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«Vi racconto di quando il mio amico Pizzaballa si innamorò della Terra Santa»

7 Mag

«Tenace, tagliente, poi diplomatico. Ma sempre dal cuore grande»: così don Giuseppe Cervesi racconta a “La Voce” l’amico Pizzaballa, in questi giorni protagonista al Conclave. Il viaggio in Terra Santa, quello ad Assisi, i timori e la nostalgia di Ferrara: ritratto inedito di uno dei “papabili”

di Andrea Musacci

Lo scorso numero della “Voce” (v. pag. 7 del 2 maggio 2025) abbiamo dedicato un servizio al card. Pierbattista Pizzaballa – Patriarca di Gerusalemme dei Latini, ex Custode di Terra Santa e fra i 133 cardinali che dal 7 maggio saranno presenti al Conclave – che ha vissuto tra il 1981 e il 1984 a Ferrara, tra la parrocchia di Santo Spirito (con i frati francescani) e il Seminario Arcivescovile dove studiava. Dopo quelle presenti nel numero scorso, vi proponiamo altre testimonianze di persone che lo hanno conosciuto direttamente.

IL RACCONTO DI DON GIUSEPPE CERVESI

«Pierbattista è stato un mio compagno di studi di Teologia a Bologna nel 1988-89, dopo gli anni a Ferrara nel 1987-88». Così inizia il racconto alla “Voce” di don Giuseppe Cervesi, Rettore del Santuario del Poggetto (Sant’Egidio), francescano con un forte spirito missionario (ha vissuto in Messico). «Nell’89-90 ero a Carpi, ero ancora diacono, poi venni a Ferrara per un anno sabbatico prima del mio ultimo anno di Teologia: fu proprio Pizzaballa a chiedermi di venire a Ferrara, città che amava. E aveva grande stima di padre Atanasio Drudi», guida francescana della parrocchia di S. Spirito dal 1967 al 1997. 

«Pizzaballa mi è piaciuto molto come persona fin dalla prima volta che lo conobbi: era molto diretto, schietto, a volte anche tagliente, e tenace; ma dal cuore buono. Poi è cambiato, è diventato più diplomatico. E io gli dissi “stai studiando da provinciale”». Aveva visto bene…: «era diventato più diplomatico, non falso però, ma sincero come sempre. Ed è sincero – continua don Cervesi – anche quando mi scrive che ha voglia di vedermi. A volte ci sentiamo anche per telefono, ma è molto impegnato». Don Cervesi ci racconta, poi, un episodio specifico, molto importante per la biografia del card. Pizzaballa: «il 27 ottobre 1986 andammo assieme ad Assisi in occasione dell’incontro interreligioso con Giovanni Paolo II. Guidai io il pulmino. Ci tenevo molto a parteciparvi, e lui mi aiutò e mi accompagnò». 

L’anno successivo, nell’87, «siamo andati assieme in Terra Santa: all’inizio ero titubante, ma poi accettai. Lui si innamorò, fin da subito, della Terra Santa: forse la sua passione per quei luoghi nacque proprio lì, in quella che per lui era la prima visita». Pizzaballa dimostrò il proprio aiuto all’amico don Cervesi anche nel 2021, per una guida per un altro pellegrinaggio in Terra Santa, anche se poi non si concretizzò.

Venendo al presente, don Cervesi ci spiega: «l’ultima volta che l’ho sentito – per messaggio – è stato lo scorso 21 aprile: gli ho scritto per fargli gli auguri di buon compleanno e naturalmente mi ha risposto chiedendo di pregare per il Papa. L’ultima volta che l’ho sentito per telefono è stato invece per la Festa di S. Martino nel 2019. Poi, siamo rimasti in contatto via mail e via WhatsApp: spesso mi scriveva rendendomi partecipe del suo desiderio di venirmi a trovare».

Ancor più dopo il 7 ottobre 2023, ma sempre, la vita a Gaza e in generale in Terra Santa, non è facile: «lui si sente a rischio», continua don Cervesi: «in un messaggio mi ha detto: “mi sa che il grande salto lo faccio prima io di te…”. È consapevole del rischio che corre; ma i cristiani sono un ponte di pace in Terra Santa, per una pace giusta, spero rimangano». Pizzaballa, infine, ci ricorda don Cervesi, «era molto legato agli ebrei convertiti» (gli “ebrei cattolici”, ndr), anche se lì la comunità cattolica è tutta araba».

ALTRI RICORDI 

«Ricordo il bel rapporto che Pizzaballa aveva con i frati che abitavano a San Francesco e venivano a scuola con noi in Seminario», ci racconta il parroco di Bondeno don Silvano Bedin. «Le sfide di calcio con loro – prosegue – erano epiche». «Ho conosciuto personalmente Pizzaballa a S.Spirito negli anni ’80, quand’era a S. Spirito e io facevo le Elementari», ci racconta Paolo Martorana, pianista e produttore discografico ferrarese. «Cantavo nel coro parrocchiale  diretto da suor Celestina nel quale lui faceva l’organista; per me Pierbattista ha avuto un ruolo fondamentale: se oggi faccio il musicista è anche grazie a lui. Nel vederlo suonare quell’Organo per accompagnare il Coro ebbi la conferma che avrei voluto imparare a suonare il pianoforte. Cosa che ho fatto».

L’intervista a Ferrara nel marzo 2024

Il 1° marzo 2024 il card. Pierbattista Pizzaballa ha risposto alle domande di Cristiano Bendin (“Il Resto del Carlino” Ferrara) in collegamento da Gerusalemme per il primo incontro dell’Ottavario di S. Caterina Vegri, seguito da oltre 100 persone riunitesi nel coro del Monastero del Corpus Domini di Ferrara.

Dopo un’analisi della situazione nella Striscia di Gaza, riflesse così: il cristianesimo è «uno stile di vita prima che una religione», la fede cristiana deve «parlare alla vita, deve far comprendere come la pace non significa vittoria sull’altro, sconfiggerlo, farlo tacere o sparire», ma «inclusione dell’altro, suo coinvolgimento, sentirlo parte di sé, sentire anche il suo dolore. Come cristiani abbiamo nel cuore tanto gli israeliani quanto i palestinesi. L’altro, invece – sono ancora parole del cardinale -, qui è percepito come causa del proprio dolore: ciò rende impossibile ogni dialogo. Parlare con l’altro è interpretato come tradimento». Invece, a noi cristiani, la Croce «continua ad insegnarci che il male si vince amando gratuitamente: non è utopia, incontro persone che lo vivono». Qui, invece, «stiamo affogando nell’odio veicolato anche da un linguaggio che deumanizza l’altro». La Chiesa, disse, «non può entrare dentro l’agone, non può sposare nessuna delle due parti: è solo sposa di Cristo. Rifiuto, quindi, letture parziali da una parte e dall’altra». Infine, sul proprio servizio in Terra Santa, dove si trova da 35 anni, disse: «nel tempo – ha spiegato – ho acquisito uno sguardo più carico di misericordia, più capace di perdono e di pazienza per gli errori degli altri, anche a causa degli errori che io stesso compio». I momenti più belli «del mio servizio sono le visite pastorali che svolgo tutti i fine settimana, a volte anche a metà settimana: è commovente vedere come la gente vive la propria fede e la vicinanza agli altri».

Nel 2023 al Presepe vivente di Ferrara

Il card. Pizzaballa ha lasciato anche un messaggio video per il Presepe Vivente (organizzato da CL Ferrara) nel dicembre 2023 sul sagrato della Basilica di S. Francesco a Ferrara. 

Nel messaggio video proiettato a lato della Basilica, il cardinale disse che il Presepe Vivente «è importante per recuperare la tradizione: nel passato si trova la certezza per il presente e il futuro e ciò che può rendere festoso il tempo. Natale è tempo di speranza per un mondo moderno che non crede più in niente. Natale è il tempo di riscatto dalla menzogna, dall’odio, dal nulla».


Il suo ricordo di Ferrara: scelta francescana e pazienza dei superiori

Dal discorso finale del card. Pizzaballa nel rito di Ordinazione episcopale (10 settembre 2016, Cattedrale di Bergamo):

«(…) e poi a Ferrara, con il primo servizio da ragazzo, liceale, in parrocchia, prima nel Santuario poi in parrocchia, io ero responsabile del coro ed ero anche organista. E lì ho vestito l’abito francescano: l’ingresso nell’ordine francescano era per me una scelta naturale, visto che venivo ormai da quel mondo, dopo tanti anni; e lì ho dato espressione concreta a quel desiderio di semplicità, di scelta radicale, di sobrietà. Son stati molto pazienti con me i miei formatori e superiori del tempo, li ringrazio per quella pazienza e quando necessaria anche per la loro severità (…)».

