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Esperienza possibile: ecco la vera mistica

28 Gen

A Ferrara presentato il libro “La scala mistica”: riflessioni

Molti quando sentono pronunciare il termine “mistico” pensano a qualcosa di distante, fumoso, per pochi eletti. Ma sbagliano: l’incontro col Signore è un’esperienza intima che ognuno può vivere.Certo, non qualcosa di immediato, ma di sicuro di possibile. Di questo e altro si è discusso nel pomeriggio dello scorso 19 gennaio nella Sala Agnelli della Biblioteca Ariostea di Ferrara in occasione della presentazione del libro “La scala mistica. Intelligenza e amore nella mistica d’Occidente dalle origini al Medioevo”, secondo di un dittico e curato da Giovanni Giambalvo Dal Ben, con prefazione di Antonella Lumini (ed. Le Lettere, 2024). Una 40ina i presenti che hanno ascoltato le voci dei due relatori, introdotti e moderati da Marcello Girone Daloli, ideatore del ciclo “Incontri con la Spiritualità applicata”.

Giambalvo Dal Ben è medico e oblato della Comunità Mondiale per la Meditazione Cristiana, mentre Lumini è una scrittrice ed eremita urbana in Firenze, dove da oltre quarant’anni porta avanti un’esperienza di vita ispirata alla pustinia (“deserto” in lingua russa). 

La scala, dunque, come simbolo mistico, quindi, ha riflettuto Giambalvo – «di unione fra terra e cielo, in entrambe le direzioni: per l’uomo affinché raggiunga Dio, per Dio che scende verso l’uomo». «Un’ascesi» possibile per ognuno, «un viaggio di purificazione e al tempo stesso di conoscenza nella gioia». Una «ricerca del distacco e dell’intima vicinanza tipiche della fede, tra sentimento e ragione». E, questo presentato, «un libro con una pluralità di voci», cristiane, di altre religioni o filosofie, perché «non esiste un’unica via per arrivare al divino». I due «montanti» della scala della mistica «sono Platone e il Vangelo secondo Giovanni»: filosofia antica e fede cristiana, quindi, come pilastri di questa costruzione, per poi arrivare a Plotino, Origene, Gregorio di Nissa, Pseudo Dionigi, Cassiano, Basilio e Giovanni Climaco con la sua di scala mistica, Giovanni Scoto Eriugena, e molti altri. Senza dimenticare la scala nel sogno di Giacobbe (Genesi 28, 10-17), e il Cristo che sale la scala della Croce nell’affresco presente nel coro del Monastero ferrarese di S.Antonio in Polesine. 

La mistica unisce quindi fede e ragione, filosofia e Sacra Scrittura e parte – ha poi preso la parola Lumini – con Platone e la sua concezione della meta della persona come un «ritorno all’origine, al divino, all’Assoluto»;un Dio «totalmente indeterminato che annienta l’individuale». Al contrario, nella Bibbia Dio è «creatore» e quindi «strettamente connesso con le sue creature», fino al cristianesimo in cui il divino si incarna nell’umano.

La mistica – ha proseguito Lumini -, nella sua origine va intesa come «una forma intima di teologia, che chiede silenzio, introspezione, il partire da sé, dunque un’esperienza profondamente connaturata all’umano, di incontro col divino». Non può dunque non essere una «mistica esperienziale», cioè «vissuta», non un mero lavoro intellettuale.Ed è quindi «una possibilità per ognuno, non riservata a pochi eletti». È «un’esperienza diretta, uno stile di vita», è qualcosa di «sperimentabile», è «lo stare in ascolto del desiderio profondo che ci abita: il desiderio del Vero e del Bello, in un cammino di trasformazione». Per questo, lo stesso Vangelo giovanneo è dominato da una «mistica dell’amore», in esso tutto gira «intorno alla dinamica trinitaria, che è una dinamica di amore, alla quale siamo  chiamati a conformarci, ascoltando la Parola e custodendola». Mistica dell’amore che è dunque anche una «mistica dell’ascolto e della visione» (credere per vedere e vedere per credere), l’«osservare e ascoltare il Verbo che non conosciamo ma che ci prende, ci tiene». «Attenzione e ascolto» quindi sono decisivi, per arrivare poi alla «contemplazione» e alla «preghiera pura». Quella cristiana è, perciò, una «mistica incarnata», dove non vi è (come in Platone) distacco dalla materia ma «un processo di deificazione che richiede quiete, silenzio, purificazione del cuore, spoliazione e desiderio di abbandono». Insomma – ha aggiunto Giambalvo – «tutto ciò che rende possibile l’intervento della Grazia».

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 30 gennaio 2026

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Parrocchia di S. Agostino: in un libro i primi 50 anni di una storia speciale 

20 Dic

Tracce di Vangelo nella comunità di S. Agostino è il titolo del volume che racconta la vita dagli inizi difficili negli anni ’70, tra Messe nei garage ed elemosine davanti la Coop…

di Andrea Musacci

Una conchiglia rovesciata in un quartiere residenziale come tanti: questa fu la novità architettonica che rappresentò 50 anni fa la costruzione della chiesa nel quartiere Krasnodar di Ferrara. Non un vezzo formale, ma la tenda, la nuova casa di una comunità nata, e di continuo in cammino, attorno all’Eucarestia. E che ha cambiato e continua a cambiare il quartiere, e ad accogliere i suoi abitanti.

 Tutto questo viene raccontato nel libro appena uscito dal titolo Tracce di Vangelo nella comunità di S. Agostino (dicembre 2025). Sottotitolo: «Conosco le tue opere / Ho aperto davanti a te una porta che nessuno può chiudere» (Ap 3,8). Il volume a cura di Nicola Martucci, Federica Pintus e Patrizia Trombetta, è edito come Quaderno n. 56 del CEDOC – Centro Documentazione Santa Francesca Romana.

Libro che è il frutto di un lavoro di raccolta e organizzazione del materiale durato oltre due anni e che esce in un periodo speciale, alla fine dell’Anno Santo, e col cambio dopo dieci anni del parroco (don Saverio Finotti ha preso il posto di don Michele Zecchin alla guida dell’Unità Pastorale col Corpus Domini). Il volume è stato presentato il 13 dicembre con gli interventi di alcuni ex parroci.

Questa è una storia che prende avvio nel periodo postconciliare, in quegli anni ’70 nei quali nasce il quartiere Krasnodar nella zona sud della città, così chiamato per il gemellaggio nel ’74 con l’allora centro sovietico, 20 anni dopo gli aiuti da quella città in seguito alla “rotta” del Po. Insieme alle case e alla scuola, fu costruita la chiesa, dedicata solo nel 2004. 

PRIMI ANNI TRA FREDDO E CATINI IN RAME

L’atto costitutivo della parrocchia si realizza nella Celebrazione Eucaristica del 15 dicembre 1974 (ma l’atto costitutivo è del 1° gennaio ’72); tutto, però, nasce prima: «i documenti parlano di una necessità». La progettazione è affidata nel ’72 all’arch. Aldo Cotti di Bologna e all’ing. Vittorio Mastellari di Mirabello. Prima viene costruita la canonica, consegnata nel ’74, poi nel ’78 la chiesa (inaugurata dal Vescovo Franceschi con la celebrazione delle prime comunioni), infine le opere parrocchiali. L’impresa costruttrice è la ditta Battaglia Romeo di Dogato: «furono gli stessi muratori che, consegnando l’edificio al grezzo, donarono la croce di legno fissata nel punto in cui si trova ancora oggi e che sostiene il prezioso crocifisso ligneo proveniente dalla chiesa di Santa Maria in Vado» e donato nel ‘92.

