Tag Archives: Storia Ferrara

«Liberi da bavagli e catene, ricostruiamo la Patria»: il documento antifascista inedito dell’autunno 1943

10 Mag
Gruppo di giovani cattolici ferraresi, anni ’40 (Franceschini è il primo a sx seduto. Al centro don Carlo Borgatti e sotto don Quaranta, mentre Max Tassinari è due persone a destra di don Carlo) (foto Flavia Franceschini)

Il documento sul Fronte Giovanile Cristiano che abbiamo ritrovato a Ferrara fra le carte di Bruno Paparella fu scritto a macchina da Giorgio Franceschini, futuro deputato, in pieno terrore repubblichino: prevede la nascita della DC e della democrazia

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 14 maggio 2021

https://www.lavocediferrara.it/

di Andrea Musacci
Un documento inedito, riemerso fra le antiche carte di Bruno Paparella, fondamentale per capire la sua personalità e quella dell’altro principale ideatore, Giorgio Franceschini – di cui il 15 maggio ricorre il centenario dalla nascita -, oltre allo spirito che animava l’antifascismo cattolico ferrarese, soprattutto fra quei giovani che contribuiranno nel CLN alla Liberazione e poi alla costruzione della Democrazia Cristiana a livello locale e nazionale.Il documento ritrovato, scritto a macchina (di cui accenna Lydia Paparella, sorella di Bruno, nel suo articolo sulla “Voce” del 30 aprile scorso), reca nella prima pagina la scritta “Fronte Giovanile Cristiano” e l’indicazione “Ferrara, autunno 1943”. I nomi di Carlo Bassi, Max Tassinari e Giorgio Franceschini campeggiano su questo frontespizio. Si tratta della bozza di un progetto clandestino – mai concretizzatosi – di tipo educativo e socio-culturale, rivolto ai giovani cattolici ferraresi, mosso da grande idealità, volto a un impegno integrale. Un testo emozionante, scritto da poco più che 20enni, dopo due decenni di fascismo e nel buio della guerra e dei primi mesi della RSI, rischiando la vita e con uno slancio spirituale, culturale e politico impressionante, coniugato a un enorme desiderio di ricerca e dibattito troppo a lungo represso.

Per 20 anni i giovani furono, infatti, inquadrati prima nell’Opera Nazionale Balilla e poi nel GIL (Gioventù Italiana Littorio) con uno spirito militaresco. In una lettera del 10 settembre 1943 Alcide De Gasperi esprime a Sergio Paronetto i propri timori circa il fatto che il fascismo fosse ormai «una mentalità congenita alla generazione più giovane». Questo dimostra ancora di più l’eccezionalità di questo coraggioso documento ferrarese che “smentisce” le parole di De Gasperi.“Premessa”, “Programma” e “Punti fondamentali” sono le tre parti in cui è diviso il testo, composto da sei fogli ramati dal tempo, nell’ultimo dei quali sono indicati i diversi nomi dei promotori e dei primi possibili aderenti. Fra questi, scritti a mano, oltre ai tre indicati nel primo foglio, ipotizziamo i nomi di Antonio Periotti, Cesare Menini, Giorgio Motta, Gianni Vitali (poi cancellato, forse perché ai tempi troppo giovane), Paolo Rovigatti.

«In questo documento – spiega a “La Voce” Flavia Franceschini, figlia di Giorgio (l’altro è Dario, attuale Ministro della Cultura) -, riconosco sia la calligrafia sia la macchina da scrivere di mio papà: non ho alcun dubbio in merito». Lydia e Francesco Paparella (quest’ultimo nipote di Bruno) ci confermano che la calligrafia non è di Bruno. Inoltre, «nella nostra grande vecchia casa in corso Giovecca, nella soffitta (che chiamavamo ”granaio”) – continua Flavia -, mio padre da ragazzo aveva adibito una camera a circolo culturale, dove si riunivano gli amici. Su una trave del sottotetto ci sono ancora scritte con il nome di un circolo da lui creato. Di sicuro – aggiunge – era una passione di mio padre organizzare circoli di questo tipo».


Il documento. «Una nuova fraternità di spiriti»
«Dinnanzi al presente grave e doloroso stato in cui si trova la nazione italiana, dinnanzi al disorientamento, al dolore e ai sacrifici e alla sempre crescente incredulità del nostro popolo verso i grandi ideali. Dinnanzi allo stato di abiezione di gran parte della gioventù italiana divenuta incapace di rettamente sentire, pensare ed agire per il disordine fallimentare, spirituale e morale di tante famiglie, per l’incapacità e l’indegnità dei suoi educatori, per la mancanza di libertà d’azione e di pensiero a chi poteva più degnamente e saggiamente condurla, per l’errata impostazione educativa del passato, noi – giovani di Ferrara – dichiariamo il nostro bisogno di unirci in una nuova stretta sincera fraternità di spiriti». Così esordisce il testo. «Proviamo a metterci nei panni di quei giovani», ragiona con noi Francesco Paparella. «È vietato ogni dissenso nei confronti del regime, figuriamoci pensare di costituire un movimento politico democratico!» E invece loro, pur con le dovute cautele, lo progettano. «Erano mesi molto bui per l’Italia, quelli della repressione più violenta. Ebrei, oppositori, sospettati venivano incarcerati, condannati e barbaramente uccisi o deportati. Basti pensare, a mo’ di esempio, agli eccidi del Castello, della Certosa, del Doro e della Macchinina». Più avanti il testo continua: «Riconoscendo la nostra ignoranza in campo teologico e dommatico, ma animati da un immenso desiderio di affidarci alla verità del Cristo e della sua Chiesa (…) ci professiamo cristiani cattolici e diamo il nome di cristiano al FRONTE GIOVANILE che costituiamo».
«Il “Fronte” – è scritto poi nel documento – è soprattutto unione spirituale di giovani che (…) sentono il desiderio e la necessità di prepararsi spiritualmente e culturalmente per potersi formare una chiara coscienza cristiana, per dare oggi e ancora più domani un valido aiuto al movimento cattolico, secondo le possibilità apostoliche loro, intellettuali e sociali, con il pensiero e con l’azione. Il “Fronte” nel suo attuale momento iniziale, più che organizzazione è movimento, tendenza, corrente giovanile». Movimento che intende «raccogliere adesioni di giovani di qualsiasi categoria sociale, desiderosi di accostarsi maggiormente al Cristianesimo per il bene proprio, della Chiesa e della Patria, coll’impegno di differenziarsi nettamente da tutti i cristiani e italiani attuali “all’acqua di rose”, insensibili, infrolliti, o falsi bacchettoni e (parola aggiunta a mano non comprensibile, ndr)». L’unione, viene poi specificato, «è al di fuori di ogni organizzazione, lontana da ogni costituzione gerarchica» e fondato sulla fraternità: tutti i giovani aderenti «si conoscono tra di loro, si amano fortemente e fraternamente senza distinzioni di età o di classe, si aiutano vicendevolmente; tengono il contatto tra loro, se lontani, si interessano reciprocamente del lavoro che svolgono, si sacrificano fino all’ultimo per i bisogni del singolo o della collettività. Perciò l’appartenenza al Fronte è anzitutto un patto di amicizia e di solidarietà da mantenere e difendere con un giuramento».

Ma questa unione «è in funzione di una preparazione e di un lavoro sociale» – poiché «ogni azione sociale non compiuta nello spirito della eccelsa virtù della carità non rimanga sterile» – e politico: «Se il F.G.C. si limitasse a costituire l’unità dei giovani e a svolgere benefiche opere sociali, senza avere un’influenza politica, non avrebbe ragione di esistere e si potrebbe identificare con altre istituzioni, quale quella dell’Azione Cattolica (…). Se l’Azione Cattolica non può fare della politica perché altri sono i suoi intendimenti, è necessario (…) e non meno importante e indispensabile una netta e ferma posizione dei cattolici nella vita politica perché, oltre a non tollerare che vengano misconosciuti e negati fondamentali principi cristiani in campo morale e giuridico, in campo interno e internazionale, debbono agire affinché la ricostruzione della Patria e del mondo avvenga realmente e su basi Cristiane». È evidente come il documento getti le basi per la futura Resistenza e alternativa al nazifascismo. Il finale, coraggioso se si pensa che viene scritto nel clima di repressione totale della RSI, è commovente: «I giovani sanno che la sistemazione cristiana del mondo è necessaria e possibile: che esiste un piano di sistemazione economica sociale e politica ispirato al Vangelo di Cristo e agli insegnamenti della sua Chiesa: non possono perciò né negarlo né abbandonarlo: lo raccolgano, lo amino, lo meditino, combattano e soffrano per esso con l’ardore della giovinezza. Di questa giovinezza che, denarcotizzata, libera da bavagli e catene, purificata dalle cattive tendenze e dagli odi cui fu educata, sollevata da angosce e terrori, deve essere restituita finalmente al culto degli alti ideali dell’amore universale e della Patria».

Giorgio Franceschini nel 1943 (foto Flavia Franceschini)

Prima del Fronte Giovanile Cristiano: Juniorismo, scuole di apostolato e autorganizzazione educativa
Come raccontò lo stesso Franceschini (nel libro di Giovanni Fallani intitolato “Per Bruno Paparella: testimonianze di amici”, 1987), Paparella nel ’40 – ai tempi presidente della GIAC (Gioventù italiana di Azione cattolica) e un anno dopo averlo conosciuto – lo nominò delegato diocesano degli Juniores di AC. “Juniorismo” era il nome di un ciclostilato, uscito in tre numeri, che a inizio ’41 fu redatto e stampato dallo stesso Franceschini insieme a Carlo Bassi, Max Tassinari e altri: «era – scrisse Francheschini –, in fondo, l’espressione dell’intenzione di provare una via ancor più originale e persuasiva per l’apostolato giovanile, con nessun intendimento politico (non erano quelli né i tempi né gli uomini, né gli ambienti per comprendere l’incalzare dei tempi nuovi). (…) Si salpava verso lidi imprevedibili, ma di cui si immaginava l’esistenza: un modo nuovo di concepire la vita, la gioventù, l’amore reciproco, ben diverso da quello che i tempi e il fascismo insegnavano ai giovani». Ma «l’arcivescovado e la curia, prese dal timore di “grane” di provenienza fascista, che forse avevano cominciato a manifestare osservazioni e critiche, intervennero perché la pubblicazione cessasse». Una capacità di visione, dunque, che sembrerà poi tornare nello spirito del Fronte Giovanile Cristiano (FGC).

