Tag Archives: Storia Ferrara

“Ti racconto di noi…”: storie da un mondo antico che non esiste più

14 Gen

Il nuovo libro di Roberto Marchetti

[Qui la pagina con l’articolo]

libro marchettiIl ricordo di eventi vissuti a distanza di anni, dilata luoghi, persone, cose, dona loro una luce diversa, un’aura forse anche un po’ irreale ma non per questo meno vera. La malinconia vi aggiunge ulteriore profondità, una sacralità carnale, perché vissuta davvero. Così è per il libro di Roberto Marchetti, “Ti racconto di noi” (Este Edition, 2018, con introduzione di Camilla Ghedini), che, raccontando la propria esistenza, tesse un mosaico di diverse generazioni, soprattutto del bondenese. Anche nel caso di questo libro, dunque, il distacco temporale non può essere – per i tasselli affettivi che lo compongon – freddo distacco storico ma sempre calda narrazione, a tratti cruda e malinconica, ma mai ingrata. Marchetti, classe ’54, sposato con Beatriz Norma Ferrari, di origini argentine, fondatore dell’Associazione badanti “Nadiya” di Ferrara, per oltre 20 anni impiegato e dirigente dell’Eridania, successivamente è impegnato nella nostra Arcidiocesi (con la Fondazione Migrantes e con l’Istituto Sostentamento Clero), mentre nel 2013 insieme ad altri costituisce la ditta Adamant Bionrg, che opera nel campo della produzione di bioenergia e bioliquidi. Ormai prossimo alla pensione, sceglie di riordinare ricordi, aneddoti e riflessioni. “Arriva un punto dell’età – scrive – che realizzi come il tempo sia passato tanto rapidamente (…). Arriva un giorno in cui ti accorgi di come il tempo sia volato via (…). Ti rendi inoltre conto che poche saranno le occasioni di raccontargli [al tuo nipotino] la storia della sua famiglia d’origine”. Ciò che viene fuori è una piccola grande epopea che ricorda in parte quella narrata da Bernardo Bertolucci in “Novecento”, un’enorme famiglia di agricoltori (60 persone conviventi, con diversi gradi di parentela), “piccola comunità, che aveva una tradizionale visione di politica socialista” e che “terminò con l’avvento del fascismo”, in quanto la “nascita del regime determinò le condizioni per una diaspora”. Commoventi i ritratti degli avi, dal bisnonno Luigi al nonno Lorenzo, fino ai genitori: la madre Angelina, detta Redimes, a cui “devo il dono della mia di vita e per questo suo regalo credo di non averle mai espresso gratitudine, dandolo forse per scontato”, e il padre, che, ricorda, “seppur affaticato da una lunga giornata di lavoro, ci caricava in spalla e ci trasmetteva quell’ultimo abbraccio in sicurezza con quelle forti braccia, e noi eravamo certi che quelle braccia ci avrebbero retto, sorretto e protetto per sempre”. “Sembra inverosimile come ora, dopo quasi 40 anni, mi manchino le carezze di mio padre”. “Oggi – scrive ancora Marchetti – guardo a questi episodi con molta tenerezza e vedo nella nostra dignitosa povertà, soprattutto la forza dei miei genitori che hanno mantenuto la serenità pur nell’affrontare con accettazione gli avvenimenti della vita, e vorrei poter tornare, anche solo per un attimo, ad abbracciarli e a ringraziarli, perché sono stati veri eroi, nell’affrontare i disagi che a loro la vita ha riservato” e perché “mi hanno inculcato nel tempo quel senso di moralità che ancor oggi mi fa discernere tra il bene o il male”. Una svolta importante avviene nel 1960, col trasferimento della famiglia a Bondeno, nella canonica dell’allora parroco don Guerrino Ferraresi, morto nel 1984, “persona spesso schiva e scontrosa” ma “buona d’animo, generosa, altruista” e “uomo di estrema cultura”. Per un bimbo di umili origini contadine (abitavano nella frazione Ponte Rodoni), Bondeno era considerata alla stregua di una moderna metropoli. L’autore ricorda se stesso durante il trasloco, lo straziante addio, “seduto in fondo al carro, con i piedi penzoloni e gli occhi puntati su quella casa che si allontanava sempre più”. Tanti gli aneddoti presenti nel libro: il primo “adsen al maiàl”, l’uccisione del maiale, al quale Marchetti assistette, nel ’59 – rito collettivo sacro e macabro al tempo stesso -, il bagno clandestino al macero, la trebbiatura – “tradizionale e grande festa sull’aia” -, il “raccontafavole” che girava per le campagne, la televisione che si poteva vedere, dal ’60, solo al bar “Baracon” di Ponte Motte. E ancora, la colonia a Igea Marina, la Minicomet, l’impegno come chierichetto, la “dipendenza” dal flipper del Bar Centrale, l’oca viva in regalo, le gite in montagna con gli immancabili panini al tonno e cipollotti sottaceto come pranzo al sacco, i fioretti nel mese mariano, le Magistrali frequentate in via Borgoleoni a Ferrara e le prime campagne saccarifere. Un racconto, dunque, nostalgico e frastagliato, unito da questa linea invisibile degli affetti del cuore, da nomi, paesaggi, riti e sensazioni che lo rendono più di un “diario” personale, quasi una storia collettiva. Una storia solidale. Marchetti ricorda in modo particolare, della sua infanzia, la “solidarietà gratuita che la gente di allora metteva a disposizione del prossimo, portando aiuto a chiunque si trovasse in difficoltà”. “A volte – sono ancora sue parole – [l’inizio della mia pensione] lo immagino come i primi giorni dopo la campanella dell’ultimo giorno di scuola, e penso alla mia adolescenza, ed a quella fortuna di aver vissuto in piazza e di avere comunque avuto qualche amico con cui condividere quella noia degli assolati pomeriggi. Non avevamo internet né telefonino, ma la comunicazione o il richiamo avveniva a volte anche semplicemente chiamando ad alta voce quello che abitava nel palazzo di fronte, ed era sufficiente dire: ‘…andiamo…?’ e il ‘dove?’ non importava, l’importante era non sentirsi soli, condividere anche il niente, ma rigorosamente insieme”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 18 gennaio 2019

