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“Nessun diritto alla casa, vi ammazziamo”: se in Italia dilaga l’odio etnico

13 Mag

Casal Bruciato, Roma: una famiglia rom insultata e minacciata perché assegnataria di una casa popolare. Il giorno dopo l’incontro con Papa Francesco. Carlo Stasolla (Ass. 21 luglio) a Ferrara: “rom vittime di decenni di segregazione ‘legalizzata’”. Marta Ferrari, educatrice del progetto “Lacio Drom” per la comunità dei sinti nel Comune di Ferrara: “sono quasi tutti cattolici”

casal-bruciato-mammaSenada Sejdovic e Imed Omerovic, entrambi 40enni, sono una coppia rom di origini bosniache, arrivati in Italia nel 1992 quando in Bosnia c’era la guerra. Hanno 12 figli, dai 2 ai 21 anni, il più grande non vive con loro perché si é sposato da poco, e sia lui che il secondogenito sono cittadini italiani, avendo ottenuto la cittadinanza appena diventati maggiorenni perché nati, come i restanti 10 fratelli, nel nostro Paese. Imer lavora al mercatino dell’usato, insieme al figlio 20enne Clinton, nel quartiere Boccea, alla periferia di Roma. I bambini più piccoli vanno tutti a scuola, tranne l’ultimo nato, di due anni. Dopo aver vissuto prima al campo di Tor de Cenci, poi, negli ultimi sette anni a La Barbuta, avendo fatto regolare domanda per avere un alloggio popolare, lunedì 6 maggio si sono recati in via Satta, a Casal Bruciato, per prendere possesso dell’appartamento a loro assegnato. Ma non avevano previsto che alcuni residenti del condominio (parte a sua volta di un comprensorio), aizzati da gruppi di estrema destra, avrebbero fatto di tutto per impedirglielo. Dopo giorni di insulti e minacce a loro e ai bambini (che hanno avuto crisi di panico e febbre per lo choc), sono riusciti a entrare, scortati dalla polizia. “Abbiamo deciso di restare e vorremmo organizzare anche una festa nel cortile. Perdoniamo tutti”, hanno dichiarato al Messaggero, poco prima di incontrare, il 9 maggio, il Santo Padre. Immagini raccapriccianti, che richiamano periodi bui anche della nostra storia nazionale. Mercoledì 8 maggio a Ferrara è intervenuto – per un incontro programmato già da diversi mesi – Carlo Stasolla, Presidente dell’Associazione 21 luglio di Roma, onlus nata nel 2010 per aiutare gruppi e individui in condizione di segregazione estrema e di discriminazione. Tra gli enti sostenitori, la 21 luglio ha anche la Fondazione Migrantes della CEI. L’occasione è stato il terzo dei quarti incontri del ciclo “Le città in-visibili. Immaginari, territori, pratiche”, dal titolo “I campi rom in Italia tra segregazione e discriminazione”, organizzato dal Laboratorio di Studi Urbani del Corso di Sociologia urbana e del territorio di UniFe, diretto dal prof. Alfredo Alietti. A “La Voce”, Stasolla ha rilasciato alcune dichiarazioni. Innanzitutto, ha spiegato come la Strategia nazionale d’inclusione dei rom, dei sinti e dei caminanti 2012-2020 redatta dall’UNAR – Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali, “abbia avuto purtroppo un impatto minimo, quasi nullo, in quanto non vincolante per i Comuni e per le pochissime risorse di cui dispone l’Ufficio”. Li chiediamo anche delle minacce ricevute nel 2014 da un boss rom, Sartana Halilovic, in un incontro pubblico nella sala consiliare del VII Municipio di Roma, in occsione della presentazione del dossier “Campo Nomadi Spa”. “Avvenne – ci racconta – sei mesi prima dell’inizio dell’inchiesta Mafia capitale, la causa fu una ricerca compiuta dalla nostra Associazione sulla criminalità organizzata nei campi rom, quindi una parte dell’inchiesta. Per due anni ho dovuto vivere sotto protezione”. Fra le storie positive di riscatto da parte di ex abitanti di campi nomadi, Stasolla ci racconta di un ragazzo e di una donna che ora “non solo vivono in una casa, ma lavorano per la stessa Associazione 21 luglio”.

