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La Vergine Maria di Bononi di nuovo in cielo

27 Mag

“Avventurosa” ricollocazione dell’Incoronazione della Vergine sul soffitto della Basilica di S. M. in Vado, grazie ai Vigili del Fuoco

7258Sono dovuti passare 7 lunghi anni perché uno dei capolavori dell’arte ferrarese tornasse a svettare completamente restaurato. Lo scorso 15 maggio, infatti, l’Incoronazione della Vergine dipinta da Carlo Bononi intorno al 1617, è stata ricollocata dalla squadra SAF (Speleo Alpino Fluviale) del Comando dei Vigili del Fuoco di Ferrara nella crociera della Basilica di Santa Maria in Vado a Ferrara. Il grande quadro di forma circolare, un olio su tela del diametro di 298 cm. e del peso di 48 kg (oltre ai 10 kg di telaio), era stata rimossa nel 2012 a causa del serio rischio di caduta in conseguenza dell’evento sismico. Una volta a terra, non si era che potuto constatarne il pessimo stato di conservazione a causa dell’azione di volatili, topi, insetti e attacchi microbiologici. Da fine 2018, grazie a un Protocollo di intesa sottoscritto da Arcidiocesi di Ferrara-Comacchio, Parrocchia di Santa Maria in Vado, Comando Provinciale dei VVF di Ferrara e CIAS – Centro ricerche Inquinamento fisico chimico microbiologico Ambienti alta Sterilità dell’Ateneo estense, è stato possibile pianificare, progettare nel dettaglio e poi porre in opera, un nuovo sistema di ancoraggio per riposizionare la tela sul soffitto, a 27 metri d’altezza, senza gravare sul solaio della chiesa. La squadra SAF ha dunque ancorato la tela con modalità non invasive, disegnate insieme a esperti del CIAS, trovando una soluzione che permetterà anche di riportarlo rapidamente a terra, nel caso fosse necessario. 2017: al via il restauro Due anni fa il CIAS, con il contributo del Consorzio Futuro in Ricerca, si è reso disponibile a finanziare il restauro pittorico dell’opera – eseguito dal prof. Fabio Bevilacqua -, cogliendo l’occasione di poter sviluppare le proprie ricerche, non invasive, in tutte le fasi di recupero del dipinto. In parallelo si è svolto un programma di Alternanza Scuola Lavoro, in collaborazione con il Liceo Classico Ariosto di Ferrara, dedicato all’approfondimento tecnico e umanistico e alla valorizzazione dei beni culturali. Oltre al restauro, era previsto anche uno studio in laboratorio di innovative tecniche di decontaminazione microbiologica a base di batteri probiotici, già utilizzati per la pulizia di ambienti ospedalieri, sotto la gudia della dott.ssa Elisabetta Caselli. Nello specifico, a fine 2018 si è scoperto come i batteri Bacillus sono in grado di combattere i microrganismi cattivi che rovinano i dipinti antichi, essendo “ghiotti” di alcuni pigmenti usati sulla tela, come la lacca rossa e le terre rosse e gialle. Durante il restauro e le ricerche, l’opera era stata temporaneamente esposta nella navata sinistra del Santuario di Santa Maria in Vado, in un allestimento studiato per la fruizione del pubblico, essendo parte integrante del percorso espositivo della mostra a Palazzo dei Diamanti “Carlo Bononi. L’ultimo sognatore dell’Officina ferrarese” (curata da Giovanni Sassu e Francesca Cappelletti), terminata a gennaio 2018. Gli ultimi sei mesi Dalla Relazione tecnica redatta dal Comando Provinciale Vigili del Fuoco di Ferrara e dell’arch. Maddalena Coccagna del CIAS, è possibile ripercorrere a grandi linee gli ultimi mesi prima della ricollocazione dell’opera. Lo scorso ottobre sono state eseguite le prime analisi della documentazione e delle criticità, per arrivare a febbraio con il primo sopralluogo dei VVF, e ad aprile per il secondo. Ciò che è emerso è che il telaio ligneo di supporto del quadro, realizzato in occasione degli interventi svolti negli anni ’90 e posto internamente alla cornice del quadro, era fissato alle travi di copertura della Basilica attraverso un sistema di barre filettate, rimosso nel 2012. Essendo state smontate le placchette metalliche di ancoraggio al controtelaio in fase di restauro, e trattandosi di un metodo di fissaggio che non consente una sicura e agevole rimozione dell’opera, si è provveduto a modificare il sistema complessivo di sostegno della tela. Il telaio in legno è stato quindi dotato di punti di presa in acciaio inox, fissati tra loro e a barre preforate, sempre in acciaio inox, per non dover forare la cornice in legno di sostegno, per non dover inserire un’eventuale nuova controstruttura in acciaio, che avrebbe appesantito il tutto, per poter gestire agevolmente, dal sottotetto, il bloccaggio delle zanche di fissaggio ai travetti e alle capriate in legno, e, infine, per creare punti di sollevamento ben distribuiti, che non sbilanciassero la tela nelle fasi di sollevamento, utili al posizionamento del quadro all’interno della cornice posta sul transetto. A metà maggio, le giornate decisive: dal 13 al 15 è stata effettuata la verifica dello stato del film pittorico, la stesura di un nuovo strato protettivo, ed è stato realizzato un attacco sulle travi della capriata sovrastante il centro del transetto. Sono stati poi posizionati i cavi di acciaio nei punti di ancoraggio in acciaio fissati al telaio in legno, e la squadra dei VVF si è posizionata nel sottotetto, in corrispondenza del transetto, dove sono state calate due funi centrali per consentire il sollevamento della tela. Il 16 maggio scorso, sono infine stati chiusi i fori di passaggio dei cavi e pulito e smontato il cantiere: la Vergine Maria raffigurata dall’artista ferrarese, è tornata a vegliare dall’alto sull’intera comunità.

