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“Vi racconto le atroci condizioni di lavoro di chi produce i vostri capi di abbigliamento”

15 Apr

Il 12 aprile a Ferrara è intervenuta la sindacalista del Bangladesh Kalpona Akter e, a seguire, lo scrittore Giuseppe Iorio, per svelare il sistema di sfruttamento perpretato dai grandi colossi della moda

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“Ogni volta che acquistate un capo di abbigliamento, cercate di chiedetevi: ’che impatto ha il mio acquisto sui lavoratori e sul sistema ecologico?’”. E’ stato questo il monito rivolto ai circa 70 presenti da Kalpona Akter, sindacalista alla guida del Bangladesh Centre for Worker Solidarity, organizzazione a difesa dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori. Una vita, la sua, spesa in questa missione fin dall’età di 14 anni. Ora ne ha 43 e gira il mondo per denunciare le pessime condizioni di lavoro nel suo Paese e in altre zone del mondo, e le forti responsabilità delle grandi multinazionali occidentali della moda. Il pomeriggio di venerdì 12 aprile è intervenuta a Ferrara (Consorzio Factory Grisù in via Poledrelli) per l’incontro “Il lato oscuro della moda”, organizzato da AltraQualità, cooperativa ferrarese di professionisti del commercio equo e solidale, in occasione del Fashion Revolution day, movimento nato per ricordare le vittime del disastro del Rana Plaza di Dacca (Bangladesh), dove morirono 1133 lavoratori a causa del crollo della fabbrica di abbigliamento, e per promuovere una moda etica e sostenibile. Un’alternativa concreta, ha cercato di spiegare David Cambioli di AltraQualità, a “un sistema economico insensato che, in nome del profitto, non tiene mai in conto i diritti dei lavoratori, negando la loro dignità e il futuro stesso”. “Ho iniziato a lavorare nell’industria tessile del mio Paese insieme a mio fratello, quando di anni ne avevo 12 e lui 10. Ora lotto per cambiare il mondo”. Così ha esordito Akter. “Il Bangladesh è il secondo esportatore al mondo di abbigliamento, dà lavoro a 4 milioni di persone, delle quali l’80% sono donne. Sono persone, però, che lavorano 11-12 ore al giorno per 84 dollari al mese”. Una miseria. “Persone che – ha proseguito – vivono e lavorano in condizioni pessime a livello igienico e di sicurezza, per non parlare degli abusi psicologici, fisici (anche sessuali) molto frequenti. Ma tutti accettavamo queste condizioni perché non conoscevamo i nostri diritti, e nessuno ce ne parlava”. Fino al giorno in cui Kalpona ha deciso che era ora di cercare di capire e di alzare la voce. “Ho iniziato a studiare la legislazione e ho scelto di iniziare a organizzare altre lavoratrici e altri lavoratori per reclamare i nostri diritti. Avevo 15 anni quando sono entrata nel sindacato, che però non era riconosciuto da Governo e imprenditori, e perciò sono stata licenziata. Ma ho continuato a lottare”. Uno delle più terribili stragi sul lavoro al mondo, perlomeno in epoca moderna, è quella sopracitata di Rana Plaza, avvenuta il 24 aprile 2013. “Dopo questo evento – ha proseguito Akter – si è arrivati all’approvazione di un Accordo sulla sicurezza delle fabbriche e delle costruzioni in Bangladesh”, non firmato però da alcuni colossi come Walmart. “Anche ora l’Accordo è in pericolo, perchè ostacolato da diverse industrie e con i grandi brand che minacciano di ritirare i propri investimenti nel Paese. Inoltre, diversi parlamentari del Bangladesh sono strettamente legati o fan parte dell’industria tessile. Ciò che non è proprio cambiato – sono ancora sue parole – è la libertà di organizzarsi in sindacati, perché chi vi aderisce, viene prima invitato a lasciare l’organizzazione, poi minacciato e infine licenziato. Ciò che vi chiedo – ha concluso – è di fare il più possibile pressione sui brand della moda affinché accettino condizioni dignitose per le lavoratrici e i lavoratori delle loro aziende in Bangladesh e nel resto del mondo. Chi per 30 anni ha lavorato dall’altra parte della barricata è Giuseppe Iorio, impegnato per grandi marchi – tra cui Moncler, Vuitton, Versace, Dolce & Gabbana – proprio nell’organizzazione delle fabbriche delocalizzate in Europa dell’Est e Africa, prima di decidere di denunciare questo iniquo sistema. Iorio ha presentato il suo libro “Made in Italy – Il lato oscuro della moda” (uscito circa un anno fa per Castelvecchi). “Spesso un capo di abbigliamento – ha spiegato – può riportare la dicitura ’made in Italy’, in realtà però non è stato realizzato in Italia ma in un paese dell’est Europa o del terzo mondo, dove la tassazione per le imprese sono molto più basse, e molto più deboli le tutele per le lavoratrici e i lavoratori, oltre a scarsi o inesistenti i vincoli a tutela dell’ambiente. Non esiste però ancora una legge che obblighi le imprese a indicare il luogo reale dove i prodotti vengono fabbricati”. Riguardo agli stessi salari, ad esempio in Romania o Bulgaria (Paesi dell’Unione Europea…) “sono in continuo ribasso da dieci anni”, a causa di questa competizione sfrenata per cui gli Stati, pur di attirare le grandi imprese convincendole a delocalizzare, abbassano appunto costo del lavoro, tasse e vincoli ambientali. Questo naturalmente non solo rende questi Paesi terre di conquista e di sfruttamento da parte dei grandi marchi, ma impoverisce gli stessi Paesi d’origine, come appunto l’Italia, che si vede portare via di continuo imprese, lasciando per strada migliaia di lavoratrici e di lavoratori.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 19 aprile 2019