Una genesi particolare, dato che chiesa e canonica sorgono sull’antico letto del canale Mambro, tombato negli anni precedenti: per effetto di successivi fenomeni climatici, si resero necessari lavori strutturali, prima nel 2016 e poi nel 2022-2024. Un inizio a tappe, e non facile, sicuramente curioso: «Il grezzo delle strutture rimase visibile a lungo, almeno fino ai primi anni Ottanta. L’edificio fu consegnato privo di impianti elettrico e di riscaldamento; alcuni parrocchiani (…) posero i primi fili volanti e montarono i faretti. Successivamente si installò la cisterna del gasolio per il riscaldamento. Nei primi anni, la chiesa risultava particolarmente fredda. Il pavimento rimase una gettata di cemento polveroso e difficile da pulire fino al 1984, quando, grazie all’artigiano e parrocchiano Carlo Droghetti, fu posata la prima pavimentazione (…)». Nello stesso anno nasceva il Consiglio pastorale e l’anno dopo, di fatto, quello economico. In seguito vengono intonacate le pareti. E all’inizio, per i Battesimi «si adoperava un catino in rame su un tavolino, e il cero pasquale era in materiale plastico».

GARAGE ED ELEMOSINE

Il primo parroco, allora 38enne, è don Giancarlo Pirini. Così ricordava quei primi tempi: «Mi ricordo che quel 15 dicembre 1974 era un giorno pieno zeppo di nebbia e la zona di viale Krasnodar non aveva nulla da invidiare ad una località sperduta: era là, ai confini, dopo le due ferrovie». Fin da subito, la vicinanza agli ultimi è l’essenza della missione nel quartiere: «andavamo davanti alla Coop, di sera, a chiedere l’elemosina», con annessa recita del S. Rosario. Don Pirini viene affiancato, fin da subito, da don Ivano Casaroli, prete da 6 anni. Quest’ultimo ricorda la sua prima notte a Sant’Agostino: «I muri della casa non avevano avuto il tempo di asciugarsi; il riscaldamento al massimo provocò l’uscita di tanta acqua dai muri (…). Ricordo tanto fango attorno alla canonica e agli altri palazzi; le amicizie che cominciavano a nascere; il catechismo in casa nostra, nei garage e nelle case (…); l’entusiasmo che, crescendo, spingeva le persone a passare dall’osservazione al coinvolgimento». Una storia fatta anche di tanti sacerdoti che, per più o meno tempo, hanno prestato servizio in questa parrocchia: una trentina, con stili e provenienze diverse.

Don Casaroli ricorda anche la prima Messa, in un garage, il 15 dicembre ‘74: «venne l’Arcivescovo Mosconi e insieme a me e a don Giancarlo, celebrammo la Messa di inizio dell’attività parrocchiale. Davanti a un gruppetto di persone, più amiche di noi preti che residenti nel quartiere, iniziammo la nostra attività tra entusiasmi, scoraggiamenti, prime conoscenze. La domenica successiva alla prima Messa non si presentò nessuno e non capitò solo la prima domenica». I due sacerdoti non si abbatterono: «io e don Giancarlo avevamo deciso di andare a spasso insieme, non ognuno per conto proprio. E la gente piano piano è arrivata…». Continuarono le Messe in luoghi anomali, negli stenditoi condominiali e nei garage. Un altro aneddoto di questo periodo riguarda il canto liturgico: «I primissimi giovani, quelli dai capelli lunghi degli anni Settanta, sapevano suonare la chitarra (…). Il repertorio iniziale era vario e, tra i canti di Giombini e Chieffo, talvolta si cantava anche Dio è morto di Guccini». Nel ’75 a S. Agostino si insedia anche, nell’ambito della carità, la Conferenza San Vincenzo de’ Paoli mentre la Caritas “arriverà” nel ‘92.

MILLE VOLTI DELL’ACCOGLIENZA

E a proposito degli anni ’90, nel quartiere un altro complesso residenziale viene tirato su nella prima metà di quella decade, ma senza esercizi commerciali. Per questo, 30 anni fa «l’impegno parrocchiale (…) si estese su molti fronti della vita sociale: dalla lotta alla tossicodipendenza alle sollecitazioni verso l’Amministrazione comunale per la carenza di servizi nel quartiere». E nel 1988 in seno alla parrocchia nasce l’Associazione Arcobaleno, per minori a rischio, e nel ‘92 l’Associazione Viale K, per affrontare povertà e disagio sociale.

Insomma, un pezzo di Chiesa, questa parrocchia, cresciuta e che continua a crescere e a trasformarsi seguendo anche lo sviluppo e le contraddizioni del quartiere nel quale è insediata: non, quindi, un corpo estraneo, ma tessuto vivo nella trama della vita dei residenti (e non solo). Parrocchia come “casa tra le case”, luogo di accoglienza e di condivisione, di ricerca e di sperimentazione, di memoria e di costruzione di bene comune. Nasce poi anche il giornalino parrocchiale Insieme a favore di tutti, ancora attivo e cresciuto molto, e dal Giubileo del 2000 l’esperienza dei Laboratori pastorali: nati nel 2002, furono «occasioni aperte di analisi, confronto e progettazione della pastorale parrocchiale, strutturate in fine settimana residenziali, che offrirono tempi adeguati e uno stile adatto alla costruzione di veri e propri cammini». Dopo gli attentati islamisti in Francia, nel 2015 in parrocchia nasce il Gruppo Incontro di amicizia tra cristiani e musulmani, ancora presente.

Facendo un passo indietro nel tempo, nei primi anni ’80, in accordo con la Caritas Diocesana, vengono inviati in parrocchia gli obiettori di coscienza: uno dei primi è Patrizio Fergnani, che poi va a vivere nel quartiere Krasnodar con la sua famiglia (dove ancora risiede). Così racconta nel libro: «Dal settembre 1983 al febbraio 1985 ho svolto il servizio civile come obiettore di coscienza, assegnato alla Caritas di Ferrara. Eravamo un gruppo di obiettori, a tempo pieno in parrocchia. Dormivamo in una stanza delle opere parrocchiali».

Ci sarebbe tanto altro da raccontare: lo si fa, per quanto possibile, in questo libro che è un pezzo fondamentale della storia della nostra Chiesa in Ferrara-Comacchio. Quel che è l’essenza di tutta questa storia – e lo scegliamo come finale di questo nostro articolo – lo spiega bene don Michele Zecchin nella sua Postfazione: «Una sola trama, un solo Popolo: la parrocchia è un cammino condiviso che attraversa i decenni e supera i cambi di guida, perché il Pastore è Cristo».

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 19 dicembre 2025

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(Foto: don Pirini e don Casaroli coi bimbi della parrocchia)

Una Certezza nel cuore per affrontare i dolori dell’esistere

19 Dic

Immerso nell’amore è il nuovo libro di Alberto Fogli: un cammino verso la luce

di Andrea Musacci

Immerso nell’amore. Il buio profondo e il faticoso ritorno alla vita. Una misteriosa vigilia di Natale (Gruppo Sigem/Celloni Editori, ottobre 2025) è il titolo dell’ultimo libro di Alberto Fogli, ex docente e giornalista, che firma il volume con lo pseudonimo Albert Fohy.

Siamo nel 2020, in quello che verrà per sempre ricordato come l’anno del covid, con «bare e bare di chi era purtroppo caduto sotto la falce della morte senza un qualche giustificato motivo e, tanto meno colpa; fu uno shock generalizzato». 