“Corresponsabilità” per restituire edifici e opere alla comunità

I lavori di restauro e ricollocazione del tondo di Bononi sono stati pubblicamente illustrati nella tarda mattinata di lunedì 20 maggio nel chiosto di Santa Maria in Vado. Dopo i saluti del Rettore del Santuario di via Borgovado, don Fabio Ruffini, ha preso la parola il Sindaco Tiziano Tagliani per sottolineare “l’importante collaborazione fra Comune e Regione per l’accesso ai fondi post-sisma” e come “un’intera città in questi anni si sia unita per risolvere problemi e per restituire edifici e opere d’arte”. Tagliani ha inoltre ricordato come “Ferrara, al pari di Carpi, sia la città con la percentuale più alta di domande di ricostruzione accolte e di cantieri avviati”. Don Stefano Zanella, alla guida dell’Ufficio Tecnico-Amministrativo della nostra Arcidiocesi, ha invece ricordato una delle funeste cartoline del sisma del 2012, un’altra immagine mariana vittima della furia sismica: quella grande statua della Madonna che ornava la Basilica, precipitata al suolo schiantandosi sul sagrato, per poi essere ricostruita ed esposta nel chiostro del Santuario. Una piccola parentesi don Zanella l’ha aperta poi per accennare ai lavori all’interno della Cattedrale cittadina. Le notizie non solo delle migliori, in quanto si deve ulteriormente rimandare la riapertura, seppur parziale, dell’edificio. Riapertura inizialmente prevista per il prossimo settembre, ma che dovrà slittare in quanto, nello svolgere le indagini sugli otto pilastri portanti, è emerso come le strutture degli stessi siano tra loro differenti. I lavori stanno comunque riportando alla luce anche bellezze celate: in un pilastro, infatti, è stato trovato il capitello e il pilastro originale medievale. E’ toccato poi al Direttore del CIAS di Unife, Sante Mazzacane, spiegare le ricerche svolte e specificare come queste continuino e continueranno ancora, prima di riflettere su come il lavoro sul tondo del Bononi abbia permesso anche di effettuare alcune migliorìe, come ad esempio quella riguardante la nuova illuminazione a led dell’abside, mentre è prevista anche la pulizia e il restauro del portale dell’edificio. “Questi beni artistici – ha spiegato Mazzacane – sono una prosecuzione del nostro io, del nostro essere”, beni comuni da tutelare e valorizzare, anche trasmettendone la passione ai più giovani. Anche per questo, il CIAS ha coinvolto diversi studenti del Liceo Ariosto, i quali, nel periodo di alternanza scuola-lavoro, sono venuti nei laboratori dell’Ateneo per assistere al lavoro. Dopo la proiezione del video delle varie fasi di ricollocazione, ha quindi preso la parola Pietro Di Risio, Comandante provinciale dei VVF, il quale ha posto l’accento sui due problemi principali che si sono dovuti affrontare: l’accessibilità della struttura, per poter arrivare nel sottotetto, e lo studio del sistema di ancoraggio che risultasse più adatto. La soluzione adottata è stata quindi quella di ancorare l’opera alle travi, quindi alla struttura portante, in modo simile a come si usa per i lampadari.