BREVE STORIA DELL’UNIVERSO ROMANì

I rom sono in Italia da circa sette secoli, le prime migrazioni risalgono al 14esimo secolo d. C. Diversi di loro sono sedentari, ma per motivi economici o politici hanno lasciato i loro paesi d’origine – l’ex Repubblica Jugoslava o alcuni paesi dell’Est Europa – negli anni ’80, “iniziando ad arrivare in Italia per lavori stagionali, fino a stabilizzarsi”, ha spiegato nell’incontro. “Dalla morte di Tito, non si sentivano più tutelati come minoranza in Jugoslavia, e in Italia i governanti riconobbero in loro popolazioni permanentemente nomadi – anche se non lo erano – e quindi li fecero vivere all’aperto”. Da metà degli anni Ottanta fino ai primi anni ’90 nascono quindi aree e campi dove vengono dislocati, soprattutto nelle grandi città, “nonostante ciò sia illegale. Com’è naturale, nel tempo diventano luoghi di marginalità e degrado, essendo come grandi ghetti fuori dalle città. Sono di fatto campi monoetnici, un povero non rom non viene messo lì, anche se a volte nelle grandi città capita che famiglie italiane povere, non sapendo dove andare, vanno a vivere in uno di questi campi. Inoltre, i bambini vanno a scuola con pulmini solo per loro, in ogni Comune c’è un “Ufficio Rom” apposta. Provate – ha spiegato Stasolla – a inserire la parola ‘ebreo’ al posto di ‘rom’, e vedete che effetto fa…”.

QUASI LA META’ SONO CITTADINI ITALIANI

Quello dei rom e sinti è un mondo molto variegato: come Stasolla scrive nell’introduzione al Rapporto 2018 dell’Associazione 21 luglio, “I margini del margine”, presentato un mese fa, “tra le ville kitsch delle famiglie di rom abruzzesi a Roma ed i nylon di tende improvvisate di rom bulgari a Foggia, ci sono altre 20 etnie, diverse per dialetti, tradizioni e condizioni sociali che compongono l’universo romanì”. Nel Rapporto è spiegato come circa 25mila persone “vivono in una condizione di segregazione abitativa” nei “campi nomadi”. Il 60% di essi vive in 127 insediamenti formali presenti in 74 comuni italiani, mentre il restante in insediamenti informali che, “polverizzati da perpetue azioni di sgombero, finiscono con il diventare micro insediamenti abitati da 2-3 famiglie”. Inoltre, “il 44% di queste persone ha la cittadinanza italiana, quindi negar loro una casa popolare – obbligandole di fatto ad andarsene – non è solo negare un diritto ma negare un diritto a un cittadino italiano”. Si ricordino, a tal proposito, anche i recenti di casi, l’aprile scorsi, a Torre Maura e ancora a Casal Bruciato.

FRA SGOMBERI E CENSIMENTI (ILLEGALI)

