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Memorie di una vita nel nuovo libro di Roberto Marchetti

23 Giu

“Ti ricordi quando?” è la nuova pubblicazione di Marchetti, tra i ricordi del bondenese e l’Argentina

Un lungo diario, redatto perlopiù negli ultimi anni, ma che affonda nell’intera esistenza. Dopo “Ti racconto di noi…” (Este Edition, 2018), Roberto Marchetti prosegue il proprio lavoro introspettivo fondato sulla memoria e sulla sua relazione col presente nel nuovo libro “Ti ricordi quando?” (Este Edition, 2022, con prefazione di Giuseppe Muscardini), che uscirà a breve.
Marchetti, classe ’54, sposato con Beatriz Norma Ferrari, di origini argentine, fondatore dell’Associazione badanti “Nadiya”, per oltre 20 anni è stato impiegato e dirigente dell’Eridania e per alcuni anni impiegato a livello amministrativi in alcuni Uffici della nostra Arcidiocesi, prima di dar vita, nel 2013, alla ditta Adamant Bionrg.
Mai moralista e mai autoindulgente, fra ironia (tanta) e malinconia (dosata ma non meno acuta), Marchetti riesce sempre a mantenere quell’occhio arguto e saggio di chi non costruisce sovrastrutture da applicare alla realtà né pretende, quest’ultima, di “oggettivarla” dall’alto della propria esperienza concreta. «Ineluttabilità degli eventi » e «positività della vita» si contendono lo spazio dei ricordi, ma è quest’ultima ad aver la meglio, nella consapevolezza – pur non del tutto razionale – che la vita val la pena di essere vissuta perché in essa vi si ritrova un nucleo di bellezza e di verità.
Tra diari di viaggio – come quelli nella miseria e negli splendori dell’Argentina – e racconti familiari più intimisti, in ognuno si ritrova quella vita vissuta, ancora con intensità, nella carne e nell’anima.
C’è innanzitutto il «rimpianto» della Bondeno della giovinezza, di quella provincia fatta anche di noie e meschinità, ma di cui, forse complice anche il tempo che passa e smussa le asperità, rimangono il cortile parrocchiale «strapieno di biciclette », i «don Guerrino», i bar, gli scherzi con gli amici, quel Cristo in legno portato a Pasqua su un carro agricolo.
Nessuna ipocrisia, nessun intento di raccontare un fatato “piccolo mondo antico” ma il prezioso dono che la memoria, a volte, ci fa: quello di riuscire a setacciare nel proprio passato, mantenendo ciò che abbiamo amato e ciò che ci ha permesso di diventare quel che siamo, senza rimuovere tutto il resto, ma conservandolo, al di là del rancore, in uno spazio periferico.
Un universo, dunque, quello dell’infanzia e della giovinezza, con i suoi – a volte grandi – limiti, ma che nella sua anima più vera – soprattutto familiare, parrocchiale, amicale – ha permesso anche all’autore di formarsi una concezione del mondo da una parte molto legata alla propria terra, dall’altra aperta verso culture e fedi differenti, sempre con una fame di conoscenza, con una curiosità spassionata e mai retorica che, appunto, può avere solo chi ha amato un luogo, solo chi non dimentica le proprie radici.
Vi è un desiderio forte, dunque, nelle pagine di Marchetti: quello di conservare, prima che il tempo glielo impedisca, quei volti, quegli episodi, quegli oggetti che negli anni più spensierati hanno costruito la sua identità. E così, spazio al primo bacio, al venticello estivo nel pioppeto e a molto altro. Sempre con un marchio ormai unico: quello del cuore dell’autore, più consapevole di sé, del tempo che scorre e dell’importanza, quindi, di tenere vivo un rapporto fra generazioni, di tramandare esperienze, di lasciare tracce. Nel suo caso, un vero e proprio rapporto educativo – fatto d’amore – con il proprio nipotino, cercando di coltivare in lui uno sguardo sempre libero e desideroso di bellezza.
Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 24 giugno 2022

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E all’improvviso l’inferno: lo spezzonamento di San Martino

13 Giu
Tre aerei Sterling in azione

È il 19 aprile 1945, la piccola frazione alle porte di Ferrara viene invasa da una pioggia di bombe alleate. Saranno 71 le vittime e molti i feriti. La ricerca di Gianna Andrian e le testimonianze di alcuni superstiti

di Andrea Musacci 

In un tranquillo pomeriggio del 1945 anche a San Martino, alle porte di Ferrara, le persone aspettano di poter riassaporare la bellezza di una vita in pace. È il 19 aprile, un giovedì di primavera, l’aria è leggera. 

All’improvviso, intorno alle 16, in lontananza si ode il rumore di aerei, sembrano provenire da nord. La paura attraversa la mente delle persone impegnate nelle normali attività quotidiane, e dei bambini distratti nei loro giochi. Ma più forte della paura è la curiosità per quegli aerei che, si pensa, siano di passaggio, diretti chissà dove. In molti escono dalle case. È un attimo, e lo stupore si trasforma in terrore. Diciotto aerei facenti parte di tre formazioni alleate, sganciano 2364 bombe in pochi secondi. Bombe a frammentazione, che esplodendo in aria liberano “spezzoni”, schegge metalliche, da qui il termine “spezzonamento” per indicare questo tipo particolare, e ancor più micidiale, di bombardamento. Un sistema a quei tempi sperimentale. 

Gli Alleati probabilmente sospettavano che nella piccola frazione poco fuori Ferrara, tra via Chiesa, via Buttifredo e via Penavara, si fosse installato un comando tedesco. Si conteranno 71 vittime, tutte o quasi civili, e un numero indefinito di feriti e mutilati, persone che attendevano quella Liberazione che avrebbe attraversato la nostra città appena 5 giorni dopo, il 24 aprile. 

A raccontare a “La Voce” questa orribile e ben poco indagata vicenda della guerra nel nostro territorio, è Gianna Andrian, appassionata di storia e cultura locale del ferrarese e del rodigino, lei stessa originaria della provincia di Rovigo ma da diversi anni residente a San Martino, nonché membro dei “Caschi blu della cultura”.

