Percorso giubilare in chiesa: l’iniziativa della Sacra Famiglia

12 Apr

Un Pellegrinaggio giubilare all’interno della chiesa: è questa l’iniziativa pensata dal Gruppo Liturgico della parrocchia della Sacra Famiglia di Ferrara per l’Anno Santo in corso. “Pellegrini di Speranza con il Cuore Immacolato di Maria”: così si intitola il breve itinerario spirituale proposto ai fedeli e ai visitatori della chiesa che da fine 2022 è anche Santuario Arcidiocesano del Cuore Immacolato di Maria (e parte dell’Associazione “Collegamento Nazionale Santuari”).

«La speranza non è attesa inerte di qualcosa che forse verrà in futuro, ma operosità nel presente per renderlo migliore», spiegano gli organizzatori. «La speranza siamo noi. Il nostro impegno. La nostra libertà. Le nostre scelte». Sei le tappe all’interno dell’edificio sacro, ognuna contrassegnata da un pannello esplicativo (due foto a sx): “Il Signore ti salva”, il Battistero; “Il Signore ti chiama”, l’immagine del Cuore Immacolato di Maria: «chiama te, ognuno di noi, secondo la propria vocazione», ci spiega il parroco don Marco Bezzi; “Il Signore è con te”, il Tabernacolo: «la salvezza e la chiamata non possono esistere senza una relazione col Signore, con l’Eucarestia»; “Il Signore ti parla”, l’Ambone: «la Parola come luce, cammino. Non è opera nostra, ma possiamo rispondere “sì” al suo invito»; “Il Signore ti guarisce”, il Confessionale: «non a caso, il sacramento del perdono o della riconciliazione è detto anche “sacramento della guarigione”»; “Il Signore ti ama”, il Crocifisso: «Lui non pensa a sé ma a te: ti ama fino a darti la Sua vita. La risposta dell’amore è la Croce: non è un mero incoraggiamento, ma un sacrificio concreto, un amore concreto»; e infine vi è la Porta: «Cristo è la Porta che tutto racchiude».

E a proposito dell’Anno Santo in corso, la grande croce sul piazzale della chiesa, restaurata l’anno scorso, ha ora anche il logo del Giubileo 2025 (foto a dx). Dal lato opposto, vi è quello dell’Anno Santo del 2000, anno in cui la croce fu fatta realizzare e installare grazie all’allora parroco don Antonio Guzzonato. «E su altri due lati – ci spiega don Bezzi – metteremo quelli dei Giubilei del 2033 e del 2050». Nel 2033 vi sarà, infatti, il Giubileo straordinario della Redenzione per il bimillenario della morte di Cristo. Fra le opere giubilari, il parroco ci anticipa che il prossimo anno verrà aperta la prima sezione “Nido” (0-3 anni) presso la Scuola d’infanzia “Casa dei Bambini”, da quasi 70 anni (nel 2026 l’importante anniversario) in via Recchi, dietro la chiesa. Attualmente l’edificio è progettato per contenere fino a 150 bambini (3-6 anni), e per il pranzo accoglie anche una 60ina di piccoli del doposcuola. Sezione “Nido” che sarà dedicata a Bianca Gasparetto, madre di don Marco, scomparsa lo scorso gennaio, «la mamma di tutti i parrocchiani, soprattutto dei più piccoli, come lo era stata anche a Cassana», ex parrocchia di don Marco. «Il “Nido” – prosegue il parroco – rappresenterà un servizio educativo molto importante per tutto il territorio».

Infine, il prossimo 13 aprile in parrocchia si svolgerà la Festa di primavera con i giovani e le famiglie nel campo sportivo. Previsto il pranzo comunitario e diverse attività pomeridiane, fra cui alle 15 la proiezione del film “Up” per il ciclo sul tema della speranza.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” dell’11 aprile 2025

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«La misericordia ci libera e sconquassa»

11 Apr

Don Camillotti per la seconda catechesi dalle Clarisse sul Vangelo lucano: «Dio esce dai nostri schemi»

«Non esiste la misericordia teorica, pensata ma l’esperienza che ne fa una persona o comunità». Da questa semplice ma spesso dimenticata verità ha preso avvio la sera dello scorso 4 aprile don Roberto Camillotti, presbitero della Diocesi di Vittorio Veneto, intervenuto nel Monastero ferrarese del Corpus Domini per la seconda catechesi del ciclo di incontri “In due atti” dedicato al Vangelo e agli Atti di Luca.

Ricordiamo che l’iscrizione al ciclo di incontri è gratuita ma è necessario richiederla scrivendo un’email all’indirizzo indueatti@gmail.com . L’iniziativa è nata grazie alla sinergia tra Apostolato Biblico Diocesano, Monache Clarisse del Corpus Domini, Unità Pastorale Borgovado e Santuario del Prodigioso Sangue.

Il prossimo incontro è in programma l’11 aprile, sempre con inizio alle ore 20.45 e sempre nel Monastero del Corpus Domini, con relatore fra’ Nicola Verde, frate Cappuccino di Imola e missionario. 

«In Gesù la misericordia diventa particolarmente visibile», ha proseguito don Camillotti. Sei le tappe da lui proposte del cammino della misericordia nel Vangelo secondo Luca, attraverso alcuni Misteri. Si parte dalla «sorpresa che dà gioia», dall’importanza di «non perdere la capacità di stupirci. Dio non può star dentro i nostri calendari liturgici, dentro le nostre organizzazioni, non agisce dentro le nostre strutture. L’iniziativa del Signore va oltre le nostre previsioni: mi piace immaginare un cristianesimo che lascia più spazio alla fantasia del Signore, oltre le nostre tradizioni».

E Dio ci sorprende «facendoci notare come il suo agire coinvolge soprattutto i poveri», a partire da quei pastori allora considerati come categoria “poco raccomandabile”, fino al ladro, al malfattore sulla croce. La radice di questa sua misericordia sta «nel Suo cuore», al centro del Suo essere, come nel caso del buon samaritano, del padre del figliol prodigo, che col figlio «esagera, è eccedente, non razionale e forse nemmeno corretto a livello pedagogico».

Vi è poi la strada, luogo dove «Gesù rivela la volontà di Dio». Così è con Zaccheo e con i due discepoli di Emmaus: il primo, Gesù «lo guarda dal basso» (non dall’alto), agli altri due «si affianca», in ogni caso «si fa prossimo». Come il pastore che porta su di sé il peso della pecora smarrita, o della donna che cerca la moneta perduta, la misericordia, essendo molto concreta, «costa fatica, dolore, sacrificio». Ha un prezzo alto, fino a quello della Croce. Ma quest’idea di «un Dio assolutamente misericordioso fatica, da sempre, a stare dentro gli schemi di noi credenti», che a volte sembriamo il “Grande inquisitore” raccontato da Dostoevskij. La misericordia, al contrario, «libera, sconquassa i nostri schemi»: il bacio come «segno di pace e comunione» sarà quello che Gesù darà all’inquisitore dostoevskijano. «Ognuno di noi – ha concluso il relatore – provi a essere un piccolo, imperfetto discepolo che sta “vicino a Dio nella sua sofferenza”(Bonhoeffer, ndr), come Lui sta vicino a ognuno di noi nelle nostre tribolazioni».

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” dell’11 aprile 2025

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«Ai giovani si porta Cristo con la testimonianza autentica»

10 Apr

Giacomo Ferraresi e Matteo Stefani intervenuti in Duomo per l’ultima catechesi quaresimale

Autenticità, prossimità, ascolto: Dio si annuncia anche, e soprattutto, nei piccoli gesti del quotidiano. A ricordarcelo, sono stati due giovani, Giacomo Ferraresi e Matteo Stefani , intervenuti lo scorso 1° aprile nella Cattedrale di Ferrara per la quarta e ultima delle catechesi pensate dalla nostra Arcidiocesi per il periodo quaresimale e in relazione all’Anno Santo che stiamo vivendo. 

Lo scorso 25 marzo è intervenuto il nostro Arcivescovo mons. Gian Carlo Perego, il 18 marzo l’operatrice della nostra Caritas Diocesana Maria Stampi e l’11 marzo Caterina Brina e Piera Murador della Comunità Papa Giovanni XXIII. 

