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Dom Hélder Câmara, una vita per la pace e in dialogo col mondo

17 Giu

Vent’anni fa moriva “o bispinho” (“il piccolo Vescovo”, per via della bassa statura), tra i fautori della cosiddetta “opzione preferenziale per i poveri”, ripresa da Papa Francesco. Nel 1979 il suo intervento al Teatro San Benedetto di Ferrara davanti a un migliaio di persone

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Nel 1979, il 1° novembre, festa di Ognissanti, cadeva di giovedì. In una fredda e umida sera autunnale, il Teatro San Benedetto di Ferrara fatica a contenere le circa mille persone – tra cui molti giovani – che si accalcano per ascoltare le parole di colui che è simbolo concreto di una Chiesa “povera e serva dei poveri”, di una speranza antica e sempre nuova: dom Hélder Câmara, da 15 anni arcivescovo di Olinda e Recife in Brasile. Protagonista del Concilio – la cui testimonianza ha lasciato nel libro “Roma, due del mattino. Lettere dal Concilio Vaticano II” (S. Paolo ed., 2011) – è tra i firmatari del “Patto delle catacombe”, siglato da alcuni cardinali, soprattutto latino-americani, il 16 novembre 1965, per iniziare una vita nella povertà – vissuta fino all’ultimo dallo stesso Camara -, rinunciando a simboli e privilegi del potere, sfidando così gli stessi “fratelli nell’Episcopato”. Abbiamo deciso di ricordarlo a 110 anni dalla nascita (avvenuta il 7 febbraio 1909) e a 20 anni dalla salita al Cielo (il 27 agosto 1999), oltre che per la “fortunata” coincidenza del 40ennale dal suo intervento nella nostra città. Intervento che cerchiamo di presentare in alcuni suoi passaggi fondamentali nel quale il Vescovo e teologo brasiliano delinea alcune dei principali temi testimoniati nella sua vita di vicinanza e aiuto ai poveri, di lotta nonviolenta contro le disuguaglianze, e di dialogo con persone di altre fedi e non credenti. “Ho saputo con gioia che tra voi – è uno dei suoi passaggi “profetici” a Ferrara – c’è chi pensa in modo concreto e felice agli anziani, ai drogati, agli handicappati, ai carcerati. Ma permettetemi che vi ricordi che oltre a questi gruppi di azione certamente benedetti da Dio è indispensabile che stiate attenti a non permettere che il razzismo non rinasca in Europa. Come giudicare i mali tremendi che ha già causato all’umanità il razzismo al tempo di Hitler; attenti ad evitare che l’ideologia della sicurezza nazionale nei paesi occupi il posto di Dio; è evidente! Ogni popolo ha il diritto e il dovere di pensare alla propria sicurezza, ma mettere la sicurezza come valore supremo è grave “.

