Archivio | 09:41

“Continuità e progetti per i giovani”: Spagnoletto nuovo Direttore MEIS

16 Giu

Interviste a cura di Andrea Musacci

Cambio al vertice del Museo nazionale ebraismo italiano e Shoah di Ferrara: “siamo un centro propulsore di dialogo fra fedi e lavoriamo per un’integrazione vera”

Rabbino capo della Comunità ebraica di Firenze, membro del Comitato scientifico del MEIS, una Laurea rabbinica presso il Collegio Rabbinico di Roma, un diploma di Sofer (lo scriba rituale e restauratore di testi ebraici) dell’Istituto Zemach Zedeq di Gerusalemme, e uno in Biblioteconomia della Scuola di Biblioteconomia Vaticana. E ancora: docente al Collegio Rabbinico Italiano e per l’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, nonché collaboratore del Comune di Roma nell’ambito educativo e membro del comitato scientifico del Museo Ebraico di Roma.

Sono solo alcune delle voci del curriculum di Amedeo Spagnoletto, romano, 52 anni, nuovo Direttore del Museo Nazionale dell’Ebraismo Italiano e della Shoah al posto di Simonetta Della Seta.

Spagnoletto, un avvicendamento nel segno della continuità, verrebbe da dire, essendo lei già membro del Comitato scientifico. Pensa che i prossimi 4 anni possano comunque segnare un rinnovamento?

Certamente l’esperienza fatta nel comitato scientifico mi ha dato modo di conoscere la splendida “macchina” MEIS che funziona grazie alla sinergia di uno staff affiatato e efficiente, ma è stata anche una palestra di dibattito e confronto ad altissimo livello, considerate le figure del mondo accademico e della cultura che lo componevano. Da questo punto di vista è stato un privilegio farne parte. La continuità sarà quindi in linea con il rigore scientifico delle iniziative e con l’intensità di attività che ha contraddistinto il quadriennio della direzione di Simonetta a cui va tutto il mio plauso e la riconoscenza per avermi lasciato un’istituzione in salute e ben organizzata. Per parlare di rinnovamento ho bisogno di prendere concretamente coscienza nei dettagli di ciò che è stato fatto. Non ho maturato convincimenti che mi spingono per ora a dare segni di discontinuità col passato.

Quali progetti ci sono in programma?

Il periodo pandemico ci impone molta cautela. Ma questo non deve essere un freno rispetto all’organizzazione di importanti iniziative. Stiamo lavorando su un progetto didattico ben articolato da offrire alle scuole di tutto il Centro-Nord e da attivare fin dall’inizio dell’anno scolastico. Sono convinto che il MEIS, proprio perché propone l’esperienza bimillenaria ebraica in Italia, sia il luogo più appropriato per raccontare a un Paese confuso che la via di un’integrazione responsabile e che non sacrifichi le identità è praticabile.

Sulla Festa del Libro ebraico: per l’edizione 2020 penserete a un ritorno alla Festa “vecchio stile”, su più giorni e con più iniziative non letterarie?

Una cosa è certa: all’interno della kermesse il largo pubblico deve trovare un motivo per partecipare, quindi presentazioni di libri sì, ma non solo. L’ambizione sarà quella di toccare i tasti più giusti per avvicinare i giovani.

Può aggiornarci sui lavori nella sede del MEIS?

Credo che per rispondere a questa domanda avrò bisogno di tempo per prendere coscienza con lo stato dell’arte.

Che frutti potrà dare nei prossimi anni un rapporto con la nostra comunità cattolica?

Il MEIS deve anche essere un centro propulsore di dialogo con tutti i credi presenti sul territorio. Fra i punti del suo statuto c’è quello di promuovere i valori di pace e fratellanza fra i popoli e l’incontro fra culture e religioni diverse. Credo che tutto questo debba avvenire sempre in stretta armonia con la Comunità ebraica di Ferrara ed i suoi autorevoli rappresentanti verso cui il MEIS rivolge rispetto e considerazione.

