«Convocato all’avvenire»: la luce divina di Paolo Baratella

5 Dic

90 anni fa nasceva un artista ferrarese forse ancora troppo sottovalutato: lo vogliamo ricordare in particolare nelle sue realizzazioni sacre: l’affresco per la Sacrestia del Duomo di Ferrara e il Risorto per la chiesa di Santa Francesca Romana

di Andrea Musacci

Del tempo e dell’eterno, fra le altre cose, parlava l’artista Paolo Baratella in un’intervista all’amico Gian Pietro Testa, circa 20 anni fa1. E proprio del tempo dobbiamo trattare, col tempo misurare e misurarci, ma coscienti che quest’abito artificioso, kronos, ci sta stretti, noi creature elette alla dura e sublime veste dell’Eterno. Dura finché chiusa fra le maglie terrene, noi che «ora vediamo come in uno specchio, in modo oscuro»; ma già capaci di un abbandono di quel che verrà, nel Dio vivente e veniente, attraverso forme che, pure tali, rompono il gioco del kronos: le forme dell’arte. E Baratella questo lo sapeva bene, cristiano inquieto ma capace di abbandonarsi nella dolce luce della fede.

Lo vogliamo ricordare a 90 anni dalla nascita e in occasione della mostra dedicata in questo periodo a Ferrara proprio a quel suo sopracitato e quasi coetaneo amico, Far luce nel buio: Gian Pietro Testa tra giornalismo d’inchiesta, poesia e arte. Mostra nel quale compare anche Baratella (ne parliamo a pagina 10).

Baratella ha fatto ritorno al Padre il 3 marzo 2023, quando nel Castello Estense a lui era dedicata l’apertura e la menzione alla carriera del IX premio internazionale della Fondazione VAF, alla presenza della figlia Silvia Baratella e di Vittorio Sgarbi. Nove mesi prima, il 31 maggio 2022, in Biblioteca Ariostea e introdotto da Lucio Scardino, aveva presentato il suo libro autobiografico Davanti allo specchio.

Tante le sue mostre in Italia e all’estero nel corso di una vita, ma qui vogliamo ricordare quando esattamente dieci anni prima di morire, nel 2013, aveva dipinto il Risorto nella chiesa ferrarese di Santa Francesca Romana e nel 2006 gli affreschi della sagrestia della Cattedrale.

Ma prima alcuni accenni biografici.

DALLA CITTÀ «FANTASMATICA» A MILANO (CON RITORNO)

Baratella nasce a Bologna il 5 luglio 1935 da genitori ferraresi e trascorre l’infanzia nella città felsinea, in via Lame. Il negozio del papà sarto in via Zamboni è al servizio del regio esercito. Nel 1940 con la famiglia torna a Ferrara, in via Bellaria, 10, casa dei nonni materni; così la racconterà in una poesia2: «mondo-cortile / di via Bellaria numero dieci / immensamente grande / luogo di accanite osservazioni, / sguardi, miraggi / all’interno e oltre / i tanti muri impassibili, / inaccessibili confini / di mondi-giardini / al di là. / Giardini sognati / e mai visti, / luoghi di sogni proibiti». Poco dopo, all’età di 6 anni, decide che sarà un pittore.

Nella sopracitata intervista all’amico Testa racconterà così quel turbinio ancora confuso ma vivo, vivissimo della sua infanzia e adolescenza: «La tragedia della guerra, lo sfollamento, i rifugi antiaerei, le bombe, i bengala, le buche scavate nella terra per nascondersi, le grandi passioni trasmesse dal burattinaio Forni (…), la compagnia teatrale Doriglia-Palmi con quella Passione e Morte di Cristo fatta di vapori e sangue di pomodoro con l’uomo respirante sulla croce, e Gigetto il gelataio di vicolo Ocaballetta [vicino alla chiesa di S. Spirito, ndr] con i sontuosi carri di cigni e draghi (…): realtà che negli occhi del fanciullo che ero, costituirono la valle della visione, il mondo dello stupore, la tensione delle forti emozioni legate alla lotta per la sopravvivenza: scuola di estetica, di forme e di contenuti». E ancora: «L’immensità della chiesa di S. Spirito» – dove di fronte, a Palazzo Calcagnini, civico 33, aveva abitato il giovanissimo De Pisis -, «gli addobbi per le grandi festività…stupore, estraniazione, sospensione del tempo, portati dentro come tono esistenziale nei viaggi di attraversamento della città misteriosa, schiacciata dal sole furente, fantasmatica nella nebbia profumata di bagnato, i trasalimenti per le prospettive immaginate e viste, quando cavalletto, cartone, colori e pennelli sostavo vergognoso, un po’ nascosto, là dove queste prospettive si disegnavano». E poi i maestri a Schifanoia, veri maestri della giovinezza.

Ma la vita per il giovane Paolo è altrove, nel cuore del boom economico, dove il dedalo degli affari e degli scambi culturali brulicano giorno e notte: dal 1960 inizia così ad vivere e ad esporre a Milano e in altre città italiane ed europee (fra cui Londra, Parigi, Berlino). Risale al 1961 la sua prima personale nel capoluogo lombardo. Nel 1972 partecipa alla Biennale di Venezia, nel 1974 e 1994 è alla Biennale di Milano, nel 1986 e 1999 espone alla Quadriennale di Roma e nel 1992 alla Triennale di Milano. Tra la città meneghina (dove dal ’92 al 2002 sarà anche docente all’Accademia di Belle Arti di Brera) e Lucca vivrà gli ultimi anni, e a Lucca si spegnerà. Ma mai conobbe quella alterigia capace di allontanarlo dalla sua piccola città di provincia, che anzi – come accennato – arricchirà.

L’AFFRESCO NELLA SACRESTIA DELLA CATTEDRALE

L’affresco a secco realizzato nel 2006 su incarico del Capitolo della Cattedrale (allora presieduto da mons. Nevio Punginelli) nella nuova Sacrestia della Cattedrale merita di essere raccontata – per quanto possibile – a fondo e grazie anche alle voci di suoi amici, collaboratori, ammiratori. L’opera di Baratella occupa il soffitto cuspidato della Sacrestia realizzata negli anni ’90 dopo la demolizione da parte delle bombe alleate dell’antico edificio sul lato di piazza Trento e Trieste.

Nel suo testo contenuto nel libro La Storia della Salvezza di Paolo Baratella nel Duomo di Ferrara, mons. Punginelli raccontava di quando un giorno l’allora Vicario Generale diocesano mons. Giulio Zerbini gli disse, in mano un bozzetto per una vetrata istoriata: «”Cosa ne dici?, l’architetto [Caro Bassi, ndr] vorrebbe qualcosa per abbellire la Sacrestia. C’è un certo Paolo Baratella, l’architetto lo conosce, è ferrarese ed è stato mio ragazzo quando ero in Azione Cattolica. Ai campiscuola ogni tanto si isolava e lavorava con i suoi colori…è un poco estroso…maniaco della pittura ma molto bravo”». Poi la malattia, e la morte (nel 2001), colpiscono mons. Zerbini. Nel suo testo nello stesso libro3, proprio Bassi spiega: mons. Zerbini «ebbe il piacere e la consolazione di vedere le prime fasi dello studio condotte dal pittore: una piccola mostra di bozzetti fu allestita in occasione della benedizione dei locali e ne fu soddisfatto e commosso». 

E lo stesso Bassi nel 2006 su Ferrara. Voci di una città dedica un altro bell’articolo all’opera di Baratella nella Sacrestia; questo un passaggio: «Il suo cielo è squassato da venti impetuosi di azzurro intenso che generano le figurazioni e danno loro sostanza quasi fosse il vento dello Spirito che soffia dove vuole e rende la forza materica della croce dominante su tutto». Sarà lo stesso Bassi a consigliare di far richiesta di accesso a un finanziamento europeo per la sistemazione della zona absidale e per la decorazione della Sacrestia.

È don Massimo Manservigi a intervistare Baratella sulla nostra Voce del 4 marzo 2006 (con servizio fotografico di Luca Pasqualini), poco prima della conclusione dell’opera: «Mons. Zerbini è rimasto subito convinto del progetto che ora si è realizzato, del quale ha potuto vedere in opera solo la vetrata», raccontava Baratella. «Il dipinto l’ho iniziato ai primi di ottobre e non posso negare che al principio è stato molto difficile, mi ha procurato ansia ed emozione (…). Quando sono arrivato per iniziare l’opera mi sono reso conto che la struttura quadripartita non funzionava più, lo spazio doveva diventare un tutt’uno, un unico atto di fede capace di abbracciare l’unico mistero della vita di Cristo in diverse tappe. Infatti la fede vuole che si creda contemporaneamente all’Annunciazione e alla Resurrezione, al valore salvifico della Croce e al peccato originale. Così ho risolto il problema trasformando il soffitto in una cupola, con alcuni accorgimenti pittorici, accentuando le linee curve per dare una sensazione di movimento e molteplicità di linee di forza».

E così descrive la sua opera: «Partirei dall’Annunciazione che resta sopra all’ingresso ed è rappresentata da una Madonna fortemente ispirata a Cosmé Tura (…). In ordine orario segue la Natività con i simboli dell’Agnello mistico, una testa di San Giovanni, San Giuseppe, l’Angelo glorificante e l’arrivo dei Re Magi (…). A seguire la Crocifissione, ai cui piedi stanno il serpente, Adamo ed Eva da un lato, e la Pietà dall’altro: la causa della crocifissione e le sue “conseguenze terrene”. L’ultimo quadro rappresenta la “conseguenza divina” della crocefissione ovvero la Resurrezione (…). Ai lati del Risorto due Angeli, specularmente, indicano con una mano il Cristo risorto e con l’altra noi, spettatori, creature terrene». Sotto il dipinto c’è una scritta: «Si tratta di stralci di una preghiera di Giovanni Paolo II a Maria. Sono stati scelti dall’architetto Bassi».

