Mons. Elios Giuseppe Mori. Presentato il libro con le sue lettere negli anni ’40 da Roma a mons. Bovelli
Un giovane seminarista prima, un sacerdote poi, immerso nella realtà, la cui fede vive nell’esperienza degli incontri.È questo che emerge dalle circa 50 lettere che negli anni ’40 da Roma il giovane seminarista Elios Giuseppe Mori (Mizzana 1921- Verona 1994) scrive al suo Vescovo di Ferrara mons. Ruggero Bovelli. Mori fu a Roma dal 1940 al 1946, ospite del Pontificio Seminario Lombardo, allora diretto da mons. Franco Bertoglio. Nella Capitale si trova per studiare alla Pontificia Università Gregoriana e viene ordinato sacerdote il 23 dicembre ’44 in San Giovanni in Laterano.
Le lettere di Mori a mons. Bovelli, conservate nell’Archivio storico diocesano di Ferrara, ora sono al centro del nuovo Quaderno del CEDOC – Centro di Documentazione di Santa Francesca Romana, in occasione del 30° anniversario della morte del sacerdote.
Il volume “E. G. Mori, L’amicizia: il primo apostolato. Lettere di don Elios Giuseppe Mori a mons. Ruggero Bovelli (1940-1947)”, è a cura di Paolo Gioachin, Francesco Paparella e Miriam Turrini, e ha la postfazione di Marcello Musacchi. È disponibile in cartaceo (a offerta libera) nella segreteria della Scuola di teologia a Casa Cini, mentre a breve sarà disponibile anche gratuitamente in digitale a questo link http://santafrancesca.altervista.org/biblioteca.html
Il volume è stato presentato proprio a Casa Cini lo scorso 17 ottobre nella prima lezione (eccezionalmente aperta a tutti) della Scuola diocesana di teologia per laici “Laura Vincenzi” (foto).
Quasi 200 i partecipanti all’incontro (dei quali 50 presenti in sala e i restanti collegati on line da casa).
Si diceva della concretezza di don Mori; e Miriam Turrini nel proprio intervento il 17 ottobre ha spiegato come il seminarista/sacerdote «ricercava sempre nuove forme di apostolato in un mondo secolarizzato».Questi raccolti, ha proseguito, «sono documenti fondamentali per comprendere gli anni della formazione di Mori» («è il nostro momento», scrive lui stesso a mons. Bovelli); lettere dalle quali emergono anche tratti del suo carattere come la grande ironia e la vivacità intellettuale. Ma nel rapporto epistolare col suo Vescovo «al centro c’è sempre Ferrara e le sue prospettive pastorali, connesse anche al suo ritorno in città». A Roma lavora anche, dall’autunno 1940 alla primavera 1943, nell’oratorio del quartiere Monte Celio con i ragazzi di strada e, appena può, va anche a San Pietro ad ascoltare il Papa; scrive a tal proposito: «Ho una grande gioia nel cuore (…). Gli ho gridato ancora che gli voglio bene».
Sono gli anni terribili della guerra – come ha spiegato Gioachin -, con tanti profughi che arrivano a Roma nell’illusione, in comune con tanti residenti, che la CittàSanta potesse essere risparmiata dai bombardamenti. Ma non sarà così, San Lorenzo è un nome che sta a lì a ricordarlo tragicamente. Dal settembre ’43 al giugno successivo Roma sarà occupata dai nazisti con gli orribili episodi, solo per citarne due, dell’eccidio delle Fosse Ardeatine e del rastrellamento del ghetto. Dopo l’8 settembre ’43, lo stesso Pontificio Seminario Lombardo ospiterà un centinaio di rifugiati, fra cui atei, comunisti, ebrei (quest’ultimi almeno una 30ina e che Mori, per ragioni di sicurezza, nelle lettere chiama «circoncisi»). Ma, scrive lo stesso Mori a mons. Bovelli – che considerava come un padre -, «portare Cristo a chi non lo conosce (…) è un miraggio che mi esalta». «È questo il momento della carità senza limiti, senza distinzioni», continua. E ancora, riferito ai rifugiati: «la carità di Cristo non guarda al colore, alla religione, alla razza».
Paparella nel suo intervento ha raccontato l’accoglienza e l’irruzione dei nazisti (la famigerata “banda Koch”) nel Seminario Lombardo la notte del 21 dicembre ’43, rastrellamento che, per fortuna, non andò a buon fine in quanto gli ospiti, prevedendolo, si erano organizzati per fuggire in tempo rifugiandosi in un vicino edificio.
Nel ’44 don Mori ritorna a Ferrara, in una città – così la descrive – «sconquassata e febbricitante». Ma anche qui, e per il resto della sua vita, centrale sarà la pastorale d’ambiente (basti pensare alla “Gioventù Operaia Cristiana” a Ferrara), vera e propria pastorale dell’incontro, dell’amicizia, della prossimità, anche con gli operai e i sottoproletari, ma senza rinunciare alla dimensione mistica: a tal proposito, nel ’41 a Bovelli don Mori riflette come, alla fine, il «soprannaturale, la preghiera fanno tutto».
Andrea Musacci
Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 25 ottobre 2024
Giornata del migrante e del rifugiato. Fofana, Kimia, Hajar e gli altri: i racconti di dolore e riscatto
diAndrea Musacci
Guardare negli occhi le persone migranti, ascoltare dalla loro viva voce ciò che hanno vissuto, fermarsi a parlare con loro. Non si può affrontare il tema dell’immigrazione e dell’integrazione senza questo livello immediato di confronto.
Lo scorso 28 e 29 settembre anche a Ferrara si è svolta la 110^ Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato, organizzata dal nostro Ufficio Migrantes Diocesano diretto da don Rodrigo Akakpo assieme alle diverse comunità linguistiche presenti nella nostra Arcidiocesi, i cui rappresentanti hanno portato la propria testimonianza diretta durante la giornata del 28 settembre a Casa Cini, Ferrara, luogo scelto per la ricca giornata di testimonianze e riflessioni. Una giornata moderata egregiamente da Chanel Tatangmo Kenfack, avvocato e membro della Commissione diocesana Migrantes.
Domenica 29 settembre, invece, Santa Messa in Cattedrale a Ferrara celebrata dal Vicario Generale mons. Massimo Manservigi. La Messa ha rappresentato uno spazio di dialogo tra diverse culture e tradizioni: vi hanno, infatti, partecipato tutte le comunità linguistiche delle parrocchie diocesane (Comunità francofona, filippina, inglese, latino-americana, polacca, ucraina, romena), oltre agli italiani, ed è stata animata dal coro multietnico, con letture e canti in diverse lingue. Inoltre, alcuni fedeli delle comunità etniche presenti nella nostra Diocesi, vestiti con abiti tradizionali, hanno offerto doni caratteristici durante l’offertorio. La stessa preghiera del “Padre nostro” è stata pronunciata nelle varie lingue delle comunità presenti.
Quitutti i racconti di fuga, di integrazione, dei salvataggi, di nuove vite.
Giornata di Ateneo per la Cooperazione internazionale: credenti e laici per rapporti diversi tra i popoli
Pace, ecologia, difesa dei diritti umani.Temi più che mai al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica mondiale che, per essere affrontati seriamente e in profondità, necessitano di un approccio diverso fra Stati e non solo.Questo approccio si può riassumere nel termine “cooperazione”, concetto al centro della seconda Giornata di Ateneo per la Cooperazione internazionale dal titolo “Democrazia, diritti e cooperazione”, organizzata dal Centro di Ateneo per la Cooperazione allo sviluppo internazionale di UNiFe, in collaborazione con l’Istituto di Cultura Diocesana “Casa G.Cini” di Ferrara. L’iniziativa si è svolta nel pomeriggio del 20 settembre proprio a Casa Cini. L’evento è anche parte del programma “Aspettando la notte europea dei ricercatori 2024” promossa dall’Università degli Studi di Ferrara.
