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Condivisione e altro-da-sé: i nuovi racconti di Piero Ferraresi

7 Mar

Si intitola “Sogni e avventure sulle Alpi” il secondo libro dedicato alle memorie della giovinezza: un viaggio complesso per diventare umani

Quella «spoliazione» necessaria per scoprire la propria umanità. È da poco uscito il secondo libro di racconti di Piero Ferraresi, dal titolo “Sogni e avventure sulle Alpi” (Este Edition, gennaio 2026), séguito del libro d’esordio “Sogni e avventure sull’Appennino” (Este Edition, Ferrara, luglio 2024). Il nuovo volume – ambientato sulle Alpi, prevalentemente sulle Dolomiti, in particolare nella Val Di Fiemme e nel comune di Tesero (Trento) – Ferraresi lo presenta il 9 marzo alle ore 17 nella Sala Agnelli della Biblioteca Ariostea (via delle Scienze 17, Ferrara). Per l’occasione l’autore dialogherà con Mauro Presini, maestro elementare in pensione e scrittore. E il 4 marzo alle ore 16 il libro viene presentato al Centro sociale “Azzurro” (via F. Cavallotti, 33) di Occhiobello (RO). Libro che è acquistabile, oltre che negli store on line, anche a Ferrara nella libreria Libraccio (p.zza Trento e Trieste), nella libreria “Testaperaria” (via de’ Romei) e nella Cartoleria Sociale (via Spadari).

In quest’ultima fatica, Ferraresi raccoglie alcuni racconti tra biografia e fantasia, con protagonista Pierino, membro di una famiglia numerosa, fin da piccolo quindi abituato alle «piccolissime rinunce» e soprattutto all’«importanza di condividere». Al senso del limite, quindi (per ora solo fuori di sé). Le vicende di Pierino si svolgono durante le vacanze estive con la famiglia, su quei monti e quei boschi verso i quali prova «un richiamo fortissimo, un’esigenza quasi fisica».

La prima parte è il racconto della sua ricerca, con un amico, dei resti “dell’orso speleo”, preistorico, di cui tutti parlano. Ma è un rapporto, quello di Pierino con la natura non umana, appunto di attrazione, di richiamo ancestrale ma al tempo stesso di conflitto, di timore. Che sono gli stessi sentimenti che il giovane dovrà affrontare, dominare e vincere nei confronti della realtà, intesa come altro-da-sé, alterità inevitabile, quindi anche imprevisto. Insomma, dalla Storia collettiva – che tanto lo attrae, ma già vissuta, e sempre spersonalizzante – dovrà arrivare alla storia personale, unica.

In ciò, infatti, consisterà il suo doloroso ma affascinante cammino fuori dall’infanzia, il suo farsi uomo. “Uomo” da intendersi non solo, non tanto, come maschio adulto, ma come essere umano. Insomma: umani si diventa, è una conquista, e l’umano ha sempre il volto dell’Altro, è l’incontro-scontro con ciò che ci supera, che non possiamo afferrare. L’autore definisce ciò una continua «spoliazione». Nel caso di Pierino, è quell’imponente cattedrale di rocce e rami, un gatto, un nido di vespe, gli amici, i vecchi del bar. Sarà grazie a un capriolo che avverrà in lui una svolta, sarà la breve epifania di questo animale «maestoso ed elegante» a sconvolgerlo. Sarà uno dei riti di passaggio necessari nella vita del giovane.

Ma come in tutti i transiti, «le ombre» incombono, il sentirsi inadeguato, fragile, preda del proprio rimuginare. Capirà, Pierino, che al sonno inteso come stasi, routine, palude esistenziale, deve contrapporre il sonno costellato di sogni, di desideri, di visioni che rompono l’abitudinarietà stantia dei nostri quotidiani («l’appiattimento delle abitudini collettive») per farci uscire da noi stessi e dalle nostre gabbie invisibili. Serve, in questo – come detto – un Altro, che si esprime soprattutto attraverso la voce, il richiamo (spesso ricorrente nel libro), la parola quindi. E la Parola: quella del Creatore che «accompagna verso l’invisibile, verso la profondità delle altre persone, delle cose e delle situazioni».

È questa la conquista di Pierino: il riconoscere il valore della «condivisione profonda» fatta di «ascolto, attenzione, riflessione, pazienza, capacità di immedesimarsi negli altri». Quel «giardino meraviglioso» fatto di dono e comunione, nel quale contemplare la bellezza di ciò che è, dopo aver (ri)trovato sé stessi, dopo aver compreso l’essenziale.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 6 marzo 2026

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Il buio, poi «una gioia di lacrime improvvisa»

26 Feb

Quello che resta, il libro di poesie di Marta Casadei: un dolce grido a Dio sulla morte, sulla vita

«Nella morte ci apriremo a ciò di cui abbiamo vissuto sulla terra».

(Gabriel Marcel)

di Andrea Musacci

Non è fresco di stampa il libro di poesie di Marta Casadei (romagnola di nascita, ferrarese d’adozione), dal titolo Quello che resta (Ed. La Carmelina, con prefazione di Piero Stefani), dedicato alla morte delle persone care, in particolare alla memoria del marito scomparso. Ha due anni di vita ma richiede – per chi ancora non l’ha letto – un’avvertenza: per comprenderlo non è necessario aver perso il proprio amato o la propria amata, ma aver amato. E chi non ha mai avuto la grazia di amare una persona in maniera speciale, l’auspicio è che questo libro apra l’anima preparandola a quella bellezza che rende ancora più cruda la domanda sul perché contenga in grembo il germe della morte.

«TI PREGO, NON ANDARE»

«La vita divorava gli anni» e, invece, più si va avanti più il velo si discosta e con più accecante consapevolezza si comprende che gli anni «divoravano la vita», scrive Casadei. Dopo la perdita del marito – sono sue parole – «sono rimasta sola e sbigottita / con la tua assenza dura, sconsolata». «Tutto qui: / tutto quello che rimane / di una vita sta dentro una valigia»; ma è un mentire, il suo, dettato dalla desolazione: la vita non può stare in una culla, non starà mai in una bara, né in una definizione. Figuriamoci in una valigia.

La mancanza è vuoto, nuda assenza, eremitaggio in una casa che pare sconsacrata, solitudine non desiderata. Il giogo, le spalle lo sentono troppo pesante: «Fino a quando / mi stringerà questa amarezza / questo rimpianto inconsolato e sordo», è la domanda. Rimpianti e rimorsi sono spine nella carne: «non ti ho difeso abbastanza», «non ho creduto abbastanza»; pesano le «consolazioni sperperate». Ma finché, una a una, quelle spine non le si toglie, non ci si potrà aprire all’avvenire, alla lode, alla benedizione. Fino a quel momento, «ancora tutto accade come sempre, / si vegli o dorma, / tutto senza stupore, prevedibile». La realtà diviene inconsistente; anzi, assurda: «cosa ci faccio qui da sola?», che potrebbe essere scritto anche come interrogativo sul senso ultimo dell’esserci (“cosa ci faccio qui?”).

La terra non è lieve – come nel laico augurio a chi se ne va – ma il suo peso «ti copre», a te «che sei inciampato nella morte». E lei rimane sola, «a inaridire», resta «impigliata nella vita», come l’accappatoio in quel gancio, pezzo di feriale memoria. «Ti prego, non andare», scrive Marta: e mi viene, per contrasto, in mente il «Tu non morirai» di Gabriel Marcel.

