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Casa, diritto negato: se i ricchi si mangiano tutto

9 Ott

Sarah Gainsforth a Ferrara per Internazionale ha presentato il suo libro “L’Italia senza casa”

Un sistema di dominio e di estrazione di valore che rende sempre più le nostre città spazi di passaggio per i più ricchi, espellendo le famiglie e i residenti storici. È questa la lucida analisi proposta da Sarah Gainsforth, giornalista e ricercatrice, che lo scorso 3 ottobre a Ferrara (Aula Magna Facoltà di Economia) ha presentato il suo ultimo libro, “L’Italia senza casa” (Ed. Laterza, 2025). L’autrice ha dialogato con Romeo Farinella (Urbanista di UniFe) e Diego Carrara, fino ad alcune settimane fa Direttore di ACER Ferrara.

«L’Italia è piena di case, ma molte di queste sono vuote, non sono abitabili», ha detto Farinella. «Gran parte degli italiani non hanno, quindi, diritto alla casa». «Sono stimati fra i 70mila e i 100mila gli alloggi vuoti nel nostro Paese», ha aggiunto poi Carrara. Alloggi che dovrebbero essere riqualificati, ma che vengono lasciati a se stessi, perché «mancano investimenti pubblici» (tradotto: perché il pubblico decide di non investire in questo ambito). In Emilia-Romagna gli alloggi pubblici sono 56mila, di cui 5mila vuoti (quelli vuoti sono il doppio nella sola Milano). Ma nella nostra Regione sono ben 30mila i nuclei familiari presenti nelle graduatorie pubbliche in attesa di un alloggio (a livello nazionale sono 350-450mila le famiglie che attendono).

Nel capitalismo contemporaneo «il valore non viene nemmeno più prodotto ma estratto», ha spiegato Gainsforth . Estrazione del valore dal suolo – per speculare a livello immobiliare – che è «un atto di violenza», e «così è sempre stato, dall’impero coloniale britannico fino a oggi, come avverrà a Gaza quale conseguenza della guerra in corso». In Italia, nel secondo dopoguerra vi era stato un periodo di politiche pubbliche atte a regolare la rendita.Politiche pubbliche presenti ancora, ma che «oggi favoriscono processi di privatizzazione dell’ambito immobiliare», iniziati negli anni ’80 e ’90 del secolo scorso. Tutto ciò per favorire quella produzione di valore di cui si è accennato, attraverso l’attività edilizia e grazie ai cambi di destinazione d’uso (da agricolo ad abitativo, perlopiù). Forma di speculazione immobiliare dominante negli ultimi anni è quella legata al turismo, divenuto nel tempo «lo strumento principale di estrazione di valore d’uso dal suolo», affittando sempre più alloggi a turisti (quindi per periodi brevi) e non a singoli o famiglie che vogliono risiedere. Questo rent gap porta alla cosiddetta gentrification, vale a dire alla trasformazione delle città con la sostituzione dei ceti medi e popolari con ceti con redditi più alti.

«Soprattutto negli ultimi 5 anni – ha proseguito Gainsforth -, anche in Italia abbiamo assistito a questo fenomeno – in crescita -, che vede un target sempre più ristretto: prima gli studenti, poi i turisti, ora i ricchi stranieri». Dagli affitti brevi a quelli medi. Gainsforth nell’ultimo numero della rivista Jacobin Italia (n. 28 – autunno 2025) spiega quindi come «gli affitti medi [alcuni mesi o un anno, ndr], intermediati da piattaforme digitali, sono in crescita e stanno monopolizzando il mercato delle locazioni». E scrive ancora: «Le case diventano più care, sempre più quartieri un tempo popolari diventano inaccessibili a residenti stabili, mentre coworking, caffè e palestre boutique sostituiscono negozi, asili e altri servizi tradizionali. La nuova offerta di abitare di medio periodo si intreccia con una domanda, anch’essa in crescita, composta da profili come nomadi digitali o expat temporanei, spesso con alto potere d’acquisto».

Così, la città diventa «una macchina di accrescimento della ricchezza privata, e naturalmente per pochi. Oggi – soprattutto in Italia – col dogma della proprietà privata è impensabile immaginare che il pubblico sia il proprietario del suolo (fenomeno che invece avviene ad esempio in Austria e in Olanda) ed è quindi impensabile proporre una riforma del catasto». Ma l’assolutizzazione della proprietà privata così intesa «non difende dalla povertà, non difende il diritto al lavoro né quello alla casa», ha aggiunto l’autrice. «Nelle città vediamo una sempre maggiore polarizzazione: i ricchi/molto ricchi e i poveri (i senzatetto)», dato che la gentrification sposta sempre più le fasce medio-basse fuori dalla città.

