Colletta, oltre 70mila kg di bene

20 Nov

Grande successo per l’annuale Raccolta Alimentare nel Ferrarese: oltre 3mila kg in più di beni alimentari a lunga conservazione sono stati donati in un solo giorno, il 16 novembre, a Ferrara e provincia: un grande popolo di carità ancora una volta unito

Sono stati ben 70.100 i kg di beni alimentari a lunga conservazione raccolti lo scorso 16 novembre a Ferrara e provincia in occasione della Giornata della Colletta Alimentare. Un risultato importantissimo, un aumento consistente rispetto agli anni scorsi (l’anno scorso erano stati raccolti 67.050 kg). A livello nazionale, sono state raccolte 7.900 tonnellate di cibo da destinare alle persone in difficoltà.

A Ferrara e provincia sono stati 141 i punti vendita nei quali si è potuto fare la Colletta (erano 120 nel 2023). Nel solo Comune di Ferrara (41 punti vendita) sono stati raccolti  27.720 kg, mentre in ACER e nella sede dell’Agenzia delle  Entrate, 285 kg. Proseguendo, nel Distretto scolastico di Cento 1934 kg, e 1.302 nelle Scuole S. Vincenzo e S. Antonio di Ferrara. «Nei prossimi mesi – spiegano gli organizzatori a “La Voce” – abbiamo già la disponibilità di altri Poli scolastici di Ferrara e provincia nell’ambito del Progetto “Donacibo”. 

Questo grande risultato nel Ferrarese, era già nell’aria a metà giornata quando Giuseppe Salcuni, Responsabile Colletta a livello provinciale, ci comunicava che rispetto al 2023 erano già state raccolte circa 2 tonnellate in più rispetto al 2023. Tutto ciò, non dimentichiamolo, è stato possibile grazie agli oltre 1300 volontari: «fare la volontaria è la cosa più bella che possa fare per il prossimo», ci racconta Giovanna, mentre per Iacopo «è un bel gesto verso le persone bisognose, o che han perso il lavoro. Ci sono i maleducati tra i clienti, ma tanti altri ci han donato addirittura intere sporte. E a chi dona, diamo un segnalibro con un “grazie”».

Oltre al Responsabile provinciale Giuseppe Salcuni, decisivo è stato anche l’impegno di 11 responsabili/coordinatori sparsi su tutto il territorio provinciale, che han fatto da cerniera tra il coordinamento centrale e i tanti volontari, e dei volontari nei magazzini.

La Colletta, come accennato, la settimana scorsa si è svolta anche in alcuni luoghi di lavoro e di studio.AFerrara, nella Residenza Municipale, nell’Urp di piazza del Municipio, 23, nello Sportello Sociale Unico Integrato (Ssui) di corso Giovecca, 203, nello Sportello Centrale Anagrafe di via Fausto Beretta, 1, nella sede dell’Asp – Centro Servizi alla Persona di via Ripagrande, 5. E ancora: nella sede ACER di c.so Vittorio Veneto a Ferrara, nella sede dell’Agenzia delle Entrate in via mons. Maverna a Ferrara e nelle scuole gestite dalla Cooperativa Mondo Piccolo (S. Antonio e S. Vincenzo di Ferrara), oltre che nelle Scuole di Cento. Ricordiamo che fino al 30 novembre è possibile donare la spesa online su alcune piattaforme dedicate (consultare il sito colletta.bancoalimentare.it).

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 22 novembre 2024

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Colletta Alimentare, una Giornata per donare: ecco la nostra rete solidale

16 Nov

Giornata Colletta Alimentare. Torna sabato 16 novembre in 141 punti vendita a Ferrara e provincia, la grande iniziativa di carità. Vi raccontiamo tutti i soggetti coinvolti, la Colletta extra supermercati e l’impegno dei magazzini tutto l’anno

(Foto: Lidl via Po, Ferrara, 2023 – foto Alessandro Berselli)

di Andrea Musacci

Non solo il Banco Alimentare ma una rete di parrocchie, enti, associazioni e istituzioni coinvolte nell’organizzazione e nella promozione, e con l’impegno di tante volontarie e volontari. La Giornata della Colletta Alimentare, iniziativa promossa in tutta Italia dalla Fondazione Banco Alimentare, a Ferrara e provincia è una dimostrazione concreta di cosa significhi non solo essere Chiesa ma lavorare, dal basso, per il bene comune. 

Un grande gesto di carità che ha il suo culmine in una giornata – quest’anno, sabato 16 novembre (vigilia della Giornata Mondiale dei Poveri) – ma la cui preparazione e i cui effetti si protraggono tutto l’anno.

LA COLLETTA NEL FERRARESE

A Ferrara e provincia sono 141 i punti vendita nei quali si potrà fare la Colletta (erano 120 nel 2023), con un coinvolgimento di oltre 1300 volontari, circa lo stesso numero dell’anno scorso, anche se ogni anno se ne aggiungono sempre di nuovi. Oltre al Responsabile provinciale Giuseppe Salcuni, la Colletta è resa possibile grazie all’impegno di 11 responsabili/coordinatori sparsi su tutto il territorio provinciale. 

Rispetto a due anni fa, quando i kg raccolti furono 61460, l’anno scorso i kg sono stati 67021, con un aumento del 10%.

OLTRE I NEGOZI: COLLETTA  A SCUOLA E  AL LAVORO

Ogni anno, le volontarie e i volontari cercano di riproporre o ideare nuove soluzioni di raccolta: non solo invitare le persone a recarsi nei super e ipermercati il giorno della Colletta, ma portarla nei luoghi della quotidianità, quelli del lavoro e della scuola.

Così, dal 2019 Marco Cassarà e altre colleghe e colleghi nella sede ACER di c.so Vittorio Veneto a Ferrara raccolgono alimentari a lunga conservazione, quest’anno dall’11 al 15 novembre. Una novità riguarda, invece, la sede dell’Agenzia delle Entrate, in via mons. Maverna a Ferrara. Come ci spiega Giovanni Ragusa, Referente provinciale per i rapporti coi punti vendita, «alcuni dipendenti – già volontari della Colletta – hanno chiesto e ottenuto dal Direttore Provinciale di poter promuovere una raccolta in ufficio alcuni giorni prima della Colletta, spesa che verrà poi consegnata ai referenti del Banco Alimentare per Ferrara». Inoltre, «hanno ottenuto di proporre a tutti i colleghi tramite i canali istituzionali interni di partecipare alla Colletta sia come donatori che come volontari nei supermercati».