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La mafia nigeriana e i suoi legami con le mafie italiane

2 Apr

Di questo ha parlato Sergio Nazzaro, autore del saggio “Castel Volturno”, intervenuto alla Feltrinelli di Ferrara lo scorso 29 marzo: “in Italia la mafia nigeriana esiste e prospera perché le mafie italiane le ‘concedono’ i mercati della droga e della prostituzione”

sdrTrent’anni fa fu enorme il clamore suscitato dal brutale assassinio di Jerry Masslo, sudafricano, ucciso nel casertano (a Villa Literno) dove lavorava in nero nella raccolta dei pomodori. Tanto tempo è passato, tanta sofferenza ha continuato ad accumularsi grazie ad un sistema crimonoso diretto dalle mafie italiane ma, negli anni, sempre più “appaltato” a mafie d’importazione, in primis quella nigeriana. Anche di questo tratta il libro “Castel Volturno. Reportage sulla mafia africana” (Einaudi 2013), che l’autore Sergio Nazzaro ha presentato alla Feltrinelli di Ferrara lo scorso 29 marzo – con l’introduzione di Isabella Masina – in occasione degli eventi in programma per la XXIV “Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie”, organizzati dal Coordinamento di “Libera” Ferrara insieme ad “Avviso Pubblico”. Ripercorrendo alcune tragiche vicende che hanno interessato il tristemente noto comun casertano – come la “strage di San Gennaro” del settembre 2008, causata dai Casalesi, che ha portato alla morte del pregiudicato Antonio Celiento e di sei innocenti immigrati africani, o dell’enorme scandalo abusivo di Villaggio Coppola – Nazzaro ha cercato di delineare i tratti principali della mafia nigeriana nel nostro Paese, non solo in Campania, e i rapporti della stessa con le mafie italiane. “La criminalità organizzata nigeriana nasce nei cult universitari, o confraternite, del Paese africano. Alcuni nigeriani, poi, emigrano in Italia e qui ’imparano’ a diventare mafia”. Nel caso specifico di Castel Volturno, negli anni “i nigeriani hanno sostituito marocchini e tunisini nello spaccio sulle strade, mentre la camorra si occupa sempre più di affari importanti, più grossi e redditizi, lasciando spaccio della droga e sfruttamento della prostituzione ai primi. In Italia, quindi, – ha proseguito – la mafia nigeriana esiste e prospera perché le mafie italiane – dalle quali mutua i tratti – le concedono questi mercati, quelli più rischiosi, ’poveri’, che, in ultima istanza, rimangono sotto il controllo delle mafie italiane”. Tra le due, “ugualmente pericolose”, vi è “un rapporto di amore-odio, fatto a volte di omicidi e rese dei conti, altre volte di collaborazioni”. Difficile trovare facili soluzioni a problemi così enormi e radicati, ma, secondo Nazzaro, “di sicuro non servono i militari, mentre invece sarebbe già molto fornire di maggiori dotazioni le forze dell’ordine”, e, ad esempio, cercare di arruolare nelle stesse anche immigrati di seconda o terza generazione. Inoltre, la mafia nigeriana può essere sconfitta o comunque indebolita “studiandola bene, dal di dentro”, andando cioè a cercare davvero chi tira le fila dei traffici illeciti. Altro problema fondamentale – sembra banale dirlo – è rappresentato proprio dai “consumatori di droga e dai clienti che sfruttano le donne prostituite: se non ci fossero, non ci sarebbe nemmeno il mercato della droga e della prostituzione”. Durante l’incotnro è intervenuto anche Simmaco Perillo, presidente della cooperativa sociale “Al di là dei sogni”, che a Maiano di Sessa Aurunca (CE) dal 2008 gestisce il bene confiscato “Alberto Varone”, diversi ettari di terreno nei quali lavorano persone svantaggiate. Infine, ricordiamo che venerdì 12 aprile alle ore 21 nella Sala del Coro del Monastero del Corpus Domini di via Campofranco si terrà un incontro con Margherita Asta, attivista di “Libera”. Il 2 aprile 1985 Margherita, che ai tempi aveva 11 anni, sopravvisse alla strage di Pizzolungo, messa in atto da Cosa Nostra nel trapanese, in cui persero la vita la madre e i due fratelli gemelli di soli sei anni d’età.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 05 aprile 2019