In conclusione spiega: «È la prima volta che concludendo un lavoro sento di essere “convocato all’avvenire”. Mi ritengo un privilegiato perché avverto come questo lavoro sia per i posteri».

IL MISTICISMO DI BARATELLA

Ma dove nasce in lui questo legame col sacro? «E giù a dipingere in un solaio al n. 8 di via Montebello, a parlare le notti di Kante Nietzsche, mentre turbamenti mistici continuavano a minacciare l’integrità dell’atleta ciclista, alla ricerca solitaria di Dio».

Così racconta sempre all’amico Testa4 della sua iniziazione al rapporto con Cristo: le radici – parla di sé in terza persona – «affondano lontano, quando quel ragazzo ferrarese, stupito, estraniato e sospeso, nell’odore di incenso della chiesa di S. Spirito, alla vista del Cristo morto nell’urna sotto la grande pala raffigurante il crocifisso tra panneggi viola, oro e neri della quaresima, rimuginava pensieri metafisici. Il trascendente allora prendeva forma nella fantasia (…). Mise ordine in queste suggestioni e rapimenti mistici l’allora don Giulio Zerbini, divenendo mio maestro e fratello maggiore (…). Decisi di abbandonarmi e di farmi trasportare dalla fede nella verità, nei percorsi così insidiosi, predisposti da me (…), in quella “zona” che è l’anima. Alcune volte non sono arrivato alla luce che scaturisce dal luogo più recondito della “zona”, che è la stanza dove risiede il nocciolo duro della realtà. Ma altre volte mi è accaduto di entrare e finalmente con il segno dell’immaginazione arrivare a scrivere la “cosa”: aletheia, verità. Con questo atteggiamento, sottomesso alla più grande angoscia, mi sono disposto a realizzare l’affresco nella Sacrestia della Cattedrale di Ferrara».

Questo sguardo religioso glielo riconosceva il poeta e scrittore Roberto Pazzi5, parlando dell’affresco della Sacrestia: «Si avvertiva in quelle grandiose figure l’afflato del credente, di colui che non gioca con gli elementi figurali del Cristianesimo come fossero figure dei tarocchi, indifferente alla loro più intima significazione. Non era insomma il laico a tenere in mano quel pennello, ma il convinto cristiano della nostra inquieta postmodernità». 

Dello stesso affresco don Franco Patruno diceva6: «È come un roveto, lo scintillio di colori e i voluttuosi e mai circoscritti contorni (…)». E così invece descriveva Barbara Giordano questo capolavoro di bellezza7: «L’impressione è quella di una stanza illuminata dalla luce a tratti crepuscolare di un camino dimenticato acceso, solo più tardi ti accorgi che quella luce fatta colore, prende la forma di poche e decise figure, che non si lasciano indovinare dietro una fumosa cortina, ma penetrano lo spazio architettonico per disegnare una maggiore ariosità».

QUELLA PICCOLA PAROLA

È il 2013 quando Baratella realizza, nel periodo pasquale, la sua opera pittorica dedicata al Cristo Risorto nell’aula battesimale della chiesa di Santa Francesca Romana, in via XX settembre a Ferrara. Così il parroco don Andrea Zerbini, in memoria dell’amico artista, sulla Voce del 17 marzo 2023 lo ricordava: «Un grazie di vero cuore al maestro Paolo Baratella, scomparso lo scorso 5 marzo, perché continuerà a ricordarci lo splendore del Cristo Risorto e con essa quella della sua vita, il suo sentire di artista che le sue mani hanno mescolato, fissato, impresso insieme ai colori sulla grande tela del risorto dai morti (2,65 x 1,75 metri), le cui mani segnate da ferite gloriose hanno tratto fuori dallo Sheol, dal grande e irreversibile abisso, con Adamo, l’intera umanità. Era il 2013, appena terminato il restauro del battistero ad opera dell’arch. Andrea Malacarne, al maestro Baratella avevo chiesto di esprimere con una sua opera il movimento battesimale di discesa ed ascesa nel e dal fonte battesimale».

A Gian Pietro Zerbini su La Nuova Ferrara lo stesso Baratella raccontava: «Mi hanno particolarmente colpito le figure giottesche dei meravigliosi affreschi di Sant’Antonio in Polesine, il monastero che si trova a due passi dalla chiesa di Santa Francesca. Ho studiato per mesi anche il volto del Cristo che nei disegni di Sant’Antonio appaiono in trequarti, mentre a me serviva di fronte. Diciamo che mentre nella realizzazione degli affreschi della sacrestia del Duomo mi sono ispirato all’Officina ferrarese del Quattrocento, per questo quadro del Cristo ho avuto interessanti spunti dalla pittura giottesca ferrarese».

E sempre nel 2013, Baratella rilascerà per la nostra Voce del 12 aprile 2013 un’intervista a don Andrea Zerbini; così il pittore ci raccontava la sua opera: «Risorto, parola minima per dire tutta l’intensità dello sforzo umano per arrivare alla luce. Così ho pensato al Cristo che con forza sbuca dai subtettonici recessi, scardinando le porte che dividono il chiaro dallo scuro, l’inganno dalla verità, travolgendo il demonio menzognero, trascinando con sé alla luce i Padri dell’umanità. Non c’è parola più simbolica e satura di significato attivo, veniente, arrivante, risorgente, che questa piccola parola: RISORTO».

Non poteva esserci maniera migliore per concludere il ricordo di questo artista così unico nel panorama ferrarese contemporaneo.

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NOTE

1 – Dall’intervista a G.P. Testa contenuta in La Storia della Salvezza di Paolo Baratella nel Duomo di Ferrara, a cura di Carlo Bassi,Editrice Ariostea, 2006.

2 – Dalla poesia Via Bellaria, presente nel catalogo Baratella prima di Baratella, Studio d’arte Dolcetti, 2011 (catalogo edito in occasione dell’esposizione presso il Centro Frau di Ferrara, 29 gennaio-27 febbraio 2011, a cura di Angelo Andreotti).

3 – La Storia della Salvezza di Paolo Baratella nel Duomo di Ferrara, op. cit.

4 – Idem.

5- Idem.

6 – Idem.

7 – B. Giordano, Come in una nuova Officina Ferrarese, la Voce di Ferrara-Comacchio del 4 marzo 2006.

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Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 5 dicembre 2025

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Wokismo e pol.corr.: «dove c’era dialogo e verità oggi c’è ideologia»

3 Dic

A UniFe gli interventi degli studiosi Andrea Zhok e Lorena Pensato

Spesso i “nemici” delle sacrosante battaglie a difesa delle minoranze sono proprio coloro che queste battaglie sì le combattono ma con metodi e fini sbagliati in sé e controproducenti per le battaglie stesse. Sulle radici storiche e ideologiche di tutto ciò si è riflettuto nel Seminario pubblico dal titolo Natura umana o costruzione sociale? Cultura woke, patriarcato e il nuovo bellum omnium contra omnes,organizzato dalla prof. Fulvia Signani, docente del Corso di Sociologia di genere del Dipartimento di Studi Umanistici di UniFe, lunedì 24 novembre nella sede di via Paradiso a Ferrara.

DOVE NASCE TUTTO

«L’attuale fase storica coincide con la rivoluzione neoliberale, nata negli anni ‘70 negli USA e poi arrivata nel nord Europa e quindi nel resto del nostro continente», ha esordito il primo relatore, Andrea Zhok (Professore di Filosofia morale all’Università degli Studi di Milano). Fino a quel periodo, «l’obiettivo del femminismo era l’uguaglianza fra i generi, obiettivo sostanzialmente raggiunto», nonostante contraddizioni e resti del passato; poi, il femminismo si è spostato su «una posizione “rivendicativa”, che non cerca l’uguaglianza ma la differenza». Questo cosiddetto “femminismo della differenza” «nasce dalla New Left statunitense, che non crede più «nel soggetto rivoluzionario marxiano “classico”» come soggetto di trasformazione, ma vede al suo posto «le minoranze oppresse. Il proletariato però – ha riflettuto Zhok – aveva quel tipo di ruolo perché era la classe universale di tutti coloro che lavoravano e in quanto tali erano sfruttati». Al posto dell’approccio politico, «con la New Left domina un approccio meramente rivendicativo-sindacale»: di conseguenza «il mondo maschile viene messo al posto di quello che era la classe padronale e la metà femminile vista come “classe” oppressa».

UNA “RIVOLUZIONE” CHE PIACE AL POTERE

Questa «morte della dinamica della lotta di classe» porta la lotta su un altro piano, quello «quasi del tutto intellettuale, culturale, quindi nel mondo accademico», con l’obiettivo di «convertire» l’avversario e un conseguente «rifugio nel privato» e la «politicizzazione» di quest’ultimo. Ad essere al centro del dibattito sono «i gruppi naturali», fondati sul genere e l’etnia. Ma per Zhok tutto ciò è utilissimo per le classi dirigente, «perché rende inerte il soggetto collettivo che dovrebbe criticarle, metterne in discussione la posizione dominante». 

E questo spiega perché «qualcosa che nasce dentro gruppi minoritari diventa questione nazionale»: perché si sposta l’attenzione delle masse dalle tematiche che criticano strutturalmente il potere e chi ce l’ha. Si tratta, quindi, «semplicemente di una variante del liberalismo, che non ha nulla a che fare col socialismo e il comunismo».

