Archivio | Cittadinanza RSS feed for this section

Morire per la patria terrena col cuore nella Patria celeste

16 Apr

Le ultime memorie di partigiani cattolici italiani uccisi dai nazifascisti: «alla fine rimane solo ciò che è santo e si implora Dio»

di Andrea Musacci

«Avevamo vent’anni e oltre il ponte

oltre il ponte ch’è in mano nemica

vedevam l’altra riva, la vita

tutto il bene del mondo oltre il ponte.

Tutto il male avevamo di fronte

tutto il bene avevamo nel cuore

a vent’anni la vita è oltre il ponte

oltre il fuoco comincia l’amore».

(“Oltre il ponte”, I. Calvino, S. Liberovici, 1959)

Dai dati dell’Atlante delle stragi naziste e fasciste in Italia (www.straginazifasciste.it) risultano 5.862 gli eccidi nazifascisti commessi in Italia fra l’8 settembre ’43 e il 25 aprile ‘45, nei quali hanno perso la vita 24.384 persone (53% civili, 30% partigiani). Fra i tanti resistenti antifascisti giustiziati in questi 20 mesi, non pochi sono i cristiani (perlopiù cattolici e  alcuni valdesi della Valle del Pellice). Perlopiù inquadrati nelle Brigate “Fiamme Verdi”, i partigiani che alla Fede in Gesù Cristo univano quella in una patria terrena fondata sulla fraternità, la libertà e la giustizia portano con sé memorie di eroismi che a noi paiono davvero d’altri tempi. Il beato Teresio Olivelli, il beato e Giusto tra le Nazioni Odoardo Focherini, entrambi morti nel Campo di concentramento tedesco di Hersbruck, sono alcuni dei laici martiri più noti, oltre a tanti nomi di partigiani cattolici famosi come Giuseppe Dossetti, Tina Anselmi, Enrico Mattei, solo per citarne alcuni. 

Ma rileggendo le Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana (prima edizione: Einaudi, 1952) sono tanti i nomi di giovani cattolici che consapevolmente han dato la vita affinché il male radicale incarnato dal nazifascismo non dominasse l’avvenire della propria patria.

Qui ne citeremo – per mere ragioni di spazio – solo alcuni. Uomini (e una donna) che già pregustavano l’Eternità, l’incontro col Signore della vita e della morte. Loro, quasi tutti giovani contadini, operai, studenti, che anche quando scelsero come luogo di azione politica le brigate comuniste o socialiste, mai persero la fede in Cristo.

UNA GRANDE CERTEZZA

Meccanico 20enne torinese, Armando Amprino viene fucilato il 22 dicembre ’44; scrive poco prima di morire: «Vado alla morte tranquillo assistito dal Cappellano delle Carceri che, a momenti, deve portarmi la Comunione (…). Dietro il quadro della Madonna, nella mia stanza, troverete un po’ di denaro. Prendetelo e fate dire una Messa per me. La mia roba, datela ai poveri del paese». 

Mario Bettinzoli (Adriano Grossi, nome di battaglia, e così d’ora in poi per i nomi tra partentesi), perito industriale bresciano di 22 anni, lascia nella sua missiva: «spero mi perdonerete come il Signore mi ha perdonato qualche minuto fa per mezzo del suo Ministro. Domattina prima dell’esecuzione della condanna farò la Santa Comunione e poi…Ricordatemi ai Rev. Salesiani e ai giovani di A.C. affinché preghino per me».

32enne bibliotecario originario de L’Aquila, Giulio Biglieri viene invece fucilato a Torino il 5 aprile ’44. Due giorni prima, scrive all’amico Borasio: «Un amico mi ha convinto a prendere i sacramenti. Mi sono già confessato, tra poco mi comunicherò. Lo faccio non tanto perché sia giunta finalmente la fede che tu hai. No, purtroppo, ma dal profondo dell’anima il gesto di umiltà e di pace ha riguadagnato le sfere della coscienza. Ne sono lieto e muoio tranquillo: se Dio c’è, Esso non potrà scacciarmi lontano».

È stato invece fucilato il 3 marzo 1945 a Torino Alessandro Teagno (Luciano Lupi), perito agronomo di 23 anni, che al papà scrive: «Abbi fede anche tu in Dio. Io non l’ho avuta per lungo tempo. Ma ora ho la certezza che una Giustizia Suprema deve esistere!».

«UN LUOGO PIÙ BELLO, PIÙ GIUSTO E PIÙ SANTO»

Studente romano in ingegneria, Mario Batà ha 26 anni quando viene fucilato dai tedeschi a Macerata. Scrive poco prima ai genitori: «Pensate che non sono morto, ma sono vivo, vivo nel mondo della verità. (…). La mia anima sta per iniziare una nuova vita nella nuova era. Desidero che la mia stanza rimanga com’è…io verrò spesso».

«Quello che io sto per passare è niente in confronto di tutto ciò che a passato e sofferto Gesù Cristo per noi, e sono contento che in questo momento ce qui il sacerdote che mi assiste e mi consola»: così scrive alla madre Paolo Casanova, umile fornaio 21enne di Altamura, fucilato a Verona il 9 febbraio ‘45.

Un sacerdote, don Aldo Mei, 32 anni originario di Lucca, fucilato il 4 agosto ’44 nella sua città, scrive, invece, ai propri cari: «Dio non muore. Non muore l’Amore! (…). Raccomando a tutti la carità. Regina di tutte le virtù. Amate Dio in Gesù Cristo, amatevi come fratelli. Muoio vittima dell’odio che tiranneggia e rovina il mondo – muoio perché trionfi la carità cristiana». 

Il ragusano Antonio Brancati, studente 23enne, è una delle vittime dell’eccidio di Maiano Lavacchio (GR): «Dispiacente tanto se non ci rivedremo su questa terra», scrive ai genitori; «ma ci rivedremo lassù, in un luogo più bello, più giusto e più santo».

SOCIALCOMUNISTI E INSIEME CRISTIANI

È un’umile casalinga savonese di 25 anni, Franca Lanzone, la partigiana comunista che così scrive al marito Mario prima di essere uccisa il 1° novembre ‘44: «Dio solo farà ciò che la vita umana non sarà in grado di adempiere». E un altro giovane comunista, Pietro Binetti (Boris), meccanico 20enne genovese, fucilato il 1° febbraio ’45, scrive: «Ciò che ho fatto è dovuto al mio fermo carattere di seguire un’idea e per questo pago così la vita, come già pagarono in modo ancora più orrendo ed atroce migliaia di seguaci di Cristo la loro fede». 

Quinto Bevilacqua, operaio mosaicista di 27 anni nato a Marmorta (BO), scrive alla madre: «Tuo figlio è innocente dell’accusa che gli hanno fatto, perché accusato di terrorismo (…) ed invece non era che un semplice socialista che ha dato la sua vita per la causa degli operai tutti». Ma poi aggiunge rivolto a entrambi i genitori: «se dall’al di là è possibile venirvi a trovare non mancherò».

MISERICORDIA DI DIO E PERDONO DEGLI UOMINI

Aveva appena 23 anni, invece, Attilio Martinetto (foto), finanziere astigiano fucilato il 25 aprile 1945 (!) a Cuneo. Alla sua fidanzata Anna Maria (alla quale donò la vita facendosi arrestare al suo posto affinché lei fosse liberata) scrive, poche ora prima della morte: «Sai Anna Maria cosa rimane all’ultimo di tutto? Solo quello che è santo e puro della vita. (…). Anna Maria, sapessi mai cos’è la vita vista dalla soglia dell’eternità, quale miseria (…). La fede ci fa provare orrore, ma nell’istante stesso, ci dice che Dio è infinitamente grande. E allora si implora la sua misericordia».

E il vivere la misericordia di Dio può portare persino a perdonare i propri carnefici: il torinese Giovanni Mecca Ferroglia, elettricista di 18 anni, fucilato l’8 ottobre ’44 a Torino, scrive riprendendo alcune delle parole di Gesù sulla croce: «Quelli che mi hanno condannato li perdono perché non sanno quel che si fanno». 

Come Giancarlo Puecher Passavalli (20enne dottore in legge, milanese, fucilato il 21 dicembre ’43 a Erba): «Perdono a coloro che mi giustiziano perché non sanno quello che fanno e non sanno che l’uccidersi tra fratelli non produrrà mai la concordia». E così scrive il 52enne possidente e studioso Gian Raniero Paulucci de Calboli Ginnasi, forlivese fucilato il 14 agosto ’44 nella sua terra: «Abbiate fede e sappiate perdonare, tutto e tutti».

Ecco il più grande lascito umano che questi uomini e queste donne ci han donato: far nascere un mondo nuovo all’insegna della comunione, della fede e della libertà, dove non vinca il rancore, la competizione, il disprezzo. Siamo stati capaci di esserne degni eredi?

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 18 aprile 2025

Abbònati qui!

Quella memoria che apre al futuro: padre Guido Bertagna a Ferrara

15 Apr
https://www.ntr24.tv/2018/10/17/la-figlia-di-aldo-moro-incontra-lex-brigatista-faranda-nel-segno-della-giustizia-riparativa/

Il gesuita ha portato avanti progetti di incontro tra ex terroristi e loro vittime o parenti delle stesse. Il caso più noto, quello della figlia di Aldo Moro, Agnese

“La riconciliazione: una speranza possibile” è stato il titolo scelto per la lezione della Scuola diocesana di teologia per laici “Laura Vincenzi” svoltasi a Casa Cini (e in diretta streaming) lo scorso 11 aprile. Relatore è stato padre Guido Bertagna S.J., teologo con esperienze di lavoro anche con persone detenute. P. Bertagna da diversi anni è impegnato sul fronte della cosiddetta “giustizia riparativa”, portando avanti, ad esempio, dal 2008 progetti di riconciliazione tra ex appartenenti alle Brigate Rosse e vittime o familiari di vittime delle stesse. Il caso più noto da lui seguito è quello dell’incontro (prima privato, poi pubblico) tra l’ex br Adriana Faranda (che fece parte della “colonna romana” che organizzò il sequestro di Aldo Moro)  e Agnese Moro, figlia di Aldo (le due, in foto – ntr24.tv). Da questa e dalle altre esperienze, dieci anni fa è uscito il volume “Il libro dell’incontro. Vittime e responsabili della lotta armata a confronto”, a cura dello stesso p. Bertagna e di Adolfo Ceretti e Claudia Mazzucato. Padre Bertagna oltre a Casa Cini è intervenuto, la mattina del 12 aprile, in un incontro con studentesse e studenti del Liceo Ariosto di Ferrara. 