Nel 2010, in piena “emergenza rom” dichiarata dall’allora Governo, si tentò di fare un censimento: di fatto avvenne “solo” a Roma e a Napoli, “perché poi – spiega Stasolla – facemmo ricorso e riuscimmo a bloccarlo”. Un “censimento dei rom” nella pratica consiste nel fatto che “membri delle forze dell’ordine vanno in un campo, le persone vengono portate nell’Ufficio stranieri della Questura (anche se parte di loro sono cittadini italiani!), gli vengono prese le impronte digitali, anche se non hanno commesso reati, l’altezza, eventuali tatuaggi: insomma, si tratta di una vera e propria schedatura su base etnica”. Discorso simile, in termini di gravità, avviene per quanto riguarda gli sgomberi forzati (quasi 200 nel solo 2018 in Italia, chiamati sempre più spesso con un termine orribile, “bonifiche”) delle cosiddette “baraccopoli informali”. “Lo sgombero di per sé non è illegale – sono ancora sue parole -, ma il problema è che viene sempre messo in atto in modo illegale e incostituzionale. Innanzitutto, il Comune inizia col togliere l’acqua, la luce, come ad esempio è successo l’estate scorsa al Camping River di Roma. Inoltre, non vengono mai rispettati criteri quali “il preavviso in tempi congrui alle persone interessate, il fatto che non avvenga di notte o in condizioni metereologiche avverse, che vi sia la possibilità di fare ricorso (nessuno lo fa, perché è una sfida impari col Comune, che, tra l’altro, può usare anche possibili ritorsioni), che siano presenti rappresentanti istituzionali e che vi siano per i baraccati alternative abitative adeguate”. Inoltre, “non viene data alle persone la possibilità di portar via con sé gli effetti personali, e si intima loro di non tornare nel campo per prenderli, con la minaccia di togliergli i figli”. Lo sgombero “avviene sempre la mattina molto presto, con le ruspe, alla presenza di un assistente sociale che propone alle donne e ai bambini di andare in case di accoglienza, lasciando i maschi per strada. Chiaramente – ha proseguito Stasolla – nessuno accetta di dividersi dai propri cari, così il Comune può dichiarare che gli abitanti del campo hanno rifiutato l’offerta abitativa alternativa. Il tutto non considerando che da un giorno all’altro i bambini non potranno più andare nella loro scuola, e le donne lasciare il lavoro. Ma ogni violazione del diritto contro qualcuno, statene certi – è il monito di Stasolla -, porta poi sempre a violazioni del diritto nei confronti di qualcun altro: quindi nessuno si può sentire al sicuro, o rimanere indifferente, davanti a tutto ciò”. La sicurezza, invece, si è avviato a concludere il relatore, “si ottiene con l’inclusione, cioè togliendo le persone dalla marginalità e dal degrado. Lo Stato ha il dovere di dare a tutti un alloggio adeguato”.

Il Papa ai rom: “soffro con voi, la strada è la fratellanza”

“Quando leggo sul giornale qualcosa di brutto, vi dico la verità, soffro. Oggi ho letto qualcosa di brutto e soffro, perché questa non è civiltà, non è civiltà. L’amore è la civiltà, perciò avanti con l’amore”. Sono alcune delle parole pronunciate dal Santo Padre il 9 maggio nella Sala Regia in Vaticano nell’incontro con 500 persone rom e sinti. Poco dopo, il Pontefice ha incontrato e salutato (in privato nella sagrestia della Basilica di San Giovanni in Laterano, foto sopra) la famiglia rom al centro delle proteste per l’assegnazione di una casa popolare a Casal Bruciato. Nel primo dei due incontri, il Papa, dopo aver ascoltato alcune testimonianze, ha detto che il vero problema, prima di essere politico e sociale, è legato ad una distanza: “è questo il problema di oggi. Se voi mi dite che è un problema politico, un problema sociale, che è un problema culturale, un problema di lingua: sono cose secondarie. Il problema è un problema di distanza tra la mente e il cuore. “i veri cittadini di seconda classe sono quelli che scartano la gente: questi sono di seconda classe, perché non sanno abbracciare”, “buttano fuori, scartano, e vivono scartando, vivono con la scopa in mano buttando fuori gli altri, o con il chiacchiericcio o con altre cose. Invece la vera strada è quella della fratellanza”. “Voi andate avanti con la dignità, con il lavoro…”, ha detto poi. “E quando si vedono le difficoltà, guardate in alto e troverete che lì ci stanno guardando. Ti guarda. C’è Uno che ti guarda prima, che ti vuole bene, Uno che ha dovuto vivere ai margini, da bambino, per salvare la vita, nascosto, profugo: Uno che ha sofferto per te, che ha dato la vita sulla croce”. Fra le testimonianze, quella di don Cristian Di Silvio, uno zingaro diventato sacerdote, e quelle di tre madri in rappresentanza di un gruppo più ampio di donne rom che vivono in una zona periferica di Roma: “non è facile – hanno detto – trovare un lavoro che assicuri dignità e sostentamento economico”. “Discorsi di odio, ma anche azioni violente sono in costante aumento”. Ci sono poi altre problematiche, hanno aggiunto, legate ad “alloggi non adeguati”, a “sgomberi forzati organizzati dalle autorità in assenza di alternative adeguate”. Ma nonostante ciò, “guardiamo però al futuro con speranza”. Prima delle testimonianze, è intervenuto il presidente CEI card. Gualtiero Bassetti. Infine, ricordiamo che il santo patrono della popolazione rom è il beato Zefirino Giménez Malla, terziario francescano, fucilato nel 1936 durante la Guerra civile spagnola e gettato in una fossa comune per aver difeso un prete e il suo Rosario.