Denuncia delle diseguaglianze, per una società nonviolenta

Lo sguardo di dom Câmara è uno sguardo diretto sulla terribile miseria del suo Brasile, dell’America Latina e, in generale, sulle povertà e ingiustizie in tutto il mondo. “E’ terribile che un terzo dell’umanità stia conducendo una vita comoda e di lusso – è un altro suo passaggio a Ferrara -, abbandonando due terzi di questa stessa umanità al margine della vita, emarginati, in una situazione di fame e di miseria”. Una sorta di neocolonialismo – ancora oggi presente – farcito di autoassoluzioni dal sapore razzista: “non manca chi pensa che il terzo mondo è emarginato perché sono di razza inferiore, non sono di razza bianca”, sono ancora sue parole pronunciate a S. Benedetto. “Non manca nemmeno chi pensa che i popoli del terzo mondo sono poveri perché non hanno voglia di lavorare e perché sono incapaci di onestà! NO…NO…NO…! Il terzo mondo è emarginato perché è sfruttato, terribilmente sfruttato dalla società dei consumi che merita il titolo della società dello spreco. Il primo e il secondo mondo vanno a comprare le materie prime occorrenti nel terzo mondo a prezzi stracciati. Li lavora, li rimanda trasformati in prodotto sofisticato che la propaganda commerciale, soprattutto la televisione a colori, fa credere si tratti di prodotti di cui non si può fare a meno”. Nel suo libro “Rivoluzione nella pace” spiega senza giri di parole qual è la missione della Chiesa davanti a tutto ciò: “mente a se stesso chi crede di amare Dio che non vede se non ama gli uomini che vede. E l’uomo non è solo anima; è anche corpo e spirito immerso nella materia. Conquista l’eternità vivendo nel tempo. È cristiana, profondamente cristiana, la lotta per l’emancipazione nella misura in cui è sinonimo di aiutare, fraternamente, a strappare dalla miseria milioni di uomini che vegetano in situazioni infra-umane”. Ma l’alienazione – Camara ne era cosciente – poteva essere causata anche da una “vita basata sull’effimero, disumanizzante e pagano”. La Chiesa, perciò, “è chiamata anche a denunciare il peccato collettivo, le strutture ingiuste e stagnanti, non come uno che giudica da fuori, ma come chi riconosce la sua parte di responsabilità e di colpa”. Come scrive nel ’71 in un articolo sulla rivista “Parole et Pain”, “oggi, l’elemosina delle elemosine è sostenere la giustizia, lavorare allo stabilirsi della giustizia sociale. I poveri, nel nostro secolo, non sono solamente degli individui e dei gruppi, ma Paesi e continenti”. Vicino alla Teologia della Liberazione, dom Camara rifiutò, però, sempre radicalmente qualsiasi forma di violenza: “non credo alla violenza, non credo all’odio – scrive ancora in “Rivoluzione nella pace” -, non credo alle insurrezioni armate. Sono troppo rapide: cambiano gli uomini senza aver il tempo di cambiarne la mentalità. Non serve a niente pensare alla riforma di strutture socio-economiche, se non cambiano anche le nostre strutture interiori. […] Ma se non credo alla violenza armata, non sono nemmeno tanto ingenuo da pensare che bastino i consigli fraterni, i richiami lirici, perché cadano le attuali strutture come caddero le mura di Gerico”. Una via nonviolenta, quella proposta dal Vescovo, per far germogliare un mondo dove la pace fra le persone e i Paesi potesse regnare. Nel suo intervento a Ferrara nel ’79 denunciò il legame tra diseguaglianza economica globale e politiche di guerra: “la società dei consumi spreca somme incredibili per armamenti. E in questo punto l’America del Nord e la Russia si fanno concorrenza in modo perfetto. […] E così queste armi sono vendute ai Paesi del terzo mondo che non hanno nemmeno l’essenziale per i loro popoli”.

L’opzione preferenziale: “una Chiesa povera per i poveri”

Una vicinanza al prossimo, quella di dom Câmara che, nella sua urgenza e intensità, non può non essere rivolta dunque a chi più ha bisogno: “pur amando tutti, come Cristo devo avere un amore speciale per i poveri”, scrive sempre in “Rivoluzione nella pace”. “Gesù amava tutti e andava anche dai ricchi – scrive in “Chi sono io?” (Cittadella, 1979) -, ma ha sempre mostrato la sua preferenza per i poveri. […] Guai a chi non vede Cristo nella persona dei poveri, non soltanto negli individui ma nella società, nei Paesi, nei continenti, in tutto il mondo sottosviluppato!”. Un principio essenziale che Papa Francesco cerca di rendere carne e sangue nella Chiesa di oggi. In “Evangelii Gaudium”, 48 scrive infatti: “se la Chiesa intera assume questo dinamismo missionario deve arrivare a tutti, senza eccezioni. Però chi dovrebbe privilegiare? Quando uno legge il Vangelo incontra un orientamento molto chiaro: non tanto gli amici e vicini ricchi bensì soprattutto i poveri e gli infermi, coloro che spesso sono disprezzati e dimenticati, «coloro che non hanno da ricambiarti» (Lc 14,14) […]. Occorre affermare senza giri di parole che esiste un vincolo inseparabile tra la nostra fede e i poveri. Non lasciamoli mai soli”. Lo stesso Câmara rivolgeva questo appello anche e soprattutto all’interno della Chiesa: “più grave della tentazione del denaro è la tentazione del prestigio e del potere”. La Chiesa, nella sua essenza è “serva dei poveri” e “povera”. La grande povertà della Chiesa, per Câmara, “sta nell’accettare di essere mal giudicata, di rischiare la propria reputazione, di perdere il proprio prestigio. Sta nell’accettare di essere trattata da sovversiva, da rivoluzionaria, forse da comunista: ecco la nostra povertà, la povertà che Gesù chiede alla Chiesa in questo tempo in cui viviamo…”. “Fare un’opzione per i poveri non significa disprezzare i ricchi”, puntualizzava, non dimenticando mai nessuno. Ma i ricchi “non ci chiedono niente. I poveri, gli oppressi, loro sì, hanno bisogno di noi. Qualsiasi cosa questo ci costi” (in “Il Vangelo con dom Hélder”, Cittadella 1985). Così scrive ancora Papa Francesco in “Evangelii Gaudium”, 198: “desidero una Chiesa povera per i poveri. Essi hanno molto da insegnarci. Oltre a partecipare del sensus fidei, con le proprie sofferenze conoscono il Cristo sofferente. È necessario che tutti ci lasciamo evangelizzare da loro. La nuova evangelizzazione è un invito a riconoscere la forza salvifica delle loro esistenze e a porle al centro del cammino della Chiesa. Siamo chiamati a scoprire Cristo in loro, a prestare ad essi la nostra voce nelle loro cause, ma anche ad essere loro amici, ad ascoltarli, a comprenderli e ad accogliere la misteriosa sapienza che Dio vuole comunicarci attraverso di loro”.