Il 27 maggio al Poggetto

Il prossimo 27 maggio il card. Pizzaballa si videocollegherà col Santuario del Poggetto alle ore 18 per un incontro dal titolo “Il ruolo della Comunità cristiana in Terra Santa per gettare le basi di una pace stabile e duratura nella terra di Gesù”. Per ora l’incontro è confermato.

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 9 maggio 2025

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Foto: Convento Frati minori S. Spirito Ferrara, settembre 1984 (Pizzaballa è il primo a sx).

Papa Francesco e la Misericordia: quella porta sempre aperta

30 Apr

di Andrea Musacci

Il 21 aprile – Lunedì dell’Angelo – chi almeno per un istante non ha vissuto la tentazione della disperazione? Chi, immerso nella notizia più bella – quella della Resurrezione – non ha provato tristezza, smarrimento all’annuncio della morte del Santo Padre? Eppure, «anche se vado per una valle oscura, non temo alcun male, perché tu sei con me»1.

Lo stesso Papa Francesco ci ha insegnato che la morte «va affrontata e preparata come passaggio doloroso e ineludibile ma carico di senso: quello dell’estremo atto di amore verso le persone che si lasciano e verso Dio a cui si va incontro»2.

Da quando Jorge Mario Bergoglio ha esalato l’ultimo respiro, non sono mancate, da ogni dove, rincorse affannose ad intestarsi più o meno presunte affinità col magistero che questo Papa ha alacremente intessuto nei 12 anni di pontificato. “Pace”, “giustizia”, “povertà” sono solo alcune delle parole che hanno risuonato ovunque, dai grandi media ai piccoli chiacchericci nei bar o nelle chat. Ma in questi giorni troppo saturi di opinioni, lo Spirito ci ha suggerito un vocabolo che sostiene e vivifica tutti gli altri: misericordia. Non a caso, lo stesso Papa Francesco scriveva: «La credibilità della Chiesa passa attraverso la strada dell’amore misericordioso e compassionevole»3. Parole scritte esattamente 10 anni fa, nella Bolla di indizione di un altro Giubileo, proprio quello Straordinario della Misericordia.

E appena eletto, Bergoglio scelse come suo motto “miserando atque eligendo”, tratto dalle Omelie di San Beda il Venerabile4, il quale, commentando l’episodio evangelico della vocazione di San Matteo, scrive: «Vidit ergo lesus publicanum et quia miserando atque eligendo vidit, ait illi Sequere me» («Vide Gesù un pubblicano e siccome lo guardò con sentimento di amore e lo scelse, gli disse: “Seguimi”»). Omelia che quindi è omaggio alla misericordia divina ed è riprodotta nella Liturgia delle Ore della festa di S. Matteo. E che ha un significato particolare nella vita e nell’itinerario spirituale del Papa; infatti, nella festa di San Matteo del 1953, il 17enne Jorge Bergoglio sperimentò la presenza amorosa di Dio nella sua vita: dopo una confessione, si sentì toccare il cuore e avvertì che il Signore lo chiamava alla vita religiosa.

Il suo secondo “motto” – «Non dimenticatevi di pregare per me» – sta in questo solco: quello dell’uomo che riconosce la propria miseria ed è quindi bisognoso – per non sprofondare nel proprio peccato – dell’Amore di Dio e del perdono del prossimo. Così dunque Papa Francesco ha immaginato la Chiesa, come ben sintetizzato dal card. Giovanni Battista Re nell’omelia delle esequie: «una Chiesa capace di chinarsi su ogni uomo, al di là di ogni credo o condizione, curandone le ferite».

Questo aspetto molto concreto, fisico della misericordia lo sprigiona un termine, rahamîm, usato nell’Antico Testamento 39 volte, col quale si designa «quasi sempre il grembo materno, le viscere generative, e si trapassa a un significato emozionale, destinato soprattutto a esaltare la misericordia tenera del Signore»5. 

Della vicinanza fisica con tutti, specialmente i più fragili, Papa Francesco ha fatto un tratto distintivo del suo stile, ricevendone indietro un calore personale, una supplica della sua presenza, fino all’ultimo e oltre, anche quando il suo povero corpo ormai spento riposava nella bara per l’esposizione; e persino dopo, durante i funerali, il suo popolo gli è stato vicino, lo ha seguito, cercato, accompagnato fino alla sepoltura. Proprio perché attraverso lui, lungo quella strada, quelle persone cercavano una sola cosa: Misericordia.

Ma il primo movimento è quello del Padre: «È sempre lui che viene a noi: Dio si fa nostro prossimo», scriveva un altro gesuita, De Certeau, commentando il racconto dei discepoli di Emmaus. «A queste pecore senza pastore, a questi malati senza medico, a questi uomini spogliati delle loro speranze ma ancora abitati dal suo ricordo e che lo cercano anche là dove sanno bene di non trovarlo; proprio in questo povero tesoro dei sogni perduti, Gesù si avvicina»6.

Papa Francesco, tanto con la sua dolcezza quanto con la sua parresia, ci ha dunque ricordato che la via della speranza è percorribile da chiunque (con ai piedi le proprie scarpe consunte, come le ultime che lui stesso ha voluto indossare), perché il Dio vivente ha avuto misericordia di me, di te, di ognuno. La porta del Regno è ancora una volta, per sempre, aperta.

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 2 maggio 2025

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NOTE

1 Sal 22.

2 Papa Francesco, Misericordia et misera, 15.

3 Papa Francesco, Misericordiae vultus, 10.

4 Om. 21; CCL 122, 149-151.

5 https://www.famigliacristiana.it/blogpost/rahamim-viscere-di-misericordia.aspx .

6 Michel de Certeau, I pellegrini di Emmaus (Cittadella Editrice, 2009).

Morire per la patria terrena col cuore nella Patria celeste

16 Apr

Le ultime memorie di partigiani cattolici italiani uccisi dai nazifascisti: «alla fine rimane solo ciò che è santo e si implora Dio»

di Andrea Musacci

«Avevamo vent’anni e oltre il ponte

oltre il ponte ch’è in mano nemica

vedevam l’altra riva, la vita

tutto il bene del mondo oltre il ponte.

Tutto il male avevamo di fronte

tutto il bene avevamo nel cuore

a vent’anni la vita è oltre il ponte

oltre il fuoco comincia l’amore».

(“Oltre il ponte”, I. Calvino, S. Liberovici, 1959)

Dai dati dell’Atlante delle stragi naziste e fasciste in Italia (www.straginazifasciste.it) risultano 5.862 gli eccidi nazifascisti commessi in Italia fra l’8 settembre ’43 e il 25 aprile ‘45, nei quali hanno perso la vita 24.384 persone (53% civili, 30% partigiani). Fra i tanti resistenti antifascisti giustiziati in questi 20 mesi, non pochi sono i cristiani (perlopiù cattolici e  alcuni valdesi della Valle del Pellice). Perlopiù inquadrati nelle Brigate “Fiamme Verdi”, i partigiani che alla Fede in Gesù Cristo univano quella in una patria terrena fondata sulla fraternità, la libertà e la giustizia portano con sé memorie di eroismi che a noi paiono davvero d’altri tempi. Il beato Teresio Olivelli, il beato e Giusto tra le Nazioni Odoardo Focherini, entrambi morti nel Campo di concentramento tedesco di Hersbruck, sono alcuni dei laici martiri più noti, oltre a tanti nomi di partigiani cattolici famosi come Giuseppe Dossetti, Tina Anselmi, Enrico Mattei, solo per citarne alcuni. 

Ma rileggendo le Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana (prima edizione: Einaudi, 1952) sono tanti i nomi di giovani cattolici che consapevolmente han dato la vita affinché il male radicale incarnato dal nazifascismo non dominasse l’avvenire della propria patria.

Qui ne citeremo – per mere ragioni di spazio – solo alcuni. Uomini (e una donna) che già pregustavano l’Eternità, l’incontro col Signore della vita e della morte. Loro, quasi tutti giovani contadini, operai, studenti, che anche quando scelsero come luogo di azione politica le brigate comuniste o socialiste, mai persero la fede in Cristo.

UNA GRANDE CERTEZZA

Meccanico 20enne torinese, Armando Amprino viene fucilato il 22 dicembre ’44; scrive poco prima di morire: «Vado alla morte tranquillo assistito dal Cappellano delle Carceri che, a momenti, deve portarmi la Comunione (…). Dietro il quadro della Madonna, nella mia stanza, troverete un po’ di denaro. Prendetelo e fate dire una Messa per me. La mia roba, datela ai poveri del paese». 

