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Il sacro perduto nel paesaggio senz’anima

17 Ott
“Incuneandosi nell’abitato”, Tullio Crali

“Da Monet a Van Gogh a Kandinsky”: un racconto della mostra a Palazzo Diamanti

Non fatevi ingannare dal titolo della mostra a Palazzo dei Diamanti a Ferrara: in parete troverete poco degli artisti citati ma potrete ammirare molto di più. “Da Monet a Van Gogh a Kandinsky. Nuovi sguardi sulla natura e la modernità” si intitola l’esposizione visitabile fino al 10 gennaio. Un lungo percorso tra XIX e XX secolo, attraverso le trasformazioni del paesaggio.
L’opera di Kuytenbrouwer “Rocce vicino alle Gole d’Apremont” (1848) mostra nubi nere all’orizzonte, corvi sulle rocce, una serpe. È il perturbante della natura, incombente palcoscenico. Ma l’uomo è natura, tanto col proprio corpo quanto coi frutti del proprio ingegno, non può essere solo un occhio esterno, “scientifico”. Questo distacco è solo illusorio, rappresenta l’inganno del potere, del dominio sui corpi e su tutto ciò che umano non è. Inganno che la modernità renderà dovere e principio. Natura è anche mistero e terrore, ma misurarci con essa, controllarla senza dominarla è per ognuno di noi un grande esercizio di umiltà contro i dannosi propositi di totale autodeterminazione.
Si arriva poi nella sala dei Macchiaioli dove le opere donano una sensazione di persistente ariosità e luce. Con l’impressionismo il paesaggio torna però a dominare rispetto alla figura umana e tutto inizia a farsi più sfumato, perde nitidezza. Il soggetto scomparso, riemerge nel sentimento dei colori vivaci e nella crescente indeterminatezza.
Passano i decenni e l’atmosfera da rarefatta si fa dura, cupa e tagliente: siamo con la cosiddetta Scuola dell’Aia. Nel “Ritorno della scialuppa di salvataggio” (1876) di Mesdag, in fondo al mare, una vela si definisce, minuscola, pare una piccola croce. Ma col postimpressionismo e il divisionismo si perderà sia la pura, placida immagine bucolica quanto il cupo mistero. I “Due cavalli bianchi” (c. 1881-86) di Boldini, col loro muso sofferente e sfigurato in un grido muto, sono l’ultima lancinante immagine prima dello shock della modernità. In quest’epoca, il volto scompare a favore delle luci, dell’acciaio, del clamore. Poi riappare, ma dietro la patina della moda, dello sfarzo, del divertissement come regola sociale. Nella Ballata finale (1893) di Toulouse-Lautrec torna minuscola, sullo sfondo, quella piccola croce vista in Mesdag. Ma la modernità è ormai esplosa, e non sembra esserci possibilità di ritorno: nell’opera “Incuneandosi nell’abitato” (1939) di Crali, la persona è al centro ma di spalle, senza volto. La tela, all’inizio del percorso satura di alberi, ora lo è di edifici. Con Crali, l’uomo è destinato a schiantarsi, a perdere la propria anima in questo paesaggio distopico. L’angoscia di un mondo senza Dio emerge con crudezza anche nei grigi paesaggi urbani di Sironi: in una delle opere in mostra, troviamo due figure in primo piano ma defilate, lui col viso contratto, lei con gli occhi abbassati. In una dei due, una torre è a croce. Ma ne “L’addio” (1917) di Bucci il congedo sembra essere dal sacro. Ora le foreste sono più che mai di acciaio, disegnate con maniacale precisione e triste freddezza.
Andiamo diretti verso l’astrazione. La pecora, la rosa, l’albero, il cavallo: i vari autori, per rappresentarli li scompongono e li geometrizzano. Il paesaggio urbano – ad esempio di Feininger in “Weimar alta” (1921)– ha ormai la stessa fisionomia di un bosco, ma senza incanto. Ora, quello rappresentato è un oggetto che la mente sa solo restituire in una semplificazione artefatta, sempre meno sperimentabile coi sensi, non più famigliare. In uno spazio vuoto, asettico troviamo, infine, solo Mondrian e le «fondamenta delle cose»: nella sua “Composizione N. II” (1929), ogni riferimento è perduto, non rimane che appoggiarsi a una minuscola striscia bianca “lasciata” dall’autore in basso sulla destra, segno di un’imperfezione, forse di una possibile apertura.
Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 15 ottobre 2026

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La Barcellona del giovane Picasso in un incontro a Diamanti

21 Mag

Rosa di fuocoContinuano i numerosi eventi di contorno all’importante mostra “La rosa di fuoco. La Barcellona di Picasso e Gaudí” in programma a Palazzo dei Diamanti (C.so Ercole I d’Este, 21) fino al prossimo 19 luglio.

All’interno del ciclo di incontri “Barcellona modernista, città dei prodigi” oggi alle 17.30 alla Pinacoteca Nazionale di Palazzo dei Diamanti Davide Lacagnina relazionerà sul tema “La Barcellona del giovane Picasso”. Nel 1894, a circa 13 anni, Pablo Picasso si trasferisce con la famiglia da Malaga a Barcellona, in quanto il padre, insegnante d’arte, trova lavoro nella scuola d’arte della città. Picasso vi rimarrà fino all’età di 19 anni, per poi trasferirsi in Francia, dove rimarrà fino alla morte, avvenuta nel 1973. Nella città catalana, il percorso dell’artista ha una svolta fondamentale anche per la sua produzione futura. Tra le opere di questo periodo, la “Prima comunione” (1896), dove viene ritratta la sorella Lola e il “Ritratto di zia Pepa”, dello stesso anno. Seguirà la commistione del realismo con il simbolismo, fino al cosiddetto periodo modernista.

Sempre in Pinacoteca, domani alle 17 avrà luogo “El cant dels ocells. Barcellona e la musica”, concerto degli Strumentisti e del Coro del Conservatorio “G. Frescobaldi” di Ferrara, con musiche di Albéniz, Granados, Tárrega, Bretón, Millet e Pedrell. Il concerto , introdotto da Chiara Vorrasi e Lorenzo Rubboli, fa parte del programma del Festival miXXer 2015.

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 21 maggio 2015