L’introduzione e la moderazione dei diversi interventi è stata di Alfredo Alietti, docente UniFe e direttore del Centro di Ateneo per la Cooperazione allo sviluppo internazionale).
Dopo i saluti della Prorettrice Evelina Lamma (intervenuta al posto della Rettrice Laura Ramaciotti, impossibilitata a essere presente), ha preso la parola il nostro Arcivescovo mons. Gian CarloPerego: «in una visione liberista o socialista – ha detto quest’ultimo -, il tema della cooperazione rischia di essere slegato dal tema dei diritti e della democrazia, mentre invece i tre termini van tenuti assieme». È ciò che fa la Chiesa. Mons.Perego ha quindi ripercorso la nascita del movimento cooperativo nella seconda metà del XIX secolo, in ambito socialista, anarchico o cattolico, e di quest’ultimo, ha citato in particolare il ruolo di Giovanni Grosoli. Da questo movimento popolare si è arrivati alla formulazione nella Costituzione del nostro Paese (art. 45): «La Repubblica riconosce la funzione sociale della cooperazione a carattere di mutualità e senza fini di speculazione privata (…)». La cooperazione rimanda quindi a un «mutuo aiuto, a una mutua solidarietà e alla democrazia dal basso».Cooperazione che, tra la fine degli anni ‘50 e gli inizi degli anni ‘60 del secolo scorso, ha caratterizzato anche il Piano Mattei, nato dopo diversi anni di studio e preparazione, e finalizzato allo sviluppo economico e democratico dell’Africa. Un modello virtuoso di cooperazione, ben diverso dal «falso Piano Mattei» proposto dall’attuale Governo italiano, «calato dall’alto e fatto per il controllo delle migrazioni e per determinati interessi economici, non certo per quelli dei Paesi africani».
Nella seconda parte del suo intervento, il nostro Arcivescovo ha invece delineato a grandi linee lo sviluppo del concetto di cooperazione nel Magistero della nostra Chiesa, dalla Gaudium et spes (1965, Paolo VI) alla Fratelli tutti (2020, Francesco), passando per la Populorum Progressio (1967, Paolo VI), la Sollicitudo Rei Socialis (1987, Giovanni Paolo II) e la Caritas in veritate (2009, Benedetto XVI). Una storia che ha portato, e continua a portare, a una vera e propria «rivoluzione culturale, con un’attenzione alle persone e alle comunità, contro ogni forma di assistenzialismo». Centrale è il tema della «fraternità» e della «cittadinanza globale», contro le «strutture di peccato» che creano «povertà, disuguaglianza e nuove forme di schiavitù».
Silvia Sitti, presidente Associazione Ong Italiane (AOI), è fra i promotori della campagna “Il mondo ha fame. Di sviluppo”, portata avanti da Focsiv, AOI, CINI e Link 2007, con il patrocinio di ASVis, Caritas Italiana, Forum Nazionale del Terzo Settore e MISSIO. Fra gli obiettivi, l’introduzione nella legislazione italiana di un preciso vicolo per il raggiungimento dello 0,70% per l’aiuto pubblico allo sviluppo entro il 2030. Nel suo intervento Sitti ha riflettuto sulla legge 49/1987 dedicata proprio alla cooperazione, «legge fondamentale ma spesso non applicata, con conseguenze serie sulla democrazia. Non vi è – ha aggiunto – solidarietà senza reciproca mutualità, e ciò vale anche per la cooperazione», compresa quella internazionale. «Ma la pandemia del Covid sembra non averci insegnato nulla riguardo all’importanza della dimensione globale nell’affrontare i problemi».
L’ultimo intervento prima del dialogo col pubblico presente, è spettato ad Agostino Petrillo, docente del Politecnico di Milano: «dagli anni ’90 del secolo scorso – ha riflettuto – si è avuta una crisi dell’associazionismo e una deriva affaristica della grande cooperazione». Negli anni della globalizzazione, quindi con la trasformazione degli equilibri economico-geopolitici, «non possiamo più concepire una cooperazione come intervento esterno di un Paese verso un altro ma come reale reciproco scambio», per affrontare la nuova «questione sociale planetaria, anche attraverso il sistema universitario. Vi è dunque – ha concluso – la necessità di aprire una nuova epoca della cooperazione».
Quel «canto che Cristo ha introdotto nel mondo»: l’ultimo incontro con don Federico Giacomin
La preghiera non è un mero «esercizio pietistico, “donabbondiano”» ma «l’ingresso del tempo della Pasqua nel mio tempo». Anche un ottimo oratore non è detto sia capace di trasmettere l’essenza…dell’orante. Don Federico Giacomin, presbitero della Diocesi di Padova, con la sua passione e l’originale talento oratorio che lo contraddistingue, vi è riuscito, appassionando i tanti partecipanti dei tre incontri da lui tenuti in questi mesi a Casa Cini, Ferrara. La sera del 29 maggio – sul tema “Come pregare?: Prega solo chi si compromette. L’ecclesiologia dell’orante” – si è tenuto l’ultimo dei tre, parte del progetto dedicato alla preghiera organizzato proprio tra Casa Cini e il Duomo.
ANTI-TECNICA E RIBELLIONE
Come pregare, quindi. Ma un “come” tutto da definire, trattandosi di un mistero, anzi del Mistero più grande. Mistero che – ha spiegato il relatore – «esula dalla “tecnica” del pregare. A forza di spiegarle, le tecniche distruggono il mistero».
Se il mistero/sacramentum è «quell’azione che mentre la fai realizza qui e ora la presenza viva e vera del Signore Gesù», allora «tantissime nostre azioni, anche quotidiane, sono sacramento». Per questo, la domenica quando ci ritroviamo per la liturgia diventiamo realmente, nella nostra comunione, «Chiesa come Corpo di Cristo, ecclesia». La preghiera, che portiamo anche nella liturgia domenicale, è un vero e proprio «atto di ribellione»: sì, «ribellione al proprio tempo personale per entrare in quello di Cristo» e ribellione al tempo in cui ci è dato di vivere, così dominato dall’individualismo.
NELLA NOSTRA MANCANZA ESPLODE L’ETERNO
È necessario uno sguardo diverso, un tempo diverso. Un modo diverso di vivere il proprio corpo: «la preghiera del cristiano – ha proseguito don Giacomin – non è semplice, e non è sua». È una lotta continua, qualcosa di «non naturale». «L’uomo non prega volentieri, ogni altra cosa lo attrae», scriveva Guardini. Ed è il Corpo di Cristo che prega in noi.
«O Dio vieni a salvarmi, Signore vieni presto in mio aiuto»: con questo Salmo inizia la preghiera nella Liturgia delle ore, a rappresentare la nostra mancanza, il nostro «non essere Dio», il nostro essenziale stato di «necessità». «Pregando vivo – quindi – una situazione estatica, nella quale, cioè, sto fuori di me, nel Corpo di Cristo». La Liturgia delle ore – pur nella sua «semplicità, canonicità, regolarità» – mi chiede di «andare in un altro Corpo, in un altro tempo». Di compiere, come accennato, qualcosa di non naturale, di particolarmente «difficile». Non si tratta di cercare a ogni istante la «concentrazione» ma di sentire quel «canto intra-trinitario che Cristo, incarnandosi, ha introdotto nel tempo»: la preghiera, dunque, «riempie di eternità il mio tempo». La partecipazione dei fedeli alla liturgia non consiste, dunque, semplicemente nel cantare o nel ripetere formule ma nel pregare con l’anima e col corpo, nel «partecipare alla Pasqua di Cristo, come corpo unico», il Suo. La preghiera è quindi «labbra e ritualità»: tutto ciò che viviamo, se vissuto in Lui, diviene pasquale.
