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Casa, mobilità, energia: una città davvero di tutti (e non privatizzata)

8 Mag


Romeo Farinella (urbanista di UniFe) è intervenuto a Casa Cini per il primo incontro della Scuola diocesana di formazione politica: «spesso la “rigenerazione green” è mera retorica classista»

di Andrea Musacci

«I problemi dell’organizzazione e della gestione degli spazi urbani non possono essere affidati ai “tecnicismi”. L’urbanistica è politica, ma c’è bisogno, sia a livello locale che globale, della capacità del governo pubblico di affrontare e assumere la complessità dei problemi, superando approcci settoriali per poi pensare a strategie serie». La Scuola diocesana di formazione politica, partita la sera del 30 aprile scorso a Casa Cini, Ferrara, intende affrontare temi riguardanti il nostro territorio nell’ottica della concretezza, del confronto e della partecipazione, per poter quindi immaginare stili e modi di vivere differenti. Un obiettivo ben sintetizzato dalle parole che abbiamo usato per iniziare questo articolo, pronunciate la sera del 30 dall’urbanista di UniFe Romeo Farinella, intervenuto insieme a Chiara Sapigni (Ufficio Statistica della Provincia) sul tema “Strategie per il futuro della città. Riflessioni su Ferrara”. Il secondo incontro è in programma il 7 maggio alle 20.30 a Casa Cini: un gruppo di giovani del Liceo Ariosto di Ferrara incontra Isabella Masina, vicesindaca Comune di Voghiera ed Elia Cusinato, Consigliere Comune di Ferrara.

CONTRO LE CITTÀ SELETTIVE

Per Farinella, ciò che serve a Ferrara e non solo è «una politica di solidarietà, non di competitività tra città» (e cittadini) che in particolare affronti i temi della mobilità pubblica e della casa – «che è un’emergenza nazionale». Occorre, però, innanzitutto abbandonare la «retorica della sostenibilità», termine ormai abusato e travisato, «categoria che il capitalismo sta usando per giustificare le sue logiche estrattivistiche». Occorre – per Farinella – recuperare «un’autorevolezza della politica, del ruolo pubblico nei processi di governo», oggi in crisi, una «crisi di classe dirigente, non di potere»: emerge, infatti, sempre più una classe dominante («che vuol dominare, non governare») «orientata al rafforzamento delle disuguaglianze» e con «forme subdole di autoritarismo e autoreferenzialità». Basta vedere «le politiche di rigenerazione urbana – fondate sull’ideologia neoliberista -, sempre più all’insegna della selettività», ha proseguito.Ad esempio, a Milano le politiche di “rigenerazione green” sono selettive nel senso che «riguardano solo determinati quartieri, a livello immobiliare accessibili solo a fasce di reddito medio-alto»; e queste “green”, inoltre, sono azioni che a loro volta determinano «un innalzamento del valore immobiliare». Un esempio opposto è Vienna (dove è appena stato riconfermato il sindaco socialista Michael Ludwig), nella quale «da decenni è forte l’investimento pubblico nell’edilizia popolare». È proprio questo il ruolo che il pubblico deve avere: «gestire i conflitti» (e il mercato), non far finta che non ci siano.«Basti pensare agli studentati in Italia, ormai quasi interamente affidati ai privati per la progettazione, realizzazione e gestione», esempio di come oggi vi sia «un’egemonia delle rendite immobiliari», una sempre più marcata gentrificazione, una «privatizzazione dello spazio pubblico», con conseguente controllo di determinati quartieri urbani, a livello di sicurezza, anche da parte di soggetti privati, oltre che di una sempre più diffusa «militarizzazione dello spazio pubblico». Per non parlare della «privatizzazione di aree pubbliche attraverso eventi» ludico-artistici che – come nel caso di Ferrara – occupano piazze e vie pubbliche per intere settimane, o l’idea della “città 15 minuti” che però viene applicata – in alcune metropoli – solo ai quartieri “benestanti” e non a quelli popolari. Conseguenza di tutto ciò è la sempre maggiore «marginalizzazione dei più poveri», che nell’ottica neoliberista-securitaria «non devono interferire con queste dinamiche ultraselettive, privatistiche» e classiste.

Tanto a livello globale quanto a livelo locale, quindi, per Farinella, la questione ecologica e della sostenibilità «non può essere affrontata senza prima affrontare le sempre più enormi disuguaglianze a livello economico»: ci vogliono, quindi, «forti politiche di redistribuzione delle ricchezze». Elaborare, quindi, «una seria strategia per Ferrara non significa solo piantare più alberi ma affrontare i problemi strutturali, e farlo coinvolgendo direttamente la cittadinanza: casa, mobilità pubblica, energia («le Comunità energetiche possono essere una risposta importante», ha aggiunto il relatore). 

Non di meri «ritocchi “estetici”», dunque, ma di «grandi cambiamenti» ha bisogno la nostra città.


IL LIBRO. Ne “Le fragole di Londra” la denuncia delle nuove city solo per le élites

È sempre più necessario «prendere posizione nei confronti del neoliberismo come modello di sviluppo che condiziona le politiche urbane da oltre quarant’anni».Così Romeo Farinella nel suo ultimo libro, “Le fragole di Londra. Attraverso le città disuguali” (Mimesis ed., 2024), nel quale approfondisce i temi affrontati a Casa Cini. 

«Il mercato della casa – scrive ancora – è mercificato e i processi riguardanti la gentrificazione, la turisticizzazione, la prevalenza dell’affitto short time su quello a lungo termine, contribuiscono spesso alla frammentazione del corpo sociale urbano».Fenomeni tipici delle metropoli (da quelle occidentali a quelle come IlCairo o Dubai, con nuovi insediamenti urbani costruiti ad hoc e ultra-classisti) ma sempre più presenti anche in città di piccole-medie dimensioni come Ferrara. Sempre nel volume spiega come «una grande parte dei progetti» urbanistici «presentati da gruppi finanziari, fondazioni filantropiche, amministrazioni competitive, stati autocratici, o archistar si configurano come progetti di “classe” o di “censo”, mentre le operazioni sottese di rigenerazione urbana “ecologica” sono sovente orientate ad una gentrificazione che, senza dichiararlo, rafforza la “polarizzazione” sociale a scapito dei più poveri». 