Della Seta: “In molti a Ferrara non credevano nella nascita del museo, ma poi c’è stato entusiasmo”

Simonetta Della Seta 2

foto Francesca Brancaleoni

Dopo 4 anni, alla scadenza naturale del mandato, Simonetta Della Seta lascia l’incarico di Direttore a Spagnoletto. Un quadriennio decisivo per il futuro del MEIS. Le abbiamo rivolto alcune domande per capire cos’ha rappresentato per lei.

Della Seta, ora che lascia il MEIS possiamo fare un bilancio: che museo eredita il suo successore?

Il nuovo Direttore trova un museo avviato e funzionante, riconosciuto in Italia e all’estero. Una macchina oleata, che ovviamente bisogna tenere in movimento e far conoscere sempre di più al grande pubblico. Le sfide non sono certo finite, ma il MEIS esiste, è guidato da un gruppo di lavoro professionale e coeso, ed è considerato un luogo rilevante e di interesse, non solo per i turisti, ma anche per le scuole di tutta la penisola. Con la nuova grande mostra storica che verrà inaugurata nel 2021 – e che è completamente pronta – dedicata al periodo dei ghetti e poi alla loro apertura (1516-1914), il MEIS offrirà al visitatore un percorso completo che va dall’epoca romana alla fine della seconda guerra mondiale. Inoltre parlerà di un tema molto attuale: come resistere nei ghetti e come uscirne liberi. Un messaggio universale che viene proprio dalla cultura ebraica. Quando sono arrivata a Ferrara, il museo era ancora un cantiere e a lavorare con me c’erano solo due persone. Ora il MEIS è sulla mappa della città, ma anche dei grandi musei nazionali e di quelli mondiali. È stato inaugurato dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e visitato da tantissime personalità, nazionali ed internazionali della cultura. Tra queste: la senatrice a vita Liliana Segre, l’architetto Dani Karavan, lo storico dell’arte Salvatore Settis, l’ebraista Giulio Busi, gli scrittori israeliani A.B. Yehoshua e David Grossman, il regista Amos Gitai. Ne sono fiera.

Come fu, secondo lei, 4 anni fa l’accoglienza di Ferrara al progetto del MEIS?

Quando arrivai, in molti credevano che il MEIS non sarebbe mai nato. Erano trascorsi oltre 10 anni dalla legge istitutiva. Nel momento in cui però la città ha vissuto con noi il grande sforzo per aprire il Museo e la sua presenza vitale e coinvolgente, abbiamo ricevuto delle risposte commoventi, molto apprezzamento e tanto sostegno. Il MEIS dà anche lavoro a moti ferraresi, e questo è il modo migliore per farlo sentire un luogo del territorio.

La comunità ferrarese in questi 4 anni è stata collaborativa, riconoscendolo come parte della propria identità?

La città ha accolto il museo con curiosità ed entusiasmo. Sono stati creati rapporti intensi con tutte le realtà cittadine: dal Teatro Abbado all’Università, dal Conservatorio all’Ariostea, dalla Camera di Commercio ai più importanti circoli culturali della città. Il Comune è stato la prima istituzione a sostenere fortemente il progetto MEIS, offrendoci spazi nella città, facilitando in ogni modo le nostre attività e aiutando anche finanziariamente. Per noi è fondamentale che i ferraresi sentano il Museo come un loro luogo. Anche se il MEIS è un museo nazionale, è importante che la città lo consideri una sua perla e una vera opportunità per la diffusione della cultura e per l’attrazione del turismo.

Non solo in rapporto al MEIS, che città lascia, “aperta” e consapevole della propria identità sfaccettata? E una città più capace di fare i conti con la propria storia?