Chiesa e mondo: “il vescovo è di tutti”. Quegli atei che sono “cristiani di fatto”

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“Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla Vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore”. (“Gaudium et spes”, 1965) Saper vivere profondamente la povertà evangelica significa al tempo stesso avere uno sguardo aperto sulla sofferenza di ogni donna o uomo. Dom Câmara – in “Rivoluzione nella pace” – si autodefinisce “una creatura umana che si considera fratello di debolezza e di peccato degli uomini di tutte le razze e di tutti i luoghi del mondo. Un cristiano che si rivolge ai cristiani, ma con cuore aperto, ecumenicamente, agli uomini di ogni credo e di tutte le ideologie (…). Il vescovo è di tutti. Nessuno si scandalizzi se mi vedrà frequentare creature ritenute indegne e peccatrici”. Ma questo rivolgersi a ogni persona bisognosa dell’amore e della prossimità era rivolto non solo alle condizioni materiali della stessa ma anche alla sua condizione spirituale e alle sue scelte di vita. Scelte che Câmara non dava per scontate e men che meno condannava, ma anzi dimostrava di prendere in considerazione con viva sofferenza. Così scrive: “credo che tutto andrà a finire bene (le afflizioni termineranno, la pace regnerà per sempre) però qui in questo esilio quanti sono, quanti, quanti, quelli che non sono nelle condizioni psicologiche di credere in Te?….Per molti, per troppi la vita è dura. E non esiste praticamente nessuno che, almeno in certi momenti, non la trovi scioccante, assurda, senza senso, asfissiante…[…] Se insisto con queste domande angustianti è con il proposito di difendere i disperati, i blasfemi, gli atei. È chiaro che non voglio giustificarli: ma li capisco, e spero che anche Tu li capisca. E qui sta il grande segreto della tua paternità. È ingenuo voler negare che hai costruito la vita sulla morte. Ma poi, quando gli uomini si contorcono dal dolore, si sentono schiacciati dalla sofferenza fisica, si ribellano alla sofferenza morale e bestemmiano, tu li capisci e a castigarli non ci pensi nemmeno. Ma il mistero rimane: perché non parli un pochino più chiaro?” (“Roma, due del mattino. Lettere dal Concilio Vaticano II”, S. Paolo ed., 2011). In diversi momenti il Vescovo brasiliano – pur cosciente di attirarsi molte critiche dall’interno della Chiesa – fa di se stesso un ponte di pace verso “tutti gli uomini di buona volontà” ai quali è rivolta la “Pacem in Terris”: “chi pratica il bene in questa vita, per quanto possa considerarsi distante da Dio, nell’altra vita avrà la sorpresa di sapere che sulla terra ha avuto a che fare con Cristo stesso il quale, in nome del Padre, gli aprirà le porte del cielo” (in “Terzo mondo defraudato”, EMI, 1969). “Esprimo il mio speciale affetto per coloro che” sono “atei di nome, ma di cristiani di fatto”, scrive ancora (idem), per quegli agnostici ed atei “che ‘facciano’ la verità”. Tornano alla mente anche le parole provocatorie del Pontefice nella prima Udienza generale del 2019: ”Le persone che vanno in chiesa, stanno lì tutti i giorni e poi vivono odiando gli altri e parlando male della gente sono uno scandalo: meglio vivere come un ateo anziché dare una contro-testimonianza dell’essere cristiani”. Il “nuovo umanismo” sgorgato dal Concilio Vaticano II, per il Vescovo di Recife, “comincia con l’accogliere quello che c’è di vero in tutti gli umanismi, anche quelli atei” (in “Rivoluzione nella pace”). Un invito ad uscire, per andare incontro all’altro nella sua diversità, in uno spirito di missionarietà. Non a caso, il 16 maggio 2016 nel suo discorso di apertura della 69esima Assemblea Generale della CEI, Papa Francesco in un passaggio citò proprio dom Câmara: “questa comune appartenenza, che sgorga dal Battesimo, è il respiro che libera da un’autoreferenzialità che isola e imprigiona: «Quando il tuo battello comincerà a mettere radici nell’immobilità del molo – richiamava dom Hélder Câmara – prendi il largo!». Parti! E, innanzitutto, non perché hai una missione da compiere, ma perché strutturalmente sei un missionario: nell’incontro con Gesù hai sperimentato la pienezza di vita e, perciò, desideri con tutto te stesso che altri si riconoscano in Lui e possano custodire la sua amicizia, nutrirsi della sua parola e celebrarLo nella comunità.” Chiudiamo con altre parole del Santo Padre, quelle conclusive nel Messaggio per la Quaresima dell’anno scorso, per mostrare ancora una volta come sia forte quel filo rosso che unisce questi due fratelli latinoamericani, testimoni autentici della misericordia di Cristo: “vorrei – scrive il Santo Padre – che la mia voce giungesse al di là dei confini della Chiesa cattolica, per raggiungere tutti voi, uomini e donne di buona volontà, aperti all’ascolto di Dio. Se come noi siete afflitti dal dilagare dell’iniquità nel mondo, se vi preoccupa il gelo che paralizza i cuori e le azioni, se vedete venire meno il senso di comune umanità, unitevi a noi per invocare insieme Dio, per digiunare insieme e insieme a noi donare quanto potete per aiutare i fratelli!”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 21 giugno 2019