Annunci

Sakura, i colori e le atmosfere del Giappone per tre giorni a Ferrara

25 Lug

logo sakuraIn pieno solleone a Ferrara sbarca il…Sol Levante. Dopo il successo, sofferto e insperato, del debutto svoltosi nel settembre 2015 nel Palazzo della Racchetta, da venerdì 28 a domenica 30 luglio la nostra città ospiterà la seconda edizione della biennale Sakura Festival, rassegna artistico-culturale dedicata al Giappone e al rapporto tra il Paese orientale e la storia di Ferrara.

Nelle sotterranee Sale Imbarcadero del Castello Estense di Ferrara, le organizzatrici Grazia Guberti della Business Consulting & Event Design Srls (che curò la prima edizione) e Marianna Petronelli, pittrice, proporranno un ampio programma composto, tra l’altro, da esibizioni di danza e canto tradizionali, rituali tipici come la cerimonia del tè e la vestizione del Kimono tradizionale, oltre a pratiche come l’Ikebana, o le arti marziali. Ma non mancheranno anche laboratori interattivi, per grandi e piccoli, di calligrafia, etegami ed origami. Ed è proprio Grazia Guberti a raccontare (e raccontarsi) alla Nuova in vista della tre giorni.

Quale obiettivo si pone il Sakura?

«Il Festival ha come obiettivo principale quello di mettere in luce un evento storico svoltosi nel periodo rinascimentale con protagonisti la Corte Estense e il Giappone, facendo incontrare due culture tanto diverse ma al tempo stesso simili, attraverso differenti espressioni artistiche».

Il Sakura ha quindi un forte legame con Ferrara e la sua storia…

«Certo, si tratta di una storia lunga 430 anni, iniziata il 22 giugno 1585, quando giunsero nella nostra città tre giovani giapponesi con il loro seguito, ospitati per alcuni giorni alla corte di Alfonso II d’Este e Margherita di Gonzaga. I tre facevano parte di una missione, organizzata dalla Compagnia dei Gesuiti in Giappone al fine di far visita all’allora pontefice, Papa Gregorio XIII, e all’intera penisola italiana. Altro episodio che lega l’Italia al Giappone è la visita di Hasekura Rokuemon nell’anno 1615».

Quali sono le novità più rilevanti rispetto alla prima edizione?

«Sicuramente la location che si presta per ovvi motivi storici a tutto quello che è stato motore della prima edizione! Altro punto di forza saranno i nuovi espositori che cercheranno di coinvolgere i visitatori nella scoperta di questi due meravigliosi mondi. Infine, vi sarà un percorso di storie e leggende che trasporteranno le persone in realtà spesso sconosciute…»

Tutto ciò in un’ottica multidisciplinare…

«Esatto, vi saranno momenti ludico-ricreativi aperti a tutti i visitatori, ma anche teatro, musica, artigianato, senza dimenticare lo sport. Saranno tre giornate indimenticabili, grazie all’impegno di tante persone coordinate da me e Marianna Petronelli».