Ferrara è una città per alcuni versi conservatrice, ma anche accogliente e attratta dalle altre culture. Inoltre, tra le tante anime che l’hanno stratificata, quella ebraica è sempre presente; fa parte della sua storia e della sua cultura, e tutti ne sono consapevoli. Credo che Ferrara abbia cominciato da tempo a fare i conti con la propria storia, ma mi piacerebbe che al MEIS parlassero un giorno i figli di coloro che hanno subito la Shoah, con i figli di coloro che li mandarono a morire. C’è sofferenza in entrambi e solo tirando fuori anche la seconda – riconoscere con dolore che siamo anche i figli del male – il conto con la storia sarà completo.

E l’Italia rispetto a 4 anni fa è una nazione più aperta, rispetto all’ebraismo e alle altre minoranze? La spaventa il riemergere di certo antisemitismo?

L’antisemitismo è un fenomeno che esiste da secoli e sul cui sradicamento combattiamo ancora ogni giorno. Purtroppo alla sua base c’è l’ignoranza. Quando si conosce l’ebraismo, è assai più facile prevenire il pregiudizio. Per questo è così importante che il governo italiano abbia voluto un Museo Nazionale dell’Ebraismo Italiano e della Shoah. Il MEIS ha una funzione cruciale nella società di oggi, anche per arginare il razzismo diffondendo conoscenza. Questa è la sfida: non demoralizzarci in momenti in cui riaffiora il sentimento negativo, ma studiare, approfondire e creare conoscenza affinché esso non abbia più base. Chi visita il MEIS sa anche che uno dei nostri obiettivi è valorizzare la convivenza, lo scambio, l’incontro. Per noi è importante che il MEIS sia una casa pronta ad accogliere chiunque non si senta accettato per come è. Il nostro museo è uno specchio che riflette la bellezza impagabile della diversità che ci rende unici.

Qual è stato il rapporto con la nostra comunità cattolica?

Un rapporto strettissimo. Sono appena stata (una settimana fa, ndr) a salutare il Vescovo Perego che ha seguito con molta attenzione lo sviluppo del MEIS. Abbiamo anche organizzato diversi eventi di dialogo ebraico-cristiano e in generale inter-religioso. Abbiamo avuto anche un ottimo rapporto con l’Ente Palio che come è noto ha radici nelle contrade e nelle parrocchie. Uno scambio sempre positivo e molto autentico.

Qual è stata la sua più grande soddisfazione in questo quadriennio?

La più grande soddisfazione l’ho avuta l’ultimo giorno trascorso al museo: ho letto negli occhi dei miei collaboratori e di tutti coloro che vi lavorano la passione e l’amore per il MEIS, nonché la voglia di farlo crescere sempre di più.

E quale la sua più grande amarezza?

Non ho amarezze. Sono stati anni molto faticosi ma bellissimi. Anni in cui ho anche potuto imparare tantissimo.

Avrà qualche rimpianto…

Non ho nemmeno rimpianti perché so che il MEIS ha un futuro davanti a sé e sono fiduciosa di aver costruito un luogo che farà del bene alla nostra società.

Riguardo al suo nuovo incarico al Dipartimento Europa dello Yad Vashem, quali sono le sfide che la aspettano?

Lo Yad Vashem è un punto di riferimento mondiale quando si tratta di raccontare, documentare, testimoniare la tragedia della Shoah e trasmetterla alle nuove generazioni. A Gerusalemme mi occuperò soprattutto di formazione. La sfida sarà quella di mettere al centro non la morte, ma la forza della vita, la resilienza anche di fronte a situazioni estreme come la persecuzione e la deportazione. Sono persuasa che luoghi come lo Yad Vashem e come il MEIS servano a diffondere una cultura del bene. Sono questi valori, ebraici ma anche universali, che possono aiutarci ad arginare l’antagonismo, la mancanza di solidarietà e l’odio.