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“La speranza è che ora tanti ritrovino nella Chiesa un legame e un senso di appartenenza con Cristo e tra di loro”

8 Apr

Nei giorni immediatamente precedenti la riapertura della chiesa di San Benedetto, abbiamo incontrato il parroco don Luigi Spada per rivolgerli alcune domande sul recente passato e sul futuro della parrocchia

S.Benedetto (8)L’amarezza nel vedere “una comunità in diaspora, disgregata, divisa, ferma ai ricordi e alle memorie”, le difficoltà legate al sacramento della penitenza, ma al tempo stesso il fatto che “la parte di comunità che ha retto meglio” l’inaccessibilità della chiesa “è stata quella degli adolescenti e dei giovani”, e che tante attività e cammini di fede sono proseguiti. Abbiamo incontrato il parroco don Luigi Spada per fare il punto della situazione sulla parrocchia affidatagli tre anni fa.

E’ una grande gioia tornare ad abitare questa Casa che è il Tempio di San Benedetto: a chi rivolge il primo pensiero in questi giorni di festa?
Se devo essere sincero, il primo pensiero lo rivolgo ai miei parrocchiani che da una decina d’anni hanno vissuto tre grandi sofferenze: la morte improvvisa del parroco don Pietro nell’aprile del 2007, l’incendio della chiesa nel giugno dello stesso anno, e il tremendo maggio 2012, col terremoto. Un prete, una comunità religiosa trova sempre nell’Eucarestia e nella preghiera una risposta, un laico forse fa più fatica. Alcune sere fa con alcuni responsabili delle commissioni del CPP stavamo preparando la Via Crucis del Venerdì Santo e alla frase “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”, mi hanno chiesto una testimonianza da parte della comunità salesiana e mi domandavano: “come avete reagito nella fede a questo grido di dolore di Gesù nella situazione di disagio vissuta come comunità?”.