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 31 maggio 2019

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A confronto sul santo precursore dei pubblicitari

18 Mar

Il 21 marzo a Casa Romei Claudio Gualandi e Andrea Sardo parleranno di San Bernardino da Siena e di grafica digitale

3398_d25a9abb2842dedef7ca93347ecb3289Il primo pubblicitario? E’ un frate francescano vissuto tra il 1380 e il 1444, che, ideando un “marchio” religioso, ha dimostrato capacità di sintesi comunicative da far invidia ai grafici di oggi. Su questo interessante legame tra antico e contemporaneo verterà l’incontro dal titolo “Da san Bernardino da Siena alla grafica digitale: sei secoli di evoluzione”, in programma giovedì 21 marzo alle ore 17 nel Museo di Casa Romei a Ferrara (via Savonarola, 30).
Relatori saranno il grafico e illustratore Claudio Gualandi e Andrea Sardo, Direttore di Casa Romei. L’incontro è legato all’esposizione “Romei e gli altri. Scene di vita ferrarese nelle illustrazioni di Claudio Gualandi” esposta nel Museo di via Savonarola fino al prossimo 24 marzo.
Ma qual è il “logo” ideato da San Bernardino da Siena, che gli è valso, nel ’56, il titolo di patrono dei pubblicitari italiani e nel ’62 di quelli francesi? Si tratta del celebre trigramma IHS che campeggia su una delle facciate esterne di Casa Romei, sul rosone centrale della chiesa di Santo Stefano e in tanti altri edifici di Ferrara, di Italia e non solo.
Si tratta di un sole raggiante con al centro il trigramma, ovvero le prime tre del nome Gesù in greco, su campo azzurro. Il sole rappresenta Cristo, mentre i raggi sono dodici (come gli Apostoli) serpeggianti e otto (come le Beatitudini) diretti.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Nuova Ferrara” il 18 marzo 2019

In via della Luna storia e bellezza si incrociano

25 Feb

A due passi dal Castello Estense di Ferrara, al civico n. 30, il gestore del “Ristorante Lotregano”, Valter Lucchini, ha deciso di valorizzare due gioielli presenti nel salone interno: uno stucco con Cristo del ’400 e un affresco del ’700. Per far questo ha coinvolto un giovane artista, Daniele Spanu

davForse non in molti, anche tra gli stessi ferraresi, sanno che al civico n. 30 di via della Luna a Ferrara, vi è, non immediatamente visibile per chi non vi entra, tanta storia quanta bellezza. Da diversi anni l’edificio, che dal XVI secolo ospitava il Monte di Pietà di Ferrara, accoglie un ristorante, attualmente il “Lotregano”, gestito da Valter Lucchini, il quale ha deciso di far conoscere i gioielli che adornano la sala interna dove vengono accolti gli avventori. Per questo, ragionando con un suo dipendente, Daniele Spanu, cameriere e artista, ha deciso di riempire la parete dell’ambiente d’ingresso, visibile dalla strada grazie a un’ampia vetrata, con un dipinto murario di grandi dimensioni. Ma, oltre ad aver così abbellito ulteriormente l’edificio, cosa c’è da richiamare all’interno? Come spieghiamo meglio dopo, citando ampiamente le indagini svolte dalla storica Silvia Villani (alla quale va, anche, la stessa riscoperta dell’intera iscrizione dell’affresco), nel soffitto del salone vi è un magnifico stucco del’ 400 col Cristo in Pietà levantesi dal sepolcro, simbolo dei Monti stessi, mentre sulle due pareti del salone stesso vi è una maestosa decorazione parietale.

Una città di ebrei e cristiani

Daniele Spanu, 36 anni, originario di Nuoro, 19ennne si trasferisce a Ferraraper studiare Architettura. Artista e cameriere, di certo non si può dire che non ami quella che ormai è diventata la sua città, la cui storia ha studiato per tentare di omaggiare e di valorizzare le bellezze sopracitate. “Ho impiegato 20 ore per realizzare il dipinto – ci racconta -, oltre a tutto lo studio preliminare. Ho voluto riprendere i colori dell’affresco all’interno, aggiungendone uno, il rosso cardinalizio, che ho scoperto essere presente in diversi affreschi presenti in altri Monti di Pietà della nostra Regione. Per i caratteri ho scelto, invece, lo stile gotico”. Quella di Spanu è un’opera fortemente simmetrica: sul lato sinistro si trova una coppia di ebrei, entrambi con un cappello a punta in testa, un giovane e alle sue spalle un anziano. Il primo regge in mano un calice di vino, richiamo al ristorante (e unico “falso storico”, nel senso che all’epoca, nel XVI secolo, non si usava questo tipo di bicchiere), mentre il secondo tiene in mano un sacco contenente soldi, quelli guadagnati grazie all’attività di prestito, all’epoca tipica di molti ebrei, ma che appunto dal ’500 vedrà la “concorrenza” dei Monti di Pietà nati grazie all’inventiva della Chiesa. Entrambe le figure, inoltre, hanno i piedi aperti, a voler simboleggiare come, probabilmente, fossero più abituati, in quanto benestanti, a partecipare a balli. A destra, invece, vi sono due cristiani poveri (richiamo, in particolare, al francescanesimo): questa volta, però, è l’anziano barbuto a essere in primo piano, mentre il giovane lo troviamo alle sue spalle. Il primo tiene in mano un pesce, l’altro alcune spighe di grano, entrambi simboli delle ricchezze del nostro territorio (un tempo la produzione ittica era maggiore rispetto a oggi). Infine, nella parte alta del dipinto, una croce cristiana si erge sopra 15 sacchi di pietre a simboleggiare i pesi un tempo usati per decretare il valore degli oggetti dati in pegno. A breve il ristorante installerà anche una targhetta all’esterno del ristorante, con le informazioni riguardanti l’affresco, lo stucco e l’intero edificio.