«VENGA PRESTO LA LUCE»

Poi la luce inizia a filtrare dalle finestre, e ciò non avviene in un momento preciso: «cerco / di ritrovare il senso delle cose / o una ragione / qualunque, nuova». È un primo tentativo, pur nel suo fallimento, di arrivare a una «memoria pacificata».

E qualche pagina dopo: «Voglio farmi un regalo / oggi, una cosa nuova, uscire / dove la vita pulsa nelle strade». Ma il mondo e i suoi abitanti sono ancora senza volto, sfocati, spigoli contro cui sbattere, estranei su terre di nessuno, di certo non di Marta, «sperduta / in un filo di terra straniera». Marta che è ancora non attesa, ancora senza attesa. Attesa che è mancanza, ma protesa con lo sguardo all’avvenire. «Fammi sentire che ci sei», anche se «sei l’altrove»; come a dire: senza l’altro non mi salvo dalla tentazione del nulla. Da qui, «una gioia di lacrime improvvisa», il necessario perdono di sé.

Questo libro è una lode all’amore che è stato, e che non può non durare in eterno. Una lode all’amore piccino, fatto di minuscoli frammenti, di levità, debolezze, scambi quotidiani di fiato e miserie; insomma, del pane del cuore. E quell’amore nascosto, timido, discreto, geloso solo di sé e della propria pudicità, ora viene esibito in questi versi “impudici”. Ma è una “sfrontatezza”, quella di Marta Casadei, talmente innervata di dolcezza che solo una posa richiede: quella di chi si china per meglio sentirne il sussurro, di chi si siede e tace. Di chi si inginocchia davanti al Mistero che Dio apre.

E allora, «venga presto la luce», vieni Spirito d’amore.

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 27 febbraio 2026

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Capitini, Pinna e Langer: la nonviolenza in una graphic novel

25 Feb
Robin Esto (© Foto Musacci)

Si intitola “L’impatto di un’idea” il volume dell’artista Robin Esto (Margherita Pilati). Il libro è stato presentato a Libraccio Ferrara

“L’impatto di un’idea” è il nome della graphic novel realizzata dalla giovane creativa Robin Esto (Margherita Pilati) e dedicata al Movimento Nonviolento in Italia, in particolare ai suoi “padri” Aldo Capitini, Pietro Pinna e Alexander Langer (di cui il 22 febbraio ricorrevano gli 80 anni dalla nascita). Il volume, edito da People e appena uscito, è stato presentato lo scorso 20 febbraio nella libreria Libraccio di Ferrara.

L’artista – originaria di Trento ma residente a Berlino dove nei prossimi mesi si laureerà – per l’occasione è stata intervistata da Elena Buccoliero del Movimento Nonviolento di Ferrara.

Robin Esto ha spiegato come ha cercato – appunto – di rappresentare «l’impatto rilevante che l’idea e la pratica di queste tre persone abbiano avuto e hanno ancora oggi». Un progetto iniziato nel 2023, proseguito nel 2024 e su cui ha lavorato tutto l’anno scorso. Esplorando l’argomento, l’artista ha scoperto «anche il forte impatto che hanno avuto su di me». Un bell’esempio, soprattutto per una ragazza così giovane.Non a caso, la mattina stessa ha presentato il suo libro a due classi del Liceo “Roiti” della nostra città. «Di loro – ha spiegato – avevo ricordi dai miei genitori, attivisti in questo ambito; per me rappresentavano una dimensione magica ma lontana dal presente.Ma conoscendoli meglio, li ho scoperti sempre più come attuali». Il progetto iniziale «riguardava l’obiezione di coscienza alla leva militare, ma poi ho deciso di concentrarmi su queste tre figure». Per lei – ha spiegato – «è normale sentire vicini a me i personaggi che disegno», e così anche in questo caso mi interessava conoscerli anche a livello personale, intimo.Per questo ho studiato e ricercato molto su di loro, visionando e a volte anche citando frasi da volantini, cartoline, libri, articoli di giornale, lettere, oltre a diverse fotografie».

Obiettivo – sicuramente raggiunto – «mostrare questi pezzi di storia a più persone possibili, anche per recuperare momenti, frammenti che rischiano di essere dimenticati, ma che sono molto importanti». Insomma, ha tentato id raccontare «l’essenziale» e, «pur con delicatezza», lo stesso suicidio di Langer. 

«Penso che per i giovani – ha proseguito poi – sia importante continuare a essere aperti, a leggere, a esplorare storie come queste, che purtroppo nelle scuole non vengono insegnate». La graphic novel «è uno strumento ideale per questo tipo di divulgazione, affinché sia una porta che invogli ad approfondire queste tre figure e tutta la storia della nonviolenza». E a tal proposito, nel libro vengono citate anche due personalità legate a Ferrara, Silvano Balboni e Daniele Lugli.

E fra le interviste realizzate da Robin Esto per la realizzazione del suo volume, quelle a Giuliano Pontara, Elena Buccoliero e all’attuale Presidente del Movimento Nonviolento Mao Valpiana, grazie alle quali è riuscita a raccogliere e a citare aneddoti e piccoli racconti inediti o quasi.

L’incontro di presentazione si è concluso con diversi interventi dalle persone presenti nel pubblico, a dimostrazione dell’interesse che il lavoro della giovane artista sta suscitando e del desiderio – in un’epoca come l’attuale dove forte torna la propaganda bellicista – di tornare a parlare, e a vivere la pace e la nonviolenza, in tutte le sue forme.

Andrea Musacci 

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 27 febbraio 2026

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Esperienza possibile: ecco la vera mistica

28 Gen

A Ferrara presentato il libro “La scala mistica”: riflessioni

Molti quando sentono pronunciare il termine “mistico” pensano a qualcosa di distante, fumoso, per pochi eletti. Ma sbagliano: l’incontro col Signore è un’esperienza intima che ognuno può vivere.Certo, non qualcosa di immediato, ma di sicuro di possibile. Di questo e altro si è discusso nel pomeriggio dello scorso 19 gennaio nella Sala Agnelli della Biblioteca Ariostea di Ferrara in occasione della presentazione del libro “La scala mistica. Intelligenza e amore nella mistica d’Occidente dalle origini al Medioevo”, secondo di un dittico e curato da Giovanni Giambalvo Dal Ben, con prefazione di Antonella Lumini (ed. Le Lettere, 2024). Una 40ina i presenti che hanno ascoltato le voci dei due relatori, introdotti e moderati da Marcello Girone Daloli, ideatore del ciclo “Incontri con la Spiritualità applicata”.

Giambalvo Dal Ben è medico e oblato della Comunità Mondiale per la Meditazione Cristiana, mentre Lumini è una scrittrice ed eremita urbana in Firenze, dove da oltre quarant’anni porta avanti un’esperienza di vita ispirata alla pustinia (“deserto” in lingua russa). 