A Casa Cini ha preso le mosse da un passo di Deuteronomio (26, 1-11) per riflettere sulla nuova terra donata al popolo ebraico da Dio, insieme alle sue primizie: «vivere consapevoli di questi doni – ha spiegato p. Bertagna – significa ridonare a nostra volta i doni ricevuti». Doni che, quindi, «non vanno “stretti” tra le mani più del dovuto, non vanno trattenuti ma, appunto, donati, elargiti», nell’offerta al tempio e nella carità al prossimo. Solo così «ci si apre al futuro». Non a caso, quindi, la più importante immagine che Israele ha è quella di «un Dio che libera il suo popolo; popolo che grida perché oppresso, un grido che è preghiera, supplica perché c’è Qualcuno che lo ascolta». Questa memoria dell’oppressione, però, è «priva di rancore nei confronti degli oppressori»: ciò che più conta è la liberazione e di conseguenza «la memoria converge tutta nel gesto dell’offerta». Spesso, però – e ognuno di noi l’ha sperimentato almeno una volta nella propria vita – la memoria non apre al futuro ma «si avvita su sé stessa, si fa risentimento che diventa rancore e rabbia». Ciò avviene perché il dolore ha «un forte potere congelante», oltre che «identitario e conservativo». La memoria, dunque, rischia di «tenerci in ostaggio». Ma così, «la vita si indurisce, il sangue scorre poco, una persona che ha commesso una colpa rischia di rimanere per sempre “colpevole”, e chi ha subito un torto rischia di essere per sempre, e solo, “vittima”». Da qui, ne deriva anche una «nevrosi comparativa» (“nessuno soffre più di me”, “hai cominciato prima tu” ecc.). Al contrario, solo una «memoria riconciliata» può superare tutto ciò, «trovando per quel dolore un posto nella propria storia, pur non dimenticandolo».

Ripercorrendo anche le esperienze personali di tentativi di riconciliazione, p.Bertagna ha poi sottolineato l’importanza di «tornare sui luoghi del dolore per ridare vita alla memoria, togliendola così dal suo congelamento», rompendone l’incantesimo. Nel gruppo nato nel 2008 di incontro tra ex br e parenti di vittime delle stesse «abbiamo cercato di restituire la parola al dolore», senza vergogna, senza paura, «per dire a chi ha commesso il reato “tu non sei il male che hai fatto” e alla vittima o familiare della stessa, “tu non sei il male che hai subito”». Un percorso complesso, lungo e a rischio fallimento, perché significa «cambiare radicalmente la percezione di sé». Ma è un percorso che va tentato, a partire dai microconflitti che costellano il nostro quotidiano.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 18 aprile 2025

Abbònati qui!

Una rete che accompagna: povertà e ruolo della Caritas

9 Apr


Premio Stampa 2025 alla Caritas di Ferrara-Comacchio. Il 5 aprile convegno su povertà e informazione e cerimonia: «povertà in aumento, serve un nuovo paradigma socio-culturale»

Sempre più giovani, lavoratori e italiani: è questo il drammatico identikit dei nuovi poveri nel nostro Paese. Il Convegno “Vecchie e nuove povertà: il ruolo dell’informazione” svoltosi la mattina del 5 aprile scorso a  Palazzo Naselli Crispi a Ferrara, è servito anche a fare il quadro delle nuove povertà. L’incontro è stato organizzato da Ordine dei Giornalisti dell’Emilia-Romagna, Assostampa Ferrara e Aser. Dopo la presentazione di Paolo Maria Amadasi (Presidente Associazione Stampa Emilia-Romagna), vi è stata l’introduzione da parte di Antonella Vicenzi (Presidente Assostampa Ferrara) e poi le relazioni di mons. Gian Carlo Perego (Arcivescovo di Ferrara-Comacchio, Presidente della Fondazione Migrantes), mons. Massimo Manservigi (Vicario nostra Arcidiocesi), don Marco Pagniello (Direttore Caritas Italiana) e Matteo Nàccari (giornalista economico, segretario aggiunto Fnsi). Quest’ultimo ha denunciato le basse retribuzioni spesso date ai giornalisti, la precarietà crescente nel mondo dell’informazione e i forti rischi derivanti dall’Intelligenza Artificiale. L’incontro moderato da Alberto Lazzarini (Vicepresidente OdG Emilia-Romagna) si è concluso con la consegna del Premio Stampa 2025 di Assostampa Ferrara alla nostra Caritas Diocesana. Nella parte conclusiva sono quindi intervenuti il nostro Arcivescovo (Presidente Caritas Diocesana), Stefano Ravaioli (Assostampa Ferrara), il Prefetto Massimo Marchesiello, la consigliera regionale Marcella Zappaterra, l’Assessora Cristina Coletti, il Presidente della Provincia Daniele Garuti, il Presidente del Consorzio Bonifica Pianura di Ferrara Stefano Calderoni (“padrone di casa”) e Michele Luciani, operatore Caritas Diocesana: «questo Premio – ha detto Luciani – è soprattutto dei nostri volontari, che lo sentono molto loro ma senza alcuna vanità: perché si sentono parte della comunità Caritas». Il premio consiste in un olio a tela realizzato dalla studentessa del Liceo artistico “Dosso Dossi” Martina Taddia, che rappresenta il Castello Estense su una pagina di giornale. Per l’occasione, è stato anche un proiettato un breve video dedicato ai volontari della nostra Caritas Diocesana.

MONS. PEREGO: FORME POVERTÀ

Mons. Gian Carlo Perego nel proprio intervento ha analizzato il Rapporto Povertà 2024 di Caritas Italiana: 1 italiano su 10 è in povertà assoluta, pari a quasi 6 milioni di persone, oltre 2 milioni di famiglie e al nord la povertà è raddoppiata. Aumenta anche la povertà legata alla giovane età e tra gli stessi lavoratori. Sono, poi, 270mila le famiglie aiutate daiCentri di Ascolto Caritas nella nostra Penisola, con un aumento del 5,4% (che è del 10% nella nostra Caritas Diocesana). Inoltre, si rafforzano le povertà intermittenti e quelle croniche, chi è già povero lo diventa ancora di più e cresce la povertà educativa. Aumentano anche le persone povere con malattie mentali o depressione. Riflessioni a parte le ha poi dedicate al problema del reinserimento lavorativo e sociale degli ex detenuti e alla necessità di reinvestire in case popolari, e di ripensare a una forma di reddito minimo.  

MONS. MANSERVIGI: STORIA CARITAS E RICORDO DI DON PAOLO VALENTI

Nel suo intervento mons. Manservigi ha ripercorso brevemente la storia della nostra Caritas Diocesan e in particolare ricordato lo storico Direttore don Paolo Valenti. La Caritas  di Ferrara fu istituita dall’Arcivescovo Mosconi il 4 novembre 1973 (e due giorni dopo nacque quella di Comacchio) e dotata di un proprio statuto, nel quale venivano recepiti gli scopi proposti nella bozza di statuto per le Caritas diocesane stilata dalla CEI nel ’73. La Caritas Italiana venne invece costituita due anni prima, nel 1971. L’Arcivescovo Mosconi nomina come primo segretario della Caritas di Ferrara (allora la carica si chiamava così) mons. Francesco Ravagnani, allora parroco di S. Paolo a Ferrara, e dedica la prima domenica di quaresima alla Caritas diocesana, intitolandola la “giornata della carità”, con l’invito “Date e vi sarà dato”. Col ricavato annuale viene costituito il “fondo diocesano di solidarietà”. Nel ’94 in via Brasavola a Ferrara la Caritas guidata dal ’93 da don Paolo Valenti apre il Centro di Ascolto (intitolato al Beato Giovanni Tavelli), punto di riferimento fondamentale per la città: così, la Caritas inizia il trasferimento dalla Curia Arcivescovile alla zona di Borgovado. Spiegava don Valenti: «Vengono da noi ex carcerati per le prime necessità, extra comunitari, i senza fissa dimora, i nomadi e, più di quanto si possa immaginare, le famiglie povere della città segnalate dalle Conferenze S. Vincenzo e dalle parrocchie».E a proposito di ospitalità, lo stesso don Valenti parlava di Casa Betania. Ex sede dell’asilo “Grillenzoni”, terminata tale funzione, il Comune la cedette alla Caritas, allora diretta da don Silvio Padovani, «con lo scopo di raccogliere studenti universitari stranieri». Nell’ottobre ’94 la Caritas diocesana risponde a un’altra necessità: quella di una mensa per i poveri con, per iniziare, «una ventina di pasti confezionati nella cucina del Seminario». Gli anni ’90 vedono anche la nascita nel ‘95 di un «ambulatorio medico servito da una ventina di medici volontari», per gli extracomunitari. Inoltre, raccontava sempre don Valenti, «oltre a “Casa Betania”, in via Borgovado, 7, dove viene data ospitalità a 27 studenti stranieri, è stato appena terminato il Centro di Accoglienza a Comacchio, che avrà gli stessi servizi di Ferrara (…). Per settembre è in programma, e hanno già aderito una ventina di dentisti, l’apertura di un ambulatorio dentistico per indigenti (…). Va poi ricordato che la Caritas fornisce anche un servizio di consulenza legale gratuito, che può contare su una decina di avvocati presenti una volta alla settimana, – il venerdì pomeriggio, per due ore -, particolarmente esperti nei problemi che riguardano gli extracomunitari». Un’azione a 360 gradi, dunque. E siamo nel ’98. Un anno dopo, l’annuncio del progetto di trasformazione di Casa Betania in luogo di accoglienza per donne, ragazze-madri, famiglie di ospedalizzati residenti fuori Ferrara, anche in vista del Giubileo del 2000.

E i progetti continuano ancora oggi.