Così, si dà vita a «isole di ordine e bolle ecologiche rese possibili dallo sviluppo della tecnologia, che però a ben vedere appaiono altamente selettive, fisicamente delimitate e controllate da apparati di sicurezza. La “città ecologia neoliberista” è indifferente ai contesti politici; che siano democratici o autoritari, non interessa agli investitori». Meglio, comunque, se autoritari: in quest’ultimi, infatti, «la volontà di modificare una città o di costruirne una nuova è una decisione non negoziabile: è sufficiente un accordo tra investitore e potere. Nelle democrazie, al contrario, i livelli di interazione istituzionale e di garanzia dei diritti dovrebbero garantire il bene comune; quindi, la strategia degli investitori diventa più subdola» e l’idea “green” «diventa selettiva perché non prende in conto, ad esempio, le politiche pubbliche dell’abitare o il tema del diritto alla città per tutti».

Come sta il Ferrarese? Molti anziani e poco lavoro per i giovani.

«Serve un’alleanza intergenerazionale»

Un quadro dello stato di salute socioeconomico la sera del 30 l’ha fornito Chiara Sapigni

«Oltre al PIL – ha spiegato -, dal 2013 l’Istat elabora anche ilBES (Benessere Equo e Sostenibile), indicatore che tiene conto dei livelli di qualità a livello sociale e relazionale». E dal 2015 gli Uffici statistici delle Province han deciso di dettagliare questi dati specificatamente ai territori di riferimento.Nella nostra Provincia finora sono stati realizzati cinque RapportiBES. Oltre a ciò, esistono le “Mappe di fragilità” elaborate dalla nostra Regione.

Partendo quindi dai dati BES riferiti alFerrarese, gli indicatori positivi riguardano il buon livello di occupazione; la non alta divergenza tra uomini e donne per quanto riguarda le retribuzioni e il numero di giornate retribuite; la bassa percentuale di pensioni minime; l’uso dei Servizi per l’infanzia nella fascia 0-2 anni; l’uso delle biblioteche pubbliche e la raccolta differenziata.

Tra gli indicatori negativi, invece, il valore aggiunto pro capite, la dispersione scolastica (doppia rispetto alla media regionale e nazionale), la bassa occupazione giovanile, i residenti over 65 (pari al 29%), le truffe e le frodi informatiche.

Sapigni si è poi concentrata sul tema della casa, accennando ad alcune azioni dirette della Regione Emilia-Romagna come il Fondo Affitto, la semplificazione del Patto per la casa, la legge sugli affitti turistici brevi, la richiesta di un prestito alla Banca europea degli investimenti per la manutenzione dell’edilizia pubblica, soprattutto a livello energetico. Infine, i contributi a fondo perduto per l’acquisto di alloggi e la definizione dei criteri di accesso all’ERP (Edilizia Residenziale Pubblica).

Il tema casa richiama inevitabilmente il tema famiglia: a Ferrara e provincia la dimensione media familiare è di 2.08 componenti per nucleo, il 39% delle “famiglie” è composta da 1 sola persona, e appena il 3,3% è formata da 5 o più componenti. Ancora: il 43% ha al proprio interno almeno 1 persona over 65 e il 24,9% una over 75. Abbastanza nette, nello specifico, le differenze dei nuclei familiari tra i quattro distretti socio-sanitari. Sulle “famiglie” “monocomposte” (con 1 sola persona), il 45% è over 65 e il 28% over 75 (quest’ultimo, numericamente, significa che ben 18mila persone over 75 vivono da sole). Riva del Po, Mesola e Tresignana sono i Comuni del Ferrarese con il numero maggiore di over  75. La nostra è dunque una provincia sempre più anziana. E il Comune meno giovane è quello di Riva del Po, quello più giovane,Cento.

Il “cosa fare” avrebbe bisogno  di molto più tempo e spazio. In ogni caso, Sapigni ha posto l’accento sull’importanza di «un’alleanza fra le generazioni, creando luoghi appositi dove poter discutere di questi temi e condividere idee ed esperienze». Inoltre, è sempre più fondamentale una «collaborazione tra istituzioni, cittadini, aziende e terzo settore per interventi e sostegni adeguati». Sapigni in particolare ha sottolineato l’apporto fondamentale del terzo settore (è Vice presidente del CSV Terre Estensi – Ferrara-Modena), ancora purtroppo da molti sottovalutato.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 9 maggio 2025

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(Foto di Markus Winkler da Pixabay)

«Donne di speranza: guardiamo coi loro occhi»

14 Feb


Il libro “Senza paura” di Dalia Bighinati: a Casa Cini l’incontro col Vescovo su dono e libertà

Storie di donne «controcorrente» che sanno che la vera libertà sta nella relazione e nel dono, non nell’apparire fine a sé stesso. È questo uno dei grandi insegnamenti che ci ha regalato la giornalista Dalia Bighinati col suo libro “Senza paura. Geniali, libere, coraggiose: Ventisei ritratti di donne che non si sono arrese” (Book ed., 2024), presentato nel pomeriggio dello scorso 8 febbraio a Casa Cini, Ferrara. Per l’occasione, Bighinati ha dialogato col nostro Arcivescovo mons. Gian Carlo Perego in un incontro introdotto da mons. Massimo Manservigi, Direttore de “La Voce” e dell’Ufficio diocesano Comunicazioni Sociali.

L’incontro è stato introdotto da Massimo Scrignoli della Book editore che ha pubblicato il volume: «come tutti i veri libri – ha detto -, anche questo di Dalia è capace di insegnare e dialogare col lettore, accompagnandolo nelle sue storie. È qualcosa destinato a durare nel tempo».