Ricordiamo che l’8 aprile dalle ore 18.30 alle 20 in Cattedrale avrà luogo l’incontro vicariale penitenziale, mentre il giorno dopo, il 9, dalle 20.45 alle 22.30 vi sarà la seconda delle due serate (la prima è stata il 12 marzo) con Adorazione Eucaristica all’altare della Madonna delle Grazie e possibilità di confessarsi. Il 12, l’accoglienza dei fedeli è stata gestita da volontari della parrocchia cittadina dell’Immacolata, mentre quella del 9 aprile sarà gestita da parrocchiani di S. Agostino.

COME PORTARE LA SPERANZA AI GIOVANI?

Giacomo Ferraresi è capo scout del gruppo Ferrara 5 (UP Borgovado) e insegnante di sostegno: «uno scout, e in generale un cristiano – ha detto in Duomo -, non può non avere speranza. Oggi con i giovani la speranza si costruisce pian piano ritagliando spazi dove possano esprimersi. Bisogna cercare una chiave, un luogo nel quale si sentano bravi, forti, a loro agio». Centrale è la parola “scelta”, tipica dello scoutismo: «è questo il “dare spazio”. I ragazzi – ha proseguito Ferraresi – imparano tanto da quel che siamo, poco da quel che facciamo, nulla da quel che diciamo. Per me, con la ragazzina che accompagno a scuola, il primo obiettivo è stato il trovare un modo di parlarle, di comunicare con lei. Nell’altro, oltre alla persona dobbiamo vedere il Signore».

Matteo Stefani, invece, è atleta non vedente di livello nazionale nell’arrampicata sportiva (campione italiano nel 2016, mondiale nel 2017 e 2018), in cammino vocazionale con la Comunità Papa Giovanni XXIII (con cui è operatore di comunità terapeutica, per ex tossicodipendenti e giovani con forti problemi relazionali e sociali), e della parrocchia di Santo Spirito. «È importante – ha detto in Cattedrale – guardarsi dentro e riconoscere le nostre difficoltà e i nostri motivi di forza. Ho fatto l’educatore e il capo scout ma all’inizio non è stato facile, a causa della mia disabilità: sentivo però che queste mie scelte erano buone e accrescevano me e chi mi stava intorno. Spesso anch’io vivo momenti di difficoltà e di sconforto e c’è sempre la tentazione di lasciarsi andare, dell’autodistruzione. Ci vuole, quindi, una forte forza immaginativa per pensare il futuro», un futuro che sia diverso. 

«Le persone con cui lavoro – ha poi proseguito – si sentono riconosciute e quindi fanno una scelta costruttiva e non più distruttiva». Ciò che più conta, per Stefani, «è l’autenticità della relazione: nel mio lavoro sono “efficace” quando dono parti autentiche di me. E il portare una fragilità non mi aiuta ma è ciò che provo a fare che dona a queste persone una speranza». La testimonianza – ha poi proseguito il giovane – «si costruisce giorno per giorno e ora per ora: non sempre ci si riesce, ma si prova a fare scelte coerenti con ciò in cui crediamo. Senza diventare supereroi e senza narcisismo», ma nella «semplicità del quotidiano e nella radicalità della nostra fede. Nell’altro – ha poi concluso – troviamo il Signore se ci mettiamo in rapporto con Lui in maniera autentica».

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” dell’11 aprile 2025

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Una rete che accompagna: povertà e ruolo della Caritas

9 Apr


Premio Stampa 2025 alla Caritas di Ferrara-Comacchio. Il 5 aprile convegno su povertà e informazione e cerimonia: «povertà in aumento, serve un nuovo paradigma socio-culturale»

Sempre più giovani, lavoratori e italiani: è questo il drammatico identikit dei nuovi poveri nel nostro Paese. Il Convegno “Vecchie e nuove povertà: il ruolo dell’informazione” svoltosi la mattina del 5 aprile scorso a  Palazzo Naselli Crispi a Ferrara, è servito anche a fare il quadro delle nuove povertà. L’incontro è stato organizzato da Ordine dei Giornalisti dell’Emilia-Romagna, Assostampa Ferrara e Aser. Dopo la presentazione di Paolo Maria Amadasi (Presidente Associazione Stampa Emilia-Romagna), vi è stata l’introduzione da parte di Antonella Vicenzi (Presidente Assostampa Ferrara) e poi le relazioni di mons. Gian Carlo Perego (Arcivescovo di Ferrara-Comacchio, Presidente della Fondazione Migrantes), mons. Massimo Manservigi (Vicario nostra Arcidiocesi), don Marco Pagniello (Direttore Caritas Italiana) e Matteo Nàccari (giornalista economico, segretario aggiunto Fnsi). Quest’ultimo ha denunciato le basse retribuzioni spesso date ai giornalisti, la precarietà crescente nel mondo dell’informazione e i forti rischi derivanti dall’Intelligenza Artificiale. L’incontro moderato da Alberto Lazzarini (Vicepresidente OdG Emilia-Romagna) si è concluso con la consegna del Premio Stampa 2025 di Assostampa Ferrara alla nostra Caritas Diocesana. Nella parte conclusiva sono quindi intervenuti il nostro Arcivescovo (Presidente Caritas Diocesana), Stefano Ravaioli (Assostampa Ferrara), il Prefetto Massimo Marchesiello, la consigliera regionale Marcella Zappaterra, l’Assessora Cristina Coletti, il Presidente della Provincia Daniele Garuti, il Presidente del Consorzio Bonifica Pianura di Ferrara Stefano Calderoni (“padrone di casa”) e Michele Luciani, operatore Caritas Diocesana: «questo Premio – ha detto Luciani – è soprattutto dei nostri volontari, che lo sentono molto loro ma senza alcuna vanità: perché si sentono parte della comunità Caritas». Il premio consiste in un olio a tela realizzato dalla studentessa del Liceo artistico “Dosso Dossi” Martina Taddia, che rappresenta il Castello Estense su una pagina di giornale. Per l’occasione, è stato anche un proiettato un breve video dedicato ai volontari della nostra Caritas Diocesana.

MONS. PEREGO: FORME POVERTÀ

Mons. Gian Carlo Perego nel proprio intervento ha analizzato il Rapporto Povertà 2024 di Caritas Italiana: 1 italiano su 10 è in povertà assoluta, pari a quasi 6 milioni di persone, oltre 2 milioni di famiglie e al nord la povertà è raddoppiata. Aumenta anche la povertà legata alla giovane età e tra gli stessi lavoratori. Sono, poi, 270mila le famiglie aiutate daiCentri di Ascolto Caritas nella nostra Penisola, con un aumento del 5,4% (che è del 10% nella nostra Caritas Diocesana). Inoltre, si rafforzano le povertà intermittenti e quelle croniche, chi è già povero lo diventa ancora di più e cresce la povertà educativa. Aumentano anche le persone povere con malattie mentali o depressione. Riflessioni a parte le ha poi dedicate al problema del reinserimento lavorativo e sociale degli ex detenuti e alla necessità di reinvestire in case popolari, e di ripensare a una forma di reddito minimo.  