Quali sono state le difficoltà maggiori che ha notato e vissuto in questi anni, legate alla chiusura della chiesa?
Anche qui la prima difficoltà l’ho vissuta contemplando la mia gente. Dopo quasi tre anni dal mio arrivo a Ferrara posso affermare di trovare una comunità in diaspora, disgregata, divisa, ferma ai ricordi e alle memorie. In seconda istanza penso ai tanti passaggi della vita che possono essere occasioni per un’esperienza di fede – battesimi, catechesi della IC, matrimoni, funerali…Nella parrocchia siamo arrivati ad una percentuale di frequenza domenicale attorno al 5-7 %. Abbiamo il grande vuoto dai 25 ai 40 anni. E infine per tanti ragazzi, il crescere senza un’esperienza liturgico-ecclesiale.
Aggiungo che uno zoccolo duro ha continuato a frequentare nonostante tutto, e la parte di comunità che ha retto meglio è stata quella degli adolescenti e dei giovani. L’Oratorio e il Centro Giovanile hanno continuato con tenacia i loro itinerari e i cammini di fede, così pure le attività estive per i ragazzi sono sempre state organizzate con impegno ed entusiasmo. Le forze più a rischio sono quelle degli anziani che hanno sperimentato la fatica più grande. Un settore che ne è uscito frastornato è quello della penitenza, non ho confronti con il passato ma non avere la Chiesa ha quasi azzerato la domanda o la possibilità di celebrazione del sacramento della confessione. San Benedetto era una Chiesa di riferimento dentro la città grazie alla presenza di grandi e saggi sacerdoti quali don de Ponti e don Giuseppe.

Che cosa di positivo ha invece portato questa difficoltà? Ad esempio, ha “costretto” i parrocchiani a ripensare alcune attività, alcune modalità, a sentirsi tra loro maggiormente coesi?
Penso che positivamente abbia dato dei grandi doni, uno immediatamente e nei prossimi anni e il secondo in questi ultimi tempi. Appena successo il fatto, la comunità aveva reagito molto bene crescendo e ritrovandosi attorno a strutture semplici e povere ma che affinano il senso di appartenenza. Poi lentamente il tutto si è spento e raffreddato. In questi ultimi anni posso dire che ci si è resi maggiormente consapevoli dell’importanza delle relazioni e dei rapporti interpersonali sinceri.

A Lei invece cos’ha insegnato il dover affrontare una difficoltà di questo genere?
Ha insegnato l’arte dell’umiltà, della collaborazione, la fatica dell’attesa, il passare da una pastorale dei numeri a quella delle persone, il vedere che l’essenziale di una vita comunitaria è rimasto ed è Gesù. Lui è sempre stato presente e ci ha custoditi in tutti questi anni. Nei dieci anni di parroco a Bologna, avendo la chiesa più grande della diocesi, come parrocchia, l’obbedienza nell’arco di una settimana mi ha trasferito in una parrocchia sempre di 8000 anime ma senza strutture parrocchiali e tante volte mi sono chiesto il significato di ciò, e alla fine ho rimesso il tutto nel grande valore dell’obbedienza e della comunità religiosa.
Come confratelli l’esempio più bello è arrivato dalle due colonne don De Ponti e don Giuseppe che mi hanno sempre accompagnato e incoraggiato ponendomi questa domanda: “Che cosa vuoi darci Signore in tutto questo?”. E avanti con coraggio.

Per il futuro: quali novità vi saranno?
L’unico vero progetto che penso di avere è quello di creare tante occasioni di incontri fra tutte le fasce della comunità perché lentamente ritrovino nella Chiesa un legame e un senso di appartenenza con Cristo e tra di loro.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 12 aprile 2019

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(foto Pino Cosentino)