Enrichetta Corazza è, invece, la Referente della Colletta per le scuole e gli ambiti educativi: «da 20 anni – ci spiega – molte insegnanti di differenti scuole coinvolgono i loro alunni come volontari durante la Giornata della Colletta e loro stesse si impegnano direttamente»; quest’anno sono coinvolte classi del Liceo “Dosso Dossi”, del Liceo Carducci, dell’ITI “Copernico-Carpeggiani”, della S. Vincenzo e della Bonati. Inoltre, la Colletta Alimentare verrà svolta, il 15 novembre, in tutte le scuole gestite dalla Cooperativa Mondo Piccolo (S.Antonio e S.Vincenzo di Ferrara). Il Banco Alimentare ha invitato tutti gli Istituti scolastici della provincia a diffondere l’invito a studenti, insegnanti e personale a partecipare alla Colletta del 16 come volontari e/o donando.

Sempre in ambito educativo, nei tempi forti, da 20 anni il Centro di Solidarietà-Carità (CSC) aderisce all’iniziativa “Dona cibo” (a livello nazionale organizzato da Federazione nazionale Banchi di solidarietà, a cui il CSC aderisce): come per la Colletta, si raccolgono alimenti a lunga conservazione che andranno al magazzino del CSC per poi essere distribuiti ad enti e associazioni benefiche. “Dona cibo” in Quaresima è ancora più importante perché in questo periodo sono già stati tutti distribuiti gli alimenti raccolti durante la Giornata della Colletta. A “Dona cibo” aderiscono IC “Perlasca”, Primaria Bombonati (IC “Dante Alighieri”), Primaria di Ostellato e Scuole secondarie di primo grado di Copparo e Poggio Renatico.

LA RETE SOLIDALE 

Queste le parrocchie, gli enti e le associazioni coinvolte per la Giornata della Colletta Alimentare 2024:

Comune di Ferrara: Croce Rossa Italiana – Ferrara, Il Mantello, Viale K, Caritas Pontelagoscuro, Caritas Porotto, parrocchia Pontelagoscuro, parrocchia Perpetuo Soccorso, Scout Agesci, parrocchia Santo Spirito, parrocchia San Benedetto, SAV, parrocchia Porotto, Associazione Nazionale Alpini, parrocchia Immacolata, Rotary, Lions club, parrocchia Pontegradella, Azione Cattolica.

Alto Ferrarese: Cento Solidale, Scout Cento e Casumaro, Rotary Cento, Lions Cento, Caritas Penzale, CL Cento, Associazione Nazionale Alpini – Protezione Civile, Croce Rossa Cento, Caritas Renazzo, Caritas Terre del Reno. Poggio Renatico: parrocchia, Caritas, AVIS, Rotary, parrocchia Gallo. Caritas di Vigarano Mainarda e di Bondeno.

Medio Ferrarese: Associazione “Mons. A. Crepaldi” di Voghiera, Caritas di Portomaggiore, Lions di Portomaggiore, Emporio Solidale Argenta, Lions e LeoClub Argenta.

Basso Ferrarese: Caritas parrocchia Jolanda di Savoia, Pro Loco Jolanda di Savoia. Parrocchie di Ostellato, Dogato, Rovereto, San Giovanni. Copparo e Tresignana: Lions, Croce Rossa, Caritas parrocchiali, Associazione Bersaglieri, Auser, Centro Aiuto alla Vita, Scout. Comacchio: parrocchia, Lions, Scout, Aiutiamoli a Vivere Odv, Cuccu trasporti. Scout di Mesola, Istituto di Istruzione Superiore “Remo Brindisi”, Cicli Casadei (S. Giuseppe di Comacchio), parrocchia di Porto Garibaldi.

TUTTO L’ANNO: I MAGAZZINI E LA DISTRIBUZIONE

Massimo Travasoni da diversi anni è Responsabile del magazzino del Centro Solidarietà-Carità (CSC) di via Trenti (Mercato Ortofrutticolo) a Ferrara e vicepresidente dello stesso CSC guidato da Fabrizio Fabrizi. Un altro magazzino gestito dal CSC si trova a Comacchio, in via Bonafede, 112. Anche quest’anno Travasoni ci aggiorna sui dati delle persone e famiglie destinatarie dei beni alimentari. Dati sostanzialmente in linea con quelli del 2023: circa 13mila persone (la metà nel Comune di Ferrara) chiedono beni alimentari di prima necessità alle nostre parrocchie, alla Caritas, ad altre associazioni o enti; beni che questi ricevono dal Banco Alimentare di Imola (una decina di Associazioni/enti) o tramite il CSC (67 Associazioni/enti, di cui una 30ina nel Comune capoluogo, per oltre 11mila persone). Si tratta, in un anno, di circa 1200 tonnellate di beni alimentari donati (per 3milioni e mezzo di euro di valore commerciale). Oltre ai prodotti provenienti dalla Colletta, i beni arrivano da donazioni dall’industria, dall’ortofrutta e dall’AGEA (Agenzia per le erogazioni in agricoltura, che si occupa del Fondo europeo FEAD e Del Fondo nazionale). Da diversi mesi, però, Fondazione Banco Alimentare ha denunciato il ritardo nella definizione dei nuovi bandi triennali AGEA, ritardo che ha “svuotato” o quasi il magazzino di Ferrara e di altre località italiane.  

In ogni caso, un dato che registra un lieve aumento è quello delle famiglie che ricevono il pacco alimentare o direttamente nei magazzini di Ferrara e di Comacchio o tramite i volontari del CSC che glielo consegnano a domicilio: sono 200 (oltre 600 persone italiane e non, fra cui alcuni studenti universitari camerunensi); l’anno scorso erano 180.

Sembrano tanti i kg raccolti a Ferrara e provincia, oltre 67mila. E in effetti lo sono. Ma – come ci spiega Travasoni – «l’anno scorso abbiamo finito di distribuirli tra gennaio e febbraio». In nemmeno 90 giorni, esauriti. La richiesta è tanta, c’è bisogno di sempre più donazioni.

IN EMILIA-ROMAGNA E IN ITALIA

La Colletta in Emilia-Romagna vede oltre 1100 punti vendita aderenti. Quanto verrà raccolto giungerà, tramite le 719 organizzazioni convenzionate con il Banco in Regione, a circa 130mila persone bisognose. In tutto il Paese sono oltre 150mila i volontari impegnati in più di 11.600 supermercati. Gli alimenti donati saranno poi distribuiti a oltre 7.600 organizzazioni territoriali che sostengono oltre 1.790.000 persone. Dal 16 al 30 novembre sarà possibile donare la spesa anche online su alcune piattaforme dedicate (consultare il sito colletta.bancoalimentare.it).