MONS. MANSERVIGI: STORIA CARITAS E RICORDO DI DON PAOLO VALENTI

Nel suo intervento mons. Manservigi ha ripercorso brevemente la storia della nostra Caritas Diocesan e in particolare ricordato lo storico Direttore don Paolo Valenti. La Caritas  di Ferrara fu istituita dall’Arcivescovo Mosconi il 4 novembre 1973 (e due giorni dopo nacque quella di Comacchio) e dotata di un proprio statuto, nel quale venivano recepiti gli scopi proposti nella bozza di statuto per le Caritas diocesane stilata dalla CEI nel ’73. La Caritas Italiana venne invece costituita due anni prima, nel 1971. L’Arcivescovo Mosconi nomina come primo segretario della Caritas di Ferrara (allora la carica si chiamava così) mons. Francesco Ravagnani, allora parroco di S. Paolo a Ferrara, e dedica la prima domenica di quaresima alla Caritas diocesana, intitolandola la “giornata della carità”, con l’invito “Date e vi sarà dato”. Col ricavato annuale viene costituito il “fondo diocesano di solidarietà”. Nel ’94 in via Brasavola a Ferrara la Caritas guidata dal ’93 da don Paolo Valenti apre il Centro di Ascolto (intitolato al Beato Giovanni Tavelli), punto di riferimento fondamentale per la città: così, la Caritas inizia il trasferimento dalla Curia Arcivescovile alla zona di Borgovado. Spiegava don Valenti: «Vengono da noi ex carcerati per le prime necessità, extra comunitari, i senza fissa dimora, i nomadi e, più di quanto si possa immaginare, le famiglie povere della città segnalate dalle Conferenze S. Vincenzo e dalle parrocchie».E a proposito di ospitalità, lo stesso don Valenti parlava di Casa Betania. Ex sede dell’asilo “Grillenzoni”, terminata tale funzione, il Comune la cedette alla Caritas, allora diretta da don Silvio Padovani, «con lo scopo di raccogliere studenti universitari stranieri». Nell’ottobre ’94 la Caritas diocesana risponde a un’altra necessità: quella di una mensa per i poveri con, per iniziare, «una ventina di pasti confezionati nella cucina del Seminario». Gli anni ’90 vedono anche la nascita nel ‘95 di un «ambulatorio medico servito da una ventina di medici volontari», per gli extracomunitari. Inoltre, raccontava sempre don Valenti, «oltre a “Casa Betania”, in via Borgovado, 7, dove viene data ospitalità a 27 studenti stranieri, è stato appena terminato il Centro di Accoglienza a Comacchio, che avrà gli stessi servizi di Ferrara (…). Per settembre è in programma, e hanno già aderito una ventina di dentisti, l’apertura di un ambulatorio dentistico per indigenti (…). Va poi ricordato che la Caritas fornisce anche un servizio di consulenza legale gratuito, che può contare su una decina di avvocati presenti una volta alla settimana, – il venerdì pomeriggio, per due ore -, particolarmente esperti nei problemi che riguardano gli extracomunitari». Un’azione a 360 gradi, dunque. E siamo nel ’98. Un anno dopo, l’annuncio del progetto di trasformazione di Casa Betania in luogo di accoglienza per donne, ragazze-madri, famiglie di ospedalizzati residenti fuori Ferrara, anche in vista del Giubileo del 2000.

E i progetti continuano ancora oggi.

DON PAGNIELLO: «FIDUCIA E RELAZIONI DECISIVE»

Il progetto di microcredito “Mi fido di noi” di Caritas Italiana prevede la creazione di un fondo, alimentato grazie al contributo della CEI, della Caritas Italiana, delle Chiese locali e al sostegno di fondazioni, associazioni, imprese e cittadini. Nella nostra Diocesi verrà costituito un fondo con l’obiettivo di raccogliere 27mila euro. La nostra Caritas diocesana avrà a disposizione il doppio, 54mila euro (gli altri 27mila li metterà Caritas italiana). In Italia si stima di raccogliere 30 milioni di euro. Il fondo sarà depositato a Banca Etica e la nostra Caritas farà riferimento (come Nord Italia) alla Fondazione antiusura “San Bernardino” onlus di Milano. Il prestito sarà dai 1000 agli 8mila euro per ogni situazione che si presenta. L’ufficio/punto di ascolto dove le persone interessate potranno rivolgersi sarà negli ex locali parrocchiali del Centro San Giacomo in via Arginone 161 a Ferrara. «C’è bisogno di alleanze fra soggetti diversi per costruire il bene comune: e una di queste, è col mondo dell’informazione», ha detto don Pagniello di Caritas Italiana. Il progetto “Mi fido di noi” è un «progetto generativo, che mette al centro l’intera comunità, che accompagna la persona o la famiglia bisognosa anche dopo averla aiutato col prestito in denaro. La povertà in Italia – ha riflettuto – aumenta le disuguaglianze all’interno delle stesse città ed è sempre più multidimensionale e multifattoriale»: riguarda, cioè, non solo il cibo, ma l’abitazione, l’educazione, le utenze e la violenza interna alle famiglie. Caritas propone «un modello sociale e culturale alternativo», fondato – come detto – «sull’accoglienza, l’accompagnamento, la relazione, la fiducia, e molto meno sul consumo, sull’individualismo, andando alle radici delle povertà e trasformando la persona bisognosa in persona inclusa nella comunità e in essa attiva».

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” dell’11 aprile 2025

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Il volto santo di Cristo contro l’abisso della vita

5 Apr

L’artista Giorgio Celiberti dialoga con don Masssimo Manservigi: “Come il primo giorno” è il titolo del documentario-conversazione sull’eterna lotta tra luce e tenebre. Ne emerge un ritratto toccante del 95enne udinese

di Andrea Musacci

Provate a immaginare il primo giorno in cui un bambino inizia con le proprie mani a creare un abbozzo di opera d’arte: immaginatene lo stupore, magari ancora confuso nella potenza dell’emozione, e la primissima consapevolezza di poter “ascoltare” la realtà con gli occhi e darle nuova vita, farla emergere dal sempre incombente abisso del nulla.

Questo «spalancato dolore» – che solo la luce del Volto di Cristo può illuminare e redimere – è quello raccontato magistralmente da don Massimo Manservigi nel suo documentario “Come il primo giorno” dedicato all’artista udinese Giorgio Celiberti, proiettato per la prima volta la sera del 25 marzo scorso nel Cinema Santo Spirito di Ferrara. Si è trattato del primo dei tre incontri del ciclo “Ti ho ascoltato con gli occhi”, dedicato al cinema di don Manservigi. Il 25 marzo è stato proiettato anche un altro mediometraggio, “Nzermu. Accesa è la notte”, dedicato a padre Anselmo Perri sj. Due opere realizzate grazie alla fondamentale collaborazione di Giovanni Dalle Molle. 

«Due documentari uniti da un grande senso religioso che ci aiutano a respirare profondamente», ha commentato il nostro Arcivescovo mons. Perego a fine serata. Gli altri due incontri  (inizio ore 21, ingresso gratuito) sono in programma il 29 aprile con una versione inedita del film “L’unica via” dedicato a don Santo Perin, con scene dal backstage. La sera stessa il Cinema S. Spirito ospiterà due piccole mostre dedicate a don Perin, una delle quali inedita e realizzata dall’Ufficio Comunicazioni Sociali della nostra Arcidiocesi. Don Perin (Trissino – VI 3 settembre 1917 – Bando di Argenta, 29 aprile 1945), muore assieme al giovane Giuseppe Filippi per lo scoppio di una mina nel tentativo di recuperare il corpo di un soldato tedesco, per dargli una degna sepoltura. Infine, il 13 maggio, “Laboratorio di immagini. Come nasce un documentario tra narrazione e realtà”. 

IN GIRO PER IL MONDO. MA IL CUORE SI È FERMATO A TEREZÍN

Celiberti nasce a Udine nel 1929 e comincia giovanissimo a dipingere. Una passione, la sua per il disegno, che ha fin da quando era bambino e gli insegnanti notano questa sua “ossessione” e ne rendono partecipi i genitori. L’iscrizione, poi, al Liceo Artistico di Venezia, dove conoscerà quello che diventerà un suo amico e maestro: Emilio Vedova. A 19 anni partecipa alla Biennale di Venezia del 1948, la prima del dopoguerra. A inizio anni ‘50 si trasferisce a Parigi, dove entra in contatto con i maggiori rappresentanti della cultura figurativa d’oltralpe, e nel ‘56 vince la borsa di studio del Ministero della Pubblica Istruzione che gli consente di soggiornare a Bruxelles. Dal 1957 al 1958 è a Londra e poi soggiorna negli USA, in Messico, a Cuba, in Venezuela. Al rientro in Italia si trasferisce a Roma, dove frequenta gli artisti di punta del panorama italiano. Verso la metà degli anni ’70, il ritorno a Udine. «Quando ho lasciato Roma – dice nel documentario -, il mio studio l’ho dato a Guttuso». Nel 1965, un episodio che gli cambia la vita: la visita al lager di Terezín, vicino Praga, dove migliaia di bambini ebrei, prima di essere trucidati dai nazisti hanno lasciato testimonianze della loro tragedia in graffiti, disegni, brevi frasi di diario e in un libretto di poesie: «quando sono tornato, ero un’altra persona», dice ancora a don Manservigi. «Terezín è stato uno dei maestri più grandi della mia vita. Lì ho capito cos’è il dolore».