Mario Bettinzoli (Adriano Grossi, nome di battaglia, e così d’ora in poi per i nomi tra partentesi), perito industriale bresciano di 22 anni, lascia nella sua missiva: «spero mi perdonerete come il Signore mi ha perdonato qualche minuto fa per mezzo del suo Ministro. Domattina prima dell’esecuzione della condanna farò la Santa Comunione e poi…Ricordatemi ai Rev. Salesiani e ai giovani di A.C. affinché preghino per me».

32enne bibliotecario originario de L’Aquila, Giulio Biglieri viene invece fucilato a Torino il 5 aprile ’44. Due giorni prima, scrive all’amico Borasio: «Un amico mi ha convinto a prendere i sacramenti. Mi sono già confessato, tra poco mi comunicherò. Lo faccio non tanto perché sia giunta finalmente la fede che tu hai. No, purtroppo, ma dal profondo dell’anima il gesto di umiltà e di pace ha riguadagnato le sfere della coscienza. Ne sono lieto e muoio tranquillo: se Dio c’è, Esso non potrà scacciarmi lontano».

È stato invece fucilato il 3 marzo 1945 a Torino Alessandro Teagno (Luciano Lupi), perito agronomo di 23 anni, che al papà scrive: «Abbi fede anche tu in Dio. Io non l’ho avuta per lungo tempo. Ma ora ho la certezza che una Giustizia Suprema deve esistere!».

«UN LUOGO PIÙ BELLO, PIÙ GIUSTO E PIÙ SANTO»

Studente romano in ingegneria, Mario Batà ha 26 anni quando viene fucilato dai tedeschi a Macerata. Scrive poco prima ai genitori: «Pensate che non sono morto, ma sono vivo, vivo nel mondo della verità. (…). La mia anima sta per iniziare una nuova vita nella nuova era. Desidero che la mia stanza rimanga com’è…io verrò spesso».

«Quello che io sto per passare è niente in confronto di tutto ciò che a passato e sofferto Gesù Cristo per noi, e sono contento che in questo momento ce qui il sacerdote che mi assiste e mi consola»: così scrive alla madre Paolo Casanova, umile fornaio 21enne di Altamura, fucilato a Verona il 9 febbraio ‘45.

Un sacerdote, don Aldo Mei, 32 anni originario di Lucca, fucilato il 4 agosto ’44 nella sua città, scrive, invece, ai propri cari: «Dio non muore. Non muore l’Amore! (…). Raccomando a tutti la carità. Regina di tutte le virtù. Amate Dio in Gesù Cristo, amatevi come fratelli. Muoio vittima dell’odio che tiranneggia e rovina il mondo – muoio perché trionfi la carità cristiana». 

Il ragusano Antonio Brancati, studente 23enne, è una delle vittime dell’eccidio di Maiano Lavacchio (GR): «Dispiacente tanto se non ci rivedremo su questa terra», scrive ai genitori; «ma ci rivedremo lassù, in un luogo più bello, più giusto e più santo».

SOCIALCOMUNISTI E INSIEME CRISTIANI

È un’umile casalinga savonese di 25 anni, Franca Lanzone, la partigiana comunista che così scrive al marito Mario prima di essere uccisa il 1° novembre ‘44: «Dio solo farà ciò che la vita umana non sarà in grado di adempiere». E un altro giovane comunista, Pietro Binetti (Boris), meccanico 20enne genovese, fucilato il 1° febbraio ’45, scrive: «Ciò che ho fatto è dovuto al mio fermo carattere di seguire un’idea e per questo pago così la vita, come già pagarono in modo ancora più orrendo ed atroce migliaia di seguaci di Cristo la loro fede». 

Quinto Bevilacqua, operaio mosaicista di 27 anni nato a Marmorta (BO), scrive alla madre: «Tuo figlio è innocente dell’accusa che gli hanno fatto, perché accusato di terrorismo (…) ed invece non era che un semplice socialista che ha dato la sua vita per la causa degli operai tutti». Ma poi aggiunge rivolto a entrambi i genitori: «se dall’al di là è possibile venirvi a trovare non mancherò».

MISERICORDIA DI DIO E PERDONO DEGLI UOMINI

Aveva appena 23 anni, invece, Attilio Martinetto (foto), finanziere astigiano fucilato il 25 aprile 1945 (!) a Cuneo. Alla sua fidanzata Anna Maria (alla quale donò la vita facendosi arrestare al suo posto affinché lei fosse liberata) scrive, poche ora prima della morte: «Sai Anna Maria cosa rimane all’ultimo di tutto? Solo quello che è santo e puro della vita. (…). Anna Maria, sapessi mai cos’è la vita vista dalla soglia dell’eternità, quale miseria (…). La fede ci fa provare orrore, ma nell’istante stesso, ci dice che Dio è infinitamente grande. E allora si implora la sua misericordia».

E il vivere la misericordia di Dio può portare persino a perdonare i propri carnefici: il torinese Giovanni Mecca Ferroglia, elettricista di 18 anni, fucilato l’8 ottobre ’44 a Torino, scrive riprendendo alcune delle parole di Gesù sulla croce: «Quelli che mi hanno condannato li perdono perché non sanno quel che si fanno». 

Come Giancarlo Puecher Passavalli (20enne dottore in legge, milanese, fucilato il 21 dicembre ’43 a Erba): «Perdono a coloro che mi giustiziano perché non sanno quello che fanno e non sanno che l’uccidersi tra fratelli non produrrà mai la concordia». E così scrive il 52enne possidente e studioso Gian Raniero Paulucci de Calboli Ginnasi, forlivese fucilato il 14 agosto ’44 nella sua terra: «Abbiate fede e sappiate perdonare, tutto e tutti».

Ecco il più grande lascito umano che questi uomini e queste donne ci han donato: far nascere un mondo nuovo all’insegna della comunione, della fede e della libertà, dove non vinca il rancore, la competizione, il disprezzo. Siamo stati capaci di esserne degni eredi?

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 18 aprile 2025

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Percorso giubilare in chiesa: l’iniziativa della Sacra Famiglia

12 Apr

Un Pellegrinaggio giubilare all’interno della chiesa: è questa l’iniziativa pensata dal Gruppo Liturgico della parrocchia della Sacra Famiglia di Ferrara per l’Anno Santo in corso. “Pellegrini di Speranza con il Cuore Immacolato di Maria”: così si intitola il breve itinerario spirituale proposto ai fedeli e ai visitatori della chiesa che da fine 2022 è anche Santuario Arcidiocesano del Cuore Immacolato di Maria (e parte dell’Associazione “Collegamento Nazionale Santuari”).

«La speranza non è attesa inerte di qualcosa che forse verrà in futuro, ma operosità nel presente per renderlo migliore», spiegano gli organizzatori. «La speranza siamo noi. Il nostro impegno. La nostra libertà. Le nostre scelte». Sei le tappe all’interno dell’edificio sacro, ognuna contrassegnata da un pannello esplicativo (due foto a sx): “Il Signore ti salva”, il Battistero; “Il Signore ti chiama”, l’immagine del Cuore Immacolato di Maria: «chiama te, ognuno di noi, secondo la propria vocazione», ci spiega il parroco don Marco Bezzi; “Il Signore è con te”, il Tabernacolo: «la salvezza e la chiamata non possono esistere senza una relazione col Signore, con l’Eucarestia»; “Il Signore ti parla”, l’Ambone: «la Parola come luce, cammino. Non è opera nostra, ma possiamo rispondere “sì” al suo invito»; “Il Signore ti guarisce”, il Confessionale: «non a caso, il sacramento del perdono o della riconciliazione è detto anche “sacramento della guarigione”»; “Il Signore ti ama”, il Crocifisso: «Lui non pensa a sé ma a te: ti ama fino a darti la Sua vita. La risposta dell’amore è la Croce: non è un mero incoraggiamento, ma un sacrificio concreto, un amore concreto»; e infine vi è la Porta: «Cristo è la Porta che tutto racchiude».