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Percorso sulla preghiera: gli incontri rimanenti
Il 12 giugno alle ore 21 nella Cattedrale di Ferrara è in programma l’ultimo dei tre momenti di adorazione, guidato dal gruppo Taizè. I primi due sono stati guidati dalla Comunità Shalom.
Inoltre, sono previste due esperienze di preghiera in cammino in città accompagnati da Gian Maria Beccari (Insegnante di filosofia, religione e del metodo Feldenkrais): la prima si è svolta il 13 maggio, la seconda sarà il 17 giugno, ore 18-20, su “Mi fido di te?: Pregare attraverso il corpo nella relazione con l’altro”. Partenza dal Monastero del Corpus Domini di Ferrara.
Riscoprire la «capacità simbolica» nell’era del web: la lezione di don Giacomo Granzotto
Quale liturgia nell’epoca del flusso senza sosta di informazioni e immagini via web? A questa domanda – decisiva, ma spesso ignorata – ha cercato di rispondere don Giacomo Granzotto, Direttore Ufficio Liturgico e Musica Sacra diocesano, in occasione dell’ultima lezione di quest’anno della Scuola di teologia per laici. “Per ritus et preces… Quale è la dynamis che anima i gesti liturgici?”, il titolo dell’incontro tenutosi lo scorso 17 maggio a Casa Cini, Ferrara.
«I gesti e le parole della nostra liturgia – ha spiegato il relatore – sono quelli di Gesù “medico celeste” che guarisce nel corpo e nell’anima». In altre parole, la liturgia «è il modo scelto da Dio per comunicare con noi, il primo strumento per entrare nel Suo Mistero». Documento fondamentale per rendere, dunque, la liturgia sempre più comprensibile pur nella sempre totale aderenza al modus operandi del Cristo, è la “Sacrosanctum Concilium” (1963) del Concilio Vaticano II, frutto anche del Movimento liturgico nato grazie all’abate Guéranger nel XIX secolo.
Spesso, però, oggi ai giovani «manca una capacità di lettura per comprendere la liturgia». La dimensione multimediale nella quale sono/siamo tutti, chi più chi meno, inghiottiti, secondo studi scientifici delle maggiori riviste internazionali, «ha modificato il nostro cervello». Le conseguenze riguardano la memoria, l’attenzione, la concentrazione e le interazioni sociali. Soprattutto molti giovani «hanno un rapporto patologico col web che porta a una dipendenza dalla dopamina e al mancato sviluppo di certe aree cognitive» (circa il 25% in meno…).
Riprendendo anche riflessioni di Pavel Florenskij, don Granzotto ha riflettuto quindi sull’importanza della «capacità simbolica» tipica dell’essere umano, cioè quella di «penetrare il mistero». Una capacità oggi che, appunto, si sta andando perdendo.Di conseguenza, «la ritualità liturgica diventa sempre più noiosa, difficile da sostenere, piena di gesti il cui senso si fatica a comprendere». Oggi – ha riflettuto don Granzotto – «manca la consapevolezza del Mistero, il messaggio evangelico spesso viene edulcorato o si dà troppo peso alla dimensione orizzontale a scapito di quella verticale, trascendente».
Ma la liturgia verrebbe snaturata se si adeguasse ai tempi e alle forme del mondo digitale. Dobbiamo, al contrario, «cercare di tornare a una normalità comportamentale». Romano Guardini rifletteva – ad esempio ne “La Santa Notte” – sull’importanza del «silenzio per le parole, del riposo creatore, in una società dove dominano la produzione e il rendimento. È la mentalità del mondo che, purtroppo, spesso vince anche nelle nostre parrocchie: nella liturgia, ad esempio, rispettiamo i momenti di silenzio?».
Citando anche passi di Matta El Meskin (1919-2006), monaco copto egiziano e di OdoCasel (1886-1948), monaco e teologo benedettino, don Granzotto ha dunque posto l’accento sull’importanza di riscoprire l’infinita bellezza della nostra liturgia, «Chi in essa davvero opera», cioè lo Spirito. In essa «il Mistero è presente», la memoria liturgica è «ripresentazione, non rappresentazione: non dimentichiamo mai la nostra relazione col Dio vivo, vero e vivente».
La sera del 17 aprile a Casa Cini il primo incontro del percorso sulla preghiera: 50 persone (metà giovani) assieme a don Federico Giacomin
«Ci hai fatti per te, e il nostro cuore non ha posa finché non riposa in te», scriveva Sant’Agostino nelle sue Confessioni e queste parole che un uomo rivolge a Dio rimangono scolpite, oltre il tempo e i confini, come le parole sgorganti dall’abisso di grazia e miseria che abita il cuore di ognuno.
Una fiamma che divampa, anche improvvisa, può essere l’orazione, imprevista nei tempi e nei modi, ad abbattere barriere e certezze, croste di odio e di disperazione. Non si impara mai abbastanza a pregare. Lo sapevano, sicuramente, le 50 persone (la metà delle quali giovani) che la sera del 17 aprile scorso si sono radunate nel Salone di Casa Cini a Ferrara per il primo dei tre incontri formativi sulla preghiera guidati da don Federico Giacomin, coinvolgente e appassionato presbitero della Diocesi di Padova, Direttore del Centro di Spiritualità”Villa Immacolata”.
“Perché pregare? Prega solo chi perde il controllo – Antropologia dell’orante” il titolo di questo primo appuntamento, introdotto da Gianfranco Conoscenti di Taizè Ferrara, uno dei soggetti organizzatori dell’ampio programmae iniziato con un coinvolgimento dei presenti.A questi, don Giacomin ha chiesto innanzitutto di presentarsi e di esporre con una parola la propria idea di preghiera. Ciò che è emerso riguarda principalmente l’ascolto, la consapevolezza, l’affidarsi, la fatica e la riconciliazione con sé e con Dio, la compagnia, l’abbandono a Qualcuno che ci sovrasta.
VISIONE, CORPO E IMMAGINE
Come dentro di sé «ognuno ha un bisogno, cioè ciò che desidero ma non ho», così «esiste qualcosa più grande di noi, che però abita la nostra storia»: da qui nasce la preghiera, da questo «materiale grezzo», da questa «cava», dal male, dalla sofferenza «che ci sveglia, come la fame ci fa desiderare qualcosa che non abbiamo». In questo senso – ha proseguito don Giacomin – il bisogno è «rivelativo del nostro essere intrinsecamente poveri, mancanti». Ma nella consapevolezza che in tutto ciò, «Qualcuno mi viene accanto e mi salva». Siamo sì sempre incompleti ma «non condannati in eterno all’incompletezzza». Nella cava del bisogno cerchiamo sempre, ma «se non cerchiamo ciò che davvero può riempirci, cadiamo nella disperazione», ha proseguito il sacerdote. Dobbiamo imparare, come il Santo di Ippona, a dare del “Tu” a «Colui che sta dietro alla realtà», passare dal bisogno al desiderio, dalla cava alla preghiera, dalle inquietudini a una relazione con Dio.
Ma «ogni nostro rapporto con la realtà passa per il vedere», dentro e fuori di noi, e facile è cadere «nel rischio di crearci illusioni, di vedere cioè ciò che vogliamo vedere, di dar vita a fantasie che mi fanno andare oltre le mie possibilità, fuori dal reale». Per stare lontani dalle illusioni, bisogna quindi «educare la propria fantasia».
Madeleine Delbrêl (1904-1964), mistica e poetessa francese, questo l’aveva intuito bene, percependo «l’esistenza di Dio come persona: così, non per fede, a 20 anni, dopo un periodo di ateismo radicale, spontaneamente si inginocchia». L’immaginazione (Dio come persona da incontrare) va, cioè, educata anche attraverso il corpo, attraverso «atti» (in questo caso, l’inginocchiarsi), «azioni precise e quotidiane», non formali né meramente rituali ma necessarie per fare in modo che «il male non intacchi la nostra stessa immaginazione». La preghiera è, dunque, un’azione che ci permette di «allenare la fantasia a vedere l’azione di Dio nella nostra vita».