VIA CRUCIS, VIA CAELESTIS

Alfred Taylor, residente in Italia, protagonista di questa storia, è un uomo anziano, un padre, un nonno, da alcuni anni rimasto vedovo dopo la morte della sua Myriam. Nel 2020 Alfred viene intubato in terapia intensiva. Si troverà fisicamente ma soprattutto spiritualmente, in una sorta di limbo, vivendo un’esperienza anche simile a quella della pre-morte (ne parla ad esempio Antonio Socci in Tornati dall’Aldilà e in Caterina). Un viaggio “allucinato”, drammatico e sublime, che lo porterà a Roma per un convegno culturale, sequestrato, poi in giro per l’Umbria. In questi viaggi “altrove”, «provava come un senso di leggerezza mai scoperto prima. Si librava in un cielo di un azzurro quasi celestiale. Volava in leggerezza in un infinito incredibile. Non esisteva più niente: né tempo, né spazio. Solo un grande silenzio ed una serenità mai provata nella vita; una serenità che gli parlava solo di Amore e che lo faceva sentire immerso nell’Amore». Ma il presente per Alfred è il coma farmacologico, la «disperazione», la «sofferenza senza fine», la «battaglia immane». E poi ancora i “viaggi”, fuga e lenitivo da quel dolore, da quella solitudine: Alfred si trova sulla spiaggia di Milano Marittima con le sue due nipotine, alle Dolomiti bellunesi (torneranno nelle memorie legate ai primi viaggi con Myriam). Ma anche qui la minaccia del nemico, l’agguato dell’estraneo è realtà, pur nella fantasia. Come lo è nella veglia, con un crollo della sua salute poco prima di Natale. E proprio la vigilia del giorno tanto atteso, avviene il miracolo: «Alfred apre gli occhi, sorride ai presenti e inizia a respirare autonomamente». Il respiro che è ruah, Spirito. Il successivo passaggio nel reparto di degenza rappresenta però un nuovo abisso, quel «vuoto in cui vagava senza luogo e senza tempo».

AMORE CHE REDIME…

E qui appare il viso angelico, eterno di Myriam (lui la chiama Jho), cuore più intimo del suo cuore, sua amata, volto dell’amore eterno. Colei che diventerà sua moglie. Apparizione, divina epifania: il nascere dell’Eterno nella carne sarà rappresentato, qui, dal rinascere spirituale di Alfred anche grazie alla presenza femminile – in carne e spirito –, del volto dell’amata. Dell’altro-da-me che ancora una volta, sempre, mi salva.

Il tempo è quello che un’esperienza del genere, però, permette di recuperare, certo trasfigurando volti e ricordi, ma pur sempre salvandoli dall’oblio. Così, nella terza parte del libro, Fohy ripercorre i momenti indimenticabili dell’incontro e dell’innamoramento con Myriam: la «paziente attesa», il profumo dei fiori, il primo bacio, il ballo «sulla celestiale musica di Strauss», il matrimonio nel mese di maggio, la nascita dei due figli, i pellegrinaggi nei luoghi della cristianità per rafforzare il loro sposalizio. “Licenze” al romanticismo più puro non solo concesse ma anzi ben accolte, che il clima di dramma e sofferenza evita di trasformare in sdolcinatezze. Il loro amore è pieno non perché perfetto ma perché relazione che si svolge nella reciproca fiducia, nel dono e nell’abbandono, nella fede. «E così pensando pregavano…». E la preghiera si fa anche contemplazione della bellezza dei doni di Dio nel creato, «mentre esprimevano, nel loro intimo, il desiderio di conoscere l’Autore di tanta bellezza. La bellezza del cuore umano. La bellezza dell’amore».

…AMORE OLTRE LA MORTE

Amore più forte della morte intesa come limite terreno ultimo e come anticipo della fine nella sofferenza. Quella che colpirà Myriam, tornata al Padre nel giugno del 2018: «Questi ultimi sette anni li ha trascorsi sulla sua croce in un deserto umanamente sempre più arido ma illuminato dalla Fede non mancando di sostenere i suoi cari nei loro impegnativi incarichi nel mondo del volontariato, sociale ed ecclesiale. Sempre presente e lucida, aveva ricevuto il conforto ultimo dei Sacramenti. La sua apparente serenità meravigliava il personale sanitario data l’estrema sofferenza fisica stampata sul suo volto».

LA CROCE DEL RIMPIANTO

Una nuova croce – dolorosa ma “necessaria” – ora la dovrà portare Alfred: quella del «rimpianto per ciò che poteva essere e non è stato, per ciò che si voleva dire e non si è detto, per ciò che si voleva fare e non si è fatto e per quanto si poteva amare e non si è amato». «Io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio», per dirla con San Paolo (Rm 7, 19). Un rimpianto che, come tale, non dà compagnia a chi lo vive ma anzi accentua la solitudine, la rende più pesante, più angosciosa. E rimpianto che è anche rimorso: «vorresti rivolgerti al cielo chiedendogli di rimandarti la tua Jho, anche solo per qualche tempo, per poter scaricare la tua amarezza per certi tuoi comportamenti mai corretti e chiederle perdono ricevendo, possibilmente, un abbraccio liberatorio». Il distacco della morte, dunque, segna un solco tra Alfred e la pace anelata, un abisso tra un passato agrodolce ma comunque vissuto nell’amore, e un presente da ricostruire. Il passato si avvelena, il rimpianto lo adultera, spegnendo così le luci dell’avvenire. Il passato diventa una pietra scagliata su una serenità tanto desiderata. Non “il passato”, ma “un passato”: perché la memoria è sempre selettiva e l’assenza di speranza nel cuore la rende amara, insopportabile.

CERTEZZA

Ma come una prima rinascita di Alfred avvenne col primo incontro con l’amata, così anche ora le mani e gli occhi di lei tornano ad essere rassicuranti, a lenire le ferite, a ridare conforto, pur non più nella forma del corpo, per la via dei sensi.

Ora, la Speranza di Alfred è la Certezza di Myriam.

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 19 dicembre 2025

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(Foto Ivan S – Pexels)

Un treno che si chiama Carità: il libro postumo di Gianni Fiocchi

17 Dic

«Venite e vedrete», dice Gesù ai primi due discepoli. Messaggio ripreso – come lascito – da Gianni Fiocchi, barelliere Unitalsi a Lourdes, nel suo libro uscito postumo

di Andrea Musacci

«Venite e vedrete», dice Gesù ai primi due discepoli che si mettono alla sua sequela (v. Gv 1, 29-42). L’invito a incontrare la Verità, a sperimentarla direttamente con gli occhi di carne e soprattutto con quelli del cuore, è l’invito che si rinnova, da allora, ogni qual volta parole di scherno o di scetticismo vengono proferite riguardo alla Bellezza e all’unicità del vivere seguendo il Risorto. 

E sono quelle che chissà quante volte, col tono fermo e lo sguardo dolce, ha pronunciato Gianni Fiocchi, barelliere volontario dell’Unitalsi di Ferrara e dirigente del locale Serra club, tornato al Padre lo scorso marzo all’età di 72 anni. Proprio l’Unitalsi ferrarese e il Serra club hanno da poco dato alle stampe il suo libro dedicato all’esperienza che gli ha sconvolto la vita, dal titolo Quel treno per Lourdes (novembre 2025).

Libro che, oltre a un testo dell’Assistente spirituale don Giovanni Pisa, contiene due significative prefazioni: quella di Neda Barbieri, Presidente sottosezione Unitalsi Ferrara, e quella di Alberto Lazzarini, Governatore del Serra club dell’Emilia-Romagna. Barbieri nel libro scrive: «Gianni era l’animatore delle feste di Capodanno, colui che alleggeriva momenti complessi con una battuta e un sorriso, che leggeva sempre la preghiera finale nelle celebrazioni e che raccontava con passione la bellezza di un’amicizia con una persona malata o fragile in particolare dopo essere stato lui stesso toccato dalla malattia».

«PER CONFONDERE I SAPIENTI»

«In quel tempo Gesù disse: “Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli”» (Mt 11, 25).

Fiocchi era stato a Lourdes molte volte negli ultimi 30 anni, come barelliere capo dei treni bianchi e come hospitalier. Dicevamo del “venire e vedere” come regola del vivere. «Che cos’ha questo luogo in più di altri? Lo scoprirai venendo a Lourdes – scriveva Fiocchi -, vivendo intensamente i giorni del tuo pellegrinaggio, raccogliendoti in preghiera alla grotta, visitando i luoghi dove ha vissuto Bernardette. Una bella storia quella di Lourdes che si ripete anno dopo anno, viaggio dopo viaggio e non finisce mai».