“La diffidenza è radicata, ci vuole tempo, pazienza e ascolto”: la comunità dei sinti a Ferrara

Marta Ferrari, educatrice del progetto “Lacio Drom” per la comunità dei sinti nel Comune di Ferrara: “sono quasi tutti cattolici”

“Il mio compito è fatto principalmente di ascolto e sostegno, soprattutto ai bambini, per farli superare la paura e la diffidenza verso i gagé”. Gagé è il termine usato per indicare chiunque non appartenga all’universo romanì (comprendente rom, sinti e caminanti). A parlare a “la Voce” è Marta Ferrari, giovane psicologa, da tre anni impegnata per la cooperativa “Il Germoglio” come educatrice per il sostegno e l’inclusione dei sinti presenti nel Comune di Ferrara, con un occhio di riguardo ai minori, nel progetto “Lacio Drom”. “Mi occupo non solo dei sinti che vivono nel campo di via delle Bonifiche a Pontelagoscuro – ci spiega -, ma in particolare di loro, perché sono quelli maggiormente tagliati fuori dal contesto sociale, ad esempio dai trasporti pubblici, e i più colpiti dai media. Nel campo il mio impegno è fatto di sostegno, ascolto, di aiuto nei loro confronti per provare a elaborare le proprie emozioni, a vincere la radicata diffidenza verso i gagé. Da un po’ di tempo faccio anche sostegno a un bambino sinto di 7 anni, che frequenta la prima elementare”. Nella sua attività, Ferrari si interfaccia con mediatori comunali e assistenti sociali, lavorando su progetti di fuoriuscita dai campi, o su questioni specifiche. “I progetti riguardano ad esempio l’inserimento in ambiti educativi – prosegue -, la frequenza scolastica (più bassa della media), il cercare soprattutto di fare attività fuori dal campo, e di aiutare i minori a diventare autonomi dai genitori”. Riguardo alla diffidenza verso i gagé, il motivo è radicato in una storia fatta di persecuzioni e discriminazioni subite. “A volte i genitori – prosegue Ferrari -, ad esempio, fanno molta fatica a fidarsi a far prendere ai propri bambini il pulmino per andare a scuola. Vivono oggettivamente in un contesto molto difficile, la società ha perlopiù un’idea negativa di loro, e quindi si convincono che nessuno o quasi li accetti. Ciò li porta ad avere spesso stati di ansia, a soffrire di depressione, di attacchi di panico abbastanza frequenti, tanto gli adulti quanto i bambini”. La cosa che forse non molti sanno, o pensano improbabile, è che i sinti presenti nel nostro Comune sono tutti cittadini italiani e vivono a Ferrara, o comunque in Italia, da diverse generazioni. Fino ad alcuni decenni fa, i loro avi erano giostrai o allevatori di cavalli, oppure raccoglievano il ferro. Nessuno di loro vive di elemosina fatta per strada, due lavorano (uno dei due in un’azienda di Casaglia), un altro fa l’autista per portare i bambini a scuola, attualmente un uomo e una donna svolgono un tirocinio. I loro matrimoni durano tutta la vita, è difficile che si separino una volta “sposati” (solitamente si “sposano” informalmente). “Sono quasi tutti cattolici – prosegue Ferrari -, i loro battesimi e funerali avvengono nella vicina chiesa di Pontelagoscuro, alla presenza anche di parenti da altre città, e, per il battesimo, realizzano un abito tipico per l’occasione. A volte – sono ancora sue parole -, nella parrocchia di Pontelagoscuro guidata da don Silvano Bedin, partecipano, insieme a stranieri, a corsi di italiano o geografia, o a corsi per aiutarli a fare i quiz per prendere la patente”. Inoltre, ogni anno si fa la festa di Natale, di solito al campo, ma l’anno scorso fuori, al centro giovanile “L’Urlo”. “Dei sinti, erano presenti i bambini e le bambine, qualche mamma, nessun adolescente. Oppure, ad esempio, a volte li portiamo in piscina, o lo scorso settembre li abbiamo accompagnati a uno spettacolo in Sala Estense in occasione di ‘FEsta in Pace’ ”. Essendo percentualmente pochi coloro che vivono fuori dal campo, le chiediamo quanti, dall’inizio del progetto “Lacio Drom”, sono andati a vivere altrove: “in vent’anni all’incirca una ventina di persone dal campo di via delle Bonifiche è andata a vivere in un alloggio diverso, o comprandolo o facendo domanda per entrare nelle graduatorie per le case popolari. Solitamente, una parte degli abitanti del campo esprime il desiderio di vivere fuori dal campo, ma per la maggior parte di loro è la paura e la diffidenza nei confronti dei gagé a vincere. Gli stessi genitori, per esempio, a scuola, fanno fatica a relazionarsi con gli altri genitori, spesso non vanno ai ricevimenti dagli insegnanti”. “Da loro, per motivi comprensibili”, accennati sopra, “non si può aspettare che da un giorno all’altro abbiano un cambiamento netto”, conclude l’educatrice. “Ci vuole tempo, pazienza, costanza e grande capacità di ascolto”. Solo così si può guadagnare la loro fiducia, e loro la nostra.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 17 maggio 2019