Pubblicati su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 19 giugno 2020

http://www.lavocediferrara.it

 

Scuole paritarie, grave la situazione nel ferrarese

16 Giu

paritarieLe parole di Missanelli (FISM): “la scuola di Jolanda a rischio chiusura, più contributi e rivedere il modello formativo”

In questi giorni inizia l’iter di conversione in legge del decreto Rilancio, che approda alla commissione Bilancio della Camera per la votazione degli emendamenti. Fin dalle prime bozze, sono state molto critiche le 50 associazioni cattoliche e non, tra cui la FISM – Federazione Italiana Scuole Materne, per le scarse risorse destinate alle scuole paritarie. Per quanto riguarda il nostro territorio provinciale (con tre Diocesi coinvolte: Ferrara-Comacchio, Ravenna e Bologna), la scuola paritaria è composta da 56 scuole e servizi nidi, di cui 22 strutture nel Comune capoluogo, per un totale di oltre 3mila bambini e 408 dipendenti di cui 261 insegnanti ed educatori. “La situazione delle scuole di Ferrara è molto fragile”, commenta a “la Voce” Biagio Missanelli, Presidente FISM Ferrara. “Si proviene da anni di sussistenza dove le scuole erano lasciate a se stesse, alla buona volontà dei parroci, o di gruppi di genitori volenterosi. Solo da pochi anni sono comparse nella gestione delle scuole, le cooperative sociali, con un altro modello gestionale che però manifesta anch’esso molte criticità. In particolare nel ferrarese, negli ultimi dieci anni diverse scuole hanno chiuse per il calo demografico e attualmente solo 3 istituti superano le 6 sezioni, mentre la gran parte ne hanno 2 e 5 sono le monosezioni, cioè scuole con meno di 20 bambini. “In questi anni, se non in rarissimi casi – prosegue Missanelli -, l’attenzione dell’Amministrazione Pubblica, in particolare dei Comuni, è mancata. I Sindaci, per una visione poco lungimirante o per vizi ideologici, non hanno valorizzato la scuola paritaria, elargendo contributi molto inferiori alla media regionale. Questo negli anni ha depauperato le scuole che hanno continuato a mantenere rette basse, e non essendoci una preparazione gestionale adeguata, molte scuole si sono dovute chiudere. Per risparmiare sui loro bilanci – prosegue Missanelli -, i Comuni hanno richiesto l’apertura di nuove scuole statali, invece di potenziare il sistema integrato. Un esempio per tutti, ma sono numerosi nella nostra provincia, la chiusura della scuola di Berra pochi anni fa. Una scuola con cento anni di storia, locali e spazi esterni molto ampi, che non poteva reggere il confronto economico con due scuole statali a pochi chilometri di distanza. E ora anche la scuola paritaria di Jolanda di Savoia rischia la chiusura, poiché a fianco vi è una scuola statale che per diverse vicissitudini ha ampliato le sezioni pur non avendo i requisiti necessari. Su questi territori, quindi, non vi sarà più una pluralità di scelta per le famiglie, una diversità di modelli educativi da proporre, due spazi differenti vivacizzati dalla presenza dei bambini. Ci si appiattirà al modello unico, quello statale”. Ma vi sono anche modelli positivi, come Terre del Reno, dove “si è riconosciuto al paritario un valore complessivo e se ne è fatto il modello per il proprio territorio. La dialettica è molto presente, la qualità educativa è elevata, il risparmio economico per il Comune è evidente e le scuole hanno risorse sufficienti per condurre le proprie attività. È giunto il tempo anche nella nostra provincia, per rivedere il modello dell’offerta formativa”, conclude Missanelli. “Non possiamo più far finta che il calo demografico non sia l’elemento devastante, ma che potrebbe anche essere l’elemento scatenante per una nuova modalità educativa e del fare scuola. Così come lo è stato e lo sarà l’emergenza Covid 19. Al centro mettiamo i bambini, ma attorno, i genitori, gli insegnanti, gli operatori, i gestori, la politica, gli ambienti, gli spazi, devono coordinarsi ed offrire situazioni di crescita che contribuiscano a formare cittadini capaci di lasciare il mondo un po’ meglio di come glielo stiamo lasciando”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 19 giugno 2020

http://www.lavocediferrara.it