DON PAGNIELLO: «FIDUCIA E RELAZIONI DECISIVE»

Il progetto di microcredito “Mi fido di noi” di Caritas Italiana prevede la creazione di un fondo, alimentato grazie al contributo della CEI, della Caritas Italiana, delle Chiese locali e al sostegno di fondazioni, associazioni, imprese e cittadini. Nella nostra Diocesi verrà costituito un fondo con l’obiettivo di raccogliere 27mila euro. La nostra Caritas diocesana avrà a disposizione il doppio, 54mila euro (gli altri 27mila li metterà Caritas italiana). In Italia si stima di raccogliere 30 milioni di euro. Il fondo sarà depositato a Banca Etica e la nostra Caritas farà riferimento (come Nord Italia) alla Fondazione antiusura “San Bernardino” onlus di Milano. Il prestito sarà dai 1000 agli 8mila euro per ogni situazione che si presenta. L’ufficio/punto di ascolto dove le persone interessate potranno rivolgersi sarà negli ex locali parrocchiali del Centro San Giacomo in via Arginone 161 a Ferrara. «C’è bisogno di alleanze fra soggetti diversi per costruire il bene comune: e una di queste, è col mondo dell’informazione», ha detto don Pagniello di Caritas Italiana. Il progetto “Mi fido di noi” è un «progetto generativo, che mette al centro l’intera comunità, che accompagna la persona o la famiglia bisognosa anche dopo averla aiutato col prestito in denaro. La povertà in Italia – ha riflettuto – aumenta le disuguaglianze all’interno delle stesse città ed è sempre più multidimensionale e multifattoriale»: riguarda, cioè, non solo il cibo, ma l’abitazione, l’educazione, le utenze e la violenza interna alle famiglie. Caritas propone «un modello sociale e culturale alternativo», fondato – come detto – «sull’accoglienza, l’accompagnamento, la relazione, la fiducia, e molto meno sul consumo, sull’individualismo, andando alle radici delle povertà e trasformando la persona bisognosa in persona inclusa nella comunità e in essa attiva».

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” dell’11 aprile 2025

Abbònati qui!

Corpi intermedi, concretezza e limite: ridar vita alla fraternità

1 Apr


Cattolici in politica e democrazia. Il 29 marzo a S.Giacomo ap. l’incontro di AC, ACLI e altre sigle su temi di forte attualità

La crisi della politica, in Italia e in tutto l’Occidente, è sicuramente conseguente anche alla crisi delle forme organizzate della politica e del ruolo dei cattolici in essa.

Su questi e altri temi sempre di forte attualità lo scorso 29 marzo hanno riflettuto Italo Sandrini (vicepresidente nazionale delle Acli e fino ad alcuni mesi fa Assessore a Verona nella giunta di Damiano Tommasi), e Andrea Bonini (costituzionalista e coautore del libro “Democrazia: la sfida della fraternità” curato da Padre Francesco Occhetta, gesuita e segretario generale della Fondazione “Fratelli tutti”).

L’incontro svoltosi nel salone del complesso parrocchiale di San Giacomo Apostolo a Ferrara aveva come titolo “Democrazia e fraternità. Profezia di un mondo di Pace” ed era il secondo dedicato a questi temi, dopo quello svoltosi lo scorso 6 febbraio su “Scelte di pace”. Gli incontri sono stati organizzati da Azione Cattolica diocesana ed Acli Provinciali Ferrara, con il supporto di Agesci, Masci, Pax Christi e Centro di Ateneo per la Cooperazione allo Sviluppo Internazionale di UniFe. 

Il 29 marzo, dopo i saluti di Francesco Ferrari (ACdiocesana) e Paolo Pastorello (ACLI Ferrara) è intervenuto per una breve introduzione Dario Maresca, moderatore dell’incontro, per dimostrare, anche attraverso ricerche statistiche, di come siano una minoranza nel mondo i Paesi che si possono definire “democratici” e di come nella percezione pubblica, anche italiana, si faccia sempre più spazio la legittimità di «sperimentare forme di governo nazionale tendenzialmente autoritarie».

Il primo relatore, Andrea Bonini, ha innanzitutto illustrato l’Associazione “Comunità di Connessioni”, rete a livello nazionale nata grazie a parte dell’associazionismo laicale cattolico per unire tra loro esperienze territoriali simili ma slegate. Associazione che opera prevalentemente attraverso «la formazione e l’autoformazione» e anche nelle istituzioni, ma «in seconda linea». Venendo al tema dell’incontro, Bonini ha riflettuto su come la fraternità sia «un termine lasciato fuori dalla politica», schiacciato tra il dominio del concetto di libertà (dal liberalismo-capitalismo-liberismo) e quello di uguaglianza (social-comunismo).«Per definirsi “fratelli”, innanzitutto – ha detto -, bisogna riconoscere un padre/Padre comune, e questo è molto difficile». La fraternità, però, tra i due termini sopracitati «ristabilisce una verità e un equilibrio, ridando anche forza ai corpi intermedi (partiti e sindacati, in primis)», per tornare a un’idea di pluralismo «che crea ponti e non lacci». Ma i corpi intermedi, per Bonini, «vanno ripensati», tornando ad esempio al «finanziamento pubblico diretto ai partiti e aumentando la loro democraticità interna». Questi, insieme alla «concezione personalista», possono oggi ridare valore alla fraternità attraverso «la riscoperta del concetto di “limite” che la possibilità tecnica – e l’individualismo – stanno distruggendo».

Per Bonini occorre, inoltre, «superare la divisione dei cattolici in politica fra destra e sinistra, frutto di un bipolarismo della seconda Repubblica», conseguente alla fine della DC. I cattolici in politica possono portare ancora «pragmatismo e verità, non per rinnegare i conflitti esistenti ma per ricomporli, come ad esempio sul complesso tema dell’immigrazione e dell’inclusione».

Nei suoi interventi, Italo Sandrini ha invece posto l’accento sul «problema generazionale», a partire dal fatto che molti giovani danno per scontato il poter vivere in un Paese democratico. In generale, è fondamentale in politica «la concretezza», cioè il «sporcarsi le mani». Altro problema sollevato da Sandrini sul tema “democrazia” è l’esistenza a livello elettorale dei listini bloccati.

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 4 aprile 2025

Abbònati qui!

Minori stranieri non accompagnati, serve una rete di aiuto per salvarli

8 Mar

Il 1° marzo a San Giacomo Apostolo la tavola rotonda della Papa Giovanni XXIII col Vescovo, il Prefetto, le testimonianze di un giovane migrante e di chi è in prima linea: storie e progetti

di Andrea Musacci

“Esserci per accogliere. Ascoltare per custodire” è stato il titolo dell’importante tavola rotonda sul tema dell’accoglienza dei minori stranieri non accompagnati (MSNA) tenutasi lo scorso 1° marzo nei locali di San Giacomo Ap. a Ferrara, organizzata dalla Papa Giovanni XXIII e moderata da Elisa Calessi, giornalista Rai di Porta a porta.

I DATI. «SERVONO PIÙ TUTORI»

Dopo la presentazione di Caterina Brina (Papa Giovanni XXIII), è intervenuto il nostro Arcivescovo mons.Gian Carlo Perego (Presidente Fondazione Migrantes), che ha preso le mosse dai recenti dati pubblicati dal Ministero del Lavoro, raccolti attraverso il SIM (Sistema Informativo nazionale dei Minori non accompagnati): al 31 dicembre 2024 erano presenti in Italia 18.625 MSNA. Di questi, il 15% ha meno di 14 anni ed il 12% sono ragazze. Aumentano le femmine e si abbassa sempre più l’età. «In Italia – ha detto mons.Perego -, sono sostanzialmente due le stagioni che riguardano gli MSNA: la prima è a inizio anni ’90, con l’arrivo in particolare di albanesi, rumeni e bulgari; la seconda, dal 2015 in poi, con picchi di 35mila MSNA annui». Dei 18.625 MSNA presenti in Italia, il 53% arriva dal mare, il 47% da terra (camion, volo in aereo, rotta balcanica ecc.). Il 12% sono femmine, un numero in aumento negli ultimi anni, e il 46% di queste ha tra i 7 e i 14 anni. Per quanto riguarda in particolare i maschi, i più piccoli di loro han perso la madre o i genitori durante la traversata in mare. Questi provengono da 66 Paesi, di cui quasi il 70% da 33 Paesi africani, e i restanti dall’estEuropa, da Paesi asiatici o latino-americani. Per quanto riguarda i maschi, negli ultimi anni vengono principalmente (il 75%) da – in ordine – Egitto, Ucraina, Gambia, Tunisia, Guinea, Costa d’Avorio, Albania, Bangladesh,Pakistan. Le femmine invece sono la quasi totalità ucraine e una minoranza ivoriane. Le Regioni che più accolgono gli MSNA sono Sicilia, Lombardia, Campania, Emilia-Romagna e Lazio. E l’86% è ospitato come prima accoglienza in strutture di emergenza o temporanee. Parte degli ucraini in questi 3 anni di guerra è stato accolto da famiglie ucraine già residenti nel nostro Paese.

«Ma chi li tutela?», si è chiesto il Vescovo. Domanda scottante, che ha aperto un interessante dibattito in sala: «prima della Legge Zampa del 2017, erano i Sindaci ad avere la tutela degli MSNA.Un compito arduo visti i numeri importanti. Ma la Legge Zampa non ha ancora i decreti attuativi, cioè le gambe per camminare.Oggi in Italia i tutori riconosciuti per gli MSNA sono 3783: un numero palesemente insufficiente. C’è anche da dire – ha proseguito mons. Perego – che il 35% degli MSNA si allontana volontariamente dalla struttura dov’è accolto, per lasciare l’Italia, che vede quindi solo come tappa intermedia». L’impegno coordinato di associazioni e istituzioni è, dunque, fondamentale: a fine dibattito, mons.Perego ha sottolineato con amarezza come «inItalia solo 80 Prefetture hanno un Consiglio territoriale per l’immigrazione funzionante».

PROGETTO ALLA CITTÀ DEL RAGAZZO

E dopo il Vescovo è intervenuto proprio il Prefetto di Ferrara Massimo Marchesiello: «ringrazio – ha esordito – chi nel nostro territorio fa accoglienza di MSNA». Dal 2017 al 2023 Marchesiello è stato prima Prefetto di Gorizia e poi di Udine, e a S. Giacomo ha quindi raccontato anche alcune esperienze positive in queste aree di frontiera che ha potuto vedere coi propri occhi, per poi ricordare il progetto che «come Prefettura diFerrara abbiamo avviato assieme a mons.Perego nella Città del Ragazzo di inserimento lavorativo per gli MNSA, con anche un percorso formativo e di alfabetizzazione».