http://lavocediferrara.it/

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La natura è arte: ecco le mostre del fine settimana

19 Mar
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Mery Godigna Collet

La natura è al centro di diverse esposizioni artistiche e fotografiche che inaugurano questo fine settimana in città.
Innanzitutto, oggi alle 17 viene presentata la personale di pittura “In-NATURA-le” dell’artista Mery Godigna Collet che espone, fino al 2 aprile, nella Galleria del Carbone in via del Carbone, 18/a. L’artista di origini venezuelane nell’ultimo periodo ha operato ad Austin, in Texas, e dunque, non a caso, tema della sua mostra è il petrolio, per riflettere su quanto sia labile il confine tra l’uso e l’abuso della natura. La rassegna sarà visitabile dal mercoledì al venerdì dalle 17 alle 20, sabato e festivi dalle 11 alle 12.30 e dalle 17 alle 20.
Sempre oggi, alle 16, nell’antica via Coperta del Castello inaugura la collettiva di fotografia “Quasi mare d’amare. La sacca di Goro”, con opere in bianco e nero di ventisei fotografi, guidati lo scorso autunno dal fotografo ferrarese Milko Marchetti nella Sacca di Goro, per questo progetto curato da Maurizio Tieghi e Luca Zampini del Fotoclub Ferrara, e in parete fino al prossimo 27 marzo.
Alle 16.30 nella galleria del Liceo Artistico Dosso Dossi, in via Bersaglieri del Po, 25, inaugura invece la bi-personale di pittura “Fantasia e realtà” di Alessandra Parmiani e Massimo Corli, marito e moglie, in mostra fino al 26 marzo. Viene, inoltre, ospitata l’associazione Aic Emilia Romagna, con il progetto “Storie di Blu”, libro illustrato da Francesco Corli. Sempre oggi alle 17.30 nella Galleria Il Rivellino (in via Baruffaldi, 6) inaugura la retrospettiva “Amosfere” dell’artista ferrarese Antenore Magri, con opere della collezione privata dell’antiquario Elio Vitali.