In questo modo, il nostro «desiderio di salvezza, che vive dentro al Mistero, può essere colmato solo da Chi ci ama, da Chi ci salva».Pregare è dire un “Tu”, non concentrarsi sul proprio “io”. Come C.S. Lewis fa dire al demone nelle Lettere di Berlicche, per impedire alle persone di rivolgersi direttamente a Dio bisogna «stornare il loro sguardo da Lui verso loro stessi». In questo modo rimaniamo prigionieri nella cava del nostro bisogno sempre frustrato, nelle sabbie mobili della disperazione. Ma fuori c’è Altro. È dentro di noi.
A Casa Cini dal 19 al 21 aprile il “Quarenghi” dei giovani del Movimento Per la Vita. Una tre giorni di riflessioni e testimonianze su fragilità e cura: ecco il racconto
La cura della vita in tutte le sue fasi non è solamente un tema che appartiene alle pur necessarie riflessioni teoriche ma è fatta soprattutto di esperienze concrete. Una dimostrazione di ciò si è avuta dal 19 al 21 aprile scorsi a Casa Cini, Ferrara, con l’edizione del Seminario “Quarenghi” – edizione primaverile 2024 – organizzato dai giovani del Movimento Per la Vita nazionale (MPV). Tema scelto per quest’anno, “Dall’inizio alla fine, la vita sorprende”.
Il primo giorno ha visto i saluti di Alessandra Cescati Mazzanti (Presidente SAV Ferrara), Maria Chiara Lega (SAVFerrara), Cristina Coletti, Assessora alle Politiche Sociali del Comune di Ferrara e del ferrarese Andrea Tosini, ex membro dell’Équipe giovani MPV nazionale.
La tre giorni ha visto quindi alternarsi incontri frontali con esperti (fra i quali quello con Giuliano Guzzo, giornalista e scrittore, e con Dino Moltisanti, Docente di Bioetica alla Cattolica di Roma), ma sempre arricchiti dal confronto coi presenti, e momenti di condivisione tra i giovani (i cosiddetti focus group).
FINE VITA E CURA
RICCIUTI: «CURE PALLIATIVE LA GIUSTA RISPOSTA»
Sul fine vita ha riflettuto il medico palliativista Marcello Ricciuti, componente del Comitato nazionale per la Bioetica: «la Sentenza 242/2019 della Corte Costituzionale ha introdotto una nicchia di non punibilità del suicidio assistito in determinate condizioni», ha detto. E in Parlamento è stato presentato il disegno di legge del senatore PD Bazoli, «che porterebbe a una liberalizzazione del suicidio assistito e dell’eutanasia, e a un aumento dei casi (come dimostrano le leggi in altri Paesi), senza fra l’altro prevedere l’obiezione di coscienza e le cure palliative». Il giusto approccio sta invece nel comprendere come «inguaribile non significa incurabile», cioè non sta «né nell’abbandono della persona da curare, più o meno terminale, né nell’accanimento terapeutico dettato dall’incapacità di accettare il limite della natura umana». La risposta risiede nella Medicina palliativa, «fatta innanzitutto di terapia del dolore e dei sintomi, oltre che di supporto sociale, psicologico e spirituale, di sedazione palliativa e terapie occupazionali». Cicely Saunders (1918-2005), infermiera britannica, di fede anglicana, è la madre degli Hospice e la pioniera delle cure palliative. Una figura molto importante, da riscoprire, soprattutto in un’epoca come la nostra dove – secondo dati del Ministero della Sanità e della SDA-Bocconi – solo il 23% di italiani che potrebbero ricevere cure palliative, le riceve (il 10% nel mondo). E in Olanda si è arrivati a una proposta di legge in Parlamento per l'”Eutanasia per vita completata”, quindi anche nel caso di assenza di qualsiasi forma di malattia. Il bivio è netto: «dove le cure palliative sono promosse e utilizzate, i casi di suicidio assistito ed eutanasia calano drasticamente. Ma le stesse cure palliative – ha proseguito Ricciuti – non sono sufficienti: rimane lo scandalo della sofferenza e della morte, la coscienza del proprio limite e dunque la necessità di trovare una risposta positiva, una positività, di riscoprire l’amore».
Una testimonianza concreta è stata poi portata da Andrea Pattaro, esperto in cure palliative e responsabile dell’Hospice ADO “Casa delSollievo” di via Fallaci a Ferrara (l’altro Hospice ADO nel Ferrarese è “Le onde e il mare” di Codigoro): «è importante parlare di cure palliative, di qualità della vita, non della morte, e di assistenza non solo al paziente ma anche ai suoi familiari. Il nostro accompagnamento ai pazienti, per metà oncologici, è profondo e ampio, e riguarda anche l’assistenza domiciliare. Tante volte – ha aggiunto – ciò che sorprende in positivo è la capacità di risposta del paziente e dei suoi familiari, il modo in cui vivono la situazione di sofferenza».
MATERNITÀ E ABORTO
Dalla fase terminale dell’esistenza a quella iniziale. Domenica mattina è intervenuta Jane Itabina, giovane originaria del Camerun, la quale ha raccontato dell’aiuto ricevuto dal SAV di Ferrara, in particolare dalle volontarie Lorenza e Paola. Alcuni anni fa, mentre studia Farmacia a UniFe, rimane incinta. Una situazione difficile da gestire, con la volontà di portare avanti sia la gravidanza sia gli studi. «Una mia amica mi consiglia di rivolgermi al SAV», ha raccontato: «da loro ho ricevuto un grande aiuto a livello emotivo, psicologico ed economico. Per me il SAV è stato una seconda famiglia, mi ha cambiato la vita, mi hanno accolto e aiutato anche dopo il parto, donandomi il corredino e prodotti per l’infanzia per il mio bambino, che accudiscono anche due volte alla settimana quando io non posso».Ora, infatti, Jane ha coronato anche il suo sogno e lavora come farmacista. «Vorrei tanto – ha concluso – aiutare a mia volta una mamma in difficoltà».
Un’altra commovente storia di accoglienza della vita nascente è stata quella, sempre domenica mattina, che hanno portato i coniugi Matteo Manicardi e Fabiana Coriani di Sassuolo – autori del libro “La storia di super Micky” (ed. San Paolo) – il cui piccolo Michele (“Micky”) è nato il 24 ottobre 2019 ma morto dopo appena 5 ore e 13 minuti. Già genitori di Federico e Alessio, i due scoprono di aspettare un alto bimbo ma i problemi iniziano già durante la gravidanza: «i medici – hanno raccontato – ci consigliano di abortire, ma noi rifiutiamo subito: se avessimo rifiutato nostro figlio, non avremmo avuto nemmeno più il coraggio di guardarci in faccia e la nostra famiglia si sarebbe distrutta. I medici, per questa nostra scelta, ci trattavano come ingenui, come persone fuori dal mondo. Abbiamo fatto questa scelta consapevoli anche del fatto che nostro figlio avrebbe potuto vivere una vita in un letto, o comunque con una grave disabilità. Miky era già parte della nostra famiglia». Il giorno dopo la morte del piccolo, «abbiamo fatto il funerale: la chiesa era strapiena. Può sembrare strano ma eravamo comunque felici, riconoscenti di questo dono. E successivamente, per tre mesi, abbiamo anche accolto un bimbo di 1 mese in affido di emergenza. Grazie a Miky – hanno proseguito i coniugi – ci siamo anche riavvicinati a Gesù con maggiore consapevolezza». E dopo la morte di Michele, è nata la piccola Emma, altro dono per questa stupenda famiglia.