Anche in due lettere rispettivamente del febbraio e dell’aprile ’43, che Bruno Paparella invia da Ferrara a Franceschini, in quel periodo a Lucca per il servizio militare, torna il tema di un nuovo gruppo giovanile cattolico. Il tema è quello delle organizzazioni delle forze giovanili dentro l’AC: Paparella parla dell’istituzione delle scuole di apostolato che, «svolgendo le sue lezioni tutti i lunedì, dà luogo a interessanti conversazioni sui più vari problemi (…). C’è tanto bisogno di fare del bene nelle nostre sezioni, anche magari facendole vivere rivolte alla parte positiva ed attiva del nostro cristianesimo, alle opere di carità…». Anche qui, uno spirito molto simile al mai realizzato FGC.

Proseguendo, in un’intervista rimasta inedita che tra fine 2005 e inizio 2006 Monica Campagnoli dell’Istituto Sturzo di Bologna rivolge a Giorgio Franceschini, quest’ultimo, parlando di quel periodo, ricorda: «qui a Ferrara non c’era la possibilità di trovare dei punti di riferimento intesi come persone la cui azione poteva costituire un esempio: mentre i leader nazionali, De Gasperi, don Sturzo, ci sembravano così lontani qua in provincia. De Gasperi ancora nel luglio del 1943, in pieno periodo badogliano, sembrava un personaggio strano e misterioso. Prendemmo davvero coscienza delle idee di De Gasperi a partire dal ’45. Per questo motivo, quelli che dopo la formazione del partito divennero democristiani, prima della nascita della DC, qui a Ferrara, erano un gruppo di cattolici legati anche da un comune sentimento antifascista. (…) Rispetto alla questione della formazione, direi che qui a Ferrara, “ci siamo fatti un po’ da noi in casa” (…). Buone letture e amicizie, se dicessi delle altre cose sarebbero tutte invenzioni». Parole che in un certo senso confermano quel sano spontaneismo, quell’autodeterminazione così evidente nel documento del FGC.

Bruno Paparella nel’ 41 con alcuni famigliari (foto Francesco Paparella)


Dopo il Fronte Giovanile Cristiano: staffette partigiane, Comitato di Liberazione Nazionale e Democrazia Cristiana ferrarese
Ben 297 sono le incursioni aeree sulla città di Ferrara dal 1943 al 1945, con una trentina di bombardamenti a tappeto che provocano la morte di almeno 1070 vittime ufficiali. Il 40% delle abitazioni viene distrutto o danneggiato.

In questo clima, la famiglia Franceschini ai primi del ’44 sfolla a Ostellato, e Giorgio spesso si reca in bicicletta a Masi Torello per incontrare Luciano Comastri, giovane proveniente dall’AC, «membro del movimento clandestino DC», sfollato proprio a Masi Torello, come raccontò lo stesso Franceschini a “la Voce” nel 1985. Nello stesso articolo spiega come lui e Comastri riuscirono a portare a diversi cittadini, preti e non, – sfruttando il proprio servizio di “postini-ciclisti” del Corriere Padano – copie del messaggio radiofonico di papa Pio XII del Natale ’44, in cui il Pontefice parla della democrazia che verrà: «In una schiera sempre crescente di nobili spiriti sorge un pensiero – sono sue parole -, una volontà sempre più chiara e ferma: fare di questa guerra mondiale, di questo universale sconvolgimento, il punto da cui prenda le mosse un’era novella per il rinnovamento profondo, la riordinazione totale del mondo. (…) [I popoli] Edotti da un’amara esperienza, si oppongono con maggior impeto ai monopoli di un potere dittatoriale, insindacabile e intangibile, e richieggono un sistema di governo, che sia più compatibile con la dignità e la libertà dei cittadini. In tale disposizione degli animi, vi è forse da meravigliarsi se la tendenza democratica investe i popoli e ottiene largamente il suffragio e il consenso di coloro che aspirano a collaborare più efficacemente ai destini degli individui e della società?».

Sempre nel ‘44 Franceschini fonda, insieme ad alcuni amici dell’AC ferrarese, il primo nucleo clandestino della locale Democrazia Cristiana, anticipato – possiamo dire – dal Fronte Giovanile Cristiano. Nella primavera del 1945 Franceschini, insieme ad altri giovani cattolici, rappresenta la DC nel Comitato provinciale (clandestino) di Liberazione Nazionale, conseguendo poi il brevetto di patriota. Da elenchi di catalogazioni da lui stesso redatti, risultano anche un “Volantino clandestino diffuso dai giovani D.C. qualche giorno prima della Liberazione” e un “Programma clandestino dei Giovani D.C. ferraresi”. Purtroppo, però, non sono ancora stati ritrovati.

Nella citata intervista che rilasciò nel 2005-2006 a Monica Campagnoli, Franceschini parla anche della successiva nascita della DC ferrarese, nata dal «gruppo dei vecchi popolari, per la verità non molto numeroso», e dal «gruppo dei giovani che avevo raccolto io», e da un gruppo che chiama gli «incerti», provenienti dal mondo fascista o da quello borghese. «La Democrazia Cristiana – spiega ancora nell’intervista inedita – fece la sua comparsa qui a Ferrara solo nel 1945 (…), nacque solo pochi mesi prima della liberazione grazie all’azione di un gruppo di giovani di cui mi “vanto” di essere stato un po’ il leader. Entrammo prima nei Comitati di liberazione e poi proseguimmo la nostra attività nella DC (…)». Quei giovani si ritrovarono il 26 aprile 1945 in una sala del palazzo arcivescovile per la prima riunione della DC ferrarese. Era presente anche un gruppo degli “anziani”. Tra i giovani vi erano Carlo Bassi, Giorgio Franceschini, Cesare Menini, Gian Maria Bonsetti, mentre tra gli “anziani” l’avv. Dotti, l’avv. Gorini, l’avv. Lodi, l’avv. Devoto, Giovanni Vincenti.

La prima assemblea della DC ferrarese si tenne, invece, nei locali di via Adelardi 9/a, presso i quali per alcuni mesi prese sede il Partito, sino al trasferimento nella Borsa di commercio. Da tale assemblea uscì un Comitato provvisorio con il compito di organizzare il 1° Congresso provinciale, che si tenne il 28 settembre dello stesso anno. Ad esito di questo Congresso l’avv. Lucci venne eletto Segretario provinciale, per poi lasciare il posto ad Adalberto Galante.Il resto è storia della nostra città e dell’intera nazione, ma possiamo dire che idee, passioni e progetti di questa vicenda durata oltre 40 anni germinarono anche, clandestinamente, in quel sottotetto di corso Giovecca, sognando quel Fronte Giovanile Cristiano che mai nacque ma che diventò ben presto parte delle fondamenta per la rinascita di un intero popolo all’insegna, anche, dello spirito cristiano.


(Grazie a Francesco Paparella e Flavia Franceschini per le foto e le informazioni)

https://www.lavocediferrara.it/

«Ho preferito non accordarmi con l’anima contemporanea»: le memorie inedite di G. B. Crema

3 Mag
Giovanni Battista Crema, 1957

Le inedite “Memorie” dell’artista sono pubblicate nel catalogo della mostra esposta nel Castello Estense. Scritte negli ultimi anni di vita, le pagine trasudano sconforto riguardo alla volgare e violenta modernità. Ma Ferrara, col suo incanto, lo confortava nel dolore

di Andrea Musacci

Che con la vecchiaia si acquisti (quasi sempre) saggezza e ponderatezza, si sa, per certi versi è fisiologico. Che le ombre della morte diventino più dense e ampie è un’altra inevitabile certezza. Ma che il rifugio estremo del cuore e della coscienza nel proprio passato diventi fortino, questo può dipendere da fattori psicologici ed esistenziali non del tutto sondabili. Nel caso di Giovanni Battista Crema, pittore ferrarese di fama nazionale, morto nel 1964, un documento autobiografico inedito ci permette perlomeno di indagare e di riflettere sulla sua torsione solitaria e pessimista, incline alla fuga dal presente verso il tempo trascorso.

“Memorie inutili di un sopravvissuto” è il titolo di questo testamento scritto dall’artista tra il 1953 e il 1960, e che ora i suoi nipoti Annalisa, Giovanni Andrea e Silvia Crema hanno permesso di pubblicare nel catalogo della mostra inaugurata il 1° maggio nel Castello Estense di Ferrara. “Giovanni Battista Crema. Oltre il divisionismo” – questo il titolo dell’esposizione visitabile fino al 29 agosto – è organizzata dalla Fondazione Ferrara Arte e Gallerie Arte Moderna e Contemporanea del Comune di Ferrara, e curata da Manuel Carrera e Lucio Scardino. Le opere provenienti da collezioni civiche (quella di Ferrara ospita 22 dipinti e diverse opere su carta) e private mostrano bene il percorso di Crema dal socialismo degli anni giovanili  all’unione di realismo e simbolismo della maturità.

La modernità fa crollare le certezze

Nato a Ferrara il 13 aprile 1883 nel Palazzo Crema in via Cairoli, figlio di una famiglia benestante, a 14 anni inizia a prendere lezioni di disegno e pittura presso Angelo Longanesi-Cattani, per poi trasferirsi due anni dopo a Napoli per frequentare l’Accademia di Belle Arti. Nel 1903 – dopo un periodo a Bologna – Crema si trasferisce a Roma insieme alla madre rimasta vedova e si unisce al movimento artistico dei giovani capitolini, fra cui Balla, Boccioni e Severini. Qui emerge un suo realismo “moralista” e un divisionismo sentimentale. 

Le sue “Memorie” iniziano proprio nel segno del lutto e della distruzione nella “città eterna”. Nei primi anni ’50 i figli hanno fatto costruire la nuova casa sul terreno di quella precedente, demolita dopo averli ospitati per 40 anni: «Mi sembrava che insieme a quelle pietre (…) – scrive – crollasse la ragione stessa di vivere ancora». L’immagine della casa che crolla è l’immagine del crollo delle certezze, dei muri che definivano un’epoca, una cultura. La modernità, Crema, la sente arrivare nei primi del ‘900, il «secolo più onestamente rivoluzionario»: un tempo – scrive ancora – rappresentato «dall’invadenza della burocrazia e dalla catalogazione dell’individuo», posto «continuamente sotto il controllo dello Stato», sia in quello delle democrazie occidentali, sia nelle dittature nazista, fascista e sovietica. 

«La smania morbosa di velocità» è un altro tratto che a suo parere contraddistingue il moderno, «verso una completa superficialità». Altro che progresso, sembra dirci, il nuovo, in realtà, è dominato da quegli «istinti ancestrali di tempi primitivi».