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“E’ ancora possibile parlare lingue diversissime e comprenderci ugualmente”

2 Apr

Nel 1946 anche a Ferrara si sperimentava una forma – a quei tempi “scandalosa” – di dialogo fra credenti e non credenti: i Convegni sul problema religioso. Uno degli animatori era il giovane Silvano Balboni

SILVANO balboni“Da un’esposizione serena dei propri principi e da un contraddittorio leale non può che derivare una più forte comprensione dei tormenti, delle angustie, delle difficoltà, dei problemi che attanagliano le umane coscienze; e – quello che forse più conta – non può che derivare, quando si proceda su un piano di tranquilla e spassionata ricerca del vero, un amore più grande per l’umanità”. Sono parole che Luciano Chiappini scrive al concittadino Silvano Balboni nel ’46, nei primi mesi del lungo Convegno sul problema religioso, ideato a livello nazionale da Aldo Capitini, padre italiano della nonviolenza, e Ferdinando Tartaglia, per discutere fra cristiani, ebrei, atei di diverse sensibilità sulla religione nel mondo contemporaneo. Ma chi è Silvano Balboni? Nato a Ferrara il 23 aprile 1922, chiamato alle armi nel ’42, sostiene il suo diritto all’obiezione di coscienza, motivato dalla profonda scelta della nonviolenza, rifiutandosi di andare in Jugoslavia. Tornato a Ferrara, vive per qualche tempo alla macchia, aiutato da amici. Il 26 giugno è denunciato per diserzione al tribunale militare di Bologna. Carlo Bassi, suo amico, ha scritto: “nessuno in quegli anni 1940-1943 rischiò tanto e con tanta convinzione e serietà. […]. Quella decisione fu, da chi lo conobbe, considerata a dir poco una pazzia, se si pensa che eravamo in guerra e con il regime spietato con gli oppositori. […] Silvano Balboni era da solo, compreso da pochissimi. […]. Il suo parlare era veramente solo ‘sì, sì, no no’, sempre con il sorriso sulle labbra”. Esule in Svizzera, nel dopoguerra viene eletto consigliere comunale a Ferrara dando vita al progetto dei COS–Centri di Orientamento Sociale, intuizione sempre di Capitini all’indomani della Liberazione (realizzati anche a Perugia, Arezzo, Firenze, Ancona). A Ferrara i COS iniziano nel marzo ’46 all’Auditorium comunale, e poi nel Salone del Plebiscito del Palazzo Municipale: sono uno strumento di orientamento per le autorità, sulle esigenze del popolo, e per il popolo, di conoscenza e di controllo. Si tengono con frequenza settimanale da marzo a luglio ’46. In essi si discutono temi politici e amministrativi ma anche etici, culturali, di costume, di fede e coscienza. Il 17 dicembre ’46 prende avvio invece il Convegno sul problema religioso a Ferrara (antesignano in un certo senso del “Cortile dei Gentili”) organizzato dallo stesso Balboni. Prosegue ogni martedì, per 12 settimane, fino all’11 marzo 1947. Si svolge nella grande sala, allora sede dell’Università Popolare, sopra il Teatro Nuovo in piazza Trento e Trieste, alla presenza, mediamente, di 200 persone, fra le quali molti giovani e molte donne. Vi