L’imago pietatis e la nascita del Monte di Pietà a Ferrara

E’ del ’400 lo stucco col Cristo in Pietà levantesi dal sepolcro ancora visibile sul soffitto. Tradizionale simbolo dei Monti stessi, l’iconografia può presentare diverse varianti. In questo caso si tratta del Cristo solitario a braccia aperte senza i dolenti o angeli di contorno ma con gli strumenti della Passione (croce, lancia, flagelli, spugna imbevuta d’aceto, corona di spine), il tutto racchiuso in una nicchia ottagonale in uno dei quadri del soffitto. Le spine della corona sono ricavate da veri chiodi, come veri sono i chiodi alle mani per creare un forte verismo e senso di pathos. Proprio questo era lo scopo dell’imago pietatis: eccitare forti emozioni e sollecitare una maggiore generosità nelle donazioni. Il Monte di Pietà di Ferrara era stato fondato da Giacomo Ungarelli, Minore Osservante, nel 1507, un cinquantennio dopo la comparsa dei primi Monti costituiti su impulso di Bernardino da Feltre, con l’intenzione di essere di sollievo ai poveri della città distribuendo contante a fronte di piccoli pegni e fissando il tasso di prestito al 5%, competitivo rispetto a quelli dei banchi allora esistenti, compresi quelli ebraici. L’attività creditizia era iniziata in un edificio di proprietà Bendedei in via Ripagrande, ma dopo pochi anni il giro si era talmente ampliato da rendere troppo angusti i primitivi locali. Nel 1515 venne a mancare uno dei fattori generali degli Estensi,Teodosio Brugia lasciando per legato testamentario il suo palazzo sulla via della Rotta (attuale via Garibaldi) in angolo con Boccacanale di S. Stefano al Monte di Pietà perché vi trasferisse la sua sede. Dal primitivo assetto aveva subito diversi accorpamenti di edifici circostanti arrivando a comprendere l’intero isolato da via Boccacanale di S. Stefano a via della Luna, con ripartizione funzionale degli spazi ad uso del pubblico (per impegnare e riscattare) e del personale. Il Monte di Pietà rimarrà in questa sede fino al 1761 quando sarà trasferito nel nuovo edificio appositamente costruito nell’area dell’ex giardino ducale del Padiglione in Largo Castello. Dopo il fallimento del 1599 seguito alla Devoluzione, il momento critico principale fu il crac del 1646 con chiusura del Monte e strascichi importanti per il tessuto economico della città per un quarto di secolo, fino alla riapertura del Monte di Pietà nel 1671. I responsabili diretti delle malversazioni e ammanchi vennero individuati tra il personale interno, arrivando ad un processo epocale che terminò con condanne capitali una delle quali eseguita proprio davanti al Monte. Per risanare il nuovo Monte di Pietà si ricorse a finanziamenti ad hoc attraverso imposte temporanee pubbliche, comprese le accise su carne, pesce e acquavite.

Il cardinale Ruffo e l’affresco nel salone

Un momento di grande magnificenza per Ferrara fu la Legazione del cardinale Tommaso Ruffo, di famiglia principesca, che assunse nella sua persona la doppia carica vescovile e legatizia dal 1717 al 1736 con interruzioni. Lasciò il suo segno nell’architettura della città, soprattutto con gli imponenti lavori nella Cattedrale e nel Palazzo Arcivescovile, alle ville Mensa di Sabbioncello e Belpoggio di Voghenza ma anche in vari luoghi cittadini. Riguardo ai lacerti della maestosa decorazione parietale, sorpacitata, riapparsa nell’ampio salone del ristorante di via della Luna, si era notato uno stemma cardinalizio centrale affiancato da un cappello ecclesiastico vescovile e da una corona principesca. L’iscrizione era quasi completamente lacunosa ma l’intatto stemma ha consentito di individuare il momento storico e il committente della decorazione. E’ infatti riconoscibilissima l’araldica del cardinale Tommaso Ruffo che per un certo periodo a Ferrara aveva ricoperto la doppia carica di vescovo (poi arcivescovo) e cardinal legato per l’improvvisa morte del predecessore cardinal Patrizi. La sua ben nota volontà di autorappresentazione celebrativa riscontrabile in diversi luoghi cittadini si può ammirare anche qui. Per tentare di integrare l’iscrizione quasi completamente scomparsa si è cercato di individuarla nelle trascrizioni dell’erudito settecentesco Cesare Barotti che con grande acribia aveva raccolto le iscrizioni sepolcrali e civili ferraresi. Nel secondo volume del suo manoscritto di proprietà della Biblioteca Comunale Ariostea, la storica Villani ha ritrovato l’intera iscrizione datata 1727. Si riferisce all’ampia ristrutturazione del locale minacciante rovina per la sua vetustà e alla sua riedificazione in forma più appropriata ed elegante promossa dal referendario Fabrizio Serbelloni. Suggellano l’operazione i Provvisori del Sacro Monte dell’epoca, i nobili ferraresi Gaetano Oroboni, Ercole Calcagnini e Lodovico Gualengo. Nell’orgogliosa rivendicazione di indipendenza dalle diocesi ravennate e bolognese si coglie il successo epocale che il cardinale Ruffo si avviava a conseguire con la concessione dello ius metropolitico per Ferrara (anche se formalmente si concretizzerà solo nel 1735).