Una storia iniziata nel 1844 con la nascita di Bernadette Soubirous nel mulino di Boly, dove visse felice i primi anni: in questi momenti «Dio ci sembra vicino», ma Bernardette «sperimenterà la fedeltà di Dio che non abbandona mai quelli che ama». La Vergine Maria – prosegue Fiocchi – in lei «ha scelto la persona più povera e ignorante per rivelarci che ognuno di noi occupa un posto unico nel cuore di Dio. (…) la “follia” di Lourdes non è altro che la “follia” del Vangelo (…). Dio, come tante altre volte, si è servito di un povero per confondere i sapienti, al punto che ha affidato il messaggio di Maria nelle umili mani di Bernardette». Parole che richiamano il Magnificat: «L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore, perché ha guardato l’umiltà della sua serva (…) ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili».

QUELL’ACQUA CHE MONDA DAL PECCATO

L’umiltà, certo: «Quello che succede a Bernardette, è ciò che noi tutti siamo invitati a scoprire nella nostra vita», scrive ancora Fiocchi. «Dobbiamo essere umili nel chiedere aiuto e non chiuderci nel nostro orgoglio, e proseguire il nostro cammino nonostante la nostra povertà, la sfiducia, lo sconforto, la paura di ricevere rifiuti da chi ci circonda, così come è stato per Bernardette». Aquerò (“Quella là”, come Bernardette chiamava la Madre di Dio) il 18 febbraio, nella terza apparizione, «le ha rivelato che lei, Bernardette è importante per Dio, ed è amata da Lui». 

E la giovane in queste visioni scopre anche «il senso del peccato: è quello di non amare Dio che ci ama tanto. Il peccato sporca, deforma la somiglianza con Dio che è in noi in forza del battesimo (…) ma la ragazza non si scoraggia, l’acqua della sorgente poco a poco diventa limpida, il suo volto lavato dall’acqua ritrova finalmente la sua luce, e torna la gioia e così anche la folla. È la gioia ritrovata del peccatore perdonato». 

Bernardette – riflette ancora Fiocchi – «non è santa perché ha visto la Madonna, lo è diventata per grazia di Dio, per la sua risposta di fedeltà nel compiere la volontà e nell’abbracciare la pesante croce che l’ha macinata come il grano del suo mulino. Bernardette ha così tracciato un solco, un cammino di santità che tutti, anche se con modalità diverse, possono percorrere con l’aiuto della Vergine».

L’ENTUSIASMO» DI QUEI «QUATTRO PAZZI»

«Estate 2002, il mio primo viaggio, sembra ieri…sono trascorsi dieci anni. Mi avevano “avvisato”, “prendi quel treno e non scenderai più”». E Fiocchi, infatti, da quel treno non c’è mai sceso, come scrive Lazzarini nella sua prefazione: «anzi è ancora là con gli ammalati, con chi vive la solitudine e la sofferenza, ma anche con i suoi colleghi “carrettieri” e suoi amici e conoscenti…».

Quel «treno bianco, carico delle sue sofferenze, delle sue miserie, delle sue speranze ma soprattutto carico di una fortissima fede, mai messa in discussione, che si rinnova sempre, anno dopo anno, viaggio dopo viaggio». Sono oltre 20 le ore di viaggio in treno per arrivare a Lourdes. Fiocchi scrive che più che “bravo” per ciò che fa si ritiene “fortunato” dato «che in cambio di un semplice gesto riceve, quale prezioso compenso, un sorriso da chi soffre, un momento di felicità da chi è meno fortunato». Nessuna risposta razionale può spiegare quel non riuscire, una volta saliti, a scendere da quel treno, se non materialmente, con tutta l’anima: «so solo che inspiegabilmente continuo a riprenderlo con immutato entusiasmo».

Un treno normale, come tanti, ma con un carico «speciale»: «non normali viaggiatori che si servono del treno per i propri spostamenti, ma persone, abili e non abili, legate da un rapporto comunitario dove ricevere e donare non ha più significato, dove la sostanza di scambio è esclusivamente amore vero». Quasi 24 ore di viaggio «trascorse in letizia uno accanto all’altro, dove scompaiono le umane etichette che ci separano nella vita di ogni giorno, dove l’uguaglianza regna sovrana». «Sì, forse siamo matti, siamo felicemente contagiati dal virus, benigno, di Lourdes», scrive ancora Fiocchi; «scusate, quei quattro uomini, come riportato nel Vangelo di Marco, che scoperchiano una casa pur di mettere al cospetto di Gesù un ammalato, non sono quattro pazzi? Ma quattro pazzi da ricevere la gratitudine di Gesù…».

PIANTO LIBERATORE

Per concludere, uno dei commoventi aneddoti legati a Lourdes che Fiocchi racconta nel libro, una sorta di testamento nel testamento: «Pellegrinaggio, giugno 2007, sono di servizio con altri fratelli alle “piscine”, entra un uomo in evidente stato di agitazione. Spogliatosi, lo invito ad un suo personale momento di raccoglimento prima di essere immerso nell’acqua di Lourdes. Questi con fare di sfida mi guarda dritto in faccia e mi dice che non ci crede. È venuto a Lourdes, si sta per bagnare in quell’acqua fatta sgorgare da Maria per mezzo di Bernardette e non crede. Pochi attimi e scoppia in un pianto dirotto, entra nella vasca, va verso l’immagine di Maria, si inginocchia, la bacia e la ringrazia perché il figlio è uscito dal tunnel della droga. Ci ha abbracciati uno per volta, lentamente è uscito con uno sguardo nuovo, non più sprezzante ma pieno di Fede».

Insomma, in questo libro-testamento Fiocchi, alla fine, ci lascia un unico grande messaggio: per assaporare «l’intensità» dell’emozione tipica di Lourdes, «la devi solamente provare, la devi solamente vivere».

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 19 dicembre 2025

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Quella santa contraddizione che ci libera e ci ricorda chi è Dio

21 Nov

DON FABIO ROSINI A FERRARA. Il Cinema di San Benedetto era pieno la sera del 12 novembre scorso per la presentazione del suo ultimo libro “Ma anche no”

Esiste un distacco che ci avvicina agli altri, uno svuotamento che riempie la vita, una relativizzazione che ci fa incontrare la Verità.

È questa la provocazione intellettuale – e di fede – che don Fabio Rosini lancia nel suo ultimo libro, “Ma anche no. La sfida della complessità e l’arte dell’et-et” (San Paolo Edizioni, 21 ottobre 2025, 18 euro). Libro che ha presentato la sera dello scorso 12 novembre nel  Cinema San Benedetto di Ferrara, davanti a una sala piena di persone (mentre la mattina successiva nel Seminario di via Fabbri ha relazionato al solo clero sul Vangelo secondo Matteo).

Il sacerdote romano – introdotto dal nostro Vicario Generale e Direttore Ufficio Comunicazioni Sociali mons. Massimo Manservigi, è andato – com’è nel suo stile – a cuore del discorso: «farsi degli idoli, farsi un film», come si usa dire nel gergo comune, è un vizio molto diffuso. Invece, dovremmo imparare la difficile arte dell’et-et, non dell’aut-aut, non delle «assolutizzazioni».

Et-et che è contraddizione, complessità, ma in realtà anche «equilibrio»: com’era – ad esempio – una volta nel saper vivere la ferialità e la festività della domenica, tradizione oggi perduta. O dal ricordarsi (!) – contro ogni tentazione fluid – che «la vita nasce dal maschile e dal femminile, e quindi chi li nega, nega la vita». Così, un altro modo di negare la ccomplessità lo vediamo nella «comunicazione politica, dove l’altro è sempre uno schifo, un disgraziato», dove quindi domina «la logica della mostrificazione».

La psicoanalista Melanie Klein – ha proseguito don Rosini – con la sua teoria della scissione ha analizzato bene questo meccanismo: «per sopravvivere  il bambino deve dividere il buono cattivo, ciò che è vita da ciò che è morte», il suo è un processo di autodifesa necessario. Poi però «devi iniziare un processo di integrazione, dove esci da questa scissione primordiale». Ed è «tipico della fede cattolica portare il soggetto a questa maturità», insegnare l’arte dell’et-et, con una fede dove «il Cristo è vero Dio e vero uomo. Tutto ciò che è cattolico implica il suo contrario». E «il contrario di cattolico è “fazioso”». È quindi – questo – «un processo di relativizzazione necessario» perché «c’è sempre qualcosa che ci sfugge, iqualcosa che non vediamo». La realtà «è organica non matematica, implica cioè il suo contrario. Come la Chiesa, che è un corpo», come dice San Paolo: siamo tutti diversi, ognuno è una parte di un corpo e ogni parte è necessaria; se manca una parte, soffri».