C’è quindi bisogno – ha detto Gainsforth – di «ripoliticizzare il tema della casa», di difenderlo come «diritto non privato ma di tutti». E una possibile soluzione – ha concluso – potrebbe essere quella di «rivalutare la forma cooperativa di proprietà».

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 10 ottobre 2025

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Foto: SevenStorm Juhaszimrus (Pexels)

Bassani urbanista politico: l’impegno dello scrittore per “conservare” Ferrara

24 Set

Ferrara, le Mura e il centro storico: un bagaglio storico straordinario, da difendere e valorizzare. Da rendere sempre più spazio di partecipazione democratica. Questo l’impegno di Giorgio Bassani (e di Bruno Zevi), fra letteratura e urbanistica: le riflessioni di Parussa e Scafuri in un Convegno

di Andrea Musacci

La passione che muove le persone e le comunità per difendere e valorizzare i propri luoghi, le proprie città, la propria storia, può esprimersi in forme differenti. Esempio alto e raro (sempre più raro) di ciò lo incarnava Giorgio Bassani.

Lo scorso 17 settembre la Sala Convitto di Factory Grisù (via Mario Poledrelli, Ferrara) questo tema è stato al centro del Convegno dal titolo “Essere conservatori per essere progressisti. Giorgio Bassani e il dibattito sull’urbanistica ferrarese del Novecento”

Francesco Franchella (Fondazione Giorgio Bassani) ha introdotto gli interventi di Sergio Parussa (docente presso il Wellesley College, Boston, USA) e Francesco Scafuri (già responsabile dell’Ufficio Ricerche Storiche del Comune di Ferrara), a cui han fatto seguito i saluti di Paola Bassani (Presidente della Fondazione Giorgio Bassani, intervenuta brevemente e a distanza), e preceduti dalle introduzioni di Alfredo Morelli (Università di Ferrara – curatore dell’evento assieme a Franchella) e Maria Calabrese (Biblioteca Popolare Giardino). Una 70ina i presenti.

L’evento – che ha visto anche la collaborazione di Carlo Magri (suo un video storico su Ferrara proiettato a fine incontro) – è stato organizzato dal Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università degli Studi di Ferrara e dalla Fondazione Giorgio Bassani, con il sostegno di Italia Nostra – Sezione di Ferrara, Ferrariae Decus-ETS, Laboratorio per la Pace e Biblioteca Giardino.

TRA NON-FINITO E STORICIZZAZIONE

Ferrara protagonista della narrativa bassaniana, con l’urbanistica al centro dei suoi romanzi e racconti. Da qui ha preso le mosse Sergio Parussa, sottolineando l’impegno di Bassani – in particolare come Presidente di “Italia Nostra” dal 1965 al 1980 – per il restauro architettonico di Ferrara.Ferrara che nella sua narrativa «non è semplice sfondo degli avvenimenti ma filo rosso della trama».Ne è dimostrazione la «ricchissima topografia» presente nelle sue pagine, un «paesaggio urbano sempre nominato con esattezza». Si pensi, ad esempio, alla farmacia di Corso Roma(oggi Corso Martiri della Libertà) ne “La lunga notte del ’43” o alla porticina di via Gorgadello (oggi via Adelardi) dello studio di Fadigati ne “Gli occhiali d’oro”. E soprattutto il luogo simbolo della narrativa bassaniana e della sua Ferrara: il giardino al fondo di corso Ercole I d’Este, il luogo «più elusivo e inafferrabile« dell’universo bassaniano, «il giardino che non c’è». Bassani spiegò come per evocarlo si fosse ispirato al romano Giardino di Ninfa della nobile famiglia Caetani, e all’Orto Botanico della Capitale.Ma non solo: la famiglia protagonista del romanzo è ispirata a quella dei Finzi Magrini: Silvio Finzi Magrini ha infatti “suggerito” nello scrittore la figura di Ermanno Finzi Contini, capostipite della casata e padre di Micòl. I Magrini a Ferrara vissero al numero 76 di via Borgo dei Leoni, poco distante quindi. In ogni caso, il giardino più famoso di Ferrara non esiste ed «è frutto di combinazioni di luoghi diversi ma reali». E il punto di corso Ercole I d’Este dove Bassani colloca il giardino (che in realtà è un parco), al civico 129 (che non esiste, fermandosi al 123), in realtà «è uno spazio vuoto»: «Essendo il giardino – scrive Bassani nel romanzo – grande “un” dieci ettari, e i viali, tra maggiori e minori, sviluppando nel loro insieme una dozzina di chilometri, la bicicletta era a dir poco indispensabile».