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 1° marzo 2019

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Quella piccola comunità di detenuti italiani negli Stati Uniti

18 Feb

“Prigionieri di guerra italiani in Pennsylvania, 1944-1945” è il nome del volume a cura di Flavio Giovanni Conti e Alan R. Perry. Fra i prigionieri a Letterkenny, anche 9 ferraresi

Alcuni prigionieri dell'82ma compagnia e un ufficiale americano al centro in terza fila, a LetterkennyLetterkenny è un nome che forse ai più non dirà molto, ma che 75 anni fa è diventato, a pieno diritto, luogo di memoria per gli italiani. E’ infatti il nome del campo che tra il ’44 e il ’45 ospitò – in modo più che dignitoso – più di 1200 soldati provenienti dal nostro Paese (del 321° battaglione di cooperatori), perlopiù catturati nell’ultima fase della campagna di Tunisia.
“Prigionieri di guerra italiani in Pennsylvania, 1944-1945” (Il Mulino, 2018) è il nome del volume a cura di Flavio Giovanni Conti e Alan R. Perry (soci dell’Associazione per la memoria dei prigionieri italiani a Letterkenny – AMPIL) che ricostruisce questo scorcio di storia del secolo scorso. Attraverso un lungo e certosino lavoro di ricerca – utilizzando soprattutto documenti di archivio, consultati presso i National Archives a Washington, gli Archivi militari italiani e l’Archivio Segreto Vaticano -, i due hanno contattato oltre 440 famiglie, che gli han fornito diari, lettere, memorie (spesso inedite), racconti orali e fotografie di loro membri detenuti nel campo a Chambersburg, a due ore di auto da Washington, fra cui gli unici reduci, il gaetano Giovanni Serpe ed Edoardo Quintarelli di Pescantina (VR).
1milione e 200mila furono i soldati italiani fatti prigionieri nella Seconda guerra mondiale, dei quali la metà catturati dai tedeschi dopo l’armistizio dell’8 settembre e gli altri dagli Alleati. Fra quest’ultimi, 125mila furono catturati dagli statunitensi, 51mila dei quali furono inviati negli USA, e qui divisi in 140 campi. Per trasferire i prigionieri italiani negli Usa, gli americani utilizzarono soprattutto navi EC-2 del tipo “Liberty”, per un viaggio di circa 20 giorni alla fine del quale sbarcavano nel porto di New York Citi, Boston o Norfolk/Newport News in Virginia. Da qui, attraverso treni passeggeri, venivano portati nei campi di detenzione.
Cooperatori volontari
Le ragioni per cui molti prigionieri scelsero di cooperare con gli americani furono diverse: “la maggior parte – è scritto nel libro – pensava che l’adesione fosse un dovere militare, dal momento che l’Italia, caduto il fascismo, aveva deciso di aiutare gli Alleati”. Altri prigionieri pensavano invece “che convenisse collaborare anche per guadagnare un po’ di soldi”, o, nel caso di fascisti, “per cercare di far dimenticare il loro passato politico”. Importante fu il contributo di questi circa 1200 soldati italiani all’economia bellica americana, in quanto fornirono la propria manodopera, utilissima in un periodo nel quale gli uomini erano sui vari fronti del conflitto.
L’esistenza dei detenuti cooperatori italiani, seppur limitata negli spostamenti e fatta di molto lavoro, era invidiabile rispetto al trattamento riservato normalmente a persone detenute: vi erano, infatti, diversi momenti di svago, come ad esempio escursioni turistiche, feste da ballo e altre attività ludiche e sociali. Ciò, soprattutto all’inizio provocò, com’è ben spiegato nel libro, un forte risentimento nei loro confronti da parte delle comunità indigene, che non comprendevano il perché di questi benefici elargiti a stranieri, perlopiù detenuti.
Il ruolo della Chiesa Cattolica americana
“Due altri aspetti – è scritto nel libro – resero unica la prigionia dei soldati italiani negli Stati Uniti: la presenza di circa 4 milioni di italoamericani e di una Chiesa cattolica ricca e organizzata”. I primi aiutavano i prigionieri sia con doni materiali e visite nei campi, sia facendo pressioni sulle autorità fossero trattati al meglio. Invece, “i sacerdoti e i cappellani cattolici, alcuni dei quali italiani o di origini italiane, fornirono il conforto religioso, aiuti materiali e operarono quali intermediari nella corrispondenza tra i prigionieri e le loro famiglie in Italia”. I detenuti cooperatori di Letterkenny, come gli altri prigionieri italiani negli USA, furono molto assistiti dai War Relief Services (WRS) della National Catholic Welfare Conference, l’organizzazione assistenziale dei vescovi americani, nonché dal Vaticano stesso e dalla Delegazione Apostolica a Washington. “La fede – scrivono gli autori nel volume – era importante per aiutare molti prigionieri a sopportare i lunghi periodi di internamento e la Chiesa Cattolica iniziò a occuparsi dei militari italiani fin dal momento del loro arrivo negli Stati Uniti”.
Storica fu la visita di mons. Amleto Giovanni Cicognani, allora Delegato Apostolico negli USA, al campo di Letterkenny il 22 ottobre 1944. Nell’occasione, celebrò la Messa (nella quale cresimò 16 soldati), distribuì ai detenuti 1100 copie de “Il mio Messale della Domenica”, 100 copie del Nuovo Testamento (con dedica), molti crocifissi e rosari. Lasciò inoltre, come dono principale di Pio XII, la somma di 500 dollari da spendere per i bisogni collettivi del battaglione. Non mancava, tra i prigionieri, appartenenti ad altre confessioni, come Sebastiano Ganci, membro della Chiesa cristiana pentecostale.
Poco tempo dopo la visita di mons. Cicognani, venne approvato un progetto di costruzione di un grande edificio, con 500 posti a sedere, che doveva servire come sala riunioni, cappella, teatro e biblioteca. Nel genanio ’45, però, i detenuti diedero avvio alla costruzione di una chiesa, con campanile, per evitare che le liturgie si svolgessero in un ambiente polivalente. Domenica 13 maggio 1945, mons. Cicognani tornò per la seconda volta a Letterkenny per consacrare l’edificio religioso.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 22 febbraio 2019