Nell’odierna comunicazione – ha proseguito il relatore – oggi dev’essere invece tutto assolutizzato, «trasformato in notizia, tutto deve diventare eccezionale, sensazionalistico, sopra le righe, altrimenti non esiste, non ha valore. E questo spesso viene insegnato ai bambini: “dacci oggi il nostro mostro quotidiano”. René Girard ha spiegato bene questa dinamica del capro espiatorio, secondo cui per sopravvivere dobbiamo avere un nemico comune: così è stato ad esempio per il nazismo con gli ebrei».

Non a caso, «la cronaca nera attira più dello sport, che pure è un’altra forma mimata dell’avere un nemico». Oggi è diffuso «l’orrore di essere sconfitti, di arrivare secondi: per essere mi devo affermare, quindi devo gareggiare, quindi devo vincere». Di conseguenza, «l’invidia è il peccato per eccellenza» («la morte è entrata nel mondo per invidia del diavolo», Sap 2, 24).

Come uscire quindi da questa «dinamica della colpevolizzazione e della rivalità»? Da questo «meccanismo fazioso, contrappositivo, colpevolizzante»? «Facciamo – ho pensato – un libro», per cercare di aiutare ad «evitare innanzitutto di attaccarsi a un dettaglio ma guardare la totalità e la complessità» delle cose e delle persone. Invece noi abbiamo «le nostre idolatrie per superare le nostre incertezze. La sicurezza è bella ma se la assolutizzi diventa dittatura. La verità è importante ma se in suo nome uccidi, diventi un persecutore». È dunque logica conseguenza che «tutti i malvagi pensano di fare del bene e fanno vittimismo, si sentono vittime di altro, si giustificano sempre».

Invece la misericordia nasce «dal sapersi peccatori, dal sapersi cattivi. Il perdono nasce dal sentirsi peccatori, da riconoscere che si sbaglia, nasce quando scopri di non essere perfetto». È – ha proseguito don Rosini – «un processo di kenosis, di svuotamento. Se ti paragoni con gli altri, trovi sempre qualcuno peggio di te; ma se ti misuri con Gesù Cristo, cambi atteggiamento, togli le maschere della presentabilità: maschere che col tempo sono diventate pelle, quindi gabbia».

Per uscire da questa visione, secondo l’autore c’è bisogno innanzitutto di «distacco», cioè «il saper perdere qualcosa per vedere meglio la realtà, per davvero riuscire a metterla a fuoco». Questo perché «ogni scelta implica una perdita» e «chi sceglie è l’adulto», solo l’adulto sa scegliere. Il distacco implica quindi il perdere, il «saper staccarsi dalle cose», non farsi dominare da esse. Implica il «saper dire di no, saper rinunciare». Insomma: «si può lasciare qualcosa», possiamo non avere tutto: sono i pazzi a raccogliere tutto». E il possesso più terribile è quello che riguarda «le idee, il non saperle abbandonare, cambiare». Ma guai a confondere questa necessaria e bella elasticità mentale col relativismo:«spesso anche nella Chiesa vince la piacioneria, il parlare per piacere a tutti, dire ciò che piace a tutti e con un tono “accattivante”…».

Contro questa falsa leggerezza, è invece importante «l’autoironia, il saper ridere di sé stessi, il non prendersi sul serio. Una persona saprà affrontare le proprie pazzie quando saprà essere autoironico». E l’ironia, il distacco, il far ridere, ridere delle cose vuol dire «relativizzarle, guardarle col giusto e necessario distacco».

Altre soluzioni oltre alla preghiera – vale a dire «il fidarsi di Dio, l’abbandonarsi alla Provvidenza, che è qualcosa che aiuta anche la salute mentale…» – sono quei “santi” peccati:la «santa pigrizia»: i veri peccati – ha spiegato don Rosini – «sono faticosi e fanno star male, non sono divertenti, sono un esproprio». Ed essere pigri vuol dire anche – soprattutto per i genitori – non essere sempre interventisti con gli altri, non risolvere sempre i problemi dei figli, ma responsabilizzarli».

E ancora: «la santa avarizia» è molto importante, cioè «il farsi un tesoro vero, essere ricchi della vera ricchezza, quella del Cielo, che nessuno ci può rubare». Infine, il sacerdote ha citato la «santa superficialità, una santa disattenzione» e «il sapersi interrompere, saper scendere dal treno quando si ha torto», il «sapersi contraddire, saper imparare ad aver torto. L’intelligente è chi si contraddice».

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 21 novembre 2025

Sari Bashi e l’amore possibile tra un’israeliana e un palestinese

16 Ott


La scrittrice il 12 ottobre ha presentato il suo romanzo al MEIS di Ferrara

Mentre scriviamo questo articolo, è da poco avvenuta la liberazione degli ostaggi israeliani da due anni nelle mani di Hamas. L’annuale rassegna letteraria “Il Libro Ebraico”, svoltasi dal 9 al 12 ottobre al MEIS di Ferrara sul tema “Un futuro da scrivere 2025” è stata quindi vissuta in un clima di speranza per la possibile fine del conflitto tra Israele e Hamas. 

Rassegna che si è conclusa domenica 12 con la presentazione del libro “Maqluba. Amore capovolto” di Sari Bashi (tradotto in italiano nel marzo 2025, e uscito per Voland ed.). Con l’autrice han dialogato Emanuele Ottolenghi (politologo e saggista), Maria Chiara Rioli (UniMoRe) e Claudio Vercelli (storico), moderati dal Direttore MEIS Amedeo Spagnoletto.

Sari Bashi è un’avvocata per i diritti umani israeliana, in passato dirigente di Human Rights Watch in Palestina e nel 2005 ha fondato Ghishà, organizzazione per i diritti umani e la libertà di movimento che fornisce assistenza legale a persone palestinesi, soprattutto di Gaza. È anche un’atleta e detiene il record israeliano femminile di ultramaratona (216 km). “Maqluba. Amore capovolto”, suo primo romanzo, ha vinto nel 2021 il premio del Ministero israeliano della Cultura come miglior esordio. Oggi Bashi vive in Cisgiordania con Osama, il suo compagno, palestinese di Gaza, e i loro due figli. Il libro – scritto prima del 7 ottobre 2023 – racconta proprio la storia d’amore di Sari e del suo compagno, professore universitario originario di Gaza.

«Nel libro c’è un gioco di identificazione ma anche di separazione, un’ambivalenza – questa – tipica delle storie d’amore ma qui ancora più forte vista la difficoltà di trovare un’identità non cristalizzata in rigidi convincimenti», è stato il commento di Vercelli al testo.

«Là fuori, oltre ciò che è giusto e sbagliato esiste un campo immenso: ci incontreremo lì»: questo, un passaggio del romanzo. Un oltre come immagine della suprema libertà, quella così agognata tanto da Sari quanto da Osama, «entrambi innamorati del mare e della corsa. Correre che è per me – ha spiegato Bashi – un modo di cimentarmi con diverse identità, oltrepassando diversi confini». Il 7 ottobre – ha proseguito l’autrice «è stato un crimine contro l’umanità e la guerra che ne è seguita qualcosa che si avvicina al genocidio». Ma «dopo due anni terribili, oggi sono animata da grandissima speranza.Spero che anche i miei suoceri palestinesi possano tornare a casa, come gli ostaggi israeliani. Per me il conflitto tra israeliani e palestinesi non è – come per alcuni commentatori – qualcosa presente da sempre, ma è causato principalmente dal sistema di oppressione (israeliano, ndr) che occupa uno spazio non suo e tratta alcune persone in maniera differente. Sistema, questo, causato dalla colonizzazione europea iniziata nel 1948».