«Mi sono sempre chiesta perché questa terribile vicenda non fosse mai stata approfondita a livello storico, allora due anni fa ho iniziato alcune ricerche». Chi entra nella chiesa del piccolo paese, vi può trovare due lapidi con i nomi delle 71 vittime (lapidi messe dopo richiesta di Fratta e Vezzani, due superstiti ancora viventi), alcune delle quali seppellite nel locale cimitero (insieme ad altri caduti nello spezzonamento del 10 giugno 1944, che provocò 191 morti fra il paese e la zona sud / sud-est della città), e i cui nomi sono impressi su una lapide comune. «Questo fa supporre, ma non possiamo per ora esserne certi, che parte dei morti non fossero di qua, e magari alcuni di loro erano soldati tedeschi». Una piccola via del paese è stata intitolata al ricordo di quella tragedia, via XIX aprile 1945, e in quella data viene celebrata una Messa in ricordo delle vittime.

La ricerca storica iniziata da Andrian dà ben pochi frutti: oltre alle lapidi e alla tomba, alcune informazioni in un libro trovato in Biblioteca Ariostea. Nessun documento nemmeno nell’archivio parrocchiale o in quello diocesano. Nulla nemmeno sul “Corriere padano” – fondato da Italo Balbo, poi diretto da Nello Quilici -, che cessa le pubblicazioni proprio in quei giorni, con l’arrivo a Ferrara delle truppe anglo-americane.

Gianna Andrian

Allora Andrian decide di cercare alcuni superstiti ancora viventi e rimasti a vivere a San Martino. Il primo è Bruno Fratta, che all’epoca aveva 4 anni, e da dieci anni è presidente dell’Associazione mutilati e invalidi di guerra, sezione di Ferrara. Grazie a lui, successivamente, riuscirà a trovare altri quattro testimoni di quel terribile pomeriggio. In seguito si confronterà con diverse associazioni, fra cui “Aerei perduti del Polesine”, fondata da Luca Milan, Enzo Lanconelli, Andrea Raccagni ed Elena Zauli delle Pietre. Proprio quest’ultima, storica di professione, è riuscita a recuperare, in un archivio militare degli Alleati, il rapporto del comando alleato con i dettagli sullo spezzonamento di San Martino. 

Ma il lavoro di Andrian non si ferma: in programma c’è anche una pubblicazione. Un atto dovuto, per far conoscere a quante più persone possibili ciò che è accaduto quel maledetto 19 aprile di 77 anni fa, e ricordare quelle persone che, senza sapere nemmeno perché, trovarono una morte ingiusta.

Cinque racconti inediti di alcuni superstiti dell’attacco alleato

Bruno Fratta, classe ’41, una benda nera ancora gli copre l’occhio sinistro. Quel giorno ha perso il papà Giuseppe, 35 anni, lo zio materno Amedeo Castaldini, 36 anni, e il cugino Alfonso, 20 anni.

Bruno vide cadere davanti ai suoi occhi l’amico Gino Vitali ferito mortalmente. «La mia mano era stretta in quella di mia mamma e in quell’intreccio di dita, il suo pollice destro verrà colpito da una scheggia e amputato. Un’altra scheggia le entrò in un occhio togliendole la vista». Anche Bruno venne colpito e ferito gravemente all’occhio sinistro. Sia lui sia sua madre, negli anni, dovettero subire interventi per rimuovere schegge rimaste nei loro corpi.

Gianfranco Pasquali, classe 1931, racconta: «mi trovavo con gli amici nel cortile in prossimità dell’imbocco del rifugio, quando ho visto arrivare gli aerei che si sono divisi in cielo. Poi ricordo gli impressionanti fischi degli “spezzoni” che cadevano. Mi tuffai letteralmente all’interno del rifugio dove già erano entrate due ragazze. Un amico uscì dal rifugio sotto lo spezzonamento. Voleva correre in casa per vedere se i suoi familiari erano in salvo, ma rimase ferito. La mamma del mio amico, sulla porta d’ingresso, era riversa a terra, colpita mortalmente dalle schegge. Mia madre, alle sue spalle, dritta in piedi, viva per miracolo. Il corpo di quell’altra madre aveva fatto da scudo alla mia salvandole la vita». Ricorda che nella casa d’angolo tra via Penavara e via Chiesa c’era un “Comando di Tedeschi”. «Quattro o cinque di loro erano morti subito, altri ruzzolavano ancora giù dalla scala esterna perché feriti dalle schegge».

Grandilia Vezzani e suo fratello Edgardo “Marco” raccontano: «nel cortile di Venturoli, dove in quel momento si trovava nostro padre Nino, si scatenò una visione infernale: una tempesta di schegge metalliche che non lasciava scampo, e atterrava ogni essere vivente. I due amici vennero colpiti contemporaneamente. Venturoli morì all’istante mentre nostro padre venne ferito gravemente. Morì poche ore dopo». 

Sergio Govoni all’epoca aveva 8 anni. Quel giorno, all’arrivo degli aerei, scappa, insieme ad altri, nel rifugio costruito dalle famiglie del suo stesso cortile. Con lui, nel rifugio, riuscì ad entrare anche la sorella Graziella di 7 anni. La sorella Triestina, 17 annui, e il padre Giuseppe si affacciarono sulla soglia di casa per la curiosità. Fu un attimo, questione di qualche secondo, neanche il tempo per capire e padre e figlia erano già riversi a terra falciati dalle schegge delle bombe. A poche centinaia di metri fu ferito mortalmente anche il fratello Benito.

Tazio Lambertini, classe ’36, abitava in una casa colonica nella grande Azienda Agricola detta “Cuniola”, proprietà del famoso Casato dei Canossa, forse base di un comando tedesco in ritirata, o di un ospedale da campo, e quindi probabile obiettivo di quell’incursione aerea. Ma quella villa e le case coloniche non furono nemmeno sfiorate dal bombardamento. 

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 17 giugno 2022

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Essere stampatori nella Ferrara del Settecento

6 Giu
Ranieri Varese

L’ultima fatica di Ranieri Varese si intitola “Materiali per lo studio della produzione a stampa nella Ferrara del XVIII secolo”. Un primo tentativo di colmare una lacuna nella nostra storia locale 

Una dimensione per nulla irrilevante della vita e dello sviluppo della città di Ferrara viene indagato da Ranieri Varese, che esce – lui storico dell’arte – in parte dall’ambito al quale ha dedicato innumerevoli pubblicazioni tra monografie, saggi, articoli e curatele. L’ultima fatica dell’accademico ferrarese si intitola “Materiali per lo studio della produzione a stampa nella Ferrara del XVIII secolo” (Edizioni Pendragon, 2022, con postfazione di Maria Gioia Tavoni) e ha il merito di iniziare a colmare una lacuna riguardante un periodo così importante per la nostra storia locale. 