partecipano e relazionano cattolici, protestanti (come il pastore evangelico Zeno Tonarelli), ebrei (il rabbino Leone Leoni, che nel suo intervento dirà: “Dio non è soltanto il distributore di giustizia; ha anche una funzione redimente. Dio è vicino a chi soffre, a chi è umile; non desidera che il bene (…) e aspetta per questo la nostra collaborazione”), atei, ex sacerdoti, anarchici, mazziniani, umanisti, esistenzialisti. Per il mondo cattolico, fra i protagonisti c’è Luciano Chiappini, che, scrivendo a Balboni, oltre alle parole sopracitate, lo ringrazia per l’opportunità “di ascoltare, di discutere, di conoscere le esperienze più svariate, di allargare insomma i confini delle nostre cognizioni al proposito. […] Ogni specie di rancori, di dualismi, di avversioni, di indifferentismi mi pare tanto deleteria da relegarla, almeno per quanto mi riguarda, nel mucchio delle tentazioni da evitare, mentre la carità e la comprensione – che non vogliono affatto significare rinuncia ai propri principii e incompatibili compromessi – costituiscono la base più solida e, per me, cristiana, sulla quale edificare le costruzioni più eccelse e più vitali per questa povera umanità immersa nel fango e assetata di bene”. Interverranno, tra gli altri, Pasquale Modestino e don Elios Giuseppe Mori, che rifletterà su come “l’uomo è ammalato. Ha perciò bisogno d’una verità: quale soluzione più umana di quella che con filiale amore congiunge l’uomo a Dio? Gesù s’innesta nella storia sviluppando una gamma infinita di variazioni cristiane. […] Ci si può salvare agganciandosi a Gesù; il mezzo per arrivare a questo è l’amore e l’adesione alla Chiesa, che non è, tuttavia, essenziale al cristianesimo. Non si potrà allora più parlare di ‘noi’ e degli ‘altri’ perché quando c’è di mezzo Cristo siamo tutti ‘noi’”. L’anno successivo, il 18 aprile 1948, Casa Romei ospiterà invece il Convegno nazionale del Movimento di Religione. Giovanni Gonnet, professore e storico valdese, scrive a Balboni nel ringraziarlo: “Il Convegno di Ferrara mi ha lasciato una profonda impressione. Malgrado tutto, è ancora possibile, in Italia, parlare insieme lingue diversissime e comprenderci ugualmente, o almeno c’è la buona volontà di comprenderci e stimarci reciprocamente”. La vicenda di Balboni è stata minuziosamente raccontata da Daniele Lugli nel libro “Silvano Balboni era un dono, Ferrara, 1922-1948: un giovane per la nonviolenza dall’antifascismo alla costruzione della democrazia”, presentato lo scorso 26 marzo alla libreria Feltrinelli di Ferrara, ultimo appuntamento del ciclo “Raccontare la storia, raccontare storie”. Una vita, quella del giovane ferrarese, giustamente portata a conoscenza di un pubblico ampio. Balboni, rimasto legato alla sua compagna, Ester Merlo, fino all’ultimo, morirà a soli 26 anni il 7 novembre 1948, a causa di una rapida malattia.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 05 aprile 2019

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“Solo il mite può essere ben disposto alla misericordia”