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Carolina Marisa Occari

Proseguendo, alle 18 viene presentata la retrospettiva “Incisioni di Carolina Marisa Occari (1926-2014)” nell’Alchimia R&B in via Borgo dei Leoni, 122 a Ferrara. La mostra, visitabile fino al 19 maggio dalle 9 alle 12 e dalle 14 alle 19, ha la presentaizone di Gianni Cerioli ed è a cura di Licia Zampini.
Inoltre, ricordiamo che il pittore ferrarese Luca Zarattini fino al 18 aprile partecipa a Roma alla bi-personale “Paper Works” con Leonardo Blanco, nella sede di RvB Arts (via delle Zoccolette, 28), mostra inaugurata giovedì scorso. Infine, ieri a Palazzo Crema (via Cairoli, 13), sede della Fondazione CARIFE, è stata inaugurata la mostra-studio “Lo storione del Po e il caviale ferrarese. Storia e storie dall’età del bronzo alla contemporaneità”, curata dal Centro Etnografico Ferrarese e prodotta da un gruppo di enti capeggiati dall’Associazione Bondeno Cultura. L’esposizione è visitabile fino al 2 aprile dal martedì alla domenica dalle 16 alle 19.

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 18 marzo 2017

Ferrara-Roma FilmCorto, Squarcia: «qualcuno vuole già imitarci»

14 Gen
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Un momento della conferenza stampa di presentazione in Sala Arengo

«Una collaborazione innovativa, che già altri festival importanti ci “invidiano”», un modo per togliere Ferrara dal «provincialismo» in ambito cinematografico. Si presenta così la rassegna “Ferrara-Roma FilmCorto”, in programma per tre giorni, fino a domani sera, nella Sala Estense in Piazza Municipale. Ieri mattina nella Sala dell’Arengo attigua al luogo che ospiterà la kemesse, si è svolta la conferenza stampa di presentazione.

Alberto Squarcia, presidente della Ferrara Film Commission e ideatore della rassegna, ha spiegato come quest’ultima sia nata grazie all’amicizia col regista romano Roberto Gneo, autore del film “Un padre”, girato lo scorso ottobre a Ferrara, che, a sua volta, ha messo in contatto la Film Commission ferrarese con Roberto Petrocchi del Roma Film Corto Festival. Squarcia ha, inoltre, anticipato come «due importanti città italiane, tra cui Montecatini, con festival di cinema storici, ci hanno già proposto rassegne cinematografiche da organizzare insieme, seguendo il modello del Ferrara-Roma FilmCorto».

Il sindaco Tiziano Tagliani ha, invece, sottolineato «la significativa storia cinematografica di Ferrara, da sempre fucina di talenti. La rassegna – ha proseguito – è importante anche per creare canali con il mondo giovanile».

«Bisogna evitare tanto il provincialismo  quanto l’idea che il buono vada cercato solo fuori dalla propria realtà territoriale», ha puntualizzato, quindi, l’Assessore alla Cultura Massimo Maisto. È poi intervenuto il Direttore Petrocchi, che ha ribadito «l’importanza del Roma Film Corto di ampliare la propria vocazione itinerante». Lo storico e critico cinematografico Paolo Micalizzi, Presidente Onorario della Ferrara Film Commission ha invece spiegato la propria «esperienza positiva» nella giuria dell’ultima edizione del Roma Film Corto Festival, svoltosi lo scorso dicembre. Micalizzi ha spiegato come in futuro Ferrara «potrebbe ospitare una o due giornate di dibattiti cinematografici, invitando anche importanti autori». Inoltre, Squarcia ha anticipato che «entro l’anno, grazie alla Ferrara Film Commission, nella nostra città dovrebbe svolgersi una rassegna dedicata al regista Andreij Tarkovskij, con proiezioni dei suoi film, e mostra fotografica e di abiti di scena, materiale prestato da Donatella Baglivo, regista, sceneggiatrice e in passato collaboratrice del regista russo». Infine, durante la tre giorni, alcuni allievi dell’Istituito L. Einaudi di Ferrara coordinati dal prof. Pietro Benedetti realizzeranno un docufilm sulla rassegna.