L’attività di stampa a Ferrara nel Settecento è un argomento ben poco trattato, per il quale è stato difficile reperire fonti approfondite (lavoro non agevolato dalla chiusura dell’Archivio di Stato cittadino: a fine XIX secolo troviamo un testo di Girolamo Baruffaldi sul tema, nei due secoli successivi rispettivamente i contributi di Luigi Napoleone Cittadella e Giuseppe Agnelli. 

Il contesto storico

Dal 1598 il Ducato di Ferrara passa sotto il diretto governo pontificio, divenendo Legazione di Ferrara. La Diocesi di Ferrara, retta da un Cardinale, nel 1725 si è definitivamente affrancata dalla dipendenza ravennate e nel 1735 diventa sede arcivescovile. Oltre alle Arti dei mestieri, in città vi è una storica Università, che nel 1771 viene sottratta al controllo del Maestrato e resa dipendente direttamente da Roma. Tanto la Legazione quanto il Maestrato dei Savi, l’organo politico di amministrazione pubblica, per la propria attività si avvalevano di uno “stampatore camerale”, mentre la Diocesi di un “impressore episcopale”.

Un servizio alla città

«Il bisogno della lettura, dell’aggiornamento e della partecipazione al dibattito delle idee e alla cosa pubblica favoriscono la presenza di librerie», spiega Varese nel testo. «A queste a volte si affianca, spesso coincide, l’azione di stampa e la promozione di edizioni». Nel contesto ferrarese era impossibile distinguere tra stampatore ed editore, dato che in tutti i casi di cui si ha notizia le due figure coincidevano nella stessa persona. 

Nella migliore delle ipotesi, come si può immaginare, solo un terzo della popolazione – la borghesia delle professioni, l’aristocrazia e gli ecclesiastici – possono usufruire di tutto ciò. La lettura è potere: significa comprendere gli atti pubblici, essere a conoscenza di eventi e situazioni, partecipare agli eventi cittadini, esprimere opinioni. Per questo, vi è la necessità di editori: molte sono in questo periodo le imprese che si occupano di raccogliere e stampare testi, prima fra tutte la tipografia di Bernardino Pomatelli, “impressore episcopale”, e dei suoi eredi, con oltre 500 titoli a partire dal 1687 e per oltre un secolo, fino all’occupazione di Ferrara da parte delle truppe francesi. Poi, per citare altri tipografi, Bernardino e Giuseppe Barbieri, Giglio Bolzoni, Tommaso Fornari e Giuseppe Rinaldi. Si stimano in almeno 2mila i titoli pubblicati a Ferrara nel corso del XVIII secolo, soprattutto di interesse locale. Un aspetto della nostra storia locale che merita ulteriori approfondimenti.

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 10 giugno 2022

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Via Crucis, anima della nostra storia

13 Apr
Via Crucis, Gaetano Previati

In uscita il libro “La Via Crucis tra storia, devozione e arte” dei coniugi Margherita e Gianni Goberti. Con un occhio particolare alle sue espressioni nel nostro territorio

Una devozione sempre viva e popolare è quella della Via Crucis, anche nel nostro territorio, dove tante sono le sue rappresentazioni nelle chiese e nei musei.

Questa storia che prosegue, affascinando credenti e non, è al centro del libro in uscita dal titolo “La Via Crucis tra storia, devozione e arte” (Edizioni La Carmelina, Ferrara, 2022) dei coniugi Margherita Goberti e Gianni Goberti, giornalista lei, poeta lui.

Nel volume, anche un breve pensiero del nostro Arcivescovo mons. Gian Carlo Perego: una «spiritualità francescana, carica di semplicità, di pace attraversa tutto il suo scritto, aiutandoci a vivere la Passione di Cristo con fede», scrive in un passaggio. Il libro è arricchito anche dal ringraziamento di Papa Francesco, dopo il dono di una copia del libro, tramite una missiva firmata dall’Assessore Peter B. Wells della Segreteria di Stato Vaticana.

La storia

La prima parte del libro ripercorre la storia della devozione, soffermandosi in particolare sul francescano San Leonardo da Porto Maurizio (1676-1751) a cui si deve la diffusione, che nelle sue missioni ne eresse 572. Egli predicò anche a Ferrara e un suo ritratto dipinto su una grande tela, conservato nella chiesa cittadina di Santo Spirito, di autore anonimo forse della metà del XIX secolo. Qui è raffigurato mentre parla alla folla con il braccio destro alzato e un teschio sulla mano sinistra. 

Fu un’istanza del 1731 di papa Clemente XII a estenderne la facoltà anche nelle chiese non francescane.

San Leonardo dimorò a Ferrara dal 15 al 29 maggio 1746 su invito dell’Arcivescovo Girolamo Crispi. Come racconta il canonico Giuseppe Antenore Scalabrini, raccomandò la devozione della Via Crucis, istituì l’adorazione perpetua del SS. Sacramento e raccomandò che sopra le case si effigiasse il SS.mo Nome di Gesù. Questi ricordano quelli propagati da San Bernardino da Siena, ma con in più, oltre a IHS, la M di Maria. A Ferrara tornò a fine gennaio 1747, proveniente da Argenta per predicare in alcuni monasteri di clausura. Si recò anche a S. Antonio in Polesine e al Corpus Domini.

Un paragrafo a parte è dedicato al Santuario del Poggetto fuori Ferrara, con i suoi 15 capitelli inaugurati e benedetti il 21 ottobre 1894, rappresentanti i Misteri del Rosario.

La devozione

Nella seconda parte del libro, gli autori affiancano a ogni stazione della Via Crucis una chiesa: le prime cinque Via Crucis si riferiscono alle più antiche presenti nelle chiese di Ferrara e provincia, poi a quelle successive, ai tre monasteri in città e al nostro Seminario Arcivescovile. L’ultima stazione, quella riferita alla Resurrezione, si identifica con la Basilica di San Pietro a Roma. Ogni stazione è accompagnata da una poesia di Gianni Goberti.