«I VOLONTARI NEI CONSULTORI? NON UNA NOVITÀ, DA 16 ANNI ANCHE IN EMILIA-ROMAGNA»
Il primo giorno è intervenuta invece Antonella Diegoli, presidente di Federvita Emilia-Romagna, la quale dopo aver riferito dell’impegno della sua associazione contro la delibera regionale sul fine vita, ha citato, sul tema dell’aborto, le “Linee di indirizzo per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria di gravidanza” emanate dalla nostra Regione nel 2008, per dimostrare come la presenza dei volontari nei Consultori fosse una scelta già fatta a livello locale, e anche da una Giunta di sinistra come quella emiliano-romagnola. In un passaggio del testo si spiegava l’intenzione di promuovere «nei territori distrettuali forme di aiuto e sostegno per le donne che vivono l’esperienza della gravidanza e della maternità in assenza di idonea rete parentale di supporto o in povertà di risorse economiche e creando reti coordinate tra servizi sociali, consultori familiari, centri per le famiglie, unità operative ospedaliere di ostetricia e ginecologia, associazioni di volontariato e altre risorse formali e informali del territorio tali che possano rilevare donne gravide/mamme in difficoltà e con problematiche sociali e attivare forme di supporto, sin dall’inizio della gravidanza, così da prevenirne l’interruzione» (corsivo nostro). Un testo molto simile a quello introdotto dall’attuale Governo nazionale al decreto “Pnrr-quater” e duramente attaccato dalle opposizioni: «Le regioni organizzano i servizi consultoriali nell’ambito della Missione 6, Componente 1, del Pnrr e possono avvalersi, senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica, anche del coinvolgimento di soggetti del Terzo settore che abbiano una qualificata esperienza nel sostegno alla maternità».
CHI SONO I GIOVANI PER LA VITA
Davide Rapinesi e Antonella Chiavassa sono i Responsabili nazionali dei giovani del MPV. Sono, cioè, a capo dell’Équipe giovani nazionale, composta da 20 ragazze e ragazzi da tutta Italia. Nella nostra Regione, il responsabile dei giovani MPV è Giuseppe Maria Forni. Antonella, romana, 29 anni, si sta specializzando in oncologia alla Sapienza, mentre Davide, 28 anni, è un agronomo di Viterbo.
«I giovani qui presenti (foto, ndr) – hanno spiegato alla “Voce” – di età fra i 20 e i 30 anni, provengono soprattutto dal Lazio (Roma e Viterbo), Lombardia, Veneto,Sardegna, Toscana e Calabria. Alcuni di loro è la prima volta che partecipano a un nostro “Quarenghi”. Il bello di questi nostri Seminari è la libertà di parlare di questi temi, anche in maniera controcorrente, senza allinearsi alla narrazione mediatica spesso fuorviante e ideologica». Il prossimo appuntamento è dal 26 al 31 luglio prossimi col Seminario estivo “Quarenghi” nel Salento, a Santa Maria di Leuca .
Le nostre chiese sono luogo dell’annuncio: lo sappiamo ancora?
Jean Paul Hernandez: «porta del cielo per chi cerca Dio»
Nell’epoca dell’homo turisticus, le nostre chiese possono essere non meri spazi di fruizione ma luoghi di evangelizzazione? È la domanda che si pone da una vita Jean Paul Hernandez, gesuita classe ’68, ex docente di teologia alla Pontificia Università Gregoriana, docente alla Facoltà Teologica di Napoli e volto noto di TV2000 grazie alla trasmissione “Sulla strada“, oltre che fondatore di “Pietre Vive”. Hernandez è intervenuto on line l’11 aprile per la lezione della Scuola diocesana di teologia per laici intitolata “Ridire il kerigma attraverso l’arte”.
GERUSALEMME TERRENA: IL TEMPIO
Per il relatore, viviamo un kairos «antico e sempre nuovo»: la stessa prima generazione di cristiani, «usava abbondantemente il Tempio di Gerusalemme, l’architettura sacra, per parlare di Gesù, per il kerigma»: ciò è esplicitato in Giovanni e negli Atti degli apostoli. Ciò avveniva «non strumentalizzando il tempio, ma spiegando il motivo profondo per cui questo esisteva: tutto ciò – pensavano – serve a dire Gesù». C’è dunque «una sorta di connessione, di simbiosi tra kerigma pasquale di Gesù Cristo e il tempio». L’edificio sacro è «aggancio per dire che come questo rimandi ad altro, all’Indicibile, all’Irrapresentabile»: è la differenza tra icona e idolo di cui ha parlato Jean-Luc Marion: «la prima rimanda ad altro, l’idolo invece rimanda solo a sé stesso».
DIETRO IL TURISTA, IL MENDICANTE
Venendo al presente, Hernandez ha riflettuto su come esista un fenomeno di massa senza precedenti: il boom del turismo in tutta l’Europa, in tutto il mondo: «meno si va in chiesa, più si va nelle chiese…». Il turismo di massa è dominante, «viviamo nell’epoca dell’homo turisticus», dell’uomo che vaga sapendo di tornare a casa, del mordi e fuggi di esperienze in giro per il mondo. E così è per il cibo, per le relazioni, gli affetti, la formazione. Questo modo turistico di essere, per il relatore, «descrive una nostalgia del cuore che cerca un senso, proprio perché viviamo in una società senza senso condiviso. E questo senso la gente lo cerca in testimonianze forti, in identità forti». Hernandez ha poi citato un sondaggio dell’inglese Telegraph dagli esiti sorprendenti, secondo cui la maggior parte di coloro che hanno risposto, hanno dichiarato di essere tornati o arrivati alla fede cristiana dopo aver visitato una chiesa antica.
«Noi sappiamo accogliere questa sete di Dio? Lo Spirito Santo – ha proseguito – ci manda fiumi di non credenti a casa nostra. Le opere d’arte nelle nostre chiese possono essere molto importanti per spiegare loro la nostra fede». Ma dobbiamo saperlo fare: non serve tanto la descrizione tecnica, ma l’opera «dev’essere finalizzata al kerigma, all’annuncio di Dio e della salvezza».
PORTA DEL CIELO E DEL CUORE
Due episodi dell’Antico Testamento sono essenziali per spiegare la potenza che può avere una chiesa nel convertire i cuori delle persone. Il primo, è il sogno di Giacobbe in Genesi 28, «il primo testo fondamentale per capire l’essenza dell’arte cristiana». Anche oggi «consideriamo le nostre chiese come la pietra di Giacobbe, pietra che unisce cielo e terra. Ogni chiesa – soprattutto l’abside -, è quindi porta del cielo. Cristo è questa pietra, è l’altare, e tutta la chiesa è simbolo del Suo corpo», ha proseguito. L’episodio del roveto ardente (Esodo 3) richiama l’esperienza del fedele nel tempio: in quest’ultimo «ti accade ciò che è accaduto a Mosè: ascoltando la Parola di Dio, scopri te stesso». Nel luogo sacro, quindi, «si riceve la propria identità, si viene educati ad ascoltare dentro di sé, a fare memoria di Dio dentro di sé». Comunicare al turista, al visitatore, al pellegrino, a chiunque entra nelle nostre chiese «le spiegazioni profonde del senso di una chiesa, di un edificio sacro», serve in ultima analisi a questo. «La chiesa è un luogo per incontrare Dio, è un luogo che dice Dio, per ascoltare in ogni suo punto la dichiarazione di amore di Dio per noi: in questo modo – ha detto Hernandez -, scopri che il vero luogo sacro sei tu, che il luogo dove incontrare Dio sei tu, è la tua vita».