LINA E LE ALTRE, LIBERE E LIBERANTI

Suor Eugenia Bonetti e Suor Rita Giaretta sono fra le protagoniste del volume di Bighinati, religiose da molti anni impegnate nell’aiuto a donne vittime di tratta, salvate dall’inferno della prostituzione. «Nel mondo sono 60 milioni le persone vittime di tratta, di cui la metà minorenni», ha esordito mons. GianCarlo Perego nel suo intervento. Tratta finalizzata – appunto – in particolar modo alla prostituzione, al commercio di organi e allo sfruttamento lavorativo. Non a caso, l’8 febbraio ricorreva la Giornata mondiale di preghiera e riflessione contro la tratta, voluta nel 2015 da papa Francesco, nel giorno del ritorno al Padre, avvEnuto nel 1947, di Giuseppina Bakhita, proclamata santa il 1º ottobre 2000 da papa Giovanni Paolo II.

IlVescovo ha poi parlato della figura della sen. Lina Merlin, socialista cattolica, prima donna a essere eletta in Senato, il cui nome è legato alla legge 75/1958 (nota come Legge Merlin), con cui venne abolita la regolamentazione della prostituzione in Italia: «una donna libera – ha detto il Vescovo – che ha lavorato e lottato per la libertà. Come libere e geniali furono anche le altre donne dell’Assemblea Costituente». Molte delle donne liberate dalla prostituzione grazie alla Legge Merlin, «divennero madri, lavoratrici, e una parte religiose, anche di clausura». E così oggi molte migranti «sono divenute madri, lavoratrici, imprenditrici». Nel nostro tempo, però, «lo sfruttamento della prostituzione non è scomparso, ma solo più nascosto, svolgendosi molto di più rispetto al passato al chiuso di appartamenti e alberghetti».

Le donne presenti nel libro di Bighinati sono «donne di speranza, che ci aiutano a non dimenticare, a fare memoria», ha proseguito il Vescovo.«E la speranza – ha aggiunto – è anche una caratteristica che deve avere ogni giornalista, per mostrare il futuro, pur in una cronaca quotidiana spesso contraddistinta da violenza e sofferenza».

STORIE DI VITA POSITIVE

Bighinati, dopo aver ricordato la figura di santa Giuseppina Bakhita, ha spiegato: «posso definire questo mio libro controcorrente, perché oggi di donne si parla molto, e a volte di loro come vittime, ma poco si parla della loro forza. Ho voluto, quindi, aprire finestre su donne del nostro tempo», donne «forti, coraggiose, libere». Donne che «cercano costantemente di capire la propria vocazione, il loro posto nel mondo», donne che a un certo punto della loro vita «hanno scelto di aiutare altre donne che ancora non riuscivano ad avere la loro stessa determinazione».Sono quindi storie «senza intenti né pedagogici né moralistici ma storie di vita,» anche quotidiana, per invitare chi le legge «all’immedesimazione, a guardare il mondo coi loro occhi».

Sono dunque «storie positive, per non lasciarsi sopraffare dal pessimismo». 

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 14 febbraio 2025

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«Senza solidarietà e comunione la vita della Chiesa viene meno»

11 Feb

L’intervento di Annalisa Guida a Casa Cini per “Sovvenire”: «come cristiani siamo credibili?»

Essere cristiani significa essere «credibili». Ed essere cristiani non si può slegare dall’essere Chiesa, quindi dal fondarsi – nella fede in GesùCristo Nostro Signore – sulla «solidarietà» e sulla «comunione».

Un messaggio, questo, semplice ma che spesso diamo per scontato. Un aiuto a ricordarcelo ce lo ha fornito Annalisa Guida (Docente incaricata di Esegesi del Nuovo Testamento alla Pontificia Facoltà teologica dell’Italia Meridionale e direttrice dell’Associazione Biblica Italiana “Parole di vita”). Guida è intervenuta la sera dello scorso 7 febbraio a Casa Cini, Ferrara, per l’incontro dal titolo “Costruttori di comunità e di comunione. Lo stile coraggioso delle prime comunità cristiane e una buona notizia per l’oggi (Atti 2-5)”.

Leggi l’intero articolo qui.

La speranza è qualcosa di concreto: la Giornata per la Vita

7 Feb

Tante le testimonianze nel Convegno a Casa Cini: la fragilità al centro

La fragilità non solo come occasione di cura ma anche opportunità per nuove relazioni improntate alla speranza. È questa l’essenza della Giornata per la Vita svoltasi lo scorso 2 febbraio in Diocesi, con Convegno e Messa pomeridiane.Il primo, tenutosi a Casa Cini, ha visto la presenza di una 70ina di persone e vari interventi. Innanzitutto quello del nostro Arcivescovo (che poi ha presieduto la Messa in Duomo). La comunità cristiana – ha detto – «non può essere seconda a nessuno nel sostenere la necessità di un’alleanza sociale per la speranza, che sia inclusiva e non ideologica, e lavori per un avvenire segnato dal sorriso di tanti bambini e bambine che vengano a riempire le ormai troppe culle vuote in molte parti del mondo». Largo spazio ha poi dedicato al nostro territorio: «anche a Ferrara le nascite si diradano. Soprattutto l’Area interna del  Basso Ferrarese si caratterizza per un elevato livello di fragilità socio-demografica, a causa dello spopolamento e dell’invecchiamento della popolazione che rimane a risiedere. Dal 2014 al 2024 la popolazione della provincia di Ferrara ha continuato inesorabilmente a diminuire», «nonostante l’arrivo in provincia in quegli anni di oltre 12.000 immigrati, senza i quali il calo sarebbe stato di quasi 30.000 abitanti». «Come “rianimare la speranza”?», si è quindi chiesto. «Promuovendo la cultura della vita e la scelta della trasmissione della vita, cioè della maternità e paternità responsabile».

