli di via Cisterna del Follo (e dell’attigua ex Cavallerizza). L’enorme struttura (40mila metri quadri tra interni ed esterni)è chiusa dal 1992 e nel 2012 l’Agenzia del Demanio la vende al gruppo Cassa Depositi e Prestiti, che a sua volta nel 2021 la cede a ArCo Lavori per farla diventare un campus universitario, all’interno del noto e tanto discusso Progetto Fe.Ris del Comune di Ferrara (progetto bocciato 3 anni fa).
Lo scorso 13 gennaio, durante la 3^ Commissione Consiliare di urbanistica, l’Assessore Stefano Vita Finzi Zalman e il vicesindaco Alessandro Balboni, insieme con il docente di UniFe che presiede il Consorzio “Futuro in ricerca” Donato Vincenzi, hanno illustrato la “Relazione finale sulle proposte di utilizzo degli spazi presenti nella Caserma Pozzuolo del Friuli”. Un rapporto che restituisce i risultati del processo “partecipato” relativamente alle proposte di utilizzo degli spazi di via Cisterna del Follo.
A proporci un’analisi critica – sul metodo e sul contenuto – è il Forum Ferrara Partecipata, luogo di democrazia partecipativa e propositiva riguardante la cita della città.
«I cittadini – spiegano dal Forum – non sono stati coinvolti in questo percorso. Quello che il direttore del Consorzio Futuro in Ricerca (CFR) ha presentato in Commissione è la Relazione elaborata dalla prof.ssa Rosa Tamborrino del Politecnico di Torino a cui il CFR, su mandato della Giunta comunale, aveva affidato l’incarico. In altre parole, ha presentato i risultati di un’indagine preliminare svolta dalla Tamborrino in cui sono raccolte valutazioni, visioni e valori dei portatori di interesse (stakeholder) che sono stati individuati al fine di definire un “quadro di orientamento sugli sviluppi possibili o non ammissibili della Caserma”». Lei stessa «aveva confermato di essere stata incaricata dal CFR solamente per esprimere un parere tecnico come urbanista che prevedeva la sola consultazione iniziale dei portatori di interesse». La relazione, quindi, «consiste nell’illustrazione dei risultati di due workshop. Uno – con allegato il questionario compilato a “cura dell’Università” – è del marzo 2024. Il documento allegato non fornisce alcuna indicazione sugli autori (quali i dipartimenti e docenti coinvolti). L’altro, del maggio 2024, è stato realizzato con le associazioni culturali, sociali e ambientali della città. Delle 23 associazioni invitate se ne sono presentate 7. Di queste, 3 associazioni (Arci, Italia Nostra, Forum Ferrara Partecipata) hanno poi lasciato l‘incontro. L’abbandono – proseguono dal Forum – è dipeso dal fatto che il direttore del CFR ha risposto ai partecipanti che quello sarebbe stato l’unico incontro». Eda quell’incontro, uscì anche, poco dopo, il presidente dell’Accademia delle scienze; rimasero dunque fino alla fine di quell’unico appuntamento i tre rappresentanti, rispettivamente, di Amici della biblioteca Ariostea, Wunderkammer e Riaperture. «Si è trattato, dunque, di una mera consultazione di pochissimi portatori di interesse e non di un percorso partecipato, che, secondo le regole ormai codificate della democrazia partecipativa, prevede una serie articolata di passaggi successivi», con diversi «incontri pubblici, formativi e informativi, dei cittadini con esperti, il loro coinvolgimento diretto in seminari e laboratori di confronto, per giungere alla formulazione di proposte». Nulla di ciò è avvenuto per l’ex caserma.
Rispetto, invece, ai “contenuti” del progetto («destinazione d’uso collettivo e pubblico, restituzione ai cittadini di un pezzo di città, spazio multifunzionale per usi culturali, sociali e formativi, funzioni legate a studio, ricerca, convegnistica, tutela degli spazi aperti e del rapporto tra pieni e vuoti, importanza della partecipazione attiva della comunità, trasparenza e sostenibilità ambientale»), il Forum esprime una «sostanziale condivisione», dato che la ricerca «conferma concetti, visioni e proposte già espresse in precedenti incontri pubblici organizzati dal nostro Forum e nella pubblicazione in cui lo stesso ha raccolto idee, valutazioni e proposte espresse direttamente dai cittadini in un incontro pubblico organizzato il 14 marzo 2023».