Com’è nata la collaborazione tra voi due?

«Ci siamo conosciute alcuni anni fa in occasione della prima edizione del Sakura, e da quel momento due persone molto diverse tra loro, come siamo noi due, si sono unite sempre di più: da lì è nata davvero una collaborazione forte, fondata su obiettivi comuni, ma soprattutto un’amicizia reale».

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 24 luglio 2017

L’importanza delle Fondazioni nell’eredità di Gramsci

17 Giu
index

Antonio Gramsci

«In passato ci siamo avvicinati a passi troppo veloci e non ragionati alla costruzione del Partito Democratico. Alla sua nascita si decise, sbagliando, che il nuovo partito non avrebbe avuto rapporti giuridici col patrimonio immobiliare e culturale del Pci-Pds-Ds. Ciò ha riguardato anche Gramsci». ll senatore del Pd Ugo Sposetti ieri mattina è intervenuto nella sede dell’Istituto di Storia Contemporanea (Isco) di Ferrara per un incontro in occasione dell’80° anniversario della morte di Antonio Gramsci, tra i padri del Partito Comunista Italiano.
La “rottura”che, secondo le sopracitate parole di Sposetti, il Partito Democratico avrebbe attuato con la propria storia, sarebbe stato “mitigato” dalla nascita, in questo primo decennio di vita del Pd, di 62 Fondazioni eredi dell’enorme patrimonio, soprattutto immobiliare, appartenuto al Pci. Nel territorio ferrarese è la Fondazione “L’Approdo”, presieduta da Bracciano Lodi, a svolgere questo compito. «Nessun partito in Italia – ha proseguito Sposetti – ha conservato la propria intera documentazione storica», conservata nella nostra città dall’Archivio Storico PCI Ferrara, coadiuvato dall’Isco locale, e in parte digitalizzato sul sito http://www.storiapciferrarese.it, presentato da Omar Salani Favaro. «Ci vorranno ancora un paio di anni – hanno spiegato sia Lodi sia Anna Quarzi dell’Isco – per mettere in rete sul sito tutto l’archivio del Pci ferrarese».
Un pensiero, quello del comunismo italiano – sono stati concordi gli altri intervenuti, Andrea Baravelli, docente di Storia Contemporanea dell’Università di Ferrara, e Fiorenzo Baratelli dell’Istituto Gramsci – oggi «sterminato culturalmente», e che quindi, a partire da Gramsci, va «ristudiato e diffuso» contro il «chiacchiericcio onnicomprensivo del dibattito politico attuale».

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 17 giugno 2017

Un’app per visitare i luoghi religiosi in maniera virtuale

23 Mag
bertuzzi e zanella

Stefano Bertuzzi e don Stefano Zanella

Mentre proseguono i lavori di restauro e consolidamento degli edifici sacri della nostra Diocesi, l’Ufficio Tecnico guidato dall’ing. don Stefano Zanella ha pensato a come rendere accessibile le tante chiese che per alcuni anni rimarranno ancora chiuse. Da qui è nato il progetto di utilizzare un’app innovativa, “MuseOn”, per visitare virtualmente chiese, musei e palazzi. “MuseOn” è stata ideata da Stefano Bertuzzi e Desirée Ponchiardi della startup bolognese iThalìa srl, nata circa un anno fa. Semplicemente attivando la connessione Bluetooth (senza bisogno di un collegamento internet), e con un lettore qrcode, si può, recandosi nei pressi di un determinato edificio storico, “visitarlo virtualmente” dal proprio smartphone, visualizzando immagini e informazioni sull’immobile e la sua storia.
“MuseOn” è per ora disponibile per il Palazzo Arcivescovile di Ferrara, il cui porticato già da alcuni mesi accoglie un pannello con le indicazioni per utilizzare l’app. L’idea, però, è di renderla disponibile, entro l’estate o comunque in tempi relativamente brevi, anche per la Chiesa di San Paolo (chiusa dal 2005), la Chiesa di Santo Stefano (riaperta 18 mesi fa), e, si spera, anche la Cattedrale cittadina e la Chiesa di San Domenico, inaccessibile dal 2012.
Come ha sottolineato don Zanella, «”MuseOn” è importante tanto a livello turistico, quanto di studio e ricerca, ma anche per la catechesi». Bertuzzi ha poi spiegato come si tratti di «un progetto sostenibile di alta efficienza, in quanto ha un livello molto basso di consumo di batteria (il 50-70% in meno rispetto alle altre app), un consumo ridotto della memoria del dispositivo (circa 18 MB), e un tempo di installazione breve, quantificato in una ventina di secondi. Il tutto – ha concluso – nella massima sicurezza per quanto riguarda i dati personali e i diritti di autore».