E a proposito dell’Anno Santo in corso, la grande croce sul piazzale della chiesa, restaurata l’anno scorso, ha ora anche il logo del Giubileo 2025 (foto a dx). Dal lato opposto, vi è quello dell’Anno Santo del 2000, anno in cui la croce fu fatta realizzare e installare grazie all’allora parroco don Antonio Guzzonato. «E su altri due lati – ci spiega don Bezzi – metteremo quelli dei Giubilei del 2033 e del 2050». Nel 2033 vi sarà, infatti, il Giubileo straordinario della Redenzione per il bimillenario della morte di Cristo. Fra le opere giubilari, il parroco ci anticipa che il prossimo anno verrà aperta la prima sezione “Nido” (0-3 anni) presso la Scuola d’infanzia “Casa dei Bambini”, da quasi 70 anni (nel 2026 l’importante anniversario) in via Recchi, dietro la chiesa. Attualmente l’edificio è progettato per contenere fino a 150 bambini (3-6 anni), e per il pranzo accoglie anche una 60ina di piccoli del doposcuola. Sezione “Nido” che sarà dedicata a Bianca Gasparetto, madre di don Marco, scomparsa lo scorso gennaio, «la mamma di tutti i parrocchiani, soprattutto dei più piccoli, come lo era stata anche a Cassana», ex parrocchia di don Marco. «Il “Nido” – prosegue il parroco – rappresenterà un servizio educativo molto importante per tutto il territorio».

Infine, il prossimo 13 aprile in parrocchia si svolgerà la Festa di primavera con i giovani e le famiglie nel campo sportivo. Previsto il pranzo comunitario e diverse attività pomeridiane, fra cui alle 15 la proiezione del film “Up” per il ciclo sul tema della speranza.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” dell’11 aprile 2025

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«La misericordia ci libera e sconquassa»

11 Apr

Don Camillotti per la seconda catechesi dalle Clarisse sul Vangelo lucano: «Dio esce dai nostri schemi»

«Non esiste la misericordia teorica, pensata ma l’esperienza che ne fa una persona o comunità». Da questa semplice ma spesso dimenticata verità ha preso avvio la sera dello scorso 4 aprile don Roberto Camillotti, presbitero della Diocesi di Vittorio Veneto, intervenuto nel Monastero ferrarese del Corpus Domini per la seconda catechesi del ciclo di incontri “In due atti” dedicato al Vangelo e agli Atti di Luca.

Ricordiamo che l’iscrizione al ciclo di incontri è gratuita ma è necessario richiederla scrivendo un’email all’indirizzo indueatti@gmail.com . L’iniziativa è nata grazie alla sinergia tra Apostolato Biblico Diocesano, Monache Clarisse del Corpus Domini, Unità Pastorale Borgovado e Santuario del Prodigioso Sangue.

Il prossimo incontro è in programma l’11 aprile, sempre con inizio alle ore 20.45 e sempre nel Monastero del Corpus Domini, con relatore fra’ Nicola Verde, frate Cappuccino di Imola e missionario. 

«In Gesù la misericordia diventa particolarmente visibile», ha proseguito don Camillotti. Sei le tappe da lui proposte del cammino della misericordia nel Vangelo secondo Luca, attraverso alcuni Misteri. Si parte dalla «sorpresa che dà gioia», dall’importanza di «non perdere la capacità di stupirci. Dio non può star dentro i nostri calendari liturgici, dentro le nostre organizzazioni, non agisce dentro le nostre strutture. L’iniziativa del Signore va oltre le nostre previsioni: mi piace immaginare un cristianesimo che lascia più spazio alla fantasia del Signore, oltre le nostre tradizioni».

E Dio ci sorprende «facendoci notare come il suo agire coinvolge soprattutto i poveri», a partire da quei pastori allora considerati come categoria “poco raccomandabile”, fino al ladro, al malfattore sulla croce. La radice di questa sua misericordia sta «nel Suo cuore», al centro del Suo essere, come nel caso del buon samaritano, del padre del figliol prodigo, che col figlio «esagera, è eccedente, non razionale e forse nemmeno corretto a livello pedagogico».

Vi è poi la strada, luogo dove «Gesù rivela la volontà di Dio». Così è con Zaccheo e con i due discepoli di Emmaus: il primo, Gesù «lo guarda dal basso» (non dall’alto), agli altri due «si affianca», in ogni caso «si fa prossimo». Come il pastore che porta su di sé il peso della pecora smarrita, o della donna che cerca la moneta perduta, la misericordia, essendo molto concreta, «costa fatica, dolore, sacrificio». Ha un prezzo alto, fino a quello della Croce. Ma quest’idea di «un Dio assolutamente misericordioso fatica, da sempre, a stare dentro gli schemi di noi credenti», che a volte sembriamo il “Grande inquisitore” raccontato da Dostoevskij. La misericordia, al contrario, «libera, sconquassa i nostri schemi»: il bacio come «segno di pace e comunione» sarà quello che Gesù darà all’inquisitore dostoevskijano. «Ognuno di noi – ha concluso il relatore – provi a essere un piccolo, imperfetto discepolo che sta “vicino a Dio nella sua sofferenza”(Bonhoeffer, ndr), come Lui sta vicino a ognuno di noi nelle nostre tribolazioni».

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” dell’11 aprile 2025

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«Ai giovani si porta Cristo con la testimonianza autentica»

10 Apr

Giacomo Ferraresi e Matteo Stefani intervenuti in Duomo per l’ultima catechesi quaresimale

Autenticità, prossimità, ascolto: Dio si annuncia anche, e soprattutto, nei piccoli gesti del quotidiano. A ricordarcelo, sono stati due giovani, Giacomo Ferraresi e Matteo Stefani , intervenuti lo scorso 1° aprile nella Cattedrale di Ferrara per la quarta e ultima delle catechesi pensate dalla nostra Arcidiocesi per il periodo quaresimale e in relazione all’Anno Santo che stiamo vivendo. 

Lo scorso 25 marzo è intervenuto il nostro Arcivescovo mons. Gian Carlo Perego, il 18 marzo l’operatrice della nostra Caritas Diocesana Maria Stampi e l’11 marzo Caterina Brina e Piera Murador della Comunità Papa Giovanni XXIII. 

Ricordiamo che l’8 aprile dalle ore 18.30 alle 20 in Cattedrale avrà luogo l’incontro vicariale penitenziale, mentre il giorno dopo, il 9, dalle 20.45 alle 22.30 vi sarà la seconda delle due serate (la prima è stata il 12 marzo) con Adorazione Eucaristica all’altare della Madonna delle Grazie e possibilità di confessarsi. Il 12, l’accoglienza dei fedeli è stata gestita da volontari della parrocchia cittadina dell’Immacolata, mentre quella del 9 aprile sarà gestita da parrocchiani di S. Agostino.

COME PORTARE LA SPERANZA AI GIOVANI?

Giacomo Ferraresi è capo scout del gruppo Ferrara 5 (UP Borgovado) e insegnante di sostegno: «uno scout, e in generale un cristiano – ha detto in Duomo -, non può non avere speranza. Oggi con i giovani la speranza si costruisce pian piano ritagliando spazi dove possano esprimersi. Bisogna cercare una chiave, un luogo nel quale si sentano bravi, forti, a loro agio». Centrale è la parola “scelta”, tipica dello scoutismo: «è questo il “dare spazio”. I ragazzi – ha proseguito Ferraresi – imparano tanto da quel che siamo, poco da quel che facciamo, nulla da quel che diciamo. Per me, con la ragazzina che accompagno a scuola, il primo obiettivo è stato il trovare un modo di parlarle, di comunicare con lei. Nell’altro, oltre alla persona dobbiamo vedere il Signore».

Matteo Stefani, invece, è atleta non vedente di livello nazionale nell’arrampicata sportiva (campione italiano nel 2016, mondiale nel 2017 e 2018), in cammino vocazionale con la Comunità Papa Giovanni XXIII (con cui è operatore di comunità terapeutica, per ex tossicodipendenti e giovani con forti problemi relazionali e sociali), e della parrocchia di Santo Spirito. «È importante – ha detto in Cattedrale – guardarsi dentro e riconoscere le nostre difficoltà e i nostri motivi di forza. Ho fatto l’educatore e il capo scout ma all’inizio non è stato facile, a causa della mia disabilità: sentivo però che queste mie scelte erano buone e accrescevano me e chi mi stava intorno. Spesso anch’io vivo momenti di difficoltà e di sconforto e c’è sempre la tentazione di lasciarsi andare, dell’autodistruzione. Ci vuole, quindi, una forte forza immaginativa per pensare il futuro», un futuro che sia diverso. 

«Le persone con cui lavoro – ha poi proseguito – si sentono riconosciute e quindi fanno una scelta costruttiva e non più distruttiva». Ciò che più conta, per Stefani, «è l’autenticità della relazione: nel mio lavoro sono “efficace” quando dono parti autentiche di me. E il portare una fragilità non mi aiuta ma è ciò che provo a fare che dona a queste persone una speranza». La testimonianza – ha poi proseguito il giovane – «si costruisce giorno per giorno e ora per ora: non sempre ci si riesce, ma si prova a fare scelte coerenti con ciò in cui crediamo. Senza diventare supereroi e senza narcisismo», ma nella «semplicità del quotidiano e nella radicalità della nostra fede. Nell’altro – ha poi concluso – troviamo il Signore se ci mettiamo in rapporto con Lui in maniera autentica».