Dopo l’intervento iniziale di Chiara Mantovani del SAV – che ha anche presentato la nuova Presidente SAV Monica Negrini e moderato gli interventi -, ha preso la parola Irma Capolupo, medico neonatologo della Terapia Intensiva del “Bambin Gesù” di Roma: «curiamo vite che in altri posti non avrebbero speranza di vivere», ha detto spiegando il suo impegno a favore dei nati prematuri (25mila ogni anno solo in Italia), che hanno un rischio alto di soffrire, ad esempio, di problematiche respiratorie, infettive, gastrointestinali e di malformazioni genetiche. Insomma, essendo «bambini fragili», il ruolo del neonatologo è molto importante, «anche nel sostenere i genitori», in particolare di bambini con malformazioni genetiche.

Dalle difficoltà alla nascita alle difficoltà ad aprirsi alla vita nascente: di questo ha parlato don Augusto Chendi (Ufficio diocesano Pastorale Salute) commentando il Messaggio CEI per la Giornata. «La speranza come virtù oggi è molto meno considerata», ha detto. «Sempre più coppie decidono di non avere figli e scelgono surrogati affettivi». O, al contrario, ma altrettanto sbagliato, «rivendicano un presunto “diritto alla genitorialità a tutti i costi”, scegliendo quindi a tal fine anche pratiche aberranti». Di fronte a ciò, per don Chendi, «non servono battaglie ideologiche ma un rinnovato umanesimo di speranza».

Speranza che passa anche per l’ascolto e l’accompagnamento delle coppie, come ha spiegato  don Alessio Grossi, Direttore del Consultorio diocesano “InConTra”: «ci occupiamo – ha detto – di accompagnare coppie con problemi relazionali o di genitorialità». La fragilità – ha proseguito – è una dimensione costitutiva della persona perché ci ricorda che non bastiamo a noi stessi, che siamo fatti per la relazione e la cura». Don Grossi ha quindi concluso raccontando la storia di una donna, da lui stesso seguita, che, una volta diventata nonna, ha rivissuto lo shock di quando, adolescente, seppe dalla madre che aveva abortito il suo terzo fratellino.

Una toccante testimonianza, al contrario, di accoglienza della vita è stata quella dei coniugi Marina e Giancarlo, della loro Casa Famiglia della “Papa Giovanni XXIII” e di Mariangela, bimba nata senza i bulbi oculari (e che più volte i medici han tentato di non far nascere) da loro accolta dalla nascita fino alla morte all’età di 5 anni: «non vedeva – han detto – ma ha fatto vedere a noi la luce di Dio», grazie al suo sorriso e al suo amore per chi le stava intorno.

Dall’inizio della vita all’anzianità: suor Gabriella Bandini delle  Suore della Carità di Santa Giovanna Antida Thouret ha raccontato – in occasione della Giornata per la Vita consacrata – la comunità di consorelle anziane che da 6 anni guida a Ferrara: «ogni giorno in queste mie consorelle scopro un cuore colmo di amore che chiede sempre più di essere donato e accolto.Condivisione, gratuità e gratitudine sono tra noi sempre forti». Infine, Marcello Musacchi (Direttore Ufficio catechistico diocesano) ha spiegato l’iniziativa diocesana di preghiera per la vita.

Per concludere, accenniamo alla storia – consegnata dalla Caritas diocesana – di una donna di 33 anni della Costa d’Avorio, Therese (nome di fantasia), fuggita con la figlia di 2 anni per salvarla dalla mutilazione genitale. Fuga che diventa un inferno attraversando il deserto, facendo la schiava in Libia, subendo stupri e torture, vedendo i compagni di viaggio morire in mare. Ma, infine, l’arrivo a Ferrara e la speranza che lenta, inizia a rinascere.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 7 febbraio 2025

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Donna, speranza e coraggio: il libro di Dalia Bighinati

1 Feb


Si intitola “Senza paura” il volume della giornalista ferrarese: l’8 febbraio a Casa Cini la presentazione pubblica assieme al nostro Arcivescovo

di Andrea Musacci

«Quando ascolti, devi essere in grado di cogliere non solo i fatti, ma le singole personalità». Questa sorta di “promemoria” o di primo comandamento del giornalismo, Dalia Bighinati lo pone nell’introduzione del proprio libro “Senza paura. Geniali, libere, coraggiose: Ventisei ritratti di donne che non si sono arrese” (Book ed., 2024). Leggendo le pagine del volume, possiamo dire ancora una volta che l’autrice è stata in grado di incarnare questa “legge” che dovrebbe guidare non solo chi fa il nostro mestiere ma ogni relazione. Volto storico di Telestense, Bighinati presenterà “Senza paura” il prossimo 8 febbraio alle ore 16.30 a Casa Cini, Ferrara. Per l’occasione, dialogherà col nostro Arcivescovo mons. Gian Carlo Perego e l’incontro sarà moderato da mons. Massimo Manservigi, Direttore de “La Voce” e dell’Ufficio diocesano Comunicazioni Sociali.

“Donna, vita, libertà” è lo slogan divenuto famoso nel mondo soprattutto dall’autunno 2022, grazie alle manifestazioni e alla ribellione delle donne iraniane contro l’opprimente regime degli Ayatollah. E quelle tre parole sono quelle che risuonano anche in tutte le storie che Bighinati racconta, attraverso incontri, interviste e approfondimenti nel corso degli anni: troviamo ritratti di donne famose (Rita Levi Montalcini, Rigoberta Mentchu, Letizia Battaglia, Laura Boldrini, Elly Schlein), altre meno celebri, altre ancora legate alla nostra città (Simonetta Della Seta, Laura Ramaciotti, Monica Calamai, Mariella Ferri).

DONNE SALVATE DA ALTRE DONNE

Accenneremo qui solo ad alcune di loro, che in parte verranno raccontate durante l’incontro dell’8 febbraio. 