Negli stessi anni, l’architetto e urbanista BrunoZevi (scomparso nel 2000) «fa di questi stessi luoghi il  fulcro dei suoi studi urbanistici». L’idea di fondo che accomuna i due è che «gli esperimenti urbanistici rinascimentali furono la base per progettare la ricostruzione dell’Italia antifascista e repubblicana». Il relatore ha quindi richiamato il concetto di «“non-finito” tipico dell’Addizione erculea e del tessuto urbano della nostra città», vale a dire «l’apparente disomogeneità e discontinuità tra campagna e città».Un “non-finito” come «frutto innanzitutto di una crisi politica all’inizio del XVI secolo, segno di una storia che avrebbe potuto essere e non è stata»; ed emblema, secondo Bassani, anche «della drammatica conclusione della pacifica storia della comunità ebraica ferrarese e degli ideali risorgimentali a inizio ‘900», a causa del fascismo.

E a proposito di fascismo, «la comune fede e appartenenza politica è un altro tratto che accomuna Bassani a Zevi, oltre naturalmente al «sodalizio intellettuale».Entrambi, infatti, «sono antifascisti gobettiani, vicini ai fratelli Rosselli», quindi appartenenti a quell’area liberal-socialista o del socialismo liberale concretizzatasi nel dopoguerra nel movimento “Giustizia e Libertà” (GL) di Carlo Cassola e poi nel movimento “Unità Popolare”, che raccoglieva dissidenti socialdemocratici, dissidenti repubblicani ed ex GL. Bassani e Zevi si conobbero, infatti, a Roma nei primi anni ’40, proprio quando nasce e si sviluppa il Partito d’Azione, che raccolse l’eredità di Giustizia e Libertà (il movimento antifascista e partigiano nato nel ’29 da Carlo Rosselli e altri). Altro loro punto di riferimento fu Benedetto Croce e la sua lezione sullo «storicismo legato all’azione intellettuale e di quella politica». Da qui la «storicizzazione» che accomuna Bassani e Zevi, cioè «il calare i luoghi e gli edifici di Ferrara nel contesto storico e nel loro tessuto urbano, sottolineando così l’interdipendenza di ogni elemento con gli altri». Interdipendenza che riguarda anche – e soprattutto – le persone: da qui, la centralità nei due intellettuali del tema della «partecipazione del cittadino alla creazione dello spazio urbano». Partecipazione che richiama la «democratizzazione» della città stessa:sia Bassani sia Zevi, infatti, vedevano nel paesaggio urbano «un’aspirazione egualitaria», facilitata «dall’orizzontalità di Ferrara città di pianura, estranea a ogni tentazione gerarchica e a ogni verticalismo». Così, per Zevi la Ferrara rossettiana è «una realtà urbanistica eminentemente democratica». E appunto, come richiamato nel titolo dell’incontro, lo spirito progressista della Giunta rossa non è stato sinonimo di mancato rispetto per la storia, anzi; è lo stesso Bassani ne “Il giardino dei Finzi Contini” a scrivere: «corso Ercole I d’Este è così bello, tale è il suo richiamo turistico, che l’amministrazione social-comunista, responsabile del Comune di Ferrara da più di quindici anni, si è resa conto della necessità di non toccarlo, di difenderlo con ogni rigore da qualsiasi speculazione edilizia o bottegaia, insomma di conservarne integro l’originario carattere aristocratico» (corsivo nostro).

MURA TORMENTATE

«Alle origini del “Progetto Mura” c’è il fallimento del progetto di rendere Ferrara un importante centro industriale».Da qui è partito Scafuri per la sua analisi. La zona industriale della città, sorta tra il 1937 e il 1942, infatti, «si basava su aspetti autarchici» e serie furono le conseguenze dei bombardamenti nel ’44. Dagli anni ’40 si inizia però a ragionare sulle nostre Mura, progettando nel ’47 un Piano di Ricostruzione e di valorizzazione, grazie soprattutto all’ing. Savonuzzi. Negli anni ’50 Ferrara «era ancora una città agricola e preindustriale» ma sempre più cresceva la consapevolezza dell’importanza di «valorizzarne l’enorme patrimonio storico, artistico e architettonico». È poi del ’58 il Convegno sull’edilizia artistica ferrarese a cui seguì, nel ’79, la pubblicazione dal titolo “Ferrara.Spazi, orizzonti”. Bassani era dentro questo dibattito: «Il verde va preservato, tutelato, per l’uso effettivo dei cittadini»;l’Amministrazione comunale deve difendere il centro «dalle insidie di chi parla di rinnovamento ma pensa soprattutto ai propri affari», disse al Consiglio Comunale di Ferrara il 25 giugno ’62, “profetizzando” la sempre più forte privatizzazione degli spazi pubblici. Così come intervenne nel ’73 nel “Corso Residenziale” e nel ’78 al 6° Symposium europeo sulla salvaguardia dei centri storici (da cui è tratta anche la sua citazione nel titolo del Convegno, «Essere conservatori per essere progressisti»). Se insufficienti furono i lavori sulle Mura negli anni ’60 in seguito al primo Piano Regolatore, negli anni ’70 e ’80 la pianificazione urbanistica coinvolse numerosi esperti, anche in riferimento all'”Addizione verde”, e negli anni ’80-’90 con gli importanti finanziamenti pubblici si riuscì a portare a termine il restauro integrale della cerchia urbana. Una storia – dunque – nata male, proseguita con successo ma non conclusa.

