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“È il mercato delle donne e dei bambini”: parla Marina Terragni, femminista

1 Feb

Lotta contro l’utero in affitto: una battaglia non solo della Chiesa. Intervista a Marina Terragni. Focus sulla rete femminista contro la maternità surrogata: è del 2015 l’Appello internazionale “Stop Surrogacy Now” firmato da oltre 100 persone e 16 organizzazioni per la difesa dei diritti delle donne. In Italia esiste la Rete “RUA – Resistenza all’Utero in Affitto”

A cura di Andrea Musacci
Il 27 gennaio si è svolta l’udienza pubblica della Corte Costituzionale sulla costituzionalità o meno del divieto, in base all’attuale diritto italiano, di riconoscere le sentenze straniere che attestano il legame di filiazione tra un minore nato all’estero con le modalità della Gestazione per Altri. Tutto è partito dal caso di un bimbo nato in Canada da “madre surrogata”, figlio biologico di uno solo dei due uomini sposati tra loro, e riconosciuti in Canada come suoi genitori.
In attesa degli sviluppi della vicenda e del deposito della sentenza della Corte, ci siamo confrontati con Marina Terragni (foto), femminista, scrittrice e giornalista milanese esperta di differenziazione sessuale, mercificazione dei corpi, e quindi anche dell’orribile pratica della “surrogazione di maternità”.
Le chiediamo innanzitutto a che punto è la discussione nel nostro Paese. «Gran parte del femminismo in Italia, anche tra le transfemministe – ad esempio il collettivo “Non una di meno” -, in realtà non si è mai pronunciato a favore dell’utero in affitto: è certa narrazione dominante a dire che è una battaglia portata avanti solo da un gruppetto di femministe critiche. In Italia è il movimento LGBT a difendere l’utero in affitto insieme alla quasi totalità della sinistra politica». Rarissime sono le eccezioni, dal Segretario PD Zingaretti, «che però non ha mai fatto gesti conseguenti», ad Aurelio Mancuso, cattolico ex Presidente nazionale Arcigay, da Stefano Fassina (Deputato di Liberi e Uguali), all’attivista omosessuale Giovanni Dall’Orto. Segnaliamo anche il comunicato di 9 deputate/i del PD uscito lo scorso novembre: «Condividiamo l’appello del Forum delle famiglie e di Scienza & Vita, affinché siano prese tutte le opportune iniziative per oscurare i siti che pubblicizzano la maternità surrogata», recita all’inizio. «Magari anche nel mondo LGBT in molti sono contrari ma, come spesso accade, vince la logica di lobby», prosegue Terragni. Attualmente nel nostro Parlamento due sono le proposte di legge, tra loro simili, che sanciscono la punibilità del reato di maternità surrogata anche se compiuto da un italiano all’estero: una a prima firma Giorgia Meloni (FdI), l’altra Mara Carfagna (Forza Italia), da settembre in Commissione Giustizia della Camera per la discussione. In Spagna, però, ad esempio la situazione è diversa: nel programma di governo siglato un anno fa dal Partito Socialista del Primo Ministro Pedro Sánchez e da Unidas Podemos (la Sinistra radicale) vi è la netta condanna delle «pance in affitto» («los vientres de alquiler»). «Le pance in affitto – si legge nell’accordo – minano i diritti delle donne, soprattutto di quelle più vulnerabili, mercificando i loro corpi e le loro funzioni riproduttive. E per questo, agiremo di fronte alle agenzie che offrono questa pratica sapendo che è vietato nel nostro paese».