L’ÉQUIPE DELL’AUSL FERRARA

Un ruolo fondamentale per gli MSNA lo svolge l’AUSL Ferrara, rappresentata nella tavola rotonda da Annalisa Califano che ha parlato del progetto dell’équipe multidisciplinare e multiprofessionale – interna proprio all’AUSL di Ferrara – , nata 1 anno e mezzo fa (e presente anche nelle altre AUSL della nostra Regione) e composta da un mediatore culturale, «indispensabile per costruire un rapporto col presunto minore»: un assistente sociale dell’ASP di Ferrara (invitato all’incontro del 1° marzo, invito che ha però declinato); un neuropsichiatra e una psicologa di psicologia infantile; un pediatra.«Abbiamo – ha aggiunto – un ambulatorio dentro la Casa della Comunità (Cittadella San Rocco, Ferrara, ndr) per l’accertamento del MSNA.Qui si compie un primo colloquio, molto doloroso, nel quale al presunto minore si chiede di ripercorrere la propria storia, spesso fatta di povertà, scarsa scolarizzazione, problemi lavorativi, abusi, violenze, torture subite durante il viaggio».

E a proposito della famosa “radiografia dei polsi” che si compie per valutare la maggiore età o meno del giovane migrante, Califano ha spiegato che «vale solo come primissimo accertamento, al quale poi ne devono seguire altri». È, dunque, un percorso lento e complesso: «ci interessiamo – ha aggiunto – della sua salute complessiva, comprendente anche l’alfabetizzazione, la conoscenza dei propri diritti, della terra che lo ospita».

“CASA DELL’ANNUNZIATA” 

In collegamento con San Giacomo c’era Giovanni Fortugno, Responsabile  di “Casa dell’Annunziata”, comunità di accoglienza per MSNA nel centro di Reggio Calabria. «Siamo nati 10 anni fa – a fine 2014 – grazie anche all’impegno di mons. Gian Carlo Perego e della Migrantes. Accogliamo bambini e ragazzi dai 9 ai 17 anni di età. Appena li accogliamo – ha spiegato -, togliamo loro lo smartphone per evitare che i trafficanti continuino a contattarli. Successivamente, gliene diamo un altro per tenersi in contatto coi familiari. E stiamo lavorando anche a progetti per i neomaggiorenni». Iniziai andando in Grecia, a Patrasso, dove vidi bimbi soli anche di 6-8 anni». Tra il 2014 e il 2019, sono ancora sue parole, «a Reggio Calabria sono arrivati quasi 8mila MSNA, numeri enormi per una realtà come la nostra, non attrezzata per questo tipo di accoglienza. Personalmente ho assistito a circa 400 sbarchi di migranti: ho visto uomini senza reni, perché asportati per il commercio illegale, gravemente ustionati, feriti, senza un occhio o un orecchio, con gli arti amputati a causa della disidratazione, fortemente denutriti, alcuni arrivati morti».

LE STORIE DEI BIMBI

Il giornalista Luca Luccitelli è insieme a Fortugno co-autore del libro “Figli venuti dal mare”: «sono 200 le storie che ho raccolto da Fortugno e una parte di esse le raccolgo nel libro: lui ci ha messo la vita, io le parole», ha detto. «Nel volume inizio dalle storie di chi non ce l’ha fatta, come una mamma somala e il suo bimbo, morti durante la traversata. O di quei tre bimbi – uno afghano, uno eritreo, l’altro dall’Africa occidentale – che hanno camminato da soli per alcune migliaia di km». Questi minori durante la loro odissea «sono potenzialmente vittime di qualsiasi tipo di abuso e violenza.E tra loro aumentano gli under 14 e le femmine, regolarmente abusate sessualmente durante il tragitto. A Reggio Calabria – ha proseguito – ho incontrato Fatima (nome di fantasia, ndr), bimba siriana col volto gravemente ustionato ma con uno sguardo sempre solare.Abbiamo poi constatato essere stata vittima di una delle bombe chimiche dell’esercito di Assad.Operata a Beirut, poi da lì ha viaggiato da sola fino in Italia, passando per la Libia (Bengasi), traversando il mare e arrivando a Roccella Jonica. Il padre le ha pagato il viaggio tra i 4 e i 6mila euro, indebitandosi pesantemente».

LA STORIA DI FAKOLI

Fakoli Sibide è invece il nome di un ragazzo senegalese di 18 anni, accolto alla Città del Ragazzo di Ferrara. A San Giacomo è intervenuto per raccontare la sua storia: «due anni  fa – ha detto – ho lasciato il mio Paese e la mia famiglia, e ho attraversato il Mali, il Niger,  la Tunisia e poi con un barcone sono arrivato in Italia». In Tunisia è rimasto 5 mesi, durante i quali ha anche lavorato in campagna. Fakoli ha viaggiato in parte a piedi, in parte in autobus, dormendo anche per strada. Sogna di fare il meccanico: alla Città del Ragazzo, infatti, ama molto il corso di meccanica che sta seguendo.

L’incontro è stato ulteriormente arricchito da alcuni interventi dal pubblico (una 70ina i presenti), fra cui Enrico Beccarini, Presidente Associazione “Tutori nel Tempo” di Ferrara (la prima nata in Italia, nel 2016): «inItalia – ha detto – ci sono 3 mila tutori, ma solo una piccola percentuale di questi riceve la nomina dal Tribunale dei minori. A Ferrara, ad oggi solo 2 su 28». Paola Mastellari, Presidente Associazione “Tutori Volontari Emilia-Romagna” ha invece spiegato come nella nostra Regione esiste anche un’altra associazione di tutori, a Bologna. «Sono 200 – ha aggiunto – i tutori in Emilia-Romagna, a fronte di 1406 MSNA (dati Ministero al 31 gennaio 2025)». Numeri bassi, che hanno conseguenze serie sulla vita di questi giovani.

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 7 marzo 2025

Abbònati qui!

Sopra il mare vi è una Speranza: a due anni dal naufragio di Cutro

27 Feb

A Santo Spirito la proiezione del commovente documentario  “Cutro Calabria Italia”. I corpi dei bambini, i detriti, le grida. E quelle rose che spuntano, quei volti di carità

di Andrea Musacci

«La morte è stata sommersa nella vittoria». (1Cor  15, 54)

Il racconto si apre col buio squarciato dalla dolcezza della luna e – da una barca – con gli occhi di una donna sgranati a intuirvi speranza. E si chiude con altri occhi, quelli «azzurri» dell’Alì di Pasolini: «Saranno / con lui migliaia di uomini / coi corpicini e gli occhi / di poveri cani dei padri / sulle barche varate nei Regni della Fame».

Una forte ma discreta commozione ha attraversato la sala del Cinema Santo Spirito di Ferrara la sera del 21 febbraio scorso, in occasione della proiezione – in contemporanea con oltre 50 Sale della Comunità in tutta Italia – del documentario “Cutro Calabria Italia”.L’evento organizzato dall’ACEC (Associazione Cattolica Esercenti Cinema) – e patrocinato da Fondazione Migrantes e Ufficio Nazionale CEI per le Comunicazioni Sociali -, per commemorare il secondo anniversario della tragedia di Cutro, ha visto in via della Resistenza un’80ina di partecipanti.

La notte tra il 25 e il 26 febbraio 2023 a Steccato di Cutro (Kr), persero la vita 94 persone, tra cui 34 minori. L’imbarcazione, partita dalla Turchia e carica di oltre 180 migranti provenienti da Afghanistan, Pakistan, Siria, Somalia e Iraq, si infranse contro gli scogli a pochi metri dalla costa calabrese.

In collegamento con le Sale, S.Spirito compresa, il regista Mimmo Calopresti: «il migrante è una persona che ha bisogno di te, non una di cui non fidarsi», ha detto. «Ho scelto di fare questo documentario per non dimenticare ma anche per raccontare la reazione di carità di tanti calabresi». Collegato anche il Sindaco di Cutro Antonio Ceraso:«lo abbiamo vissuto come un lutto di famiglia», sono state le sue parole. «A Cutro siamo già nella fase di integrazione dei migranti e dello scambio culturale con loro. Ho deciso anche di creare un cimitero islamico, e in una posizione non periferica: a migliaia da tutta la nostra Regione avevano offerto ognuno un loculo per le vittime».

A S. Spirito era presente anche mons. Gian Carlo Perego, nostro Arcivescovo e Presidente Fondazione Migrantes, intervenuto anch’egli in collegamento con le altre Sale: «una serata come questa – ha detto – è importante non solo per la memoria dei drammi passati, ma anche per ricordarci come purtroppo ciò avvenga ancora».

«Il film ci abitua anche a non banalizzare tragedie come queste, a non abituarsi – come si rischia sentendo sempre le notizie dei tg – ai morti in mare», ha invece detto l’ex Ministro Patrizio Bianchi (titolare Cattedra Unesco educazione, crescita ed eguaglianza a UniFe).«Oggi è sempre più forte una sistematica e continua educazione all’odio».

SE GESÙ PASSA SU QUELLA SPIAGGIA

Ma un modo per combattere contro questo odio strisciante e sempre più sfacciato e volgare, è, ad esempio, quello di guardare le immagini di quella spiaggia maledetta: quello straccio – forse un vestito – che galleggia sull’acqua, i detriti sulla rena, i corpi che riaffiorano.E poi quei vestitini e quei giocattoli di bimbe e di bimbi, e la fila di sacchi bianchi sulla sabbia, poi sostituiti dalle bare dentro il palazzetto dello sport, con le urla strazianti dei famigliari delle vittime a squarciare ancora quel cielo che pare lontano. 

Dicevamo di Pier Paolo Pasolini: in queste terre trovò la Maria del suo Vangelo secondo Matteo (la giovane crotonese Margherita Caruso) e altri volti per il suo film, oltre a luoghi nei quali girò alcune scene (i calanchi di Cutro e la spiaggia delle Castella, frazione di Isola di Capo Rizzuto). E proprio del Vangelo pasoliniano, Calopresti mostra un frammento di sequenza molto suggestivo, quandoGesù chiama Simone e Andrea: «Venite dietro a me e vi farò pescatori di uomini» (Mt 4,18-22). La proposta assoluta è sempre la stessa: aiutate i vostri fratelli e sorelle a salvarsi, e solo così anche voi troverete la salvezza. Nella carità e nella fede, nell’abbandono e nella sequela a Cristo, troverete il Regno. Perché in quel mare, su quella spiaggia, l’ultima parola non l’ha il maligno con la sua tempesta che sembra inghiottire nel nulla corpi, sorrisi, speranze.

Là in quell’angolo d’Italia – come nel documentario di Calopresti – vedi che quei detriti si trasformano in una croce di legno e uno squarcio, nel cielo, di nuovo ricompare. Ora anche le rose rosse possono “crescere” e vibrare al vento su quella spiaggia. Quelle urla strazianti non risuonano più nel vuoto, anche le lacrime dei soccorritori, prima ricacciate a forza dal vento e dall’urgenza, ora possono tramutarsi in lode, memoria, abbraccio.