25 Mar

L’ISCO di Ferrara ha ospitato un incontro dedicato all’“Elogio della mitezza” di Norberto Bobbio

bobbio“Beati i miti…”. Ma chi sono i miti? E la mitezza può essere considerata una virtù in una società dove diffidenza e competizione spadroneggiano? Su questo e molto altro si è riflettuto nel pomeriggio del 18 marzo scorso durante l’incontro dal titolo “Riflessioni su ’L’elogio della mitezza’ in Norberto Bobbio”, laboratorio didattico pensato soprattutto per insegnanti ma aperto a tutti, facente parte del ciclo di incontri “I colori della conoscenza. La lingua e i linguaggi”, a cura di Istituto di Storia Contemporanea e Istituto Gramsci di Ferrara Nella sede dell’ISCO in Vicolo Santo Spirito, 11, dopo l’introduzione da parte di Daniela Cappagli è intervenuto Fiorenzo Baratelli, discutendo su questo testo nato da una conferenza tenuto dallo studioso torinese nel 1983, dedicato a questa virtù che “porta a scegliere il giusto mezzo”. La prima definizione del termine “mitezza”, come detto all’inizio, prende le mosse dal versetto delle Beatitudini (Mt 5,5), “Beati i miti perché erediteranno la terra”, dove Bobbio fa notare come la mitezza sia “diversa dalla mansuetudine, detta quest’ultima degli animali, quindi che richiama passività, mentre la prima è una virtù attiva, profonda, ragionata e sociale”, ha spiegato Baratelli. “Il mite – scrive Bobbio – è l’uomo di cui l’altro ha bisogno per vincere il male dentro di sè”, nonostante la mitezza sia tipica “dell’insignificante, dell’inappariscente, di colui che nella gerarchia sociale sta in basso, non detiene potere su alcuno, talora neppure se stesso, di colui di cui nessuno si accorge, e non lascia nessuna traccia negli archivi […]”. E’, dunque, una delle virtù cosiddette “deboli”, non in senso spregiativo, ma in quanto tipica di quella “parte della società dove stanno gli umiliati e gli offesi, i poveri, i sudditi che non saranno mai sovrani”, quelli della “storia sommersa”, della “non-storia”. Le virtù deboli, al contrario di quel che si può pensare, ha proseguito il relatore, “richiedono un animo fermo e nobile”, quindi anche la mitezza “richiede un’educazione e un grande lavoro su di sè”. Proseguendo con altre distinzioni che gradualmente permettono al concetto di “mitezza” di emergere nel suo senso più profondo, questa virtù è opposta all’arroganza (“il mite non ha grande opinione di sè, non già perché si disistima ma perché è propenso a credere più alla miseria che alla grandezza dell’uomo”), alla protervia (“il mite non ostenta nulla, neanche la propria mitezza”) e alla prepotenza. Il mite, poi, “non entra nel rapporto con gli altri con il proposito di gareggiare, di confliggere, e alla fine di vincere. E’ completamente al di fuori dello spirito di gara, della concorrenza, della rivalità, e quindi anche della vittoria. Nella lotta per la vita è infatti l’eterno sconfitto”. Ma egli non è nemmeno il remissivo (non è rassegnato), né il bonario (non è grossolano), né l’umile (è infatti lieto e non triste), né tantomeno il modesto (quest’ultimo è spesso ipocrita nel sottovalutare se stesso). Inoltre, secondo Bobbio, “la semplicità è il presupposto necessario o quasi necessario della mitezza e la mitezza è un presupposto possibile della compassione”: “per essere miti bisogna essere semplici, e solo il mite può essere ben disposto alla compassione” e alla misericordia. Infine, sempre secondo l’autore, la mitezza “non è una virtù politica, anzi è la più impolitica delle virtù”: “identifico – scrive nel testo – il mite con il nonviolento, la mitezza con il rifiuto di esercitare la violenza contro chicchesia. Virtù non politica, dunque, la mitezza. O addirittura, nel mondo insanguinato dagli odii di grandi (e piccoli) potenti, l’antitesi della politica”. Baratelli ha in parte sottoposto a critica questa affermazione di Bobbio, il quale tenderebbe ad avere un’idea eccessivamente negativa della politica, ritenuta troppo “totalizzante”. Al contrario, il relatore ha citato Aristotele e la sua concezione della politica come “arte di produrre amicizia. Se così interpretata – ha concluso -, la mitezza può diventare parte della politica”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 29 marzo 2019

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Una rete di legalità per combattere la mafia anche in Emilia-Romagna