Queste le chiese della nostra Diocesi citate: Chiesa dei Santi Giuseppe, Tecla e Rita (Ferrara), chiesa dei Santi Filippo e Giacomo (Porotto), chiesa Pieve dei SS. Pietro e Paolo (Vigarano Pieve), chiesa S. Antonio Abate (Ferrara), chiesa San Gregorio (Ferrara), chiesa S. Maria della Consolazione (Ferrara), chiesa San Luca (Ferrara), chiesa Sant’Agostino (Ferrara), chiesa San Giuseppe Lavoratore (Ferrara), chiesa San Benedetto (Ferrara), chiesa Santa Caterina Vegri (Ferrara).

L’arte

Tanti gli artisti che nei secoli hanno rappresentato la Via Crucis, fra cui Francesco Messina e il suo monumento in granito e bronzo a San Giovanni Rotondo, vicino al Convento di Padre Pio.

Un’attenzione particolare nel libro è data agli artisti ferraresi: Gaetano Previati, i nostri sacerdoti diocesani don Franco Patruno e don Lino Costa, Franca Venturini Chiappini, Mario Piva, Mirella Guidetti Giacomelli, Gianni Cestari. E poi quella speciale Via Crucis ospitata nella Casa Circondariale di Ferrara, realizzata da un gruppo di pittori del Circolo culturale “Il salotto” di Bondeno.

Un libro utile e appassionante, insomma, dove il rigore della ricerca storica si accompagna all’imprevedibilità del testo poetico, la devozione pulsa nella vita di un popolo, quello ferrarese, e in quella dei suoi artisti antichi e moderni. Una pubblicazione “urgente”, vien da dire, perché ci ricorda di considerare come mai procrastinabile la nostra scelta di porci alla sequela di Cristo.

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 15 aprile 2022

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Monastero delle Benedettine “invaso” dai giovani

29 Nov
Linda Rouhani e Caterina Brunaldi

Sant’Antonio in Polesine. Visite guidate grazie ad alcuni studenti del Dosso Dossi come  “apprendisti ciceroni”. Il Monastero benedettino dal 22 al 26 novembre è stato animato dal progetto del FAI. In tutto, 250 bambini e ragazzi in visita

di Andrea Musacci
Un afflusso tranquillo ma comunque anomalo per il Monastero di Sant’Antonio in Polesine. Un’apertura eccezionale per permettere a tanti bambini e ragazzi di conoscere meglio questo angolo di Cielo nel cuore antico della nostra città.

Da lunedì 22 a venerdì 26 novembre, dalle 9 alle 12, il Monastero che ospita le Monache Benedettine ha aperto le proprie porte a circa 250 alunni e ad alcuni loro insegnanti in occasione della decima edizione delle “Giornate Fai per le scuole”, che in tutto il Paese (nelle altre località fino al 27) prevedevano visite esclusive a luoghi di interesse storico, artistico e naturale a cura degli “apprendisti ciceroni”. La delegazione ferrarese del FAI ha organizzato visite riservate alle classi “Amiche FAI” e gestite da studenti formati dagli stessi volontari del Fondo Ambiente Italiano insieme ai docenti. A Ferrara gli “apprendisti ciceroni” sono stati gli alunni della classe 3 B/E del Liceo Artistico “Dosso Dossi”, impegnati per l’occasione nell’attività di PCTO – Percorsi per le Competenze Trasversali e l’Orientamento (l’alternanza scuola-lavoro) e coordinati dalla prof.ssa Donatella Palchetti, docente di italiano e referente del progetto, da lei curato insieme alla collega Patrizia Massarenti, docente di Storia dell’arte.

Le ragazze e i ragazzi della 3 B/E hanno accolto e accompagnato, per visite di 45 minuti, in alcuni ambienti del Monastero bambini e ragazzi appartenenti a 13 classi di alcuni istituti cittadini: Istituto Comprensivo Alda Costa, I. C. Dante Alighieri, I. C. Boiardo, I.I.S. Luigi Einaudi e dello stesso Dosso Dossi, dalle classi IV delle Primarie fino al III° anno delle Superiori.

Viviana Babacci, volontaria del FAI impegnata in questo progetto insieme a Cristina Bignami e Marcella Pivano, ci spiega come dopo la stipula della convenzione tra il FAI e il Liceo, il progetto ha preso avvio tra fine settembre e inizio ottobre, per poi, a fine ottobre, iniziare la settimana di preparazione con lo studio del materiale, la redazione dei testi per le visite e una prima visita preparatoria al Monastero insieme alla Madre abbadessa Maria Ilaria Ivaldi.

I “ciceroni” del Dosso sono stati divisi in tre gruppi: uno si occupava di illustrare l’ingresso, lo spazio accoglienza e il chiostro; il secondo il sepolcro della Beata – la cui tomba in marmo i ragazzi hanno potuto vedere “gemmata” dalle “lacrime” della Beata Beatrice II d’Este, che normalmente è possibile ammirare fino a marzo -, il coro e le tre cappelle; il terzo, la chiesa.

Lorenzo Baroni e Marta Montanari sono due dei “ciceroni” incaricati di accogliere e guidare i gruppi di studenti nell’ingresso del Monastero per la prima parte della visita. «All’inizio – ci spiega Lorenzo – è stato difficile comprendere un luogo così particolare, così distante da quelli che normalmente viviamo. Prima di riuscire a spiegarlo, ho dovuto cercare di capirlo. E c’è voluto un po’ di tempo». La chiusura e il silenzio un po’ intimoriscono e spiazzano anche Marta, comunque ammaliata, come Lorenzo e i loro compagni, dalla bellezza e dal fascino del luogo. «Importante – aggiunge Marta – è anche il confronto con persone diverse» in questa che assomiglia a una prima esperienza lavorativa: «mi sento più matura», ci confida.«Le monache bevono l’acqua del pozzo?«. È una delle domande bizzarre rivolte ai “ciceroni” da alcuni bambini, più curiosi e spontanei rispetto ai loro omologhi adolescenti. «È bello spiegare da studente a studenti», ci spiega ancora Lorenzo, e «di volta in volta adattare i termini e il linguaggio in base alle età di chi mi ascolta, non usando o spiegando meglio alcuni termini più difficili».