«L’importante – spiega ancora il Forum – è che si riprenda a lavorare per una reale riqualificazione dell’area, coinvolgendo i cittadini, le associazioni e le forze sociali della città. Con trasparenza e collaborazione. Così come era stato dichiarato. Non è solo una questione di rispetto degli impegni. Il percorso portato avanti dal Forum in questi tre anni, si è avvalso della collaborazione della cattedra di Progettazione urbanistica del Dipartimento di Architettura, con il coinvolgimento di numerose laureande del laboratorio di urbanistica», mentre «non ci risulta il coinvolgimento dei docenti di progettazione urbanistica nel workshop con UniFe del marzo 2024. Proprio per questo, ci preoccupa che il Vicesindaco Balboni abbia affermato che “non ci sono i presupposti ora per un processo partecipativo perché non c’è una proposta da commentare, non c’è una dimensione progettuale né economica su cui lavorare”».
«Il vicesindaco ha ribadito l’impossibilità per il Comune ad impegnarsi per un riutilizzo pubblico a carico del bilancio comunale. Noi pensiamo, invece, che l’Amministrazione comunale dovrebbe attivarsi per coordinare l’impegno di più soggetti pubblici, a cominciare da Regione, Università, Cassa Deposito e Prestiti oltre al Comune, per individuare un progetto e un piano di fattibilità che veda garantito il prevalente uso pubblico della struttura. Ferrara potrebbe diventare un laboratorio pubblico sulla rigenerazione urbana nelle città storiche, ma bisognerebbe cambiare strada».
Andrea Musacci
Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 23 gennaio 2026
Mentre chiudiamo quest’edizione della Voce, le famiglie sfollate (55 persone) dalla Torre B del Grattacielo di Ferrara hanno da poco trascorso la loro prima notte in alcune aule messe disposizione in maniera emergenziale dall’Associazione Viale K. Siamo in via Mura di Porta Po, poco distante dai due giganti al centro da giorni di una querelle anche politica. Altre 13 persone (5 famiglie, con 6 minori) sono state collocate in strutture grazie ad ASP e Comune.
Tutto ha avuto inizio (si fa per dire…) una settimana prima, la notte tra il 10 e l’11 gennaio: erano circa le 3 del mattino quando si è sviluppato un incendio alla base della Torre B, con le fiamme che sarebbero partite da un quadro elettrico e si sarebbero propagate ad alcuni locali commerciali attigui, sprigionando un denso fumo che ha reso necessario l’intervento immediato dei soccorsi. 84 gli appartamenti interessati, circa 200 le persone evacuate, delle quali una ventina intossicate e quindi portate al Pronto soccorso. Solo una parte degli sfollati ha potuto trovare accoglienza da amici e parenti mentre una 70ina di loro sono stati accolti al Palapalestre di via Tumiati, non distante dal Grattacielo. Chiusa la Torre B, mentre la A e la C saranno forse anch’esse oggetto di provvedimenti. Ricordiamo anche che dal portale Open Data del Comune di Ferrara, a fine 2024 (ultimi dati disponibili) risulta come nelle Torri A e B del Grattacielo risiedano 488 persone, di cui 56 under10, 40 over 65, 277 famiglie. Sono 367 gli stranieri, 299 i maschi e 189 le femmine. Ora si attendono gli sviluppi degli accertamenti nelle tre torri del Grattacielo e di capire come e dove gli sfollati potranno trovare una sistemazione dignitosa.
Resta, però, il problema di quei “giganti” di cemento armato, simbolo di una Ferrara che non esiste più, che forse non è mai esistita. Ci chiediamo se sia possibile immaginare un’area diversa, senza queste strutture che nulla hanno a che fare con l’architettura e l’urbanistica di Ferrara, e con la dignità e la sicurezza delle persone (avremo modo di parlarne in maniera più approfondita nei prossimi numeri). E ci chiediamo: se non ci fossero state Viale K e una rete solidale importante composta da singole persone e associazioni (Cittadini del mondo, soprattutto), che fine avrebbero fatto quelle persone? Domande lecite su questioni decisive per definire cosa significa davvero vivere in una comunità che faccia del mutuo aiuto e della sicurezza i suoi pilastri.