25 Mar

Il 21 marzo era la “Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie”: tanti gli incontri anche a Ferrara, organizzati da Avviso Pubblico, Libera e altre associazioni e istituzioni locali

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“Spesso le mafie minacciano o cercano di corrompere gli amministratori pubblici: per questo è importante non lasciarli soli, ma creare una rete di supporto”. E’ questo l’impegno – che davvero dà senso a una vita – iniziato 22 anni da Avviso Pubblico (AP), Associazione che riunisce Enti locali e regioni antimafia, presentata a Ferrara lo scorso 21 marzo in occasione della XXIV “Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie”. L’incontro svoltosi alla libreria Feltrinelli di Ferrara organizzato in collaborazione con il Coordinamento di “Libera” Ferrara, ha visto la presentazione del libro “Vent’anni di lotta alle mafie e alla corruzione. L’esperienza di Avviso Pubblico”, che raccoglie contributi, tra gli altri, di Rosy Bindi, don Luigi Ciotti e Agnese Moro. Forte è emersa ancora una volta la necessità di tenere sempre alta l’attenzione sulla mafia nella nostra Regione, teatro, negli anni scorsi, di due grandi processi, “Black Monkey” e “AEmilia”, doppia dimostrazione di come anche in Emilia-Romagna “vi siano (state) forti infiltrazioni di stampo mafioso”, ha spiegato Antonella Micele, vicesindaco di Casalecchio di Reno e coordinatrice regionale di AP. Nella nostra provincia, quattro sono i Comuni che hanno scelto di aderire ad Avviso Pubblico: Ferrara, Cento, Fiscaglia e Voghiera. Di quest’ultimo è vicesindaco Isabella Masina, che è anche giornalista, e che ha introdotto e moderato l’incontro a Feltrinelli, alternandosi in questo ruolo con Federica Pezzoli, volontaria e responsabile del settore informazione del Coordinamento di “Libera” Ferrara. Giulia Migneco, coautrice del volume e responsabile comunicazione di AP, ha spiegato come l’Associazione nasce proprio in questa Regione, grazie all’allora Sindaco di Savignano sul Panaro, Massimo Calzolari, il quale ebbe la grande intuizione di unire gli amministratori locali “che sentivano il bisogno di prevenire eventuali infiltrazioni mafiose nei propri Comuni, già presenti negli anni ’90, anche se in quegli anni quasi nessuno ne parlava. Nel ’96 in AP c’erano 14 amministratori locali, oggi siamo in 470. In più di vent’anni – ha proseguito – , nel nostro Paese sono stati oltre 300 i Comuni sciolti per mafia, dei quali uno in Emilia-Romagna nel 2016, Brescello”. “Le mafie – sono ancora sue parole – anche se uccidono di meno, sono sempre più forti, anche a livello economico – e in ambiti diversi, come quello del gioco d’azzardo, dell’agroalimentare o dei beni culturali -, e spesso minacciano o cercano di corrompere gli amministratori pubblici”. Una delle ultime, macabre, intimidazioni è quella rivolta due settimane fa a Sindaco, alla sua famiglia e a un assessore di Monte Sant’Angelo (FG) ed ente socio di AP, dove è stata fatta trovare una busta contenente un teschio umano. “Per questo è importante non lasciarli soli”, e AP nasce proprio come “rete di supporto che organizza anche progetti formativi, corsi di aggiornamento, avanza proposte per un’amministrazione trasparente, chiara, efficace e legale”, ha spiegato la Micele, oltre a monitorare l’attività parlamentare, “colmando così un vuoto lasciato dallo Stato e dalla crisi dei partiti”. L’obiettivo in provincia, e non solo, “è di ampliare il numero di Comuni aderenti ad AP, ma – ha spiegato Masina – stando molto attenti alla qualità e all’impegno degli stessi, evitando dunque collaborazioni o adesioni spot. Purtroppo bisogna constatare – ha riflettuto con amarezza – come l’anno scorso pochi erano gli amministratori locali presenti alle nostre iniziative in occasione della Giornata del 21 marzo”. Giornata che anche quest’anno ha visto e vedrà ancora diverse iniziative in provincia. Il 21 marzo scorso è iniziato con la lettura, nel Municipio di Ferrara, dei 1009 nomi delle Vittime di tutte le mafie, in contemporanea alla manifestazione nazionale tenutasi a Padova. Lettura alla quale hanno partecipato il Sindaco Tagliani e l’Assessore Sapigni, il Prefetto Campanaro, e rappresentanti dell’ISCO, Cgil, Emergency, Gruppo Scout S. Luca, Ail, Pro Loco Casaglia, Comitato Unicef Ferrara, Copresc Ferrara, Agire Sociale e singoli cittadini volontari. All’iniziativa era presente anche la classe V F del Liceo Scientifico A. Roiti di Ferrara, accompagnata dall’insegnante Andrea Celeghini. Poco prima della lettura è stata inaugurata la mostra di graphic novel “Vittime di mafia”, a cura dalla casa editrice Becco Giallo, allestita nell’atrio del Municipio. Sempre giovedì 21 nel Dipartimento di Giurisprudenza di Unife si è tenuto il seminario “Il diritto al viaggio”, mentre il giorno successivo nel “Punto 189” del Grattacielo di Ferrara si è svolto l’incontro dal titolo “Da Cosa Nostra a casa nostra: viaggio di scoperta, conoscenza e responsabilità”, con testimonianze e racconti video a cura del gruppo Scout San Luca e del gruppo dei giovani della parrocchia cittadina dell’Immacolata. Infine, l’ultimo appuntamento è in programma venerdì 29 marzo quando alla Feltrinelli di Ferrara verrà presentato il libro “Castel Volturno. Reportage sulla mafia africana”, con l’autore Sergio Nazzaro e Isabella Masina.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 29 marzo 2019