***

Redditi, Ferrara indietro

Secondo i dati elaborati nei mesi scorsi dalla Cgia di Mestre, basati sulle dichiarazioni relative all’anno 2022, la provincia di Ferrara è la settima in Emilia-Romagna per reddito medio dichiarato e dunque per imposta sul reddito delle persone fisiche versata (Irpef) versata nelle casse statali. I numeri dicono che il reddito complessivo medio dichiarato dai ferraresi è di 23.279 euro, con un Irpef media versata di 4.819 euro per contribuente (a Ferrara se ne contavano 272.198 nel 2022). Stando sempre ai dati della Cgia di Mestre, la provincia estense si trova più in basso rispetto ai valori medi nazionali per quanto riguarda l’Irpef dichiarata (5.381 euro), ma leggermente più in alto rispetto al reddito medio (23.633 euro). A livello nazionale, Ferrara è al 51º posto su 107.

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 15 novembre 2024

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Attesa come meraviglia e memoria presente: mostra di Rosaria Lardo a Ferrara

15 Nov

All’Hotel Annunziata di Ferrara la mostra fotografica di Rosaria Anna Lardo, riflessione su ricordo e avvenire

«Nella luce del tardo pomeriggio, mi è sembrato che gli anni si confondessero e che il tempo diventasse trasparente».

(Patrick Modiano, da “Fiori di rovina”)

Un atto di intima archeologia familiare è quello compiuto da Rosaria Anna Lardo, che a Ferrara espone il suo progetto fotografico “Pianonobile – I fiori del bene”. La mostra è visitabile gratuitamente nell’Art Gallery all’interno dell’Hotel Annunziata (p.zza della Repubblica) fino al prossimo 4 gennaio, è curata da Margherita Franzoni e accompagnata da un catalogo omaggio.

Lucana ma residente a Roma, Lardo si ispira alla storia di una nobildonna vissuta nella sua terra d’origine a inizio Ottocento. Il percorso espositivo alterna interni di una grande villa ormai spoglia con esterni ariosi ma carichi di tensioni. La salvezza — sembra dirci in ultima analisi l’artista — viene sempre dall’altro, da fuori: fuori da quella finestra verso cui è rivolto non solo il viso della donna protagonista delle immagini, ma l’intero suo corpo, tenero ma potente nell’essere proteso verso la luce (foto). In un’altra immagine in parete, il fuori è invece rappresentato dalla stanza accanto, enigmatica perché solo accennata, rivestita di luce ma spoglia. Esterno/interno non è, però, l’unica tensione nelle foto di Lardo: una vestaglia da donna posata sul divano o, in un’altra opera, un velo candido (che pare un sudario) dicono di una presenza e assieme di un’assenza, di un tentativo di nascondere e di segnare. Di un ricordo e di una volontà di abbandono, ma non al passato.

La salvezza, infatti, è in questa attesa composta e mite ma profondamente dinamica. E l’attesa – nelle mani, nel volto pur celato – è sempre, anche, contemplazione, quindi non banale agire ma apertura, risposta, inquietudine mossa da un’affezione più grande. Non è esitazione ma consacrazione, un “dedicarsi a”. Si attende sempre ciò che è reale e presente, Colui che viene. E così la memoria – quella di chi ha saputo almeno una volta sperare – non è mai sterile, è anch’essa attesa di ciò che ancora vive, contemplazione creatrice. Fiori posati sul cuore, una conchiglia di luce.

La nostra baronessa, Donna P. P., madre di sette figlie, rivivendo nelle stesse parole di Lardo (il testo è presente nel catalogo) ci grida «voglio il fuori» e al tempo stesso il suo desiderio di «sprofondare». Il dolore ne pervade il corpo ma non è totalizzante: l’avvenire avrà casa nella «meraviglia» e nel «miracolo». Così l’artista, scavando nella vita di questa sua nobile ava, in realtà dissotterra tesori imprevisti nella propria esistenza, rendendola più trasparente e facendo entrare — anche per noi che ammiriamo le sue foto e leggiamo le sue parole – un po’ di luce da quel fuori che ci attende.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 15 novembre 2024

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Donatello riemerso a Ferrara: Marco Scansani ci racconta la sua scoperta

13 Nov

In una collezione privata vicino S. Stefano, il giovane ricercatore ha trovato la metà di una terracotta  raffigurante i funerali della Vergine Maria, opera di Donatello del 1450 (l’altra metà è stata rubata nel 1916), oltre a due frammenti con alcuni evangelisti. La nostra intervista

a cura di Andrea Musacci

«Mi trovavo a Ferrara per portare avanti la mia indagine sulle terrecotte ferraresi tra XV e XVI secolo. E nella collezione di un privato in zona Santo Stefano ho ritrovato un frammento particolare: ho capito subito fosse la metà mancante di una terracotta di Donatello raffigurante i Funerale della Vergine Maria. L’emozione è stata indescrivibile». 

Marco Scansani, 32 anni, è assegnista di ricerca dell’Università di Trento e autore del libro “Il fuoco sacro della terracotta” (Tre Lune ed., settembre 2024). Laureatosi all’Università di Bologna, ha conseguito il Dottorato alla Scuola Normale Superiore di Pisa. Quando lo raggiungiamo al telefono per farci raccontare la sua scoperta, percepiamo la gioia ancora viva nel ripensare a questo risultato imprevisto. Che non si limita a quel frammento “bozzetto”: nella stessa collezione privata, infatti, ha trovato anche altre due terrecotte a suo tempo scoperte da un avo dell’attuale proprietario in un pozzo di questa casa privata e rappresentanti due evangelisti: «Anche in questo caso mi sento di attribuirle a Donatello», prosegue Scansani. Donatello che «è documentato fosse a Ferrara nel 1450», oltre che a Modena e Mantova, anche l’anno successivo. Nella sua Firenze vi farà ritorno tra fine 1453 e inizio 1454. Ma per il genio fiorentino fu un periodo stranamente improduttivo. O forse non del tutto. In ogni caso, «in quel momento tutti lo volevano, dai Gonzaga agli Este. Lui andava dal miglior offerente ma poi si disamorava delle commissioni».