GERUSALEMME CELESTE: LE PIETRE
Questo continuo, essenziale rimandare a Dio si esprime anche nel richiamo alla Gerusalemme celeste (Ap 21), le cui fondamenta sono ricche di pietre preziose. Pietra che è anche simbolo del figlio, quindi la «Gerusalemme celeste rappresenta la diversità dentro il genere umano e dentro la Chiesa, e al tempo stesso la comunione tra le persone», tra i figli di Dio. E la preziosità di queste pietre colorate e sfavillanti «dice di quanto ognuno di noi sia ricercato, voluto, amato, proprio come lo è un figlio per il padre». La Gerusalemme celeste, quindi, non ha più un tempio, non ne ha più bisogno perché «non c’è più separazione tra sacro e profano: con l’Incarnazione questa distinzione non ha più senso, il Dio incarnato rende sacro anche il profano». Di conseguenza, anche quest’ultimo «diventa luogo per incontrare Dio». Tutto può dire Dio, richiamare il suo Amore per noi.
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Solo dalla conversione nasce il Regno di Dio: ci lasciamo amare?
Adrien Candiard: «il peccato è male, la scienza non salva»
C’era molta attesa nelle nostre comunità per l’arrivo a Ferrara – dopo due tappe a Milano – di Adrien Candiard, 42enne domenicano residente da anni a Il Cairo. Nel tardo pomeriggio a Casa Cini, Ferrara, circa 80 persone si sono ritrovate per ascoltarlo, oltre a una 70ina collegate on line. «Sono molto legato a Bologna ma è la prima volta che vengo a Ferrara», ha confessato con sincera emozione per l’aver potuto ammirare, pur di sfuggita, la bellezza della nostra città.
SPERANZA, NON OTTIMISMO
“Qualche parola prima dell’Apocalisse” il titolo scelto per l’incontro (lezione della Scuola diocesana di teologia eccezionalmente aperta a tutti), che richiama il suo libro uscito l’anno scorso in Italia, mentre da poco è nelle librerie la sua ultima fatica, “La grazia è un incontro. Se Dio ama gratis, perché i comandamenti?” (Lev, pp. 109, 13 euro).
E sfidando luoghi comuni purtroppo diffusi anche fra i credenti, per parlare di Apocalisse ha parlato di speranza. Innanzitutto, «per affrontare il tema della speranza – ha detto -, bisogna guardare la realtà così com’è e non rifugiarsi in un mondo spirituale». L’“andrà tutto bene” del Covid, per Candiard, «era ottimismo, non speranza cristiana. La speranza in sé non vale nulla, se non è speranza in Dio».
I motivi per disperare oggi sono tanti: guerre, minaccia nucleare, crisi climatica, secolarizzazione, abusi nella Chiesa, «che in Italia devono ancora emergere nella loro totalità». Queste crisi, ha aggiunto, «ci possono cambiare solo se le affrontiamo nella maniera giusta». Nella Bibbia, e anche in alcuni testi ebraici, esiste il genere apocalittico, da intendersi – ha specificato – «come rivelazione, non come fine del mondo», ad esempio nel libro di Daniele e naturalmente nell’Apocalisse di Giovanni. E negli stessi Vangeli sinottici, in particolare Marco 13: un brano, questo, «da molti cristiani oggi ignorato, considerato strano, disturbante», oppure erroneamente inteso come «un enigma da decifrare». Mc 13 invece «rivela il senso della storia umana». Non dobbiamo, perciò, «usare Dio per spiegare tutto l’inspiegabile del mondo, come spesso fanno i nostri cuori pagani e superstiziosi». Come, dall’altra parte, è altrettanto superstizioso «affidarsi totalmente alla scienza e ignorare il Vangelo», ha incalzato.
IL PECCATO È MALE, LA STORIA NON È PROGRESSO DI BENE
Ciò che Gesù ci ha rivelato e ci rivela è innanzitutto «il vero senso del peccato», che non va inteso, in modo infantile, come meccanismo di trasgressione/punizione ma come spiegazione, semplice ma profonda, che «il male fa male a chi lo compie e agli altri, distrugge sé e gli altri». Nei confronti di Dio, perciò, «non dobbiamo né ribellarci né sottometterci, ma comprendere che Lui ci vuole liberi». Di conseguenza, «la pace del mondo non bisogna innanzitutto affidarla ai diplomatici ma costruirla affrontando il male, il peccato dentro di noi, convertendo prima di tutto i nostri cuori». Il discorso apocalittico, quindi, ci rivela innanzitutto il male. D’altronde, «Gesù non ci ha mai promesso che, nel corso della storia, saremmo andati sempre più verso il bene, anzi diceva “Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada”» (Mt 10, 34). Non ci spiega, dunque, «la storia umana come una crescita progressiva verso il Regno di Dio». Questo serve anche a confutare visioni, di certo mondo cristiano, ottimistiche, dunque in ultima analisi secolari. Gesù nel discorso apocalittico – e non solo – «ci parla del bene e del male, cioè del Regno di Dio e del nostro possibile rifiuto. Siamo pronti ad accettare il Suo amore? Questa la sfida che ci lancia ancora».
LASCIATI AMARE, IMPARA A PERDONARE
È, infatti, più difficile lasciarsi amare, che amare. «Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi» (Gv 15, 12), cioè «Amatevi con l’amore che io vi ho dato», con la Grazia, non tentando di imitarLo come fosse un modello. «Rifiutare il Suo amore – ha spiegato Candiard – è rifiutare il Regno di Dio, è il peccato, ciò che porta al male, alla distruzione anche della nostra stessa vita. La scelta davanti alla quale ci mette Gesù è dunque fra conversione o distruzione». Distruzione di noi stessi oltre che del pianeta, «che non va dominato ma nemmeno divinizzato».
Diverse le domande finali tanto dai presenti in sala quanto da quelli collegati a distanza. Una di queste, ha permesso a Candiard di tornare sul tema del peccato e del male nella chiave del perdono e della riconciliazione: «si perdona solo l’imperdonabile», ha detto. È facile, infatti, perdonare cose piccole, senza peso. Chi, invece, «tollera non perdona davvero e anzi diventa complice del male, anche se l’ha subìto». Si deve sempre partire dal proprio cuore: «riconoscere il male in me stesso mi permette di perdonare il male compiuto dagli altri». Mai dimenticando che siamo stati e siamo sempre perdonati da Dio», e tante volte anche da altre persone. Tutte piccole ma decisive rivelazioni del Regno di Dio.
Un’utopia? Non secondo i federalisti europei, riunitisi a Casa Cini lo scorso 13 aprile. Ecco il dibattito
Un’Europa forte nell’unità, nella partecipazione e nella complementarietà delle sue anime: è questo il grande progetto partorito fin dal 1941 da Altiero Spinelli e altri antifascisti col Manifesto di Ventotene e che oggi è portato avanti soprattutto dal Movimento Federalista Europeo (MFE). MFE che lo scorso 13 aprile a Casa Cini, Ferrara, ha organizzato la giornata di confronto sul tema “Sovranità e sussidiarietà: due anime del federalismo europeo”. Due sessioni – mattina e pomeriggio – molto partecipate, da persone di generazioni diverse.
IL VESCOVO: «UNITÀ VA COSTRUITA»
Nel pomeriggio ha portato il suo saluto anche mons. Gian Carlo Perego che sul Patto europeo per i migranti approvato tre giorni prima al Parlamento Europeo ha detto: «abbiamo visto una caduta nell’unità dell’Unione Europea, a maggior dimostrazione di come questa vada costruita, sempre ripensata nelle sue radici». E «per la costruzione di una cittadinanza nuova, quella europea, la sussidiarietà è fondamentale». Sussidiarietà che, per Rossella Zadro (Direzione Nazionale MFE), nascerebbe da «un sistema federale europeo», il quale invece «non creerebbe un “Super Stato”». Di effetti positivi della sussidiarietà europea ha parlato anche Paolo Frignani (Prorettore Università Dimitrie Cantemir, Romania), affrontando quelli che si avrebbero nell’istruzione superiore, soprattutto universitaria, nei termini di transnazionalità, accesso agli studi e mobilità. Nelle conclusioni, Raimondo Cagiano (Coordinatore nazionale dell’Ufficio del Dibattito MFE) ha spiegato come la sussidiarietà, che è «partecipazione e complementarietà», sia «la versione moderna, del 2024, del concetto di solidarietà a sua volta erede di quello di fraternitè».