«Il mondo all’improvviso sembrò malato di innovazione a tutti i costi»

«Con la facilità che i moderni mezzi di diffusione consentono, si possono lanciare, e si lanciano indiscriminatamente, tutte le idee più assurdamente inconsistenti o più diabolicamente tendenziose». Crema la chiama la «demoniaca propaganda del nuovo per il nuovo ad ogni costo», una sorta di «collettivismo intellettuale» nemico della «mente libera e capace di indagine», che è «bene supremo, un immenso dono di Dio», necessario per riconoscere e difendere, pur nella sempre necessaria originalità, «quel patrimonio di sapere e di spiritualità». 

La critica al futurismo e al fascismo è conseguente: del regime Crema condanna la «violenza brutale e sanguinosa», il capovolgere «la cultura incoraggiando tutti quegli estremismi» fondati «sulla ingenua illusione del capo», creatori dell’«Arte Fascista, ad onore e gloria del dittatore». 

E a proposito dell’arte, la critica va anche ad ogni avanguardia e astrattismo: «Ho sempre creduto (…), e credo – scrive –, che (…) la rappresentazione debba avere tutti i requisiti della verosimiglianza», «correttezza» ed «eleganza» a favore dell’«economia armonica dell’opera». Il rifiuto di “adattarsi”, per moda o convenienza, per compiacere e far carriera «come continuamente ho fatto, significava accettare il boicottaggio e l’isolamento».

Ma la violenza del potere moderno si esplica anche nella guerra. Durante il primo conflitto mondiale, arruolato nella fanteria, Crema subisce gravi ferite e rimane invalido. Durante il secondo, viene arruolato dal Ministero in Marina per  documentare la vita militare. «Ogni nuovo ritrovato della scienza di questa terribile, calamitosa, barbarica meraviglia – sono ancora sue parole –, è immediatamente sfruttato in applicazioni belliche, sicché, lo sforzo di cervelli superiori, anziché al bene degli uomini è orientato esclusivamente a creare i più orrendi mezzi di distruzione». 

Pur con una certa dose di elitarismo e di complottismo («sorge spontaneo il dubbio che vi sia alla base una qualche forza oscura e potente», scrive), il suo umanesimo si pone dunque a difesa della «dignità umana e dell’individualismo inesauribile», della prevalenza dello «spirito intimo della civiltà individuale» sulle pur «preziose conquiste» tecnologiche. Da qui, la vicinanza alle lotte del mondo del lavoro e la difesa romantica, estrema, dei secoli passati.

La «vecchia e silenziosa casa natale»

Ferrara, col suo «romanticismo decadente, un po’ manierato», «simile al sogno inverosimile di un poeta», incarna per Crema quel passato fatto di gloria e di magia. L’artista tornerà più volte nella città natia per esporre – ad esempio nel ’20 in Arcivescovado e nel ’25 in Castello -, ma il pensiero, in queste “Memorie” degli ultimi anni, torna all’infanzia. A fine ‘800, ricorda, «la vita scorreva tranquilla», Ferrara «forse era un po’ monotona» ma nella «vecchia e silenziosa casa natale» Crema vede il luogo dei sentimenti più veri. Il passato rivive, nel profondo disagio del presente, come claustro immacolato, grembo dove il tempo sapeva cullare con parvenza di placida immobilità.

«La città sembrava sonnecchiare, pigra, nella luce violacea delle sue nebbie autunnali – scrive ancora Crema –, per risvegliarsi, lenta, quando il tardo sole di primavera aveva disciolte le nevi abbondanti…». L’artista ricorda ad esempio quando «passavamo, verso sera, sotto la Cattedrale e guardavamo accendersi, nel pulviscolo bluastro della nebbia, i due lumi votivi che, all’Ave Maria di ogni giorno che tramonta, la pietà di qualcuno, morto da secoli, fa ardere ancora in onore della Santa Vergine». E ancora, «la grande piazza, sul fianco della Chiesa Madre», «i ponti levatori della turrita dimora ducale», la «casa di Marfisa la bionda». «Un ambiente di fiaba ariostesca», dunque, abitato da fantasmi e dalle favole della nonna, «materiate di poesia». Ma al tempo stesso, la città nella quale inizia a vedere le «prime modeste lampadine elettriche» che squarciano delicatamente quella «nebbia trasparente», che diventerà, più avanti, «nebbia pesante» di inquietudini foriere di guerra, di violenza e di lutti. Lutti che colpiranno diverse volte Crema, che perderà precocemente la moglie (nel ’46) e il figlio (nel ‘57).

Questa violenta cupezza mai lo abbandonerà, tanto che nelle “Memorie” sembra vincere il disincanto: «la felice canzone che trillava nel cuore giovinetto si è tramutata in un disperato singhiozzo (…). Ora non ci attende più nulla». Ma l’ultimissima parola è donata alla speranza: «In fondo al cuore – conclude – rimane sempre viva, come una lampada votiva, una piccola luce che è la perenne tradizione della stirpe».

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 7 maggio 2021

https://www.lavocediferrara.it/

Preti ferraresi vittime della guerra e dell’odio: il nuovo libro

3 Mag
Don Perin, don Mantovani, don Missiroli

Sono 7 i sacerdoti ferraresi, o attivi nella nostra provincia, deceduti durante la Seconda Guerra Mondiale. Il libro «O tutti o nessuno!» di Alberto Leoni li ricorda insieme agli altri 116 preti o religiosi dell’Emilia-Romagna


C’è don Luciano, morto dissanguato mentre prestava soccorso ai feriti nell’ospedale di Portomaggiore. C’è don Santo, dilaniato da una mina mentre cercava di recuperare il corpo di un soldato tedesco. O don Primo, morto sotto le bombe abbracciato a sua madre.Sono solo alcuni dei 7 preti ferraresi, o attivi nella nostra provincia, parte dei 123 sacerdoti e religiosi morti ammazzati in Emilia Romagna nella Seconda guerra mondiale, raccontati da Alberto Leoni nel libro «O tutti o nessuno!» (Edizioni Ares, 2021). La ricerca ha inizio da don Alberto Benedettini, morto nel 2015, ex parroco di una piccolissima località della provincia di Forlì-Cesena, Pieve di Rivoschio, dove stabilì il suo quartier generale l’8ª brigata “Garibaldi”, una delle prime formazioni partigiane nata nell’ottobre 1943. In una piccola chiesa di questa località sono esposti i ritratti dei 123 sacerdoti: 14 cappellani militari per cause di servizio, 45 deceduti sotto i bombardamenti, 8 assassinati dai fascisti, 29 dai nazisti, 27 da partigiani “in odium fidei” o per odio politico. Fu proprio don Benedettini a raccogliere foto e testimonianze e a volergli dedicare questo luogo. «O tutti o nessuno!», che dà titolo al libro, è il grido di don Elia Comini a chi gli offriva la salvezza poche ore prima della sua uccisione da parte delle SS a Pioppe di Salvaro, vicino Marzabotto, dove perì insieme a un altro sacerdote e a 44 civili.


I morti di Ferrara e provincia


Don Pietro Rizzo

Era giunto come parroco a Jolanda di Savoia nel ‘33. «Don Pietro aveva fatto molto per la sua gente e veniva visto dai fascisti come un oppositore al regime e alla guerra: in altre parole un nemico, per quanto la sua resistenza fosse totalmente disarmata», scrive Leoni. Fu prelevato nel marzo ’44 da giovani della Guardia Nazionale Repubblicana insieme ad altri cinque ostaggi. Lungo il Po, in località La Macchinina, don Rizzo fu giustiziato insieme ad altri tre ostaggi, mentre due riuscirono a fuggire. Don Rizzo, dopo essere stato colpito la prima volta, morente, «riuscì a dire ai suoi uccisori: “Io non sono ancora finito” e fu ucciso da un’ultima raffica». 


Don Mario Boschetti 

Il 28 gennaio 1944 Ferrara fu nuovamente bombardata dagli Alleati, dopo l’attacco del 29 dicembre 1943 che provocò 312 morti. Questa volta fu bombardato il centro città e i morti furono 202, centinaia i feriti. Don Boschetti era cappellano militare all’aeroporto di Ferrara, «e la sua predicazione ai seminaristi era improntata a una forte avversione nei confronti del nazifascismo. Il 28 gennaio fu sorpreso dal bombardamento e corse verso un rifugio, ma venne travolto dal crollo di un edificio nei pressi della cattedrale. Il suo corpo fu ritrovato solo un mese dopo».

Don Aggeo Montanari 

Era nato a Sant’Agostino ferrarese il 22 maggio 1876 e ordinato sacerdote nel 1902. Divenne parroco di Ponzano (BO) nel 1924 e vi rimase fino alla morte avvenuta il 17 aprile 1945. «Don Aggeo si era ritirato nella base del campanile con una ventina tra parenti e parrocchiani – è scritto nel libro – ma, preoccupato per l’ostensorio che racchiudeva il Santissimo e che aveva portato con sé, chiese a un suo parrocchiano di spostarlo più in alto sul campanile. Proprio in quel momento una bomba si abbatté ai piedi della torre e lo spostamento d’aria massacrò tutti i presenti, facendo crollare il campanile. Incredibilmente l’uomo con l’ostensorio, che precipitò a terra tra le macerie, si salvò».


Don Primo Mantovani 

Parroco a Maiero, sotto Portomaggiore, «nonostante i numerosi bombardamenti non abbandonò mai la parrocchia, che il 20 aprile [1945] venne distrutta. Il suo corpo fu ritrovato sotto le macerie abbracciato a quello della sua mamma».


Don Luciano Missiroli 

Era assistente della gioventù dell’Azione cattolica di Argenta e il 20 aprile 1945 si prodigò in mezzo ai combattimenti per portare soccorso ai feriti dell’ospedale di Portomaggiore. «Mentre si trovava vicino alla cappella dell’ospedale, una scheggia gli troncò un braccio. Portato all’ospedale di Ferrara, morì dissanguato».

Don Santo Perin

Servo di Dio, 27enne di origini vicentine, coadiutore del parroco di Bando di Argenta, dove si era trasferito coi familiari. Tra il 10 e il 18 aprile 1945 l’assalto alleato mieté vittime tra i civili e anche don Perin aiutò a scavare la fossa per seppellire i 40 morti. Si spendeva anche per i profughi, i feriti e i tedeschi. Il 25 aprile gli venne segnalato che il corpo di un soldato tedesco era insepolto in un campo minato lungo l’argine. Chiese allora ad alcuni giovani del posto di aiutarlo «e questi lo seguirono anche se si trattava del corpo di un nemico». «Don Santo e uno dei giovani, Stefano Filippi, saltarono su una mina. Stefano morì immediatamente, mentre il sacerdote ci mise molto più tempo. Altri volontari riuscirono a soccorrerlo e lo trovarono che pregava a mani giunte. Morì il giorno dopo, 26 aprile». Il 3 ottobre 2020 a Portomaggiore è stata inaugurata un’area verde intitolata a don Perin, don Missiroli e don Mantovani.