Ricordando don Dino Rossato

2 Lug

image«Si sentiva sempre più coinvolto a Ospital Monacale, aveva tanti progetti per la nostra parrocchia. Avevamo un bel rapporto, spesso era ospite a pranzo a casa mia. Era davvero una persona umile».
Questo di Don Matteo Zambotti, dal 1999 Diacono Permanente, è solo uno dei tanti cari ricordi, che in questi giorni abbiamo raccolto, dedicati a don Dino Rossato, tornato alla Casa del Padre lunedì scorso, 26 giugno, mentre si trovava, da poche ore, in villeggiatura ad Alassio (Sv), ospite dei fratelli salesiani. L’ultima Santa Messa nella nostra Diocesi l’ha celebrata domenica mattina alle 8.30 nella Chiesa di San Benedetto a Ferrara, una delle sue due famiglie, insieme, appunto a quella della piccola frazione argentana dov’era dal 2013 impegnato come vice parroco.
«Era benvoluto, non è mai mancato, spesso visitava a domicilio anziani e malati», ricorda il parroco di Ospital Monacale Mons. Marco Bezzi, mentre Franca Mazzanti, catechista, ci spiega come «nonostante fosse affaticato, non lo faceva pesare ed era ancora molto attivo. Fin dal suo arrivo nel nostro paese prese a cuore la parrocchia. Poche persone frequentavano, però, le attività e lui, per coinvolgere i giovani, a volte andava anche a parlar loro davanti al bar o al parchetto del paese». Inoltre, prosegue la signora Franca, «quando non poteva essere presente, mi chiamava per essere aggiornato, ad esempio, su quante persone, soprattutto bambini, avessero partecipato alla Messa il giorno prima». «C’è tanto bisogno di persone come lui capaci di trasmettere il bene», ci spiega Daniela Mazzanti, mentre Vittorio Cacciatori, Mauro Mazzanti e Cinzia Gentili lo ricordano come una «persona gentile e disponibile, piena di idee, quel che non aveva già fatto, ce l’aveva in programma. Una persona pacata e attenta ai giovani».
Il parroco di San Benedetto a Ferrara, don Luigi Spada, ci parla di una persona che «ha saputo servire con letizia e semplicità la sua comunità, costruendo vere amicizie». «Eravamo molto amici, ci aiutavamo», ricorda don Giuseppe Boldetti, mentre don Paolo Salmi sottolinea come «lavorasse ancora sodo, non dimostrando di avere 80 anni». Don Gianalfredo De Ponti gli rivolge, invece, un saluto: «continua dal Cielo il tuo servizio d’amore per la nostra comunità». Anche Mons. Massimo Manservigi, Vicario generale diocesano, ricorda che, «come nel caso dei funerali di Valerio Verri lo scorso aprile [la guardia provinciale vittima di Igor, ndr], faceva tutto nel modo più corretto e preciso, senza mai tirarsi indietro».

Giovedì 29 giugno nella Cattedrale cittadina si sono svolte le esequie, concelebrate dall’Arcivescovo Mons. Luigi Perego, il quale, nei due saluti, iniziale e finale, ha sottolineato il «particolare carisma di don Dino legato al cammino dei giovani», segno di una «capacità di rimanere puri di cuore».
«Caro don Dino, la tua vita è stata entusiasmante, appagante e benedetta, hai vissuto in purezza la tua umanità, senza paura di mostrare affetti, legami e limiti», ha spiegato nell’omelia don Claudio Cacioli, Ispettore della confraternita salesiana per l’Emilia e la Lombardia. Don Cacioli ha ricordato anche il suo desiderio di «morire in Congregazione», tra i confratelli, perché «noi siamo innanzitutto salesiani di don Bosco». Particolarmente toccante anche il ricordo di quel «magnifico crocifisso donatoti, che conservavi nella tua camera, davanti al quale, sono certo – ha proseguito don Cacioli – trovavi la forza per affrontare i problemi».

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” il 02 luglio 2017

 

In Duomo commosso saluto a don Dino Rossato

1 Lug

image«Caro don Dino, la tua vita è stata entusiasmante, appagante e benedetta, hai vissuto in purezza la tua umanità, senza paura di mostrare affetti, legami e limiti». Queste commoventi parole sono solo uno dei passaggi fondamentali dell’omelia dei funerali, svoltisi ieri pomeriggio nella Cattedrale cittadina, di don Dino Rossato, morto per un malore nel pomeriggio di lunedì nella località ligure di Alassio dov’era appena giunto per alcuni giorni di riposo assieme ai fratelli salesiani. L’omelia è stata pronunciata da don Claudio Cacioli, Ispettore della confraternita salesiana per l’Emilia e la Lombardia, in una funzione dove non sono mancate le inevitabili lacrime, ma dominata, per quanto possibile, da un’atmosfera di lode e di affetto.
Le esequie, presiedute dall’Arcivescovo Mons. Gian Carlo Perego, hanno visto la partecipazione nelle prime file di diversi parrocchiani dalle comunità di San Benedetto in Ferrara, e di Ospital Monacale, dove negli ultimi quattro anni don Rossato ha svolto l’importante ruolo di vice parroco.
Don Cacioli ha ricordato la sua «innata simpatia e capacità di ridere di se stesso», il suo desiderio di «morire in Congregazione», tra i confratelli, perché «noi siamo innanzitutto salesiani di don Bosco». Particolarmente toccante anche il ricordo di quel «magnifico crocifisso donatoti, che conservavi nella tua camera, davanti al quale, sono certo – ha proseguito don Cacioli- trovavi la forza per affrontare i problemi».
Commosso anche il parroco di San Benedetto don Luigi Spada: «grazie don Dino perché ci hai voluto bene e sei stato un confratello buono».
Mons. Perego nei due saluti, iniziale e finale, ha sottolineato il suo «particolare carisma legato al cammino dei giovani», segno di una «capacità di rimanere puri di cuore».