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 28 febbraio 2025

Abbònati qui!

«Formazione e ricerca: solo così l’Europa può essere competitiva»

22 Feb

La Prolusione dell’ex Ministro Patrizio Bianchi all’Accademia delle Scienze di Ferrara: «Cina e altri Paesi sono all’avanguardia nel digitale, ma le disuguaglianze aumentano»

di Andrea Musacci

Quale può essere oggi il ruolo dell’Europa in un contesto globale complesso, conflittuale e dominato sempre più dall’economia cinese e da altre economie orientali?

Su questa drammatica domanda ha riflettuto lo scorso 12 febbraio Patrizio Bianchi nella sua Prolusione richiestagli dall’Accademia delle Scienze di Ferrara. In via del Gregorio, dopo i saluti di Pier Andrea Borea (Presidente dell’Accademia) ha preso la parola il noto economista, titolare della Cattedra Unesco Educazione, crescita ed eguaglianza presso l’Università di Ferrara. Lungo, il suo curriculum: solo per citare gli incarichi passati più prestigiosi, ricordiamo che è stato Ministro dell’Istruzione del governo Draghi, Assessore a scuola, università e ricerca della Regione Emilia-Romagna ed è professore emerito di UniFe, di cui è stato Rettore. “Tendenze e conflitti dell’economia globale”: già dal titolo scelto per la sua Prolusione, ben si comprende su quale contesto ci troviamo a ragionare a 35 anni dalla caduta del Muro di Berlino, e quando ormai ampiamente si sono spente quelle speranze nate allora di poter vivere in un mondo di pace e dove il libero mercato dovrebbe portare maggiore democrazia e ricchezza per i popoli.

FRATTURE E DISILLUSIONI

«L’attuale momento internazionale è molto difficile, in quanto attraversato da diverse fratture», ha esordito Bianchi. Per questo, è importante «l’apporto della ricerca, della scienza, di parlarsi, di confrontarsi: oltre all’Università, è significativo il ruolo delle Accademie come la vostra».

Viviamo dunque in un’epoca complicata, che segue una lunghissima crescita avvenuta nell’ultimo mezzo secolo. In questo periodo di tempo, però, vi sono state «fasi tra loro molto diverse»: si usciva dal secondo conflitto mondiale e dopo 40 anni è caduto il mondo sovietico, dando vita a una fase nuova: a metà anni 90 si è avuto, infatti, il World trade Agreement, la possibilità cioè di commerciare liberamente fra tutti i Paesi a livello globale, a differenza di ciò che avveniva durante la Guerra Fredda. Successivamente, vi è stata una rapidissima fase di crescita, con un aumento fortissimo della popolazione a livello mondiale (più che raddoppiata in pochi decenni) e un aumento del reddito medio. «Ma questo aumento del reddito non è stato distribuito equamente», ha aggiunto il relatore. Tre sono le grandi illusioni nate dopo la caduta del Muro nel 1989: «che non ci sarebbero più state guerre, che il mercato si sarebbe autoregolato e che le nuove tecnologie avrebbero reso il mondo più democratico. Ma questi tre aspetti – fra loro collegati – non si sono del tutto realizzati».

RICERCA PER CRESCERE

La vera protagonista a livello mondiale – per la crescita impetuosa che ha avuto – è la Cina. Cina che dagli anni ’90 ha avviato politiche di «salari bassissimi, dimostrando grande capacità di produzione e forte disponibilità a collaborare con gli altri Paesi». Collaborazione che è avvenuta «facendosi formare» dagli occidentali, ai quali, quindi, ha “preso” anche le tecnologie. Un aspetto decisivo, questo, e drammaticamente «sottovalutato» da molti. I cinesi, quindi, avevano capito che «educazione, formazione e ricerca sono le chiavi dell’innovazione». Le fasi di instabilità – perciò – «sono molto pericolose se non si investe nell’industria, quindi nell’innovazione, in formazione, ricerca e tecnologia ma si sta attenti solo ai guadagni in Borsa», ha ammonito Bianchi. «Ciò che fa la differenza, quindi, sono gli investimenti di lungo periodo». Arrivando all’inizio del nuovo millennio, la nuova fase è segnata negli USA dalla crisi dei subprime, «che colpisce soprattutto le banche più piccole, legate a quelle grandi e grandissime. A questa crisi negli USA si è reagito girando pagina, cioè investendo sull’industria digitale». Dal 2008, infatti, «lo scambio internazionale di prodotti fisici cala, ma la produzione totale cresce, grazie proprio all’aumento dell’economia digitale».

EUROPA E RUSSIA IN DIFFICOLTÀ

È soprattutto in questi anni che la Cina cresce esponenzialmente mentre l’Europa registra una «crescita scarsa e molto altalenante». L’Europa – per Bianchi – «solo quando gioca assieme compete e trascina l’economia mondiale, mentre quando si fraziona è troppo piccola per stare al passo» degli altri Paesi forti. E oggi – è l’ennesimo allarme che l’economista lancia – per l’Europa «potrebbe essere troppo tardi per una ripresa, per una crescita pur necessaria per la stabilità mondiale». Fra i grandi Paesi, solo la Russia non può altrettanto sorridere. È, infatti, un Paese «dominato da un gruppo ristretto di oligarchi che impedisce lo sviluppo di una vera economia nazionale: in Russia si registra una forte inconsistenza del sistema economico».

ANALISI DI ALCUNI SETTORI CHIAVE

Andando più nel dettaglio, e analizzando alcuni settori economici chiave, vediamo ad esempio come dal 2000 al 2021 il mercato dell’auto in Cina è cresciuto in % dal 1,5 al 37,5, mentre negli USA è calato dal 13,4 al 2,7 e in Germania dal 12, 4 al 5,4. E la Germania è il Paese europeo più forte in questo settore… 

«La chimica – ha poi aggiunto Bianchi – è l’ambito che oggi più mi preoccupa, se in esso non riusciamo più a produrre e a innovare». Proseguendo, per quanto riguarda la produzione digitale, nei circuiti integrati svettano Hong Kong, Cina, Taiwan e Singapore; gli USA producono invece circa 1/3 di ognuno di questi Paesi. Idem per i semiconduttori, prodotti per il 22% in Cina, altrettanto a Taiwan e per il 25 in Corea del sud. Per non parlare dell’«enorme concentrazione di ricchezza nell’ambito della comunicazione, dove dominano Cina e USA». Ma la Cina è anche il Paese «con più brevetti e che più ha investito in robot e macchine di produzione ad alta tecnologia: se i Paesi europei – ha spiegato con amarezza Bianchi – si mettessero tutti insieme arriverebbero forse ai livelli di USA o Giappone», ma sarebbero comunque ancora lontani dalla terra del dragone.

DISEGUAGLIANZE CRESCENTI

Come accennato sopra, tutto ciò negli ultimi tre decenni ha portato, però, a «un aumento delle disuguaglianze a livello globale». In particolare, in Cina sono raddoppiate: il 10% dei ricchi controlla il 70% della ricchezza, mentre in USA il 10% della popolazione controlla l’80% della ricchezza, e il secondo 50% controlla appena lo 0,6%…

Se il massimo della povertà rimane in Africa e in America latina, la vecchia Europa «tiene», nonostante tutto. Il nostro continente – ha spiegato Bianchi – «è marginale nel digitale ma primo in altri settori: ad esempio esportiamo in quello farmaceutico e negli strumenti scientifici, soprattutto legati all’ambito sanitario e più in generale alla qualità della vita. Investimenti in salute, scienza e welfare sono quindi importanti perché possono essere elementi di traino per l’Europa a livello globale. Dobbiamo consolidare questo nostro primato europeo: ma purtroppo il tema viene spesso sottovalutato». Com’è – secondo Bianchi – sottovalutato quello dell’educazione, «importante non solo per la vita delle persone ma appunto come traino per lo sviluppo».

DOVE STA L’EUROPA?

Oggi qual è, quindi, il posto dell’Europa nel mondo? Per Bianchi, come detto, l’unica via per il nostro continente sta nell’«investire in educazione, ricerca e nella capacità di trasformare queste in qualità della vita. Non dobbiamo abbatterci: l’identità europea oggi si può esprimere a livello continentale unitario solo nella capacità di investimento e recuperando una visione di lungo periodo, per poi – sempre come Europa – essere in grado di costruire e garantire la pace a lungo termine».

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 21 febbraio 2025

Abbònati qui!

Pace, una scelta di campo: quattro proposte concrete

15 Feb

Le Campagne attive nel nostro Paese: cancellare o ristrutturare i debiti ingiusti dei Paesi poveri per uno nuovo sviluppo; mettere al bando le armi nucleari; istituire un Ministero della Pace; non finanziare con le banche la produzione e il commercio di armi 

di Andrea Musacci

La pace fa parte di un triangolo di P, che compone assieme alla parola “preghiera” e alla parola “poveri”. Ma potrebbe anche far parte di un rombo, aggiungendo la parola “prossimità”.

Parlare di pace, quindi, puà non essere uno stanco esercizio retorico o astratto ma il racconto in prima persona di progetti concreti, di vicinanza alle persone che alla pace anelano.

Una serata ricca di queste narrazioni è stata quella dello scorso 6 febbraio nella parrocchia di San Giacomo Apostolo a Ferrara (via Arginone), grazie all’incontro “Scelte di pace” promosso dal Settore Adulti dell’Azione Cattolica diocesana, dalle Acli provinciali, dall’Associazione “Comunità Papa Giovanni XXXIII” e da CCSI (Centro di Ateneo per la Cooperazione allo Sviluppo Internazionale) di UniFe, in collaborazione con la Scuola diocesana di Formazione politica.La serata, introdotta da Francesco Ferrari (AC diocesana) e moderata da Dario Maresca – ha visto la partecipazione di un centinaio di persone, molte delle quali giovani. Il prossimo incontro sul tema della pace è in programma il 29 marzo sul rapporto fra democrazia e fraternità. Nei prossimi numeri vi daremo ulteriori dettagli.

PACE SIGNIFICA DEMOCRAZIA

«Nel dibattito pubblico, ormai la guerra non suscita più lo sdegno che meriterebbe«, ha incalzato Maresca. «Secondo stime ONU, 1 bambino su 6 nel mondo vive in situazioni di conflitto armato. La pace – chiediamoci – è per noi cristiani “solo” una promessa escatologica o anche una speranza per l’oggi?».