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“Ti racconto di noi…”: storie da un mondo antico che non esiste più

14 Gen

Il nuovo libro di Roberto Marchetti

[Qui la pagina con l’articolo]

libro marchettiIl ricordo di eventi vissuti a distanza di anni, dilata luoghi, persone, cose, dona loro una luce diversa, un’aura forse anche un po’ irreale ma non per questo meno vera. La malinconia vi aggiunge ulteriore profondità, una sacralità carnale, perché vissuta davvero. Così è per il libro di Roberto Marchetti, “Ti racconto di noi” (Este Edition, 2018, con introduzione di Camilla Ghedini), che, raccontando la propria esistenza, tesse un mosaico di diverse generazioni, soprattutto del bondenese. Anche nel caso di questo libro, dunque, il distacco temporale non può essere – per i tasselli affettivi che lo compongon – freddo distacco storico ma sempre calda narrazione, a tratti cruda e malinconica, ma mai ingrata. Marchetti, classe ’54, sposato con Beatriz Norma Ferrari, di origini argentine, fondatore dell’Associazione badanti “Nadiya” di Ferrara, per oltre 20 anni impiegato e dirigente dell’Eridania, successivamente è impegnato nella nostra Arcidiocesi (con la Fondazione Migrantes e con l’Istituto Sostentamento Clero), mentre nel 2013 insieme ad altri costituisce la ditta Adamant Bionrg, che opera nel campo della produzione di bioenergia e bioliquidi. Ormai prossimo alla pensione, sceglie di riordinare ricordi, aneddoti e riflessioni. “Arriva un punto dell’età – scrive – che realizzi come il tempo sia passato tanto rapidamente (…). Arriva un giorno in cui ti accorgi di come il tempo sia volato via (…). Ti rendi inoltre conto che poche saranno le occasioni di raccontargli [al tuo nipotino] la storia della sua famiglia d’origine”. Ciò che viene fuori è una piccola grande epopea che ricorda in parte quella narrata da Bernardo Bertolucci in “Novecento”, un’enorme famiglia di agricoltori (60 persone conviventi, con diversi gradi di parentela), “piccola comunità, che aveva una tradizionale visione di politica socialista” e che “terminò con l’avvento del fascismo”, in quanto la “nascita del regime determinò le condizioni per una diaspora”. Commoventi i ritratti degli avi, dal bisnonno Luigi al nonno Lorenzo, fino ai genitori: la madre Angelina, detta Redimes, a cui “devo il dono della mia di vita e per questo suo regalo credo di non averle mai espresso gratitudine, dandolo forse per scontato”, e il padre, che, ricorda, “seppur affaticato da una lunga giornata di lavoro, ci caricava in spalla e ci trasmetteva quell’ultimo abbraccio in sicurezza con quelle forti braccia, e noi eravamo certi che quelle braccia ci avrebbero retto, sorretto e protetto per sempre”. “Sembra inverosimile come ora, dopo quasi 40 anni, mi manchino le carezze di mio padre”. “Oggi – scrive ancora Marchetti – guardo a questi episodi con molta tenerezza e vedo nella nostra dignitosa povertà, soprattutto la forza dei miei genitori che hanno mantenuto la serenità pur nell’affrontare con accettazione gli avvenimenti della vita, e vorrei poter tornare, anche solo per un attimo, ad abbracciarli e a ringraziarli, perché sono stati veri