Andrea Musacci
Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 23 gennaio 2026
Immerso nell’amore è il nuovo libro di Alberto Fogli: un cammino verso la luce
di Andrea Musacci
Immerso nell’amore. Il buio profondo e il faticoso ritorno alla vita. Una misteriosa vigilia di Natale (Gruppo Sigem/Celloni Editori, ottobre 2025) è il titolo dell’ultimo libro di Alberto Fogli, ex docente e giornalista, che firma il volume con lo pseudonimo Albert Fohy.
Siamo nel 2020, in quello che verrà per sempre ricordato come l’anno del covid, con «bare e bare di chi era purtroppo caduto sotto la falce della morte senza un qualche giustificato motivo e, tanto meno colpa; fu uno shock generalizzato».
VIA CRUCIS, VIA CAELESTIS
Alfred Taylor, residente in Italia, protagonista di questa storia, è un uomo anziano, un padre, un nonno, da alcuni anni rimasto vedovo dopo la morte della sua Myriam. Nel 2020 Alfred viene intubato in terapia intensiva. Si troverà fisicamente ma soprattutto spiritualmente, in una sorta di limbo, vivendo un’esperienza anche simile a quella della pre-morte (ne parla ad esempio Antonio Socci in Tornati dall’Aldilà e in Caterina). Un viaggio “allucinato”, drammatico e sublime, che lo porterà a Roma per un convegno culturale, sequestrato, poi in giro per l’Umbria. In questi viaggi “altrove”, «provava come un senso di leggerezza mai scoperto prima. Si librava in un cielo di un azzurro quasi celestiale. Volava in leggerezza in un infinito incredibile. Non esisteva più niente: né tempo, né spazio. Solo un grande silenzio ed una serenità mai provata nella vita; una serenità che gli parlava solo di Amore e che lo faceva sentire immerso nell’Amore». Ma il presente per Alfred è il coma farmacologico, la «disperazione», la «sofferenza senza fine», la «battaglia immane». E poi ancora i “viaggi”, fuga e lenitivo da quel dolore, da quella solitudine: Alfred si trova sulla spiaggia di Milano Marittima con le sue due nipotine, alle Dolomiti bellunesi (torneranno nelle memorie legate ai primi viaggi con Myriam). Ma anche qui la minaccia del nemico, l’agguato dell’estraneo è realtà, pur nella fantasia. Come lo è nella veglia, con un crollo della sua salute poco prima di Natale. E proprio la vigilia del giorno tanto atteso, avviene il miracolo: «Alfred apre gli occhi, sorride ai presenti e inizia a respirare autonomamente». Il respiro che è ruah, Spirito. Il successivo passaggio nel reparto di degenza rappresenta però un nuovo abisso, quel «vuoto in cui vagava senza luogo e senza tempo».
AMORE CHE REDIME…
E qui appare il viso angelico, eterno di Myriam (lui la chiama Jho), cuore più intimo del suo cuore, sua amata, volto dell’amore eterno. Colei che diventerà sua moglie. Apparizione, divina epifania: il nascere dell’Eterno nella carne sarà rappresentato, qui, dal rinascere spirituale di Alfred anche grazie alla presenza femminile – in carne e spirito –, del volto dell’amata. Dell’altro-da-me che ancora una volta, sempre, mi salva.
Il tempo è quello che un’esperienza del genere, però, permette di recuperare, certo trasfigurando volti e ricordi, ma pur sempre salvandoli dall’oblio. Così, nella terza parte del libro, Fohy ripercorre i momenti indimenticabili dell’incontro e dell’innamoramento con Myriam: la «paziente attesa», il profumo dei fiori, il primo bacio, il ballo «sulla celestiale musica di Strauss», il matrimonio nel mese di maggio, la nascita dei due figli, i pellegrinaggi nei luoghi della cristianità per rafforzare il loro sposalizio. “Licenze” al romanticismo più puro non solo concesse ma anzi ben accolte, che il clima di dramma e sofferenza evita di trasformare in sdolcinatezze. Il loro amore è pieno non perché perfetto ma perché relazione che si svolge nella reciproca fiducia, nel dono e nell’abbandono, nella fede. «E così pensando pregavano…». E la preghiera si fa anche contemplazione della bellezza dei doni di Dio nel creato, «mentre esprimevano, nel loro intimo, il desiderio di conoscere l’Autore di tanta bellezza. La bellezza del cuore umano. La bellezza dell’amore».