Nel ‘75 realizza i Muri Antropomorfi e in questo periodo si dedica soprattutto alla scultura, anche se la sua attività creativa si caratterizza sempre più per un’originale simbiosi tra espressione plastica e pittorica. Poi, la scultura abbandonerà l’impostazione di grandiosità monumentale per intessere un colloquio privato con le tracce di un passato ancestrale. Celiberti ha partecipato alle più significative manifestazioni d’arte in Italia e all’estero e ha inanellato oltre un centinaio di mostre personali, molte delle quali in diverse capitali europee, oltre che a Tel Aviv e Gerusalemme. Nel 2000, Anno giubilare, realizza una croce di 3 metri nella chiesa di Fiumesino (Pordenone). Nel 2009 sue grandi mostre sono al Museo Ebraico di Venezia, a Roma, all’Abbazia di Rosazzo e a Monaco di Baviera.

VITA INTERIORE DI UN ARTISTA

«Ha 95 anni ma lavora come se ne avesse 35-40. E dimostra una forte sintonia con l’umano in forza della fede, caratteristica che condivide con padre Anselmo Perri». Così don Manservigi nell’illustrare la personalità di Celiberti. L’opera che gli ha dedicato, ci tiene a specificare che più che un documentario è una «conversazione: volevo che si raccontasse in forma di testamento, lasciando in eredità anche parole che non aveva detto a nessuno». Così è stato. Parole incorniciate dalla mitezza del volto e dalla volizione delle mani, dalla dolcezza dei sorrisi, dalle lacrime, magnifiche nella loro umanissima immediatezza.

Nel documentario, la voce di Celiberti si alterna con letture – da parte di Alberto Rossatti (voce storica di Rai Radio 3) – di alcuni brani tratti dal libro di Massimo Recalcati, “Il mistero delle cose. Nove ritratti di artisti” (Feltrinelli, 2016), in cui lo psicanalista dedica un capitolo proprio a Celiberti. «Gli anziani – ha aggiunto don Manservigi a S. Spirito – sono per noi uno stimolo per guardare al futuro con speranza: quest’Anno Santo ce lo ricorda con forza. E a Celiberti ho chiesto proprio di parlarmi della sua speranza».

«Disegno ancora molto volentieri – racconta l’artista nella “conversazione” -, di fianco al mio letto ho sempre della carta, perché anche di notte faccio qualche schizzo o appunto che poi durante la giornata porto avanti col colore». Una vera e propria febbre, la sua, ulteriormente alimentata dall’insonnia. «Sono molto vitale: dipingo, disegno, faccio sculture. Dalle 10 del mattino alle 6 di sera sono nel mio studio a creare: non ho tempo per annoiarmi. Ho ancora necessità di capire, di imparare. Sono fortunato». E in lui se c’è poco tempo per il sonno e nessuno per la noia, non ce n’è nemmeno per il risentimento: «non ho abbastanza tempo per amare, men che meno ne ho per provare rancore». Una sensibilità per il reale, la sua, che assume anche una piega inaspettata: «per me i gatti sono compagni di viaggio eccezionali», a cui non a caso ha dedicato innumerevoli sculture: nel documentario le prime lacrime sgorgano proprio nel ricordare il suo ultimo felino, morto avvelenato. 

Questa spontaneità che emerge dall’intero suo essere, non ammette ombre: in lui, forte è la «lotta incessante tra la luce e le tenebre», la sua insonnia – scrive Recalcati – è resistenza «alla tentazione dell’annullamento». Ma una farfalla appare in un suo dipinto, è possibile quindi estrarre luce dalle tenebre, recuperare la possibilità della redenzione dalla notte, dall’orrore. In lui, «è solo la poesia che resiste alla morte», «il frutto buono dell’insonnia, dell’alba che viene»1. «La sua pittura – scrive ancora Recalcati – è interamente aspirata dal senso del sacro, intrisa dell’anelito verso l’assoluto; è pittura pura del volto del santo». «Il Cristo è il tema più bello della mia vita», dice Celiberti. «Cristo lo sento sempre vicino quando lavoro». Questa è l’unica alternativa possibile «alla notte senza speranza del grido», all’«abisso senza fondo della vita». Dipingere è rifiutare «il buio senza speranza della notte», farsi luce, divenire strumento, vaso di argilla vivente che accoglie l’unica Luce.

NOTA

1 ilmanifesto.it/linsonnia-creativa

Immagini: Giorgio Celiberti; una sua opera su Cristo (immagini tratte dal documentario di don Massimo Manservigi, “Come il primo giorno”)

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 4 aprile 2025

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Speranza come gioia e guardare lontano

4 Apr


La lezione di don Dionisio Candido per la Scuola di teologia: lo sperare per l’Antico Testamento

La Scuola diocesana di teologia per laici ha visto lo scorso 27 marzo don Dionisio (Nisi) Candido, docente all’Istituto Superiore di Scienze Religiose “San Metodio” di Siracusa, intervenire su “Annunciare la speranza attraverso l’Antico Testamento” (AT).

Il tema della speranza è molto presente in AT e sono diversi i temi che la declinano. La speranza è innanzitutto «legata alla fede, alla fiducia in Dio», quindi «alle dinamiche della vita».La speranza è poi legata «alle promesse di Dio»: quella dell’AT è una «spiritualità della parola. Dio si è sempre comportato nei confronti di Israele in modo da costruire un futuro di speranza». Proseguendo, la  speranza è legata al «ricominciare»: è una «promessa di rincominciare», quello di AT è «un Dio che riparte». È una «speranza di restaurazione» ed è la speranza «del ritorno a casa, che l’esilio non è definitivo, che nessuno può rischiare per sempre, che il debito, la pena non può essere eterna». L’AT, quindi, per don Candido «non aveva l’idea di un Dio punitivo, ma di un Dio paterno».

Inoltre, la speranza nell’AT è «messianica», quindi è «sinonimo di gioia». Gioia di sapere che «possiamo entrare in una comunione sempre più piena con Dio, in un’intimità con Lui che è sempre più segno di felicità». 

E come c’è una speranza di restaurazione, c’è «la speranza di una gioia dopo la sofferenza, perché Dio agisce anche attraversando la sofferenza, i dubbi, le difficoltà»: è una «speranza escatologica, che non ci fa accontentare del contingente, ma ci chiede di avere uno sguardo divino»,Ci chiede di «non limitare il nostro orizzonte, ma di avere orizzonti lunghi»: la speranza è «proiettata lontana», quella dell’AT «non è una speranza intramondana ma che guarda al di là della vita (si pensi ad esempio al libro della Sapienza)»: passando attraverso la misericordia di Dio, «si prospetta una vita futura perché Dio è misericordioso e quindi potrà ricompensare i suoi figli nell’eternità. Israele aveva già quindi – per don Candido – intuito che la speranza non può essere la speranza di cose terrene».

Anche nell’AT, quindi, la speranza «ha un fondamento teologico, non avrebbe senso se si fondasse solo sull’uomo». Una speranza, quindi, «sinonimo di gioia, di felicità, una gioia comunitaria, qualcosa che ci permette di andare oltre noi stessi: questo dovremmo trasmetterlo soprattutto ai giovani. Noi cristiani dovremmo essere in ogni momento portatori di speranza».

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 4 aprile 2025

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Paoline, molto più di una libreria

2 Apr


85 anni fa arrivò a Ferrara il primo gruppo di suore: il racconto delle origini e del senso della missione

Evangelizzare attraverso l’ascolto e la cultura: è questo il cuore della missione delle Paoline, presenti da 85 anni a Ferrara e che lo scorso 25 marzo hanno avuto la possibilità di raccontarsi pubblicamente grazie alle ACLI Provinciali che hanno organizzato, nella Libreria di via San Romano, un incontro all’interno del calendario della Giornata Internazionale della Donna.

Paola Chiorboli, Responsabile del Coordinamento Donne ACLI di Ferrara, ha introdotto e moderato l’incontro, che ha visto il saluto iniziale di Mauro Gambaccini, Presidente ACLI Provinciali di Ferrara e gli interventi di suor Daniela Cau, Superiora Paoline di Ferrara e suor Paola Fosson, della Congregazione Figlie di San Paolo. 