BIANCHI: «ECONOMIA UE È FORTE SE QUESTA È UNITA»
«L’Europa cresce economicamente solo quando è unita: nei periodi di accelerazione dell’integrazione europea, si registra uno sviluppo, mentre quando non si lavora assieme, si cade». Così Patrizio Bianchi (foto)(portavoce della Rete delle Cattedre Unesco italiane, già Ministro della Pubblica Istruzione) in un passaggio della sua relazione, partita da un’analisi dei macroprocessi economici dopo la caduta del Muro di Berlino, quando «ha vinto l’ideologia del mercato sregolato, questa grande illusione alla quale è seguita quella del superamento del ruolo degli Stati». Fino ad arrivare alla pandemia da Covid, che ci ha in un certo senso obbligati «a ragionare assieme, a generare risorse aggiuntive per permettere agliStati di riprendersi, sviluppando attività e infrastrutture di livello europeo». Ma l’incertezza, l’andamento altalenante della crescita in Europa negli ultimi 20 anni, «non permette investimenti soprattutto a lungo termine». A ciò si aggiungono nel nostro continente ancora «forti differenze tra centro e periferia» (ad esempio in ambito formativo), mentre l’eguaglianza per l’Europa «non è un accessorio ma un valore fondante». Di questo passo, l’UE diventa sempre più «vecchia e debole, appunto perché disunita».
ZAMAGNI: «NUOVA DEMOCRAZIA NEL MULTILATERALISMO»
Atteso l’intervento di Stefano Zamagni (Università di Bologna), il quale ha affrontato il tema dell’unità europea in sei punti principali. Il primo riguarda i confini dell’UE, «importanti da definire», come decisivo è che l’UE possieda un «modello di difesa unitario» e comprenda che ormai, venuta sempre meno l’egemonia globale USA, siamo sempre più nell’epoca del «multilateralismo». Per questo, «il Presidente degli Stati Uniti d’Europa sarebbe una figura molto più autorevole a livello mondiale rispetto ai Presidenti dei singoli Paesi». La piccolezza dell’attuale UE, poi, per Zamagni si vede nella gestione della rivoluzione digitale in corso, nella quale l’Europa, come sistema di valori, deve proporre «un progetto neoumanista», che «pone le nuove tecnologie a servizio dell’umano», contro quindi il transumanesimo USA. Un nuovo umanesimo che affonda le proprie radici nella «tradizione neo-rinascimentale, opposta a quella neo-hobbesiana», come «dal pensiero del francescano Bonaventura da Bagnoregio nasce il moderno concetto di sussidiarietà». Da questo sistema di pensiero e valoriale non può non germogliare una nuova concezione della democrazia in senso «deliberativo», con la creazione di «Forum coi quali i cittadini UE si possano esprimere tra un’elezione e l’altra».
GLI ALTRI INTERVENTI: TUTTI I VOLTI DELLA SUSSIDIARIETÀ
E a proposito di democrazia, Giulia Rossolillo (Università di Pavia), ha riflettuto su come «il principio di sussidiarietà comporta che le decisioni vengano prese al livello più vicino ai cittadini ma anche che vi sia un concreto controllo da parte degli stessi».
Francesco Badia (Università di Modena-Reggio) ha, invece, affrontato nello specifico il tema delle disuguaglianze tra centro e periferia: «Le disparità economiche regionali – ha detto -rappresentano una sfida fondamentale per l’integrazione e la coesione dell’UE. Una parte significativa delle politiche UE è dedicata alla promozione della convergenza economica tra le regioni, al fine di ridurre queste disparità». Tra gli strumenti principali vi sono i Fondi strutturali e di investimento europei e il programma “Next Generation EU”. È fondamentale, quindi, «promuovere un ambiente favorevole agli investimenti e all’innovazione in tutte le regioni, migliorare l’accesso al finanziamento per le imprese e gli enti locali, e rafforzare le capacità amministrative per garantire una migliore implementazione delle politiche di coesione».
Mentre Salvatore Aloisio (Università di Modena-Reggio) ha riflettuto su come all’UE «manchi «una capacità di indirizzo politico», per Guglielmo Bernabei (Università di Ferrara), la sussidiarietà «non è tanto un sistema allocatore ma la sottolineatura di un ruolo, la maniera per dare un ruolo forte agli enti locali, quindi una maggiore capacità di incidenza ai territori». Per far questo, però, sono necessari «luoghi di sussidiarietà». Questa, infatti, è più che mai necessaria «sia verso l’alto – ad esempio nelle politiche industriali -, sia verso il basso – ad esempio nelle politiche per l’ambito manifatturiero». Spazio anche ai giovani federalisti europei: Anna Ferrari (Gioventù Federalista Europea – Milano) ha riflettuto su come «occorra superare il principio di nazione e intendere la federazione continentale come un passo verso la federazione mondiale»; Giacomo Brunelli (Segretario dell’MFE – Sezione di Legnago), invece, nel delineare la storia delle forme statali fino all’unità europea, ha riflettuto sulla possibilità di «una nuova forma di elaborazione teorica federalistica che sappia rispondere alla crisi degli Stati nazionali».
“Qualche parola prima dell’Apocalisse”: Lectio Magistralis di padre Adrien Candiard il 12 aprile a Casa Cini, Ferrara. «Rimane un fatto difficilmente contestabile: Gesù ha annunciato il suo ritorno alla fine dei tempi». Ma noi cristiani pieghiamo con letture secolari questa verità, l’unica che spiega il senso del mondo
di Andrea Musacci
L’Apocalisse è Gesù Cristo, lo svelamento, la rivelazione di ciò che fonda la realtà e di ciò che sono i nostri cuori: luoghi pronti ad accogliere l’Amore di Dio o luoghi di rifiuto dello stesso, quindi di peccato? Adrien Candiard, classe 1982, saggista e padre domenicano, rientra a pieno titolo nel gruppo di quegli scrittori francesi – contemporanei e non, da Peguy ad Hadjadj – che hanno la rara dote di raccontare la fede e di sfidare il moderno laicismo attraverso un linguaggio originale e uno stile provocatorio ma mai fine a sé stesso. “Qualche parola prima dell’apocalisse. Leggere il Vangelo in tempi di crisi” è il titolo del suo ultimo libro (Libreria Editrice Vaticana, 2023) di cui discuterà il 12 aprile alle 18.30 a Casa Cini, Ferrara, in un incontro della Scuola diocesana di teologia per laici eccezionalmente e gratuitamente aperto a chiunque voglia parteciparvi.
Candiard, dopo essersi dedicato alla politica, nel 2006 entra fra i domenicani e oggi risiede al Cairo, dove è membro dell’Institut dominicain d’études orientales (Ideo) e priore del convento del suo ordine. Si occupa di islam e ha scritto diversi saggi di spiritualità.
«Il Vangelo non è un manuale di saggezza che somministra buoni consigli per affrontare le difficoltà: esso svela il Regno di Dio». In questo senso è interamente apocalittico, cioè rivelatore. Da questo ragionamento essenziale prende le mosse Candiard nel suo libro nel quale analizza in particolare il capitolo 13 del Vangelo secondo Marco, uno dei – non pochi – testi apocalittici della Bibbia. Spiega Candiard: «curiosamente, proprio quando dovremmo drizzare le orecchie verso Gesù che parla di guerre, epidemie, carestie e catastrofi naturali, quando abbiamo più che mai bisogno di aiuto e di senso, il più delle volte preferiamo saltare la pagina e andare a cercare nel Vangelo versetti più solari». Ma Cristo o sconvolge la nostra vita o non è. Bisogna quindi «accettare di parlare un po’ della fine del mondo per ritrovare, in questo stesso mondo, un pizzico di speranza».