Da noi, in ogni caso, rimane ancora un dibattito di nicchia. «Sì – commenta Terragni -, perché riguarda pochi omosessuali e una parte più ampia di eterosessuali, ma di fatto un numero limitato di persone. E poi soprattutto perché è un mondo che in molti hanno interesse a tenere nascosto. Per la maggior parte delle coppie etero che vi ricorrono non è come per le coppie omosessuali che hanno anche il desiderio di rivendicare pubblicamente il loro “diritto” ad avere un figlio». E che se ne parli poco dipende anche dal fatto, purtroppo, che riguarda donne povere che abitano in Paesi lontani. Occhio non vede cuore non duole? «Certo, se le gestanti fossero italiane ci sarebbe più interesse, già è raro conoscere coppie omosessuali che ne hanno usufruito, anche perché essendo una pratica molto costosa riguarda ceti medio-alti…». Un’alternativa, è l’opinione di Marina Terragni, sta nell’istituto dell’adozione: «il senso di maternità o paternità, naturalmente, ce l’hanno anche le persone omosessuali, quindi pur con tutte le necessarie tutele e i criteri di severità che sempre debbono esserci quando si parla di adozione, permetterei l’adozione anche alle coppie omosessuali. Penso che due donne o due uomini possano crescere benissimo un bambino».
In ogni caso, se è possibile un’alleanza tra credenti e non credenti sulla lotta contro l’utero in affitto, le chiediamo su quali basi antropologiche può poggiare. «Noi femministe siamo donne che lottano contro il dominio di un sesso sull’altro, quindi non vedo nulla di strano sul fatto che su temi come questo ci sia una lotta comune tra noi e il mondo cattolico».
Anche su altre questioni, la incalziamo, come la lotta contro la prostituzione o contro l’identità gender, forte è l’alleanza tra il femminismo e i cattolici: «il Covid – ragiona – ci ha messo di fronte alla necessità di un cambio di civiltà». È ancora più evidente, cioè, come «l’alternativa sia oggi più che mai fra transumanesimo e un umanesimo che ha una radice femminile, non nel senso di un dominio delle donne, ma che si ispiri alle poche antiche civiltà matriarcali di cui è rimasta traccia». Civiltà in cui la maternità era al centro, come la nostra. «La relazione madre-figlio, una relazione di cura, amore e responsabilità dovrebbe essere dunque la base per una convivenza umana più giusta». Oggi invece il transumanesimo «spinge fino all’estremo la cancellazione dei corpi e della differenza sessuale, quindi innanzitutto della femminilità e della maternità. La ricostruzione dell’umano dovrebbe, invece, partire da uno sguardo trasformativo», non riduzionista, omologante o distruttivo.
Femminismo italiano e Chiesa cattolica, quindi, per Terragni è normale si trovino alleati sulla difesa del corpo, che è inevitabilmente corpo sessuato. «Spesso, però, – prosegue con rammarico – i cattolici non vogliono ammettere le gravi responsabilità maschili, non vogliono riconoscere e analizzare il dominio maschile. Sarebbe fondamentale che lo facessero», ma spesso oggi, anche fuori dalla Chiesa, «siamo in una fratria di maschi prepotenti che non si assumono nemmeno le proprie responsabilità».
Una civiltà a radice femminile, invece, sarebbe in netto contrasto con «l’idea fittizia dell’individuo isolato», perché «noi nasciamo in relazione». L’utero in affitto è un tema paradigmatico appunto perché «tocca le radici dell’umano: la gestante rimane inevitabilmente legata al bambino che porta in grembo. L’epigenetica ha dimostrato che in quei 9 mesi avviene tra madre e figlio uno scambio continuo di informazioni e umori». La madre “genetica” è fondamentale perché contribuisce col proprio ovulo, ma mai quanto la madre “epigenetica”, gestazionale. «Insomma, bisogna dirlo con chiarezza: l’utero in affitto porta al mercato dei bambini e alla schiavitù delle donne. Il denaro c’è sempre, basti solo pensare al business tra cliniche, studi legali, alberghi… Non esiste la GPA “solidale”, è parte del mercato internazionale della carne umana». Un mercato enorme, dietro solo a quello delle armi e della droga, ma che punta ormai dritto al secondo posto.