Attualmente sono cinque le Paoline a Ferrara: suor Daniela Cau, Superiora, arrivata nella nostra città nel maggio 2002, proveniente da Bologna; suor Luciana Santacà, a Ferrara dal giugno 2002, proveniente da Perugia; suor Lidia Pozzoli, qui dal 2014, precedentemente a Roma. E le ultime due arrivate: suor Redenta Fioriti, proveniente da Perugia, e suor Marisa Valzasina, a Ferrara da 1 anno, e che ha trascorso gli ultimi 53 in missione in Australia, tra Sidney, Melbourne e Adelaide. Nel novembre 2023 è tornata a Roma suor Samuela Gironi, arrivata a Ferrara nel febbraio 2020. 

Fu il loro fondatore, il beato don Giacomo Alberione, in visita a Ferrara, a scegliere nel 1962 insieme alla cofondatrice suor Tecla Merlo la sede di via San Romano, 35, abitazione delle suore e sede della Libreria, edificio nel quale si trasferirono nel ‘66 dopo i necessari lavori di ristrutturazione. «È come un Centro di ascolto, le persone qui si fermano anche per parlare», ha detto il nostro Arcivescovo mons. Perego nel suo saluto. «La comunicazione, se ben usata, oggi è molto importante, anche perché non solo narra ma interpreta la realtà. Ed educa, cercando di rispondere alle domande fondamentali dell’uomo, che sono le domande della fede».

«La nostra esperienza qui a Ferrara è molto positiva, troviamo sempre la collaborazione di tanti», ha detto suor Daniela Cau. «Il nostro è davvero come un Centro di ascolto, di condivisione e di educazione alla fede. La nostra principale missione non è quella di vendere libri, ma di ascoltare. Alcuni giorni fa – ha raccontato suor Daniela – è entrata una persona e mi ha detto: “non ho mai letto il Vangelo, vorrei iniziare a farlo”. Sono episodi non infrequenti, che ci danno tanta gioia».

DALLA CANDELA IN VIA CAIROLI ALLE LUCI ACCOGLIENTI DI VIA SAN ROMANO

«Le Paoline di Ferrara rappresentano una piccola comunità molto accogliente», ha detto suor Fosson. «Oggi come Paoline gestiamo 30 librerie in tutta Italia, non poche, ma in passato erano un centinaio. La nostra età media purtroppo aumenta, spesso le librerie le diamo in gestione a laici. La nostra Casa editrice è gestita da suore, pubblica perlopiù libri di donne e che hanno come protagoniste figure femminili». Suor Fosson ha poi brevemente presentato la sua esperienza, come piccola ma significativa testimonianza di missione: «sono una valdostana di origini umili, ho prestato servizio in tipografia, in legatoria, poi alla “San Paolo film”, alla radio delle Paoline e nella gestione del sito web delle stesse a livello nazionale. Attualmente sono Presidente dell’Associazione “Comunicazione e Cultura Paoline odv” e Responsabile nazionale dell’Associazione “Cooperatori Paolini”».

Suor Angelina Moscardi e suor Antonietta Sardi – ha poi raccontato – sono le prime due suore che il 31 gennaio 1940 giungono a Ferrara, ospiti inizialmente dalle Orsoline, e che subito fanno visita al Vescovo Bovelli che le accoglie con grande affetto. «Veniamo qui solo per la diffusione a domicilio, se possibile», gli dicono le due religiose. Nei giorni successivi vengono raggiunte da suor Cesarina Rossi e suor Celeste Paccione. Le suore si insediano in un appartamento della Curia in via Cairoli («appena arrivate illuminano la stanza con una candela e preparano i letti»), e «in attesa della licenza per la libreria ne allestiscono una piccola nel parlatorio e proseguono il loro servizio a domicilio, andando dalle famiglie – anche fuori città – per proporre loro libri e riviste».

«È importante adattare il libro alle esigenze della persona – diceva don Alberione -: è quindi importante che conosciate il territorio nel quale vivete». Ma non solo azione: «nella nostra vita – ha proseguito suor Fosson – c’è tanta preghiera e Adorazione eucaristica. Non siamo commercianti ma, come diceva Rosmini, facciamo la “carità della verità”. Nostro fine è portare le persone a Dio attraverso un libro, l’ascolto, una parola buona. Mettere al centro Gesù Maestro, Via, Verità e Vita». Senza dimenticare l’invito di don Alberione: «non parlate solo di religione, ma di tutto cristianamente». Infatti, «siamo in tutte le nervature della realtà, cercando di nutrire mente e anima, dando la possibilità – in un tempo sempre frenetico – di poter approfondire con calma le questioni». 

Fra le diverse letture edite dalle Paoline e proposte da suor Fosson, il libro “Smaschilizzare la Chiesa? Confronto critico sui ‘principi’ di H.U. von Balthasar” (2024), a cura di Linda Pocher, Luca Castiglioni, Lucia Vantini, della collana “Donne nella Chiesa”; e “Ventuno. Le donne che fecero la Costituzione” (2022).

Donne raccontate, e fatte conoscere, da altre donne. Sempre col fine ultimo di far incontrare Cristo a chi ancora non lo conosce.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 4 aprile 2025

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Corpi intermedi, concretezza e limite: ridar vita alla fraternità

1 Apr


Cattolici in politica e democrazia. Il 29 marzo a S.Giacomo ap. l’incontro di AC, ACLI e altre sigle su temi di forte attualità

La crisi della politica, in Italia e in tutto l’Occidente, è sicuramente conseguente anche alla crisi delle forme organizzate della politica e del ruolo dei cattolici in essa.

Su questi e altri temi sempre di forte attualità lo scorso 29 marzo hanno riflettuto Italo Sandrini (vicepresidente nazionale delle Acli e fino ad alcuni mesi fa Assessore a Verona nella giunta di Damiano Tommasi), e Andrea Bonini (costituzionalista e coautore del libro “Democrazia: la sfida della fraternità” curato da Padre Francesco Occhetta, gesuita e segretario generale della Fondazione “Fratelli tutti”).

L’incontro svoltosi nel salone del complesso parrocchiale di San Giacomo Apostolo a Ferrara aveva come titolo “Democrazia e fraternità. Profezia di un mondo di Pace” ed era il secondo dedicato a questi temi, dopo quello svoltosi lo scorso 6 febbraio su “Scelte di pace”. Gli incontri sono stati organizzati da Azione Cattolica diocesana ed Acli Provinciali Ferrara, con il supporto di Agesci, Masci, Pax Christi e Centro di Ateneo per la Cooperazione allo Sviluppo Internazionale di UniFe. 

Il 29 marzo, dopo i saluti di Francesco Ferrari (ACdiocesana) e Paolo Pastorello (ACLI Ferrara) è intervenuto per una breve introduzione Dario Maresca, moderatore dell’incontro, per dimostrare, anche attraverso ricerche statistiche, di come siano una minoranza nel mondo i Paesi che si possono definire “democratici” e di come nella percezione pubblica, anche italiana, si faccia sempre più spazio la legittimità di «sperimentare forme di governo nazionale tendenzialmente autoritarie».

Il primo relatore, Andrea Bonini, ha innanzitutto illustrato l’Associazione “Comunità di Connessioni”, rete a livello nazionale nata grazie a parte dell’associazionismo laicale cattolico per unire tra loro esperienze territoriali simili ma slegate. Associazione che opera prevalentemente attraverso «la formazione e l’autoformazione» e anche nelle istituzioni, ma «in seconda linea». Venendo al tema dell’incontro, Bonini ha riflettuto su come la fraternità sia «un termine lasciato fuori dalla politica», schiacciato tra il dominio del concetto di libertà (dal liberalismo-capitalismo-liberismo) e quello di uguaglianza (social-comunismo).«Per definirsi “fratelli”, innanzitutto – ha detto -, bisogna riconoscere un padre/Padre comune, e questo è molto difficile». La fraternità, però, tra i due termini sopracitati «ristabilisce una verità e un equilibrio, ridando anche forza ai corpi intermedi (partiti e sindacati, in primis)», per tornare a un’idea di pluralismo «che crea ponti e non lacci». Ma i corpi intermedi, per Bonini, «vanno ripensati», tornando ad esempio al «finanziamento pubblico diretto ai partiti e aumentando la loro democraticità interna». Questi, insieme alla «concezione personalista», possono oggi ridare valore alla fraternità attraverso «la riscoperta del concetto di “limite” che la possibilità tecnica – e l’individualismo – stanno distruggendo».