Scansani, parliamo innanzitutto del progetto di mappatura delle terrecotte quattro-cinquecentesche in area padana: di cosa si tratta? 

«Il Progetto C.Re.Te. (Toward a Catalogue of Renaissance Terracotta Sculpture in North Italy) coordinato dal prof. Aldo Galli (Università di Trento) e dal prof. Andrea Bacchi (Università di Bologna), finanziato con fondi PNRR (PRIN – Progetti di Rilevante Interesse Nazionale), si occupa della catalogazione di tutte le sculture in terracotta realizzate in area padana tra il XV e il XVI secolo. Stiamo realizzando il primo database di tutte queste opere. Al termine del progetto sarà liberamente fruibile online. Io sono assegnista di ricerca presso l’Università di Trento proprio per questo progetto e proprio l’indagine sulle terrecotte ferraresi mi ha portato a scoprire quei bozzetti di Donatello».

Partiamo da oltre un secolo fa. Anno 1916: ritrovamento del frammento nella chiesa di Santo Stefano a Ferrara, donazione e furto. Ci racconta un po’ meglio? Dove si trovava di preciso? E perché fu attribuito a Donatello?

«Come racconta perfettamente Corrado Ricci sulla rivista L’Arte del 1917, “nella primavera del 1916 il Municipio di Ferrara stabiliva di liberare l’abside della chiesa di S. Stefano dall’addossamento di alcune casette, e di ristaurarla. Durante i lavori, e precisamente il 29 dicembre, in un tratto di muratura slegata (che riempiva un vano e che rimaneva coperta dall’intonaco), tra diversi frammenti di terracotta ornata, fu rinvenuto quello che qui riproduciamo e che ora trovasi nel Museo di Schifanoia”. Tutta la critica si accorse immediatamente del valore della scoperta, e condivise l’attribuzione a Donatello. Ad esempio Arduino Colasanti scrisse: “la geniale originalità della composizione, l’energica plastica e quasi fulminea di ogni steccata, l’efficacia sintetica del modellato, la potenza del pathos e della vita, resa con pochi tratti di immediata evidenza, convengono perfettamente al grandissimo scultore fiorentino”. L’entusiasmo per la terracotta donatelliana ritrovata durò però pochissimo: nella notte tra il 20 e il 21 giugno 1921 alcuni ladri – dopo aver reciso ben tre reti metalliche, essersi arrampicati mediante una scala fino alla finestra del Museo, aver tagliato il vetro con una punta di diamante e forzato la porta che immetteva nella Sala degli Stucchi – trafugarono il rilievo fittile oltre a numerose medaglie, monete, placchette e bronzetti. Da allora la critica sembra essersi via via dimenticata del valore di quella scoperta e ha perfino iniziato a dubitare sull’attribuzione, non potendo più studiare il pezzo dal vivo, ma solo attraverso le fotografie».

Riguardo alle altre due terrecotte, quelle con gli evangelisti: può azzardare ipotesi più specifiche? 

«Una delle due con tutta evidenza raffigura un evangelista che tiene la mano sul libro. Per la seconda – purtroppo acefala – possiamo solo ipotizzare che si trattasse di un altro evangelista in posa speculare. Anche queste terrecotte furono trovate negli anni Sessanta insieme al rilievo nel pozzo di una casa privata non distante dalla chiesa di Santo Stefano, dove fu trovato il primo rilievo nel 1916».

Esattamente dove e quando?

«Come ricordato dagli attuali proprietari e da un’iscrizione a pennarello nel retro di uno dei supporti lignei sui quali sono stati montati i frammenti, queste tre terrecotte furono ritrovate casualmente il 20 luglio 1962 sul fondo di un pozzo di una casa privata situata in via Saraceno, quindi a 800 metri da S. Stefano».

Può avanzare ipotesi anche sulla destinazione finale sia della terracotta della Vergine sia di quelle con gli evangelisti?

«Purtroppo non è facile fare ipotesi: Donatello in quegli anni era conteso dalle maggiori città del Nord Italia, accettava molti incarichi che però spesso non portava a termine. Ad esempio, avrebbe dovuto realizzare un monumento dedicato a Borso d’Este a Modena e l’arca del patrono di Mantova Sant’Anselmo, ma nessuno di questi vide la luce. Posso solo dire che i frammenti “ferraresi” ritrovati sono senz’altro bozzetti, oggetti di studio che consentivano all’artista di studiare le composizioni prima di realizzare le opere definitive destinate alla fruizione».

***


Funerali della Vergine: analisi dell’opera e ipotesi sull’artista

Il ritrovamento di Scansani è stato al centro di un articolo pubblicato da “The Burlington Magazine”, storica (e inglese) rivista accademica d’arte. Di seguito, alcuni passaggi dalla traduzione dell’articolo stesso:

le due metà della terracotta – scrive Scansani – compongono «una formella rettangolare alta 33 cm, larga 47 cm e spessa 2 cm con la raffigurazione – come già intuito da Ricci – della morte della Vergine. La composizione è suddivisa in due registri orizzontali sovrapposti che compongono idealmente un’architettura a due livelli messi in comunicazione da una scala che principia dal vertice in basso a sinistra della formella e si conclude al suo centro ove è collocato il cataletto della Vergine, fulcro dell’affollatissima scena. (…) 

Al secondo piano la scena, a partire da sinistra, si apre con quattro pingui angioletti che parrebbero sorreggere con grande sforzo un sepolcro dotato di un coperchio a spiovente (…). Dietro il sarcofago parte il corteo dei dodici apostoli (tutti dotati di aureola): il primo si rivolge con sguardo mesto al sepolcro, il secondo – di profilo – si dirige verso il cataletto portandosi una mano al volto in segno di disperazione, il terzo procede nella stessa direzione – ormai ai piedi della Vergine – ma è in parte illeggibile poiché coincide con il margine frammentario della terracotta trafugata. In questo punto il rilievo non combacia perfettamente con quello riemerso in collezione privata poiché è andata perduta una porzione in cui verosimilmente doveva essere raffigurato un ulteriore apostolo: è sopravvissuta solo una piccola parte della sua veste. (…) La Madonna è rigidamente distesa, quasi priva di un corpo, è infatti totalmente coperta da un ampio panno che grava copioso oltre il cataletto e in corrispondenza dei sostegni verticali: si riconoscono solo le sagome dei suoi piedi che premono sotto il lenzuolo e una parte del viso esanime in gran parte celato dal velo che le ricade sugli occhi. Davanti ai larghi manici della portantina funebre sono modellati ben cinque angioletti abbigliati con piccole tuniche: due trattengono un cero a testa, gli altri tre sembrano volersi fare spazio, aggrappandosi alle spalle dei primi, per poter vedere il corpo della Vergine. (…) Le terrecotte riemerse consentono di gettare nuova luce sulle pratiche realizzative dello scultore, più in generale sulla sua attività nell’Italia Settentrionale e forse anche sull’impatto che ebbero le sue invenzioni nel contesto emiliano. Non è possibile stabilire con certezza se gli artisti dell’Officina ferrarese ebbero la possibilità di vedere e studiare questi bozzetti che avrebbero fornito una formidabile scorciatoia per conoscere le mirabolanti novità che Donatello stava imponendo nel contesto padovano».