…AMORE OLTRE LA MORTE
Amore più forte della morte intesa come limite terreno ultimo e come anticipo della fine nella sofferenza. Quella che colpirà Myriam, tornata al Padre nel giugno del 2018: «Questi ultimi sette anni li ha trascorsi sulla sua croce in un deserto umanamente sempre più arido ma illuminato dalla Fede non mancando di sostenere i suoi cari nei loro impegnativi incarichi nel mondo del volontariato, sociale ed ecclesiale. Sempre presente e lucida, aveva ricevuto il conforto ultimo dei Sacramenti. La sua apparente serenità meravigliava il personale sanitario data l’estrema sofferenza fisica stampata sul suo volto».
LA CROCE DEL RIMPIANTO
Una nuova croce – dolorosa ma “necessaria” – ora la dovrà portare Alfred: quella del «rimpianto per ciò che poteva essere e non è stato, per ciò che si voleva dire e non si è detto, per ciò che si voleva fare e non si è fatto e per quanto si poteva amare e non si è amato». «Io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio», per dirla con San Paolo (Rm 7, 19). Un rimpianto che, come tale, non dà compagnia a chi lo vive ma anzi accentua la solitudine, la rende più pesante, più angosciosa. E rimpianto che è anche rimorso: «vorresti rivolgerti al cielo chiedendogli di rimandarti la tua Jho, anche solo per qualche tempo, per poter scaricare la tua amarezza per certi tuoi comportamenti mai corretti e chiederle perdono ricevendo, possibilmente, un abbraccio liberatorio». Il distacco della morte, dunque, segna un solco tra Alfred e la pace anelata, un abisso tra un passato agrodolce ma comunque vissuto nell’amore, e un presente da ricostruire. Il passato si avvelena, il rimpianto lo adultera, spegnendo così le luci dell’avvenire. Il passato diventa una pietra scagliata su una serenità tanto desiderata. Non “il passato”, ma “un passato”: perché la memoria è sempre selettiva e l’assenza di speranza nel cuore la rende amara, insopportabile.
CERTEZZA
Ma come una prima rinascita di Alfred avvenne col primo incontro con l’amata, così anche ora le mani e gli occhi di lei tornano ad essere rassicuranti, a lenire le ferite, a ridare conforto, pur non più nella forma del corpo, per la via dei sensi.
Ora, la Speranza di Alfred è la Certezza di Myriam.
Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 19 dicembre 2025
FEDERICO ALDROVANDI. A 20 anni dall’uccisione del giovane, Patrizio Fergnani gli ha dedicato il brano Il Coraggio di ieri è la strada di oggi. Lo abbiamo intervistato
di Andrea Musacci
Da alcuni giorni è disponibile su tutte le piattaforme online la canzone Il Coraggio di ieri è la strada di oggi, testo e musica di Patrizio Fergnani e riferita alla storia di Federico Aldrovandi, il ragazzo di 18 anni ucciso il 20 settembre 2025 da quattro agenti di polizia in zona Ippodromo a Ferrara.
L’immagine di copertina scelta è a cura di Nicola Fergnani: si vede Federico sorridente a tavola durante una festa di compleanno a casa di Patrizio Fergnani il 3 ottobre del 2000.Ai tempi Federico aveva 13 anni.
Abbiamo incontrato Fergnani per farci raccontare la genesi e il senso di questo progetto musicale della memoria.
Patrizio, come e quando è nato in te il desiderio di comporre e quindi cantare questo brano? Possiamo dire sia stata una sorta di “urgenza” sopraggiunta nel tuo cuore?
«Quest’anno sono vent’anni dalla morte di Federico. Mi è capitato di incontrare più volte Lino, suo papà, e confrontarmi con lui su diversi temi partendo dalle nostre esperienze di padri. Ho trovato in lui una forza e una dignità che mi hanno toccato profondamente. Luigi Manconi, alla presentazione delle iniziative previste per ricordare Federico, mi ha emozionato rilanciando il dolore dell’esperienza vissuta come uno stimolo per guardare avanti.
Ero un po’ scombussolato e ho provato a scrivere qualcosa con la chitarra e il piano: in un paio di giorni ho finito la canzone. Come dici tu è stata una specie di urgenza che ho vissuto pochissime volte».
Raccontaci se vuoi del tuo legame con Federico e dell’amicizia storica con la sua famiglia.