Sono due, nel libro di Bighinati, i profili di religiose, entrambe impegnate nell’ambito della lotta alla tratta delle donne. La prima è suor Eugenia Bonetti, Missionaria della Consolata classe ’39 di origini milanese, che nel ’91 obtorto collo accetta la volontà dei suoi Superiori e torna dalla missione in Kenya (dove si trovava dal ’67) per stare vicino ed aiutare le tante donne obbligate a prostituirsi lungo le strade di Torino. «Non è stato facile accettare – è scritto nel libro – di non tornare più nella mia amata Africa». “Help me, sister, help me”, l’ha implorata un giorno Maria, giovane obbligata a prostituirsi. «È stata lei – confessa – a farmi capire che la missione non è un fatto di geografia, ma è dove porti la luce di Dio». «Queste ragazze – dice suor Eugenia – sono merce in vendita per il racket dei trafficanti, il cui obiettivo è di sfruttarne i corpi fino allo sfinimento».

Suor Rita Giaretta, classe ’56, è invece un’Orsolina residente a Roma dove ha aperto Casa Magnificat che, assieme a Casa Rut a Caserta, accoglie donne salvate dallo sfruttamento e dalla prostituzione, dando loro la possibilità di rinascere a nuova vita. «Sulla strada – sono parole di suor Rita citate nel libro – non ci siamo mai sentite delle salvatrici, ma soltanto donne che incontravano altre donne. Per noi era importante posare su di loro uno sguardo di benevolenza, di amore e di rispetto che le facesse sentire di nuovo persone». Nel libro spazio anche per la storia della nigeriana Joy, 31 anni, salvata dalle strade di Castel Volturno dov’era obbligata a prostituirsi, accolta a Casa Rut per 8 anni. Lo scorso ottobre si è sposata, suor Rita l’ha accompagnata all’altare. La sua storia è raccontata anche nel libro “Io sono Joy” (Edizioni San Paolo), con prefazione di Papa Francesco.

Un’ulteriore e specifica denuncia di suor Rita trova spazio nelle pagine del volume di Bighinati: «La pandemia e il lockdown  – dice – hanno fatto diminuire la prostituzione lungo le strade di periferia, ma le ragazze non sono scomparse. Sono diventate soltanto meno visibili, costrette ad esercitare negli appartamenti e a prestarsi al sesso on line. Il fenomeno resiste, ma è più difficile da quantificare».

ARMENIA, HAITI, RWANDA: SPERANZE NELL’ORRORE

Il volume di Bighinati si apre col doloroso e coraggioso ritratto della scrittrice italiana di origini armene Antonia Arslan, dal 2021 cittadina onoraria di Ferrara e che lo scorso 16 gennaio nel Ridotto del Comunale della nostra città ha presentato la nuova edizione de “La masseria delle alloddole”. Nel libro di Bighinati, Arslan racconta la sua scelta di raccontare le vittime – soprattutto femminili – del genocidio armeno: «Non è stato facile prendere questa decisione, ma era importante farlo anche per onorare le donne armene. Il disegno che guidò il genocidio era di uccidere subito gli uomini e di deportare le donne nel deserto, avviarle ad una morte lenta e terribile, fra stenti, stupri, violenze di ogni genere».

Dall’Armenia a un Paese lontano, Haiti, ancora oggi depredato da USA e da alcuni Paesi europei delle proprie ricchezze e della propria bellezza. Nel libro ne parla la scrittrice Yanick Lahens. Inevitabile partire dal tremendo terremoto che ha colpito il suo Paese nel gennaio 2010, con 230mila morti e milioni di persone senza casa, cibo né acqua. 71 anni, Lahens dopo gli studi in Francia ha deciso – a differenza di molti altri – di tornare subito a vivere nel suo Paese, impegnandosi a livello statale anche in progetti formativi e culturali. Come scrive Bighinati, Lahens «denuncia con forza la vergogna della schiavitù ancora presente nell’isola e difficile da sradicare». Si pensi solo al fatto che a volte i bambini «sono ceduti dalle madri più povere a famiglie benestanti o semplicemente meno povere, in cambio della possibilità di sfamare il resto della famiglia. Sono bambini comprati per essere sfruttati nei lavori più umili». «Essere donna – dice Lahens – in molti posti del mondo è una sfida. Lo è anche ad Haiti».

Da Haiti ci spostiamo ancora in un’altra parte del globo per incontrare Honorine Mujyambere (foto), ingegnere rwandese 43enne che nel 2008 ha potuto conseguire un Master in Italia grazie al Soroptimist club di Ferrara e d’Italia. Master di Economia Applicata all’Urbanistica utile anche per progetti di sviluppo di diversi Paesi africani. Ma Mujyambere è anche tra le sopravvissute del genocidio del 1994 nel suo Paese, quando oltre 800mila Tutsi furono barbaramente uccisi dagli Hutu. In quello sterminio Mujyambere perse i genitori e un fratello. Ora è sposata, ha due figli e vive nell’hinterland milanese. Un segno forte di speranza.

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 31 gennaio 2025

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«Riscoprire il tempo di Dio, tempo di festa e di ascolto»

4 Dic


L’intervento a Casa Cini di suor Elena Massimi: «la liturgia come memoria di Eterno»

Il tempo della liturgia e quello della festa come tempo di rottura, di apertura all’Altro, “inutile”. Sono state tante, e affascinanti, le suggestioni proposte lo scorso 27 novembre a Casa Cini da suor Elena Massimi, intervenuta per una lezione della Scuola diocesana di teologia per laici. “La speranza nel tempo della liturgia”, il titolo della religiosa delle Figlie di Maria Ausiliatrice, Docente di Teologia Sacramentaria alla Pontificia Università Salesiana e all’Istituto di Liturgia Pastorale Santa Giustina in Padova, oltre che Presidente dell’Associazione Professori di Liturgia (APL) e Coordinatrice della sezione Musica per la Liturgia dell’Ufficio Liturgico Nazionale CEI.