Per Bonini occorre, inoltre, «superare la divisione dei cattolici in politica fra destra e sinistra, frutto di un bipolarismo della seconda Repubblica», conseguente alla fine della DC. I cattolici in politica possono portare ancora «pragmatismo e verità, non per rinnegare i conflitti esistenti ma per ricomporli, come ad esempio sul complesso tema dell’immigrazione e dell’inclusione».

Nei suoi interventi, Italo Sandrini ha invece posto l’accento sul «problema generazionale», a partire dal fatto che molti giovani danno per scontato il poter vivere in un Paese democratico. In generale, è fondamentale in politica «la concretezza», cioè il «sporcarsi le mani». Altro problema sollevato da Sandrini sul tema “democrazia” è l’esistenza a livello elettorale dei listini bloccati.

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 4 aprile 2025

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Aborto, «una guerra dei potenti contro i deboli»

29 Mar

Trent’anni fa, il 25 marzo 1995, usciva l’Enciclica Evangelium Vitae: il magnifico inno alla vita di S. Giovanni Paolo II più che mai attuale

a cura di Andrea Musacci

«Il vangelo della vita sta al cuore del messaggio di Gesù»: così inizia Evangelium Vitae, Lettera Enciclica di san Giovanni Paolo II, che proprio in questi giorni festeggia i 30 anni dalla pubblicazione. Un testo fondamentale di esaltazione di alcuni fondamenti dell’antropologia cristiana e di denuncia di una mentalità e di una prassi nichilista allora sempre più in crescita e oggi tragicamente dominante. Abbiamo scelto in queste due pagine di dare spazio al tema dell’aborto, piaga che l’umanità si porta dietro da tempo immemorabile e che nella nostra società iperindividualista e tecnicista è presente sempre più come emblema di autodeterminazione delle donne. Un inganno che pervade, ormai, le coscienze di masse sterminate in tutto il mondo.

«Ogni uomo sinceramente aperto alla verità e al bene – ricordava Evangelium Vitae -, con la luce della ragione e non senza il segreto influsso della grazia, può arrivare a riconoscere nella legge naturale scritta nel cuore (Rm 2, 14-15) il valore sacro della vita umana dal primo inizio fino al suo termine, e ad affermare il diritto di ogni essere umano a vedere sommamente rispettato questo suo bene primario. Sul riconoscimento di tale diritto si fonda l’umana convivenza e la stessa comunità politica». «Scelte un tempo umanamente considerate come delittuose e rifiutate dal comune senso morale, diventano a poco a poco socialmente rispettabili», è scritto ancora nel testo. «La stessa medicina, che per sua vocazione è ordinata alla difesa e alla cura della vita umana, in alcuni suoi settori si presta sempre più largamente a realizzare questi atti contro la persona e in tal modo deforma il suo volto, contraddice sé stessa e avvilisce la dignità di quanti la esercitano».

Giovanni Paolo II parla poi di «attentati» alla vita nascente e terminale «che tendono a perdere, nella coscienza collettiva, il carattere di “delitto” e ad assumere paradossalmente quello del “diritto”». Si può, quindi, «parlare di una guerra dei potenti contro i deboli: la vita che richiederebbe più accoglienza, amore e cura è ritenuta inutile, o è considerata come un peso insopportabile e, quindi, è rifiutata in molte maniere». «Per facilitare la diffusione dell’aborto, si sono investite e si continuano ad investire somme ingenti destinate alla messa a punto di preparati farmaceutici, che rendono possibile l’uccisione del feto nel grembo materno, senza la necessità di ricorrere all’aiuto del medico». Un’analisi lucidissima nel suo essere profetica. «La stessa ricerca scientifica, su questo punto, sembra quasi esclusivamente preoccupata di ottenere prodotti sempre più semplici ed efficaci contro la vita e, nello stesso tempo, tali da sottrarre l’aborto ad ogni forma di controllo e responsabilità sociale».

Ma l’aborto procurato – le parole non possono essere più chiare – è «l’uccisione deliberata e diretta, comunque venga attuata, di un essere umano nella fase iniziale della sua esistenza, compresa tra il concepimento e la nascita (…). Chi viene soppresso è un essere umano che si affaccia alla vita, ossia quanto di più innocente in assoluto si possa immaginare: mai potrebbe essere considerato un aggressore, meno che mai un ingiusto aggressore! È debole, inerme…».

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SAV Ferrara, 236 famiglie aiutate e 5 nuclei stranieri accolti

Ormai da 37 anni nel Comune di Ferrara è attivo il SAV – Servizio di Accoglienza alla Vita, che nonostante i tempi non facili conta ancora 79 soci dei quali 42 operativi (perlopiù donne).

Assieme a Monica Negrini, dallo scorso novembre Presidente del SAV Ferrara, abbiamo fatto il punto del servizio che svolge l’Associazione: «attualmente – ci spiega – sono 236 le famiglie che aiutiamo, di cui 116  in maniera continuativa con fornitura di prodotti FEAD (Fondo di aiuti europei agli indigenti, ndr), prodotti per l’infanzia (latte e pannolini che compriamo noi) alimenti per l’infanzia e vestiti per i bambini».

Il SAV, inoltre, collabora col CSV-Centro Servizi per il Volontariato per accogliere ragazzi affinché nella sede di via Arginone, 179 (che è aperta dal lunedì al venerdì dalle 9 alle 12) svolgano stage formativi (alternanza scuola-lavoro) o trascorrano in modo altrettanto formativo il periodo di sospensione da scuola (Progetto di Accoglienza per Attività di VolontariatoSostitutiva della Sanzione dell’Allontanamento Scolastico).

Inoltre, prosegue Negrini, «attualmente accogliamo 5 nuclei familiari nelle nostre due strutture di Ferrara e Porotto. Si tratta di 4 mamme ognuna con un bimbo (1 albanese, 1 marocchina, 1 turca, 1 tunisina), e di due genitori nigeriani con altrettanti figli». In via Baluardi 39, sotto l’appartamento che accoglie alcune famiglie, vi è anche il “Laboratorio Mani d’oro” (aperto il lunedì e il giovedì, ore 9-12) che realizza e confeziona su misura tende, tovaglie e lenzuola ricamate a mano più altri piccoli oggetti per la casa, borse, copricestini, fasciatoi, grembiuli per giardinaggio, bomboniere e molto altro.

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«So che là io ero esistente»

Pasolini, Berlinguer, Bobbio, Alberti, Muraro: quei non credenti che chiamano l’aborto col suo nome

«Io sono per gli otto referendum del partito radicale, e sarei disposto a una campagna anche immediata in loro favore. Condivido col partito radicale l’ansia della ratificazione, l’ansia cioè del dar corpo formale a realtà esistenti: che è il primo principio della democrazia.

Sono però contrario alla legalizzazione dell’aborto, perché la considero, come molti, una legalizzazione dell’omicidio. Nei sogni, e nel comportamento quotidiano – cosa comune a tutti gli uomini – io vivo la mia vita prenatale, la mia felice immersione nelle acque materne: so che là io ero esistente. Mi limito a dir questo, perché, a proposito dell’aborto, ho cose più urgenti da dire. Che la vita sia sacra è ovvio: è un principio più forte ancora che ogni principio della democrazia, ed è inutile ripeterlo».

(Pier Paolo Pasolini, “Sono contro l’aborto”, Corriere della sera, 19 gennaio 1975)

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«Deve essere chiaro a noi stessi e agli altri che noi, in quanto fautori della legge 194 e anche in quanto comunisti, non difendiamo l’aborto, non lottiamo per la libertà di abortire, non riteniamo l’aborto una conquista civile, né tantomeno un fatto positivo … [dobbiamo cercare] con opportuni strumenti legislativi di contenerne i guasti, e di avviare mutamenti culturali e mutamenti sociali che tendano gradualmente a farlo scomparire come atteggiamento culturale e come fatto sociale. Noi non siamo dunque abortisti, l’aborto resta per noi una male… Lavoriamo perché nel futuro dei giovani non ci sia più l’aborto».