In particolare dal 7 ottobre 2023 – sono ancora parole di Bashi a Ferrara – le parole vengono troppo spesso usate in modo polarizzante». Ma è possibile un modo diverso di approcciarsi: l’esempio che fa è innanzitutto quello di suo padre, «originario di una comunità ebraica in Iraq lì presente per secoli». O «dei miei figli che possono iniziare una frase in arabo, continuarla in inglese e finirla in ebraico». Insomma, le identità possono essere trasformate, l’incontro è possibile. «Spero che il mio libro possa permettere agli israeliani di  conoscere meglio il mondo di Osama e – se e quando sarà tradotto in arabo – di far conoscere meglio agli arabi il mondo ebraico. Vedo – ha poi concluso – una leadership dal basso sia tra i giovani israeliani sia tra i giovani palestinesi.Sono ottimista».

Meno lo è Ottolenghi: «nel libro le identità si incontrano ma nella realtà sono molto forti e antiche e davvero quasi impossibile modificarle. Nel mondo musulmano mediorientale le minoranze sono sempre state sottomesse alla maggioranza: il nazionalismo arabo non ha mai considerato, e non considera, gli ebrei come parte della loro società. È l’effetto di un antisemitismo moderno che si ispirava e si ispira a quello europeo».

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 17 ottobre 2025

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Casa, diritto negato: se i ricchi si mangiano tutto

9 Ott


Sarah Gainsforth a Ferrara per Internazionale ha presentato il suo libro “L’Italia senza casa”

Un sistema di dominio e di estrazione di valore che rende sempre più le nostre città spazi di passaggio per i più ricchi, espellendo le famiglie e i residenti storici. È questa la lucida analisi proposta da Sarah Gainsforth, giornalista e ricercatrice, che lo scorso 3 ottobre a Ferrara (Aula Magna Facoltà di Economia) ha presentato il suo ultimo libro, “L’Italia senza casa” (Ed. Laterza, 2025). L’autrice ha dialogato con Romeo Farinella (Urbanista di UniFe) e Diego Carrara, fino ad alcune settimane fa Direttore di ACER Ferrara.

«L’Italia è piena di case, ma molte di queste sono vuote, non sono abitabili», ha detto Farinella. «Gran parte degli italiani non hanno, quindi, diritto alla casa». «Sono stimati fra i 70mila e i 100mila gli alloggi vuoti nel nostro Paese», ha aggiunto poi Carrara. Alloggi che dovrebbero essere riqualificati, ma che vengono lasciati a se stessi, perché «mancano investimenti pubblici» (tradotto: perché il pubblico decide di non investire in questo ambito). In Emilia-Romagna gli alloggi pubblici sono 56mila, di cui 5mila vuoti (quelli vuoti sono il doppio nella sola Milano). Ma nella nostra Regione sono ben 30mila i nuclei familiari presenti nelle graduatorie pubbliche in attesa di un alloggio (a livello nazionale sono 350-450mila le famiglie che attendono).

Nel capitalismo contemporaneo «il valore non viene nemmeno più prodotto ma estratto», ha spiegato Gainsforth . Estrazione del valore dal suolo – per speculare a livello immobiliare – che è «un atto di violenza», e «così è sempre stato, dall’impero coloniale britannico fino a oggi, come avverrà a Gaza quale conseguenza della guerra in corso». In Italia, nel secondo dopoguerra vi era stato un periodo di politiche pubbliche atte a regolare la rendita.Politiche pubbliche presenti ancora, ma che «oggi favoriscono processi di privatizzazione dell’ambito immobiliare», iniziati negli anni ’80 e ’90 del secolo scorso. Tutto ciò per favorire quella produzione di valore di cui si è accennato, attraverso l’attività edilizia e grazie ai cambi di destinazione d’uso (da agricolo ad abitativo, perlopiù). Forma di speculazione immobiliare dominante negli ultimi anni è quella legata al turismo, divenuto nel tempo «lo strumento principale di estrazione di valore d’uso dal suolo», affittando sempre più alloggi a turisti (quindi per periodi brevi) e non a singoli o famiglie che vogliono risiedere. Questo rent gap porta alla cosiddetta gentrification, vale a dire alla trasformazione delle città con la sostituzione dei ceti medi e popolari con ceti con redditi più alti.

«Soprattutto negli ultimi 5 anni – ha proseguito Gainsforth -, anche in Italia abbiamo assistito a questo fenomeno – in crescita -, che vede un target sempre più ristretto: prima gli studenti, poi i turisti, ora i ricchi stranieri». Dagli affitti brevi a quelli medi. Gainsforth nell’ultimo numero della rivista Jacobin Italia (n. 28 – autunno 2025) spiega quindi come «gli affitti medi [alcuni mesi o un anno, ndr], intermediati da piattaforme digitali, sono in crescita e stanno monopolizzando il mercato delle locazioni». E scrive ancora: «Le case diventano più care, sempre più quartieri un tempo popolari diventano inaccessibili a residenti stabili, mentre coworking, caffè e palestre boutique sostituiscono negozi, asili e altri servizi tradizionali. La nuova offerta di abitare di medio periodo si intreccia con una domanda, anch’essa in crescita, composta da profili come nomadi digitali o expat temporanei, spesso con alto potere d’acquisto».

Così, la città diventa «una macchina di accrescimento della ricchezza privata, e naturalmente per pochi. Oggi – soprattutto in Italia – col dogma della proprietà privata è impensabile immaginare che il pubblico sia il proprietario del suolo (fenomeno che invece avviene ad esempio in Austria e in Olanda) ed è quindi impensabile proporre una riforma del catasto». Ma l’assolutizzazione della proprietà privata così intesa «non difende dalla povertà, non difende il diritto al lavoro né quello alla casa», ha aggiunto l’autrice. «Nelle città vediamo una sempre maggiore polarizzazione: i ricchi/molto ricchi e i poveri (i senzatetto)», dato che la gentrification sposta sempre più le fasce medio-basse fuori dalla città.

C’è quindi bisogno – ha detto Gainsforth – di «ripoliticizzare il tema della casa», di difenderlo come «diritto non privato ma di tutti». E una possibile soluzione – ha concluso – potrebbe essere quella di «rivalutare la forma cooperativa di proprietà».

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 10 ottobre 2025

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Foto: SevenStorm Juhaszimrus (Pexels)

Bassani urbanista politico: l’impegno dello scrittore per “conservare” Ferrara

24 Set

Ferrara, le Mura e il centro storico: un bagaglio storico straordinario, da difendere e valorizzare. Da rendere sempre più spazio di partecipazione democratica. Questo l’impegno di Giorgio Bassani (e di Bruno Zevi), fra letteratura e urbanistica: le riflessioni di Parussa e Scafuri in un Convegno

di Andrea Musacci

La passione che muove le persone e le comunità per difendere e valorizzare i propri luoghi, le proprie città, la propria storia, può esprimersi in forme differenti. Esempio alto e raro (sempre più raro) di ciò lo incarnava Giorgio Bassani.

Lo scorso 17 settembre la Sala Convitto di Factory Grisù (via Mario Poledrelli, Ferrara) questo tema è stato al centro del Convegno dal titolo “Essere conservatori per essere progressisti. Giorgio Bassani e il dibattito sull’urbanistica ferrarese del Novecento”

Francesco Franchella (Fondazione Giorgio Bassani) ha introdotto gli interventi di Sergio Parussa (docente presso il Wellesley College, Boston, USA) e Francesco Scafuri (già responsabile dell’Ufficio Ricerche Storiche del Comune di Ferrara), a cui han fatto seguito i saluti di Paola Bassani (Presidente della Fondazione Giorgio Bassani, intervenuta brevemente e a distanza), e preceduti dalle introduzioni di Alfredo Morelli (Università di Ferrara – curatore dell’evento assieme a Franchella) e Maria Calabrese (Biblioteca Popolare Giardino). Una 70ina i presenti.