«Federico è coetaneo e compagno di scuola di mio figlio Andrea: alla Sacra Famiglia sono stato catechista del loro gruppo dalla prima confessione alla cresima. È stato così che ho conosciuto Lino e Patrizia.
Dopo la morte di Federico li ho seguiti “a distanza”, incapace di accettare fino in fondo la tragedia che li ha coinvolti. È un legame di solidarietà alimentato anche dalla conoscenza di Stefano, il fratello di Federico, amico di mia figlia Irene».
Quando e come hai reso partecipi i suoi famigliari e i suoi amici di questo tuo progetto di una canzone a lui dedicata? E come hanno reagito?
«Ai primi di luglio avevo la versione “grezza” della canzone: ho chiamato Lino e sono andato da lui a fargliela sentire. C’era anche sua mamma: per me è stato un momento molto intenso e loro, commossi, mi hanno incitato a proseguire. Insieme abbiamo scelto il titolo che è l’inizio dell’ultima strofa.
Successivamente ho inviato la prima registrazione, fatta alla buona con lo smartphone, e il testo a Patrizia, la mamma di Federico: anche lei mi ha incoraggiato. A seguire ho inviato il tutto al gruppo degli amici del Comitato Federico Aldrovandi 2005–2025 che mi hanno inserito nel programma del concerto del 27 settembre. L’esecuzione poi è saltata a causa del fortissimo temporale che si è scatenato proprio nel tempo a nostra disposizione».
Come sempre capita per i tuoi progetti musicali, anche questo brano vede diverse collaborazioni artistiche: ce ne vuoi accennare?
«Conosco i miei limiti da “chitarrista da parrocchia” e da pianista che ha smesso di studiare nel secolo scorso: per questo sono fortunato ad avere amici a cui posso rivolgermi. Corrado Calessi ha fatto un bellissimo arrangiamento e ha coinvolto musicisti di grande valore a cui si è aggiunta Erika Corradi con la sua bella voce (che supporta la mia che a volte rivela la mia emozione) e ha curato i riempimenti vocali.
Abbiamo registrato nella taverna-studio di Corrado: per me una sensazione speciale sapendo che al piano di sopra abita il maestro Pierluigi Calessi che tanti lettori della Voce ricorderanno come direttore storico dell’Accademia Corale Vittore Veneziani. Era pronto ad accompagnarmi dal vivo anche un quartetto d’archi ma il temporale di cui sopra lo ha impedito».
In questo tuo brano ci trovo un’ambivalenza: da una parte un senso di sconforto, di disillusione, di crudo realismo nei confronti dell’ingiustizia che spesso sembra dominare questo mondo (la «menzogna», il «marcio», la «miseria» umana, «l’indifferenza»); dall’altra parte una speranza sempre viva (un futuro vivo, una luce che sempre si accende…). In quale tensione stanno i due poli, nel tuo cammino di fede e nella vicenda di Federico?
«La tensione fra questi poli penso sia il nucleo dell’esperienza di molte persone: sicuramente vale per me. Tra lo sconforto e la fiducia ci si muove quotidianamente: penso alla forza con cui Patrizia, Lino e Stefano affrontano ogni giornata da vent’anni a questa parte. Nella canzone ho espresso una possibilità inserendo nel ritornello il salmo 85 (“Amore e verità s’incontreranno, giustizia e pace si baceranno”): mi sembra uno slancio che non implica necessariamente uno sguardo di fede.
Subito dopo, però, appare la fatica nella consapevolezza che “la speranza non è consolazione”».
Un’ultima domanda: quattro anni fa hai presentato il tuo brano dedicato a un’altra giovane prematuramente scomparsa, la Serva di Dio Laura Vincenzi. La storia di Laura e quella di Federico – pur diverse – hanno qualcosa in comune?
«Per me sono due canzoni nate entrambe quasi come volessero scriversi da sole e questo mi fa riflettere molto. Poi le loro diverse storie di sofferenza hanno in comune il coinvolgimento successivo di tante persone: Aldro vive con noi e Laura canta insieme a noi testimoniano una presenza importante.
Infine li immagino insieme, nel posto riservato a loro in Paradiso, a scrivere nuove canzoni da mandare qui da noi attraverso qualche persona».
Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 12 dicembre 2025
La sottosezione di Ferrara festeggia i suoi primi 90 anni di vita: in crescita i soci e i partecipanti ai pellegrinaggi. Il ricordo delle origini, con il gruppo alla Montedison
Era gremito di volti e storie il Salone di Casa Cini lo scorso 6 dicembre in occasione dello storico Convegno dell’Unitalsi di Ferrara, che cade in occasione del 90° dalla nascita (1935-2025). Convegno a cui è seguita la Messa nella chiesa di Santo Stefano e un momento conviviale nella canonica di Santo Stefano.
A Casa Cini han preso innanzitutto la parola per un breve saluto Alberto Gardini, Vicepresidente regionale Unitalsi Emilia-Romagna – che poi ha donato all’Unitalsi di Ferrara una pergamena in ricordo del 90° anniversario – e l’Assessora di Ferrara Cristina Coletti. L’Assistente spirituale don Giovanni Pisa ha guidato la preghiera iniziale prima della relazione di Neda Barbieri, Presidente Unitalsi Ferrara: «l’Unitalsi unisce l’esperienza di fede al volontariato di tutti i giorni», ha detto, prima di presentare il libro “Quel treno per Lourdes” di Gianni Fiocchi, volontario dell’Unitalsi Ferrara e del Serra club locale, tornato al Padre lo scorso marzo (del libro parleremo in maniera più approfondita nel prossimo numero). «Le bozze del libro – ha raccontato Barbieri – ci sono state consegnate come Unitalsi da Mario Cova delSerra club ferrarese; così, abbiamo raccolto un po’ di donazioni per la stampa, avvenuta pochi giorni scorsi». A tal proposito, a seguire è intervenuto anche il ferrarese Alberto Lazzarini, alla guida del Serra club regionale, che ha illustrato il Quaderno di Fiocchi, «uomo capace di forti testimonianze di fede, semplici nella modalità ma grandi nella consistenza effettiva».
Tornando alla storia del’Unitalsi, la sottosezione di Ferrara nasce nel maggio del 1935 con primo presidente l’avv. Giuseppe Devoto (morto nel ’52). «Ma ai pellegrinaggi a Lourdes e a Loreto alcuni ferraresi partecipano fin dal 1931», ha detto Barbieri. Dalla sottosezione Unitalsi di Ferrara nacquero poi quella di Comacchio e quella alla Montecatini nella nostra città: «l’Unitalsi ai tempi era una delle poche associazioni con sottosezioni anche nelle fabbriche. A inizio anni ’50 la Montedison offriva viaggi in Francia per dipendenti meritevoli: alcuni ferraresi nel ’53 andarono a Lourdes rimanendo molto colpiti dalla fede che si respirava e dai tanti volontari». Uno degli operai disse di ritorno da Lourdes: «Abbiamo vissuto un’esperienza sconvolgente, un totale cambio di indirizzo alla nostra esistenza (…). Il Signore aveva fatto la Sua chiamata e noi come figli abbiamo risposto».
Da loro quindi iniziò il servizio per gli operai malati della Montedison, «e ancora oggi facciamo ogni Pasqua una Messa al Petrolchimico, grazie in particolare a Tonino Savadori», ha aggiunto la Presidente.
L’Unitalsi nazionale nacque invece nel 1903 grazie alla conversione di Giovanni Battista Tomassi, nobile 23enne affetto da una grave forma di artrite deformante irreversibile che lo costringeva in carrozzella da quasi dieci anni. Tomassi chiese di partecipare al pellegrinaggio con l’intenzione di togliersi la vita con un colpo di pistola davanti alla grotta di Massabielle. E invece proprio lì inizio una nuova vita, si convertì e in lui nacque il desiderio di dar vita a un’associazione, quella che sarebbe diventata l’Unitalsi.
Barbieri ha poi spiegato come Unitalsi sia presente in tutta Italia con diverse Case di accoglienza, sia attiva con la Protezione civile e col Servizio civile, e come dal 2009 sia parte del progetto Cuore di latte col quale aiuta, sempre con una Casa, bambini disabili a Betlemme.