Don Raffaele Bortolini

Ordinato nel 1905, fu per 13 anni cappellano a Pieve di Cento, poi parroco a Dosso dal 1919, in provincia di Ferrara, ma della diocesi di Bologna. Fu ucciso la sera del 20 giugno 1945, all’età di 62 anni. La sua morte è passata alla storia come un omicidio da parte di mano comunista. Don Bortolini era uscito dalla canonica per avere la conferma di una corriera da prendere all’indomani. Erano circa le 22,30. Due individui, che vestivano in “cachi”, venendo dalla parte delle vecchie scuole elementari, cominciarono ad ordinare bruscamente il coprifuoco, e costrinsero il sacerdote a seguirli. Molti lo hanno udito ripetere: «Perché mi perseguitate sempre? Io non ho fatto nulla di male!». All’altezza del sagrato il prete, intuendo certo che la sua sorte era segnata, si liberò dalle strette dell’individuo che lo teneva; ma, fatti pochi passi, venne raggiunto da colpi di pistola. La vittima stramazzò a terra. L’assassino scaricò allora anche il mitra, quindi col suo compare si diede a precipitosa fuga verso l’argine del fiume Reno. Le autorità constatarono il decesso con otto o nove proiettili. Ma secondo lo storico Paolo Gioachin, in un articolo pubblicato sul nostro Settimanale il 12 febbraio scorso, il movente potrebbe essere diverso: «da quanto emerge dalle carte rinvenute nell’archivio della Prefettura di Ferrara risulta che il parroco fosse di fama antifascista e tutt’altro che sostenitore del Regime», scrive Gioachin. «Alcuni delatori testimoniarono una frase sentita pronunciare nel 1941 da don Bortolini: “l’Italia e la Germania sono inesorabilmente condannate ad un completo sanguinoso sfacelo finale con distruzione morale politica ed economica delle due nazioni e che Mussolini ed Hitler sono i due più grandi criminali che la storia abbia mai potuto registrare in ogni tempo e che la fine del pazzoide Mussolini è segnata col suo suicidio in piena sollevazione italiana”, tanto che i Carabinieri nel 1944 lo definirono in un rapporto “di dubbia fede politica in quanto ritenuto di idee contrarie al Regime e capace di svolgere larvatamente attività contraria alla guerra”. Rimane possibile – prosegue Gioachin – che sia stato ucciso da fanatici fomentati da un certo clima anticlericale. D’altronde è possibile anche che i motivi di questa brutale uccisione siano da imputare ad altro rispetto alla matrice ideologica».

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 7 maggio 2021

https://www.lavocediferrara.it/

Storia degli Hirsch, storia di Ferrara

4 Gen
Immagine fornita da Paola Perelli

Il progetto di ricerca de “Ilturco” sul Lanificio Hirsch: lavoro, diritti delle donne e antifascismo

Una famiglia di imprenditori di origine ebraica all’avanguardia nella lavorazione della lana e pesantemente osteggiata dal regime fascista.
È su questo spaccato del Ventennio, e più in generale della prima metà del Novecento, che l’associazione ferrarese “Ilturco” guidata da Licia Vignotto sta lavorando per riportare alla luce la storia di un pezzo della storia della nostra città e non solo.
Il progetto “C’era una volta il Lanificio Hirsch” – sostenuto e promosso dalla Regione Emilia-Romagna, realizzato in collaborazione con l’Istituto di Storia Contemporanea, il Museo del Risorgimento e della Resistenza, Anpi Ferrara, con il supporto del Servizio Biblioteche e Archivi del Comune di Ferrara – intende raccontare la storia della famiglia Hirsch, che dal 1885 al 1939 gestì a Ferrara uno dei primi e più importanti maglifici italiani. La ditta, insediata nel 1885 in via Fondobanchetto, poi trasferita nel 1909 in via Aldighieri, con ulteriori laboratori in città e in provincia (in corso Porta Reno, a Comacchio, Copparo e Bondeno), impiegava oltre 400 addetti, soprattutto giovani e giovanissime donne, dai 12 anni d’età in su. All’avanguardia a livello imprenditoriale e tecnologico, anticipò certe forme di welfare aziendale. La storia è stata ricostruita grazie a una ricerca che ha compreso – oltre allo studio delle fonti archivistiche e bibliografiche – diverse e inedite testimonianze raccolte in un mese e mezzo grazie a tanti figli o nipoti di ex dipendenti Hirsch. Fra le testimonianze raccolte, quella di un allora 16enne, attivo nell’UNPA, che nel ’44 insieme a Renato Hirsch spense le fiamme divampate nel Lanificio in via Aldighieri a causa dei bombardamenti. La ricerca si concluderà nel 2021 con la realizzazione di un documentario diretto da Andrea Bighi contenente interviste, fra gli altri, ad Anna Quarzi dell’ISCO Ferrara, agli storici Andrea Baravelli e Michele Nani e a Gian Paolo Bertelli, amico degli Hirsch.
Il primo Hirsch ad arrivare a Ferrara si chiama Seligman, un ebreo tedesco originario del Würtemberg, commerciante di lana che si trasferisce qui all’inizio dell’’800, per scappare da vessazioni antisemite. Il Lanificio Hirsch apre grazie all’operosità di Carlo, nipote di Seligman, che inizialmente gestisce una 40ina di donne nella produzione di berretti in un laboratorio di via Contrari. Grazie all’acquisto delle macchine tedesche Rachel (omaggio a Elisabet Rachel Felix, cantante e attrice ebrea di fama europea) – Carlo Hirsch è il primo in Italia ad acquistarle – l’azienda compie il salto di qualità, arrivando a produrre anche calze, sciarpe, maglie da ciclismo, costumi da bagno, vestiti per bambini e i celebri scialli ricamati “uso Berlino”.
Ma accanto all’aspetto tecnologico, l’innovazione riguarda anche la tutela dei diritti delle giovani dipendenti, tante di loro alla prima esperienza lavorativa e quindi di emancipazione: hanno, infatti, la possibilità di trascorrere molto tempo fuori casa, di attraversare la città da sole, di fare amicizia con tante coetanee. Alcune signore della buona società creano per loro anche dei Ricreatori festivi, dove si organizzano incontri e corsi «allo scopo di proteggere le giovani operaie e preservarle dai pericoli in cui possono incorrere nei periodi di inattività». Gli Hirsch adottano politiche di welfare aziendale innovative per quei tempi, come la Cassa infortuni e la Cassa malattie, gite aziendali, colonie per i figli delle dipendenti, prestiti a tasso zero per acquistare la casa, e l’asilo nido (0-3 anni) inaugurato nel 1925 in via Cittadella, in corrispondenza dell’attuale palazzo dell’Inps, per accudire i figli delle dipendenti. Le operaie potevano addirittura assentarsi dal lavoro per allattare i loro bambini.
Ma il clima in città in pieno Ventennio è particolarmente pesante per gli ebrei e per chi non voglia sottostare alle angherie fasciste. Renato Hirsch, che nel 1923 eredita la ditta dal padre Carlo, rifiuta qualsiasi rapporto con i locali esponenti del regime: non espone il tricolore fuori dallo stabilimento nell’anniversario della marcia su Roma, non assume operai raccomandati, non si presta a favori. Per questo già nel 1925 viene pesantemente minacciato dalle pagine del Corriere Padano. Come risposta a tutto ciò, inizia ogni sera a passeggiare sul Listone con una rivoltella infilata nella cintura, per vedere se qualcuno davvero ha il coraggio di sfidarlo. Il fascio locale intendeva anche incendiare la fabbrica ma sarà il Prefetto a fermare all’ultimo momento il criminoso progetto. Nel 1939, un anno dopo l’inizio delle leggi razziali, l’attività del Lanificio Hirsch si conclude con la requisizione della fabbrica da parte dei fascisti. Dopo la guerra passerà a un’altra società che la guiderà fino agli anni ’80.
Testimonianze e foto sul Lanificio Hirsch si possono inviare a info@ilturco.it o chiamando il numero 339-1524410.
Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” dell’8 gennaio 2021

https://www.lavocediferrara.it/

Chi si ricorda della “littorina” sul Listone?

4 Gen
Littorina anni ’40

Dal 1941 al 1958 parte del Listone di Ferrara ospitò alcuni negozi “sfrattati” da via san Romano: un casermone simile alla “Festa del Regalo” che dal 1976 al 2015 (anno di arrivo delle casette) ha occupato piazza Trento e Trieste

di Andrea Musacci
Questo Natale, ormai dirlo è frase fatta, è stato decisamente diverso dagli altri.
Nonostante molte persone, soprattutto nei fine settimana di dicembre e per il ponte dell’Immacolata, si siano assembrate nel centro cittadino, la mancanza di un simbolo del periodo natalizio testimoniava con la propria assenza l’eccezionalità di questo 2020. La tradizionale “Festa del Regalo” che dalla seconda metà di novembre fino all’incirca all’Epifania occupa ogni anno l’intero Listone di piazza Trento e Trieste, per i ben noti motivi legati al contenimento della pandemia non ha potuto svolgersi.
Una 50ina di giorni di mercato fisso che, tra piadine e vin brulé, sciarpe e gioielli, oltre naturalmente a dolciumi e salumi di ogni genere, allietava inevitabilmente centinaia di persone, divenendo luogo di ritrovo e tipico “paesaggio” delle feste di fine anno.
Ma forse non tutti sanno che per ben 17 lunghi anni un “casermone” simile a quello presente fino al 2015, rimase fisso nella tradizionale piazza del mercato cittadina. La “littorina” – così venne chiamata – era un fabbricato a parallelepipedo, lungo e basso, color mattone, costruito nel 1941 in muratura leggera e “ancorato” – senza fondazioni – nella parte est del Listone, quella che dall’incrocio con via San Romano va verso via Mazzini. Rimase fino al 1958, quando fu demolita, per ospitare alcuni negozi momentaneamente “sfrattati” dalla vicina via San Romano.
Innanzitutto, il perché del nome. La “littorina” è un’automotrice ferroviaria, ma l’identificazione tra littorina e automotrice avviene nel periodo fascista. Il termine divenne noto in tutto il Paese grazie a un articolo uscito nel 1932 sul “Popolo d’Italia” nel quale si descriveva il viaggio della “littorina” con a bordo il capo del governo Benito Mussolini, in occasione dell’inaugurazione della stazione di Littoria, centro nevralgico della pianura pontina appena bonificata dal regime. Come scrive Giancarlo Galdi nell’articolo “Littorina da Littoria o viceversa?” furono i ferrovieri, abituati ad affibbiare soprannomi ai rotabili, a chiamare “littorine” – tipo di lumache – le automotrici già prima del celebre viaggio di Mussolini.
Da qui, dunque, l’idea di chiamare il “palazzone” provvisorio – ma neanche troppo – sul Listone cittadino come l’automotrice, data la simile struttura. Su piazza Trento e Trieste vennero quindi posizionati i negozi, costruiti appositamente per ospitare i commercianti “vittime” dello “sventramento di San Romano” iniziato nel 1938: gli edifici che ospitavano le loro attività dovevano essere demoliti nell’ambito del piano di risanamento del quartiere.
Nella parte iniziale della “littorina”, quella più vicino alla Torre della Vittoria, c’era un bar e una fontanella a destra della porta d’ingresso. Dato che dal lato del Duomo vi era un acciottolato particolarmente sconnesso, i negozi più importanti erano situati dal lato opposto, quello del Teatro Nuovo, dove la strada era più larga e dotata di due passatoie centrali in marmo. Sul lato del Duomo si potevano trovare ad esempio la rivendita di acqua e vini “Sisifo” o il calzolaio, mentre dal lato opposto negozi di scarpe, stoffe, confezioni e biancheria, oltre ai “Maglifici della Lombardia”, attività da molti anni presente in via Mazzini e che a breve dovrebbe cambiare gestione.