A questo interrogativo ha cercato di rispondere Andrea Michieli, Direttore dell’Istituto di Diritto internazionale della Pace “Giuseppe Toniolo”:«l’annuncio della pace – ha detto – è sia una prospettiva escatologica sia un impegno concreto da portare avanti, una scelta di campo».Nel concreto, però, cosa significa “lottare” per la pace? «La pace dovrebbe essere la prima bussola del nostro agire politico». Davanti a noi si pone un aut aut etico: «o costruiamo la pace o benediciamo la guerra, quindi l’uccisione. Ci è quindi richiesta una conversione».

Detto ciò, nelle politiche concrete, per Michieli, vi può essere una «gradualità», considerando quindi anche «la legittima difesa» come possibilità necessaria. Ma la teoria della “guerra giusta” già «viene scalfita nella Chiesa durante il Concilio Vaticano II con la “Pacem in terris”, ripresa, però, seriamente solo con la “Fratelli tutti” di Papa Francesco». In questo mezzo secolo . ha proseguito Michieli – si è passati dalla tensione della Guerra fredda «all’illusione post 1989 di un mondo senza conflitti grazie all’unificazione nel mercato globale e agli organismi internazionali. Non siamo, però, stati capaci di creare un mondo davvero multipolare». Andiamo, invece, nella direzione dei «vari imperialismi» – cinese, russo, turco, ad esempio – invece di andare «verso una convivenza e una democratizzazione sempre più ampie. Ma gli imperialismi rappresentano la morte del diritto internazionale e del diritto umanitario».

Una risposta a ciò risiede nella Costituzione Italiana pensata, in particolare nel suo articolo 11, per la «gestione del conflitto affinché non diventi armato»; ciò, «portandolo a livello costituzionale, quindi gestendolo, partendo dal concetto dossettiano di “democrazia sostanziale”». E a tal proposito, va denunciato il tentativo dell’attuale Governo italiano di riforma della legge 185/1990; legge nata 35 anni fa grazie alla mobilitazione dei missionari e della società civile, che regolamenta le esportazioni delle armi prodotte in Italia. E che ora rischia di essere smantellata.La seconda fase di questo grave tentativo di riforma è iniziato in Parlamento lo scorso 6 febbraio.

È dunque più che mai necessario – per Michieli – riprendere il discorso sulla «difesa nonviolenta della patria»: la guerra, infatti, «non è solo un discorso geopolitico»; e la pace, di conseguenza, è «strettamente legata alla democrazia e alla conflittualità latente nella società. Vanno quindi moltiplicati i momenti di dibattito su questi temi, per combattere l’indifferenza».

Micheli ha dunque accennato a quattro progetti concreti per costruire la pace con la democrazia dal basso e attraverso forme legali e costituzionali.

“Cambiare la rotta. Trasformare il debito in speranza”

Innanzitutto, la campagna “Cambiare la rotta. Trasformare il debito in speranza”, mobilitazione nazionale collegata alla campagna globale “Turn debt into hope” promossa da Caritas International.  “Cambiare la rotta” mira a sensibilizzare sull’urgenza di ristrutturare o condonare i debiti dei Paesi poveri e a rimuovere l’iniquità dentro all’architettura finanziaria internazionale. «Un sistema che continua a sostenere modelli di produzione e consumo che causano il riscaldamento climatico, alluvioni e siccità, a danno soprattutto delle popolazioni più povere e vulnerabili», scrivono i promotori. La campagna si fonda su quattro punti essenziali: cancellazione e ristrutturazione dei debiti ingiusti e insostenibili, affrontando anche il debito da creditori privati; creazione di un meccanismo di gestione delle crisi di sovraindebitamento, con la costruzione di un sistema presso le Nazioni Unite; riforma finanziaria globale che metta al centro persone e pianeta, creando un sistema equo, sostenibile e libero da pratiche predatorie; rilancio della finanza climatica per sostenere la mitigazione e l’adattamento climatico nel Sud globale. Disinvestendo dal fossile, dall’economia speculativa, dalle industrie belliche.

La campagna è promossa da: Acli, Agesci, Aimc, AC, Caritas, Comunità Papa Giovanni XXIII, CVX, Earth Day Italia, Focsiv ETS, Fondazione Banca Etica, MCL, Meic, Missio, Movimento dei Focolari, Pax Christi, Salesiani per il sociale, Sermig. Media partner della campagna sono Agenzia SIR, Avvenire, Radio Vaticana – Vatican News, Famiglia Cristiana.

Info: https://cambiarelarotta.it/

“Italia, Ripensaci!”

La campagna “Italia, ripensaci!” per la messa al bando delle armi nucleari è promossa dalla Campagna Senzatomica e dalla Rete Italiana “Pace e Disarmo”. È rivolta al Governo Italiano affinché trovi le modalità per aderire al percorso del Trattato sulla Proibizione delle Armi Nucleari (TPNW), con l’impegno dei promotori di sensibilizzare i Comuni e le istituzioni a manifestare il proprio sostegno alla ratifica del Trattato da parte dell’Italia sottoscrivendo l’ICAN Cities Appeal;invitando i parlamentari a sottoscrivere l’ICAN Parliamentary Pledge affinché il Parlamento italiano manifesti il proprio sostegno alla ratifica del Trattato; sottoscrivendo all’ICAN Cities Appeal e all’ICAN Parliamentary Pledge, le istituzioni e i parlamentari richiedono all’Italia di farsi parte attiva del dibattito internazionale sul disarmo nucleare partecipando alla terza Conferenza degli Stati parte del TPNW che si terrà a New York nel marzo 2025, alla quale l’Italia può partecipare come “osservatore. La Campagna “Italia, ripensaci” si coordina con le altre campagne nazionali a sostegno dell’entrata in vigore del Trattato sulla Proibizione delle Armi Nucleari, in primo luogo con quelle portate avanti nei paesi la cui situazione è più simile a quella italiana: il Belgio, la Germania e i Paesi Bassi, tutti paesi europei membri della Nato e che ospitano armi nucleari statunitensi sul proprio territorio.

Info:

“Ministero della Pace, una scelta di governo”

La proposta del “Ministero della Pace, una scelta di governo”, promossa dall’Associazione “Comunità Papa Giovanni XXIII”, propone una “cabina di regia istituzionale” «per dar vita a un nuovo sistema nazionale per la promozione della pace». Il Ministero per la Pace – secondo i promotori – «potrebbe, in collaborazione con altri Ministeri e gli altri organi istituiti presso amministrazioni statali, individuare azioni coordinate nazionali e finalmente dare il nome ad una politica strutturale per la pace».  

Il nuovo Ministro, agendo in maniera trasversale ed in collaborazione con gli altri ministeri, avrebbe competenza su: promozione di politiche di Pace per la costruzione e la diffusione di una cultura della pace attraverso l’educazione e la ricerca, la promozione dei diritti umani, lo sviluppo e la solidarietà nazionale ed internazionale, il dialogo interculturale, l’integrazione; disarmo, con il monitoraggio dell’attuazione degli accordi internazionali e promuovendo studi e ricerche per la graduale razionalizzazione e riduzione delle spese per armamenti e la progressiva riconversione a fini civili delle industrie nel settore della difesa;Difesa Civile Non Armata e Nonviolenta, con particolare riguardo ai Corpi Civili di Pace al Servizio Civile quali strumenti di intervento nonviolento della società civile, nelle situazioni di conflitto e in contesti di violenza strutturale e culturale; prevenzione e riduzione della violenza sociale e promozione di linguaggi e comportamenti liberi dall’odio; qualificazione delle politiche di istruzione rispetto all’educazione alla nonviolenza, trasformazione positiva dei conflitti, tutela dei diritti umani e mantenimento della pace;infine, mediazione sociale, riconciliazione e giustizia riparativa, promuovendo misure concrete di “riparazione” alla società del danno commesso dal reo.

Info: https://ministerodellapace.org/

Campagna contro le banche armate

La Campagna di pressione alle “banche armate” è nata su iniziativa delle riviste “Missione Oggi”, “Mosaico di Pace” e “Nigrizia” nel gennaio del 2000 in occasione del Grande Giubileo della Chiesa Cattolica e della grande mobilitazione mondiale promossa dalla campagna internazionale “Jubilee 2000” che chiedeva la cancellazione del debito dei Paesi altamente indebitati.

«Il primo obiettivo – spiegano i promotori – è fare informazione, precisa e costante, circa il coinvolgimento degli istituti di credito nazionali ed esteri nella produzione ed in particolare riguardo all’esportazione di sistemi militari e di armi leggere italiane. Non si tratta, però, solo di informare e sensibilizzare, ma di promuovere cambiamento a diversi livelli. Innanzitutto a livello politico per richiedere a tutte le forze politiche, al parlamento e soprattutto al governo l’applicazione precisa e trasparente della legge n. 185/1990. L’obiettivo specifico e fondamentale resta comunque la richiesta agli istituti di credito, alle banche e al settore finanziario di non finanziare la produzione e la commercializzazione di armamenti e di armi comuni o, per lo meno, di definire delle direttive volte a autoregolamentare in modo rigoroso e trasparente la propria attività in questo settore».

Info: https://banchearmate.org/

************************************************************************

LA PACE SI FA VICINO AI POVERI

Famiglie, migranti, contadini resistenti: Sant’Egidio e Giovanni XXIII in prima linea

Nel corso dell’iniziativa pubblica dal titolo “Scelte di pace”, svoltasi lo scorso 6 febbraio nel Salone della parrocchia San Giacomo Apostolo a Ferrara, i tanti presenti hanno potuto ascoltare in prima persona le commoventi e coraggiose testimonianze di due donne che con le loro vite rappresentano possibili incarnazioni della parola “pace”.

POVERI, MIGRANTI, PROFUGHI: LA COMUNITÀ SANT’EGIDIO

A Ferrara ha portato la propria testimonianza Alessandra Coin della Comunità Sant’Egidio di Padova:«sono entrata in questa Comunità nel 1991, cercando un modo di vivere concretamente il cristianesimo». Sant’Egidio aPadova nasce proprio in quegli anni «attraverso il contatto diretto coi poveri: conobbi prima una famiglia povera che viveva in miseria in un quartiere popolare, e poi via via altre realtà simili, con varie forme di disagio. Partimmo con un progetto di doposcuola, alla quale affiancammo» – con uno sguardo aperto al mondo – «una preghiera per il Mozambico».