ABBIAMO RESO INOFFENSIVA L’APOCALISSE DI GESÙ
Nei secoli abbiamo sempre più rimosso l’essenza apocalittica del Vangelo: «Abbiamo elaborato – scrive Candiard -, collettivamente e certo implicitamente, alcune strategie per sottrarci all’imbarazzo, per rendere inoffensivo un discorso evangelico come questo, inoffensivo al punto che non lo vediamo nemmeno più».
Quello che dice il capitolo 13 di Marco non lo si può né ridurre a un episodio storico preciso (la distruzione del Tempio di Gerusalemme nel 70 d.C.) né spiritualizzare, leggerlo cioè come simbolo di qualcosa che riguarda la mera vita interiore: «È intrigante presentare il cristianesimo come un deismo puramente spirituale, sbarazzato da questo annuncio escatologico che può apparire bizzarro o poco ragionevole ai nostri contemporanei, ma questo comporterebbe il rischio di snaturarlo profondamente. Perché rimane un fatto difficilmente contestabile: Gesù ha annunciato il suo ritorno alla fine dei tempi, e questo ritorno è un evento per la creazione intera». Queste «strategie di neutralizzazione dell’ingombrante discorso apocalittico arrivano in pratica a vanificarsi precisamente quando la realtà ci raggiunge»: minaccia nucleare, cataclismi naturali. Noi, invece, spesso «vorremmo ridurre la fede cristiana a un esercizio di meditazione individuale, a un rivale dei metodi di sviluppo personale o a un complesso di ingiunzioni moralizzatrici sulla sessualità».
MEGLIO DIO O GLI ESPERTI?
Né «lugubri profezie» né riduzione del cristianesimo all’«insignificanza», dunque: «Il rischio che si fa correre alla Parola di Dio quando la si priva di ogni portata reale sulla marcia del mondo è quello dell’insignificanza. La fede cristiana non può essere un lusso per tempi tranquilli, un piccolo, simpatico supplemento d’anima da convocare una volta che le questioni serie siano state risolte, una volta che le minacce siano state neutralizzate grazie all’intervento dei vari esperti – geopolitici, climatologi, epidemiologi, senza trascurare gli editorialisti evidentemente dotati di tutte le competenze. Se la Parola di Dio non ha nulla da dirci nelle situazioni drammatiche quali sono i pericoli che oggi affrontiamo, allora che interesse ha?», ci sfida l’autore.
IL FINE PRIMA DELLA FINE
Il Vangelo, quindi, non è né uno strumento simili-zodiacale né un mero manuale per comprendere con criteri razionali, “mondani”, le crisi del nostro tempo. Nessuno sa quando avverrà la fine dei tempi ma «la fine è già presente come principio che agisce nel cuore della nostra storia, la quale non avanza del tutto alla cieca. La fine è presente lungo tutto il corso della storia come lo scopo verso cui essa tende», il «compimento verso cui tende tutta la storia umana». Apocalisse è, quindi, “svelamento”, “rivelazione” di «questo principio in atto, questa/o fine già all’opera nella storia». Non vi è dunque nessun «rebus da decifrare» su quando finirà il mondo, ma «un senso da accogliere». Si rivelano sbagliate, di conseguenza, le filosofie della storia che, dall’Illuminismo in poi, la leggevano come un progresso, pur discontinuo, «verso il bene, l’abbondanza, verso il trionfo della scienza, verso la società senza classi o l’abolizione del predominio di pochi». Nemmeno Gesù ci promette tempi migliori (v. Mc 13, 9-13): l’annuncio dell’amore di Dio al mondo «agisce come una rivelazione», un’apocalisse, «di ciò che avviene nel cuore di ciascuno»: vogliamo o no accogliere questo Amore? Per questo, «l’evangelizzazione del mondo non è l’espansione del club dei cristiani che va reclutando nuovi membri; è l’annuncio, a tempo opportuno e non opportuno, dell’amore di Dio per il mondo che Gesù Cristo ci ha rivelato».
ACCOGLIERE L’AMORE
Di conseguenza, «la nostra vita spirituale altro non è che l’accoglienza paziente di questo amore che un giorno si autoinvita nella nostra esistenza», mentre la nostra resistenza a questo amore è il peccato. E «più la rivelazione è chiara, meno è possibile rimanere in una confortevole ambiguità»: l’amore, se ricevuto, «fiorisce in gioia e gratitudine»; se rifiutato, diventa «letteralmente insopportabile e si cerca di sbarazzarsene con ogni mezzo». Dall’amore alla croce, appunto.
«I sistemi politici e sociali meglio pensati, i meccanismi internazionali più ingegnosi, le legislazioni più sofisticate» sono importanti ma «impotenti a intercettare il male alla radice, cosa che può fare solo la conversione personale». Conversione che non significa «adottare un’identità cristiana» ma accogliere l’amore di Dio offerto in Gesù.
CRISTO CI LIBERA E SALVA, FUORI DAI NOSTRI COMFORT
«Salvare e rivelare»: in ciò consiste essenzialmente il Suo agire. Rivelare Dio e il male: «A cosa porta il peccato? Alla morte (…). Lasciando andare il male fino all’estremo della sua logica, Cristo ci mostra dove esso conduce», come ad esempio in Mc 5 nel racconto dell’uomo posseduto dai demoni. Cristo, quindi, «stravolge comfort acquisiti» ma spesso «inquietanti, solitudini infelici che tuttavia non tollerano di essere disturbate da una visita imprevista, rancori talmente strutturati che il perdono lascerebbe un gran vuoto in cuore. Ci sono comfort dall’odore di chiuso insopportabile che preferiamo alle correnti d’aria dello Spirito Santo». In ultima analisi, dunque, il peccato è «un rifiuto di lasciarsi amare che cresce in violenza contro di sé o contro gli altri». Così è oggi, com’è sempre stato e sempre sarà. Lo possiamo vedere ogni giorno nella nostra piccola quotidianità e, su più larga scala, nelle conseguenze della logica della guerra e di un consumo senza freni.
Per Candiard, quindi, «la fine dei tempi» è «in corso d’opera non come evento inquietante di cui paventare l’approssimarsi, ma come realtà presente nella storia fin dal principio (…). Abbiamo bisogno di questo svelamento perché altrimenti, finché la natura del male resterà sconosciuta, si potrà beatamente credere all’efficacia di soluzioni meramente tecniche alle minacce che pesano sulle nostre esistenze». Il male, perciò, va combattuto alla radice, e a partire dalla propria vita. «Dentro di me si sta già combattendo la lotta escatologica» e «vincere, in questa lotta, è innanzitutto accettare che la vittoria è già guadagnata» grazie al sacrificio di amore del Cristo.
Cristo che, dunque, «ci ricorda con forza come la nostra speranza non si possa limitare alla salvaguardia del mondo quaggiù, fragile e deperibile». Il mondo non va né assolutizzato né rifiutato. Essenziale, invece, è percepire «il silenzio in cui cresce il Regno di Dio, che è ciò che dà al mondo il suo senso». Tutto il resto è moralismo, secolarismo, idolatria.
Mi chiamo Andrea Musacci.
Da aprile 2014 sono Giornalista Pubblicista, iscritto all’Ordine dei Giornalisti dell’Emilia-Romagna.
Sono redattore e inviato del settimanale "la Voce di Ferrara-Comacchio" (con cui collaboro dal 2014: http://lavoce.e-dicola.net/it/news - www.lavocediferrara.it), e collaboro con Filo Mag, Avvenire, La Fionda, Vino Nuovo.
In passato ho collaborato con La Nuova Ferrara, Listone mag e Caritas Ferrara-Comacchio.
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"L'unica cosa che conta è l'inquietudine divina delle anime inappagate."
(Emmanuel Mounier)