La scala, dunque, come simbolo mistico, quindi, ha riflettuto Giambalvo – «di unione fra terra e cielo, in entrambe le direzioni: per l’uomo affinché raggiunga Dio, per Dio che scende verso l’uomo». «Un’ascesi» possibile per ognuno, «un viaggio di purificazione e al tempo stesso di conoscenza nella gioia». Una «ricerca del distacco e dell’intima vicinanza tipiche della fede, tra sentimento e ragione». E, questo presentato, «un libro con una pluralità di voci», cristiane, di altre religioni o filosofie, perché «non esiste un’unica via per arrivare al divino». I due «montanti» della scala della mistica «sono Platone e il Vangelo secondo Giovanni»: filosofia antica e fede cristiana, quindi, come pilastri di questa costruzione, per poi arrivare a Plotino, Origene, Gregorio di Nissa, Pseudo Dionigi, Cassiano, Basilio e Giovanni Climaco con la sua di scala mistica, Giovanni Scoto Eriugena, e molti altri. Senza dimenticare la scala nel sogno di Giacobbe (Genesi 28, 10-17), e il Cristo che sale la scala della Croce nell’affresco presente nel coro del Monastero ferrarese di S.Antonio in Polesine. 

La mistica unisce quindi fede e ragione, filosofia e Sacra Scrittura e parte – ha poi preso la parola Lumini – con Platone e la sua concezione della meta della persona come un «ritorno all’origine, al divino, all’Assoluto»;un Dio «totalmente indeterminato che annienta l’individuale». Al contrario, nella Bibbia Dio è «creatore» e quindi «strettamente connesso con le sue creature», fino al cristianesimo in cui il divino si incarna nell’umano.

La mistica – ha proseguito Lumini -, nella sua origine va intesa come «una forma intima di teologia, che chiede silenzio, introspezione, il partire da sé, dunque un’esperienza profondamente connaturata all’umano, di incontro col divino». Non può dunque non essere una «mistica esperienziale», cioè «vissuta», non un mero lavoro intellettuale.Ed è quindi «una possibilità per ognuno, non riservata a pochi eletti». È «un’esperienza diretta, uno stile di vita», è qualcosa di «sperimentabile», è «lo stare in ascolto del desiderio profondo che ci abita: il desiderio del Vero e del Bello, in un cammino di trasformazione». Per questo, lo stesso Vangelo giovanneo è dominato da una «mistica dell’amore», in esso tutto gira «intorno alla dinamica trinitaria, che è una dinamica di amore, alla quale siamo  chiamati a conformarci, ascoltando la Parola e custodendola». Mistica dell’amore che è dunque anche una «mistica dell’ascolto e della visione» (credere per vedere e vedere per credere), l’«osservare e ascoltare il Verbo che non conosciamo ma che ci prende, ci tiene». «Attenzione e ascolto» quindi sono decisivi, per arrivare poi alla «contemplazione» e alla «preghiera pura». Quella cristiana è, perciò, una «mistica incarnata», dove non vi è (come in Platone) distacco dalla materia ma «un processo di deificazione che richiede quiete, silenzio, purificazione del cuore, spoliazione e desiderio di abbandono». Insomma – ha aggiunto Giambalvo – «tutto ciò che rende possibile l’intervento della Grazia».

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 30 gennaio 2026

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Parrocchia di S. Agostino: in un libro i primi 50 anni di una storia speciale 

20 Dic

Tracce di Vangelo nella comunità di S. Agostino è il titolo del volume che racconta la vita dagli inizi difficili negli anni ’70, tra Messe nei garage ed elemosine davanti la Coop…

di Andrea Musacci

Una conchiglia rovesciata in un quartiere residenziale come tanti: questa fu la novità architettonica che rappresentò 50 anni fa la costruzione della chiesa nel quartiere Krasnodar di Ferrara. Non un vezzo formale, ma la tenda, la nuova casa di una comunità nata, e di continuo in cammino, attorno all’Eucarestia. E che ha cambiato e continua a cambiare il quartiere, e ad accogliere i suoi abitanti.

 Tutto questo viene raccontato nel libro appena uscito dal titolo Tracce di Vangelo nella comunità di S. Agostino (dicembre 2025). Sottotitolo: «Conosco le tue opere / Ho aperto davanti a te una porta che nessuno può chiudere» (Ap 3,8). Il volume a cura di Nicola Martucci, Federica Pintus e Patrizia Trombetta, è edito come Quaderno n. 56 del CEDOC – Centro Documentazione Santa Francesca Romana.

Libro che è il frutto di un lavoro di raccolta e organizzazione del materiale durato oltre due anni e che esce in un periodo speciale, alla fine dell’Anno Santo, e col cambio dopo dieci anni del parroco (don Saverio Finotti ha preso il posto di don Michele Zecchin alla guida dell’Unità Pastorale col Corpus Domini). Il volume è stato presentato il 13 dicembre con gli interventi di alcuni ex parroci.

Questa è una storia che prende avvio nel periodo postconciliare, in quegli anni ’70 nei quali nasce il quartiere Krasnodar nella zona sud della città, così chiamato per il gemellaggio nel ’74 con l’allora centro sovietico, 20 anni dopo gli aiuti da quella città in seguito alla “rotta” del Po. Insieme alle case e alla scuola, fu costruita la chiesa, dedicata solo nel 2004. 

PRIMI ANNI TRA FREDDO E CATINI IN RAME

L’atto costitutivo della parrocchia si realizza nella Celebrazione Eucaristica del 15 dicembre 1974 (ma l’atto costitutivo è del 1° gennaio ’72); tutto, però, nasce prima: «i documenti parlano di una necessità». La progettazione è affidata nel ’72 all’arch. Aldo Cotti di Bologna e all’ing. Vittorio Mastellari di Mirabello. Prima viene costruita la canonica, consegnata nel ’74, poi nel ’78 la chiesa (inaugurata dal Vescovo Franceschi con la celebrazione delle prime comunioni), infine le opere parrocchiali. L’impresa costruttrice è la ditta Battaglia Romeo di Dogato: «furono gli stessi muratori che, consegnando l’edificio al grezzo, donarono la croce di legno fissata nel punto in cui si trova ancora oggi e che sostiene il prezioso crocifisso ligneo proveniente dalla chiesa di Santa Maria in Vado» e donato nel ‘92.

Una genesi particolare, dato che chiesa e canonica sorgono sull’antico letto del canale Mambro, tombato negli anni precedenti: per effetto di successivi fenomeni climatici, si resero necessari lavori strutturali, prima nel 2016 e poi nel 2022-2024. Un inizio a tappe, e non facile, sicuramente curioso: «Il grezzo delle strutture rimase visibile a lungo, almeno fino ai primi anni Ottanta. L’edificio fu consegnato privo di impianti elettrico e di riscaldamento; alcuni parrocchiani (…) posero i primi fili volanti e montarono i faretti. Successivamente si installò la cisterna del gasolio per il riscaldamento. Nei primi anni, la chiesa risultava particolarmente fredda. Il pavimento rimase una gettata di cemento polveroso e difficile da pulire fino al 1984, quando, grazie all’artigiano e parrocchiano Carlo Droghetti, fu posata la prima pavimentazione (…)». Nello stesso anno nasceva il Consiglio pastorale e l’anno dopo, di fatto, quello economico. In seguito vengono intonacate le pareti. E all’inizio, per i Battesimi «si adoperava un catino in rame su un tavolino, e il cero pasquale era in materiale plastico».