* Chi ha ricordi o foto della “littorina” sul Listone ci può scrivere alla mail redazione@lavocediferrara.it *


La storia del Listone di Ferrara
“Liston” è una parola veneta utilizzata in varie città del Veneto e in alcune zone limitrofe per indicare un particolare luogo della città, generalmente una piazza o parte di essa. Il termine indica le lunghe lastre di marmo utilizzate per la pavimentazione delle piazze: da esso deriva la locuzione ”far el liston”, che significa appunto ”passeggiare per la piazza”.
Conosciuta semplicemente come ”piazza” fino al XV secolo, nei secoli successivi viene individuata come piazza di ”San Crispino” (patrono della corporazione dei calzolai a cui apparteneva l’edificio che chiude a est la piazza, sede dell’attuale libreria “Libraccio”) o ”del Comune”, ma soprattutto come piazza delle Erbe o piazza ”del Mercato” poiché destinata quotidianamente a tale attività. Ma venne chiamata anche il “Verzaio”, appunto per la presenza di molti venditori di frutta e verdura.
Proprio per favorire la fruizione del mercato, nel 1846 viene realizzato un marciapiedi lastricato rialzato di 120×12 metri al centro della piazza denominato “listone”, attorno al quale si collocano le bancarelle dei venditori ambulanti. Ma il “Verzaio” perse di importanza con l’entrata in vigore del Regolamento di polizia del 1850, che privilegiava come “salotto buono” – dove era proibito esercitare a macellai, pescivendoli e castagnari – lo spazio delle piazze che formavano l’attuale corso Martiri della Libertà. Dal 21 gennaio 1919 la piazza viene dedicata alla conquista delle terre irredente “Trento e Trieste”. La sua superficie è rimasta praticamente immutata nel tempo e l’attività del mercato si è svolta in modo continuativo fino al 1941, anno di costruzione della “littorina”. Dopo che quest’ultima venne demolita, il mercato è divenuto settimanale e si è spostato sopra il listone, lasciando ai clienti il percorso ad anello pavimentato in cubetti di porfido. Nel 1959 il ”listone” venne rinnovato con pavimentazione in trachite analoga a quella precedente e si sostituì l’acciottolato con i cubetti di porfido uniformando questo selciato con quello del sagrato della Cattedrale.
Da allora l’immagine complessiva della piazza è rimasta sostanzialmente la stessa, anche se dagli anni ’50 in poi la crescente diffusione delle automobili l’ha trasformata sempre più in punto di passaggio stradale e area di sosta. Solo nel 1992, con l’approvazione del primo Piano Urbano del Traffico che ha istituito le Ztl e le aree pedonali del centro storico, la piazza è tornata a configurarsi come luogo di passeggio e spazio privilegiato per lo svolgimento di mercatini ed eventi ludici o culturali.
Nel 2014 si sono conclusi i lavori di riqualificazione con anche l’installazione di lampioni in stile retrò accanto a faretti di ultima generazione. I lavori hanno portato alla luce un sito di interesse archeologico: è emerso, infatti, quanto rimane di una bottega, forse del XV secolo, una delle tante che occupavano in particolare i due lati del palazzo della Ragione. Molto probabilmente l’attività fu abbandonata a seguito di un incendio: ne sono testimonianza il livello di carboni, misti a tegole e coppi, appartenenti alla copertura del tetto. L’elemento di maggiore interesse sono i materiali rinvenuti: decine di monete, gettoni di commercio e numerosissimi spilli, ditali, laminette, un ago in osso da tombolo, tutti materiali che fanno ipotizzare che si trattasse della bottega di un sarto. Da ultimo è stata rinvenuta anche una spada ben conservata in ferro, priva di elsa, deposta su un piano di mattoni.
Il Listone e più in generale Piazza Trento e Trieste sono ancora oggi più che mai spazi di mercato: ricordiamo fra questi, parte del mercato del venerdì, quello mensile di antiquariato e quello, sempre mensile, di artigianato, oltre a un altro “casermone”, quello delle Giornate del Ringraziamento di Coldiretti in novembre, che ricorda la vecchia “Festa del Regalo” prima dell’avvento delle bianche casette in stile nordico nel 2016. Un capannone che, ogni anno dal 1976, ha occupato per quasi due mesi la piazza di Ferrara e che, nonostante le polemiche prima perché troppo ingombrante, poi perché sostituito dalle più discrete ma meno riparanti casette, in ogni caso ha lasciato un “vuoto”, anche solo simbolico, o meramente consumistico, all’ultimo Natale ferrarese.

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” dell’8 gennaio 2021

http://www.lavocediferrara.it

Carlo Pagnoni, instancabile tessitore di umanità

14 Dic

Lo scorso 10 dicembre è scomparso un protagonista della vita culturale e civile ferrarese, autore di libri su Luciano Chiappini, don Alberto Dioli e i missionari ferraresi

Un instancabile uomo di dialogo e di pace: è unanime il coro di chi nelle ore immediatamente successive alla sua scomparsa ha offerto a “La Voce” un ricordo di Carlo Pagnoni, morto lo scorso 10 dicembre a 83 anni nella sua casa di via Cappuccini a Ferrara.

«Viveva nel mondo i valori del vangelo»
di don Andrea Zerbini
C’eravamo incontrati non più di un mese fa. Carlo trovava sempre parcheggio davanti a S Francesca Romana; ogni volta tornava a salire quella scala della parrocchia che frequentava negli anni ’50 quando era parroco don Carlo Borgatti. Era iscritto all’Azione cattolica e mi diceva, sorridendo, che don Carlo una volta ebbe a dirgli che egli ascoltava con attenzione quanto lui diceva, ma sempre con un atteggiamento un po’ critico. L’Azione Cattolica attraversò momenti difficili in quegli anni e nel 1954 il presidente nazionale dei giovani di Ac, Mario Rossi, amico e collaboratore di don Primo Mazzolari, rassegnò le proprie dimissioni per dissensi con i vertici della presidenza Luigi Gedda, per via dei Comitati Civici di orientamento fortemente anticomunista. Le sue dimissioni ne provocarono molte altre sia ai vertici che alla base della GIAC e anche Carlo fu tra quelli che se ne andarono. Ma egli se ne andò conservando sul piano personale i rapporti che aveva allacciato nel mondo cattolico, soprattutto con monsignor Giulio Zerbini. Tra loro discutevano dei più svariati argomenti, sempre in maniera molto distesa e serena, anche quando Carlo, nel 196, approdò nel Partito Comunista. Quelle frequentazioni anzi si intensificarono ed assunsero un carattere un po’ diverso, perché la Federazione locale del PCI ed anche la CGIL, in considerazione della sua provenienza dal mondo cattolico, in più occasioni gli chiesero di allacciare rapporti e monsignor Zerbini fu per lui sempre un interlocutore privilegiato, oltre che un amico.
Fu tessitore di umanità attraverso la cultura e l’impegno civico; promotore di incontri tra le due sponde del Volano, nell’oltre Tevere ferrarese. Mi ricordava il cardinale Agostino Casaroli, segretario di stato vaticano e la sua Ostpolitik ma al contrario, il primo come inviato della Santa Sede nei Paesi d’Oltrecortina, Carlo come inviato del partito al mondo cattolico. Egli fu un coordinatore instancabile di incontri sia nelle circoscrizioni e centri sociali sia nelle parrocchie; da sempre impegnato in problematiche culturali e cattoliche, nell’ambito dei rapporti tra chiesa e politiche di sinistra.
Frequentò l’Istituto di Scienze religiose in Montebello e la sua tesi divenne un libro: «Vangelo tra la gente. Missionari ferraresi nel mondo». Per l’editore Corbo pubblicò due libri, su don Alberto Dioli e su Luciano Chiappini. Ricordo che nel 2013 mi invitò con il sindaco Tiziano Tagliani alla scuola di politica del PD per un incontro su: “Il significato del Concilio Vaticano II per la Chiesa cattolica”, presso il Centro Sociale “Acquedotto” di Corso Isonzo.
Non fu quella volta come gli incontri a Brescello, tra Peppone e don Camillo, anche perché il sindaco aveva la tessera dell’Azione cattolica. Sempre documentatissimo, una pregevole biblioteca con testi non solo della storia del Concilio, ma riguardante le più svariate questioni, dall’ecumenismo alla liturgia, dai temi della pace al dialogo interreligioso ed era sempre presente ai convegni di “Teologia della pace” a S. Francesca. Nell’ultimo incontro parlammo delle chiese e comunità ortodosse a Ferrara; mi portò anche uno scatolone di libri sul Concilio. Il suo interessarsi ed aggiornarsi sulla chiesa nel mondo ma anche sulle vicende tristi e liete della nostra chiesa locale non nascevano da una curiosità frivola e superficiale. Era invece desiderio di accrescere il proprio sapere per meglio prendersi cura dell’altro; curiosità che rivelava una disponibilità a mettersi in cuore le ragioni anche differenti degli altri. L’etimologia di “curiosità” deriva da cura, quella ospitale che si apre alla possibilità del confronto e del dialogo. Uno stile quello di Carlo del vivere nel mondo i valori del vangelo e dell’uomo tra la gente. Dietro ogni cura del bene comune sta infatti un progetto di amicizia per provare a costruire la comunità e la solidarietà umana nella città. Così mi piace dedicargli un testo del card. Agostino Casaroli su papa Giovanni che lo ricordano molto: «In Giovanni XXIII la novità non riguardava la dottrina, ma piuttosto il modo di esporla e forse, talvolta, d’interpretarla, senza tradirla o modificarla mai. E di applicarla alle situazioni concrete. Riguardava poi, per così dire, lo stile, nel parlare e nell’agire, sia all’interno sia all’esterno della Chiesa: una maggiore prontezza alla comprensione dell’“altro”; una carica di “simpatia” nello sforzarsi di valutare la mentalità o gli atteggiamenti anche dei più lontani; una capacità di rendersi conto delle loro difficoltà obiettive e l’arte di saper creare un clima di fiducia, nonostante la distanza, o addirittura l’opposizione frontale delle posizioni reciproche; la cura di non offendere le persone pur dicendo la verità». Grazie Carlo.