“Le donne non sono contenitori di prole. Difendiamo il legame materno”

Soprattutto negli ultimi dieci anni il NO all’utero in affitto ha assunto sempre più una forma collettiva e concreta a livello internazionale.
Le prime crepe nel mondo femminista le ha provocate nel 2015 l’Appello “Stop Surrogacy Now”, che riunisce 16 organizzazioni e oltre 100 singoli firmatari da 18 Paesi, tra cui USA, India, Nigeria, Bangladesh, Australia, vari Stati europei, Canada e Pakistan. Fra i primi firmatari vi sono la femminista francese Sylviane Agacinski, l’ateo Michel Onfray, Farida Akhter (attivista per i diritti delle donne nel Bangladesh), la femminista radicale inglese Julie Bindel. “Stop Surrogacy Now” chiede la cessazione totale della pratica della GPA, al fine di proteggere le donne e i bambini di tutto il mondo, e di porre fine alle azioni che cerchino di legittimare e normalizzare il traffico di bambini. «Noi siamo convinti che non vi sia differenza tra la pratica commerciale della gestazione per altri e la vendita o l’acquisto dei bambini», recita un passo dell’Appello. «Anche se non c’è scambio di denaro (la cosiddetta gestazione non remunerata o “altruistica”), ogni pratica che espone le donne e i bambini a tali rischi deve essere vietata. Nessuno ha diritto a un bambino: né eterosessuali, né omosessuali e neppure chi ha scelto di rimanere single».
Sempre nel 2015 esce un Appello italiano contro l’utero in affitto: «Noi rifiutiamo di considerare la “maternità surrogata” un atto di libertà o di amore», recita il testo. «Oggi, per la prima volta nella storia, la maternità incontra la libertà. Si può scegliere di essere o non essere madri. La maternità, scelta e non subìta, apre a un’idea più ricca della libertà e della stessa umanità: il percorso di vita che una donna e il suo futuro bambino compiono insieme è un’avventura umana straordinaria. I bambini non sono cose da vendere o da “donare”. Se vengono programmaticamente scissi dalla storia che li ha portati alla luce e che comunque è la loro, i bambini diventano merce». Tra i primi firmatari, intellettuali della sinistra come Giuseppe Vacca e Peppino Caldarola, la scrittrice Dacia Maraini, Grazia Francescato (Verdi), Mariapia Garavaglia e Livia Turco (PD), le suore orsoline di Casa Rut (Caserta), l’associazione “Slaves no more” di Anna Pozzi, Aurelio Mancuso (già presidente di Arcigay), Cristina Gramolini (presidente di ArciLesbica), Gi.U.Li.A (Rete nazionale delle giornaliste unite libere autonome), Vittoria Doretti (Codice Rosa), Claudio Magris, Nadia Zicoschi (giornalista RAI).
Due anni dopo nasce la Rete “RUA – Resistenza all’Utero in Affitto”, che raccoglie i diversi gruppi sostenitori dell’Appello: «Le donne non sono macchine da riproduzione», recita l’atto fondativo. «Difendiamo l’autodeterminazione delle donne mantenendo l’attuale situazione in cui la madre legale è colei che partorisce, cioè colei che ha avuto l’esperienza della gravidanza (…). Esigiamo il rispetto del diritto umano dei neonati alla continuità della propria vita familiare e il rispetto delle donne, che non devono essere trattate come contenitori di prole altrui (…). Non c’è un diritto alla genitorialità sociale» ma esiste «invece un diritto, universale, a crescere (a partire dalla gravidanza accettata dalla futura madre), nascere ed esistere nelle condizioni migliori (“sufficientemente buone”) avendo garantito anche il legame materno». Sempre nel 2017, a marzo, la Sala Regina della Camera dei deputati ospita un importante appuntamento: il convegno internazionale “Maternità al bivio: dalla libera scelta alla surrogata. Una sfida mondiale“ organizzato dal collettivo “Se non ora quando – Libere”.
Nell’aprile del 2019 nasce la Coalizione internazionale contro la maternità surrogata: il mese dopo a Roma si tiene un incontro con i promotori dell’Appello italiano e, fra gli altri, Marie Josèphe De Villers, promotrice del movimento transnazionale. «Nel concetto di maternità surrogata – è scritto nel testo di presentazione – il ruolo della donna madre è ridotto, e forse questa è l’intenzione globale e nascosta, a qualcosa d’inesistente, a un semplice strumento meccanico di procreazione, mentre sappiamo quanto per ogni essere umano sia fondamentale l’origine della sua vita». Nel giugno 2019, invece, presso la sede romana della Federazione Nazionale della Stampa Italiana si riuniscono i promotori dell’Appello per un’importante conferenza stampa: presenti rappresentanti di “In Radice”, “Se non ora quando – Libere”, Udi, ArciLesbica Nazionale, RUA, RadFem Italia, Rete Gay contro l’utero in affitto, “Se non ora quando – Genova”, oltre a Marco Tarquinio, Direttore di “Avvenire” (foto qui sopra).
Arriviamo così allo scorso maggio: sul sito della Biotexcom, un’agenzia per la maternità surrogata in Ucraina, un video mostra le immagini di una grande nursery improvvisata nella hall dell’Hotel Venezia a Kiev. Vi sono 46 neonati e neonate messe al mondo da gestanti a pagamento su commissione di cittadini di molti Paesi del mondo, tra cui l’Italia, e abbandonate/i lì, in quanto a causa dell’emergenza sanitaria i genitori committenti non possono recarsi a “ritirarli”. Passerà diverso tempo prima che tutti i genitori “acquirenti” riescano ad arrivare a Kiev dai neonati abbandonati senza madre né tutele.
La battaglia delle donne e degli uomini a difesa della dignità della persona continua, in Italia e nel mondo.