GARAGE ED ELEMOSINE

Il primo parroco, allora 38enne, è don Giancarlo Pirini. Così ricordava quei primi tempi: «Mi ricordo che quel 15 dicembre 1974 era un giorno pieno zeppo di nebbia e la zona di viale Krasnodar non aveva nulla da invidiare ad una località sperduta: era là, ai confini, dopo le due ferrovie». Fin da subito, la vicinanza agli ultimi è l’essenza della missione nel quartiere: «andavamo davanti alla Coop, di sera, a chiedere l’elemosina», con annessa recita del S. Rosario. Don Pirini viene affiancato, fin da subito, da don Ivano Casaroli, prete da 6 anni. Quest’ultimo ricorda la sua prima notte a Sant’Agostino: «I muri della casa non avevano avuto il tempo di asciugarsi; il riscaldamento al massimo provocò l’uscita di tanta acqua dai muri (…). Ricordo tanto fango attorno alla canonica e agli altri palazzi; le amicizie che cominciavano a nascere; il catechismo in casa nostra, nei garage e nelle case (…); l’entusiasmo che, crescendo, spingeva le persone a passare dall’osservazione al coinvolgimento». Una storia fatta anche di tanti sacerdoti che, per più o meno tempo, hanno prestato servizio in questa parrocchia: una trentina, con stili e provenienze diverse.

Don Casaroli ricorda anche la prima Messa, in un garage, il 15 dicembre ‘74: «venne l’Arcivescovo Mosconi e insieme a me e a don Giancarlo, celebrammo la Messa di inizio dell’attività parrocchiale. Davanti a un gruppetto di persone, più amiche di noi preti che residenti nel quartiere, iniziammo la nostra attività tra entusiasmi, scoraggiamenti, prime conoscenze. La domenica successiva alla prima Messa non si presentò nessuno e non capitò solo la prima domenica». I due sacerdoti non si abbatterono: «io e don Giancarlo avevamo deciso di andare a spasso insieme, non ognuno per conto proprio. E la gente piano piano è arrivata…». Continuarono le Messe in luoghi anomali, negli stenditoi condominiali e nei garage. Un altro aneddoto di questo periodo riguarda il canto liturgico: «I primissimi giovani, quelli dai capelli lunghi degli anni Settanta, sapevano suonare la chitarra (…). Il repertorio iniziale era vario e, tra i canti di Giombini e Chieffo, talvolta si cantava anche Dio è morto di Guccini». Nel ’75 a S. Agostino si insedia anche, nell’ambito della carità, la Conferenza San Vincenzo de’ Paoli mentre la Caritas “arriverà” nel ‘92.

MILLE VOLTI DELL’ACCOGLIENZA

E a proposito degli anni ’90, nel quartiere un altro complesso residenziale viene tirato su nella prima metà di quella decade, ma senza esercizi commerciali. Per questo, 30 anni fa «l’impegno parrocchiale (…) si estese su molti fronti della vita sociale: dalla lotta alla tossicodipendenza alle sollecitazioni verso l’Amministrazione comunale per la carenza di servizi nel quartiere». E nel 1988 in seno alla parrocchia nasce l’Associazione Arcobaleno, per minori a rischio, e nel ‘92 l’Associazione Viale K, per affrontare povertà e disagio sociale.

Insomma, un pezzo di Chiesa, questa parrocchia, cresciuta e che continua a crescere e a trasformarsi seguendo anche lo sviluppo e le contraddizioni del quartiere nel quale è insediata: non, quindi, un corpo estraneo, ma tessuto vivo nella trama della vita dei residenti (e non solo). Parrocchia come “casa tra le case”, luogo di accoglienza e di condivisione, di ricerca e di sperimentazione, di memoria e di costruzione di bene comune. Nasce poi anche il giornalino parrocchiale Insieme a favore di tutti, ancora attivo e cresciuto molto, e dal Giubileo del 2000 l’esperienza dei Laboratori pastorali: nati nel 2002, furono «occasioni aperte di analisi, confronto e progettazione della pastorale parrocchiale, strutturate in fine settimana residenziali, che offrirono tempi adeguati e uno stile adatto alla costruzione di veri e propri cammini». Dopo gli attentati islamisti in Francia, nel 2015 in parrocchia nasce il Gruppo Incontro di amicizia tra cristiani e musulmani, ancora presente.

Facendo un passo indietro nel tempo, nei primi anni ’80, in accordo con la Caritas Diocesana, vengono inviati in parrocchia gli obiettori di coscienza: uno dei primi è Patrizio Fergnani, che poi va a vivere nel quartiere Krasnodar con la sua famiglia (dove ancora risiede). Così racconta nel libro: «Dal settembre 1983 al febbraio 1985 ho svolto il servizio civile come obiettore di coscienza, assegnato alla Caritas di Ferrara. Eravamo un gruppo di obiettori, a tempo pieno in parrocchia. Dormivamo in una stanza delle opere parrocchiali».

Ci sarebbe tanto altro da raccontare: lo si fa, per quanto possibile, in questo libro che è un pezzo fondamentale della storia della nostra Chiesa in Ferrara-Comacchio. Quel che è l’essenza di tutta questa storia – e lo scegliamo come finale di questo nostro articolo – lo spiega bene don Michele Zecchin nella sua Postfazione: «Una sola trama, un solo Popolo: la parrocchia è un cammino condiviso che attraversa i decenni e supera i cambi di guida, perché il Pastore è Cristo».

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 19 dicembre 2025

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(Foto: don Pirini e don Casaroli coi bimbi della parrocchia)

Una Certezza nel cuore per affrontare i dolori dell’esistere

19 Dic

Immerso nell’amore è il nuovo libro di Alberto Fogli: un cammino verso la luce

di Andrea Musacci

Immerso nell’amore. Il buio profondo e il faticoso ritorno alla vita. Una misteriosa vigilia di Natale (Gruppo Sigem/Celloni Editori, ottobre 2025) è il titolo dell’ultimo libro di Alberto Fogli, ex docente e giornalista, che firma il volume con lo pseudonimo Albert Fohy.

Siamo nel 2020, in quello che verrà per sempre ricordato come l’anno del covid, con «bare e bare di chi era purtroppo caduto sotto la falce della morte senza un qualche giustificato motivo e, tanto meno colpa; fu uno shock generalizzato». 

VIA CRUCIS, VIA CAELESTIS

Alfred Taylor, residente in Italia, protagonista di questa storia, è un uomo anziano, un padre, un nonno, da alcuni anni rimasto vedovo dopo la morte della sua Myriam. Nel 2020 Alfred viene intubato in terapia intensiva. Si troverà fisicamente ma soprattutto spiritualmente, in una sorta di limbo, vivendo un’esperienza anche simile a quella della pre-morte (ne parla ad esempio Antonio Socci in Tornati dall’Aldilà e in Caterina). Un viaggio “allucinato”, drammatico e sublime, che lo porterà a Roma per un convegno culturale, sequestrato, poi in giro per l’Umbria. In questi viaggi “altrove”, «provava come un senso di leggerezza mai scoperto prima. Si librava in un cielo di un azzurro quasi celestiale. Volava in leggerezza in un infinito incredibile. Non esisteva più niente: né tempo, né spazio. Solo un grande silenzio ed una serenità mai provata nella vita; una serenità che gli parlava solo di Amore e che lo faceva sentire immerso nell’Amore». Ma il presente per Alfred è il coma farmacologico, la «disperazione», la «sofferenza senza fine», la «battaglia immane». E poi ancora i “viaggi”, fuga e lenitivo da quel dolore, da quella solitudine: Alfred si trova sulla spiaggia di Milano Marittima con le sue due nipotine, alle Dolomiti bellunesi (torneranno nelle memorie legate ai primi viaggi con Myriam). Ma anche qui la minaccia del nemico, l’agguato dell’estraneo è realtà, pur nella fantasia. Come lo è nella veglia, con un crollo della sua salute poco prima di Natale. E proprio la vigilia del giorno tanto atteso, avviene il miracolo: «Alfred apre gli occhi, sorride ai presenti e inizia a respirare autonomamente». Il respiro che è ruah, Spirito. Il successivo passaggio nel reparto di degenza rappresenta però un nuovo abisso, quel «vuoto in cui vagava senza luogo e senza tempo».