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 21 maggio 2017

Il Palazzo Arcivescovile di Ferrara perla dell’architetto romano Mattei

7 Mag

Un libro del professore universitario Ticconi racconta le opere del concittadino «Con il suo scalone d’onore l’edificio è un gioiello purtroppo sottovalutato»

[Qui il mio articolo sul sito de la Nuova Ferrara]

index«Il Palazzo Arcivescovile di Ferrara col suo scalone d’onore è un gioiello assoluto, purtroppo sottovalutato anche qui in città». Nella Ferrara degli Estensi ancora oggi è forte la tentazione di considerare il periodo pontificio come minore rispetto a quello rinascimentale. Così, luoghi come l’Arcivescovado e personalità come quella dell’architetto Tommaso Mattei sono ampiamente sconosciute o, nella migliore delle ipotesi, sottovalutate.
Per ridare il giusto peso a tutto ciò, lo scorso gennaio è uscito il volume Tommaso Mattei 1652-1726. L’opera di un architetto romano tra ’600 e ’700 (Gangemi Editore) di Dimitri Ticconi, professore di storia dell’architettura all’Università La Sapienza di Roma.
Chi era Mattei? Perché il suo lavoro è stato così importante? «Mattei inizia la propria formazione nella bottega di Gian Lorenzo Bernini – spiega Ticconi -, dove lavorava anche il padre orafo, poi si avvicinerà all’architettura diventando collaboratore di Carlo Rainaldi, alla cui morte ne assumerà l’eredità professionale. Nella sua carriera lavorerà, ad esempio, per alcune tra le più importanti famiglie romane, come i Borghese, rielaborando un raffinato decorativismo. Insomma, Mattei ha il merito di traghettare l’architettura dal ’600 al ’700, attraverso un gusto appartenente al primo Rococò romano, ancora barocco e lievemente decorativo».
Allora perché è così poco noto? «In Italia gli studi sulla cultura artistica e architettonica dal tardo ’600 fino agli anni ’30 del ’700, non hanno mai focalizzato un interesse su personalità di rilievo come Mattei, ma solo sulle più note come Carlo Fontana. Negli anni ’60 del secolo scorso ci sono state, in poche nicchie di studi storiografici, alcune personalità che hanno iniziato a recuperare il tardo ’600 e il primo ’700 romano, ma sono rimaste inascoltate. Negli ultimi 25-30 anni si ha un interesse a riscoprire figure come la sua ritenute minori, anche se non vi è ancora una storiografia al riguardo».
Ma Mattei da Roma come giunge a Ferrara? «Vi arriva nel 1717 quando era l’architetto più in auge a Roma, scelto dall’allora arcivescovo di Ferrara, Tommaso Ruffo, che voleva il meglio per ristrutturare il Palazzo Arcivescovile. Mattei porta dunque a Ferrara la sua cultura architettonica, di cui ne è segno lampante ad esempio la facciata, ma con equilibrio. L’opera di Mattei a Ferrara non può dunque essere considerata minore, sconta anche un eccessiva attenzione al periodo degli Estensi, che svaluta – ingiustamente – il periodo pontificio.E nello scalone Mattei ha “portato” a Ferrara, rielaborandolo con squisito decorativismo, una metafora della Fontana dei Quattro Fiumi del Bernini: varrebbe la pena di venire a Ferrara solo per vedere questo capolavoro assoluto, che ha nulla da invidiare ad altre gemme della città».