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 15 novembre 2024

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Poveri, donne e lavoratori: Evita Perón in un nuovo libro

9 Nov

“EVITAmia. Il tango di Eva Perón” è il volume di Michele Balboni con contributi, fra gli altri, di mons. Gian Carlo Perego e di Elsa Osorio, scrittrice argentina di fama internazionale

È in uscita in questi giorni il libro “EVITAmia. Il tango di Eva Perón” (Ed. La Carmelina) di Michele Balboni, ex dirigente di ACFT, AMI, AFM – Farmacie Comunali e appassionato tanguero. Il volume – che verrà presentato il 15 novembre alle ore 17 a Palazzo Roverella, Ferrara – vede anche i contributi di mons. Gian Carlo Perego, Patrizio Bianchi, Francesca Capossele, Elba de Vita e Riccardo Modestino. Evita Perón (al secolo María Eva Duarte) nasce nel 1919 in provincia di Buenos Aires. Orfana di padre a 8 anni, a 15 lascia la famiglia per diventare attrice. Sindacalista, nel ‘45 sposa Juan Domingo Perón, allora Ministro del lavoro, più anziano di oltre 25 anni, dal ’46 al ’55 e dal ’73 al ‘74 Presidente dell’Argentina. Evita muore nel ‘52 a 33 anni: è stata una delle prime donne a fare politica e a intervenire a raduni di massa in Argentina.

Per Balboni, un personaggio politico difficile da catalogare come di destra o di sinistra: ciò che importa è «che Evita ci parlava davvero con i derelitti, i poveri, gli emarginati; con tutti coloro verso i quali l’attuale Sinistra, in tutto il mondo, non solo in Italia, fa fatica a comprendersi. E non si dica che Evita “comprava” a suon di regali tramite la sua Fondazione il consenso di costoro. Perché l’assenso e il voto si possono acquisire con carezze e prebende varie, ma non così l’affetto delle persone, se non il loro amore. Non furono in ogni caso carezze virtuali né prebende lievi ciò che Eva Duarte de Perón, Evita al momento dell’azione, realizzò in poco più di sei anni di informale ma forte potere», prosegue Balboni nel libro: «crescita delle Organizzazioni Sindacali e tutela dei lavoratori, voto femminile, assistenza sociale, incremento della scolarizzazione, lotta alla povertà. Citando così solo i titoli delle sue attività, perlopiù realizzate tramite la Fondazione Eva Perón». Per Evita – sono ancora parole di Balboni – ciò che conta sono «le relazioni personali piuttosto che le procedure e le regole, che possono diventare burocrazia». “Sono cristiana perché sono cattolica – disse lei stessa -, pratico la mia religione come posso e credo fermamente che il primo comandamento sia quello dell’amore”.

Osorio: «oggi il potere in Argentina odia i deboli»

Essenza, questa di Evita, ben colta anche nella Prefazione da Elsa Osorio, scrittrice argentina di fama internazionale: «Evita abbracciava gli indifesi, i deboli, le “piccole teste nere”, i grasitas», scrive. «Era il ponte tra Perón e il suo popolo, l’abbraccio tra Perón e la sua gente, Perón e le sue leggi sociali, così importanti. Evita ha abbracciato gli indifesi, e oggi il potere in Argentina odia i deboli, i poveri, odia tutto e tutti, tutti quelli che non sono quell’uno per cento, odia persino il suo Paese e si fa vanto di questo. E in questo contesto, Evita, per l’immaginario collettivo, oggi, che cosa sarebbe? Forse quell’onda crescente di rifiuto che io vedo crescere con speranza».

Mons. Perego: «Evita e l’impegno per i poveri»

«Il sogno di giustizia sociale di Evita, donna che ha amato i poveri, è infranto contro i carri armati e un nuovo corso della politica che al centro mette la violenza – con il dramma dei desaparesidos – e la finanza, la speculazione che porteranno nel baratro l’Argentina». Così scrive il nostro Arcivescovo in un passaggio del suo intervento. «Continua, però, l’impegno della Chiesa per i poveri in Argentina che vedrà al soglio pontificio con il nome di Francesco un argentino di origini italiane, Jorge Bergoglio, tra l’altro accusato di peronismo per il suo impegno per i poveri e la giustizia animato dal Vangelo. In lui e nella Chiesa, in qualche modo, continua il sogno di Evita e l’opera della sua Fondazione che oggi vive attraverso le opere della Caritas, l’organismo pastorale della Chiesa che in ogni angolo del mondo lavora a favore dei più poveri, degli sfruttati coniugando carità e giustizia. La carità non si spegne mai e fa incontrare “gli uomini di buona volontà”».

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” dell’8 novembre 2024

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Capatti artista liberty originale

8 Nov

Mostra a Vigarano e catalogo per l’artista che decorò anche il Poggetto

“Bozzetti Liberty a Vigarano” è il titolo della mostra, a cura di Lucio Scardino, esposta dal 30 novembre all’8 dicembre nella “Casa della Musica e delle Arti” di Vigarano Pieve (via Mantova, 111), e realizzata grazie al Comune di Vigarano in collaborazione con il locale Fotoclub. Legato alla mostra, vi è il catalogo “Ildebrando Capatti pittore e decoratore del Novecento ferrarese (Ferrara, 1878-Vigarano Mainarda, 1959)” (foto in alto: l’immagine di copertina)