eroi, nell’affrontare i disagi che a loro la vita ha riservato” e perché “mi hanno inculcato nel tempo quel senso di moralità che ancor oggi mi fa discernere tra il bene o il male”. Una svolta importante avviene nel 1960, col trasferimento della famiglia a Bondeno, nella canonica dell’allora parroco don Guerrino Ferraresi, morto nel 1984, “persona spesso schiva e scontrosa” ma “buona d’animo, generosa, altruista” e “uomo di estrema cultura”. Per un bimbo di umili origini contadine (abitavano nella frazione Ponte Rodoni), Bondeno era considerata alla stregua di una moderna metropoli. L’autore ricorda se stesso durante il trasloco, lo straziante addio, “seduto in fondo al carro, con i piedi penzoloni e gli occhi puntati su quella casa che si allontanava sempre più”. Tanti gli aneddoti presenti nel libro: il primo “adsen al maiàl”, l’uccisione del maiale, al quale Marchetti assistette, nel ’59 – rito collettivo sacro e macabro al tempo stesso -, il bagno clandestino al macero, la trebbiatura – “tradizionale e grande festa sull’aia” -, il “raccontafavole” che girava per le campagne, la televisione che si poteva vedere, dal ’60, solo al bar “Baracon” di Ponte Motte. E ancora, la colonia a Igea Marina, la Minicomet, l’impegno come chierichetto, la “dipendenza” dal flipper del Bar Centrale, l’oca viva in regalo, le gite in montagna con gli immancabili panini al tonno e cipollotti sottaceto come pranzo al sacco, i fioretti nel mese mariano, le Magistrali frequentate in via Borgoleoni a Ferrara e le prime campagne saccarifere. Un racconto, dunque, nostalgico e frastagliato, unito da questa linea invisibile degli affetti del cuore, da nomi, paesaggi, riti e sensazioni che lo rendono più di un “diario” personale, quasi una storia collettiva. Una storia solidale. Marchetti ricorda in modo particolare, della sua infanzia, la “solidarietà gratuita che la gente di allora metteva a disposizione del prossimo, portando aiuto a chiunque si trovasse in difficoltà”. “A volte – sono ancora sue parole – [l’inizio della mia pensione] lo immagino come i primi giorni dopo la campanella dell’ultimo giorno di scuola, e penso alla mia adolescenza, ed a quella fortuna di aver vissuto in piazza e di avere comunque avuto qualche amico con cui condividere quella noia degli assolati pomeriggi. Non avevamo internet né telefonino, ma la comunicazione o il richiamo avveniva a volte anche semplicemente chiamando ad alta voce quello che abitava nel palazzo di fronte, ed era sufficiente dire: ‘…andiamo…?’ e il ‘dove?’ non importava, l’importante era non sentirsi soli, condividere anche il niente, ma rigorosamente insieme”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 18 gennaio 2019

Sakura, i colori e le atmosfere del Giappone per tre giorni a Ferrara

25 Lug

logo sakuraIn pieno solleone a Ferrara sbarca il…Sol Levante. Dopo il successo, sofferto e insperato, del debutto svoltosi nel settembre 2015 nel Palazzo della Racchetta, da venerdì 28 a domenica 30 luglio la nostra città ospiterà la seconda edizione della biennale Sakura Festival, rassegna artistico-culturale dedicata al Giappone e al rapporto tra il Paese orientale e la storia di Ferrara.