Nell’ultima tappa in chiesa incontriamo, invece, Linda Rouhani e Caterina Brunaldi, interessate in particolare alla parte esterna della chiesa, alle decorazioni e agli affreschi. «La vita delle monache – riflette con noi Linda – la immagino difficile da seguire, così staccata dal mondo, mentre noi adolescenti siamo abituati ad ambienti caotici». Il luogo, però, concorda anche Caterina, è «davvero molto bello e tranquillo». «Il Miracolo – per Caterina – può sembrare inventato, ma dall’altra parte bisogna ammettere che è qualcosa di davvero inspiegabile».


Storia di un luogo davvero unico

Primo monastero femminile nella città estense, il complesso di S. Antonio fu creato per accogliere Beatrice d’Este, figlia del marchese Azzo VII Novello d’Este, e le giovani che, come lei, intendevano seguire la regola benedettina. Già intorno all’anno Mille si erano insediati sull’isoletta tra i terreni paludosi, monaci agostiniani devoti a S. Antonio: il marchese acquistò dai padri l’area e gli edifici nel 1257. L’anno seguente Beatrice e le sue compagne si trasferirono nel complesso, oggetto di importanti lavori, che Beatrice non riuscì a vedere completati poiché fu colta dalla morte nel 1262. Nel 1413 il vescovo di Ferrara, Pietro Boiardi, consacrò la chiesa. Le benedettine separarono la chiesa in due spazi, uno per i fedeli, l’altro per le loro preghiere. Già dal 1473, infatti, si ottennero, dividendo l’edificio, le due chiese attuali. La chiesa esterna ebbe nel secolo seguente un splendido organo, opera di Giovanni da Cipro, dal 1796 sistemato nella chiesa del Suffragio. Nel ‘600 la chiesa esterna fu abbellita da nuovi altari e da grandi tele e venne ridipinto il soffitto della chiesa esterna, ad opera di Francesco Ferrari, supportato forse dal figlio Felice. Il tema prescelto per la decorazione fu la Madonna col Bambino in gloria ed i Santi Antonio e Benedetto sistemati tra ricchi motivi ornamentali, e sei immagini di santi benedettini.

Si deve a interventi operati nel XVIII secolo la sistemazione della selciata della corte, come attestano le perizie coeve. Furono queste le ultime opere eseguite prima del tracollo del monastero, provocato dall’arrivo degli eserciti francesi: nel 1796 S. Antonio il Polesine ebbe chiuso il tempio, e il convento fu ridotto a reclusorio.La ripresa ufficiale dell’abito monastico si ebbe solamente nel 1924, tra vicende alterne che videro pure sistemare il nuovo altare del SS. Sacramento (1806) e creare una sorta di cappella, decorata da una statua della Beata.Nel 1910 l’ala delle novizie fu adibita a Caserma. Nello stesso anno il Comune di Ferrara acquistò tutto il complesso affidandolo alla custodia delle benedettine. All’entrata del monastero ci si trova nell’ala settentrionale del chiostro, in cui si venera il sepolcro della beata fondatrice dalla cui tomba in marmo periodicamente stilla un’acqua miracolosa detta le “Lacrime della Beata”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 3 dicembre 2021

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«Sostegno per un tassello importante del Medioevo»: presentato “Cantiere Pomposa”

14 Ott
Un momento della presentazione

Il 7 ottobre presentato “Cantiere Pomposa”: il saluto del Vescovo e l’intervento di Riccardo Piffanelli (Archivio storico diocesano) sul “Fondo San Benedetto”, «custode del passaggio da Pomposa a Ferrara»

 “Cantiere Pomposa” «ci aiuta a valorizzare maggiormente quel gioiello di arte, architettura e storia del monachesimo che è l’Abbazia di Pomposa».

Con queste parole mons. Gian Carlo Perego, Abate di Pomposa oltre che Arcivescovo della nostra Diocesi, ha introdotto i lavori del pomeriggio di studio svoltosi lo scorso 7 ottobre in Biblioteca Ariostea a Ferrara. L’occasione è stata la presentazione del portale dedicato al Monastero di Pomposa, una cornice per studi e ricerche sull’antica fondazione benedettina, un’iniziativa promossa dalla Deputazione provinciale ferrarese di storia patria in collaborazione con Comperio srl. Il “Cantiere” vede avviato un primo progetto, “L’abbazia di Pomposa e le sue scritture. L’archivio e la biblioteca tra X e XII secolo: una ricostruzione virtuale”, per ricostruire virtualmente l’unità originaria dell’archivio e della biblioteca tra X e XII secolo. «Pomposa – ha proseguito mons. Perego –  caratterizza la storia del Delta e dell’intero nostro territorio. È importante che diverse istituzioni collaborino per mettere in luce un tassello così importante della storia medievale. Si tratta, quindi, di un lavoro che merita grande attenzione e sostegno». Presenti in sala anche don Andrea Malaguti (Direttore entrante dell’Archivio storico diocesano), Mauro Fogli (Biblioteca del Seminario vescovile di Comacchio) e Giovanni Lamborghini (Commissione diocesana per l’Arte sacra e i Beni culturali).Dopo il Vescovo, hanno portato i loro saluti Angelo Andreotti (Dirigente Biblioteche e Archivi Comune di Ferrara), Claudio Leombroni (Dirigente Biblioteche e archivi, Servizio Patrimonio culturale Regione Emilia-Romagna), Cesare Bornazzini (Presidente Associazione Caput Gauri) e Franco Cazzola (Presidente della Deputazione provinciale ferrarese di storia patria), che ha anche chiuso i lavori e ricordato due grandi studiosi di Pomposa, mons. Antonio Samaritani e Adriano Franceschini.

Poi via coi vari interventi, fra cui quello di Riccardo Piffanelli dell’Archivio Storico Diocesano di Ferrara-Comacchio, la cui relazione ha redatto insieme a Rachele Zacchini, laureanda dell’Università di Bologna e tirocinante nel nostro Archivio diocesano.