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” dell’11 aprile 2025

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Il volto santo di Cristo contro l’abisso della vita

5 Apr

L’artista Giorgio Celiberti dialoga con don Masssimo Manservigi: “Come il primo giorno” è il titolo del documentario-conversazione sull’eterna lotta tra luce e tenebre. Ne emerge un ritratto toccante del 95enne udinese

di Andrea Musacci

Provate a immaginare il primo giorno in cui un bambino inizia con le proprie mani a creare un abbozzo di opera d’arte: immaginatene lo stupore, magari ancora confuso nella potenza dell’emozione, e la primissima consapevolezza di poter “ascoltare” la realtà con gli occhi e darle nuova vita, farla emergere dal sempre incombente abisso del nulla.

Questo «spalancato dolore» – che solo la luce del Volto di Cristo può illuminare e redimere – è quello raccontato magistralmente da don Massimo Manservigi nel suo documentario “Come il primo giorno” dedicato all’artista udinese Giorgio Celiberti, proiettato per la prima volta la sera del 25 marzo scorso nel Cinema Santo Spirito di Ferrara. Si è trattato del primo dei tre incontri del ciclo “Ti ho ascoltato con gli occhi”, dedicato al cinema di don Manservigi. Il 25 marzo è stato proiettato anche un altro mediometraggio, “Nzermu. Accesa è la notte”, dedicato a padre Anselmo Perri sj. Due opere realizzate grazie alla fondamentale collaborazione di Giovanni Dalle Molle. 

«Due documentari uniti da un grande senso religioso che ci aiutano a respirare profondamente», ha commentato il nostro Arcivescovo mons. Perego a fine serata. Gli altri due incontri  (inizio ore 21, ingresso gratuito) sono in programma il 29 aprile con una versione inedita del film “L’unica via” dedicato a don Santo Perin, con scene dal backstage. La sera stessa il Cinema S. Spirito ospiterà due piccole mostre dedicate a don Perin, una delle quali inedita e realizzata dall’Ufficio Comunicazioni Sociali della nostra Arcidiocesi. Don Perin (Trissino – VI 3 settembre 1917 – Bando di Argenta, 29 aprile 1945), muore assieme al giovane Giuseppe Filippi per lo scoppio di una mina nel tentativo di recuperare il corpo di un soldato tedesco, per dargli una degna sepoltura. Infine, il 13 maggio, “Laboratorio di immagini. Come nasce un documentario tra narrazione e realtà”. 

IN GIRO PER IL MONDO. MA IL CUORE SI È FERMATO A TEREZÍN

Celiberti nasce a Udine nel 1929 e comincia giovanissimo a dipingere. Una passione, la sua per il disegno, che ha fin da quando era bambino e gli insegnanti notano questa sua “ossessione” e ne rendono partecipi i genitori. L’iscrizione, poi, al Liceo Artistico di Venezia, dove conoscerà quello che diventerà un suo amico e maestro: Emilio Vedova. A 19 anni partecipa alla Biennale di Venezia del 1948, la prima del dopoguerra. A inizio anni ‘50 si trasferisce a Parigi, dove entra in contatto con i maggiori rappresentanti della cultura figurativa d’oltralpe, e nel ‘56 vince la borsa di studio del Ministero della Pubblica Istruzione che gli consente di soggiornare a Bruxelles. Dal 1957 al 1958 è a Londra e poi soggiorna negli USA, in Messico, a Cuba, in Venezuela. Al rientro in Italia si trasferisce a Roma, dove frequenta gli artisti di punta del panorama italiano. Verso la metà degli anni ’70, il ritorno a Udine. «Quando ho lasciato Roma – dice nel documentario -, il mio studio l’ho dato a Guttuso». Nel 1965, un episodio che gli cambia la vita: la visita al lager di Terezín, vicino Praga, dove migliaia di bambini ebrei, prima di essere trucidati dai nazisti hanno lasciato testimonianze della loro tragedia in graffiti, disegni, brevi frasi di diario e in un libretto di poesie: «quando sono tornato, ero un’altra persona», dice ancora a don Manservigi. «Terezín è stato uno dei maestri più grandi della mia vita. Lì ho capito cos’è il dolore».

Nel ‘75 realizza i Muri Antropomorfi e in questo periodo si dedica soprattutto alla scultura, anche se la sua attività creativa si caratterizza sempre più per un’originale simbiosi tra espressione plastica e pittorica. Poi, la scultura abbandonerà l’impostazione di grandiosità monumentale per intessere un colloquio privato con le tracce di un passato ancestrale. Celiberti ha partecipato alle più significative manifestazioni d’arte in Italia e all’estero e ha inanellato oltre un centinaio di mostre personali, molte delle quali in diverse capitali europee, oltre che a Tel Aviv e Gerusalemme. Nel 2000, Anno giubilare, realizza una croce di 3 metri nella chiesa di Fiumesino (Pordenone). Nel 2009 sue grandi mostre sono al Museo Ebraico di Venezia, a Roma, all’Abbazia di Rosazzo e a Monaco di Baviera.

VITA INTERIORE DI UN ARTISTA

«Ha 95 anni ma lavora come se ne avesse 35-40. E dimostra una forte sintonia con l’umano in forza della fede, caratteristica che condivide con padre Anselmo Perri». Così don Manservigi nell’illustrare la personalità di Celiberti. L’opera che gli ha dedicato, ci tiene a specificare che più che un documentario è una «conversazione: volevo che si raccontasse in forma di testamento, lasciando in eredità anche parole che non aveva detto a nessuno». Così è stato. Parole incorniciate dalla mitezza del volto e dalla volizione delle mani, dalla dolcezza dei sorrisi, dalle lacrime, magnifiche nella loro umanissima immediatezza.

Nel documentario, la voce di Celiberti si alterna con letture – da parte di Alberto Rossatti (voce storica di Rai Radio 3) – di alcuni brani tratti dal libro di Massimo Recalcati, “Il mistero delle cose. Nove ritratti di artisti” (Feltrinelli, 2016), in cui lo psicanalista dedica un capitolo proprio a Celiberti. «Gli anziani – ha aggiunto don Manservigi a S. Spirito – sono per noi uno stimolo per guardare al futuro con speranza: quest’Anno Santo ce lo ricorda con forza. E a Celiberti ho chiesto proprio di parlarmi della sua speranza».

«Disegno ancora molto volentieri – racconta l’artista nella “conversazione” -, di fianco al mio letto ho sempre della carta, perché anche di notte faccio qualche schizzo o appunto che poi durante la giornata porto avanti col colore». Una vera e propria febbre, la sua, ulteriormente alimentata dall’insonnia. «Sono molto vitale: dipingo, disegno, faccio sculture. Dalle 10 del mattino alle 6 di sera sono nel mio studio a creare: non ho tempo per annoiarmi. Ho ancora necessità di capire, di imparare. Sono fortunato». E in lui se c’è poco tempo per il sonno e nessuno per la noia, non ce n’è nemmeno per il risentimento: «non ho abbastanza tempo per amare, men che meno ne ho per provare rancore». Una sensibilità per il reale, la sua, che assume anche una piega inaspettata: «per me i gatti sono compagni di viaggio eccezionali», a cui non a caso ha dedicato innumerevoli sculture: nel documentario le prime lacrime sgorgano proprio nel ricordare il suo ultimo felino, morto avvelenato. 

Questa spontaneità che emerge dall’intero suo essere, non ammette ombre: in lui, forte è la «lotta incessante tra la luce e le tenebre», la sua insonnia – scrive Recalcati – è resistenza «alla tentazione dell’annullamento». Ma una farfalla appare in un suo dipinto, è possibile quindi estrarre luce dalle tenebre, recuperare la possibilità della redenzione dalla notte, dall’orrore. In lui, «è solo la poesia che resiste alla morte», «il frutto buono dell’insonnia, dell’alba che viene»1. «La sua pittura – scrive ancora Recalcati – è interamente aspirata dal senso del sacro, intrisa dell’anelito verso l’assoluto; è pittura pura del volto del santo». «Il Cristo è il tema più bello della mia vita», dice Celiberti. «Cristo lo sento sempre vicino quando lavoro». Questa è l’unica alternativa possibile «alla notte senza speranza del grido», all’«abisso senza fondo della vita». Dipingere è rifiutare «il buio senza speranza della notte», farsi luce, divenire strumento, vaso di argilla vivente che accoglie l’unica Luce.