Nelle sotterranee Sale Imbarcadero del Castello Estense di Ferrara, le organizzatrici Grazia Guberti della Business Consulting & Event Design Srls (che curò la prima edizione) e Marianna Petronelli, pittrice, proporranno un ampio programma composto, tra l’altro, da esibizioni di danza e canto tradizionali, rituali tipici come la cerimonia del tè e la vestizione del Kimono tradizionale, oltre a pratiche come l’Ikebana, o le arti marziali. Ma non mancheranno anche laboratori interattivi, per grandi e piccoli, di calligrafia, etegami ed origami. Ed è proprio Grazia Guberti a raccontare (e raccontarsi) alla Nuova in vista della tre giorni.

Quale obiettivo si pone il Sakura?

«Il Festival ha come obiettivo principale quello di mettere in luce un evento storico svoltosi nel periodo rinascimentale con protagonisti la Corte Estense e il Giappone, facendo incontrare due culture tanto diverse ma al tempo stesso simili, attraverso differenti espressioni artistiche».

Il Sakura ha quindi un forte legame con Ferrara e la sua storia…

«Certo, si tratta di una storia lunga 430 anni, iniziata il 22 giugno 1585, quando giunsero nella nostra città tre giovani giapponesi con il loro seguito, ospitati per alcuni giorni alla corte di Alfonso II d’Este e Margherita di Gonzaga. I tre facevano parte di una missione, organizzata dalla Compagnia dei Gesuiti in Giappone al fine di far visita all’allora pontefice, Papa Gregorio XIII, e all’intera penisola italiana. Altro episodio che lega l’Italia al Giappone è la visita di Hasekura Rokuemon nell’anno 1615».

Quali sono le novità più rilevanti rispetto alla prima edizione?

«Sicuramente la location che si presta per ovvi motivi storici a tutto quello che è stato motore della prima edizione! Altro punto di forza saranno i nuovi espositori che cercheranno di coinvolgere i visitatori nella scoperta di questi due meravigliosi mondi. Infine, vi sarà un percorso di storie e leggende che trasporteranno le persone in realtà spesso sconosciute…»

Tutto ciò in un’ottica multidisciplinare…

«Esatto, vi saranno momenti ludico-ricreativi aperti a tutti i visitatori, ma anche teatro, musica, artigianato, senza dimenticare lo sport. Saranno tre giornate indimenticabili, grazie all’impegno di tante persone coordinate da me e Marianna Petronelli».

Com’è nata la collaborazione tra voi due?

«Ci siamo conosciute alcuni anni fa in occasione della prima edizione del Sakura, e da quel momento due persone molto diverse tra loro, come siamo noi due, si sono unite sempre di più: da lì è nata davvero una collaborazione forte, fondata su obiettivi comuni, ma soprattutto un’amicizia reale».

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 24 luglio 2017

L’importanza delle Fondazioni nell’eredità di Gramsci

17 Giu
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Antonio Gramsci

«In passato ci siamo avvicinati a passi troppo veloci e non ragionati alla costruzione del Partito Democratico. Alla sua nascita si decise, sbagliando, che il nuovo partito non avrebbe avuto rapporti giuridici col patrimonio immobiliare e culturale del Pci-Pds-Ds. Ciò ha riguardato anche Gramsci». ll senatore del Pd Ugo Sposetti ieri mattina è intervenuto nella sede dell’Istituto di Storia Contemporanea (Isco) di Ferrara per un incontro in occasione dell’80° anniversario della morte di Antonio Gramsci, tra i padri del Partito Comunista Italiano.
La “rottura”che, secondo le sopracitate parole di Sposetti, il Partito Democratico avrebbe attuato con la propria storia, sarebbe stato “mitigato” dalla nascita, in questo primo decennio di vita del Pd, di 62 Fondazioni eredi dell’enorme patrimonio, soprattutto immobiliare, appartenuto al Pci. Nel territorio ferrarese è la Fondazione “L’Approdo”, presieduta da Bracciano Lodi, a svolgere questo compito. «Nessun partito in Italia – ha proseguito Sposetti – ha conservato la propria intera documentazione storica», conservata nella nostra città dall’Archivio Storico PCI Ferrara, coadiuvato dall’Isco locale, e in parte digitalizzato sul sito http://www.storiapciferrarese.it, presentato da Omar Salani Favaro. «Ci vorranno ancora un paio di anni – hanno spiegato sia Lodi sia Anna Quarzi dell’Isco – per mettere in rete sul sito tutto l’archivio del Pci ferrarese».
Un pensiero, quello del comunismo italiano – sono stati concordi gli altri intervenuti, Andrea Baravelli, docente di Storia Contemporanea dell’Università di Ferrara, e Fiorenzo Baratelli dell’Istituto Gramsci – oggi «sterminato culturalmente», e che quindi, a partire da Gramsci, va «ristudiato e diffuso» contro il «chiacchiericcio onnicomprensivo del dibattito politico attuale».

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 17 giugno 2017