Piffanelli ha illustrato il rapporto esistente fra Pomposa e il cosiddetto “Fondo S. Benedetto” conservato proprio nell’Archivio ubicato in Arcivescovado. Fondo che è «custode del passaggio da Pomposa a Ferrara». «Nel 1553 i benedettini lasciarono Pomposa per trasferirsi nel monastero di S. Benedetto entro le Mura di Ferrara, portandosi con sé il loro archivio», ha spiegato. «Il monastero di S. Benedetto fu soppresso nel 1797 e le sue carte presero strade diverse. A Ferrara esse furono protocollate una ad una secondo una prassi consolidata dell’epoca». Il Protocollo dell’Archivio di questo Monastero, forse del 1799, «sancì ufficialmente la nascita del fondo S. Benedetto all’interno dell’archivio demaniale del Dipartimento Basso Po prima, di quello pontificio poi». Il nostro Archivio storico diocesano «conserva anche gli Atti di Protocollo del Vice Commissariato dei Residui Beni Ecclesiastici e Camerali di Ferrara, da cui è possibile ricavare alcune notizie anche sulla chiesa di S. Benedetto». Proseguendo, «nel 1853 il Ministero delle Finanze del Governo pontificio consegnò il “Grande Archivio dei Residui Beni Ecclesiastici”, fino a quel momento custodito nell’ex Casa dei Teatini, al card. Luigi Vannicelli Casoni, allora arcivescovo di Ferrara». Fu così che il “Fondo S. Benedetto” e le sue carte pomposiane giunsero, insieme ad oltre un centinaio di altri fondi, nel Palazzo arcivescovile dove sono ancora conservati.

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 15 ottobre 2021

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«Condividete il pane materiale e quello Eucaristico». La Lettera di mons. Mosconi del ’71

27 Set
Cena in Emmaus, Caravaggio, 1606, Pinacoteca di Brera (Milano)

All’inizio dell’ultima Lettera (“L’Eucaristia, sacramento del dono”), mons. Perego cita “La Sacra Eucarestia e i nostri problemi”, Lettera pastorale del ’71 (8° centenario del Miracolo di S. Maria in Vado) del Vescovo di Ferrara mons. Natale Mosconi.

Nella seconda parte, mons. Mosconi analizza i problemi della società moderna e della Chiesa, di cui l’Eucarestia rimane l’«unica soluzione»: «Gesù è la risposta» ai «problemi di vita, di pane e di vestito, di lavoro e di assistenza, di infermità e di sofferenza, di giustizia e di colpa; di aspirazioni senza fine e di miseria e di morte». «Non li abolisce, non li cancella: li risolve».

«E penso – prosegue – a uno dei più tremendi problemi morali dell’uomo: la solitudine, che può decidere fatalmente e tragicamente, e che dalla Realtà Eucaristica è superata, eliminata. Abbandonato dagli uomini, respinto o dimenticato o comunque rimasto solo, il cristiano trova sempre nel Cristo Vivente nell’Eucaristia il compagno della sua vita, Colui che non lo lascia mai solo, il fratello sempre a lui vicino che risponde a ogni sua domanda e accoglie ogni sua invocazione».

Mons. Mosconi passa poi ai problemi della famiglia e a quelli nella Chiesa: anche «l’accostamento dei lontani e l’incontro con i non credenti sia del mondo del lavoro sia del mondo intellettuale e filosofico e scientifico-tecnico, non può escludere questa via, perché è la via di Cristo». Riguardo ai problemi a livello mondiale, «il rinnovamento della liturgia nella sua accentuazione comunitaria», dev’essere «concreto e portare il cristiano a (…) precisi impegni». Perché, spiega, «non ci sarà mai pace che nell’affermazione attuosa della carità, né affermazione attuosa della carità nel mondo senza la Sacra Eucaristia, la fonte della carità», «Mensa di pace». «Invito a dividere con i fratelli il pane materiale allo stesso modo che condividiamo il Pane Eucaristico».

La Lettera si conclude con ventuno «Avvertimenti», l’ultimo dei quali è “profetico”: «Abbiamo (…) comunità care al Signore prive della permanente presenza sacerdotale. Stiamo diventando “terra di missione”?», si chiede. L’appello è quindi rivolto «al generoso cuore apostolico dei carissimi sacerdoti» e ai «candidati al sacerdozio» per «un impegno “missionario”».

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 1° ottobre 2021

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Con lo sguardo proteso oltre Ferrara e il Po

7 Giu

“Antonioni, Bassani, Vancini, Visconti e, affettuosamente, gli altri – Ferrara, il Po e l’Altrove” è il nome del volume di Maria Cristina Nascosi Sandri. Un dono alla nostra terra e all’arte che l’ha omaggiata

Ci sono corpi e sguardi di artisti e letterati talmente e profondamente legati alla terra ferrarese, da non riuscire, quando si parla dei primi, a non parlare anche della seconda.

Questo sa bene Maria Cristina Nascosi Sandri, giornalista, scrittrice, studiosa e ricercatrice di lingue anche dialettali, che l’anno scorso ha scelto di realizzare una piccola antologia dei suoi scritti dal titolo “Antonioni, Bassani, Vancini, Visconti e, affettuosamente, gli altri – Ferrara, il Po e l’Altrove” (Edizioni Cartografica, 2020, ora distribuita da “La Carmelina” di Federico Felloni).

Per chi, come l’autrice, da tanti anni è abituata alla cadenza quotidiana o settimanale dei propri articoli, a volte è necessario mettere dei punti fermi, e consegnare alla comunità tasselli di un lavoro durato anni, di una memoria personale e collettiva insieme.

Così la Nascosi Sandri in questo volume raccoglie testi scritti in circa quattro decenni tra carta e web, con l’aggiunta di alcune sue poesie dedicate al Po e a Ferrara. Sullo sfondo e nel midollo, quell’atmosfera trasognata e antica della città e del Delta, che emerge costantemente nelle pagine del libro. Radici di terra e di acqua da cui non può non nascere, e mai morire, un legame viscerale, materno. Un legame invincibile che accomunava oltre ai quattro citati nel titolo, anche gli altri protagonisti del volume (ma non meno importanti per l’autrice): Fabio Pittorru, scrittore, sceneggiatore, cineasta; Alfredo Pittèri, drammaturgo (non solo dialettale); Lyda Borelli Cini, attrice del Muto, moglie di Vittorio Cini; “Cici” Rossana Spadoni Faggioli, attrice teatrale della “Straferrara”, ed Elisabetta Sgarbi.

