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Padre Enzo Bianchi a Vigarano Mainarda: incontro, comunità e identità

21 Giu

Intervento la sera del 18 giugno: «ascoltiamo per imparare dall’altro»

Vivere un’empatia piena, un’apertura all’altro e al tempo stesso mantenere un’identità chiara. È su questo difficile equilibrio che ognuno di noi, continuamente, gioca la propria sfida con se stesso e la propria comunità. 

Su questo tema la sera del 18 giugno ha riflettuto padre Enzo Bianchi, teologo e scrittore, fondatore della Comunità di Bose di cui è stato priore fino al 2017. Nella chiesa provvisoria di Vigarano Mainarda, invitato dall’Azione Cattolica interparrocchiale e alla presenza anche di mons. Gian Carlo Perego, p. Bianchi ha innanzitutto riflettuto su come «il vivere insieme sia un progetto di vita, un cammino per territori sconosciuti, qualcosa che va sempre verificato: la vera via di umanizzazione attende il contributo di ciascuno». La comunità, quindi, «è il contrario di ciò che è proprietà, appartenenza individuale. È la condivisione del dono, del dovere, della responsabilità, è scambio e reciproca edificazione».

Per p. Bianchi i membri di ogni comunità sono tali se si sentono «bisognosi dell’altro, mancanti, “aperti a”, in un movimento che immette in un circolo di gratuità, uniti non da ciò che hanno ma da un debito che ciascuno vive verso gli altri». In questa dinamica ciò che più importa è non tanto il pur fondamentale aiuto materiale, ma «la nostra presenza, il dono totale di sè». Il contrario della presenza è «l’estraneità, che “uccide” l’altro», di cui, citando  Dostoevskij, «io sono sempre responsabile» e il cui volto, rifletteva Levinas, è sempre da ricercare. Il vero “prossimo” è «a chi mi faccio vicino» fisicamente, pur nella paura, «comprensibile ad esempio nel caso dei migranti, paura che non va derisa». Ciò – per p. Bianchi – non significa «dover abdicare alla propria identità ma nemmeno indurirla, perché l’identità è dinamica, è qualcosa che di continuo si arricchisce». Nessuna autocolpevolizzazione, quindi, «è importante avere un’identità chiara, ma che non sia contro gli altri». Perché ognuno – spesso lo dimentichiamo – condivide con gli altri «la condizione umana, mortale». Per cui «la vita va vissuta come un viaggio di compagni di carovana, di fratelli e sorelle: solo il camminare insieme può dare senso alla vita, solo l’amore può lottare contro la morte».

Spesso – ha sferzato fratel Bianchi – «la nostra carità è presbite: amiamo chi è lontano ma non chi abbiamo vicino», mentre abbiamo in Gesù un esempio concreto, l’esempio della vicinanza della carità, anche col tatto. Lo stesso Papa Francesco continuamente lo dimostra, anche quando «ha incontrato un gruppo di persone trans: quanti cristiani farebbe lo stesso? Il nostro mondo cristiano è stato, ed è, spesso bigotto». Ma «il Vangelo e l’uso della ragione sono i due strumenti per valutare tutto, anche la religione», come molto ha riflettuto e scritto papa Benedetto XVI, che «non venne capito: pensiamo solo alla polemica legata al suo discorso a Ratisbona. Però è vero – ha proseguito p. Bianchi – che Gesù è stato nonviolento, Maometto invece ha fatto delle guerre. La religione cristiana poi, però, si è macchiata nei secoli di violenze e soprusi». Infine, una parola sul vero dialogo, «non qualcosa di passivo ma atto creativo, qualcosa che, sempre sull’esempio di Gesù, dobbiamo reimparare a fare nell’ascolto e nella capacità di domandare».

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 25 giugno 2021

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«Virtù e fraternità per lottare contro il male che è in noi»: Enzo Bianchi al Festival della Filosofia

19 Set

“Se non agisci bene, il peccato è accovacciato alla tua porta”. (Genesi 4, 7)

“La lotta spirituale è brutale quanto una battaglia fra gli uomini”. (Arthur Rimbaud, Una stagione all’inferno)

Esiste una lotta essenziale per ogni uomo, giovane o vecchio, ricco o povero, una guerra che va combattuta tutta la vita, fin dall’infanzia, contro le «pulsioni malefiche», quel male “accovacciato” alla porta del nostro cuore.

In occasione della 16° edizione del Festival della Filosofia, anche quest’anno svoltosi tra Modena, Carpi e Sassuolo nel fine settimana appena trascorso, ieri pomeriggio nella tensostruttura allestita in Piazzale Bartolomeo Avanzini a Sassuolo ha avuto luogo la lectio magistralis di Enzo Bianchi sulla “Lotta spirituale”, alla presenza di circa un migliaio di persone. Riprendendo, infatti, il tema dell’edizione di quest’anno, “Agonismo”, Bianchi, classe ’43, fondatore e priore della Comunità monastica di Bose a Magnano (Biella), in circa un’ora ha sviluppato una riflessione, sulla lotta contro il peccato, dalla chiara connotazione cristiana, ma recepibile da chiunque, anche dai non credenti. Un tema da lui approfondito, ad esempio, già nel libro Una lotta per la vita. Conoscere e combattere i peccati capitali (2012).