Oggi – per la relatrice – viviamo nel tempo della «perdita della memoria», quindi «del legame del presente col passato». Tutto ciò è difficilmente conciliabile con la liturgia, che è «tempo lento». Ma la liturgia è «una grande risorsa: la liturgia, e così il concetto autentico di festa, interrompe infatti il ciclo feriale». Come ha ben analizzato il filosofo tedesco-coreano Byung-Chul Han, il cosiddetto “tempo libero” serve ormai come «mera pausa per tornare poi a essere ancora più prestanti lavorativamente». Il tempo libero, invece, dovrebbe essere «tempo di rottura dall’ordinario, tempo differente, tempo dell’esperienza di senso, tempo comunitario». La festa è «qualcosa di originario sia rispetto al tempo libero sia rispetto al tempo di lavoro», è «memoria di un tempo fondamentale per la comunità», memoria dell’origine e della meta (individuale e collettiva), «memoria della nostra identità originaria». Questo discorso a maggior ragione vale per la festa religiosa, nella quale «si fa memoria del tempo della salvezza». La festa è “a perdere”, «non segue una dinamica economica, eccede il quotidiano» e, come diceva Guardini, è di per sé «gioco: dà, cioè, senso e gratuità alla vita». E così, la liturgia «dà senso, ci fa vivere in un tempo sacro, nel tempo di Dio». L’aver tolto la festa – quindi – «ci fa vivere l’ansia di prestazione e ci fa essere succubi di tutto quel che bruciamo, cioè produciamo e consumiamo. Viviamo nel culto dell’attivismo, forma di idolatria in quanto pensiamo che tutto dipenda da noi e non da Dio», ha proseguito suor Massimi.

Nella liturgia legata al giorno di festa, «camminiamo, cantiamo e leggiamo in modo diverso». La liturgia, ricordandoci che esiste «un Ulteriore», è essa stessa «anticipazione dell’eternità, rallentamento del tempo e apertura a una dimensione altra». Nella liturgia, tutto – anche il tempo – diventa «simbolico». E tutto ci fa capire che «siamo fatti per la relazione con gli altri e con Dio. È un tempo santificato, quindi, il suo».

Così, anche la liturgia quotidiana, la Liturgia delle ore, possiamo viverla dalla lode mattina alla sera come cammino da una sempre rinnovata speranza, da un «sempre nuovo inizio», a un ritorno in sé per abituarci a prepararci alla morte. Un tempo di silenzio e di ascolto, come potrà essere l’Anno Santo alle porte: «tempo di speranza, di lode, di grazia, di letizia, di rinascita». Tempo santo e di pellegrinaggio, quindi – come detto prima riguardo la festa – tempo rallentato, di rottura, tempo condiviso coi fratelli e le sorelle, in una osmosi unica di «intensità vitale e contemplazione».

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 6 dicembre 2024

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«Le migrazioni sfidano le nostre società»

28 Nov

L’intervento di Laura Zanfrini (Università Cattolica) a Casa Cini

Il moderno principio di cittadinanza, che si realizza concretamente  nell’uguaglianza fra le persone, nel rispetto della pari dignità di ognuno, col conseguente aumento dei diritti civili e sociali, è sfidato dalle migrazioni di massa del nostro tempo. Su questo ha riflettuto lo scorso 21 novembre Laura Zanfrini, professoressa ordinaria di Sociologia delle migrazioni e della convivenza interetnica all’Università Cattolica di Milano, intervenendo a Casa Cini per la “Scuola diocesana di teologia per laici” sul tema “Cambiare rotta verso l’accoglienza”.

«Le società moderne, legate a quel concetto di cittadinanza, si pensavano come chiuse, delimitate da confini nazionali e di conseguenza omogenee sotto il profilo  culturale, etnico e religioso», ha riflettuto la relatrice. Di conseguenza, ancora oggi gli immigrati «in quanto stranieri» spesso vengono percepiti come «potenziali nemici». Inoltre, la maggior parte delle volte sono «poveri» e quindi «percepiti come “competitori”» in quanto «consumatori illegittimi di welfare», del “nostro” welfare. Ragionando così, però, si scade in una «concezione darwinista dell’appartenenza sociale», dando vita a «una società che produce scarti umani». Spesso – per Zanfrini – anche «chi difende l’immigrazione sbaglia, quindi, quando usa argomentazioni economicistiche del tipo “gli immigrati ci servono per certi lavori” o “gli immigrati ci pagheranno le pensioni”». Dobbiamo accogliere chi ha bisogno «perché è giusto in sé, anche se nell’immediato non è utile». E iniziare seriamente a ragionare sul tema della «partecipazione, coinvolgendo le persone immigrate a livello civile e politico». Oltre alla nostra concezione dei confini e di omogeneità, le migrazioni mettono in discussione «la nostra idea di stanzialità. Ma sono le nostre stesse vite a essere sempre più transnazionali», ha aggiunto la relatrice, che ha giustamente accennato al fatto che in ambito sanitario-assistenziale – ma il discorso si potrebbe allargare – «l’immigrazione di donne e uomini nei Paesi ricchi per essere impiegate come oss, badanti o colf impoverisce, e di molto, i loro Paesi di origine» di professionalità fondamentali. Dovremmo, quindi, «esportare i nostri sistemi di welfare, non solo i nostri sistemi produttivi».

Un altro aspetto molto delicato dell’immigrazione è quello della «diversità quando mette in dubbio, o rischia di mettere in dubbio, il principio di uguaglianza davanti alla legge». Si pensi alla sharia islamica, che spesso contrasta con gli ordinamenti dei Paesi europei. Infine, ma non meno importante, la migrazione «sfida la Chiesa, mettendo in dubbio la nostra idea di Chiesa nazionale, tradizionale e l’idea stessa di laicità, cioè il ruolo della religione nello spazio pubblico». Temi complessi sui quali è sempre necessario un di più di discernimento all’interno delle nostre comunità ecclesiali.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 29 novembre 2024

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Speranza, andare insieme all’incontro col Signore

30 Ott

Presente come attesa attiva del compimento in Dio: Prolusione del Vescovo alla Scuola di teologia 

Si avvicina l’inizio del tanto atteso Giubileo 2025 e si avvicina anche il 60° dalla pubblicazione della Costituzione pastorale “Gaudium et spes”. La nostra Scuola diocesana di teologia per laici ha scelto quindi di dedicare il suo programma 2024-2025 al tema della speranza, al centro dell’anno giubilare. Lo scorso 22 ottobre a Casa Cini il nostro Arcivescovo è intervenuto per la Prolusione di inizio anno dal titolo “Giubileo 2025, guardare il mondo con gioia e speranza”.