NEMMENO PIÙ L’INDIVIDUO

A livello antropologico, il terremoto che ha provocato il passaggio da una dinamica classica a quella post moderna, è fortissimo: «per Marx il sistema liberal-capitalistico provoca alienazione e la competizione del tutti contro tutti», andando quindi «contro l’uomo e i suoi bisogni naturali, umani: c’era quindi una natura umana oggettiva da difendere». Superare tutto ciò porta invece al considerare che «non ci sia più una natura umana, cioè una base oggettiva riconosciuta», né una razionalità storica. La mancanza di una base comune riconosciuta porta la libertà ad essere meramente «negativa: il soggetto è libero se gli altri non interferiscono su quel che lui vuole; e l’unico che decide di ciò che ha valore è solo il soggetto»: siamo dunque arrivati all’«autodeterminazione individuale assoluta». Ma l’uomo, da sempre, per Zhok «è ciò che è solo all’interno di una comunità», pur nella sua libertà: «è individuo sulla base di relazioni sociali, innanzitutto quelle costitutive. Il soggetto non nasce come un fungo dal nulla: questa – che è poi la concezione liberale – a livello antropologico è una finzione». Col postmoderno «nasce quindi un individualismo che in realtà è senza individuo, perché c’è un devastante infragilimento dell’identità personale, in quanto questa se estraniata dal contesto storico e dalle forme relazionali comunitarie primarie (famiglia ecc.), si forma da altre “fonti”: ma così si ha un vuoto educativo primario». 

POLITICALLY DAVVERO CORRECT?

Altro aspetto di questa nuova cultura meramente rivendicativa e ultraindividualista è «la radicale culturalizzazione e politicizzazione della sessualità, cioè la dimensione sessuale diventa un fattore in cui la componente naturale non ha nulla da dire», ha proseguito Zhok; per cui «il sesso – anzi, il genere, cioè un’identità pensata, non più naturale – diventa oggetto di opinioni e di dibattito come fosse un abito. Tutto ciò è catastrofico, perché la sessaulità è una sfera delicata e complessa». Da qui nasce il cosiddetto politically correct: «le parole considerate inappropriate diventano elementi di discredito, di ghettizzazione immediata e di aggressione politica, avvelenando drammaticamente gli ambiti per la ricerca del vero», quello giuridico e quello accademico. Di conseguenza, «molti scelgono di non parlare più per paura di essere pubblicamente distrutti».

NON TUTTO È “FEMMINICIDIO”

La seconda relatrice chiamata a riflettere su un aspetto specifico di questa visione ideologico-rivendicativa è stata Lorena Pensato, autrice del libro Non è patriarcato!, uscito lo scorso marzo, nel quale tratta dei cosiddetti «omicidi relazionali»: «più che parlare di violenza di genere – ha detto -, dovremmo parlare dei vari generi di violenza. Abbiamo abusato del termine “violenza di genere” e infatti non esiste nessuna prevenzione sugli omicidi diversi dagli omicidi nei quali è un uomo ad uccidere una donna. La “lettura di genere” – pur importantissima – non può per essere l’unico strumento» e quindi «dentro quelli chiamati “femminicidio” vengono erroneamente messi casi che vanno interpretati diversamente». L’autrice ha analizzato 200 casi di cronaca accaduti fra il 2021 e il 2023, fra i quali, ad esempio, quelli riguardanti donne uccise da altre donne, figlie uccise da madri, donne uccise durante una rapina o per motivi economici o in coppia. Non femminicidi. «Dal dibattito pubblico – ha proseguito – abbiamo quindi escluso» come cause/fattori interpretativi di omicidi che vedono vittime le donne, la complessità del disagio psico-emotivo/disturbi della personalità: «diversi sono gli studi al riguardo ad esempio sul disturbo border line di personalità, o sul disturbo paranoide»; le dipendenze dagli stupefacenti, «comprese le “droghe leggere”, come dimostrerebbe uno studio pubblicato su Rivista psichiatrica del gennaio-febbraio 2013». Oltre ai cosiddetti «”fattori precipitanti”, ad esempio un lutto o una separazione». 

Ciò porta al paradosso per cui quello che viene definito “vizio di mente” «è riconosciuto dalla giustizia – articoli 88 e 89 del nostro Codice penale – ma non dalla prevenzione/informazione dominante», che appunto «non li riconosce come influenti nell’uccisione di donne». Questa visione limitante e ingiusta, secondo Pensato porta anche al fatto che «dai Centri Antiviolenza rimangano esclusi determinati soggetti come le donne maltrattate da altre donne, i figli maschi maggiorenni maltrattati, le persone disabili o quelle omosessuali».

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 5 dicembre 2025

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(Foto: Mohamed elamine M’siouri – Pexels)

Prima la fiducia, poi la comunicazione: don Valentino Bulgarelli alla Scuola di Teologia

28 Nov

“Vicinanza, cura, accompagnamento” è stato il titolo della lezione della Scuola diocesana di teologia per laici, tenuta da don Valentino Bulgarelli, Direttore dell’Ufficio Catechistico Nazionale e sottosegretario della CEI.

«La comunicazione è importante ma anche per quanto riguarda la Chiesa, non lo è per motivi tecnico-strumentali, non si tratta cioè di essere aggiornati a livello digitale: se non hai nulla da dire, non lo hai nemmeno sui social», ha fin da subito incalzato. D’altra parte, il rischio dentro la Chiesa è di una «comunicazione autoreferenziale, arida e sterile, che non impatta la realtà». Ad esempio, significativo era quando «alcuni parroci nell’omelia usavano il dialetto, lingua del popolo: la Chiesa può comunicare col mondo solo se è qualcosa di vivo, non di formale, di museale». Ma essere viva non significa «organizzare tante iniziative» ma fare in modo che le persone «ripongano fiducia in essa: è nella fiducia che tutto cresce, vive, germoglia». Oggi invece viviamo dentro una «crisi di fiducia antropologica, nessuno si fida più di nessuno, degli altri, delle istituzioni,Chiesa compresa».

Al contrario, l’esperienza cristiana «si è sempre basata sulla fiducia, sul fidarsi di un altro, in una catena di trasmissione di fiducia, di fede, che oggi sta venendo meno».  Ma «il primo a fidarsi di noi è Dio, sempre pronto a darci un’altra possibilità». Senza fiducia, «non ci si può mettere in ricerca, si vive nel continuo sospetto, non si coltivano dubbi, non si fanno domande. Ed è Gesù a cercare continuamente di creare fiducia nei propri confronti fra i discepoli.Si dovrà, però, scontrare con diverse resistenze, come ad esempio si vede nel brano della figlia di Giàiro (Mc 5, 21-43) dell’emorroissa (Mc 5, 25-34): in questo racconto invece Gesù vuole sapere chi è stato a toccare le sue vesti, proprio l’opposto del concetto di folla, del noi impersonale. L’esperienza della fiducia non è solo proposta, ma è una dimensione esistenziale, concreta.

L’arresto di Gesù segnerà il punto di rottura delle resistenze dei suoi discepoli»: la «straordinarietà» della Buona Novella consiste nel fatto che «nella Resurrezione Gesù continua a esserci fedele, a dirci che si può perdonare, si può sempre ricominciare.« La comunità cristiana, quindi, è quello «”strumento” creato da Dio per creare connessioni fra Lui e ogni donna e uomo».

L’atto di fede è fatto «di alti e bassi, come tutte le cose vive, che non sono mai piatte, lineari». Come cristiani è dunque «naturale avere dubbi, porsi domande, vivere momenti di sfiducia». Ciò che bisogna evitare sono «gli intimismi, gli spiritualismi», quindi mai dimenticare che Dio «è il Dio della storia, è un Dio che si incarna».

Di conseguenza, per don Bulgarelli «annuncio, liturgia e fraternità sono le tre grandi dimensioni che rendono la Chiesa viva: un annuncio che non è solo il catechismo per i bambini, una liturgia che non è solo Messa domenicale, una fraternità che non è solo distribuzione di alimenti per i poveri».

Essere Chiesa viva significa, dunque, «”restituire” umanità al mondo, vedere ogni persona come capace di cambiamento/conversione, interrogarsi sulla formazione delle coscienze».E ancora: significa «valorizzare l’importanza del dialogo e delle domande e riconoscere libertà – come dono di Dio – e autorità – come ciò che permette la crescita – come necessarie».

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 28 novembre 2025

(Foto di giselaatje – Pixabay)

«Oggi l’obiettivo dell’UE è la guerra, non la pace»

26 Nov

La guerra come «nuova modalità geopolitica per ridisegnare gli equilibri»: la denuncia di Bersani (Stop Rearm Europe) e Pugliese (Rete pace E-R) a Ferrara

di Andrea Musacci

I numeri se isolati dalla realtà hanno il limite di non farla percepire nella sua drammaticità. Ciò è ancor più vero quando le cifre snocciolate sono quelle riguardante le spese per gli armamenti nel nostro continente e nel mondo. Il duro panorama del nostro presente ce l’hanno spiegato lo scorso 21 novembre Pasquale Pugliese (Rete Pace e Nonviolenza Emilia-Romagna) e Marco Bersani (Campagna Stop Rearm Europe), invitati dalla Rete per la Pace Ferrara nella Sala della Musica (via Boccaleone) e moderati da Elena Buccoliero, della stessa Rete, per l’incontro “Per la pace, per la nonviolenza, contro il riarmo”.

BERSANI: «IL GRANDO INGANNO DEL PIANO UE PRESERVING PEACE»

«Quelle contraddizioni già presenti nel 2001, anno dell’invasione USA dell’Afghanistan – ora sono venute al pettine,» ha spiegato Bersani: «siamo in una fase della storia che in futuro verrà studiata, col declino dell’impero USA e il culmine delle contraddizioni del sistema capitalistico»: sempre più forti disuguaglianze sociali, crisi ecologica, bolle speculative sono i fattori principali di «un modello di società non in grado di reggere», con l’Unione Europea che è «l’esempio principale del fallimento di tutte le politiche neoliberiste». Inoltre, come Europa non abbiamo più nessun rapporto con i Paesi del Mediterraneo, e non usiamo più la diplomazia».