L’evento – che ha visto anche la collaborazione di Carlo Magri (suo un video storico su Ferrara proiettato a fine incontro) – è stato organizzato dal Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università degli Studi di Ferrara e dalla Fondazione Giorgio Bassani, con il sostegno di Italia Nostra – Sezione di Ferrara, Ferrariae Decus-ETS, Laboratorio per la Pace e Biblioteca Giardino.

TRA NON-FINITO E STORICIZZAZIONE

Ferrara protagonista della narrativa bassaniana, con l’urbanistica al centro dei suoi romanzi e racconti. Da qui ha preso le mosse Sergio Parussa, sottolineando l’impegno di Bassani – in particolare come Presidente di “Italia Nostra” dal 1965 al 1980 – per il restauro architettonico di Ferrara.Ferrara che nella sua narrativa «non è semplice sfondo degli avvenimenti ma filo rosso della trama».Ne è dimostrazione la «ricchissima topografia» presente nelle sue pagine, un «paesaggio urbano sempre nominato con esattezza». Si pensi, ad esempio, alla farmacia di Corso Roma(oggi Corso Martiri della Libertà) ne “La lunga notte del ’43” o alla porticina di via Gorgadello (oggi via Adelardi) dello studio di Fadigati ne “Gli occhiali d’oro”. E soprattutto il luogo simbolo della narrativa bassaniana e della sua Ferrara: il giardino al fondo di corso Ercole I d’Este, il luogo «più elusivo e inafferrabile« dell’universo bassaniano, «il giardino che non c’è». Bassani spiegò come per evocarlo si fosse ispirato al romano Giardino di Ninfa della nobile famiglia Caetani, e all’Orto Botanico della Capitale.Ma non solo: la famiglia protagonista del romanzo è ispirata a quella dei Finzi Magrini: Silvio Finzi Magrini ha infatti “suggerito” nello scrittore la figura di Ermanno Finzi Contini, capostipite della casata e padre di Micòl. I Magrini a Ferrara vissero al numero 76 di via Borgo dei Leoni, poco distante quindi. In ogni caso, il giardino più famoso di Ferrara non esiste ed «è frutto di combinazioni di luoghi diversi ma reali». E il punto di corso Ercole I d’Este dove Bassani colloca il giardino (che in realtà è un parco), al civico 129 (che non esiste, fermandosi al 123), in realtà «è uno spazio vuoto»: «Essendo il giardino – scrive Bassani nel romanzo – grande “un” dieci ettari, e i viali, tra maggiori e minori, sviluppando nel loro insieme una dozzina di chilometri, la bicicletta era a dir poco indispensabile».

Negli stessi anni, l’architetto e urbanista BrunoZevi (scomparso nel 2000) «fa di questi stessi luoghi il  fulcro dei suoi studi urbanistici». L’idea di fondo che accomuna i due è che «gli esperimenti urbanistici rinascimentali furono la base per progettare la ricostruzione dell’Italia antifascista e repubblicana». Il relatore ha quindi richiamato il concetto di «“non-finito” tipico dell’Addizione erculea e del tessuto urbano della nostra città», vale a dire «l’apparente disomogeneità e discontinuità tra campagna e città».Un “non-finito” come «frutto innanzitutto di una crisi politica all’inizio del XVI secolo, segno di una storia che avrebbe potuto essere e non è stata»; ed emblema, secondo Bassani, anche «della drammatica conclusione della pacifica storia della comunità ebraica ferrarese e degli ideali risorgimentali a inizio ‘900», a causa del fascismo.

E a proposito di fascismo, «la comune fede e appartenenza politica è un altro tratto che accomuna Bassani a Zevi, oltre naturalmente al «sodalizio intellettuale».Entrambi, infatti, «sono antifascisti gobettiani, vicini ai fratelli Rosselli», quindi appartenenti a quell’area liberal-socialista o del socialismo liberale concretizzatasi nel dopoguerra nel movimento “Giustizia e Libertà” (GL) di Carlo Cassola e poi nel movimento “Unità Popolare”, che raccoglieva dissidenti socialdemocratici, dissidenti repubblicani ed ex GL. Bassani e Zevi si conobbero, infatti, a Roma nei primi anni ’40, proprio quando nasce e si sviluppa il Partito d’Azione, che raccolse l’eredità di Giustizia e Libertà (il movimento antifascista e partigiano nato nel ’29 da Carlo Rosselli e altri). Altro loro punto di riferimento fu Benedetto Croce e la sua lezione sullo «storicismo legato all’azione intellettuale e di quella politica». Da qui la «storicizzazione» che accomuna Bassani e Zevi, cioè «il calare i luoghi e gli edifici di Ferrara nel contesto storico e nel loro tessuto urbano, sottolineando così l’interdipendenza di ogni elemento con gli altri». Interdipendenza che riguarda anche – e soprattutto – le persone: da qui, la centralità nei due intellettuali del tema della «partecipazione del cittadino alla creazione dello spazio urbano». Partecipazione che richiama la «democratizzazione» della città stessa:sia Bassani sia Zevi, infatti, vedevano nel paesaggio urbano «un’aspirazione egualitaria», facilitata «dall’orizzontalità di Ferrara città di pianura, estranea a ogni tentazione gerarchica e a ogni verticalismo». Così, per Zevi la Ferrara rossettiana è «una realtà urbanistica eminentemente democratica». E appunto, come richiamato nel titolo dell’incontro, lo spirito progressista della Giunta rossa non è stato sinonimo di mancato rispetto per la storia, anzi; è lo stesso Bassani ne “Il giardino dei Finzi Contini” a scrivere: «corso Ercole I d’Este è così bello, tale è il suo richiamo turistico, che l’amministrazione social-comunista, responsabile del Comune di Ferrara da più di quindici anni, si è resa conto della necessità di non toccarlo, di difenderlo con ogni rigore da qualsiasi speculazione edilizia o bottegaia, insomma di conservarne integro l’originario carattere aristocratico» (corsivo nostro).

MURA TORMENTATE

«Alle origini del “Progetto Mura” c’è il fallimento del progetto di rendere Ferrara un importante centro industriale».Da qui è partito Scafuri per la sua analisi. La zona industriale della città, sorta tra il 1937 e il 1942, infatti, «si basava su aspetti autarchici» e serie furono le conseguenze dei bombardamenti nel ’44. Dagli anni ’40 si inizia però a ragionare sulle nostre Mura, progettando nel ’47 un Piano di Ricostruzione e di valorizzazione, grazie soprattutto all’ing. Savonuzzi. Negli anni ’50 Ferrara «era ancora una città agricola e preindustriale» ma sempre più cresceva la consapevolezza dell’importanza di «valorizzarne l’enorme patrimonio storico, artistico e architettonico». È poi del ’58 il Convegno sull’edilizia artistica ferrarese a cui seguì, nel ’79, la pubblicazione dal titolo “Ferrara.Spazi, orizzonti”. Bassani era dentro questo dibattito: «Il verde va preservato, tutelato, per l’uso effettivo dei cittadini»;l’Amministrazione comunale deve difendere il centro «dalle insidie di chi parla di rinnovamento ma pensa soprattutto ai propri affari», disse al Consiglio Comunale di Ferrara il 25 giugno ’62, “profetizzando” la sempre più forte privatizzazione degli spazi pubblici. Così come intervenne nel ’73 nel “Corso Residenziale” e nel ’78 al 6° Symposium europeo sulla salvaguardia dei centri storici (da cui è tratta anche la sua citazione nel titolo del Convegno, «Essere conservatori per essere progressisti»). Se insufficienti furono i lavori sulle Mura negli anni ’60 in seguito al primo Piano Regolatore, negli anni ’70 e ’80 la pianificazione urbanistica coinvolse numerosi esperti, anche in riferimento all'”Addizione verde”, e negli anni ’80-’90 con gli importanti finanziamenti pubblici si riuscì a portare a termine il restauro integrale della cerchia urbana. Una storia – dunque – nata male, proseguita con successo ma non conclusa.