«Sperare – ha esordito – significa tendere con l’animo verso un bene futuro, desiderato. La speranza è attesa, tensione verso la pienezza, a partire da una mancanza, da un presente lacunoso. È uno slancio verso un traguardo buono, con un’attesa di miglioramento, di un orizzonte positivo. Sperare vuol dire quindi essere protesi, aperti».

LA SPERANZA CRISTIANA

Ma nello specifico, la speranza cristiana è qualcosa di più di questa speranza solo umana. Attingendo principalmente dalla “Spe salvi” di Benedetto XVI, il Vescovo ha spiegato come la speranza sia una «virtù per poter affrontare il presente», ma «non una generica attesa in un futuro positivo e indeterminato». È, invece, «attesa di Dio, di Colui che crea e sostiene la vita, di Colui che è il futuro». La speranza coincide quindi con «l’incontro col Signore». È anche miglioramento del presente e attesa, ma è molto di più: «è l’eschaton, il compimento della vita, Gesù stesso, cioè Dio dentro la storia, Dio con un volto». La speranza cristiana «non è quindi un tempo (il futuro), né un luogo (il Paradiso) ma una Persona, l’incontro con una Persona. L’Oltre è un incontro: quello con Dio». Diversi, poi, gli accenni di mons. Perego al tema della speranza in Paolo, o alla “Teologia della speranza” di Moltmann, differente dal “principio-speranza” laico-marxista di Bloch.

Avere speranza per noi cristiani significa dunque «sapere qual è la meta e raggiungerla assieme agli altri», anche e soprattutto nel dolore. L’orizzonte non può quindi che essere «un orizzonte buono, un orizzonte di salvezza. Solo così l’uomo può dirsi davvero libero dalla tentazione della desperatio, dal un fato cieco o dalla presunzione di essere il protagonista solitario della storia».

COME RENDERNE RAGIONE

Ma affinché la speranza cristiana non resti una semplice idea, è essenziale capire come darle carne e sangue. C’è solo un modo: «andando incontro alle donne e agli uomini, sentendosi solidali con loro e con la loro storia». Forti della speranza che non delude, «Cristo Risorto, pur nelle crisi della nostra società, nelle tenebre, nelle nostre difficoltà. 

La storia è teocentrica perché ha per protagonista Dio, è una storia di salvezza che ha come destino l’incontro dell’uomo con Dio. Non è una storia solo terrena, solo umana». La speranza cristiana ha quindi radicalmente «a che fare con la vita», non è – come pensavano Marx o Feuerbach – fuga, alienazione dalla realtà. Al contrario, la visione cristiana è «critica di ogni passività, di ogni fuga dal mondo e promuove invece la cittadinanza attiva». Segni di speranza – citando ancora “Spe salvi” e “Gaudium et spes” – sono la preghiera, l’azione, la sofferenza, così come la solidarietà, la collaborazione, il dialogo e il servizio.

ANDARE OLTRE

La speranza è dunque «un uscire da sé nel tempo e nello spazio, ha una dimensione costitutivamente comunitaria: per il cristiano non esiste l’io senza l’altro». Una concezione, questa, rifiutata dalla modernità. «Nessuno è una monade chiusa in sé stessa ma è aperto essenzialmente ed eternamente agli altri», ha proseguito mons. Perego. Come scrive Benedetto XVI sempre in “Spe salvi”, la speranza è sempre anche «speranza per gli altri». Ciò richiama un concetto (ancora travisato) di Hans Urs von Balthasar secondo cui non si può non sperare che l’inferno sia vuoto. Insomma, la speranza cristiana «ci fa passare dal sé al noi, dal singolo alla comunità». «Spero in Te, per noi», scriveva Gabriel Marcel.

«Non ha quindi senso – si è avviato alla conclusione il Vescovo – una speranza che non sfoci nella carità, come non si può comprendere una speranza priva di fede». 

L’incontro ha poi visto il confronto fra l’Arcivescovo e alcuni dei tanti partecipanti, i quali han posto domande e riflessioni. A una di queste, mons. Perego ha risposto spiegando che quando prega lo fa innanzitutto «affinché la vita sia accolta e difesa sempre, e che qualche nostro giovane diventi sacerdote». Ma la difficile situazione nella nostra Diocesi, come nel resto d’Italia e d’Europa, non deve farci pensare, a tal proposito, che sia così in tutto il mondo. In diversi Paesi africani e dell’Oriente, crescono le vocazioni al sacerdozio e le congregazioni religiose. Anche questo può aiutarci a non disperare, anche questo è un “segno dei tempi”.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 1° novembre 2024

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«È il nostro momento, il momento della carità»

25 Ott

Mons. Elios Giuseppe Mori. Presentato il libro con le sue lettere negli anni ’40 da Roma a mons. Bovelli

Un giovane seminarista prima, un sacerdote poi, immerso nella realtà, la cui fede vive nell’esperienza degli incontri.È questo che emerge dalle circa 50 lettere che  negli anni ’40 da Roma il giovane seminarista Elios Giuseppe Mori (Mizzana 1921- Verona 1994) scrive al suo Vescovo di Ferrara mons. Ruggero Bovelli. Mori fu a Roma dal 1940 al 1946, ospite del Pontificio Seminario Lombardo, allora diretto da mons. Franco Bertoglio. Nella Capitale si trova per studiare alla Pontificia Università Gregoriana e viene ordinato sacerdote il 23 dicembre ’44 in San Giovanni in Laterano.

Le lettere di Mori a mons. Bovelli, conservate nell’Archivio storico diocesano di Ferrara, ora sono al centro del nuovo Quaderno del CEDOC – Centro di Documentazione di Santa Francesca Romana, in occasione del 30° anniversario della morte del sacerdote.