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 14 gennaio 2017

Petrocchi: «Resistiamo grazie ai giovani e alle pellicole di qualità»

14 Gen

Il direttore del Roma Film Corto Festival fino a domani alla Sala Estense nell’ambito della rassegna Ferrara-Roma. Le responsabilità dei distributori

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Roberto Petrocchi

«Il cinema italiano è vivo, soprattutto grazie a giovani registi di corti. Spero quindi che Ferrara colga questa possibilità di poter vedere film di qualità». Non riesce a essere del tutto “pessimista” Roberto Petrocchi, regista e Direttore del Roma Film Corto Festival che, fino a domani, organizza nella Sala Estense di Piazza Municipale l’edizione zero della Rassegna Ferrara-Roma FilmCorto. La rassegna di cortometraggi, provenienti sia dal festival capitolino sia da registi ferraresi, è ideata insieme alla Ferrara Film Commission (FFC) presieduta da Alberto Squarcia.

Petrocchi, che è anche sceneggiatore, docente e presidente del “Festival del Cinema Giovanile Indipendente”, in passato è stato assistente alla regia di Valerio Zurlini. Attualmente è impegnato nella trasposizione cinematografica del best seller “Oriana Fallaci – Morirò in piedi” di Riccardo Nencini. L’ultima edizione del suo Roma Film Corto ha visto nella giuria anche un ferrarese, Paolo Micalizzi, critico e storico cinematografico, nonché Presidente onorario della FFC.

Petrocchi, qual è lo stato di salute del cinema indipendente italiano?

È migliore di quello che si pensa, negli ultimi anni c’è stata un’evoluzione importante, ho avuto modo di conoscere tante realtà positive a livello locale. Anche per questo ho accettato con gioia la proposta di portare tanti corti di qualità qui a Ferrara.

Quali sono, invece, i suoi limiti?

La realtà è complessa, ma responsabilità ne hanno i distributori e gli esercenti che spesso non sostengono in modo organico il cinema indipendente.

A proposito dei cortometraggi in Italia, Lei ha parlato di universo variegatissimo: in che senso?

Il cinema italiano è vivo, ha grande prospettiva. In particolare nel mondo dei corti c’è una forte molteplicità di linguaggi, con registi anche di 25-30 anni che dimostrano profondità e capacità di osservazione, riuscendo a uscire dalla propria realtà generazionale e dall’attualità. La speranza è che nasca un nuovo movimento cinematografico italiano, come fu ad esempio il Neorealismo.

Che film vedremo nella rassegna di questi giorni?

Una selezione dal Roma Film Corto, anche dando spazio ad esempio ai film d’animazione, che, al di là di quel che si pensa, sono di qualità anche nel nostro Paese.

Come spera che Ferrara possa recepire questa novità?

Mi aspetto una risposta positiva, anche se è la prima edizione: spero possa essere anche, perché no?, l’inizio per un progetto futuro di distribuzione alternativa. Per Ferrara è un’occasione importante per vedere corti di qualità, chissà, magari anche di registi di futuro livello internazionale.

Riguardo ai corti di registi ferraresi in programma nella rassegna, cosa ci può dire?

Ho notato diversi prodotti di qualità, e ho avuto l’occasione di conoscere Ferrara come ambientazione scenografica: è davvero una città affascinante.

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 14 gennaio 2017

Quando l’Architettura Razionalista si sposa con il caffè di qualità

29 Set

Fotoracconto di un pomeriggio trascorso nello “Spazioperundici”, lo spazio artistico all’interno della Torrefazione Penazzi di Ferrara (in via G. Bongiovanni, 32). Alberto Trabatti, proprietario dell’azienda ed egli stesso fotografo, lo scorso marzo ha inaugurato questo angolo dedicato alla fotografia, e ora ospita la personale di Alessandro Paolini “U.R.B.E. L’Urbe Razionalista, Bagliori Estetici”, dedicata ad alcuni edifici in stile razionalista costruiti negli anni Venti e Trenta del secolo scorso.