«Ha tradotto il cattolicesimo sociale nell’impegno politico»
A “La Voce” affida un pensiero anche Alessandra Chiappini, ex Assessora del Comune di Ferrara ed ex Direttrice della Biblioteca Ariostea: «è stato una sorta di “pontefice”, nel senso letterario del termine, creava ponti fra il mondo cattolico e quello della sinistra politica. Lo ricordo come assiduo frequentatore del Centro Studi “Charles de Foucauld”», che aveva sede a casa Chiappini in via Madama, Centro che era «una fucina di elaborazione di senso critico cattolico. Un luogo di confronti a cui Carlo diede un contributo importante, continuo e coerente». Pagnoni, dunque, «ha tradotto tutta la vocazione sociale del cattolicesimo in un impegno politico concreto», del quale si ricorda anche quella di scrittore: oltre al sopracitato “Il Vangelo tra la gente. Missionari ferraresi nel mondo”, Pagnoni curò anche il libro “Don Alberto Dioli da Ferrara a Kamituga” (G. Corbo ed., Ferrara., 1998) e il volume di scritti del padre di Alessandra, Luciano, pubblicati su “la Voce” tra il 1982 e il 2002, “Una voce fedele e libera. Il Taccuino di Luciano Chiappini” (G. Corbo ed., Ferrara, 2000).
Infine, alla figura di Pagnoni, Chiappini associa quella di Aldo Ferraro, morto nel 2015 a 79 anni, impegnato tra l’altro negli anni ’90 nel movimento dei “Cristiano sociali”, poi confluito nei DS.

«Coltivava amicizie e relazioni al di là dei tradizionali steccati ideologici e religiosi»
«Una persona capace di tessere relazioni con tanti mondi politici e culturali. Nella nostra città tutti conoscono la sua raffinata cultura, la passione civile, la conoscenza e appartenenza al mondo cattolico progressista, l’appassionata militanza nella Cgil e nella sinistra politica», è il pensiero di Fiorenzo Baratelli a nome dell’Istituto Gramsci di Ferrara di cui è presidente. «Ricordiamo la sua capacità di organizzatore culturale (pensiamo al circolo culturale di via Bologna di cui fu anima e animatore per molti anni), la sua dote di scrittura, la sua innata empatia e curiosità che gli consentivano di coltivare amicizie e relazioni al di là dei tradizionali steccati ideologici e religiosi. Carlo, in tempi di risse e troppi accesi scontri, si è sempre distinto come costruttore di ponti tra le persone e tra mondi culturali e politici diversi. Tutto ciò ha fatto di Carlo Pagnoni uno tra i maggiori protagonisti della vita culturale della nostra comunità. Ci mancherà, ma chi lo ha conosciuto non dimenticherà mai la sua mite e generosa persona. È stato uno dei migliori figli della nostra città. Troveremo i modi e creeremo le occasioni per ricordarlo come merita».
Sempre dall’Istituto Gramsci, Roberto Cassoli ci confida: «ho saputo della sua morte da un amico comune, Domenico Malagrinò. Ricordo la sua capacità di relazionarsi con le persone, e il fare cultura sempre pensando agli altri, per creare occasioni di incontro e riflessione in ogni ambito. Il suo desiderio era sempre quello di organizzare iniziative per coinvolgere gli altri, per momenti di confronto pubblici. Ho sempre trovato magnifico questo suo grande obiettivo che aveva. Un obiettivo che ha perseguito fin quando ha avuto le forze. Lo vedevo spesso – prosegue Cassoli – seduto su una panchina dal Montagnone a leggere un libro». Rimasto vedovo, gli ultimi anni di vita della moglie aveva abbandonato le sue attività per accudirla.
«Un caro, caro amico, colto e aperto», è invece il ricordo che l’ex Sindaco Tiziano Tagliani affida al proprio profilo Facebook. «Non un intellettuale spocchioso ma una persona attenta alle realtà anche più umili, infaticabile nel ricucire sempre, avaro nel giudicare gli altri e generoso nella disponibilità quando gli si chiedeva una mano. L’ho sentito vicino anche se era da tanto che non lo vedevo».
Infine, è Anna Quarzi, Presidente dell’Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara, a offrirci un ricordo: «eravamo rimasti in contatto. Ricordo le tante iniziative organizzate nel Centro culturale “Mario Roffi” di via Bologna, tra cui il ciclo di incontri “Addio al ‘900” con ospiti di livello nazionale. E poi era un grande lettore: aveva comprato un piccolo appartamento solo per conservarvi i suoi libri, da tanti che ne aveva…».

(a cura di Andrea Musacci)

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 18 dicembre 2020

https://www.lavocediferrara.it/

Il mistero del manoscritto ritrovato: era di un monaco ferrarese?

7 Dic

L’avvincente storia dietro il libro “Abbi a cuore il Signore”, nato dall’iniziativa di mons. Daniele Libanori. Il volume raccoglie carte antiche, forse del XVII secolo, con meditazioni sulla fede, molto probabilmente scritte da un monaco dell’ex monastero cistercense ferrarese di San Bartolo

A cura di Andrea Musacci
Prendete un monaco del nostro territorio, vissuto nel XVII secolo e dall’identità ignota, un mercatino dell’antiquariato in piazza a Ferrara e un antico fascicolo a lungo trascurato.
Questa che assomiglia alla trama di un romanzo di Umberto Eco o di un film di Roman Polanski, in realtà è l’antefatto della nuova pubblicazione dal titolo “Abbi a cuore il Signore”, che vede come autore appunto un misterioso “Maestro di San Bartolo” e l’introduzione di mons. Daniele Libanori, ferrarese Vescovo Ausiliare di Roma. Il volume edito da San Paolo (Collana “Dimensioni dello spirito”, pagg. 320, novembre 2020) è la trascrizione di alcune carte casualmente ritrovate in un mercatino in piazza Savonarola a Ferrara a fine anni ’90, quindi oltre vent’anni fa, da un ferrarese appassionato di storia, da lui stesso trascritte con una vecchia Olivetti e quindi arrivate – nella trascrizione – sulla scrivania di mons. Libanori e lì rimaste per due decadi fino a quando un giovane ricercatore le ha lette e ha convinto il sacerdote ferrarese a pubblicarle.
«Figlio a me caro nel Signore, ho pensato di mettere per iscritto alcuni punti che possano servirti per il tuo progresso spirituale, così come aiutarono il mio»: inizia così il libro con meditazioni di spiritualità cristiana probabilmente redatte da un monaco vissuto nel XVII secolo del monastero cistercense ferrarese di San Bartolo, nella zona sud-est subito fuori Ferrara, vicino ad Aguscello.
Nell’introduzione del libro mons. Libanori cita per intero la lettera che questo suo anonimo conoscente gli aveva allegato alla trascrizione dell’antico fascicolo: i fogli, spiega nella lettera indirizzata a Libanori, «sono la trascrizione di un testo che tenevo da tempo presso di me, da quando cioè lo comprai a pochi soldi su una di quelle bancarelle che si trovano ai mercati ambulanti dell’antiquariato che vanno da una città all’altra. Passando per la piazzetta Savonarola – ormai a Ferrara torno solo di rado -, era una domenica, fui attirato da un banco su cui stavano alla rinfusa libri vecchi e faldoni sconnessi. (…)». A catturare la sua attenzione è in particolare un fascicolo «piuttosto corposo, che un tempo doveva essere stato legato a un quaderno: fogli piegati in due sui quali la scrittura era stesa con un inchiostro acido, che in molti punti aveva corroso la carta. A mio parere, stando alla grafia – minuta, regolare come quella di una copista – e alle abbreviazioni, doveva trattarsi di un manoscritto del Seicento, in un latino ecclesiastico di facile comprensione». Nella parte alta di una delle pagine del fascicolo, si legge: “…(lacuna) ex mon. S.ti Bartol.”. «La scritta era posta in mezzo alla carta, scritta soltanto sul retto e i margini consunti confermavano l’ipotesi che fosse la prima d’un fascicolo. Pensai che doveva trattarsi di carte d’archivio, probabilmente frutto di antiche spoliazioni, riemerse su quella bancarella da chissà quale fondo. (…) Pensando che potessero provenire dal soppresso Monastero cistercense di S. Bartolo, poco lontano dalla città, comprai quello che trovai. A casa rividi un po’ meglio quel materiale, confermandomi nell’idea che doveva trattarsi di appunti di qualche monaco, il quale deve avere avuto sotto mano carte più antiche e senza un ordine preciso».
Il monaco che ha raccolto i testi del “Maestro” confratello – prosegue la lettera pubblicata da mons. Libanori – «deve essere stato uno che aveva messo insieme quel materiale per suo uso personale. Queste carte sarebbero dunque la trascrizione di tutto o di parte di varie esortazioni, forse a discepoli diversi (data la ricorrenza dei temi), che egli aveva ripreso da qualcuno a noi rimasto ignoto che abbiamo voluto chiamare “Maestro di S. Bartolo”; altri testi, più lunghi, sono sviluppati invece come delle meditazioni o appunti per la predicazione».

Cinema e letteratura: analogie

È proprio a fine anni ’90 – nel 1999 – che nei cinema esce “La nona porta” di Roman Polanski, con Johnny Depp ed Emmanuelle Seigner. Nel film, Boris Balkan, interpretato da Frank Langella, un editore e bibliofilo newyorkese, commissiona a Dean Corso (Depp), esperto di libri antichi, un’indagine su un antico testo esoterico presente nella propria collezione privata, “Le nove porte del Regno delle Ombre,” scritto e stampato nel 1666 da Aristide Torchia, un non meglio definito esoterista veneziano, processato e giustiziato sul rogo dalla Santa Inquisizione. Balkan è in possesso di uno dei tre soli esemplari superstiti, ma è anche convinto che solo uno dei tre sia autentico.
Nel 1980 Bompiani dà alle stampe quello che diventerà un autentico best seller: “Il nome della rosa” di Umberto Eco. Nel prologo, quest’ultimo racconta di aver letto durante un soggiorno all’estero il manoscritto di un monaco benedettino riguardante una misteriosa vicenda svoltasi in età medievale in un’abbazia sulle Alpi piemontesi.