Arcilesbica e UDI: critiche

«Le condizioni del contratto obbligano le donne che affittano l’utero a rinunciare alla propria autodeterminazione (…). Per funzionare, il business delle bambine e dei bambini su commissione deve cancellare il principio fondamentale e fino ad ora universale del mater semper certa est, secondo cui la madre legale è la donna che ha partorito. Questo svela che la maternità surrogata non è una pratica né tanto meno una tecnica medica (…), ma è un nuovo istituto giuridico di forte impronta patriarcale che esercita un controllo sulle donne»
(Arcilesbica Nazionale, Documento Congressuale 2017).
«Il desiderio di maternità e di genitorialità di coppie etero e omosessuali rischiano oggi di essere assoggettati ai criteri della potenza tecnologica e del rendimento produttivo, trasformando donne in contenitori economicamente definibili, figlie e figli in oggetti di investimento, senza alcuna coscienza del limite»
(UDI nazionale, “Piattaforma per una contrattazione di genere”, 2017).

Un esempio di sito: Gestlife

“Gestlife” è uno dei più noti studi di consulenza legale (con sede in Spagna) per dare supporto agli aspiranti genitori “acquirenti” e metterli in contatto con le strutture che operano nei Paesi dove la maternità surrogata è legale. Sul sito http://www.surrogacyitaly.com la pubblicizzazione del commercio dei corpi delle donne e dei bambini è proposta senza scrupoli: «i costi di una maternità surrogata variano a seconda della gestante (…). Quando pagate meglio di chiunque altro una gestante, ottenete la migliore gestante. Quando si vuole pagare meno, le migliori gestanti andranno ad altri genitori, e quelle che le cliniche serie hanno rifiutato perché non soddisfacevano i requisiti medici o psicologici, finiscono per accettare cifre inferiori, perché nessun altro le accetta».

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 5 febbraio 2021

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Trasformare il dolore in dono: nuovo libro con la Via Crucis di Franco Morelli

1 Feb

“Di ciò che ci hai donato”: il libro con la Via Crucis di Franco Morelli e le meditazioni di don Saverio Finotti

di Andrea Musacci

La morte e la sua attesa come luogo di memoria e orizzonte eterno di salvezza. La morte dell’umile, del misero come estrema e sublime immagine del dono totale.
È un dialogo tra arte e parola quello contenuto nel volume appena edito “Di ciò che ci hai donato. Via Crucis per l’uomo comune” (Graphe.it, 2021, 88 p., ill.), che raccoglie le riflessioni di don Saverio Finotti, sacerdote della nostra Diocesi in servizio a Roma, e le illustrazioni di Franco Morelli, figura unica di artista, scomparso nel 2004.
Un volume ulteriormente arricchito dalla prefazione di mons. Vincenzo Paglia e da un testo di Gianni Cerioli, indimenticato critico d’arte scomparso lo scorso 22 maggio a 77 anni. Cerioli che nel 2014 presso la Sala espositiva del Liceo “Dosso Dossi” di Ferrara aveva curato la mostra con i disegni della Via Crucis di Morelli e nello stesso luogo nel 2017 la retrospettiva “Franco Morelli e il libro della Genesi”, con opere realizzate nel 1987, 1989 e 1993. E proprio Cerioli nel testo del volume appena uscito rifletteva: l’arte di chi, come Morelli, è scomparso e «l’azione della morte all’interno dell’arte delle immagini» ridonano alle cose del quotidiano «quel mistero che era stato smarrito». Il consueto e il divino quindi si annodano tra loro, richiamandosi a vicenda nei disegni e nelle meditazioni di Morelli e Finotti.
Protagonista – possiamo dire – della Via Crucis e della storia della salvezza «è l’uomo comune che, coinvolto nel suo dolore, vive veramente la passione del Signore; dinnanzi a questo comune dramma non è la fede che rivendica autorevolezza, ma la comunione umana», scrive il sacerdote.
Nelle stesse illustrazioni di Morelli, quindi, Gesù è il povero e l’anziano, è l’operaio e il viandante, il malato e il derelitto. È la figura dalle braccia forti e dallo sguardo ora fiero ora chino. È colui il cui corpo – disegno dopo disegno, man mano che si avvicina il Golgota, un’amena stanza d’ospedale -, si piega sempre di più, il cui passo si fa incerto fino all’ultima, estrema elevazione nella croce (in Morelli è distensione nel letto dell’agonia, il corpo avvolto da un impalpabile sudario come il “Cristo velato” di Sanmartino).
È una figura di operaio, forse edile, sospeso fra dignità del lavoro e solitaria miseria. Una figura che forse omaggiava quella del padre, morto proprio mentre lavorava. Ma non si pensi a un’opera riduzionista: il Cristo di Morelli e le parole di Finotti sono tratto e nota della condizione umana, concreta e quotidiana ma mai epidermica, non contingente ma essenziale: «La caduta, ogni caduta – scrive Finotti in una delle meditazioni -, è uno dei momenti in cui l’uomo è più indifeso ed esposto (…); ma forse, proprio per questo, la terra è uno dei luoghi e momenti in cui si è autenticamente solo uomini». L’uomo caduto, nella sua «totale impotenza», è l’uomo piegato non, come in Rodin, dalla gravità del pensiero ma dal peccato che pare vittorioso, che oblia persino il bene compiuto, che Dio, solo Dio può contare e salvare a pieno.
Ma quanto importante sarebbe, nell’ordinario delle nostre vite, non dimenticare ciò che Dio non dimentica? Così vi medita Finotti: il bene «riflette la speranza, quale attesa di consolazione, e la fede, come unica soluzione di senso». Non dimenticare il bene, non perdersi lungo la “via crucis” che porta alla salvezza, significa, dunque, non perdere per strada la speranza, non far svanire la fede, non ignorare la pietà negli occhi dell’altro, né il suo dolore. Significa non dimenticare il cammino – non scritto – del nostro cercare. Non dimenticare di donarsi.