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 30 giugno 2017

«Addio don Dino, eri un grande sacerdote»

28 Giu

Ospital Monacale e San Benedetto ricordano commossi il vice parroco morto per un malore. I funerali saranno celebrati domani alle 18 in Cattedrale a Ferrara

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Don Dino Rossato

L’ultima Messa nella nostra Diocesi don Dino Rossato l’ha celebrata domenica mattina alle 8.30 nella Chiesa di San Benedetto a Ferrara. Nel pomeriggio è partito alla volta di Milano per incontrarsi con un amico sacerdote, col quale, lunedì mattina ha raggiunto Alassio (Sv), sua ultima meta. Nel pomeriggio, infatti, il primo bagno nella località di villeggiatura gli è stato fatale. A nulla è valso il trasporto all’Ospedale di Albenga. Sarebbe dovuto tornare sabato a Ferrara.
Grande e profondo il cordoglio da parte delle due comunità di cui faceva parte, la famiglia salesiana di San Benedetto, e Ospital Monacale, dov’era vice parroco, celebrando la Messa domenicale dal 2013, anno della morte di don Felice Benetti.
Mons. Marco Bezzi, parroco della frazione argentana ricorda come sabato pomeriggio «mi aveva telefonato per dirmi che si sarebbe preso qualche giorno di pausa. Era benvoluto, non è mai mancato, spesso visitava a domicilio anziani e malati».
Chi lo conosceva bene in paese era Franca Mazzanti, catechista e tuttofare in parrocchia: «era un po’ affaticato e sofferente, ma non lo faceva pesare ed era ancora molto attivo», ci spiega. «Fin dal suo arrivo prese a cuore la parrocchia, era pieno di passione ma umile. All’inizio era un po’ disorientato, dato che poche persone frequentavano le attività parrocchiali. Per coinvolgere i giovani, a volte andava anche a parlar loro davanti al bar o al parchetto». Don Rossato cercava di rianimare la vita parrocchiale «con incontri come i pranzi comunitari per la sagra di giugno. Quando non poteva esserci fisicamente, mi chiamava per essere aggiornato, ad esempio, su quante persone, soprattutto bambini, avessero partecipato alla Messa il giorno prima. Era rispettato da tutti, al bar c’era sempre chi gli offriva il caffè».
«Ricordo il suo primo giorno nella nostra parrocchia – ci spiega invece Daniela Mazzanti -, era seduto nel primo bianco in chiesa. Fu un impatto positivo, trasmetteva il bene: abbiamo bisogno di persone così. La domenica precedente mi disse che si sarebbe preso qualche giorno di riposo, mi sembrava sereno».
Vittorio Cacciatori, farmacista del paese, lo ricorda come una «persona gentile e disponibile, pieno di idee, quel che non aveva già fatto, ce l’aveva in programma».
Lo ricordano anche Mauro Mazzanti, Presidente dell’Ospitalese calcio e la parrucchiera del paese Cinzia Gentili, come «una brava persona, pacata e molto dedita ai giovani».
Sentiti anche i ricordi dei salesiani di Ferrara, a partire dal parroco don Luigi Spada, che ci parla di una persona che «ha saputo servire con letizia e semplicità, e sapeva andare d’accordo anche con le persone difficili, riuscendo a valorizzarle. In generale, ha saputo costruire amicizie vere». «Eravamo molto amici, ci aiutavamo», ricorda don Giuseppe Boldetti, mentre don Paolo Salmi sottolinea come «lavorasse ancora sodo, non dimostrava 80 anni», e don Gianalfredo De Ponti gli rivolge un saluto: «continua dal Cielo il tuo servizio d’amore per la nostra comunità».
Anche Mons. Massimo Manservigi, Vicario generale diocesano, ricorda che, «come nel caso dei funerali di Valerio Verri lo scorso aprile [la guardia provinciale vittima di Igor, ndr], faceva tutto nel modo più corretto e preciso, senza mai tirarsi indietro».
Le esequie, presiedute dall’Arcivescovo, saranno celebrate in cattedrale domani, giovedì, alle 18.

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 28 giugno 2017