Andrea Musacci

L’Architettura Razionalista in bianco e nero nello “Spazioperundici”

24 Set

14397460_10208372523329375_717996826_nL’Architettura Razionalista romana, con la sua aura atemporale e metafisica, è la protagonista della mostra fotografica che inaugura oggi alle 17 nello “Spazioperundici” della Torrefazione Penazzi di Ferrara (in via G. Bongiovanni, 32). Alberto Trabatti, proprietario dell’azienda ed egli stesso fotografo, lo scorso marzo ha inaugurato questo angolo dedicato alla fotografia, e ora presenta la personale di Alessandro Paolini “U.R.B.E. L’Urbe Razionalista, Bagliori Estetici”, dedicata ad alcuni edifici in stile razionalista costruiti negli anni Venti e Trenta del secolo scorso.

Per lo stesso Trabatti, il razionalismo è «l’ultimo stile italiano di cui si possano trovare coerenza e spettacolarità. Ingiustamente svalutato per decenni in quanto figlio di una pagina tragica della nostra Storia, recentemente sta ritrovando la meritata considerazione». Per quanto riguarda il nostro territorio, basti pensare a Tresigallo, divenuta città razionalista grazie a Edmondo Rossoni.

14397448_10208372524449403_1100054055_nPaolini, classe 1963, è nato a Roma, città dove vive e che vuole omaggiare con questo progetto, filtrando l’amore con la tecnica, creando originali visioni personali. «Il suo bianco e nero, essenziale e pulito, realizzato in analogico – prosegue Trabatti – isola questi silenziosi testimoni da ogni dimensione temporale. Non sono più le icone di un ventennio, né costruzioni che ingombrano una città congestionata dal vivere frenetico, ma appaiono tratti metafisici». Il richiamo a Giorgio de Chirico, in particolare alle sue “piazze metafisiche”, diventa inevitabile. Tra gli edifici razionalisti romani ricordiamo il Palazzo dei Congressi dell’EUR e L’Istituto di Fisica dell’Università La Sapienza.

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 24 settembre 2016

Violenza partigiana dopo la guerra, il libro della Foletti arriva a Roma

29 Giu

copertina-il-sasso-che-alza-il-cielo-NUOVA-EDIZIONE_per-Isbn-500x500Il libro “Il sasso che alza il cielo” di Lara Foletti, da poco edito con nuovi documenti e rivelazioni sulle violenze partigiane nel nostro territorio, verrà presentato domani sul Lungotevere di Roma.

L’occasione è l’evento dal titolo “Incontri d’Arte: poesia romanesca e narrativa storica”, organizzato da Accademia di Musica Italia, con il partrocinio della Regione Lazio e del Comune di Roma, e che vede come relatori, oltre alla Foletti, Anna Iozzino (storica e critico d’arte), Stefania Angeliani (autrice e poetessa) e Licia De Pascalis (critica e avvocatessa).

Il libro della Foletti, sia nella prima che nella nuova edizione, ha suscitato non poche polemiche, causate dal fatto di raccontare, sempre fonti e documenti alla mano, numerosi casi di violenze e omicidi perpetrati da alcuni partigiani a Ferrara e provincia in particolare nel periodo immediatamente successivo alla Liberazione dal nazifascismo.

Lara Foletti, originaria di Alfonsine (Ravenna), da anni vive a Roma. É sociologa, allieva di Francesco Alberoni, co-fondatrice del mensile Effe, curatrice dell’edizione italiana del Dizionario di psicologia e del Dizionario di sociologia per la casa editrice Gremese. Suoi articoli sono apparsi nei quotidiani Libero, Il Foglio e La Repubblica. Per questo libro l’autrice ha ricevuto il primo premio al concorso Pianeta Donna 2016.

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 29 giugno 2016