AMORE CHE REDIME…

E qui appare il viso angelico, eterno di Myriam (lui la chiama Jho), cuore più intimo del suo cuore, sua amata, volto dell’amore eterno. Colei che diventerà sua moglie. Apparizione, divina epifania: il nascere dell’Eterno nella carne sarà rappresentato, qui, dal rinascere spirituale di Alfred anche grazie alla presenza femminile – in carne e spirito –, del volto dell’amata. Dell’altro-da-me che ancora una volta, sempre, mi salva.

Il tempo è quello che un’esperienza del genere, però, permette di recuperare, certo trasfigurando volti e ricordi, ma pur sempre salvandoli dall’oblio. Così, nella terza parte del libro, Fohy ripercorre i momenti indimenticabili dell’incontro e dell’innamoramento con Myriam: la «paziente attesa», il profumo dei fiori, il primo bacio, il ballo «sulla celestiale musica di Strauss», il matrimonio nel mese di maggio, la nascita dei due figli, i pellegrinaggi nei luoghi della cristianità per rafforzare il loro sposalizio. “Licenze” al romanticismo più puro non solo concesse ma anzi ben accolte, che il clima di dramma e sofferenza evita di trasformare in sdolcinatezze. Il loro amore è pieno non perché perfetto ma perché relazione che si svolge nella reciproca fiducia, nel dono e nell’abbandono, nella fede. «E così pensando pregavano…». E la preghiera si fa anche contemplazione della bellezza dei doni di Dio nel creato, «mentre esprimevano, nel loro intimo, il desiderio di conoscere l’Autore di tanta bellezza. La bellezza del cuore umano. La bellezza dell’amore».

…AMORE OLTRE LA MORTE

Amore più forte della morte intesa come limite terreno ultimo e come anticipo della fine nella sofferenza. Quella che colpirà Myriam, tornata al Padre nel giugno del 2018: «Questi ultimi sette anni li ha trascorsi sulla sua croce in un deserto umanamente sempre più arido ma illuminato dalla Fede non mancando di sostenere i suoi cari nei loro impegnativi incarichi nel mondo del volontariato, sociale ed ecclesiale. Sempre presente e lucida, aveva ricevuto il conforto ultimo dei Sacramenti. La sua apparente serenità meravigliava il personale sanitario data l’estrema sofferenza fisica stampata sul suo volto».

LA CROCE DEL RIMPIANTO

Una nuova croce – dolorosa ma “necessaria” – ora la dovrà portare Alfred: quella del «rimpianto per ciò che poteva essere e non è stato, per ciò che si voleva dire e non si è detto, per ciò che si voleva fare e non si è fatto e per quanto si poteva amare e non si è amato». «Io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio», per dirla con San Paolo (Rm 7, 19). Un rimpianto che, come tale, non dà compagnia a chi lo vive ma anzi accentua la solitudine, la rende più pesante, più angosciosa. E rimpianto che è anche rimorso: «vorresti rivolgerti al cielo chiedendogli di rimandarti la tua Jho, anche solo per qualche tempo, per poter scaricare la tua amarezza per certi tuoi comportamenti mai corretti e chiederle perdono ricevendo, possibilmente, un abbraccio liberatorio». Il distacco della morte, dunque, segna un solco tra Alfred e la pace anelata, un abisso tra un passato agrodolce ma comunque vissuto nell’amore, e un presente da ricostruire. Il passato si avvelena, il rimpianto lo adultera, spegnendo così le luci dell’avvenire. Il passato diventa una pietra scagliata su una serenità tanto desiderata. Non “il passato”, ma “un passato”: perché la memoria è sempre selettiva e l’assenza di speranza nel cuore la rende amara, insopportabile.

CERTEZZA

Ma come una prima rinascita di Alfred avvenne col primo incontro con l’amata, così anche ora le mani e gli occhi di lei tornano ad essere rassicuranti, a lenire le ferite, a ridare conforto, pur non più nella forma del corpo, per la via dei sensi.

Ora, la Speranza di Alfred è la Certezza di Myriam.

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 19 dicembre 2025

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(Foto Ivan S – Pexels)

Un treno che si chiama Carità: il libro postumo di Gianni Fiocchi

17 Dic

«Venite e vedrete», dice Gesù ai primi due discepoli. Messaggio ripreso – come lascito – da Gianni Fiocchi, barelliere Unitalsi a Lourdes, nel suo libro uscito postumo

di Andrea Musacci

«Venite e vedrete», dice Gesù ai primi due discepoli che si mettono alla sua sequela (v. Gv 1, 29-42). L’invito a incontrare la Verità, a sperimentarla direttamente con gli occhi di carne e soprattutto con quelli del cuore, è l’invito che si rinnova, da allora, ogni qual volta parole di scherno o di scetticismo vengono proferite riguardo alla Bellezza e all’unicità del vivere seguendo il Risorto. 

E sono quelle che chissà quante volte, col tono fermo e lo sguardo dolce, ha pronunciato Gianni Fiocchi, barelliere volontario dell’Unitalsi di Ferrara e dirigente del locale Serra club, tornato al Padre lo scorso marzo all’età di 72 anni. Proprio l’Unitalsi ferrarese e il Serra club hanno da poco dato alle stampe il suo libro dedicato all’esperienza che gli ha sconvolto la vita, dal titolo Quel treno per Lourdes (novembre 2025).

Libro che, oltre a un testo dell’Assistente spirituale don Giovanni Pisa, contiene due significative prefazioni: quella di Neda Barbieri, Presidente sottosezione Unitalsi Ferrara, e quella di Alberto Lazzarini, Governatore del Serra club dell’Emilia-Romagna. Barbieri nel libro scrive: «Gianni era l’animatore delle feste di Capodanno, colui che alleggeriva momenti complessi con una battuta e un sorriso, che leggeva sempre la preghiera finale nelle celebrazioni e che raccontava con passione la bellezza di un’amicizia con una persona malata o fragile in particolare dopo essere stato lui stesso toccato dalla malattia».

«PER CONFONDERE I SAPIENTI»

«In quel tempo Gesù disse: “Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli”» (Mt 11, 25).

Fiocchi era stato a Lourdes molte volte negli ultimi 30 anni, come barelliere capo dei treni bianchi e come hospitalier. Dicevamo del “venire e vedere” come regola del vivere. «Che cos’ha questo luogo in più di altri? Lo scoprirai venendo a Lourdes – scriveva Fiocchi -, vivendo intensamente i giorni del tuo pellegrinaggio, raccogliendoti in preghiera alla grotta, visitando i luoghi dove ha vissuto Bernardette. Una bella storia quella di Lourdes che si ripete anno dopo anno, viaggio dopo viaggio e non finisce mai».

Una storia iniziata nel 1844 con la nascita di Bernadette Soubirous nel mulino di Boly, dove visse felice i primi anni: in questi momenti «Dio ci sembra vicino», ma Bernardette «sperimenterà la fedeltà di Dio che non abbandona mai quelli che ama». La Vergine Maria – prosegue Fiocchi – in lei «ha scelto la persona più povera e ignorante per rivelarci che ognuno di noi occupa un posto unico nel cuore di Dio. (…) la “follia” di Lourdes non è altro che la “follia” del Vangelo (…). Dio, come tante altre volte, si è servito di un povero per confondere i sapienti, al punto che ha affidato il messaggio di Maria nelle umili mani di Bernardette». Parole che richiamano il Magnificat: «L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore, perché ha guardato l’umiltà della sua serva (…) ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili».