La Presidente ha poi spiegato come il servizio di Unitalsi Ferrara si basi sulla preghiera, la formazione, l’amicizia, le vacanze condivise, le feste e altri momenti conviviali (concerti, pranzi, compleanni, ricorrenze). E la festa di Capodanno che, come da tradizione, «si svolgerà anche quest’anno». Venendo ai numeri, nel 2025 sono stati 1427 i partecipanti ai pellegrinaggi di tutte le Unitalsi della nostra Regione, di cui 123 ferraresi (dei quali 22 persone con disabilità, 39 volontari e il resto semplici pellegrini).Dati in aumento: ad esempio, nel 2024 erano stati 49 i pellegrini per Lourdes, diventati 60 quest’anno. Così come in aumento sono i soci, 211 nel 2025 (nel 2021 erano 133). Sempre nel 2025, per l’Unitalsi di Ferrara sono state 300 le uscite con accompagnamenti, oltre 100 le visite in casa o struttura, 236 i trasporti, oltre 50 le assistenze e le visite in ospedale. Ma si guarda già al futuro: per il 2026 sono previsti diversi pellegrinaggi, fra cui dal 9 al 13 febbraio, in pullman, il primo a Lourdes. Una novità per il prossimo anno riguarda, poi, di nuovo la possibilità di pellegrinaggi in treno: si tratta di quello a Lourdes del 23-28 agosto e di quello ancora a Lourdes del 23-29 settembre, quest’ultimo con anche la possibilità del pullman.
È poi intervenuto il nostro Arcivescovo mons. Gian Carlo Perego che ha riflettuto a partire dall’Esortazione Dilexi te di Papa Leone XIV (ma iniziata da Papa Francesco): «la qualità della fede cristiana dipende dalla qualità dell’amore cristiano», ha detto.«La carità cristiana non è nell’orizzonte della beneficenza, ma della Rivelazione», scrive il Papa: «in ogni gesto d’amore, infatti, facciamo nostro l’amore che Dio ha avuto e ha per noi». La preferenza per i poveri e i malati «non è esclusiva, cioè non esclude tutti gli altri, ma anzi è inclusiva, cioè è la base di partenza per l’amore verso ogni persona». IlVescovo ha poi ripercorso brevemente il ruolo della Chiesa, delle sue donne e dei suoi uomini nei secoli a favore dei poveri, compresa la nascita del primo nucleo dell’Ospedale Sant’Anna a Ferrara nel 1443 grazie al Vescovo Tavelli.E ha quindi parlato del forte impegno, anche oggi, delle varie associazioni cattoliche e dei diversi ordini religiosi della nostra Chiesa – locale e non – nell’ambito dell’assistenza e dell’accompagnamento ai malati.
Nell’omelia della Messa a S.Stefano ha invece detto in un passaggio: «Il Bollettino ufficiale della nostra Arcidiocesi del maggio del 1935, mentre augurava al Consiglio “fecondo lavoro di pace e di bene” ricordava che il primo Consiglio era formato dal Presidente, avv. Devoto Giuseppe e di consiglieri: avv. Maffei Giuseppe, Marta Nonato Castellani, Maria Bottoni, Avv. Filippo Lodi e dall’assistente ecclesiastico don Antonio Abetini. Era l’anno in cui l’Arcidiocesi festeggiava solennemente l’VIII centenario della dedicazione della Cattedrale. Da allora, in questi 90 anni l’Unitalsi ha superato il tornante di una guerra, con la distruzione e la morte di molti concittadini, la ricostruzione e la Democrazia, le crisi economiche, le migrazioni, il covid che hanno segnato profondamente le famiglie, la riforma sanitaria e l’accompagnamento dei malati, i giubilei e i pellegrinaggi a Lourdes e nei diversi santuari. Un patrimonio di umanità nasce da questi 90 anni dell’Unitalsi, di gratuità, di consolazione, di festa».
Andrea Musacci
Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 12 dicembre 2025
Mi chiamo Andrea Musacci.
Da aprile 2014 sono Giornalista Pubblicista, iscritto all’Ordine dei Giornalisti dell’Emilia-Romagna.
Sono redattore e inviato del settimanale "la Voce di Ferrara-Comacchio" (con cui collaboro dal 2014: http://lavoce.e-dicola.net/it/news - www.lavocediferrara.it), e collaboro con Filo Mag, Avvenire, La Fionda, Vino Nuovo.
In passato ho collaborato con La Nuova Ferrara, Listone mag e Caritas Ferrara-Comacchio.
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"L'unica cosa che conta è l'inquietudine divina delle anime inappagate."
(Emmanuel Mounier)