Il complesso abbaziale di San Bartolo

Il complesso abbaziale cistercense di San Bartolomeo, più conosciuto come San Bartolo, era situato nell’antico Borgo della Misericordia posto a sud-est della città, nell’antica isola di San Giorgio, e per antichità secondo solamente a San Giorgio dei Benedettini, ora degli Olivetani.
Secondo quanto tramandato da un altro Libanori, l’Abate Cistercense e storico Antonio Libanori, nel XVII secolo, la prima pietra fu fatta porre nell’854 dalla contessa Ada, moglie di Ottone I d’Este, in onore dell’Apostolo Bartolomeo per grazia ricevuta. Il figlio Marino infatti, nel giorno dedicato a quel santo, mentre difendeva Comacchio dai veneziani, scampò miracolosamente all’incendio e alla rappresaglia per vendicare la morte di Badoardo, fratello del Doge.
Cinque sacerdoti, appartenenti a famiglie nobili ferraresi e canonici di San Giorgio, fra i quali Sabino Gruamonti, Ursone Giocoli e Ursone Leuti, fondarono e dotarono dei loro beni patrimoniali il primo nucleo abbaziale col consenso del vescovo di Ferrara Viatore. Il privilegio venne conferito da Ludovico II, nipote di Carlo Magno a Ravenna nell’869 mentre i cinque monaci vestivano l’abito dei Cluniacensi e Sabino ne diveniva il primo Abate.
Da San Bartolo uscirono illustri personaggi quali: Gottifredo, figlio di Azzone d’Este, che ne fu Abate nel X secolo, Filippo Fontana che fu Vescovo di Ferrara nel XIII secolo. L’Abbazia di San Bartolo era quindi divenuta tanto importante da essere posta in Collazione Apostolica nel 1391 e innalzata a Commenda della Santa Croce di Gerusalemme nel 1484. Il suo Abate, addirittura, doveva già aver ottenuto la dignità cardinalizia.
Nella chiesa abbaziale restaurata nella metà del ‘700 dall’Abate Muzzi, vi erano preziosi affreschi nel presbiterio, nelle cinque lunette absidali e nel protiro, realizzati tra il 1260 e il 1294 da un artista noto come “Maestro di San Bartolo” (da non confondersi con il presunto autore del volume “Abbi a cuore il Signore”), restaurati nel 1955 e oggi conservati presso la Pinacoteca Nazionale di Palazzo dei Diamanti. Vi erano, inoltre, tavole e quadri di Camillo Filippi, Benvenuto Tisi da Garofalo, Annibale Carracci, Sigismondo Scarsella padre dello “Scarsellino”, Giovanni Francesco Lai, Filippo Porri, Cesare Mezzogori, Girolamo Gregori, Francesco Naselli, Lodovico Mazzolini, del Molina e del Rosati. Si pensa fossero conservate anche importanti reliquie, fra le quali una mano dell’Apostolo Bartolomeo e alcune ossa di S. Quirino e S. Maria Maddalena.
Successivamente, arrivò l’occupazione napoleonica con la confisca di tutti i beni ecclesiastici e la loro vendita all’asta a fine del XVIII secolo.
Il 18 aprile 1904 l’intera area di San Bartolo viene trasformata in una colonia agricola del manicomio cittadino di via Ghiara, come esempio di ergoterapia. Ancora oggi l’edificio di proprietà dell’AUSL Ferrara ospita la Residenza Psichiatrica “Il Convento”: al suo interno vengono forniti trattamenti riabilitativi prolungati (6 – 36 mesi) a pazienti affetti da disturbi psichiatrici gravi e persistenti in fase sub-acuta e/o cronica con l’obiettivo di contrastare la disabilità e favorire l’integrazione. La struttura può accogliere fino a un massimo di 30 ospiti. Un modo di dire dei ferraresi è “A vagh a finìr a san Bartul”.
Infine, nel marzo del 2018 dei 320 milioni di euro sbloccati per l’Emilia-Romagna dal Comitato interministeriale per la programmazione economica, 14,45 furono destinati a interventi riguardanti Ferrara e provincia.
Fra questi, all’ex chiesa di San Bartolo sono stati destinati 1,5 milioni di euro per realizzare lavori di adeguamento antisismico e di restauro all’edifico risalente al XIV secolo. A oggi non vi sono novità sui lavori.

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” dell’11 dicembre 2020

https://www.lavocediferrara.it/

Ricordi dall’ex ghetto: la Ferrara ebraica anni ’50-’60 rivive grazie ad Haim Bassan

7 Dic
Haim Bassan

Continua la nostra ricerca su Haim Issak Bassan, primo studente israeliano nell’Ateneo ferrarese, iscritto dal 1956 al 1960. Abbiamo raccolto le testimonianze di Cesare Finzi, Daniela Anau e Roberta Anau: ricordi non solo di Haim ma della vita dei giovani ebrei nella Ferrara di quegli anni. Una Comunità accogliente, quella ebraica: diversi giovani ungheresi in fuga dai carrarmati sovietici trovarono asilo nell’ex ghetto

[Qui potete trovare la prima parte del mio servizio su Haim Bassan]

«Haim era un mio caro amico, veniva spesso anche a mangiare a casa nostra». A parlare a “La Voce” è Cesare Finzi, nato nel 1930 a Ferrara, cardiologo in pensione, faentino d’adozione.
Su “La Voce” dello scorso 27 novembre avevamo raccontato in esclusiva la storia di Haim Issak Bassan, nato nel’21 in Bulgaria, poi trasferitosi a Tel Aviv, primo studente israeliano nell’Ateneo ferrarese – dal 1956 al 1960 – e “animatore” in questi anni della comunità ebraica ferrarese. Un impegno che arrivò fino all’ambasciata israeliana a Roma e lo portò in giro in varie Comunità italiane.
In seguito alla pubblicazione di questo articolo, ho raccolto alcune testimonianze di persone che tra il ’56 e il ’60 ebbero modo di frequentare Haim a Ferrara. Tra questi, appunto, Cesare Finzi, figlio di Enzo, proprietario della “Profumeria Finzi” di via Mazzini. La sua storia è nota nella nostra città: scampò ai rastrellamenti fascisti insieme ad alcuni suoi famigliari, ma diversi suoi parenti persero la vita nei campi di concentramento. Dopo il ’45 si iscrisse al Liceo scientifico per poi laurearsi in Medicina.
«Io e Haim ci vedevamo spesso, era una persona aperta, simpatica. Gli compravo i francobolli nuovi di Israele, che i suoi gli mandavano da Tel Aviv», soldi che poi lui spediva per aiutare la sua patria. «A Ferrara, lo ricordo, visse in via Vittoria insieme ad altri studenti israeliani. Negli anni ’80 andai anche a trovarlo a Tel Aviv, dove gestiva una farmacia».
Chi ci regala una testimonianza su Haim Bassan sono anche le sorelle Daniela e Roberta Anau, residenti da tanti anni la prima a Ivrea, la seconda a Lessolo, sempre vicino Torino, di padre ferrarese e madre piemontese, ma fino ai primi anni ’60 residenti a Ferrara. «A fine anni ’50 eravamo una decina di giovani frequentanti la comunità ebraica ferrarese», ci racconta Daniela Anau, classe ’43, «tra cui noi due, i tre Ottolenghi, Guido Fink e Haim Bassan. E ricordo che oltre ad Haim partecipavano alle nostre attività altri studenti israeliani iscritti all’Università di Ferrara e a quella di Bologna. Ci trovavamo una volta alla settimana, e se per qualche motivo una settimana non riuscivamo a vederci, era un gran dispiacere». Le attività consistevano in balli, feste o più semplicemente il far due chiacchiere e il giocare a biliardo. «Mio padre spesso il venerdì o il sabato sera invitava Haim a cena a casa nostra».
È la sorella Roberta Anau, classe ’47 a “rivelarci” come Daniela, allora adolescente, «si infatuò» di Haim. «Quel che ricordo – ci racconta poi Roberta – è che nel ’56 dall’Ungheria invasa dai sovietici fuggirono alcuni giovani ebrei trovando rifugio nella nostra Comunità ferrarese». Comunità che «diede loro alcuni appartamenti dell’ex ghetto rimasti liberi. Varie famiglie li ospitavano spesso a pranzo o a cena. Alcuni di loro credo che successivamente siano andati a vivere in Israele».
Andrea Musacci

Daniela Anau e Romano (Reuven) Ravenna ballano alla festa di Purim

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” dell’11 dicembre 2020

https://www.lavocediferrara.it/

Errare alla ricerca della bellezza: il Festival “Riaperture”

28 Set

Il 4 ottobre si conclude il festival “Riaperture” con mostre fotografiche in luoghi abbandonati della città. Quest’anno c’è anche Ai Weiwei. Frasson (Comune di Ferrara) su S. Paolo: “A ottobre 2022 riapre la chiesa, fra un mese il chiostro piccolo e il Refettorio”. Palazzo Zanardi sarà trasformato in residenziale, ancora ignoto il futuro della Caserma di via Cisterna del Follo

di Andrea Musacci


«E dove sono condotti, tutte le volte, dalla notte dell’esodo che si rinnova un anno dopo l’altro? In un luogo che non è un luogo, dove non è possibile risiedere».
(Maurice Blanchot, “La conversazione infinita”)


In epoca di chiusure e riaperture a intermittenza a causa dell’emergenza sanitaria in corso, il nome di questo Festival, giunto alla IV^ edizione, suona più che mai azzeccato.
Inizialmente in programma tra fine marzo e aprile, ma rimandato per il lockdown, il “Riaperture PhotoFestival Ferrara 2020” è in programma in due fine settimana, il 25, 26, 27 settembre e il 2, 3 e 4 ottobre con mostre, workshop, letture portfolio, incontri e molto altro. La rassegna ideata da un gruppo di giovani fotografe/i ferraresi guidato da Giacomo Brini ogni anno ha il duplice pregio di porre i riflettori su edifici della nostra città da tempo chiusi e, all’interno degli stessi, di ospitare personali di fotografe/i da tutto il mondo. Sempre attraverso un filo rosso tematico: quest’anno il tema scelto è “Errante”, termine dal duplice significato. Da una parte, infatti, il rimandare a un movimento senza meta precisa, predefinibile, dall’altra, l’atto dello sbagliare. Due accezioni tra loro legate, che ben raccontano la condizione umana fragile, sempre incerta nel trovare sicurezze definitive e dunque inevitabilmente propensa all’errore, allo scacco. Di certo, i progetti fotografici raccontano e propongono questo desiderio, pur frustrante, dell’essere raminghi come segno di libertà, pur nella mancanza e nell’autoinganno. Purché ci si liberi dalle proprie anchilosi e dalle proprie prigioni, e mai ci si dimentichi, ogni volta, di “riaprirsi” all’altro da noi.