«Se vivessimo in un mondo realmente democratico – ha proseguito -, faremmo decine di migliaia di assemblee ovunque per decidere del nostro futuro». Invece «le potenze politiche, economiche e finanziarie fan di tutto per mantenere questo sistema, anche se rispetto a 25 anni fa non hanno più il coraggio di dire che questo è il migliore dei mondi possibili, ma sanno che è l’unico possibile per loro».

Oggi «la ristrutturazione a livello globale si fa sui rapporti di forza» ed è la guerra «la nuova modalità geopolitica per ridisegnare gli equilibri». Siamo «Paesi combattenti, anche se non ancora con i soldati». In Europa, la corsa al riarmo da poco più di un mese prende il nome del Piano Preserving Peace – Defence Readiness Roadmpap 2030 (ex ReArm Europe ed ex Readiness 2030). Il Piano parte dall’idea che «come popoli europei siamo sotto una perenne minaccia,» di conseguenza sono previsti missili, sistemi d’artiglieria, munizioni, droni, uno Scudo Aereo Europeo, uno Scudo Spaziale di Difesa, senza parlare della cosiddetta “guerra elettronica”. Ma non solo: «corsi di formazione per i formatori» (leggi: propagandisti), «ingresso nelle scuole e nelle università con corsi ad hoc, esercitazioni». Il tutto per far diventare «consuetudine per ognuno la frequentazione delle Forze Armate». Un piano, questo, che vale più di mille miliardi di fondi pubblici, ed entro il 2035 – fra spese UE e spese dei singoli Stati – saranno investiti «circa 6.800 miliardi di euro nella difesa, di cui il 50% per quella effettiva», come detto un mese fa dal Commissario UE alla Difesa Andrius Kubilius. Sempre entro il 2035, l’Italia arriverà a una spesa pari a 700 miliardi per difesa, armi e settore industriale ad esse legate.

Tutto ciò, inoltre, permettendo – eccezionalmente – «anche all’Italia di spendere questi soldi una volta uscita dalla procedura d’infrazione – ma non per le spese sociali – e, per tutti gli Stati, con prestiti dall’UE che li indebiteranno in maniera consistente. Oltre all’utilizzo per armi e difesa anche di fondi strutturali UE e degli investimenti della Banca europea per gli investimenti, grazie a una recente modifica dello Statuto». Riguardo alla UE, Bersani ha anche accennato al cosiddetto “Pacchetto Omnibus sulla sostenibilità”, un’iniziativa di deregolamentazione radicale (v. anche art. sotto). In parole povere, «in nome della solita battaglia contro la burocrazia si eliminano vincoli sociali e ambientali che regolano il commercio delle armi». Ma non finisce qui: lo scorso luglio la Commissione Von der Leyen ha proposto un nuovo Bilancio dell’UE per il periodo 2028-2034 che prevede 131 miliardi destinati a difesa e spazio, «cinque volte più» del Bilancio 2021-2027.

Dietro questi numeri e queste realtà concrete c’è una propaganda non meno pericolosa: quella secondo cui «gli altri sono armati e noi non abbastanza per difenderci da loro», anche se la realtà dice che «l’UE oggi è il continente più armato del mondo e senza contare il Preserving Peace, non ancora partito…».

Nel finale, una nota positiva, quella delle mobilitazioni di massa degli ultimi mesi, movimento dal quale «credo stia nascendo una nuova generazione politica». E a proposito, l’incontro è partito con la proiezione del Documentario La strada più lunga del 2001, racconto di quel movimento pacifista rinato dopo l’invasione USA dell’Afghanistan, con la regia di Simone Diegoli, Cristina Squarzoni e Barbara Diolaiti. Nel video, i volti e le voci protagoniste in quel periodo nel Tendone del Forum Permanente per la Pace di Ferrara dell’autunno 2001 e in altri incontri nel centro cittadino con ospiti italiani ed internazionali, animato da quell’arcipelago di gruppi, movimenti, partiti e singoli cittadine/i da cui nacque la Rete per la Pace Ferrara. 

PUGLIESE: «LA RETE PACE E NONVIOLENZA EMILIA-ROMAGNA»

«Oggi in armi si spende più del doppio rispetto al biennio 2001-2003, con l’annessa ideologia bellicista, secondo cui non la pace ma la guerra è l’obiettivo degli Stati: una “logica della deterrenza” che in realtà è un pensiero magico…», ha spiegato Pugliese. «Il sistema capitalistico europeo sta preparando questo scenario, mai così tragico dalla seconda guerra mondiale in poi. La nostra per la pace dev’essere una risposta strategica, organizzata, continuativa». E fondamentale: «tutti i diritti e le libertà sono possibili solo se c’è la pace». Un grido più che mai necessario, in un mondo con 185 conflitti armati e in cui le spese per le armi hanno raggiunto il record storico di 2719 miliardi di dollari, in aumento da anni e destinate ancora a crescere.

Pugliese si è poi concentrato sulla nostra Regione dove da febbraio 2022 (invasione russa dell’Ucraina) le reti pacifiste si sono mobilitate e unite il 5 ottobre dello stesso anno nella Rete Pace e Nonviolenza Emilia-Romagna. Fra le proposte, quello di un Assessorato regionale alla pace, oltre all’impegno assiduo – solo per citare le voci principali – per la nonviolenza come metodo e primo principio valoriale, per la costruzione e diffusione di una cultura della pace e la trasformazione nonviolenta dei conflitti; per lo stare, nei conflitti, sempre e solo dalla parte delle vittime – tutte –, degli obiettori di coscienza e dei disertori. E per proseguire la lotta contro l’uso del territorio regionale per basi militari e industrie belliche, col parallelo rafforzamento dell’alleanza coi sindacati come la CGIL.

Insomma, le battaglie di 25 anni fa, di 50 anni fa. Con una piccola differenza: un’altra catasta di morti e feriti nelle guerre, e una nuova ossessione dei potenti di tutto il mondo, non solo dell’Occidente. Un’ossessione che potrebbe avere un costo molto alto, per tutti.

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 28 novembre 2025

Il Vescovo Bovelli guida nel turbine della guerra

25 Nov

Dal suo epistolario negli anni 1943-45 emerge forte la figura del Pastor et defensor di Ferrara, alle prese con le autorità locali, con quelle d’occupazione, con i preti e altre personalità (Schönheit, Cadorna…): ecco le ricerche di Rossi e Piffanelli

di Andrea Musacci

“Questioni private” e affari pubblici. Aneddoti feriali, aspetti ameni e controversie gravi, drammatiche. È davvero un intero universo quello che emerge dall’epistolario di mons. Ruggero Bovelli (Vescovo dell’Arcidiocesi di Ferrara dal 1929 al 1954), in parte presente nel “Fondo Bovelli” conservato nel nostro Archivio storico diocesano. 

Alcune di queste missive sono state al centro dell’incontro pubblico svoltosi nel pomeriggio dello scorso 17 novembre nella sede dell’Istituto di Storia Contemporanea (ISCO) di Ferrara. L’incontro dal titolo Un vescovo tra guerra e liberazione: Ruggero Bovelli “Pastor et defensor” nel 150° della nascita, curato da ISCO e promosso dalla Sezione di Ferrara dell’Associazione Nazionale Partigiani Cristiani (ANPC), ha visto la presenza di oltre 50 persone e gli interventi dello storico e Consigliere nazionale ANPC Andrea Rossi e di Riccardo Piffanelli (foto piccola)dell’Archivio storico diocesano. L’iniziativa è stata introdotta dalla Direttrice ISCO Anna Quarzi («è un mio sogno – ha detto – quello di mettere il nome di Bovelli nel Giardino dei Giusti a Gerusalemme») e dal Vicario Generale diocesano mons. Massimo Manservigi: «Bovelli – ha spiegato – fino all’ultimo è stato un uomo molto attivo. Ricordo anche il suo legame con don Calabria e il suo ruolo nella nascita della Città del Ragazzo. Sapeva sempre fare le scelte giuste e mantenere vive le comunità a lui affidate». 

TELEFONO, BICI E PNEUMATICI

«Il Fondo Bovelli – ha spiegato Piffanelli – è composta da 54 cartelle (buste) su 8 metri lineari. È quindi un fondo corposo, ma discontinuo, non sempre lineare».

Leggi l’intero articolo qui.

(Articolo pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 28 novembre 2025)

Anna Kolodziejczak: una storia del ‘900 tra guerra in Polonia e riscatto a Ferrara

22 Nov
Anna e Sauro Benassi

Padre polacco e madre indiana Lakota-Sioux, Anna nel ’44 in un campo di prigionia nazista incontra il bondenese Nessauro “Sauro” Benassi, che diventerà suo marito e col quale vivrà a Burana e Ferrara. Il figlio Carlo (morto nel 2020) ha raccontato la storia in un libro ora curato dalla vedova Magda Beltrami. Un’epopea tra impegno politico e fede, spaccato agrodolce del secolo breve

di Andrea Musacci

A 5 anni dalla scomparsa di Carlo Benassi, primo Segretario della Funzione Pubblica CGIL di Ferrara e Dirigente del Comune della stessa città, è stato pubblicato il libro da lui redatto dedicato alla madre Anna Kolodziejczak, di origini per metà polacche e per metà indiane d’America. Una storia affascinante che unisce Paesi diversi, che parla di guerra e del riscatto dell’amore, della politica come liberazione e del potere come oppressione. Il volume dal titolo “Anna. Le quattro dimensioni di una donna” è stato curato dalla vedova di Benassi, Magda Beltrami, docente di Fisica Ambientale, ricercatrice, saggista e curatrice di mostre documentarie e fotografiche. La pubblicazione promossa da SPI CGIL Ferrara (con testo di presentazione di Delfina Tromboni) viene presentata il 18 novembre nella sede della CGIL Ferrara (Camera del Lavoro di piazza Verdi) con inizio alle ore 17 e saluto di Sandro Arnofi (Segretario Generale SPI CGIL Ferrara), introduzione di Mara Guerra (insegnante), moderazione di Mario Mascellani (volontario SPI CGIL Ferrara) e presentazione a cura di Magda Beltrami.