Il volume “E. G. Mori, L’amicizia: il primo apostolato. Lettere di don Elios Giuseppe Mori a mons. Ruggero Bovelli (1940-1947)”, è a cura di Paolo Gioachin, Francesco Paparella e Miriam Turrini, e ha la postfazione di Marcello Musacchi. È disponibile in cartaceo (a offerta libera) nella segreteria della Scuola di teologia a Casa Cini, mentre a breve sarà disponibile anche gratuitamente in digitale a questo link http://santafrancesca.altervista.org/biblioteca.html

Il volume è stato presentato proprio a Casa Cini lo scorso 17 ottobre nella prima lezione (eccezionalmente aperta a tutti) della Scuola diocesana di teologia per laici “Laura Vincenzi” (foto).

Quasi 200 i partecipanti all’incontro (dei quali 50 presenti in sala e i restanti collegati on line da casa).

Si diceva della concretezza di don Mori; e Miriam Turrini nel proprio intervento il 17 ottobre ha spiegato come il seminarista/sacerdote «ricercava sempre nuove forme di apostolato in un mondo secolarizzato».Questi raccolti, ha proseguito, «sono documenti fondamentali per comprendere gli anni della formazione di Mori» («è il nostro momento», scrive lui stesso a mons. Bovelli); lettere dalle quali emergono anche tratti del suo carattere come la grande ironia e la vivacità intellettuale. Ma nel rapporto epistolare col suo Vescovo «al centro c’è sempre Ferrara e le sue prospettive pastorali, connesse anche al suo ritorno in città». A Roma lavora anche, dall’autunno 1940 alla primavera 1943, nell’oratorio del quartiere Monte Celio con i ragazzi di strada e, appena può, va anche a San Pietro ad ascoltare il Papa; scrive a tal proposito: «Ho una grande gioia nel cuore (…). Gli ho gridato ancora che gli voglio bene».

Sono gli anni terribili della guerra – come ha spiegato Gioachin -, con tanti profughi che arrivano a Roma nell’illusione, in comune con tanti residenti, che la CittàSanta potesse essere risparmiata dai bombardamenti. Ma non sarà così, San Lorenzo è un nome che sta a lì a ricordarlo tragicamente. Dal settembre ’43 al giugno successivo Roma sarà occupata dai nazisti con gli orribili episodi, solo per citarne due, dell’eccidio delle Fosse Ardeatine e del rastrellamento del ghetto. Dopo l’8 settembre ’43, lo stesso Pontificio Seminario Lombardo ospiterà un centinaio di rifugiati, fra cui atei, comunisti, ebrei (quest’ultimi almeno una 30ina e che Mori, per ragioni di sicurezza, nelle lettere chiama «circoncisi»). Ma, scrive lo stesso Mori a mons. Bovelli – che considerava come un padre -, «portare Cristo a chi non lo conosce (…) è un miraggio che mi esalta». «È questo il momento della carità senza limiti, senza distinzioni», continua. E ancora, riferito ai rifugiati: «la carità di Cristo non guarda al colore, alla religione, alla razza».

Paparella nel suo intervento ha raccontato l’accoglienza e l’irruzione dei nazisti (la famigerata “banda Koch”) nel Seminario Lombardo la notte del 21 dicembre ’43, rastrellamento che, per fortuna, non andò a buon fine in quanto gli ospiti, prevedendolo, si erano organizzati per fuggire in tempo rifugiandosi in un vicino edificio.

Nel ’44 don Mori ritorna a Ferrara, in una città – così la descrive – «sconquassata  e febbricitante». Ma anche qui, e per il resto della sua vita, centrale sarà la pastorale d’ambiente (basti pensare alla “Gioventù Operaia Cristiana” a Ferrara), vera e propria pastorale dell’incontro, dell’amicizia, della prossimità, anche con gli operai e i sottoproletari, ma senza rinunciare alla dimensione mistica: a tal proposito, nel ’41 a Bovelli don Mori riflette come, alla fine, il «soprannaturale, la preghiera fanno tutto».

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 25 ottobre 2024

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«Nel Mediterraneo si muore gridando il proprio nome»: le storie dei migranti

1 Ott

Giornata del migrante e del rifugiato. Fofana, Kimia, Hajar e gli altri: i racconti di dolore e riscatto

di Andrea Musacci

Guardare negli occhi le persone migranti, ascoltare dalla loro viva voce ciò che hanno vissuto, fermarsi a parlare con loro. Non si può affrontare il tema dell’immigrazione e dell’integrazione senza questo livello immediato di confronto.

Lo scorso 28 e 29 settembre anche a Ferrara si è svolta la 110^ Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato, organizzata dal nostro Ufficio Migrantes Diocesano diretto da don Rodrigo Akakpo assieme alle diverse comunità linguistiche presenti nella nostra Arcidiocesi, i cui rappresentanti hanno portato la propria testimonianza diretta durante la giornata del 28 settembre a Casa Cini, Ferrara, luogo scelto per la ricca giornata di testimonianze e riflessioni. Una giornata moderata egregiamente da Chanel Tatangmo Kenfack, avvocato e membro della Commissione diocesana Migrantes.

Domenica 29 settembre, invece, Santa Messa in Cattedrale a Ferrara celebrata dal Vicario Generale mons. Massimo Manservigi. La Messa ha rappresentato uno spazio di dialogo tra diverse culture e tradizioni: vi hanno, infatti, partecipato tutte le comunità linguistiche delle parrocchie diocesane (Comunità francofona, filippina, inglese, latino-americana, polacca, ucraina, romena), oltre agli italiani, ed è stata animata dal coro multietnico, con letture e canti in diverse lingue. Inoltre, alcuni fedeli delle comunità etniche presenti nella nostra Diocesi, vestiti con abiti tradizionali, hanno offerto doni caratteristici durante l’offertorio. La stessa preghiera del “Padre nostro” è stata pronunciata nelle varie lingue delle comunità presenti.

Qui tutti i racconti di fuga, di integrazione, dei salvataggi, di nuove vite.