La guerra civile in Mozambico – che ha provocato oltre 1 milione di morti – «è stata alimentata dalle strategie e dagli interessi geopolitici dominanti durante il periodo della Guerra Fredda», come giustamente spiega Silvia C. Turrin su missioniafricane.it . «Infatti, il FRELIMO, il Fronte di Liberazione del Mozambico, è in origine un partito di ispirazione marxista-leninista. All’epoca della guerra civile era appoggiato dall’allora Unione Sovietica. La RENAMO, acronimo di Resistenza Nazionale Mozambicana, è un partito conservatore, inizialmente sostenuto dall’allora governo razzista della Rhodesia (Zimbabwe dal 1979) e dall’allora Sudafrica in cui vigeva il sistema di apartheid. Sostenere la RENAMO significava contrastare le forze filo-comuniste in Mozambico, ma anche in Rhodesia e in Sudafrica». Nel 1990 incominciano a Roma le trattative di pace con la mediazione della Comunità di Sant’Egidio e del governo italiano. Nel 1992 FreLiMo e ReNaMo firmarono gli accordi di pace di Roma, definendo congiuntamente una nuova costituzione di stampo multipartitico. Nelle elezioni libere tenute negli anni successivi, il FreLiMo si confermò sempre il primo partito del Mozambico. «Il metodo di Sant’Egidio, infatti, – ha spiegatoCoin – è di cercare ciò che unisce, non ciò che divide». 

Lavorare per la pace non significa, però, solo lavorare negli scenari di guerra ma per i poveri e con i poveri, parlare con loro, passare del tempo con queste persone normalmente considerate “invisibili”: questa è una grande opera di pacificazione sociale».

Ma pace, per Sant’Egidio significa anche «creare corridoi umanitari per profughi e migranti; corridoi che tanti morti in mare hanno evitato in questi anni, assieme ai salvataggi in mare.

Ma come funzionano? I corridoi umanitari sono frutto di un Protocollo d’intesa tra la Comunità di Sant’Egidio, la Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia, la Tavola Valdese, la Cei-Caritas e il Governo italiano. Le associazioni inviano sul posto dei volontari, che prendono contatti diretti con i rifugiati nei Paesi interessati dal progetto; predispongono, quindi, una lista di potenziali beneficiari da trasmettere alle autorità consolari italiane, che dopo il controllo da parte del Ministero dell’Interno rilasciano visti umanitari con Validità Territoriale Limitata, validi dunque solo per l’Italia. Una volta arrivati in Italia legalmente e in sicurezza, i profughi potranno presentare domanda di asilo.

I corridoi umanitari sono totalmente autofinanziati dalle associazioni che li promuovono: arrivati in Italia, i profughi sono accolti a spese delle stesse associazioni in strutture o case. Viene insegnato loro l’italiano e i loro bambini vengono iscritti a scuola per favorire l’integrazione nel nostro Paese e aiutarli a cercare un lavoro. Da febbraio 2016 a oggi sono già arrivate 7396 persone – siriani in fuga dalla guerra e rifugiati dal Corno d’Africa, dalla Grecia e da Gaza.

Il 6 febbraio a San Giacomo era presente anche Salif, giovane scappato anni fa dal suo Paese, il Mali, per fuggire alle persecuzioni che subiva dal potere. Arrivato in Libia ha subito diverse torture ed è stato ferito con un’arma da fuoco a una gamba; in quell’occasione, ha visto morire, allo stesso modo, un suo amico. Poi la traversata in barca per arrivare in Italia e la speranza concreta di una nuova vita.

Dal 1991 Sant’Egidio è presente anche in Ucraina. «Il radicamento nel paese e la vicinanza costante alla popolazione durante la guerra – scrivono dalla Comunità – hanno permesso a Sant’Egidio di avere un quadro articolato delle sofferenze e dei bisogni della società ucraina. Grazie alla presenza delle Comunità ucraine è stata realizzata un’estesa rete di aiuti umanitari, distribuiti sul territorio anche nelle zone più colpite dai combattimenti». Nei primi due anni di guerra, la Comunità ha distribuito in Ucraina 2000 tonnellate di aiuti umanitari. Sono attivi 5 Centri umanitari per sfollati interni, a Leopoli, a Ivano-Frankivsk e in tre quartieri di Kyiv, dove ogni mese vengono distribuiti 12.000 pacchi alimentari. 3000 vengono inviati nelle zone di guerra (regioni di Donetsk, Kharkiv e Dnipropetrovsk). Nel complesso hanno usufruito del sostegno alimentare di Sant’Egidio 370.000 persone, mentre si stimano in 2 milioni coloro che hanno ricevuto medicinali (circa 1 milione di confezioni inviate).

Un altro nome della pace, quindi, è «solidarietà», ha concluso Coin: «ciò che ti fa uscire dal gorgo della disperazione, che ti fa tornare a sperare».

COLOMBIA, OPERAZIONE COLOMBA PER LA DIFESA  NONVIOLENTA

La serata a San Giacomo si è conclusa con la testimonianza di Silvia De Munari, rappresentante di “Operazione Colomba” (OC), il corpo nonviolento di Pace della Papa Giovanni XXIII (APG23), del quale fa parte dal 2013 stanco accanto alle persone che vivono loro malgrado la guerra civile in Colombia. La “Commissione per la verità” è parte del processo di pace promosso dal governo dell’ex presidente Juan Manuel Santos,  che nel 2016 ottenne la deposizione delle armi e la smobilitazione della maggiore forza della guerriglia, le Farc. Come raccontato su cittanuova.it, nel luglio 2022 ha fatto un bilancio di quasi 60 anni di guerra interna: sono oltre 450 mila le persone assassinate tra il 1985 ed il 2018, ma potrebbero essere anche 800mila. Il bilancio stima inoltre in 7.752.000 le persone costrette a lasciare le proprie case e le terre che coltivavano per trovare rifugio. I sequestri di persona sono stati quasi 51mila, mentre oltre 121mila sono i desaparecidos di cui non sono stati ritrovati i corpi. Ma tale numero si riferisce solo alla ricostruzione possibile tra il 1985 ed il 2016, le stime fanno invece riferimento ad altre 210mila persone di cui non si sa dove e come siano scomparse. Inoltre, tra il 1990 ed il 2016, sono stati oltre 16mila le bambine, i bambini e gli adolescenti arruolati tra le forze in lotta.

Operazione Colomba nasce nel 1992 dal desiderio di alcuni volontari e obiettori di coscienza della Comunità Papa Giovanni XXIII, di vivere concretamente la nonviolenza in zone di guerra. Inizialmente ha operato in ex-Jugoslavia dove ha contribuito a riunire famiglie divise dai diversi fronti, proteggere (in maniera disarmata) minoranze, creare spazi di incontro, dialogo e convivenza pacifica. L’esperienza maturata sul campo ha portato Operazione Colomba negli anni ad aprire presenze stabili in numerosi conflitti nel mondo, dai Balcani all’America Latina, dal Caucaso all’Africa, dal Medio all’estremo Oriente.

«Pace – ha spiegato a Ferrara De Munari – non significa solo dire “no” alla guerra ma costruire la giustizia, cioè soddisfare innanzitutto i bisogni primari delle persone»: terra, lavoro e libertà. Nel 1997, gruppi di contadini han dato vita alla Comunità di Pace di San José de Apartadó (CdP) nel dipartimento di Antioquia,Comunità di «resistenza civile nonviolenta con un sistema economico, relazioni sociali e sistema educativo alternativi. Diversi fra loro, per questo, sono stati massacrati dai gruppi armati paramilitari e dalla guerriglia»: gli ultimi a essere trucidati, nel marzo 2024, sono Nallely Sepúlveda ed Edinson David, rispettivamente di 30 e 15 anni.

Operazione Colomba è impegnata in Colombia dal 2009 e proprio dal ’97 i suoi volontari e le sue volontarie vivono nella Comunità di Pace di San José de Apartadó con l’obiettivo di «contribuire alla sua sopravvivenza e al proseguimento della sua esperienza di resistenza nonviolenta». Sono una «scorta civile internazionale», identificabile dalla maglia arancione. La forma di protezione più efficace di questa esperienza consiste, infatti, «nella presenza di civili internazionali che accompagnano i membri della CdP nello svolgimento delle loro attività quotidiane, monitorando le violazioni dei Diritti Umani e tutelando la loro incolumità. L’intervento dei volontari di OC, di deterrenza, è stato richiesto dalla stessa Comunità di Pace e risponde al suo bisogno primario di poter continuare a vivere in sicurezza sulle proprie terre». «Stiamo, quindi, al loro fianco, viviamo con loro», ha spiegato ancora De Munari: «abbiamo a cuore la loro vita. Loro vogliono verità e giustizia per i morti ammazzati, vogliono sapere non solo chi sono gli esecutori ma soprattutto i mandanti dei tanti omicidi». Mandanti «che van cercati nelle stesse istituzioni statali colombiane». In quel potere dove la pace è un concetto del tutto sconosciuto.

Andrea Musacci

Pubblicati sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 14 febbraio 2025

Abbònati qui!

Disforia di genere, grande inganno per tanti giovani

11 Dic
(Foto Avvenire)

Fulvia Signani (UniFe) nel suo ultimo libro dedica una parte ai danni provocati da un’ideologia malata che ha fatto credere a tanti bambini e adolescenti che cambiare sesso fosse la soluzione al loro malessere e la risposta alle loro domande. Con l’aiuto di media, social e adulti

di Andrea Musacci

Un tema sempre poco affrontato nel dibattito pubblico ma che definisce – in negativo – il nostro tempo, è quello riguardante l’identità di genere e in particolare la disforia di genere soprattutto nei bambini e negli adolescenti. Ne parla Fulvia Signani, psicologa e sociologa, Docente UniFe incaricata di Sociologia di genere a Studi Umanistici e Medicina, nella sua nuova pubblicazione “Potenziare la Gender Medicine. I saperi necessari” (Mimesis ed., Collana UniFestum, n. XX, 2024).

Nella parte riservata al tema della disforia di genere nei minori, redatta assieme a Stefano Dal Maso (Ricercatore indipendente), scrive: «in assenza di sintomi fisici tangibili, l’anamnesi clinica si basa su ciò che la persona intende o non intende riferire di sé e quindi sull’auto-narrazione di chi si rivolge a un/a professionista sanitario/a per ricevere un parere». È questo l’approccio che tanti danni ha provocato nella vita di giovani e delle loro famiglie in tutto il mondo cosiddetto “avanzato”. Una scelta puramente ideologica ispirata dagli studi che si rifanno al Protocollo Olandese “Gender Affirmative Model of Treatment” (GAMT), sviluppato inizialmente in Olanda negli anni ’90 dalla psicologa Peggy Cohen-Kettenis.