QUELL’ACQUA CHE MONDA DAL PECCATO

L’umiltà, certo: «Quello che succede a Bernardette, è ciò che noi tutti siamo invitati a scoprire nella nostra vita», scrive ancora Fiocchi. «Dobbiamo essere umili nel chiedere aiuto e non chiuderci nel nostro orgoglio, e proseguire il nostro cammino nonostante la nostra povertà, la sfiducia, lo sconforto, la paura di ricevere rifiuti da chi ci circonda, così come è stato per Bernardette». Aquerò (“Quella là”, come Bernardette chiamava la Madre di Dio) il 18 febbraio, nella terza apparizione, «le ha rivelato che lei, Bernardette è importante per Dio, ed è amata da Lui». 

E la giovane in queste visioni scopre anche «il senso del peccato: è quello di non amare Dio che ci ama tanto. Il peccato sporca, deforma la somiglianza con Dio che è in noi in forza del battesimo (…) ma la ragazza non si scoraggia, l’acqua della sorgente poco a poco diventa limpida, il suo volto lavato dall’acqua ritrova finalmente la sua luce, e torna la gioia e così anche la folla. È la gioia ritrovata del peccatore perdonato». 

Bernardette – riflette ancora Fiocchi – «non è santa perché ha visto la Madonna, lo è diventata per grazia di Dio, per la sua risposta di fedeltà nel compiere la volontà e nell’abbracciare la pesante croce che l’ha macinata come il grano del suo mulino. Bernardette ha così tracciato un solco, un cammino di santità che tutti, anche se con modalità diverse, possono percorrere con l’aiuto della Vergine».

L’ENTUSIASMO» DI QUEI «QUATTRO PAZZI»

«Estate 2002, il mio primo viaggio, sembra ieri…sono trascorsi dieci anni. Mi avevano “avvisato”, “prendi quel treno e non scenderai più”». E Fiocchi, infatti, da quel treno non c’è mai sceso, come scrive Lazzarini nella sua prefazione: «anzi è ancora là con gli ammalati, con chi vive la solitudine e la sofferenza, ma anche con i suoi colleghi “carrettieri” e suoi amici e conoscenti…».

Quel «treno bianco, carico delle sue sofferenze, delle sue miserie, delle sue speranze ma soprattutto carico di una fortissima fede, mai messa in discussione, che si rinnova sempre, anno dopo anno, viaggio dopo viaggio». Sono oltre 20 le ore di viaggio in treno per arrivare a Lourdes. Fiocchi scrive che più che “bravo” per ciò che fa si ritiene “fortunato” dato «che in cambio di un semplice gesto riceve, quale prezioso compenso, un sorriso da chi soffre, un momento di felicità da chi è meno fortunato». Nessuna risposta razionale può spiegare quel non riuscire, una volta saliti, a scendere da quel treno, se non materialmente, con tutta l’anima: «so solo che inspiegabilmente continuo a riprenderlo con immutato entusiasmo».

Un treno normale, come tanti, ma con un carico «speciale»: «non normali viaggiatori che si servono del treno per i propri spostamenti, ma persone, abili e non abili, legate da un rapporto comunitario dove ricevere e donare non ha più significato, dove la sostanza di scambio è esclusivamente amore vero». Quasi 24 ore di viaggio «trascorse in letizia uno accanto all’altro, dove scompaiono le umane etichette che ci separano nella vita di ogni giorno, dove l’uguaglianza regna sovrana». «Sì, forse siamo matti, siamo felicemente contagiati dal virus, benigno, di Lourdes», scrive ancora Fiocchi; «scusate, quei quattro uomini, come riportato nel Vangelo di Marco, che scoperchiano una casa pur di mettere al cospetto di Gesù un ammalato, non sono quattro pazzi? Ma quattro pazzi da ricevere la gratitudine di Gesù…».

PIANTO LIBERATORE

Per concludere, uno dei commoventi aneddoti legati a Lourdes che Fiocchi racconta nel libro, una sorta di testamento nel testamento: «Pellegrinaggio, giugno 2007, sono di servizio con altri fratelli alle “piscine”, entra un uomo in evidente stato di agitazione. Spogliatosi, lo invito ad un suo personale momento di raccoglimento prima di essere immerso nell’acqua di Lourdes. Questi con fare di sfida mi guarda dritto in faccia e mi dice che non ci crede. È venuto a Lourdes, si sta per bagnare in quell’acqua fatta sgorgare da Maria per mezzo di Bernardette e non crede. Pochi attimi e scoppia in un pianto dirotto, entra nella vasca, va verso l’immagine di Maria, si inginocchia, la bacia e la ringrazia perché il figlio è uscito dal tunnel della droga. Ci ha abbracciati uno per volta, lentamente è uscito con uno sguardo nuovo, non più sprezzante ma pieno di Fede».

Insomma, in questo libro-testamento Fiocchi, alla fine, ci lascia un unico grande messaggio: per assaporare «l’intensità» dell’emozione tipica di Lourdes, «la devi solamente provare, la devi solamente vivere».

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 19 dicembre 2025

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Quella santa contraddizione che ci libera e ci ricorda chi è Dio

21 Nov

DON FABIO ROSINI A FERRARA. Il Cinema di San Benedetto era pieno la sera del 12 novembre scorso per la presentazione del suo ultimo libro “Ma anche no”

Esiste un distacco che ci avvicina agli altri, uno svuotamento che riempie la vita, una relativizzazione che ci fa incontrare la Verità.

È questa la provocazione intellettuale – e di fede – che don Fabio Rosini lancia nel suo ultimo libro, “Ma anche no. La sfida della complessità e l’arte dell’et-et” (San Paolo Edizioni, 21 ottobre 2025, 18 euro). Libro che ha presentato la sera dello scorso 12 novembre nel  Cinema San Benedetto di Ferrara, davanti a una sala piena di persone (mentre la mattina successiva nel Seminario di via Fabbri ha relazionato al solo clero sul Vangelo secondo Matteo).

Il sacerdote romano – introdotto dal nostro Vicario Generale e Direttore Ufficio Comunicazioni Sociali mons. Massimo Manservigi, è andato – com’è nel suo stile – a cuore del discorso: «farsi degli idoli, farsi un film», come si usa dire nel gergo comune, è un vizio molto diffuso. Invece, dovremmo imparare la difficile arte dell’et-et, non dell’aut-aut, non delle «assolutizzazioni».

Et-et che è contraddizione, complessità, ma in realtà anche «equilibrio»: com’era – ad esempio – una volta nel saper vivere la ferialità e la festività della domenica, tradizione oggi perduta. O dal ricordarsi (!) – contro ogni tentazione fluid – che «la vita nasce dal maschile e dal femminile, e quindi chi li nega, nega la vita». Così, un altro modo di negare la ccomplessità lo vediamo nella «comunicazione politica, dove l’altro è sempre uno schifo, un disgraziato», dove quindi domina «la logica della mostrificazione».