Un libro per Ferrara, dunque, un libro-omaggio alla nostra città e al suo territorio attraverso lo sguardo mai banale delle sue figlie e dei suoi figli dediti alla ricerca della bellezza e di quell’altrove citato anche nel titolo, oltre il fiume, la nebbia e i ricordi di una vita.

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” dell’11 giugno 2021

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«Spero Ferrara torni agli antichi fasti. Ma oggi mancano i veri critici»

31 Mag

Parla Paolo Micalizzi, giornalista, critico e storico da oltre 50 anni

Paolo Micalizzi intervista Marcello Mastroianni (1971 – foto Paolo Micalizzi)

Giornalista, critico e storico del cinema, Paolo Micalizzi è un pezzo importante della storia del cinema ferrarese e italiano. Giornalista da quando aveva 20 anni, ha collaborato con diverse riviste di cinema, dagli anni ’60 col nostro Settimanale e dal ’69 col Resto del Carlino ferrarese e nazionale. Tante anche le pubblicazioni, tra cui quelle su “La donna del fiume”, Gianfranco Mingozzi, Florestano Vancini, Antonio Sturla, Carlo Rambaldi e Massimo Sani. Il suo ultimo libro è “Giorgio Ferroni/Calvin Jackson Padget: dai documentari e film di genere ai western spaghetti”. Per la FEDIC (Federazione Italiana dei Cineclub) organizza il Premio FEDIC (dal 1993) e il Forum FEDIC (dal 1995) nell’ambito della Mostra del Cinema di Venezia. Dal 2020 è Direttore artistico, insieme a Gianluca Castellini, di Italia Film Festival di Montecatini. Ha un’esperienza trentennale di Responsabile Relazioni Pubbliche e Ufficio Stampa della Montedison e dal 2015 dirige la rivista on line “Carte di Cinema”.


Da alcuni anni a Ferrara sembra esserci una volontà di risveglio nell’ambito del cinema. Cosa ne pensi? 

«Certo, c’è una volontà di risveglio, ma siamo ancora lontani da quella vitalità che c’era negli anni ’50 con la nascita di nuovi autori nella regia, nella sceneggiatura e nella critica: Vancini, Baruffi, Sani, Ragazzi, Pecora, Pittorru, Felisatti, Rambaldi, Fink, tanto per indicarne alcuni. Quella di Ferrara era una presenza importante anche a livello di Festival e Rassegne cinematografiche, cui io stesso penso – e mi è stato detto – di aver dato un contributo, grazie alla lungimiranza del Sen. Mario Roffi che diede vita al Festival “Il Cinema e la Città”, che determinò la presenza nella nostra città di critici e giornalisti da tutta Italia. Ma grazie anche a un illuminato esercente come Antonio Azzalli (Apollo, Embassy, Alexander, soprattutto) che, con l’aiuto di alcuni giornalisti ferraresi, tra cui il sottoscritto, ha dato vita ad organismi come il FAC (Film Arte e Cultura) di cui ero Presidente e Il “Cinema Scuola”, guidato da Anna Ardizzoni, i quali hanno messo in campo tante iniziative che hanno portato a Ferrara nomi illustri del cinema. Senza dimenticare le iniziative culturali di Gabriele Caveduri al Manzoni e dell’ARCI al Boldini. Io, poi, ho portato avanti la tradizione cinematografica ferrarese organizzando rassegne sul rapporto tra Ferrara e il cinema e sui suoi autori, ma anche Mostre documentarie nella ex Chiesa di S. Romano e nell’attiguo Chiostrino, che registrarono numerosissimi visitatori. Mi auguro che da iniziative come il Ferrara Film Festival, Il Ferrara Film Corto e la Scuola “F. Vancini” nasca quella vitalità che ancora tanta gente di Ferrara ricorda. Tenendo anche presente che l’attuale gestione Salustro-Protti del Cinepark Apollo è molto aperta a dar vita a eventi e iniziative di valore in campo cinematografico».  

Oggi, nell’epoca delle serie tv e del cinema su Netflix, che ruolo ha il critico cinematografico?

«Sul web si assiste a un’inflazione di critici improvvisati che genera confusione di valutazione. Le recensioni non sono supportate da una preparazione che molti di noi hanno acquisito studiando la Storia del Cinema non sui libri ma vedendo le opere che l’hanno sostanziata, andando al cinema non solo nelle sale “commerciali” ma soprattutto in quelle d’essai, formandosi nei Circoli del Cinema e, alcuni, organizzando anche Rassegne. La situazione del critico, quindi, non è per niente rosea. Gli stessi quotidiani danno poco spazio alla critica cinematografica. Una volta, invece, ogni giorno venivano recensite le prime e seconde visioni».   

È una vita, la tua, spesa nel mondo del cinema: quale regista, attore o attrice che hai conosciuto personalmente, ti ha colpito di più? 

«Nei Festival, Convegni o Rassegne da me organizzate, di personaggi famosi ne ho conosciuti tantissimi e ho vissuto con loro momenti interessanti dal punto di vista del mio arricchimento culturale e umano. Mi è rimasta impressa la generosità e la determinazione di Sophia Loren che in occasione di una cena in suo onore all’Hotel Excelsior durante la 59^ Mostra di Venezia, alla quale ero stato invitato, alla richiesta mia e di una signora di avere un suo autografo (lo faccio da anni con personaggi del cinema importanti e ne ho un centinaio) rispose con un sorriso e invitò le sue guardie del corpo, rimaste un po’ sbalordite, a farci avvicinare a lei: un gesto molto apprezzato. Ma potrei ricordare anche la simpatia di persone come Michelangelo Antonioni, Florestano Vancini, Giuliano Montaldo, Sergio Leone, Silvana Pampanini, Sandra Milo, Jeanne Moreau e Ciccio Ingrassia».


Progetti per il futuro?