La lotta interiore è l’evento più significativo ma anche il più «disatteso», reso anacronistico e retorico dal «nichilismo imperante»: è, secondo Bianchi, quella lotta in cui l’uomo «oppone resistenza al male, combatte contro le pulsioni e le suggestioni del proprio cuore, che prepotentemente e aggressivamente emergono, assumendo il volto di tentazioni seducenti». La lotta spirituale rappresenta, ha riflettuto Bianchi, «un combattimento spirituale senza tregua, che non consente armistizi, una battaglia che dura fino alla fine della vita. L’edificazione umana è impossibile senza questa lotta, senza cioè il discernimento tra bene e male». Un combattimento per arrivare a una vita davvero degna, «a ciò che è autenticamente umano, che è anche autenticamente cristiano».

Richiamando anche uno scrittore come Cesare Pavese e il suo “mestiere di vivere”, Bianchi ha ribadito la necessità di lottare contro questo male che è in noi, contro «questa animalità che va domata, razionalizzata, contro questa pulsione egocentrica legata alla paura della morte».  Questo scontro nel nostro cuore è l’unico caso, ha proseguito Bianchi, di «guerra non armata, non violenta, ma le cui armi sono le virtù umani, giustizia, fiducia e carità, quelle energie donate da Dio». È un combattimento duro e imprevedibile, lo stesso di cui parlava anche San Paolo: “io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio” (Lettera ai Romani 7, 19), quella “buona battaglia” (Seconda Lettera a Timoteo 4, 7).

Nello specifico, il relatore ha spiegato le tre pulsioni madre dalle quali scaturiscono tutti i peccati. La prima è la libido amandi, nel quale l’amore e l’eros, seppur nella loro bellezza e verità intrinseche, non accettano «il limite, la differenza e la distanza» necessarie. L’eros, invece, secondo Bianchi, «dev’essere esposto al rischio vitale dell’incontro con l’altro, col non-prossimo, il diverso, il lontano. Oggi invece – ha proseguito – è diffusa una sessualità leggera, poco impegnativa, quindi cosificata». Triste conseguenza di ciò è che «l’eros perde la sua intensità, l’importanza della comunione con l’altro, che viene ridotto a oggetto, a strumento», e non rispettato nel suo valore di persona.

Oggi si ha «un’assolutizzazione della pulsione sessuale, un mero incontro fra due narcisismi, di due egoismi, un’idolatria nella sfera erotica, vale a dire una fuga nell’immaginario, una sessualità spersonalizzata, senza alcuna valenza simbolica, virtuale e alienante, qualcosa di sempre più chiacchierato e ostentato, quindi banalizzato e ossessivo». La spietata ma sincera analisi di Bianchi porta anche a spiegare le purtroppo inevitabili conseguenze di tutto ciò in molti giovani: «impotenza, frigidità, senescenza precoce dei sensi».

Proprio per questo occorre «una disciplina della pulsione sessuale, esercitare all’ascesi umana, alla dilazione del desiderio». Più profondamente occorre rieducare al fatto che «il corpo non è ciò che l’uomo possiede, ma ciò che l’uomo è, e dunque vanno difesi la tenerezza dell’amore e il rispetto per l’altro, insieme al piacere».

La seconda pulsione madre è la libido possidendi, vale a dire una perversione e assolutizzazione del naturale desiderio umano di avere un rapporto con le cose, rapporto che si esprime soprattutto col lavoro e la cultura. Invece, questa «grande pulsione idolatrica, questa brama del possesso fine a sé stesso – ha proseguito Bianchi – porta a far diventare il quantificabile e il visibile i criteri più importanti». Quest’assolutizzazione è, oggi, «la vittoria del dio denaro, del capitale, della finanza, dell’accumulo sfrenato, della ricchezza ostentata», mentre, come ammoniva Gesù, “non potete servire a Dio e a Mammona” (Vangelo secondo Matteo 6, 24).

Infine, vi è la libido dominandi, «la pulsione del potere, l’affermazione totale di sé sugli altri, quella che richiede l’adorazione più totale, fino a esigere il sangue altrui», ha spiegato Bianchi. In ultima analisi, alla radice «ogni forma di idolatria è idolatria di sé, amore egoistico, per cui l’altro non è un dono, non è una salvezza contro l’isolamento, ma un ostacolo, un mero strumento». Tra le tentazioni, questa del potere, del dominio sull’altro è narrata nello stesso Vangelo come l’ultima delle tre, «come compimento delle altre» (cfr. Vangelo secondo Luca 4, 9-12).

In conclusione, a voler testimoniare come la lotta interiore, nonostante riguardi il cuore, l’intimità di ogni persona, non richiami però nulla di individualistico e solipsistico, Enzo Bianchi ha affermato come contro queste libido serva «la fraternità, la comunione, riscoprire cioè il valore della fratellanza per ricercare il bene comune».

Andrea Musacci