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La pipa inglese e altri mezzi pacifici di resistenza al nazifascismo

18 Mar

resistenza 2Una storia del sangue risparmiato, non del sangue versato. Un taglio diverso della Resistenza, un’opposizione alle barbarie nazifasciste fatta di piccoli grandi gesti personali e collettivi che hanno intessuto – quando ancora pesanti erano le tenebre oscuranti il cielo della libertà – tanti fili di pace e di nonviolenza. Diversi sono stati gli spunti e gli aneddoti nel terzo incontro del ciclo “Raccontare la storia, raccontare storie. Incontri con gli autori. Nonviolenza in azione”, organizzato da Daniele Lugli alla libreria Feltrinelli di Ferrara. Martedì 12 marzo Raffaele Barbiero, operatore del Centro per la Pace di Forlì, ha presentato il suo libro “Resistenza nonviolenta a Forlì” (ed. Risguardi, 2015). Per resistenza nonviolenta, ha spiegato l’autore, si intende “qualsiasi azione che non avesse comportato uccisione o ferimento di persone, o mancato rispetto della dignità della persona”. Qualcosa che richiede non poco “coraggio” e non meno “creatività”. Barbiero ha illustrato innanzitutto le azioni di boicottaggio e sabotaggio, quali ad esempio il fumare – in pieno conformismo autarchico – una semplice pipa inglese, o indossare sul lavoro un simbolo politico com’è un nastro rosso, invitare le giovani donne a non rendersi dispponibili in alcun modo agli occupanti tedeschi e ai loro vassalli italiani. Ancora, in maniera ancora più rischiosa e organizzata, il sottrarre macchinari, bestiame o derrate alimentari all’avversario, sabotare il trasporto di merci, disertare la chiamata militare. Altre “armi” nonviolente erano quelle dello sciopero, per conquiste lavorative o per solidarietà a compagni/e arrestati/e, della propaganda attraverso giornali, volantini, manifesti, poesie e canzoni, tutte rigorosamente clandestine, oppure il supporto e il soccorso agli alleati e ai partigiani stessi. “Senza tutto ciò – ha spiegato ancora l’autore – la resistenza armata non avrebbe avuto la stessa efficacia, e non avrebbe potuto velocizzare la Liberazione, risparmiando così tanti morti e feriti”. Non dimenticando che la prima, elementare, forma di opposizione nonviolenta consiste semplicemente nel non obbedire a un ordine ingiusto di un potere ingiusto. Un ambito, quello della Resistenza nonviolenta, che, si spera, in futuro possa essere indagato in modo organico anche riguardo al territorio ferrarese.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 22 marzo 2019

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Quella santità “feriale, piccola, di tutte/i e comunitaria”