«Continuare a tenere viva con articoli, libri e iniziative che intendiamo attuare come Cineclub Fedic Ferrara – di cui sono Presidente onorario – la tradizione di Ferrara e il cinema di cui mi occupo sin dalla fine degli anni ’60 e che hanno avuto un momento importante con la pubblicazione nel 1981 sulla Rivista “La Pianura” di due “Guide” dal titolo “Ferrara: Ciak su un territorio”, prima che al cinema ferrarese ed ai suoi autori dedicassi una 15ina di libri». 

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 4 giugno 2021

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L’appartenenza e le emozioni: Giorgio Franceschini ricordato dalla sua Ferrara

17 Mag

Il 15 maggio nella Loggia di Palazzina Marfisa un convegno dedicato all’ex partigiano, politico e uomo di cultura nei 100 anni dalla nascita. L’intervento del figlio e Ministro della Cultura Dario, il video ricordo della figlia Flavia, le tante testimonianze

Dario Franceschini a Marfisa

di Andrea Musacci


«Oggi ho la conferma che nella vita emozionano di più i ricordi personali e non ciò che abbiamo fatto nella vita pubblica». Era commosso Dario Franceschini, ferrarese Ministro della Cultura, mentre ricordava il padre Giorgio, anche se il carattere schivo e l’abitudine a dissimulare hanno di certo attenuato la sua emozione.

La splendida Loggia degli Aranci della Palazzina Marfisa d’Este a Ferrara la mattina di sabato 15 maggio lo attendeva per ricordare, a 100 anni dalla nascita, il padre Giorgio, partigiano, deputato, uomo di cultura deceduto nel 2012, che tanto ha dato alla politica e alla cultura anche della nostra città. Una mattinata di riflessioni ma perlopiù di testimonianze di chi l’ha conosciuto, desiderata e organizzata innanzitutto, oltre che da Dario, dall’altra figlia di Giorgio, Flavia, insieme all’Isco e al Comune. Una mattina culminata nella cerimonia di intitolazione a Giorgio Franceschini della piazzetta della chiesa della Madonnina di via Formignana, con lo scoprimento di una targa commemorativa. Flavia Franceschini, scultrice, è una vera e propria archeologa degli affetti: la sua appassionata attenzione alla vita dello spirito e alla coltivazione della memoria è un tratto che ha ereditato proprio dal padre. “E raccolgo ogni cosa, ogni voce ascolto” è il titolo del video da lei realizzato proiettato a inizio mattinata, citazione proprio di una frase di Giorgio. Alcuni giorni prima del convegno, chi scrive ha potuto visitare la casa della famiglia Franceschini in corso Giovecca, proprio attigua a Marfisa. Il magnifico atrio con parte dei 19mila volumi di famiglia, alcune sculture di Flavia, lo studio di Giorgio, sempre al pian terreno e, all’ultimo piano, quel sottotetto dove Giorgio dava vita ai suoi circoli giovanili (e, quindi, dove forse aveva anche ideato quel Fronte Giovanile Cristiano di cui abbiamo parlato nel numero scorso), sono un commovente luogo della memoria personale, famigliare e collettiva, visto il ruolo, ieri come oggi, sempre pubblico dei componenti della famiglia.

Lo scavo nella vita del padre, Flavia l’ha ripercorso montando nel video foto di lui da bambino, da ragazzo fino a quelle degli ultimi anni di vita, e con i ricordi personali di Carlo Bassi e Mario Morsiani. Un omaggio che ha commosso i circa 50 invitati, e che, nel suo lirismo, ha ricordato l’amore per il bello di Giorgio Franceschini: «ci ha insegnato a cercare la bellezza, sempre e ovunque», ha, non a caso, detto il figlio Dario, ricordando del padre anche il suo «saper non prendersi troppo sul serio». Ma il senso di appartenenza per papà Giorgio era anche quello per la propria città e per la propria nazione: Dario nel suo saluto finale ha ricordato anche «il suo impegno politico, sempre senza retorica», quel suo «cappotto consumato», immagine metaforica per dire l’attività instancabile in Parlamento e nelle istituzioni locali, e, appunto, quel senso di appartenenza, «che oggi si è un po’ persa, ma ai tempi era comune a tutte le forze democratiche».

L’evento della mattinata, che si poteva seguire in diretta dalle pagine Facebook del Comune e di Isco, è stato coordinato da Anna Quarzi (Isco) e ha visto anche il saluto del sindaco Alan Fabbri, la relazione di Angelo Varni (docente emerito dell’Università di Bologna) sull’impegno politico di Franceschini, e alcune testimonianze personali, quelle di Cesare Capatti (ex segretario della DC ferrarese), Francesco Scutellari (presidente dell’Accademia delle Scienze), Daniele Ravenna, Francesco Paparella (il quale ha donato ai Franceschini il documento del Fronte Giovanile Cristiano e 5 lettere inedite scritte da Giorgio all’amico Bruno Paparella nella primavera del 1941), e infine di Gianni Venturi.Tra i presenti vi erano anche mons.  Perego, il Prefetto Campanaro, la senatrice Boldrini, il consigliere Calvano, l’ex Sindaco Tagliani e il Presidente della Provincia Minarelli.

Mons. Perego, Dario Franceschini, Flavia Franceschini, Alan Fabbri


Intitolata a lui la piazzetta della chiesa della Madonnina

La mattinata del 15 si è conclusa con la cerimonia di intitolazione a Giorgio Franceschini della piazzetta della chiesa di Santa Maria della Visitazione (detta “della Madonnina”) di via Formignana e lo scoprimento di una targa commemorativa. Tanti i presenti, tra cui mons. Perego, che ha impartito la benedizione e recitato il Padre Nostro, e l’Assessore alla Cultura Marco Gulinelli che ha tenuto un breve discorso.

La Chiesa della Madonnina, parte dell’UP Borgovado, dovrebbe riaprire a breve, vista la conclusione dei lavori lo scorso aprile. L’edificio, insieme alla canonica e al complesso conventuale, sono stati dichiarati inagibili a seguito del sisma del 2012. I lavori di riparazione col consolidamento strutturale, eseguiti con finanziamenti regionali e assicurativi da parte del Comune, sono iniziati nel marzo 2019. I lavori di restauro sono stati eseguiti solo nella chiesa, dove attualmente si stanno ultimando alcuni interventi di finitura per poter ospitare le opere d’arte rimosse dopo il sisma.

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 21 maggio 2021

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