La psicoanalista Melanie Klein – ha proseguito don Rosini – con la sua teoria della scissione ha analizzato bene questo meccanismo: «per sopravvivere  il bambino deve dividere il buono cattivo, ciò che è vita da ciò che è morte», il suo è un processo di autodifesa necessario. Poi però «devi iniziare un processo di integrazione, dove esci da questa scissione primordiale». Ed è «tipico della fede cattolica portare il soggetto a questa maturità», insegnare l’arte dell’et-et, con una fede dove «il Cristo è vero Dio e vero uomo. Tutto ciò che è cattolico implica il suo contrario». E «il contrario di cattolico è “fazioso”». È quindi – questo – «un processo di relativizzazione necessario» perché «c’è sempre qualcosa che ci sfugge, iqualcosa che non vediamo». La realtà «è organica non matematica, implica cioè il suo contrario. Come la Chiesa, che è un corpo», come dice San Paolo: siamo tutti diversi, ognuno è una parte di un corpo e ogni parte è necessaria; se manca una parte, soffri».

Nell’odierna comunicazione – ha proseguito il relatore – oggi dev’essere invece tutto assolutizzato, «trasformato in notizia, tutto deve diventare eccezionale, sensazionalistico, sopra le righe, altrimenti non esiste, non ha valore. E questo spesso viene insegnato ai bambini: “dacci oggi il nostro mostro quotidiano”. René Girard ha spiegato bene questa dinamica del capro espiatorio, secondo cui per sopravvivere dobbiamo avere un nemico comune: così è stato ad esempio per il nazismo con gli ebrei».

Non a caso, «la cronaca nera attira più dello sport, che pure è un’altra forma mimata dell’avere un nemico». Oggi è diffuso «l’orrore di essere sconfitti, di arrivare secondi: per essere mi devo affermare, quindi devo gareggiare, quindi devo vincere». Di conseguenza, «l’invidia è il peccato per eccellenza» («la morte è entrata nel mondo per invidia del diavolo», Sap 2, 24).

Come uscire quindi da questa «dinamica della colpevolizzazione e della rivalità»? Da questo «meccanismo fazioso, contrappositivo, colpevolizzante»? «Facciamo – ho pensato – un libro», per cercare di aiutare ad «evitare innanzitutto di attaccarsi a un dettaglio ma guardare la totalità e la complessità» delle cose e delle persone. Invece noi abbiamo «le nostre idolatrie per superare le nostre incertezze. La sicurezza è bella ma se la assolutizzi diventa dittatura. La verità è importante ma se in suo nome uccidi, diventi un persecutore». È dunque logica conseguenza che «tutti i malvagi pensano di fare del bene e fanno vittimismo, si sentono vittime di altro, si giustificano sempre».

Invece la misericordia nasce «dal sapersi peccatori, dal sapersi cattivi. Il perdono nasce dal sentirsi peccatori, da riconoscere che si sbaglia, nasce quando scopri di non essere perfetto». È – ha proseguito don Rosini – «un processo di kenosis, di svuotamento. Se ti paragoni con gli altri, trovi sempre qualcuno peggio di te; ma se ti misuri con Gesù Cristo, cambi atteggiamento, togli le maschere della presentabilità: maschere che col tempo sono diventate pelle, quindi gabbia».

Per uscire da questa visione, secondo l’autore c’è bisogno innanzitutto di «distacco», cioè «il saper perdere qualcosa per vedere meglio la realtà, per davvero riuscire a metterla a fuoco». Questo perché «ogni scelta implica una perdita» e «chi sceglie è l’adulto», solo l’adulto sa scegliere. Il distacco implica quindi il perdere, il «saper staccarsi dalle cose», non farsi dominare da esse. Implica il «saper dire di no, saper rinunciare». Insomma: «si può lasciare qualcosa», possiamo non avere tutto: sono i pazzi a raccogliere tutto». E il possesso più terribile è quello che riguarda «le idee, il non saperle abbandonare, cambiare». Ma guai a confondere questa necessaria e bella elasticità mentale col relativismo:«spesso anche nella Chiesa vince la piacioneria, il parlare per piacere a tutti, dire ciò che piace a tutti e con un tono “accattivante”…».

Contro questa falsa leggerezza, è invece importante «l’autoironia, il saper ridere di sé stessi, il non prendersi sul serio. Una persona saprà affrontare le proprie pazzie quando saprà essere autoironico». E l’ironia, il distacco, il far ridere, ridere delle cose vuol dire «relativizzarle, guardarle col giusto e necessario distacco».

Altre soluzioni oltre alla preghiera – vale a dire «il fidarsi di Dio, l’abbandonarsi alla Provvidenza, che è qualcosa che aiuta anche la salute mentale…» – sono quei “santi” peccati:la «santa pigrizia»: i veri peccati – ha spiegato don Rosini – «sono faticosi e fanno star male, non sono divertenti, sono un esproprio». Ed essere pigri vuol dire anche – soprattutto per i genitori – non essere sempre interventisti con gli altri, non risolvere sempre i problemi dei figli, ma responsabilizzarli».

E ancora: «la santa avarizia» è molto importante, cioè «il farsi un tesoro vero, essere ricchi della vera ricchezza, quella del Cielo, che nessuno ci può rubare». Infine, il sacerdote ha citato la «santa superficialità, una santa disattenzione» e «il sapersi interrompere, saper scendere dal treno quando si ha torto», il «sapersi contraddire, saper imparare ad aver torto. L’intelligente è chi si contraddice».

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 21 novembre 2025

Sari Bashi e l’amore possibile tra un’israeliana e un palestinese

16 Ott


La scrittrice il 12 ottobre ha presentato il suo romanzo al MEIS di Ferrara

Mentre scriviamo questo articolo, è da poco avvenuta la liberazione degli ostaggi israeliani da due anni nelle mani di Hamas. L’annuale rassegna letteraria “Il Libro Ebraico”, svoltasi dal 9 al 12 ottobre al MEIS di Ferrara sul tema “Un futuro da scrivere 2025” è stata quindi vissuta in un clima di speranza per la possibile fine del conflitto tra Israele e Hamas. 

Rassegna che si è conclusa domenica 12 con la presentazione del libro “Maqluba. Amore capovolto” di Sari Bashi (tradotto in italiano nel marzo 2025, e uscito per Voland ed.). Con l’autrice han dialogato Emanuele Ottolenghi (politologo e saggista), Maria Chiara Rioli (UniMoRe) e Claudio Vercelli (storico), moderati dal Direttore MEIS Amedeo Spagnoletto.

Sari Bashi è un’avvocata per i diritti umani israeliana, in passato dirigente di Human Rights Watch in Palestina e nel 2005 ha fondato Ghishà, organizzazione per i diritti umani e la libertà di movimento che fornisce assistenza legale a persone palestinesi, soprattutto di Gaza. È anche un’atleta e detiene il record israeliano femminile di ultramaratona (216 km). “Maqluba. Amore capovolto”, suo primo romanzo, ha vinto nel 2021 il premio del Ministero israeliano della Cultura come miglior esordio. Oggi Bashi vive in Cisgiordania con Osama, il suo compagno, palestinese di Gaza, e i loro due figli. Il libro – scritto prima del 7 ottobre 2023 – racconta proprio la storia d’amore di Sari e del suo compagno, professore universitario originario di Gaza.

«Nel libro c’è un gioco di identificazione ma anche di separazione, un’ambivalenza – questa – tipica delle storie d’amore ma qui ancora più forte vista la difficoltà di trovare un’identità non cristalizzata in rigidi convincimenti», è stato il commento di Vercelli al testo.