In parete, scrive Scardino nel volume, «la serie di schizzi e bozzetti ad acquerello» provenienti «da una cartella un tempo conservata dalla figlia Zagomilla» forse degli anni Dieci-Venti: «non a caso un paio di essi sono siglati G. M.», ovvero la firma di Giulio Medini (1872-1954), guida indiscussa per Capatti. «Un altro foglio (monocromo studio decorativo del 1907, con belle figure di pavoni) è invece firmato dal misconosciuto Zaffagnini, classe 1885». Altre due opere sono ascrivibili a Carlo Parmeggiani. «I fiori sono i protagonisti assoluti dei bozzetti in varie declinazioni sia botaniche che stilistiche – prosegue Scardino -, in chiave naturalista o stilizzata libertynamente ma compaiono altresì figure danzanti e giovani pifferai, cariatidi e grifoni, ventagli e strumenti musicali, mentre un’opera forse si riferisce ad un concorso di carattere decorativo, presumibilmente per il Castello di Ferrara: gli ambienti della ex Prefettura in effetti vennero affrescati negli anni ’30 da Augusto Pagliarini». «In genere – scrive il curatore -, lo stile adottato in questi deliziosi bozzetti è lo stile liberty», ma non mancano «richiami alle grottesche cinquecentesche dei Filippi, al Manierismo carraccesco, a Barocco e Rococò (…) e ad un classicismo ottocentesco filtrato da ricordi dell’età umbertina».

Oltre a lavori per committenti privati (ad es. per le decorazioni della chiesa di Pescara vicino Ferrara), Capatti lavorò anche per il pubblico: «per ornati nell’aeroporto “Allasia”, fuori Porta Reno, per l’isolato della vecchia sede delle Poste, sempre in Giovecca (angolo Teatini), per la chiesetta del Poggetto a Sant’Egidio, per la sala d’aspetto della stazione ferroviaria». Riguardo al Poggetto, Capatti tra le due guerre decorò l’area absidale con litanie mariane, decorazioni in parte distrutte dai bombardamenti del ’45 e in parte coperte nel post Concilio. Capatti negli anni ’20-’40 continuò anche ad esporre come pittore nelle mostre sindacali fasciste allestite in Castello e altrove, «anche se quel che è forse il suo capolavoro resta nell’ex palazzo Todeschi, sede dal 1919 (e per pochissimi anni) della Camera del Lavoro di Ferrara: la laboriosa decorazione intitolata “L’Internazionale” e “Il Sol dell’avvenire”, eseguita assieme a Leone Caravita». Alla sua Vigarano, invece, donò un paio di quadri ispirati alle miserie degli abitanti del Delta padano, mentre la figlia allo stesso Comune regalò “Sulla tomba del compagno”, forse del 1919.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” dell’8 novembre 2024

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«Guardare con gli occhi di Dio»: padre Puccini dal Libano a Ferrara

6 Nov

Scuola, mensa e centro sanitario per aiutare i poveri a 15 km dalle bombe: il racconto del missionario nella nostra città

L’indimenticato Fabrizio De Andrè nella sua canzone “Khorakhanè (A forza di essere vento)”, dedicato al popolo Rom, parlava dell’importanza di «raccogliere in bocca il punto di vista di Dio». La necessità, dunque, di uno sguardo altro, alto, difficilissimo da assumere ma decisivo per non soccombere al male.Ed è questo che ha provato anche a trasmettere padre Damiano Puccini, missionario a Damour in Libano, dove ha fondato e dirige l’Associazione “Oui Pour La Vie – OPV “. Padre Puccini è intervenuto la sera del 30 ottobre scorso – alla fine quindi, del Mese missionario – nella chiesa diS. Maria della Consolazione, invitato da don Francesco Viali, parroco di Santo Spirito (la Consolazione fa parte della stessa Zona pastorale) e in collaborazione con la vicina parrocchia del Perpetuo Soccorso, guidata da don Roberto Solera e dal vicario don Nicola Gottardi.

CONVIVERE OLTRE I CONFLITTI

Giovanni Paolo II nel 1989 nel suo Messaggio al Libano, lo definì «un esempio di coesistenza pacifica dei suoi cittadini, sia cristiani che musulmani, sul fondamento dell’eguaglianza dei diritti e del rispetto dei principi di una convivenza democratica». E ancora, riguardo invece allo specifico della posizione di grave conflitto come quello che continua a perpetuarsi in Medio Oriente, padre Puccini ha più volte citato il Patriarca di Gerusalemme, card. Pizzaballa, e la sua premura nel sottolineare più volte come «il cristiano non si schiera con l’una o l’altra parte», non per pavidità o indifferenza ma perché «se lo facesse si metterebbe automaticamente contro qualcun altro».

«Dobbiamo imparare ad ascoltare la sofferenza», ha proseguito padre Puccini sempr56e citando il card.Pizzaballa. «Un bambino che muore è sempre una cosa ingiusta, al di là della sua nazionalità. Questo è il primo grande insegnamento, da non dimenticare mai», concetto espresso dal Patriarca anche nell’intervento in diretta dalle Clarisse di Ferrara lo scorso 1° marzo. 

Come cristiani, quindi, «dobbiamo stare nel mezzo e comprendere che per Israele il pogrom del 7 ottobre 2023 è il loro 11 settembre negli USA; dall’altra parte, quella palestinese, la nakba, il grande esodo è una ferita sempre aperta. Purtroppo, israeliani e palestinesi non riescono a intendersi nemmeno sul dolore». Per padre Puccini è dunque compito non solo dei cristiani ma «dell’Occidente non schierarsi con una parte o l’altra: l’Occidente, anzi, dovrebbe reinsegnarci a stare assieme». 

Il Libano, come detto in apertura citando San Giovanni Paolo II, può essere «un modello positivo: basti pensare al suo Parlamento, alle sue alte cariche dello Stato e ruoli nella pubblica amministrazione, assegnati equamente a cristiani, sciiti e sunniti».

FRATELLI E SORELLE NELLA SOFFERENZA E NELLA GIOIA

La missione di padre Damiano – come accennato – si trova a Damour, a metà strada tra Beirut e Sidone; una città a maggioranza cristiana e tristemente famosa per una strage nel ’76 causata dal  Movimento Nazionale Libanese con la collaborazione dell’OLP. «Qui – a 15 km dai bombardamenti – siamo l’ultima comunità cristiana rimasta», ha proseguito il missionario.«Ma la maggior parte dei media parla solo dei conflitti in corso, mentre vi sono anche tante relazioni positive, un equilibrio, una convivenza tra cristiani maroniti (che sono cattolici, ndr), ortodossi, drusi, musulmani sciiti e sunniti. Ogni morto ammazzato, fosse anche un capo di Hezbollah, è una ferita nel cuore di ogni libanese». Bisogna dunque «guardare sempre le cose col cuore, cioè con gli occhi di Dio. Noi cristiani, quindi, preghiamo il Signore che ci aiuti a non rispondere mai alla violenza con la violenza». Si tratta, quindi, per padre Damiano, oltre che di stare in mezzo, anche «di stare al di sopra» delle faide. «La nostra missione di “Oui Pour La Vie” ha realizzato a Damour una scuola, una cucina, un centro sanitario e una casa per malati di AIDS nella periferia di Beirut».Servizi più che mai necessari, soprattutto dall’inizio – 5 anni fa – della gravissima crisi economica nel Paese.