TRA GLI INDIANI E LA POLONIA

Le origini di Anna sono complesse e affascinanti: suo padre Stanislaw, polacco di origini cosacche, era emigrato con la famiglia in America a inizio Novecento per sfuggire alle persecuzioni prussiane. Stanislaw sposa la giovane Theodosia, figlia di un guerriero indiano della tribù dei Lakota-Sioux, ucciso dall’esercito USA. I due hanno sette figli: la primogenita è Anna, nata a South Heart, nel Nord Dakota, nel 1917 e battezzata nella chiesa cattolica di San Bernardo a Belfield. La narrazione dei soprusi subiti dalla famiglia materna e dagli altri indiani nella terra natia non si interromperà mai nei suoi racconti.

Quando lei è adolescente, si trasferisce con la famiglia a Danzica, in Polonia. Qui, il cortile della fattoria della sua famiglia viene invaso il 3 settembre 1939 da due camionette di soldati tedeschi che requisiscono la casa e i terreni. La madre Theodosia è costretta a rimanere lì col figlio più piccolo per servire gli occupanti, il padre è mandato alla frontiera russa per lavori militari, i fratelli a lavorare in fabbrica in Germania, Anna a lavorare come domestica a Danzica in una famiglia benestante; dopo due anni viene portata nel vicino campo di lavoro nazista di Zoppot-Gdynia, dove rimarrà quattro anni. Conoscendo bene l’inglese, il polacco e il tedesco, almeno viene usata non solo per duri lavori manuali ma anche come traduttrice: quest’aspetto le salverà la vita, mentre molti muoiono per la fame e le vessazioni. 

L’AMORE NELL’ORRORE

Viene quindi trasferita nel campo di Oliwa (Stalag XX-B, a Marienburg-Danzica, sottocampo di Stutthof) e la fanno lavorare in Waggonfabrik, fabbrica per costruire motosiluranti per il Reich: è qui che conosce Nessauro Benassi, detto Sauro, militare (uno degli IMI – Internati Militari Italiani) fatto prigioniero a Scutari, in Albania l’8 settembre 1943, dopo aver combattuto in Grecia. Classe 1920, nato a Burana vicino Bondeno, viene arruolato giovane; e prima di Oliwa passerà per altri 5-6 campi, fra cui Thorn (Stalag XX-A) e Konigsberg. Scriverà: «Usciti dal campo di concentramento non eravamo più né uomini né donne, avevamo perso il senso, sia ben chiaro non eravamo più essere umani…». Nell’estate del ’44 i bombardamenti alleati su Danzica e dintorni mettono a repentaglio anche la vita dei due giovani. «Sauro lascia sempre ad Anna qualche piccolo segno del suo passaggio come quel berretto di lana che lei calcherà sulla testa per nascondere gli occhi ai bagliori delle bombe», scrive il figlio Carlo. A inizio ’45 i due sono tra i sopravvissuti dell’incendio delle baracche dove vivono causato dai tedeschi in fuga. Si salvano mangiando patate bollite e marmellata trafugata. Poi scappano insieme diretti verso la casa di lei, a Danzica, a 50 km, ma per prudenza si fermano prima, a Tczew: si muovono con «un carretto dissestato al quale Sauro sostituisce due ruote con quelle di una motocicletta abbandonata e sottrae ai tedeschi un cavallo ferito». 

NOZZE SPECIALI

Poi riescono ad arrivare nella casa di Anna, abbandonata e depredata, dove ritrovano parte della sua famiglia. Sauro visita una città lì vicino, Bydgoszcz, finalmente libero di girare, «sulla manica della giubba un’appariscente bandiera italiana» da lui assemblata e cucita. Grazie a diversi soldati italiani, la casa-fattoria di Anna viene ristrutturata, «si riprende la lavorazione della terra e si produce wodka fermentando patate e crusca», wodka che usano come mezzo di baratto. Nel settembre ’45 Anna e Sauro si sposano nel Campo Internazionale Prigionieri Liberati n. 163 della Croce Rossa Italiana, a Bydgoszcz. Il celebrante è don Pierino Alberto, Cappellano militare del 6° Reggimento Alpini, Brigata “Val Chiese”: «i loro abiti sono stati confezionati con tendaggi e vecchie coperte tedesche», il pranzo nuziale è «servito su tavoli assemblati con porte e finestre». Questo il menù: «tagliatelle cucinate da italiani, capriolo cacciato nei boschi vicini ed abilmente scuoiato e cucinato da Theodosia, torta preparata con moltissimo burro recuperato per l’occasione e decorata con gusto e tanta, tanta wodka».

NUOVE GIOIE, NUOVE LOTTE

Nel gennaio ’46 Anna e Sauro vanno a vivere in Italia, con loro «quattro capienti valigie di legno» da lui costruite; partono il 4 gennaio, il 22 sono a Burana: Anna si segna nel diario tutte le tappe del viaggio; ma per lei ora iniziano nuove difficoltà: «non parla italiano ed è solo “la polacca”. Questo appellativo marcherà la diffidenza nei suoi confronti e ne dichiarerà la marginalità».

Intanto il marito diventa funzionario della CGIL, lavorando a Ferrara (nel ’48 diventa primo Segretario dei pensionati CGIL) e in Sicilia, negli anni del bandito Giuliano («passa le notti in luoghi sempre diversi e tiene una pistola sotto il cuscino»), fino all’aprile del ’48, quando nasce suo figlio Carlo. Anna non solo non si abbatte nonostante la solitudine e le diffidenze della gente, ma sceglie di impegnarsi, di essere una donna attiva, soggetto di trasformazione: così, nel 1947 aderisce al Partito Socialista Italiano. Ma la Guerra Fredda e la rigidità del regime polacco le danno ulteriori motivi di sofferenza: «La corrispondenza con i genitori è censurata, spesso non parte o neppure arriva e se arriva è aperta, violata», quindi «si riduce allo scambio di banali informazioni e alla trasmissione di fotografie. A lei ormai cittadina italiana è negato il permesso di ingresso in Polonia per gli undici anni successivi». Nella sua patria, il padre Stanislaw aderisce al Partito Unificato Contadino (ZSL), satellite obbligato del Partito Operaio Unificato Polacco, ma che nel 1989, in nome di un socialismo agrario non stalinista, appoggia Solidarnosc.

La resistenza attiva di Anna continua – nel ’50 il Tribunale di Ferrara la nomina interprete ufficiale per la lingua polacca, a metà anni ’50 si trasferiscono a Ferrara – ma l’aver contatti con un Paese sovietico e l’esser moglie di un sindacalista le faranno perdere il lavoro. Tornerà quindi alla fatica nei campi e nel ’57, grazie alla CGIL, riuscirà a compiere un viaggio in Polonia col figlio: Sauro è già lì, partito con una delegazione sindacale in visita al Paese. La famiglia trascorre alcuni mesi felici. Lei negli anni tornerà più volte nella sua patria, ora triste e senza libertà. Nel ’65 avrà l’onore di poter fare la traduttrice in occasione delle celebrazioni per il gemellaggio tra l’Università di Ferrara e quella polacca di Torun.

QUELLA MADONNA NERA

Nel ’46 un giovane li aveva accompagnati nel viaggio, fino a Udine, aiutando Anna con le pesanti valigie: indossava la divisa dell’esercito italiano, si diceva istriano, parlava varie lingue ma male l’italiano. Molti anni dopo, l’allora parroco di Bondeno mons. Guerrino Ferraresi «porge a Sauro i saluti di un alto prelato che viveva in Vaticano»: era quel misterioso ragazzo, un russo in fuga dal suo Paese per farsi prete. Sauro allora lo incontra a Roma: l’emozione è grande. 

Il tempo passa, nel ’76 il figlio Carlo si sposa, e ad Anna e Sauro sono riconosciute onoreficenze: entrambi ricevono il diploma d’onore di Combattenti per la Libertà d’Italia 1943-1945 e lei anche quello di Deportata Politica non Collaborazionista. Ma una malattia invade il corpo e la mente di Anna: schizofrenia senile: allora «prega la Madonna nera di Czestochowa, trova conforto e si sente meno sola»: “Una cura serve più di una candela accesa davanti alla Madonna?”, si chiede.

Una domanda che facciamo nostra.

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 21 novembre 2025

Quella santa contraddizione che ci libera e ci ricorda chi è Dio

21 Nov

DON FABIO ROSINI A FERRARA. Il Cinema di San Benedetto era pieno la sera del 12 novembre scorso per la presentazione del suo ultimo libro “Ma anche no”

Esiste un distacco che ci avvicina agli altri, uno svuotamento che riempie la vita, una relativizzazione che ci fa incontrare la Verità.

È questa la provocazione intellettuale – e di fede – che don Fabio Rosini lancia nel suo ultimo libro, “Ma anche no. La sfida della complessità e l’arte dell’et-et” (San Paolo Edizioni, 21 ottobre 2025, 18 euro). Libro che ha presentato la sera dello scorso 12 novembre nel  Cinema San Benedetto di Ferrara, davanti a una sala piena di persone (mentre la mattina successiva nel Seminario di via Fabbri ha relazionato al solo clero sul Vangelo secondo Matteo).