(Enrico Berlinguer, 26 aprile 1981, comizio pubblico a Firenze per la legge 194)

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«Vorrei chiedere quale sorpresa ci può essere nel fatto che un laico consideri come valido in senso assoluto, come un imperativo categorico, il “non uccidere”. E mi stupisco a mia volta che i laici lascino ai credenti il privilegio e l’onore di affermare che non si deve uccidere».

(Norberto Bobbio, intervista a Giulio Nascimbeni, Corriere della sera, 8 maggio 1981)

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«Gli antiabortisti dicono che l’aborto è un assassinio. Hanno ragione. Noi donne lo sappiamo bene.  Ed e il più paradossale dei suicidi, la madre uccide sé. Sopprime il feto che è in lei, il germoglio, parte del suo corpo, non ancora bambino e già figlio. Essere tomba invece che culla. Non si guarisce dall’aborto. Se ne esce vive a meta. Portare un lutto segreto per sempre. Questo noi lo sappiamo. Nel millenario massacro dei nostri corpi, nel rimpianto che non dimentica. Solo le donne lo sanno».

(Barbara Alberti, “Solo le donne sanno che cos’è l’aborto”, L’Espresso, 20 novembre 2022)

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«Noi partivamo dal principio fondamentale di libertà femminile: una donna non può essere obbligata a diventare madre, la maternità inizia con un sì. Ma tendevamo a sottolineare che l’aborto non è un diritto. Un diritto ha sempre un contenuto positivo. L’aborto è un rifiuto, un ripiego, una necessità. La donna che non vuole diventare madre subisce un intervento violento sul suo corpo per estirpare questo inizio di vita. Pensavamo, e pensiamo tuttora, che se si fa dell’aborto un diritto, si autorizza l’irresponsabilità degli uomini».

(“Luisa Muraro: l’aborto non è un diritto”, di Antonella Mariani, Avvenire, 10 maggio 2018)

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Uno di noi da difendere: il nuovo libro di Marina Casini e Chiara Mantovani


“Diritto di nascere. La legge 194: storia e prospettive” è il volume dove si ripercorre la storia della normativa italiana sull’aborto e si riflette sui motivi profondi della difesa della vita nascente

di Andrea Musacci

Un testo scomodo nel suo dire la verità senza mai dimenticare la misericordia. Anzi, proprio perché nell’ottica della Carità, ancor più duro e scandaloso in una società ormai insensibile a certe parole. È il libro, da poco uscito, “Diritto di nascere. La legge 194: storia e prospettive”, di Marina Casini e Chiara Mantovani (Ed. Ares, 2025, con Prefazione di Marco Invernizzi): la prima, giurista, docente di Bioetica alla Cattolica e presidente del Movimento per la Vita italiano; la seconda, medico ferrarese, esperta di bioetica, da tempo impegnata con l’AMCI e il SAV di Ferrara.

Un libro sull’aborto, il loro, senza scorciatoie, pavidi tentativi di conciliazione. Se da cristiani denunciamo ogni attacco alla sacralità e alla dignità della persona – sembrano dirci -, non possiamo non farlo anche in riferimento all’essere umano nelle sue primissime fasi di vita, quando ha già una propria specifica identità che lo definisce come irripetibile.

Il volume non a caso esce in concomitanza di anniversari significativi: 50 anni fa, il 22 maggio 1975 a Firenze (nella sala del Monastero di clausura delle suore Benedettine in viaSanta Marta) nasceva il primo Centro di Aiuto alla Vita (CAV); 30 anni fa, il 25 marzo 1995, usciva la Lettera Enciclica Evangelium Vitae di San Giovanni Paolo II; 25 anni fa, il 25 gennaio 1980, nasceva il Movimento per la Vita (MpV); e 5 anni fa, il 23 marzo 2020, tornava al Padre Carlo Casini, fondatore dello stesso Movimento per la Vita nazionale.

IL PROTAGONISTA IGNORATO

«Un tempo ci si nascondeva perché non si poteva fare (ed erano i cosiddetti aborti “clandestini”), oggi ci si rifugia nel privato della propria casa (aborti chimici a domicilio, alias pillole dei vari giorni dopo) perché si vuole derubricarla a questione esclusivamente soggettiva e banale, come bere un bicchiere d’acqua». Con questo interessante parallelismo, Chiara Mantovani nel libro spiega la cattiva coscienza che da sempre attanaglia chi decide di compiere questo tipo di «assassinio», come ha ribadito Papa Francesco lo scorso settembre.

Ma è con la realtà che bisogna prima di tutto confrontarsi. Ed è quindi importante – ancora, sempre di più – «sottolineare il dato che volutamente è tacitato e, se emerge, è talvolta scandalosamente bollato di violenza: il primo e decisivo soggetto protagonista – che non fa, ma che è; non attore, bensì destinatario; non parlante, eppure esistente – è il concepito», scrive Mantovani. Il conoscere – scientificamente – non è necessario a cambiare la nostra interpretazione della realtà: il tema dell’aborto sta lì tragicamente a dimostrarlo. Come spiega ancora Mantovani nel libro, «il timore del giudizio morale ha impedito agli argomenti razionali di occupare il primo posto nelle disamine e nelle discussioni sul tema».

Ma «non si può negare la natura umana del concepito. Non la si può negare biologicamente: il suo dna è sufficiente a classificarlo senza tentennamenti (…). Non la si può negare nella stessa considerazione di chi se lo ritrova – atteso o inaspettato – nella sua vita: nessun dubbio che stia per nascere un umano. A quale scopo, altrimenti, abortirlo?». “Aspetta un bambino”, “Avrà un bambino”, non a caso, chiunque dice per riferire di una donna incinta. Ciò non toglie che sia «inadatta, a dire il meno – scrive giustamente Mantovani – qualsivoglia obbligatorietà per il personale medico di effettuare – e per la donna di subire – un atto medico quale l’esame ecografico». È invece «percorribile solo la via della partecipazione al dramma, la vicinanza umana e solidale di chi intende compiere il supremo atto fraterno dello svelamento del vero: “se vuoi, ti faccio vedere chi è colui che non vorresti”». Il riferimento è alla proposta di legge di iniziativa popolare (depositata in Cassazione) per emendare la legge 194, introducendo l’obbligo del medico di far vedere il nascituro e far sentire il battito alla donna intenzionata ad abortire. Legge firmata da diverse associazioni pro-life ma non dal Movimento per la Vita e dall’Associazione Family Day – Difendiamo i nostri figli.

In ogni caso, sembra sempre più forte la visione nichilista pro-abortista che a livello comunicativo distoglie «l’attenzione dal concepito, che è quello di pensarlo non pienamente umano, anzi, proprio un niente. Un grumo di cellule. Un’appendice carnosa della madre, addirittura un nemico da cui difendersi, un invasore alieno non voluto (…)». Per Mantovani, in questa visione, «l’unica cosa che importa, è un possesso intangibile, qualcosa che ha a che fare con l’idea di individuo assoluto». Ma la liberazione della donna, la sua emancipazione è proprio il contrario di ciò: è alternativa al potere, al dominio sulla nuda vita, su ciò che è fragile; è invece cura, accoglienza, prima e più importante “ecologia”1.

194, MOLTE OMBRE

Sulla legge 194/1978 che in Italia legalizza l’aborto, scrive Mantovani: «È ormai evidente che ogni legge che regolamenti un comportamento lo rende “buono” se rispettoso delle regole che lo delimitano». In Italia prima della legge 194 del 1978, l’aborto era sanzionato dalle norme del Codice penale (titolo X, libro II “Delitti contro l’integrità e la sanità della stirpe”). E forse in pochi sanno che «prima della legge 194, se una gravidanza presentava per la mamma il pericolo incombente per la sua vita, senza che il pericolo fosse stato volontariamente causato, purché fosse inevitabile e non vi fossero alternative, l’aborto era sottratto alla sanzione penale. La logica è quella per cui lo Stato non può chiedere ai cittadini il sacrificio della vita. L’offerta della propria vita per la salvezza di un altro è un dono libero».