«Scopo ultimo della nostra missione – che continua ancora ora, nonostante tutto – è di far sentire che Dio c’è. Oltre a bimbi libanesi, ne ospitiamo anche di siriani e palestinesi e cerchiamo di usare con loro – e di insegnare loro – parole di amore, non di aggressione: così, cerchiamo di mostrare che Dio non li abbandona. Non è scontato – ha proseguito padre Damiano – che palestinesi e siriani, ora siano accomunati a noi come vittime, che soffrano assieme a noi: a volte, infatti, in alcuni libanesi vi è ancora la tentazione di vendicarsi dei torti passati». Ma in un mondo di forti contrapposizioni, «dobbiamo cercare di guardare come Gesù guarda ognuno dei suoi figli dalla Croce». La fede è questo, «vivere i rapporti col cuore, senza rabbia, col cuore di Gesù, quindi col sorriso.Siamo un’unica famiglia, tutti figli Suoi, fratelli e sorelle.Solo Gesù può farci sentire davvero così».

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” dell’8 novembre 2024

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Speranza, andare insieme all’incontro col Signore

30 Ott

Presente come attesa attiva del compimento in Dio: Prolusione del Vescovo alla Scuola di teologia 

Si avvicina l’inizio del tanto atteso Giubileo 2025 e si avvicina anche il 60° dalla pubblicazione della Costituzione pastorale “Gaudium et spes”. La nostra Scuola diocesana di teologia per laici ha scelto quindi di dedicare il suo programma 2024-2025 al tema della speranza, al centro dell’anno giubilare. Lo scorso 22 ottobre a Casa Cini il nostro Arcivescovo è intervenuto per la Prolusione di inizio anno dal titolo “Giubileo 2025, guardare il mondo con gioia e speranza”.

«Sperare – ha esordito – significa tendere con l’animo verso un bene futuro, desiderato. La speranza è attesa, tensione verso la pienezza, a partire da una mancanza, da un presente lacunoso. È uno slancio verso un traguardo buono, con un’attesa di miglioramento, di un orizzonte positivo. Sperare vuol dire quindi essere protesi, aperti».

LA SPERANZA CRISTIANA

Ma nello specifico, la speranza cristiana è qualcosa di più di questa speranza solo umana. Attingendo principalmente dalla “Spe salvi” di Benedetto XVI, il Vescovo ha spiegato come la speranza sia una «virtù per poter affrontare il presente», ma «non una generica attesa in un futuro positivo e indeterminato». È, invece, «attesa di Dio, di Colui che crea e sostiene la vita, di Colui che è il futuro». La speranza coincide quindi con «l’incontro col Signore». È anche miglioramento del presente e attesa, ma è molto di più: «è l’eschaton, il compimento della vita, Gesù stesso, cioè Dio dentro la storia, Dio con un volto». La speranza cristiana «non è quindi un tempo (il futuro), né un luogo (il Paradiso) ma una Persona, l’incontro con una Persona. L’Oltre è un incontro: quello con Dio». Diversi, poi, gli accenni di mons. Perego al tema della speranza in Paolo, o alla “Teologia della speranza” di Moltmann, differente dal “principio-speranza” laico-marxista di Bloch.

Avere speranza per noi cristiani significa dunque «sapere qual è la meta e raggiungerla assieme agli altri», anche e soprattutto nel dolore. L’orizzonte non può quindi che essere «un orizzonte buono, un orizzonte di salvezza. Solo così l’uomo può dirsi davvero libero dalla tentazione della desperatio, dal un fato cieco o dalla presunzione di essere il protagonista solitario della storia».

COME RENDERNE RAGIONE

Ma affinché la speranza cristiana non resti una semplice idea, è essenziale capire come darle carne e sangue. C’è solo un modo: «andando incontro alle donne e agli uomini, sentendosi solidali con loro e con la loro storia». Forti della speranza che non delude, «Cristo Risorto, pur nelle crisi della nostra società, nelle tenebre, nelle nostre difficoltà. 

La storia è teocentrica perché ha per protagonista Dio, è una storia di salvezza che ha come destino l’incontro dell’uomo con Dio. Non è una storia solo terrena, solo umana». La speranza cristiana ha quindi radicalmente «a che fare con la vita», non è – come pensavano Marx o Feuerbach – fuga, alienazione dalla realtà. Al contrario, la visione cristiana è «critica di ogni passività, di ogni fuga dal mondo e promuove invece la cittadinanza attiva». Segni di speranza – citando ancora “Spe salvi” e “Gaudium et spes” – sono la preghiera, l’azione, la sofferenza, così come la solidarietà, la collaborazione, il dialogo e il servizio.

ANDARE OLTRE

La speranza è dunque «un uscire da sé nel tempo e nello spazio, ha una dimensione costitutivamente comunitaria: per il cristiano non esiste l’io senza l’altro». Una concezione, questa, rifiutata dalla modernità. «Nessuno è una monade chiusa in sé stessa ma è aperto essenzialmente ed eternamente agli altri», ha proseguito mons. Perego. Come scrive Benedetto XVI sempre in “Spe salvi”, la speranza è sempre anche «speranza per gli altri». Ciò richiama un concetto (ancora travisato) di Hans Urs von Balthasar secondo cui non si può non sperare che l’inferno sia vuoto. Insomma, la speranza cristiana «ci fa passare dal sé al noi, dal singolo alla comunità». «Spero in Te, per noi», scriveva Gabriel Marcel.

«Non ha quindi senso – si è avviato alla conclusione il Vescovo – una speranza che non sfoci nella carità, come non si può comprendere una speranza priva di fede». 