«Là fuori, oltre ciò che è giusto e sbagliato esiste un campo immenso: ci incontreremo lì»: questo, un passaggio del romanzo. Un oltre come immagine della suprema libertà, quella così agognata tanto da Sari quanto da Osama, «entrambi innamorati del mare e della corsa. Correre che è per me – ha spiegato Bashi – un modo di cimentarmi con diverse identità, oltrepassando diversi confini». Il 7 ottobre – ha proseguito l’autrice «è stato un crimine contro l’umanità e la guerra che ne è seguita qualcosa che si avvicina al genocidio». Ma «dopo due anni terribili, oggi sono animata da grandissima speranza.Spero che anche i miei suoceri palestinesi possano tornare a casa, come gli ostaggi israeliani. Per me il conflitto tra israeliani e palestinesi non è – come per alcuni commentatori – qualcosa presente da sempre, ma è causato principalmente dal sistema di oppressione (israeliano, ndr) che occupa uno spazio non suo e tratta alcune persone in maniera differente. Sistema, questo, causato dalla colonizzazione europea iniziata nel 1948».

In particolare dal 7 ottobre 2023 – sono ancora parole di Bashi a Ferrara – le parole vengono troppo spesso usate in modo polarizzante». Ma è possibile un modo diverso di approcciarsi: l’esempio che fa è innanzitutto quello di suo padre, «originario di una comunità ebraica in Iraq lì presente per secoli». O «dei miei figli che possono iniziare una frase in arabo, continuarla in inglese e finirla in ebraico». Insomma, le identità possono essere trasformate, l’incontro è possibile. «Spero che il mio libro possa permettere agli israeliani di  conoscere meglio il mondo di Osama e – se e quando sarà tradotto in arabo – di far conoscere meglio agli arabi il mondo ebraico. Vedo – ha poi concluso – una leadership dal basso sia tra i giovani israeliani sia tra i giovani palestinesi.Sono ottimista».

Meno lo è Ottolenghi: «nel libro le identità si incontrano ma nella realtà sono molto forti e antiche e davvero quasi impossibile modificarle. Nel mondo musulmano mediorientale le minoranze sono sempre state sottomesse alla maggioranza: il nazionalismo arabo non ha mai considerato, e non considera, gli ebrei come parte della loro società. È l’effetto di un antisemitismo moderno che si ispirava e si ispira a quello europeo».

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 17 ottobre 2025

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Casa, diritto negato: se i ricchi si mangiano tutto

9 Ott


Sarah Gainsforth a Ferrara per Internazionale ha presentato il suo libro “L’Italia senza casa”

Un sistema di dominio e di estrazione di valore che rende sempre più le nostre città spazi di passaggio per i più ricchi, espellendo le famiglie e i residenti storici. È questa la lucida analisi proposta da Sarah Gainsforth, giornalista e ricercatrice, che lo scorso 3 ottobre a Ferrara (Aula Magna Facoltà di Economia) ha presentato il suo ultimo libro, “L’Italia senza casa” (Ed. Laterza, 2025). L’autrice ha dialogato con Romeo Farinella (Urbanista di UniFe) e Diego Carrara, fino ad alcune settimane fa Direttore di ACER Ferrara.

«L’Italia è piena di case, ma molte di queste sono vuote, non sono abitabili», ha detto Farinella. «Gran parte degli italiani non hanno, quindi, diritto alla casa». «Sono stimati fra i 70mila e i 100mila gli alloggi vuoti nel nostro Paese», ha aggiunto poi Carrara. Alloggi che dovrebbero essere riqualificati, ma che vengono lasciati a se stessi, perché «mancano investimenti pubblici» (tradotto: perché il pubblico decide di non investire in questo ambito). In Emilia-Romagna gli alloggi pubblici sono 56mila, di cui 5mila vuoti (quelli vuoti sono il doppio nella sola Milano). Ma nella nostra Regione sono ben 30mila i nuclei familiari presenti nelle graduatorie pubbliche in attesa di un alloggio (a livello nazionale sono 350-450mila le famiglie che attendono).

Nel capitalismo contemporaneo «il valore non viene nemmeno più prodotto ma estratto», ha spiegato Gainsforth . Estrazione del valore dal suolo – per speculare a livello immobiliare – che è «un atto di violenza», e «così è sempre stato, dall’impero coloniale britannico fino a oggi, come avverrà a Gaza quale conseguenza della guerra in corso». In Italia, nel secondo dopoguerra vi era stato un periodo di politiche pubbliche atte a regolare la rendita.Politiche pubbliche presenti ancora, ma che «oggi favoriscono processi di privatizzazione dell’ambito immobiliare», iniziati negli anni ’80 e ’90 del secolo scorso. Tutto ciò per favorire quella produzione di valore di cui si è accennato, attraverso l’attività edilizia e grazie ai cambi di destinazione d’uso (da agricolo ad abitativo, perlopiù). Forma di speculazione immobiliare dominante negli ultimi anni è quella legata al turismo, divenuto nel tempo «lo strumento principale di estrazione di valore d’uso dal suolo», affittando sempre più alloggi a turisti (quindi per periodi brevi) e non a singoli o famiglie che vogliono risiedere. Questo rent gap porta alla cosiddetta gentrification, vale a dire alla trasformazione delle città con la sostituzione dei ceti medi e popolari con ceti con redditi più alti.

«Soprattutto negli ultimi 5 anni – ha proseguito Gainsforth -, anche in Italia abbiamo assistito a questo fenomeno – in crescita -, che vede un target sempre più ristretto: prima gli studenti, poi i turisti, ora i ricchi stranieri». Dagli affitti brevi a quelli medi. Gainsforth nell’ultimo numero della rivista Jacobin Italia (n. 28 – autunno 2025) spiega quindi come «gli affitti medi [alcuni mesi o un anno, ndr], intermediati da piattaforme digitali, sono in crescita e stanno monopolizzando il mercato delle locazioni». E scrive ancora: «Le case diventano più care, sempre più quartieri un tempo popolari diventano inaccessibili a residenti stabili, mentre coworking, caffè e palestre boutique sostituiscono negozi, asili e altri servizi tradizionali. La nuova offerta di abitare di medio periodo si intreccia con una domanda, anch’essa in crescita, composta da profili come nomadi digitali o expat temporanei, spesso con alto potere d’acquisto».

Così, la città diventa «una macchina di accrescimento della ricchezza privata, e naturalmente per pochi. Oggi – soprattutto in Italia – col dogma della proprietà privata è impensabile immaginare che il pubblico sia il proprietario del suolo (fenomeno che invece avviene ad esempio in Austria e in Olanda) ed è quindi impensabile proporre una riforma del catasto». Ma l’assolutizzazione della proprietà privata così intesa «non difende dalla povertà, non difende il diritto al lavoro né quello alla casa», ha aggiunto l’autrice. «Nelle città vediamo una sempre maggiore polarizzazione: i ricchi/molto ricchi e i poveri (i senzatetto)», dato che la gentrification sposta sempre più le fasce medio-basse fuori dalla città.

C’è quindi bisogno – ha detto Gainsforth – di «ripoliticizzare il tema della casa», di difenderlo come «diritto non privato ma di tutti». E una possibile soluzione – ha concluso – potrebbe essere quella di «rivalutare la forma cooperativa di proprietà».

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 10 ottobre 2025

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Foto: SevenStorm Juhaszimrus (Pexels)