Il sacerdote romano – introdotto dal nostro Vicario Generale e Direttore Ufficio Comunicazioni Sociali mons. Massimo Manservigi, è andato – com’è nel suo stile – a cuore del discorso: «farsi degli idoli, farsi un film», come si usa dire nel gergo comune, è un vizio molto diffuso. Invece, dovremmo imparare la difficile arte dell’et-et, non dell’aut-aut, non delle «assolutizzazioni».

Et-et che è contraddizione, complessità, ma in realtà anche «equilibrio»: com’era – ad esempio – una volta nel saper vivere la ferialità e la festività della domenica, tradizione oggi perduta. O dal ricordarsi (!) – contro ogni tentazione fluid – che «la vita nasce dal maschile e dal femminile, e quindi chi li nega, nega la vita». Così, un altro modo di negare la ccomplessità lo vediamo nella «comunicazione politica, dove l’altro è sempre uno schifo, un disgraziato», dove quindi domina «la logica della mostrificazione».

La psicoanalista Melanie Klein – ha proseguito don Rosini – con la sua teoria della scissione ha analizzato bene questo meccanismo: «per sopravvivere  il bambino deve dividere il buono cattivo, ciò che è vita da ciò che è morte», il suo è un processo di autodifesa necessario. Poi però «devi iniziare un processo di integrazione, dove esci da questa scissione primordiale». Ed è «tipico della fede cattolica portare il soggetto a questa maturità», insegnare l’arte dell’et-et, con una fede dove «il Cristo è vero Dio e vero uomo. Tutto ciò che è cattolico implica il suo contrario». E «il contrario di cattolico è “fazioso”». È quindi – questo – «un processo di relativizzazione necessario» perché «c’è sempre qualcosa che ci sfugge, iqualcosa che non vediamo». La realtà «è organica non matematica, implica cioè il suo contrario. Come la Chiesa, che è un corpo», come dice San Paolo: siamo tutti diversi, ognuno è una parte di un corpo e ogni parte è necessaria; se manca una parte, soffri».

Nell’odierna comunicazione – ha proseguito il relatore – oggi dev’essere invece tutto assolutizzato, «trasformato in notizia, tutto deve diventare eccezionale, sensazionalistico, sopra le righe, altrimenti non esiste, non ha valore. E questo spesso viene insegnato ai bambini: “dacci oggi il nostro mostro quotidiano”. René Girard ha spiegato bene questa dinamica del capro espiatorio, secondo cui per sopravvivere dobbiamo avere un nemico comune: così è stato ad esempio per il nazismo con gli ebrei».

Non a caso, «la cronaca nera attira più dello sport, che pure è un’altra forma mimata dell’avere un nemico». Oggi è diffuso «l’orrore di essere sconfitti, di arrivare secondi: per essere mi devo affermare, quindi devo gareggiare, quindi devo vincere». Di conseguenza, «l’invidia è il peccato per eccellenza» («la morte è entrata nel mondo per invidia del diavolo», Sap 2, 24).

Come uscire quindi da questa «dinamica della colpevolizzazione e della rivalità»? Da questo «meccanismo fazioso, contrappositivo, colpevolizzante»? «Facciamo – ho pensato – un libro», per cercare di aiutare ad «evitare innanzitutto di attaccarsi a un dettaglio ma guardare la totalità e la complessità» delle cose e delle persone. Invece noi abbiamo «le nostre idolatrie per superare le nostre incertezze. La sicurezza è bella ma se la assolutizzi diventa dittatura. La verità è importante ma se in suo nome uccidi, diventi un persecutore». È dunque logica conseguenza che «tutti i malvagi pensano di fare del bene e fanno vittimismo, si sentono vittime di altro, si giustificano sempre».

Invece la misericordia nasce «dal sapersi peccatori, dal sapersi cattivi. Il perdono nasce dal sentirsi peccatori, da riconoscere che si sbaglia, nasce quando scopri di non essere perfetto». È – ha proseguito don Rosini – «un processo di kenosis, di svuotamento. Se ti paragoni con gli altri, trovi sempre qualcuno peggio di te; ma se ti misuri con Gesù Cristo, cambi atteggiamento, togli le maschere della presentabilità: maschere che col tempo sono diventate pelle, quindi gabbia».

Per uscire da questa visione, secondo l’autore c’è bisogno innanzitutto di «distacco», cioè «il saper perdere qualcosa per vedere meglio la realtà, per davvero riuscire a metterla a fuoco». Questo perché «ogni scelta implica una perdita» e «chi sceglie è l’adulto», solo l’adulto sa scegliere. Il distacco implica quindi il perdere, il «saper staccarsi dalle cose», non farsi dominare da esse. Implica il «saper dire di no, saper rinunciare». Insomma: «si può lasciare qualcosa», possiamo non avere tutto: sono i pazzi a raccogliere tutto». E il possesso più terribile è quello che riguarda «le idee, il non saperle abbandonare, cambiare». Ma guai a confondere questa necessaria e bella elasticità mentale col relativismo:«spesso anche nella Chiesa vince la piacioneria, il parlare per piacere a tutti, dire ciò che piace a tutti e con un tono “accattivante”…».

Contro questa falsa leggerezza, è invece importante «l’autoironia, il saper ridere di sé stessi, il non prendersi sul serio. Una persona saprà affrontare le proprie pazzie quando saprà essere autoironico». E l’ironia, il distacco, il far ridere, ridere delle cose vuol dire «relativizzarle, guardarle col giusto e necessario distacco».

Altre soluzioni oltre alla preghiera – vale a dire «il fidarsi di Dio, l’abbandonarsi alla Provvidenza, che è qualcosa che aiuta anche la salute mentale…» – sono quei “santi” peccati:la «santa pigrizia»: i veri peccati – ha spiegato don Rosini – «sono faticosi e fanno star male, non sono divertenti, sono un esproprio». Ed essere pigri vuol dire anche – soprattutto per i genitori – non essere sempre interventisti con gli altri, non risolvere sempre i problemi dei figli, ma responsabilizzarli».

E ancora: «la santa avarizia» è molto importante, cioè «il farsi un tesoro vero, essere ricchi della vera ricchezza, quella del Cielo, che nessuno ci può rubare». Infine, il sacerdote ha citato la «santa superficialità, una santa disattenzione» e «il sapersi interrompere, saper scendere dal treno quando si ha torto», il «sapersi contraddire, saper imparare ad aver torto. L’intelligente è chi si contraddice».

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 21 novembre 2025

Chiesa e mondo ebraico, rapporto complesso

19 Nov

Le parole di Piero Stefani il 15 novembre dalle Clarisse

Il tema dei complessi rapporti fra la Chiesa Cattolica e il mondo ebraico sono stati al centro della relazione di Piero Stefani, intervenuto lo scorso  15 novembre nella Sala del coro del Monastero del Corpus Domini di Ferrara per l’incontro dal titolo “La Chiesa e gli Ebrei dal Vaticano II a Gaza”. Organizzato da SAE Ferrara, Istituto Gramsci Ferrara e ISCO Ferrara nel 60° anniversario della Dichiarazione conciliare Nostra Aetate, e parte delle Giornate in memoria di Piergiorgio Cattani, l’incontro è stato introdotto da Francesco Lavezzi che ha riflettuto su come «il Concilio Vaticano II è stato tutt’altro che una passeggiata, ma l’inizio di una fase di svolte, che portò a non pochi contrasti». EdalConcilio emerse l’idea del dialogo da intendersi «non come tattica o strumento» ma come «conversione del cuore che riguarda tutti». 

SHOAH E COLONIALISMO

Stefani ha preso le mosse dalla Shoah e  dal suo legame col colonialismo, entrambi «ombre dell’Occidente».Il sionismo – ha riflettuto – «nasce prima della Shoah e non può quindi essere spiegato solo con questa» e dall’altra parte «il colonialismo ha riguardato anche il Medio Oriente, a partire dalla Dichiarazione di Balfour del 1917, e dalla Nakba conseguente alla nascita dello Stato di Israele». Fino ad arrivare al «neoconialismo di oggi portato avanti dal Governo Netanyahu, che arriva addirittura ad assegnare la responsabilità decisiva della Shoah al mondo islamico (al Gran Muftì di Gerusalemme)», posizione «senza fondamento» speculare a quella secondo cui «oggi gli ebrei coi palestinesi si stanno comportando come i nazisti 80 anni fa».

In tutto ciò, la Nostra Aetate rappresenta «una svolta nella posizione della Chiesa nei confronti degli ebrei, non più «perfidi» (da intendersi comunque non come malvagi ma come «coloro che non hanno fede in Gesù Cristo»), ma con cui bisogna «dialogare». Alcune particolarità della Nostra Aetate riguardano il fatto che in essa «non si citi mai in modo esplicito la Shoah, e in nessun modo il termine “Israele”».

ANTISEMITISMO E ANTISIONISMO

Il relatore si è poi concentrato su un altro termine discusso, “antisemitismo”, in particolare oggi, quando «i suoi confini sono diventati così vaghi». Al riguardo, due sono le espressioni storicamente rilevanti usate da Pio XI nei confronti degli ebrei: la prima, nel 1928, in riferimento all’Associazione Amici Israël (che verrà sciolta per altri motivi): «…la Santa Sede – scrisse -, condanna l’odio contro un popolo già eletto da Dio, quell’odio cioè che oggi volgarmente suole designarsi col nome di antisemitismo»;la seconda, 10 anni dopo, a Castelgandolfo in occasione di un incontro coi cattolici belgi: «L’antisemitismo non è compatibile con il pensiero e le realtà sublimi che sono espresse in questo testo. È un movimento antipatico, al quale non possiamo, noi cristiani, avere alcuna parte… Per Cristo e in Cristo, noi siamo discendenza di Abramo. No, non è possibile ai cristiani partecipare all’antisemitismo. Noi riconosciamo a chiunque il diritto di difendersi, di utilizzare i mezzi per proteggersi contro tutto quanto minaccia i propri interessi legittimi. Ma l’antisemitismo è inammissibile. Noi siamo spiritualmente semiti». Da qui, fino ad arrivare ad esempio alle importanti parole di Giovanni Paolo II nel ’97 contro «le radici dell’antigiudaismo in ambiente cristiano». Antigiudaismo che per Stefani ha «fiaccato le coscienze agevolando l’antisemitismo o l’indifferenza» nei suoi confronti. La Nostra Aetate ha il merito invece di non considerare l’ebraismo come «mera religione non cristiana», ma di «sottolineare il legame particolare che esiste tra la Chiesa e il popolo ebraico».