NOTA

1 ilmanifesto.it/linsonnia-creativa

Immagini: Giorgio Celiberti; una sua opera su Cristo (immagini tratte dal documentario di don Massimo Manservigi, “Come il primo giorno”)

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 4 aprile 2025

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Speranza come gioia e guardare lontano

4 Apr


La lezione di don Dionisio Candido per la Scuola di teologia: lo sperare per l’Antico Testamento

La Scuola diocesana di teologia per laici ha visto lo scorso 27 marzo don Dionisio (Nisi) Candido, docente all’Istituto Superiore di Scienze Religiose “San Metodio” di Siracusa, intervenire su “Annunciare la speranza attraverso l’Antico Testamento” (AT).

Il tema della speranza è molto presente in AT e sono diversi i temi che la declinano. La speranza è innanzitutto «legata alla fede, alla fiducia in Dio», quindi «alle dinamiche della vita».La speranza è poi legata «alle promesse di Dio»: quella dell’AT è una «spiritualità della parola. Dio si è sempre comportato nei confronti di Israele in modo da costruire un futuro di speranza». Proseguendo, la  speranza è legata al «ricominciare»: è una «promessa di rincominciare», quello di AT è «un Dio che riparte». È una «speranza di restaurazione» ed è la speranza «del ritorno a casa, che l’esilio non è definitivo, che nessuno può rischiare per sempre, che il debito, la pena non può essere eterna». L’AT, quindi, per don Candido «non aveva l’idea di un Dio punitivo, ma di un Dio paterno».

Inoltre, la speranza nell’AT è «messianica», quindi è «sinonimo di gioia». Gioia di sapere che «possiamo entrare in una comunione sempre più piena con Dio, in un’intimità con Lui che è sempre più segno di felicità». 

E come c’è una speranza di restaurazione, c’è «la speranza di una gioia dopo la sofferenza, perché Dio agisce anche attraversando la sofferenza, i dubbi, le difficoltà»: è una «speranza escatologica, che non ci fa accontentare del contingente, ma ci chiede di avere uno sguardo divino»,Ci chiede di «non limitare il nostro orizzonte, ma di avere orizzonti lunghi»: la speranza è «proiettata lontana», quella dell’AT «non è una speranza intramondana ma che guarda al di là della vita (si pensi ad esempio al libro della Sapienza)»: passando attraverso la misericordia di Dio, «si prospetta una vita futura perché Dio è misericordioso e quindi potrà ricompensare i suoi figli nell’eternità. Israele aveva già quindi – per don Candido – intuito che la speranza non può essere la speranza di cose terrene».

Anche nell’AT, quindi, la speranza «ha un fondamento teologico, non avrebbe senso se si fondasse solo sull’uomo». Una speranza, quindi, «sinonimo di gioia, di felicità, una gioia comunitaria, qualcosa che ci permette di andare oltre noi stessi: questo dovremmo trasmetterlo soprattutto ai giovani. Noi cristiani dovremmo essere in ogni momento portatori di speranza».

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 4 aprile 2025

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Aborto, «una guerra dei potenti contro i deboli»

29 Mar

Trent’anni fa, il 25 marzo 1995, usciva l’Enciclica Evangelium Vitae: il magnifico inno alla vita di S. Giovanni Paolo II più che mai attuale

a cura di Andrea Musacci

«Il vangelo della vita sta al cuore del messaggio di Gesù»: così inizia Evangelium Vitae, Lettera Enciclica di san Giovanni Paolo II, che proprio in questi giorni festeggia i 30 anni dalla pubblicazione. Un testo fondamentale di esaltazione di alcuni fondamenti dell’antropologia cristiana e di denuncia di una mentalità e di una prassi nichilista allora sempre più in crescita e oggi tragicamente dominante. Abbiamo scelto in queste due pagine di dare spazio al tema dell’aborto, piaga che l’umanità si porta dietro da tempo immemorabile e che nella nostra società iperindividualista e tecnicista è presente sempre più come emblema di autodeterminazione delle donne. Un inganno che pervade, ormai, le coscienze di masse sterminate in tutto il mondo.

«Ogni uomo sinceramente aperto alla verità e al bene – ricordava Evangelium Vitae -, con la luce della ragione e non senza il segreto influsso della grazia, può arrivare a riconoscere nella legge naturale scritta nel cuore (Rm 2, 14-15) il valore sacro della vita umana dal primo inizio fino al suo termine, e ad affermare il diritto di ogni essere umano a vedere sommamente rispettato questo suo bene primario. Sul riconoscimento di tale diritto si fonda l’umana convivenza e la stessa comunità politica». «Scelte un tempo umanamente considerate come delittuose e rifiutate dal comune senso morale, diventano a poco a poco socialmente rispettabili», è scritto ancora nel testo. «La stessa medicina, che per sua vocazione è ordinata alla difesa e alla cura della vita umana, in alcuni suoi settori si presta sempre più largamente a realizzare questi atti contro la persona e in tal modo deforma il suo volto, contraddice sé stessa e avvilisce la dignità di quanti la esercitano».

Giovanni Paolo II parla poi di «attentati» alla vita nascente e terminale «che tendono a perdere, nella coscienza collettiva, il carattere di “delitto” e ad assumere paradossalmente quello del “diritto”». Si può, quindi, «parlare di una guerra dei potenti contro i deboli: la vita che richiederebbe più accoglienza, amore e cura è ritenuta inutile, o è considerata come un peso insopportabile e, quindi, è rifiutata in molte maniere». «Per facilitare la diffusione dell’aborto, si sono investite e si continuano ad investire somme ingenti destinate alla messa a punto di preparati farmaceutici, che rendono possibile l’uccisione del feto nel grembo materno, senza la necessità di ricorrere all’aiuto del medico». Un’analisi lucidissima nel suo essere profetica. «La stessa ricerca scientifica, su questo punto, sembra quasi esclusivamente preoccupata di ottenere prodotti sempre più semplici ed efficaci contro la vita e, nello stesso tempo, tali da sottrarre l’aborto ad ogni forma di controllo e responsabilità sociale».

Ma l’aborto procurato – le parole non possono essere più chiare – è «l’uccisione deliberata e diretta, comunque venga attuata, di un essere umano nella fase iniziale della sua esistenza, compresa tra il concepimento e la nascita (…). Chi viene soppresso è un essere umano che si affaccia alla vita, ossia quanto di più innocente in assoluto si possa immaginare: mai potrebbe essere considerato un aggressore, meno che mai un ingiusto aggressore! È debole, inerme…».

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SAV Ferrara, 236 famiglie aiutate e 5 nuclei stranieri accolti

Ormai da 37 anni nel Comune di Ferrara è attivo il SAV – Servizio di Accoglienza alla Vita, che nonostante i tempi non facili conta ancora 79 soci dei quali 42 operativi (perlopiù donne).

Assieme a Monica Negrini, dallo scorso novembre Presidente del SAV Ferrara, abbiamo fatto il punto del servizio che svolge l’Associazione: «attualmente – ci spiega – sono 236 le famiglie che aiutiamo, di cui 116  in maniera continuativa con fornitura di prodotti FEAD (Fondo di aiuti europei agli indigenti, ndr), prodotti per l’infanzia (latte e pannolini che compriamo noi) alimenti per l’infanzia e vestiti per i bambini».

Il SAV, inoltre, collabora col CSV-Centro Servizi per il Volontariato per accogliere ragazzi affinché nella sede di via Arginone, 179 (che è aperta dal lunedì al venerdì dalle 9 alle 12) svolgano stage formativi (alternanza scuola-lavoro) o trascorrano in modo altrettanto formativo il periodo di sospensione da scuola (Progetto di Accoglienza per Attività di VolontariatoSostitutiva della Sanzione dell’Allontanamento Scolastico).

Inoltre, prosegue Negrini, «attualmente accogliamo 5 nuclei familiari nelle nostre due strutture di Ferrara e Porotto. Si tratta di 4 mamme ognuna con un bimbo (1 albanese, 1 marocchina, 1 turca, 1 tunisina), e di due genitori nigeriani con altrettanti figli». In via Baluardi 39, sotto l’appartamento che accoglie alcune famiglie, vi è anche il “Laboratorio Mani d’oro” (aperto il lunedì e il giovedì, ore 9-12) che realizza e confeziona su misura tende, tovaglie e lenzuola ricamate a mano più altri piccoli oggetti per la casa, borse, copricestini, fasciatoi, grembiuli per giardinaggio, bomboniere e molto altro.