Lo spiega bene Marina Casini, che nella seconda parte del libro dialoga con Chiara Mantovani. Le due, confrontandosi, ripercorrono fatti e discussioni che hanno portato alla 194, partendo dalla scoperta nel gennaio ’75 a Firenze della clinica degli aborti clandestini organizzata dal Partito Radicale (40-50 al giorno di media erano quelli eseguiti con il metodo Karmann, per aspirazione): in quella vicenda giudiziaria fu impegnato in prima linea come pm proprio Carlo Casini, padre di Marina. 

«Attraverso la “depenalizzazione” dell’aborto – spiega Marina Casini – si voleva arrivare alla “decolpevolizzazione”, cioè alla normalizzazione dell’aborto cancellando le remore e mettendo a tacere ogni resistenza morale». Fino ad arrivare oggi allo sdoganamento delle nuove forme farmacologiche e chimiche. Ad esempio, dal 1° gennaio 2025 è possibile, per le donne dell’Emilia-Romagna, abortire a domicilio assumendo prima la pillola RU496 in un presidio sanitario pubblico e poi la Prostaglandina a casa propria. Ma «l’aborto non è soltanto un peccato o una questione privata per cui ognuno può agire come vuole. È anche una grave lesione nei confronti della società come tale, nella quale il precetto del “non uccidere” e il riconoscimento dell’eguaglianza di tutti gli esseri umani dovrebbero essere la base del bene comune».

Da questi principi “non negoziabili” nasce in quegli anni il Popolo della Vita, con il MpV e i CAV (o, come nella nostra Diocesi, il SAV). Insomma, si capì che – spiega Marina Casini – «il vero modo per aiutare le donne era essere solidali con i loro figli». Il MpV si fondava su questi assunti: «Non la sbrigativa scorciatoia della morte, ma il cammino della solidarietà; non la metodologia del giudizio e della condanna, ma quella della condivisione; non contro la madre, ma insieme alla madre». Sono oltre 280mila i figli nati grazie ai CAV e ai SAV in tutta Italia in questi 50 anni. Ma sono oltre 6milioni e 300mila gli aborti legali registrati dal 1978 al 2022 (ultimi dati disponibili) grazie alla 194. «Non è infrequente sentire – scrive ancora Marina Casini – che la legge 194 non si può toccare perché è “legge dello Stato che ha trovato conferma nel referendum del 1981”. È paradossale ritenere una legge intoccabile, poiché tutte le leggi sono per loro natura riformabili o abrogabili».

BAGNO DI REALTÀ

La realtà ha – in un certo grado – una sua “indipendenza” da ogni opinione: solo partendo da questo fatto, ognuno di noi può decidere se accoglierla così com’è oppure no. Ma riconoscerla nella sua essenza significa riconoscerla nella sua origine, quindi nel suo senso più profondo. Solo nell’abisso «più fondo del fondo» del mio essere, ritrovo l’Essere che infinitamente mi supera, Colui che ha creato me e ogni cosa o vita che esiste. Cercare di scimmiottare Dio decidendo della vita o della morte di una creatura al suo stato embrionale, è portare l’inferno qui sulla terra, cioè vivere e agire come se Dio non esistesse, come se nulla fosse sacro, non a disposizione del mio arbitrio. Questo bisognerebbe ricordare quando si discute e si decide di aborto. Compiendo un vero e proprio bagno di realtà.

NOTA

1 «Oltre all’irrazionale distruzione dell’ambiente naturale è qui da ricordare quella, ancor più grave, dell’ambiente umano, a cui peraltro si è lontani dal prestare la necessaria attenzione. (…) ci si impegna troppo poco per salvaguardare le condizioni morali di un’autentica “ecologia umana”» 

(San Giovanni Paolo II, Centesimus Annus, 38).

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 28 marzo 2025

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(Foto Matilde Ferreira – Pexels)

Lavoro come identità e bene comune o come ricerca del successo personale?

27 Mar


C’è un falso mito che ancora domina le coscienze di molti: quello del lavoro come “liberazione” dagli altri, non con gli altri: il primo dei tre incontri del ciclo ideato da CGIL e Istituto Gramsci

Il lavoro contemporaneo e le sue contraddizioni, crisi e problematiche. Su questo tema prosegue la collaborazione tra Istituto Gramsci, CGIL di Ferrara, SPI CGIL Ferrara, con un nuovo ciclo di tre incontri partito lo scorso 21 marzo  nella Camera del Lavoro di piazza Verdi a Ferrara. Un’occasione per riflettere con un approccio interdisciplinare sulle criticità del mondo del lavoro contemporaneo.

Il primo appuntamento, dal titolo “Lavoro dunque (non) sono. Come abbiamo smesso di riconoscerci nel lavoro” – come detto, svoltosi il 21 marzo – ha affrontato, a partire dall’analisi del fenomeno delle grandi dimissioni e delle “nuove alienazioni”, la crisi del lavoro come fattore identitario, interrogandosi sulle ripercussioni sociali e politiche di questa crisi di riconoscimento nel contesto del capitalismo del XXI secolo. Relatrice è stata Cinzia Romagnoli dell’Istituto Gramsci di Ferrara, introdotta da Marco Blanzieri della Segreteria Confederale CGIL di Ferrara.

«Il lavoro – ha riflettuto Romagnoli – oggi porta spesso solitudine e perdita o mancanza di identità». Nella nostra contemporaneità, quindi, il lavoro «non è quasi mai un “luogo” identitario. Noi, però, in Italia siamo figli di una tradizione che, invece, fa del lavoro un aspetto fondamentale per la costruzione della propria identità.Basti pensare al primo articolo della Costituzione».

Attingendo anche dal saggio “Le grandi dimissioni” di Francesca Coin (Einaudi, 2023), Romagnoli ha inteso dimostrare – dati alla mano – come non solo negli USA – dove il fenomeno è diffusissimo – ma anche nel nostro Paese sempre più persone abbandonino volontariamente il proprio impiego.E un altro aspetto interessante è che «la maggior parte di queste persone compie un salto nel vuoto, non avendo un piano B». Secondo il recente Rapporto Censis, le cause di ciò vanno rintracciate nel fatto che le persone innanzitutto nel lavoro cercano qualcosa «che tuteli la propria salute» (soprattutto psichica), «tranquillità, equilibrio, tempo per sé»; l’aspetto economico è fra gli ultimi indicati.

Insomma, è venuto e viene sempre meno quell’ideale secondo cui «il lavoro è costruzione di identità e promessa di emancipazione».E al tempo stesso è crollato quel falso mito secondo cui «il lavoro informatico/digitale ci avrebbe resi tutti liberi», imprenditori di noi stessi. Nel neoliberismo, infatti, da una parte «la soggettivizzazione del lavoro» si è dimostrata solamente un inganno retorico che tenta di colpire dal lato emotivo, e dal lato è ancora presente, e non poco, «uno sfruttamento di tipo ottocentesco», seppur in forme diverse.

Dagli anni ’80 del secolo scorso ha dunque vinto nell’immaginario di molti l’idea di lavoro come «ricerca del proprio successo personale», a scapito dell’idea di lavoro come «contributo alla costruzione del bene comune e strumento per accedere ai propri diritti, individuali e soprattutto collettivi». La sfida è enorme: si tratta di tentare di ribaltare un’ideologia ormai dominante ma che sempre più mostra la propria intrinseca ipocrisia e tossicità.

I prossimi due incontri saranno in programma venerdì 28 marzo alle ore 17 con relatore Alessandro Somma, nell’incontro “Lavoro è cittadinanza. Conversazione su lavoro giusto e diritti costituzionali”. Già ricercatore dell’Istituto Max Planck per la storia del diritto europeo (Francoforte sul Meno), ha insegnato nelle Università di Genova e di Ferrara. Attualmente è professore ordinario di Diritto comparato nella Sapienza Università di Roma. Introduce l’incontro Veronica Tagliati, Segretaria Generale CGIL Ferrara.

Si concluderà martedì 8 aprile alle ore 17 con un tema di sempre, purtroppo triste attualità, la sicurezza sul lavoro, con una tavola rotonda dal titolo “Di lavoro si vive di lavoro si muore. Conversazione su lavoro e sicurezza” alla quale interverranno Rita Bertoncini, regista e formatrice, Fabrizio Tassinati, Segretario confederale CGIL Ferrara,  Fausto Chiarioni, Segretario generale Fillea CGIL Ferrara.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 28 marzo 2025

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(Foto Yury Kim)