Vita e aneddoti su Franco Morelli

Franco Morelli, nato a Ferrara nel 1925, frequenta per un solo anno l’Istituto d’arte Dosso Dossi. Ragioni di forza maggiore (la morte del padre prima e del nonno poi) lasciano lui e il fratello minore senza aiuti finanziari e i due ragazzi debbono trovarsi un lavoro per mantenersi. Nel 1945, nei mesi successivi alla Liberazione, dà vita a Ferrara a un Circolo Artisti Dilettanti che poi l’anno successivo apre una sezione anche a Cento. Solo nel 1951 presenta la sua prima personale di pittura. Negli anni ‘50 si mette in contrasto con il sistema delle arti dominanti a Ferrara e alla fine del decennio decide di non esporre più, relegandosi in un isolamento volontario. Nel suo studio continua con fervore a dedicarsi alla pittura e soprattutto all’illustrazione, creando oli, tempere e tavole disegnate con la penna biro, rimaste nascoste fino alla morte avvenuta nel 2004. Dopo la sua scomparsa, infatti, la vedova Anna Luisa Bianchi (deceduta il 23 marzo 2020) trova le sue opere in un armadio a muro: su sollecitazione di don Franco Patruno, e poi di Cerioli, la sua opera comincia a essere conosciuta, e l’intera collezione viene donata alla Galleria d’Arte Moderna Bonzagni di Cento. Solo i pezzi della serie sulla “Divina Commedia”, su cui l’artista lavorò per un trentennio, sono 1.048, su un totale di più di 2mila. Come ci raccontò Marina Accardi, amica di famiglia, nonostante il morbo di Parkinson che lo afflisse negli ultimi anni, Morelli continuò a disegnare: l’ultima sua opera rappresenta una mano di Cristo col chiodo della crocifissione. «La voleva stracciare, perché la considerava imperfetta a causa della malattia, ma riuscii a conservarla».
«Migliaia e migliaia sono le creature mie alle quali ho dato segno e forma – scrisse Franco Morelli – e che mi sorreggono nei tanti momenti di tristezza e che, solo a volte, riescono perfino a farmi capire che non sono nato solo per morire, ma che ho avuto vita per dedicarmi esclusivamente a loro».

La Divina Commedia di Franco Morelli: ecco tre inediti

Tre disegni a bic nera su carta datati 1992 raffiguranti altrettanti momenti della Divina Commedia, sono il regalo che circa 10 anni fa la vedova di Morelli, Anna Luisa Bianchi, fece a Gianfranco Tumiati e al figlio Giorgio. Quest’ultimo ha ereditato la guida della filiale Fideuram in viale Cavour a Ferrara dopo la morte del padre lo scorso dicembre. I tre disegni sono su una delle pareti dell’ufficio di Tumiati: «la signora Bianchi ce li donò chiedendoci che venissero esposti. Così abbiamo sempre fatto».
Fanno parte delle opere che l’artista non voleva venissero catalogate, ritrovate solo dopo la sua morte.

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 5 febbraio 2021

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