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«So che là io ero esistente»

Pasolini, Berlinguer, Bobbio, Alberti, Muraro: quei non credenti che chiamano l’aborto col suo nome

«Io sono per gli otto referendum del partito radicale, e sarei disposto a una campagna anche immediata in loro favore. Condivido col partito radicale l’ansia della ratificazione, l’ansia cioè del dar corpo formale a realtà esistenti: che è il primo principio della democrazia.

Sono però contrario alla legalizzazione dell’aborto, perché la considero, come molti, una legalizzazione dell’omicidio. Nei sogni, e nel comportamento quotidiano – cosa comune a tutti gli uomini – io vivo la mia vita prenatale, la mia felice immersione nelle acque materne: so che là io ero esistente. Mi limito a dir questo, perché, a proposito dell’aborto, ho cose più urgenti da dire. Che la vita sia sacra è ovvio: è un principio più forte ancora che ogni principio della democrazia, ed è inutile ripeterlo».

(Pier Paolo Pasolini, “Sono contro l’aborto”, Corriere della sera, 19 gennaio 1975)

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«Deve essere chiaro a noi stessi e agli altri che noi, in quanto fautori della legge 194 e anche in quanto comunisti, non difendiamo l’aborto, non lottiamo per la libertà di abortire, non riteniamo l’aborto una conquista civile, né tantomeno un fatto positivo … [dobbiamo cercare] con opportuni strumenti legislativi di contenerne i guasti, e di avviare mutamenti culturali e mutamenti sociali che tendano gradualmente a farlo scomparire come atteggiamento culturale e come fatto sociale. Noi non siamo dunque abortisti, l’aborto resta per noi una male… Lavoriamo perché nel futuro dei giovani non ci sia più l’aborto».

(Enrico Berlinguer, 26 aprile 1981, comizio pubblico a Firenze per la legge 194)

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«Vorrei chiedere quale sorpresa ci può essere nel fatto che un laico consideri come valido in senso assoluto, come un imperativo categorico, il “non uccidere”. E mi stupisco a mia volta che i laici lascino ai credenti il privilegio e l’onore di affermare che non si deve uccidere».

(Norberto Bobbio, intervista a Giulio Nascimbeni, Corriere della sera, 8 maggio 1981)

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«Gli antiabortisti dicono che l’aborto è un assassinio. Hanno ragione. Noi donne lo sappiamo bene.  Ed e il più paradossale dei suicidi, la madre uccide sé. Sopprime il feto che è in lei, il germoglio, parte del suo corpo, non ancora bambino e già figlio. Essere tomba invece che culla. Non si guarisce dall’aborto. Se ne esce vive a meta. Portare un lutto segreto per sempre. Questo noi lo sappiamo. Nel millenario massacro dei nostri corpi, nel rimpianto che non dimentica. Solo le donne lo sanno».

(Barbara Alberti, “Solo le donne sanno che cos’è l’aborto”, L’Espresso, 20 novembre 2022)

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«Noi partivamo dal principio fondamentale di libertà femminile: una donna non può essere obbligata a diventare madre, la maternità inizia con un sì. Ma tendevamo a sottolineare che l’aborto non è un diritto. Un diritto ha sempre un contenuto positivo. L’aborto è un rifiuto, un ripiego, una necessità. La donna che non vuole diventare madre subisce un intervento violento sul suo corpo per estirpare questo inizio di vita. Pensavamo, e pensiamo tuttora, che se si fa dell’aborto un diritto, si autorizza l’irresponsabilità degli uomini».

(“Luisa Muraro: l’aborto non è un diritto”, di Antonella Mariani, Avvenire, 10 maggio 2018)

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Uno di noi da difendere: il nuovo libro di Marina Casini e Chiara Mantovani


“Diritto di nascere. La legge 194: storia e prospettive” è il volume dove si ripercorre la storia della normativa italiana sull’aborto e si riflette sui motivi profondi della difesa della vita nascente

di Andrea Musacci

Un testo scomodo nel suo dire la verità senza mai dimenticare la misericordia. Anzi, proprio perché nell’ottica della Carità, ancor più duro e scandaloso in una società ormai insensibile a certe parole. È il libro, da poco uscito, “Diritto di nascere. La legge 194: storia e prospettive”, di Marina Casini e Chiara Mantovani (Ed. Ares, 2025, con Prefazione di Marco Invernizzi): la prima, giurista, docente di Bioetica alla Cattolica e presidente del Movimento per la Vita italiano; la seconda, medico ferrarese, esperta di bioetica, da tempo impegnata con l’AMCI e il SAV di Ferrara.

Un libro sull’aborto, il loro, senza scorciatoie, pavidi tentativi di conciliazione. Se da cristiani denunciamo ogni attacco alla sacralità e alla dignità della persona – sembrano dirci -, non possiamo non farlo anche in riferimento all’essere umano nelle sue primissime fasi di vita, quando ha già una propria specifica identità che lo definisce come irripetibile.

Il volume non a caso esce in concomitanza di anniversari significativi: 50 anni fa, il 22 maggio 1975 a Firenze (nella sala del Monastero di clausura delle suore Benedettine in viaSanta Marta) nasceva il primo Centro di Aiuto alla Vita (CAV); 30 anni fa, il 25 marzo 1995, usciva la Lettera Enciclica Evangelium Vitae di San Giovanni Paolo II; 25 anni fa, il 25 gennaio 1980, nasceva il Movimento per la Vita (MpV); e 5 anni fa, il 23 marzo 2020, tornava al Padre Carlo Casini, fondatore dello stesso Movimento per la Vita nazionale.

IL PROTAGONISTA IGNORATO

«Un tempo ci si nascondeva perché non si poteva fare (ed erano i cosiddetti aborti “clandestini”), oggi ci si rifugia nel privato della propria casa (aborti chimici a domicilio, alias pillole dei vari giorni dopo) perché si vuole derubricarla a questione esclusivamente soggettiva e banale, come bere un bicchiere d’acqua». Con questo interessante parallelismo, Chiara Mantovani nel libro spiega la cattiva coscienza che da sempre attanaglia chi decide di compiere questo tipo di «assassinio», come ha ribadito Papa Francesco lo scorso settembre.

Ma è con la realtà che bisogna prima di tutto confrontarsi. Ed è quindi importante – ancora, sempre di più – «sottolineare il dato che volutamente è tacitato e, se emerge, è talvolta scandalosamente bollato di violenza: il primo e decisivo soggetto protagonista – che non fa, ma che è; non attore, bensì destinatario; non parlante, eppure esistente – è il concepito», scrive Mantovani. Il conoscere – scientificamente – non è necessario a cambiare la nostra interpretazione della realtà: il tema dell’aborto sta lì tragicamente a dimostrarlo. Come spiega ancora Mantovani nel libro, «il timore del giudizio morale ha impedito agli argomenti razionali di occupare il primo posto nelle disamine e nelle discussioni sul tema».

Ma «non si può negare la natura umana del concepito. Non la si può negare biologicamente: il suo dna è sufficiente a classificarlo senza tentennamenti (…). Non la si può negare nella stessa considerazione di chi se lo ritrova – atteso o inaspettato – nella sua vita: nessun dubbio che stia per nascere un umano. A quale scopo, altrimenti, abortirlo?». “Aspetta un bambino”, “Avrà un bambino”, non a caso, chiunque dice per riferire di una donna incinta. Ciò non toglie che sia «inadatta, a dire il meno – scrive giustamente Mantovani – qualsivoglia obbligatorietà per il personale medico di effettuare – e per la donna di subire – un atto medico quale l’esame ecografico». È invece «percorribile solo la via della partecipazione al dramma, la vicinanza umana e solidale di chi intende compiere il supremo atto fraterno dello svelamento del vero: “se vuoi, ti faccio vedere chi è colui che non vorresti”». Il riferimento è alla proposta di legge di iniziativa popolare (depositata in Cassazione) per emendare la legge 194, introducendo l’obbligo del medico di far vedere il nascituro e far sentire il battito alla donna intenzionata ad abortire. Legge firmata da diverse associazioni pro-life ma non dal Movimento per la Vita e dall’Associazione Family Day – Difendiamo i nostri figli.

In ogni caso, sembra sempre più forte la visione nichilista pro-abortista che a livello comunicativo distoglie «l’attenzione dal concepito, che è quello di pensarlo non pienamente umano, anzi, proprio un niente. Un grumo di cellule. Un’appendice carnosa della madre, addirittura un nemico da cui difendersi, un invasore alieno non voluto (…)». Per Mantovani, in questa visione, «l’unica cosa che importa, è un possesso intangibile, qualcosa che ha a che fare con l’idea di individuo assoluto». Ma la liberazione della donna, la sua emancipazione è proprio il contrario di ciò: è alternativa al potere, al dominio sulla nuda vita, su ciò che è fragile; è invece cura, accoglienza, prima e più importante “ecologia”1.