Legame che si esplicherà anche nel 1993 con l’Accordo fondamentale tra la Santa Sede e lo Stato di Israele, nel quale si sottolinea la «natura unica delle relazioni tra la chiesa cattolica e il popolo ebraico». Dall’altra parte, la Chiesa negli anni ha fatto importanti passi avanti anche nel riconoscimento della Palestina,  dall’accordo con l’OLP nel 2000 a quello con lo Stato di Palestina nel 2015. Da 10 anni, quindi, «per la Santa Sede esistono due popoli e due stati». Ma ciò ha peggiorato i rapporti della Santa Sede con l’attuale governo israeliano, che nel febbraio 2024 ha ricevuto un ampio consenso dalla Knesset (99 voti su 120) per  una dichiarazione simbolica contro il “riconoscimento unilaterale” dello Stato palestinese da parte della comunità internazionale.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 21 novembre 2025

Olive, gomme e tè: ecco gli ingredienti della pace

18 Nov

Lo scorso 10 novembre a Ferrara è intervenuto Jeremy Milgrom, rabbino di Gerusalemme e da 40 anni uomo di pace e maestro di nonviolenza: ecco cos’ha detto

di Andrea Musacci

“La pace è una pratica, non una speranza”: un titolo forse “populista” a una prima lettura, per un incontro pubblico. E invece no, se presenta e racchiude i racconti e le riflessioni di una vita di un uomo come Jeremy Milgrom, rabbino di Gerusalemme di origini statunitensi e cofondatore nel 1988 dell’Associazione Rabbis for Human Rights (Rabbini per i Diritti Umani). Impegnato soprattutto per i diritti dei palestinesi e delle fasce più deboli della società israeliana, nonché pioniere nel dialogo interreligioso (col reverendo anglicano palestinese Shehadeh Shehadeh ha fondato l’associazione Clergy for Peace (Religiosi per la pace, che unisce ebrei, cristiani e musulmani), Milgrom è intervenuto nel tardo pomeriggio dello scorso 10 novembre nella Sala della Musica di Ferrara (via Boccaleone) invitato dalla Rete per la Pace (in collaborazione con i Gruppi Consiliari La Comune di Ferrara e Civica Anselmo). Milgrom è stato introdotto e intervistato da Alessandra Mambelli.

LE BELLE BANDIERE

La pratica, la concretezza, si diceva; quella che Milgrom conosce bene, lui veterano dell’esercito israeliano che ottenne l’esonero dagli obblighi di riservista dopo 8 anni di battaglie legali. Una pratica non violenta che non gli ha fatto perdere il legame col suo popolo: «in questa sala non è presente la bandiera israeliana», ma una della pace tra due palestinesi, ha esordito. «Secondo me invece dovrebbero essere esposte entrambe le bandiere. Ricordo che nel 1988 mia figlia voleva esporre la bandiera di Israele, in occasione dell’anniversario della nascita del nostro Stato. Le dissi di mettere, a fianco, anche quella palestinese. Spesso però in Israele se le persone vedono esposta quest’ultima si arrabbiano e dicono: “dopo 2mila anni finalmente questa terra è nostra, mentre gli arabi vivono già in tante altre terre!”».

SOLLIEVO E PAURA

Ora in Israele – ha proseguito – «vi è sollievo per gli ostaggi liberati e i corpi degli stessi uccisi restituiti. Ma non vi è pieno sollievo perché Netanyahu continua a smantellare il nostro sistema democratico. Le elezioni dovrebbero tenersi fra un anno ma non siamo sicuri che ci saranno». E «il governo israeliano teme che i suoi cittadini vengano a sapere cos’è successo a Gaza e cosa sta succedendo in Cisgiordania, e quindi cerca di tenerlo nascosto». Dall’altra parte, «molti israeliani hanno paura a venire in Europa quando nei cortei sentono slogan come “From the river to the sea Palestina will be free”, a maggior ragione ora che c’è la tregua». Sono in aumento, infatti, anche in Italia i casi di aggressione – anche fisica – a danno di ebrei: proprio il giorno dopo, il 12, una famiglia ebrea statunitense è stata aggredita alla Stazione Centrale di Milano da un giovane pakistano.

LE OLIVE DELLA DISCORDIA

Dopo la dura analisi del presente, la seconda parte dell’intervento di Milgrom è stata invece ricca anche di aneddoti e racconti positivi, per una convivenza possibile. «I mesi di ottobre e novembre – ha detto – sono quelli dedicati alla raccolta delle olive: ciò rappresenta un’importante fonte di guadagno per i palestinesi, ma per loro è diventato molto difficile farla a causa dei continui attacchi dei coloni, che così facendo cercano di spingerli ad abbandonare le loro terre. Per fortuna vi sono anche israeliani che li aiutano nella raccolta, in quanto la loro presenza spesso li difende da questi attacchi».

GOMME NEL DESERTO

L’ong  Vento di terra ets, nata nel 2006 e con sede a Milano, fra i vari progetti portati a termine ha Impronte di Pace, promosso nel 2009 per realizzare la Scuola di Gomme, realizzata nel deserto di Gerico con pneumatici usati. La Scuola ospita un centinaio di alunne e alunni beduini, prima esclusi dal diritto allo studio. «Il governo israeliano – ha spiegato Milgrom – voleva distruggere la scuola ma l’associazione ha denunciato questo tentativo al governo italiano e all’Unione Europea, a dimostrazione dell’importanza dell’impegno diretto dei cittadini». «Sono molto felice per quello che stanno facendo» a Gaza e in Cisgiordania, ha commentato. «Quando vengo in Italia collaboro con loro, facciamo molte attività assieme». «A volte dai beduini – ha aggiunto Milgrom – porto anche mia madre, che ha 97 anni, e lei con loro si trova molto bene…». Ma ancora oggi i beduini devono difendersi non solo dall’esercito ma anche dai coloni israeliani, come ben documentato da Avvenire lo scorso 11 novembre riguardo al villaggio di Al-Hatrura. 

LA PACE NEL TÈ

Sono frequenti e ben radicati i legami di Milgrom con tanti palestinesi: «spesso – ha raccontato a mo’ di esempio – sono ospite di un signore che mi offre sempre il tè. Una volta ho ricambiato la sua ospitalità invitando lui e la sua famiglia a pranzo: in quest’occasione ho raccontato la storia del popolo ebraico, quindi anche il periodo della schiavitù in Egitto e la successiva liberazione. Per il figlio di questo signore sembrava assurdo che gli ebrei potessero essere stati schiavi perché ora vede Israele come padrone, e loro palestinesi come schiavi…».

GIOVANI IN CARCERE

E a proposito di giovani generazioni, Milgrom ha raccontato anche di suo nipote, 16 anni di età: «non voglio che si arruoli nell’esercito, e proprio per questo ora con la famiglia vive nel Regno Unito. Anche sua madre da giovane si è rifiutata di fare il servizio militare. Chi si rifiuta di arruolarsi per me è un eroe». Persone che rischiano il carcere, lo stesso dove sono rinchiusi molti palestinesi: «la loro non è una causa popolare in Israele in quanto il governo – che è il più estremista nella storia dello Stato di Israele – non vuole che se ne parli. Come israeliano sono imbarazzato per come il governo tratta queste persone, giustificando questi metodi come deterrenti».

L’UNICA SOLUZIONE

«Dal 1948 Israele opprime i palestinesi», ha aggiunto Milgrom: «molti sono stati cacciati dalla loro terra, sono diventati profughi». E ancora oggi «molti israeliani sono d’accordo col Piano Trump e non vogliono il ritorno dei profughi palestinesi. Ma finché questi non torneranno nella loro terra, vi sarà ingiustizia e violenza». Dall’alta parte – ha aggiunto – «fra i palestinesi e i loro sostenitori ci sono molte persone che desiderano che tutti gli ebrei lascino la propria terra». Il finale è amaro, ma non del tutto: «con molta tristezza credo che non abbiamo fatto abbastanza: mai come oggi c’è stata brutalità e violenza, e mai Israele ha acquistato e prodotto così tante armi. L’unica soluzione è di vivere insieme in un unico Stato e di cooperare». L’unica risposta – insomma – è nella pratica di pace, l’unica che può dare speranza.

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 21 novembre 2025

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Un popolo presente: il 15 novembre torna la Colletta Alimentare

14 Nov

GIORNATA DELLA COLLETTA ALIMENTARE 2025. Tutta la Giornata di sabato 15 novembre sarà possibile donare in 120 punti vendita a Ferrara e provincia beni alimentari non deperibli per le persone e le famiglie povere del nostro territorio. Ecco la rete della carità ferrarese e tutte le iniziative in programma anche prima di sabato 15…

di Andrea Musacci

Sabato 15 novembre torna anche a Ferrara e provincia l’appuntamento con la Giornata Nazionale della Colletta Alimentare, l’iniziativa promossa dalla Fondazione Banco Alimentare ETS per sensibilizzare la cittadinanza sul problema della povertà e in cui sarà possibile aiutare direttamente le persone bisognose acquistando alimenti non deperibili (ad es. olio, verdure e legumi in scatola, conserve di pomodoro e sughi pronti, tonno e carne in scatola, alimenti per l’infanzia e riso).