L’IPOCRISIA DELL’APPROCCIO AFFERMATIVO

Questo approccio – scrivono i due studiosi – «persegue la convinzione che per alleviare la condizione di malessere psicologico, che spesso accompagna i bambini e i giovani con incongruenza o GD (nei primi anni diagnosticati come transessuali o affetti da disturbo dell’identità di genere) (…), sia opportuno affermarli nella loro richiesta di una nuova identità (che, per la specificità dell’approccio, non viene messa in discussione o relativizzata) tramite interventi farmacologici e chirurgici, non riconoscendo la fondamentale importanza di un sostegno psicologico di accompagnamento». Ciò che è incredibile è che questa posizione sia stata «validata anche in alcuni ambiti scientifici nonostante l’assoluta assenza di riscontri clinici». Una volta accettata come vera l’identità di genere dichiarata dal soggetto, vengono adottate quattro fasi: «l’assistenza psicologica nel percorso di affermazione di genere, la somministrazione dei “bloccanti della pubertà” ai bambini», «la somministrazione di ormoni cross-sex agli adolescenti» (farmaci per lo sviluppo e il mantenimento a lungo termine delle caratteristiche sessuali opposte rispetto a quelle del proprio sesso natale), «gli interventi chirurgici». In particolare, «la somministrazione dei bloccanti della pubertà viene raccomandata nell’applicazione dell’approccio affermativo, con il riferito intento di ridurre l’angoscia del bambino collegata allo sviluppo di caratteri sessuali opposti al proprio sentire interiore e di concedergli il tempo necessario per esplorare la propria identità di genere, al termine del quale, se persiste nella sua incongruenza, sottoporlo a ormoni cross-sex per tutta la vita». Dopo la pubblicazione nel 2006 sulla rivista “European Journal of Endocrinology” di uno studio di Delemarre-van de Waal e Cohen-Kettenis, «l’approccio affermativo si diffonde molto rapidamente, per effetto di un’imponente copertura mediatica anche al di fuori degli ambiti professionali clinici e grazie a una crescente spinta sociale», anche se le stesse Delemarre-van de Waal e Cohen-Kettenis abbiano dichiarato che «non è ancora chiaro come la soppressione puberale influenzerà lo sviluppo del cervello». Non certo un aspetto irrilevante. Viene invece diffusa «una narrativa parallela riferita al supposto aumento del rischio suicidario, qualora ai “giovani disforici” venga negato l’uso dei bloccanti». 

CRITICHE E RIPENSAMENTI

Ma tra il 2011 e il 20214 nel Regno Unito, i risultati dello studio “Early intervention study” «dopo la somministrazione dei bloccanti della pubertà, non hanno dimostrato un miglioramento del benessere psicologico, bensì un peggioramento dei problemi “internalizzati” come depressione e ansia e un aumento di ideazioni suicidarie». Nel marzo 2022 il gruppo di lavoro incaricato dal Servizio sanitario inglese e guidato dalla pediatra Hilary Cass, ex presidente del Royal College of Pediatrics and Child Health, pubblica un Rapporto intermedio «nel quale vengono già esposti i primi risultati che evidenziano le numerose preoccupanti criticità dell’approccio affermativo». Nella cosiddetta “Cass Review” è scritto: «Non sono stati identificati studi di alta qualità, che utilizzassero un disegno di ricerca appropriato per valutare gli esiti della soppressione della pubertà negli adolescenti che soffrivano di disforia o incongruenza di genere. Esistono prove insufficienti e/o incoerenti sugli effetti della soppressione della pubertà sulla GD, sulla salute mentale e psicosociale, sullo sviluppo cognitivo, sul rischio cardiometabolico e sulla fertilità. Esistono prove coerenti di qualità moderata, anche se provenienti principalmente da studi pre-post, che la densità ossea e l’altezza possono essere compromesse durante il trattamento». A seguito di tale pubblicazione, il Governo britannico annuncia la chiusura del reparto GIDS (Gender Identity Development Service) della clinica Tavistock.

Di conseguenza, ripensamenti radicali da parte di esperti e istituzioni negli anni si sono riscontrati in vari Paesi e lo scorso aprile la Società Europea di Psichiatria del bambino e dell’adolescente (ESCAP) ha licenziato un documento in cui sottolinea che «le ricerche hanno rilevato alcune gravi conseguenze per la salute dei bloccanti della pubertà e degli ormoni cross-sex, in particolare quando i trattamenti vengono iniziati nei minori” e solleva “preoccupazioni sulla possibile natura irreversibile del processo decisionale nella prescrizione dei bloccanti della pubertà».

COME I SOCIAL E IL CONTESTO INFLUENZANO I GIOVANI

In tutto ciò, un ruolo decisivo lo svolgono i mass media e i social media: «L’adolescenza – scrivono Signani e Dal Maso – può essere un periodo in cui il disagio mentale si manifesta attraverso problemi fisici come i disturbi alimentari o i disturbi legati alla percezione del proprio corpo. Per alcuni giovani, questo può esprimersi come disagio legato all’identità di genere». Studi come quello di Ahmed, Granberg e Khanna (Gender discrimination in hiring: An experimental reexamination of the Swedish case, 2021), rilevano come «ragazzi e ragazze, a seguito della consultazione dei social, hanno adottato comportamenti o identità basati su ciò che avevano osservato, deducendo che i social sono in grado di plasmare le identità e i comportamenti individuali». I/le ragazzi/e «frequentano i social media e gli influencer hanno un grande impatto sui giovani, li convincono che diventare trans possa risolvere i loro problemi adolescenziali e suggeriscono loro strategie per convincere gli adulti e i professionisti, della loro identità, addirittura fornendo i testi da leggere a questi loro interlocutori». Web significa anche pornografia – «di cui è testimoniato un uso massiccio nei Paesi Occidentali» – che «crea aspettative irrealistiche sulla sessualità, che spesso danneggiano lo sviluppo sessuale. Messaggi confusi e contraddittori, insieme alle influenze dei media, possono generare paura nell’affrontare il proprio genere e possono spingere i giovani a pensare che sia meglio non identificarsi con il proprio sesso di nascita».

Oltre all’influenza dei social media – continuano gli studiosi -, «l’influenza dei pari durante questa fase della vita è molto potente» e anche «gli insegnanti e altri adulti di riferimento giocano un ruolo importante nel promuovere le identità trans. In molte scuole americane, bandiere rainbow e messaggi di supporto per gli studenti LGBT+, sono molto comuni. Alcune scuole arrivano a rassicurare gli studenti dicendo “Se i tuoi genitori non accettano la tua identità, io sono tua madre ora” e offrono riferimenti di supporto. Alcune scuole hanno gruppi segreti LGBT+ e consulenti che supportano i giovani nella loro identità trans, anche senza il consenso dei genitori».

Temi, dunque, che toccano le esistenze di milioni di giovani nel mondo, anche nel nostro Paese. Continueremo la riflessione nel prossimo numero indagando il transumanesimo, ideologia alla base dell’approccio affermativo.

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 13 dicembre 2024

Abbònati qui!

«Le migrazioni sfidano le nostre società»

28 Nov

L’intervento di Laura Zanfrini (Università Cattolica) a Casa Cini

Il moderno principio di cittadinanza, che si realizza concretamente  nell’uguaglianza fra le persone, nel rispetto della pari dignità di ognuno, col conseguente aumento dei diritti civili e sociali, è sfidato dalle migrazioni di massa del nostro tempo. Su questo ha riflettuto lo scorso 21 novembre Laura Zanfrini, professoressa ordinaria di Sociologia delle migrazioni e della convivenza interetnica all’Università Cattolica di Milano, intervenendo a Casa Cini per la “Scuola diocesana di teologia per laici” sul tema “Cambiare rotta verso l’accoglienza”.

«Le società moderne, legate a quel concetto di cittadinanza, si pensavano come chiuse, delimitate da confini nazionali e di conseguenza omogenee sotto il profilo  culturale, etnico e religioso», ha riflettuto la relatrice. Di conseguenza, ancora oggi gli immigrati «in quanto stranieri» spesso vengono percepiti come «potenziali nemici». Inoltre, la maggior parte delle volte sono «poveri» e quindi «percepiti come “competitori”» in quanto «consumatori illegittimi di welfare», del “nostro” welfare. Ragionando così, però, si scade in una «concezione darwinista dell’appartenenza sociale», dando vita a «una società che produce scarti umani». Spesso – per Zanfrini – anche «chi difende l’immigrazione sbaglia, quindi, quando usa argomentazioni economicistiche del tipo “gli immigrati ci servono per certi lavori” o “gli immigrati ci pagheranno le pensioni”». Dobbiamo accogliere chi ha bisogno «perché è giusto in sé, anche se nell’immediato non è utile». E iniziare seriamente a ragionare sul tema della «partecipazione, coinvolgendo le persone immigrate a livello civile e politico». Oltre alla nostra concezione dei confini e di omogeneità, le migrazioni mettono in discussione «la nostra idea di stanzialità. Ma sono le nostre stesse vite a essere sempre più transnazionali», ha aggiunto la relatrice, che ha giustamente accennato al fatto che in ambito sanitario-assistenziale – ma il discorso si potrebbe allargare – «l’immigrazione di donne e uomini nei Paesi ricchi per essere impiegate come oss, badanti o colf impoverisce, e di molto, i loro Paesi di origine» di professionalità fondamentali. Dovremmo, quindi, «esportare i nostri sistemi di welfare, non solo i nostri sistemi produttivi».

Un altro aspetto molto delicato dell’immigrazione è quello della «diversità quando mette in dubbio, o rischia di mettere in dubbio, il principio di uguaglianza davanti alla legge». Si pensi alla sharia islamica, che spesso contrasta con gli ordinamenti dei Paesi europei. Infine, ma non meno importante, la migrazione «sfida la Chiesa, mettendo in dubbio la nostra idea di Chiesa nazionale, tradizionale e l’idea stessa di laicità, cioè il ruolo della religione nello spazio pubblico». Temi complessi sui quali è sempre necessario un di più di discernimento all’interno delle nostre comunità ecclesiali.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 29 novembre 2024

Abbònati qui!