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 6 maggio 2017

Le foto raccontano Bassani e la difesa della storia

5 Apr

In parete alla MLB home gallery il progetto della forlivese Camporesi dedicato a luoghi abbandonati

3398_8f70c6d030e518a96d0a3994b968e692

Ex stazione dei treni di Bondeno

Il Bassani dell’impegno in difesa del patrimonio artistico e naturale, come fonte d’ispirazione per un rinnovato progetto artistico. Silvia Camporesi, una delle più apprezzate fotografe italiane, torna nella Maria Livia Brunelli home gallery di Ferrara, con una mostra originale, la cui parte inedita è dedicata a quattro luoghi abbandonati del nostro territorio. “Atlas Italiae: Tabula Ferrarense cento anni dopo Giorgio Bassani” è il nome dell’esposizione della fotografa forlivese che verrà inaugurata sabato 8 aprile alle 18, e rimarrà in parete nella home gallery di corso Ercole I d’Este, 3 fino al prossimo 8 ottobre. “Atlas Italiae” è il nome del volume fotografico edito nel 2015 in cui l’artista ha raccolto 112 foto di 70 luoghi abbandonati lungo tutta la Penisola.
In mostra, dunque, sulla parete centrale della galleria fotografie stampate in bianco e nero e poi colorate a mano, per un lavoro di studio, ricerca e viaggio durato circa due anni. La Camporesi ritorna, dunque, a Ferrara, più di un anno dopo la presentazione di “Atlas Italiae” dalla Brunelli nel febbraio 2016: in occasione del centenario dalla nascita di Giorgio Bassani (04 marzo 1916 – 13 aprile 2000), intende, così, omaggiare a un tempo lo scrittore e la sua città. Le abbiamo rivolto alcune domande sulla mostra.

Silvia Camporesi

Silvia Camporesi

A Ferrara presenterai un “Atlas italiae” rinnovato: cosa rimane del vecchio progetto, e cosa c’è invece di nuovo?
Esporrò una selezione di 15 opere tra le tante pubblicate, oltre a quattro inediti riguardanti altrettanti luoghi abbandonati di Ferrara e provincia. Per la precisione, l’ex stazione dei treni di Bondeno, il manicomio infantile di Aguscello, una villa di Ferrara, che stanno per ristrutturare, e l’ex Eridania di Codigoro: sono tutte foto inedite, non presenti nel libro.
Perché hai scelto Bassani per raccontare questi luoghi ferraresi?
L’ho scelto per il legame sentimentale che mi lega a lui, in particolare nel suo lavoro per Italia Nostra. Ho visitato i luoghi “ferraresi” di Bassani, quelli della sua vita e della sua produzione letteraria, ma non ne ho trovati che mi soddisfacessero a livello fotografico. E, in più, quello sui luoghi bassaniani è un lavoro già fatto, e non poco, in passato. Ho preferito riprendere l’impegno di Bassani sull’ “Italia da salvare” [titolo dell’omonimo libro con gli scritti di Bassani sul tema, ndr].
Queste foto ferraresi quando le hai scattate? Il territorio di Ferrara non è presente nel progetto di “Atlas Italiae”?
Sono scatti che ho realizzato in periodi diversi. In “Atlas Italiae” è presente uno scatto dell’ex Eridania di Codigoro, diverso però da quello che esporrò nella MLB gallery.

Infine, ricordiamo che la Camporesi non è nuova ad omaggi a illustri ferraresi: infatti, sempre nella gallery di corso Ercole I D’Este, tra fine 2015 e inizio 2016 ha esposto “Le citta del pensiero. Un’indagine metafisica” ispirata a de Chirico, mentre nel 2012 ha presentato “Qualche volta, di notte. Omaggio ad Antonioni”, per il centenario della nascita del regista.

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 04 aprile 2017

All’Idearte Gallery aperta la mostra di Mimì Quilici curata da Scardino

5 Apr

Mimì-Quilici-Buzzacchi-2Alle 17 nella Sala dell’Arengo del Palazzo Municipale di Ferrara si tiene la conferenza dal titolo “Mimì Quilici Buzzacchi e l’arte ferrarese fra le due guerre mondiali”, che vede come relatore il critico e storico dell’arte Lucio Scardino, con l’introduzione di Anna Maria Quarzi, Presidente dell’Istituto di Storia Contemporanea. Scardino è curatore della mostra retrospettiva “Mimì Quilici Buzzacchi. Italia antica e nuova. Incisioni degli anni ferraresi (1927 – 1943)”, inaugurata sabato scorso nell’Idearte Gallery di via Terranuova, 41 a Ferrara. In parete 15 xilografie, 12 delle quali di grandi dimensioni e la maggior parte raffiguranti scorci di Ferrara, di Mimì Quilici (al secolo Emma Buzzacchi), moglie di Nello Quilici, direttore del Corriere Padano. L’esposizione rimarrà in parete fino al prossimo 21 aprile, ed è visitabile da lunedì a venerdì dalle 10 alle 12.30 e dalle 16 alle 19.30, sabato e domenica su prenotazione (telefono 0532-1862076).

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 04 aprile 2017