POVERTÀ: I NUMERI

Sfiora il 10% della popolazione il numero di italiani che non può acquistare cibo o altri beni per vivere dignitosamente, secondo i dati recentemente pubblicati dall’Istat (relativi al 2024). Dati che parlano di 2 milioni e 200mila famiglie in stato di povertà assoluta, vale a dire 5,7 milioni di persone. Il 35,2% delle famiglie indigenti è composta totalmente da stranieri, il 6,2% da soli italiani. In Emilia-Romagna, i dati del Rapporto Istat 2025 dicono invece di 139mila famiglie che vivono in povertà relativa, pari al 6,8% del totale regionale e, tra queste, il 20% delle famiglie monogenitoriali con madre sola è più esposto al rischio di povertà assoluta. Inoltre, in Emilia-Romagna risultano attivi circa 50 tavoli che riguardano imprese operanti nelle province della regione e in quasi tutti i settori produttivi. Tavoli che coinvolgono circa 10 mila lavoratrici e lavoratori. E nei primi 6 mesi del 2025 in Emilia-Romagna sono state autorizzate quasi 34 milioni di ore di cassa integrazione, in aumento del 20% rispetto al 2024 e addirittura del 102% rispetto allo stesso periodo del 2023.

NEL FERRARESE

A Ferrara e provincia sono 120 i punti vendita nei quali si potrà fare la Colletta, con un coinvolgimento di circa 1300 volontari (lo stesso numero nel 2024, anche se ogni anno vi sono sempre nuove persone che scelgono di collaborare). Oltre al Responsabile provinciale Giuseppe Salcuni, la Colletta è resa possibile grazie all’impegno di 11 responsabili/coordinatori sparsi su tutto il territorio provinciale. Nel Ferrarese l’anno scorso, il 16 novembre, sono stati donati 70478 kg di beni alimentari a lunga conservazione, mentre nel 2023 erano stati 67050 kg e nel 2022, 61460. Una tendenza positiva che speriamo possa proseguire anche quest’anno.

LA COLLETTA…PRIMA DELLA COLLETTA

Per il sesto anno, questa settimana (dal 10 al 14 novembre) la Colletta viene svolta anche nella sede di ACER in c.so Vittorio Veneto a Ferrara, col sostegno dell’Azienda. Marco Cassarà, Agnese Travasoni e Cristina Sulsenti sono i responsabili dell’iniziativa. Le prime cinque edizioni in ACER hanno permesso di raccogliere 590 kg di generi alimentari (60 kg nel 2019, 120 nel 2021, 124 nel 2022, 154 nel 2023, 132 nel 2024); beni poi distribuiti, attraverso gli Enti associati al Banco Alimentare Emilia-Romagna, a famiglie povere in  Provincia. 

La Colletta il 13 e 14 novembre viene svolta anche nella sede ferrarese dell’Agenzia delle Entrate (via mons.Maverna), grazie ad alcuni dipendenti che fanno i volontari per la Colletta anche nei supermercati.

Anche diverse scuole del Ferrarese sono coinvolte: per quanto riguarda le Secondarie di primo grado, quelle di Poggio Renatico, Santa Maria Codifiume, oltre alla San Vincenzo e alla Bonati di Ferrara, mentre tra le Secondarie di secondo grado studenti e studentesse dell’ITI Copernico-Carpeggiani, del Carducci e del Dosso sono coinvolti come volontari in alcuni iper e supermercati. Lo stesso vale per alcuni insegnanti e bambini dell’Istituto Dante Alighieri. Alla San Vincenzo di Ferrara, invece,  la mattina di venerdì 14 si fa la Colletta dentro la scuola, con il coinvolgimento delle famiglie dal Nido alle Secondarie di primo grado (da cui in tanti andranno anche a fare i volontari il 15 nei punti vendita). Idem per l’infanzia e la primaria della Sant’Antonio. E diverse scuole del nostro territorio sono coinvolte anche nel progetto “Dona cibo”, progetto simile alla Colletta organizzato a livello nazionale da Federazione nazionale Banchi di solidarietà, a cui il Centro di Solidarietà-Carità ferrarese aderisce. 

POPOLO COINVOLTO

Queste invece le parrocchie, gli enti e le associazioni coinvolte per la Giornata della Colletta 2025 (gli stessi dell’anno scorso): Comune di Ferrara: Croce Rossa Italiana – Ferrara, Il Mantello, Viale K, Caritas Pontelagoscuro, Caritas Porotto, parrocchia Pontelagoscuro, parrocchia Perpetuo Soccorso, Scout Agesci, parrocchia Santo Spirito, parrocchia San Benedetto, SAV, parrocchia Porotto, Associazione Nazionale Alpini, parrocchia Immacolata, Rotary, Lions club, parrocchia Pontegradella, Azione Cattolica. Alto Ferrarese: Cento Solidale, Scout Cento e Casumaro, Rotary Cento, Lions Cento, Caritas Penzale, CL Cento, Associazione Nazionale Alpini – Protezione Civile, Croce Rossa Cento, Caritas Renazzo, Caritas Terre del Reno. Poggio Renatico: parrocchia, Caritas, AVIS, Rotary, parrocchia Gallo. Caritas di Vigarano Mainarda e di Bondeno. Medio Ferrarese: Associazione “Mons. A. Crepaldi” di Voghiera, Caritas di Portomaggiore, Lions di Portomaggiore, Emporio Solidale Argenta, Lions e LeoClub Argenta.  Basso Ferrarese: Caritas parrocchia Jolanda di Savoia, Pro Loco Jolanda di Savoia. Parrocchie di Ostellato, Dogato, Rovereto, San Giovanni. Scout di Mesola. Copparo e Tresignana: Lions, Croce Rossa, Caritas parrocchiali, Associazione Bersaglieri, Auser, Centro Aiuto alla Vita, Scout. Comacchio: parrocchia, Lions, Scout, Aiutiamoli a Vivere Odv, Cuccu trasporti, Istituto di Istruzione Superiore “Remo Brindisi”, Cicli Casadei (S. Giuseppe di Comacchio), parrocchia di Porto Garibaldi. E  nel Santuario di S.Maria in Aula Regia la Colletta “prosegue” anche il giorno dopo, il 16, col pranzo di fraternità e la raccolta di alimenti nelle chiese alle S. Messe, raccolta che andrà avanti fino a Natale.

LA DISTRIBUZIONE

La raccolta della Colletta è strettamente collegata al sistema di raccolta e distribuzione di beni alimentari, resa possibile grazie al Centro di Solidarietà-Carità (CSC), nato nel 1999 – dieci anni dopo la nascita del Banco Alimentare nazionale – e formato da 60 volontari e tre magazzini. Massimo Travasoni – Responsabile dei due magazzini del CSC di via Trenti (Mercato Ortofrutticolo) a Ferrara (il terzo è a Comacchio, in via Bonafede, 112) e vicepresidente dello stesso CSC guidato da Fabrizio Fabrizi – ci aggiorna sui dati dei destinatari degli alimenti, costanti da tre anni: sono circa 13mila le persone (di cui circa la metà nel Comune di Ferrara) che chiedono beni alimentari di prima necessità alle nostre parrocchie, alla Caritas, ad altre associazioni o enti; beni che questi ricevono dal Banco Alimentare di Imola (una decina di Associazioni/enti) o tramite il CSC (67 Associazioni/enti, di cui 26 nel Comune capoluogo, per 11730 persone, delle quali 6mila nel Comune di Ferrara). Si tratta, in un anno, di circa 1200 tonnellate di beni alimentari donati

Oltre alla Colletta, i beni arrivano da donazioni dall’industria, dall’ortofrutta e dall’AGEA (Agenzia per le erogazioni in agricoltura, che si occupa del Fondo europeo FEAD e Del Fondo nazionale). Nel 2024 Fondazione Banco Alimentare denunciò il ritardo nella definizione dei nuovi bandi triennali AGEA, ritardo che quasi “svuotò” le riserve del magazzino di Ferrara e di altre località, e che quindi l’anno scorso e quest’anno rende ancor più importante la Giornata della Colletta. Inoltre, un dato sempre in aumento (seppur lieve) da anni è quello delle famiglie che ricevono il pacco alimentare o direttamente nei magazzini di Ferrara e di Comacchio o tramite i volontari del CSC che glielo consegnano a domicilio: sono 195 (oltre 550 persone, italiane e non).

IN EMILIA E IN ITALIA

Nel 2024 la Colletta in Emilia Romagna ha visto l’adesione di 17.145 volontari ed ha portato alla raccolta di oltre 888 tonnellate di prodotti in 1.121 punti vendita. Anche per l’edizione 2025 i punti vendita aderenti sono oltre 1.100. Quanto verrà raccolto giungerà, tramite le 722 organizzazioni convenzionate con il Banco nella nostra regione, a 132.300 persone in condizioni di bisogno. 

A livello nazionale, sono invece quasi 12 mila i supermercati aderenti, oltre 155.000 i volontari impegnati e ca. 7.600 le organizzazioni territoriali convenzionate con Banco Alimentare, che accolgono oltre 1.755.000 persone in difficoltà. Dal 15 novembre al 1° dicembre sarà possibile donare la spesa anche online su alcune piattaforme dedicate: per conoscere le varie modalità di acquisto dei prodotti e i punti vendita aderenti all’iniziativa è possibile consultare il sito http://www.bancoalimentare.it

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 14 novembre 2025

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