Chiesa ed ex monastero di San Paolo
Era il gennaio del 2018 quando in una conferenza stampa il duo Tagliani-Modonesi, rispettivamente ex Sindaco e Assessore ai Lavori Pubblici, annunciarono, alla presenza anche dell’Arcivescovo, l’avvio dei cantieri riguardanti il complesso di San Paolo, la cui chiesa è inagibile dal 2006. Il terremoto del 2012 aveva portato anche al crollo di due pinnacoli in pietra oltre a sofferenze localizzate su architravi e timpani in corrispondenza degli ingressi e all’aggravamento della situazione statica con lesioni diffuse, sia sulle volte sia sugli apparecchi murari.
Proprio riguardo alla chiesa, a distanza di quasi tre anni, Natascia Frasson, Dirigente del Servizio Beni Monumentali del Comune di Ferrara (Stazione appaltante dei lavori), spiega a “la Voce”: «il progetto esecutivo è in Regione da marzo 2020 per l’approvazione. La Commissione congiunta si riunirà il 30 settembre per deliberare, speriamo in modo definitivo. Ipotizzo quindi – prosegue Frasson – di poter approvare il progetto entro il mese di ottobre e quindi pubblicare la gara per l’affidamento lavori entro la fine dell’anno». L’inizio dei lavori è di conseguenza ipotizzabile «per fine aprile / inizio maggio 2021, e la durata del cantiere è prevista di circa 550 giorni». A ottobre 2022, quindi, la comunità ferrarese potrà tornare dentro una delle chiese più amate della città.
A proposito, invece, dei chiostri e degli ambienti dell’ex Monastero, lo scorso novembre si sono conclusi i lavori sul primo chiostro, che ha per l’occasione ospitato la mostra fotografica “Sulla soglia. Visioni in chiaroscuro di Ferrara”, a cura della stessa Associazione “Riaperture”, della Fondazione Ferrara Arte, dell’artista Andrea Forlani e in collaborazione con l’Assessorato alla Cultura. Lo scorso 22 giugno, invece, sono ripartiti i lavori – dopo la sospensione causa Covid-19 e la redazione di perizia di variante – sul secondo chiostro (il minore dei due) e sull’ex Refettorio, prima di risistemare il cortile dei carri. «I lavori – ci spiega Frasson – termineranno a novembre 2020. Il piano terra del secondo chiostro continuerà a ospitare le associazioni già presenti – Fotoclub e Contrada di San Paolo – mentre l’ex Refettorio diventerà Sala polivalente. Il piano primo continuerà a ospitare alcuni uffici comunali e la Sala della Musica. Il cortile dei carri di via Capo delle volte – conclude Frasson – in questa fase verrà completato solo con una distesa di ghiaia, demandando invece la riqualificazione complessiva dello spazio alle prossime annualità in base alle disponibilità finanziarie del Comune».


Caserma e Cavallerizza “Pozzuolo del Friuli” e Palazzo Zanardi
L’ex Caserma e la Cavallerizza “Pozzuolo del Friuli” tra via Cisterna del Follo e via Scandiana, sono, insieme a Palazzo Zanardi, di proprietà di Cassa e Depositi Prestiti (CDP), spa controllata dal Ministero dell’economia e delle finanze e, in minor parte, da diverse fondazioni bancarie. Riguardo ai primi due edifici – protagonisti dell’edizione 2019 di “Riaperture” – CDP, da noi interpellata, ci spiega come «siamo ancora alle prime fasi della valorizzazione urbanistica, e non riusciamo ancora a parlare della loro futura trasformazione». Palazzo Zanardi, costruito nel XVI secolo e acquistato dal Comune di Ferrara nel 1972, si trova invece in via de’ Romei, ed era di proprietà proprio della famiglia ferrarese che dà il nome alla via. Edificio di 1639 metri quadri, fu la storica sede dell’Assessorato alla Cultura e nel 2015 il Comune di Ferrara lo vendette a CDP, che ci spiega: «l’asset è in vendita e si presta a essere trasformato in residenziale, ma non ci sono attività urbanistiche in essere, né ad oggi prevediamo di intraprenderle».


Factory Grisù
L’immobile dell’ex caserma dei Vigili del fuoco (dal ’30 al 2004), nell’agosto 2012 è stato concesso dalla Provincia di Ferrara in comodato d’uso gratuito all’Associazione no profit “Grisù” che l’ha gestito fino al febbraio 2016, dando avvio al recupero degli spazi e alla selezione delle prime imprese che si sono insediate al suo interno. Il Consorzio Factory Grisù si è costituito a Ferrara nel febbraio 2016 con lo scopo di partecipare alla gara indetta dal Comune di Ferrara per la nuova gestione della factory creativa, ed è oggi il gestore dell’immobile fino al 2023.


Chiesa di San Giuliano
Il piccolo edificio in piazza della Repubblica, a ridosso del Castello, venne edificata nel 1405 dal camerlengo Galeotto degli Avogadri (o Avogari). Nel 1796 cessò la sua attività sacra e rimase chiusa per diversi anni. Per evitarne la demolizione, Don Pietro dalla Fabbra, la acquistò e donò alla città. Dopo diversi anni di successioni ereditarie, tornò proprietà dell’Arcidiocesi. Dopo i tanti restauri negli ultimi due secoli, e inaccessibile dal terremoto del 2012, oggi San Giuliano è sottoposta a diversi restauri post-sisma in fase di conclusione.

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 02 ottobre 2020

https://www.lavocediferrara.it/

Se il secondo Novecento passa per una piccola macelleria

28 Set

“La bottega di Corso Giovecca. Memorie della Ferrara che fu” è il romanzo d’esordio di Francesca Tani. La storia di una famiglia e dell’Italia dopo il boom economico, sullo sfondo di una Ferrara in bilico fra tradizione e modernità

È da poco uscito il romanzo d’esordio della giovane ferrarese Francesca Tani, “La bottega di Corso Giovecca. Memorie della Ferrara che fu” (Este ed., 2020), presentato lo scorso 16 settembre nella Biblioteca Comunale Ariostea.
Fin dalle primissime righe il lettore è calato nell’umida e plumbea atmosfera che tanto caratterizza la nostra città nei mesi invernali. Il protagonista, Tiziano, come ogni mattina si sta recando nella macelleria che gestisce in Corso Giovecca, civico 160, all’angolo con via Ugo Bassi. Ma è una circostanza diversa quella che si appresta a vivere, un momento di rottura pur nell’apparente routine: è, infatti, l’ultimo giorno di vita di quest’attività. Come ci spiega la stessa autrice, il negozio è realmente esistito: era la Macelleria Tani. «I personaggi sono legati alla storia della mia famiglia. I miei nonni sono stati i primi proprietari del negozio. Ho sempre desiderato scrivere un libro – ci racconta – e, visti i numerosi racconti di mio padre, che tanto amava l’attività che aveva ereditato, ho deciso di realizzarlo».
I momenti di passaggio – che sono sempre di trasformazione – tolgono il percorso compiuto fino a quel momento dal momentaneo oblio per riacquistare consistenza, in un certo senso attualità: laddove si segna una fine, a riaffiorare sono pure l’inizio e le tappe più vivide che hanno reso tale una determinata storia.
Il racconto prende avvio oltre 60 anni fa, nel 1954, dall’“esodo” del protagonista, allora bambino, con la famiglia dalle campagne copparesi per cercare fortuna nella “grande” Ferrara. Da questo momento ciò che dà corpo alle vicende narrate è dunque una serie di mutamenti, di movimenti: dalla campagna alla città, da uno stile di vita all’altro, dall’infanzia alla maturità. Per l’intera società italiana è l’approdo, ai tempi ancora embrionale, a una società più consumista e secolarizzata. È la modernità che irrompe anche nella provincia: in particolare il suo sviluppo è scandito da film, canzoni, automobili, capi d’abbigliamento e programmi televisivi, ma anche dalle battaglie civili e sociali come quelle sul divorzio e sul delitto d’onore, dal Sessantotto e dall’avvento dell’università di massa.
Si susseguono dicotomie se non veri e propri conflitti, soprattutto fra tradizione e modernità e fra la piccola-medio borghesia – con un passato rurale – e l’alta borghesia: in entrambi i casi, i primi termini sono rappresentati dal protagonista Tiziano, i secondi dalla ragazza amata, Vittoria, personaggio di fantasia, incarnazione di quella borghesia progressista, portatrice in quegli anni di un pensiero critico rispetto alla vecchia Italia retrograda e bigotta, ma già destinata a prenderne il posto al potere e a diventarne essa stessa falsa coscienza, elemento di conservazione.
Chiediamo a Francesca Tani se in lei, in qualche modo, vince l’amore per la tradizione nella sua accezione positiva o il naturale desiderio di emancipazione: «Mi sento un po’ Tiziano e un po’ Vittoria, come me laureata in giurisprudenza e sensibile alla questione femminile: rappresenta un po’ il mio ideale. Ma sono anche legata alla famiglia e alle sue tradizioni. E di sicuro rispetto a Vittoria sono più timida».
Il suo libro rappresenta il racconto non solo della seconda metà del Novecento italiano ma dell’anima di Ferrara attraverso i luoghi (in particolare la zona Quacchio-via Pomposa fino all’ex Sant’Anna), i prodotti culinari tipici che maggiormente ne connotano l’identità e alcune delle famiglie più note (Bassani, Franceschini, Chiappini, Cristofori). Pur rimanendo le vicende personali e famigliari al centro della narrazione, a tratti pare che i termini si capovolgano e che l’intento dell’autrice sia di raccontare, attraverso le vicissitudini private, la ferraresità e le mutazioni avvenute nella seconda metà del secolo scorso. Una scelta, quest’ultima, che se da una parte spezza il ritmo narrativo, rischiando di “distrarre” il lettore, dall’altra arricchisce il libro ancorandolo fortemente nello spazio e nel tempo.
Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 02 ottobre 2020

https://www.lavocediferrara.it/