11 Mar

L’Ottavario di S. Caterina Vegri si è concluso sabato 9 marzo con la riflessione di Cristina Simonelli sulla “Gaudete et Exsultate”

5051L’importanza di “fiutare il buon profumo della santità, a prescindere dal nome con la quale è chiamata”, scoprendo quella “trama condivisa di santità sparsa nel mondo, che attraversa tutti”. Amare usare un linguaggio vivace e appassionato Cristina Simonelli (Presidente del Coordinamento delle teologhe italiane) per tentare di spiegare e di riflettere insieme a chi l’ascolta, su cosa sia la santità. Lo ha fatto anche nel pomeriggio di sabato 9 marzo nel Monastero del Corpus Domini di Ferrara, nella giornata conclusiva dell’Ottavario di S. Caterina Vegri, dedicato appunto al tema della santità e della bellezza. Nel suo intervento dedicato in particolare all’Esortazione apostolica “Gaudete et Exsultate” (GE), la Simonelli ha voluto innanzitutto omaggiare S. Caterina Vegri, richiamando la sua “pietas verso la fragilità dei corpi e dei volti”. Da qui il collegamento con la Misericordia, tema quanto mai centrale nel pontificato di Francesco, scandito, non solo in GE, dal tema della gioia (“Evangelii Gaudium”), della letizia (“Amoris Laetitia”), e della lode (“Laudato si’”). “Il documento ha un cuore biblico, rappresentato dalle Beatitudini – ha spiegato -, ma vi è anche un cuore del cuore stesso, la cosiddetta regola del volto, che ha come bussola Mt 25, 45: “ogni volta che non avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, non l’avete fatto a me”. Torna quindi la sopracitata “pietas davanti al corpo” del prossimo, come, ad esempio, può essere quello dei “naufraghi, che è quasi come stare davanti a una reliquia, a un ex-voto”, e da qui il legame col periodo quaresimale, “nel quale ognuno è chiamato a un cammino penitenziale, a porsi in ginocchio davanti alle ’reliquie’ del corpo del Signore”. Da ogni pagina di GE emerge proprio questa “spiritualità di santità”, intesa come “profondità evangelica di forma di vita”. Ricorrente è, innanzitutto, il discorso sui cosiddetti “santi della porta accanto” (GE 6-9): “Non pensiamo solo a quelli già beatificati o canonizzati”, scrive Francesco. “Lo Spirito Santo riversa santità dappertutto nel santo popolo fedele di Dio […]. In questa costanza per andare avanti giorno dopo giorno vedo la santità della Chiesa militante. Questa è tante volte la santità ‘della porta accanto’, di quelli che vivono vicino a noi e sono un riflesso della presenza di Dio, o, per usare un’altra espressione, ‘la classe media della santità’ ”. Questa “santità di tutte e di tutti”, una “santità feriale”, è possibile incontrarla “nella quotidianità di una vita buona”. L’idea, dunque, è che la strada sia “luogo di santità”, luogo di uscita verso il prossimo, e al tempo stesso (una cosa non esclude l’altra) lo è anche “la casa”, la prossimità familiare. Una santità, questa, come accennato, “leggera ma non superficiale, nel senso che non si tratta di un lavoro al ribasso”, e che, anzi, può arrivare – ma non necessariamente – al “martirio”. E’ anche – ha proseguito la relatrice – una “santità diffusa in un mondo che, certo, è teatro di un dramma ma anche luogo dove possiamo sentire la sintonia con le nostre sorelle e i nostri fratelli, respirare la santità ovunque, anche in persone che chiamano Dio in un altro modo, o che non lo chiamano proprio”. Possiamo perciò “fiutare il buon profumo della santità, a prescindere dal nome con la quale è chiamata”, scoprendo quella “trama condivisa di santità sparsa nel mondo, che attraversa tutti”. Infine, la santità è anche quella “dei piccoli particolari” (GE 144) e non può non essere “santità della comunità, intesa come salute della nostra vita comune, matrice nella quale sanamente si può sviluppare la santità di ognuno. Ciò, naturalmente, non toglie l’influsso dello Spirito – ha concluso la Simonelli -, ma è importante per capire che non solo questo agisce, ma anche lo spirito condiviso”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 15 marzo 2019

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