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 26 settembre 2025

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(Foto: Giorgio Bassani – Archivi Mondadori – urly.it/31c6w6)

«Una forma di preghiera, una vita di carità»: Giulio Zambon poeta social

11 Set


Dialogo sull’essenza della poesia col giovane catechista dell’Unità Pastorale Borgovado e insegnante all’Einaudi di Ferrara: «su Instagram e Tik Tok non cerco visibilità ma continuo la mia ricerca attraverso la parola, questo trovare misterioso mettendo una parola dopo l’altra»

di Andrea Musacci

«Se ci si ricorda del linguaggio, se non si dimentica che possiamo parlare, allora siamo più liberi, non siamo costretti alle cose e alle regole. Il linguaggio non è uno strumento, è il nostro volto, l’aperto in cui siamo». 

(G. Agamben, Quando la casa brucia, 2020)

«Ciò che ti dà la poesia è parole per capire la tua vita e quella che ti è attorno. Parole per prenderle entrambe per mano». Così Giulio Zambon, 27 anni, ci spiega la sua vocazione di poeta. E di poesia ha scelto di parlare attraverso alcuni social: i suoi reels su Instagram raccolgono da “appena” qualche decina di migliaia di visualizzazioni ad alcuni milioni. Lo stesso su Tik Tok. Ma a incontrarlo, Giulio, non pare avere nessuna voglia di atteggiarsi da VIP.

Cresciuto a Schio, nel vicentino, insegna italiano e storia all’Einaudi di Ferrara e nel proprio curriculum ha gli studi di pianoforte al Conservatorio e una laurea in Lettere all’università. «Fatico – spiega a “La Voce” – a definire il leggere e lo scrivere come passioni perché non occupano una fetta del mio tempo, ma la mia vita». Suoi versi sono apparsi nella rivista Poesia, edita da Crocetti, e suoi testi sono apparsi anche in riviste online (Minima Poesia, Medium Poesia, Vallecchi Poesia).

Prossimamente uscirà una sua pubblicazione. «Poi c’è la musica, ci sono le passeggiate, le lunghe conversazioni con gli amici». E una fidanzata, con la quale condivide – ogni domenica prima della Messa delle 11 – il catechismo nell’Unità Pastorale di Borgovado a Ferrara. Proprio da qui inizia il nostro dialogo.

Giulio, parlaci della tua appartenenza alla Chiesa: dove nasce, come cresce, come si concretizza…

«Nasce da una diffidenza, come da piccoli si guarda di nascosto qualcosa che non si capisce. E si mantiene fisso lo sguardo, consapevoli del mistero. La Chiesa, o più specificamente la fede, era per me questo: un mistero commestibile, che provavo ad addentare ma che non comprendevo. A un certo punto le parole e la Parola le ho sentite dirette a me, mi hanno dato del “tu”. Penso che si sia figli da quando un padre ti chiama per nome. Ora sono in un momento di silenzio, che non è altro di uno dei normali momenti di un dialogo che continua. Sento che questo rapporto si esplica concretamente mentre scrivo, che non è altro che una forma di preghiera. Continua nel mondo attraverso i bambini del catechismo».

Leggi l’intero articolo qui!

(Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 12 settembre 2025)

Fontana e le immagini sacre, universo tutto da scoprire

13 Giu


Presentato in Arcivescovado il volume di Lara Scanu “Rivoluzione Fontana”: ecco alcuni spunti

La cura e le norme del Vescovo Fontana, e le differenze e somiglianze col card. Borromeo e il card. Paleotti.

Erano una 60ina le persone che nel tardo pomeriggio dello scorso 4 giugno hanno partecipato nella Sala del Sinodo del Palazzo Arcivescovile di Ferrara alla presentazione del volume di Lara Scanu, “Rivoluzione Fontana. Ritratto di un episcopato” (Ferrariae Decus. Studi e Ricerche, 37, Faust edizioni, giugno 2025).

Giovanni Fontana, originario di Vignola, fu Vescovo nella Diocesi di Ferrara dal 1590 al 1611, quindi tra la fine del ducato estense e l’inizio dell’età legatizia.Studente universitario a Bologna e strettissimo collaboratore del card. Carlo Borromeo nella Diocesi di Milano, è una figura di “traghettatore” verso una nuova epoca.

Nella Sala del Sinodo, l’incontro si è aperto con i saluti del nostro Arcivescovo mons. Gian Carlo Perego e di Marialucia Menegatti, Presidente di Ferrariae Decus. L’autrice ha poi dialogato con Maria Cristina Terzaghi, docente ordinaria dell’Università degli Studi Roma Tre, che ha esordito spiegando come Fontana e Borromeo abbiano «tanto in comune» e «tanta vita si sono scambiati». Il «valore assolutamente fuori dal comune di Fontana – ha proseguito Terzaghi – emerge nei testi presenti nel volume di Scanu», che ha «il merito di indagare bene le fonti, anche classiche, di Fontana in ambito artistico», nella seconda parte del  volume, mentre la prima indaga la sua biografia e il rapporto con le immagini in rapporto alla Riforma liturgica della Chiesa nel post Concilio di Trento. Una cultura personale, quella del Vescovo che ha guidato Ferrara, «profondissima e a 360 gradi». Scanu, inoltre, nel libro compie il paragone «molto interessante» fra il trattato “Instructionum Fabricae et Supellectilis ecclesiasticae” del card. Borromeo e il “Discorso intorno alle immagini sacre e profane” del card. Gabriele Paleotti, Vescovo di Bologna (e poi di Albano e Sabina). Fontana «tratta la pastorale borromaica da un punto di vista non sempre del tutto conforme allo stesso Borromeo». Forti sono, inoltre, le differenze «tra il primo testo del card. Fontana (del 1591) e il suo ultimo, a fine episcopato».Si nota, ad esempio, come «il card. Borromeo “delegasse” molto ai Vescovi il trattamento da riservare alle opere d’arte sacra».

«Nella nostra Diocesi – è intervenuta quindi Scanu -, gli artisti hanno dunque l’obbligo di seguire le direttive del Vescovo Fontana», il quale si dedica molto anche alla «tutela delle stesse opere e al loro intero processo» di ideazione e realizzazione. Le sue prescrizioni «verranno seguite dai successori fino almeno all’episcopato del card.Ruffo», nella prima metà del XVIII secolo.

«Rigide e chiare – ha detto poi Terzaghi – erano le norme di Borromeo riguardo le raffigurazioni di santi, che non dovevano avere le sembianze di persone reali riconoscibili, mentre Paleotti al riguardo aveva una posizione più “dolce”». Diversa – ha aggiunto invece Scanu – era la posizione di Fontana, «che si fece ritrarre con la barba lunga, mentre ai sacerdoti della sua Diocesi impediva di portarla perché – diceva – può attrarre le donne». Non era, quindi, la sua, «una posizione così stringente» riguardo alla ritrattistica, almeno nella prima fase, mentre «si irrigidì nell’ultimo periodo» di episcopato.

Altro aspetto – sollevato da Terzaghi – è quello del nudo nelle opere di arte sacra, «condannato radicalmente da Borromeo e Paleotti, e in maniera ancora più forte da Fontana».Fontana che, per sostenere questa posizione, «cita addirittura due “auctoritas profane” come Aristotele e Platone, dimostrando una grande modernità».

Fontana che – ha aggiunto invece Scanu – «dava importanza al ruolo delle immagini, anche per creare una cultura di base tra i fedeli più umili».

L’ultimo tema trattato è stato quello del suo recupero della «centralità del tabernacolo – ha spiegato Terzaghi – posto sopra l’altare centrale»; altare che «doveva essere di pietra, per richiamare Cristo pietra scartata che è “diventata la pietra d’angolo” e, con sopra, una pala con raffigurato il santo a cui l’altare era dedicato». Per Fontana, il Santissimo Sacramento «andava custodito con materiali preziosi (come minimo, legno dorato), non per un lusso fine a sé stesso ma per richiamare la preziosità di ciò che si custodiva».

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 13 giugno 2025

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(Foto Roberto Targa)