L’incontro ha poi visto il confronto fra l’Arcivescovo e alcuni dei tanti partecipanti, i quali han posto domande e riflessioni. A una di queste, mons. Perego ha risposto spiegando che quando prega lo fa innanzitutto «affinché la vita sia accolta e difesa sempre, e che qualche nostro giovane diventi sacerdote». Ma la difficile situazione nella nostra Diocesi, come nel resto d’Italia e d’Europa, non deve farci pensare, a tal proposito, che sia così in tutto il mondo. In diversi Paesi africani e dell’Oriente, crescono le vocazioni al sacerdozio e le congregazioni religiose. Anche questo può aiutarci a non disperare, anche questo è un “segno dei tempi”.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 1° novembre 2024

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Pieve di Argenta sommersa e invasa dalle acque

29 Ott

Il monumento più antico della provincia diventa simbolo 

L’acqua, fonte di vita, a volte può diventare funesta minaccia per le popolazioni, le case e per l’equilibrio ecologico. Lo sanno bene, ultimamente, i liguri e da alcuni anni gli emiliano-romagnoli. Nella città di Ferrara i danni sono stati molto limitati rispetto ad altre zone della Romagna e del bolognese ancora una volta duramente colpiti, escluso lo spavento per le aree in zona Po.

Ma nella nostra provincia i danni e i disagi  sono stati di sicuro più consistenti. E nel Ferrarese, fuori dalla nostra Arcidiocesi, c’è un’immagine-simbolo di questa eterna lotta tra l’uomo e la natura, che è – in un altro senso – anche l’eterna lotta tra il bene e il male.

È l’immagine dell’antica Pieve di San Giorgio ad Argenta sommersa in buona parte – e in parte invasa – dalle acque.  Le abbondanti precipitazioni di questo periodo hanno ingrossato i fiumi del territorio, facendo loro superare la soglia. L’Idice ha rotto l’argine, all’altezza della Chiavica Cardinala e le famiglie residenti in zona sono state evacuate. E nella Pieve di San Giorgio tecnici del Comune, Vigili del Fuoco e Carabinieri sono dovuti entrare per un sopralluogo. La chiusura dei ponti aveva isolato la chiesa di Sant’Antonio a Campotto, dove però non ci sono stati danni.

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 1° novembre 2024

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(Foto: https://www.comune.argenta.fe.it/)

Paolo sempre in viaggio «là dove le cose nascono»

29 Ott

Paolo Micalizzi. L’ultimo saluto al critico e storico cinematografico. Mons. Manservigi: «la sua vita era un viaggio, era sempre altrove, dove le cose nascevano e accadevano. Oggi di uomini così ce ne sono sempre meno. Raccoglieva idee e le portava agli altri»

Le parole, nella vita di ogni giorno, e in particolare in un mestiere come quello del giornalista, possono essere un’arma o una carezza, una via di incontro o di conflitto. Vanno usate, più che mai, con attenzione, con una parresia sempre intrisa di attenzione all’altro, di un desiderio pieno: che quando quelle parole si interromperanno, avvenga l’incontro, il cuore e la mente si elevino, le vite e i volti delle persone si incrocino e si affianchino.

Ci sono state persone come Paolo Micalizzi che per una vita hanno tentato di usare le parole in questo modo: come ponte, come sempre nuovo sprone per continuare la ricerca.Nel pomeriggio dello scorso 24 ottobre, in chiesa e sul sagrato della Sacra Famiglia a Ferrara, in occasione delle sue esequie, le parole scorrevano discrete fra le tante persone accorse. Erano vocaboli di dolore e di riconoscenza, di un’incredulità ancora bruciante, di affetto, parole di pietà per la moglie Mara e la figlia Federica. Parole discrete, sì, ma che si rincorrevano, tanti erano gli aneddoti su Paolo da raccontare, i suoi progetti portati a compimento, le relazioni intessute, gli intrecci. C’era l’Amministrazione Comunale – nella persona dell’Assessore alla Cultura del Comune di Ferrara Marco Gulinelli -, il mondo accademico, dell’associazionismo, di tutte le varie anime della cultura ferrarese che Paolo ha attraversato e alimentato.

Le parole, quindi. Tante ora sono raccolte e si continueranno a raccogliere in un blog a lui dedicato (https://mostramicalizzi.blogspot.com), altre commoventi le ha pronunciate mons. Massimo Manservigi nell’omelia per l’amico e collega:«questo – ha detto – non è un saluto estremo ma il nostro saluto terreno, diverso da quell’abbraccio di quando il Signore tornerà per portarci là dove ci ha già preparato una dimora. E ora Paolo è col Signore, perché Lui lo conosce, perché Dio è attento a ciascuna persona come se fosse l’unica». Uno dei tratti di Paolo – ha proseguito – «era di prendere congedo, sempre pronto per andare da un’altra parte: “devo andare” in quel tal posto, diceva sempre, aveva «questa dinamica.Era sempre in ciò che doveva fare, nel luogo che doveva raggiungere, guardava sempre avanti». Come “Voce” stavamo lavorando assieme a lui per un libro che raccoglierà diversi suoi articoli usciti sul nostro Settimanale diocesano: «avrei dovuto chiamarlo a breve per dirgli che a livello di impaginazione il volume è pronto», ha proseguito mons. Manservigi. «Sembrava sempre giovane,  Paolo, sempre attivo, mai si rallentava nei suoi impegni. Era uno che – citando il Vangelo – andava a preparare posti, perché amava condividere con gli altri. La sua vita era un viaggio, era costantemente altrove, andava a vedere dove le cose nascevano e accadevano. Oggi di uomini così ce ne sono sempre meno».

E ancora: «per lui valeva sempre il motto “prendi quel che ami e portalo da un’altra parte”: era un “accumulatore seriale” di oggetti, cimeli, libri, di tutto ciò che riguardava il cinema, soprattutto ferrarese». Da qui, l’idea di donare tutto al “Centro Documentazione Studi e Ricerche Cinema Ferrarese” con sede a Palazzo Roverella, Centro di cui era ideatore e Responsabile. «La sua vita – se ci pensiamo – è la misura del tempo in cui il cinema è vissuto a Ferrara. Questo suo raccogliere, materiale e non, è un’eredità che lascia e che ora dovremmo far nostra. Lo dobbiamo a una persona equilibrata, pronta al dialogo, anche se a volte poteva sembrare sbrigativo, preoccupato com’era di arrivare al dunque, di portare a termine i suoi tanti progetti, ma sempre rispettoso delle persone con le quali aveva a che fare. Paolo ci ha donato qualcosa che nessun altro potrà donarci».

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 1° novembre 2024

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(Foto: https://www.cdscultura.com/)