194, MOLTE OMBRE

Sulla legge 194/1978 che in Italia legalizza l’aborto, scrive Mantovani: «È ormai evidente che ogni legge che regolamenti un comportamento lo rende “buono” se rispettoso delle regole che lo delimitano». In Italia prima della legge 194 del 1978, l’aborto era sanzionato dalle norme del Codice penale (titolo X, libro II “Delitti contro l’integrità e la sanità della stirpe”). E forse in pochi sanno che «prima della legge 194, se una gravidanza presentava per la mamma il pericolo incombente per la sua vita, senza che il pericolo fosse stato volontariamente causato, purché fosse inevitabile e non vi fossero alternative, l’aborto era sottratto alla sanzione penale. La logica è quella per cui lo Stato non può chiedere ai cittadini il sacrificio della vita. L’offerta della propria vita per la salvezza di un altro è un dono libero».

Lo spiega bene Marina Casini, che nella seconda parte del libro dialoga con Chiara Mantovani. Le due, confrontandosi, ripercorrono fatti e discussioni che hanno portato alla 194, partendo dalla scoperta nel gennaio ’75 a Firenze della clinica degli aborti clandestini organizzata dal Partito Radicale (40-50 al giorno di media erano quelli eseguiti con il metodo Karmann, per aspirazione): in quella vicenda giudiziaria fu impegnato in prima linea come pm proprio Carlo Casini, padre di Marina. 

«Attraverso la “depenalizzazione” dell’aborto – spiega Marina Casini – si voleva arrivare alla “decolpevolizzazione”, cioè alla normalizzazione dell’aborto cancellando le remore e mettendo a tacere ogni resistenza morale». Fino ad arrivare oggi allo sdoganamento delle nuove forme farmacologiche e chimiche. Ad esempio, dal 1° gennaio 2025 è possibile, per le donne dell’Emilia-Romagna, abortire a domicilio assumendo prima la pillola RU496 in un presidio sanitario pubblico e poi la Prostaglandina a casa propria. Ma «l’aborto non è soltanto un peccato o una questione privata per cui ognuno può agire come vuole. È anche una grave lesione nei confronti della società come tale, nella quale il precetto del “non uccidere” e il riconoscimento dell’eguaglianza di tutti gli esseri umani dovrebbero essere la base del bene comune».

Da questi principi “non negoziabili” nasce in quegli anni il Popolo della Vita, con il MpV e i CAV (o, come nella nostra Diocesi, il SAV). Insomma, si capì che – spiega Marina Casini – «il vero modo per aiutare le donne era essere solidali con i loro figli». Il MpV si fondava su questi assunti: «Non la sbrigativa scorciatoia della morte, ma il cammino della solidarietà; non la metodologia del giudizio e della condanna, ma quella della condivisione; non contro la madre, ma insieme alla madre». Sono oltre 280mila i figli nati grazie ai CAV e ai SAV in tutta Italia in questi 50 anni. Ma sono oltre 6milioni e 300mila gli aborti legali registrati dal 1978 al 2022 (ultimi dati disponibili) grazie alla 194. «Non è infrequente sentire – scrive ancora Marina Casini – che la legge 194 non si può toccare perché è “legge dello Stato che ha trovato conferma nel referendum del 1981”. È paradossale ritenere una legge intoccabile, poiché tutte le leggi sono per loro natura riformabili o abrogabili».

BAGNO DI REALTÀ

La realtà ha – in un certo grado – una sua “indipendenza” da ogni opinione: solo partendo da questo fatto, ognuno di noi può decidere se accoglierla così com’è oppure no. Ma riconoscerla nella sua essenza significa riconoscerla nella sua origine, quindi nel suo senso più profondo. Solo nell’abisso «più fondo del fondo» del mio essere, ritrovo l’Essere che infinitamente mi supera, Colui che ha creato me e ogni cosa o vita che esiste. Cercare di scimmiottare Dio decidendo della vita o della morte di una creatura al suo stato embrionale, è portare l’inferno qui sulla terra, cioè vivere e agire come se Dio non esistesse, come se nulla fosse sacro, non a disposizione del mio arbitrio. Questo bisognerebbe ricordare quando si discute e si decide di aborto. Compiendo un vero e proprio bagno di realtà.

NOTA

1 «Oltre all’irrazionale distruzione dell’ambiente naturale è qui da ricordare quella, ancor più grave, dell’ambiente umano, a cui peraltro si è lontani dal prestare la necessaria attenzione. (…) ci si impegna troppo poco per salvaguardare le condizioni morali di un’autentica “ecologia umana”» 

(San Giovanni Paolo II, Centesimus Annus, 38).

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 28 marzo 2025

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(Foto Matilde Ferreira – Pexels)

Don Giussani e l’essenza del cristianesimo: Cesana racconta 

26 Mar

Presentato a Ferrara il libro inedito del fondatore di Comunione e Liberazione

Un’occasione non solo per riandare all’essenza del pensiero giussaniano ma anche per comprendere un periodo importante della nascita del movimento di Comunione e Liberazione, nella turbolenza del periodo tra fine anni ’60 e inizio ’70.

È stato questo, in sintesi, l’incontro svoltosi la sera del 21 marzo scorso  nella Sala ex-Refettorio di San Paolo (via Boccaleone) a Ferrara, in occasione della presentazione del libro “Una rivoluzione di sé. La vita come comunione” (Rizzoli ed.) di don Luigi Giussani, con testi fino ad ora inediti tratti da discorsi tenuti dal sacerdote al Centro Peguy nel periodo 1968-1970. 

Per la presentazione a Ferrara è intervenuto Giancarlo Cesana, Docente all’Università di Milano Bicocca ma soprattutto amico e collaboratore di don Giussani fin dal ’71, «anno in cui – ha raccontato egli stesso – sono entrato in CL provenendo dal Movimento studentesco». Non fu l’unico a fare questo passo, ma molti altri fecero quello contrario, uscendo da Gioventù Studentesca (nata nel ’54, embrione di CL) per partecipare alla contestazione. «Ho capito che per cambiare il mondo bisognava innanzitutto cambiare sé stessi: ciò mi insegnò don Giussani e ciò compresi soprattutto attraverso la caritativa», ha detto Cesana.

Proprio nel triennio ’68-’70, periodo di forte crisi per GS, don Giussani introdurrà quelli che diventeranno i temi chiave del suo pensiero. Innanzitutto, il cristianesimo inteso soprattutto come «comunione, pur nel pluralismo»: è questo, per Cesana, «il contributo più importante dato da Giussani alla Chiesa, sottraendo Cristo a un atteggiamento pietistico e astratto, per portarlo nella concretezza della vita». Altro tema importante di questi suoi interventi è «la collaborazione – in primis fra cristiani – per il cambiamento del mondo», con la conseguente convinzione della necessità dell’«unità dei cattolici in politica». In queste sue riflessioni, però, non vi è mai un’analisi meramente sociologica di quegli anni. Il cristianesimo, infatti, per don Giussani è «un avvenimento», è cioè il riuscire a trovare «un nesso tra un episodio, un aspetto particolare della propria esistenza, e la realtà nella sua totalità». La ricerca di questo senso è ciò che più conta nella vita», e in ciò  è decisiva «la relazione con la tradizione cristiana, cioè con chi ti ha trasmesso la Verità, che è una Presenza, è Cristo, il Mistero, forza che sempre mi supera e che si manifesta, si rivolge a me come singolo». Da qui inizia «l’avventura» del vivere, avventura da condividere «nell’autentica amicizia. “Costruire la Chiesa per liberare l’uomo” – ha detto ancora Cesana – era uno degli slogan che purtroppo CL ha abbandonato».

La vera speranza, quindi, è «memoria», non intesa come semplice ricordo, ma come relazione con ciò che mi fonda. Solo questa «autocoscienza» può guidarmi nella lotta contro il male che è, appunto, «il venir meno della mia fedeltà a Dio, a questa Realtà ultima che è in me». Non dimenticando mai che la strada è una, è la Via: Cristo. L’incontro – introdotto da Marco Romeo – si è concluso con le testimonianze di alcuni di coloro che, a Ferrara, questo cammino lo compiono insieme dentro CL: Massimo Travasoni, Gino Tiozzo e Luigi Bernardi.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 28 marzo 2025

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