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 26 settembre 2025

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(Foto: Giorgio Bassani – Archivi Mondadori – urly.it/31c6w6)

«Una forma di preghiera, una vita di carità»: Giulio Zambon poeta social

11 Set


Dialogo sull’essenza della poesia col giovane catechista dell’Unità Pastorale Borgovado e insegnante all’Einaudi di Ferrara: «su Instagram e Tik Tok non cerco visibilità ma continuo la mia ricerca attraverso la parola, questo trovare misterioso mettendo una parola dopo l’altra»

di Andrea Musacci

«Se ci si ricorda del linguaggio, se non si dimentica che possiamo parlare, allora siamo più liberi, non siamo costretti alle cose e alle regole. Il linguaggio non è uno strumento, è il nostro volto, l’aperto in cui siamo». 

(G. Agamben, Quando la casa brucia, 2020)

«Ciò che ti dà la poesia è parole per capire la tua vita e quella che ti è attorno. Parole per prenderle entrambe per mano». Così Giulio Zambon, 27 anni, ci spiega la sua vocazione di poeta. E di poesia ha scelto di parlare attraverso alcuni social: i suoi reels su Instagram raccolgono da “appena” qualche decina di migliaia di visualizzazioni ad alcuni milioni. Lo stesso su Tik Tok. Ma a incontrarlo, Giulio, non pare avere nessuna voglia di atteggiarsi da VIP.

Cresciuto a Schio, nel vicentino, insegna italiano e storia all’Einaudi di Ferrara e nel proprio curriculum ha gli studi di pianoforte al Conservatorio e una laurea in Lettere all’università. «Fatico – spiega a “La Voce” – a definire il leggere e lo scrivere come passioni perché non occupano una fetta del mio tempo, ma la mia vita». Suoi versi sono apparsi nella rivista Poesia, edita da Crocetti, e suoi testi sono apparsi anche in riviste online (Minima Poesia, Medium Poesia, Vallecchi Poesia).

Prossimamente uscirà una sua pubblicazione. «Poi c’è la musica, ci sono le passeggiate, le lunghe conversazioni con gli amici». E una fidanzata, con la quale condivide – ogni domenica prima della Messa delle 11 – il catechismo nell’Unità Pastorale di Borgovado a Ferrara. Proprio da qui inizia il nostro dialogo.

Giulio, parlaci della tua appartenenza alla Chiesa: dove nasce, come cresce, come si concretizza…

«Nasce da una diffidenza, come da piccoli si guarda di nascosto qualcosa che non si capisce. E si mantiene fisso lo sguardo, consapevoli del mistero. La Chiesa, o più specificamente la fede, era per me questo: un mistero commestibile, che provavo ad addentare ma che non comprendevo. A un certo punto le parole e la Parola le ho sentite dirette a me, mi hanno dato del “tu”. Penso che si sia figli da quando un padre ti chiama per nome. Ora sono in un momento di silenzio, che non è altro di uno dei normali momenti di un dialogo che continua. Sento che questo rapporto si esplica concretamente mentre scrivo, che non è altro che una forma di preghiera. Continua nel mondo attraverso i bambini del catechismo».

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(Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 12 settembre 2025)

Fontana e le immagini sacre, universo tutto da scoprire

13 Giu


Presentato in Arcivescovado il volume di Lara Scanu “Rivoluzione Fontana”: ecco alcuni spunti

La cura e le norme del Vescovo Fontana, e le differenze e somiglianze col card. Borromeo e il card. Paleotti.

Erano una 60ina le persone che nel tardo pomeriggio dello scorso 4 giugno hanno partecipato nella Sala del Sinodo del Palazzo Arcivescovile di Ferrara alla presentazione del volume di Lara Scanu, “Rivoluzione Fontana. Ritratto di un episcopato” (Ferrariae Decus. Studi e Ricerche, 37, Faust edizioni, giugno 2025).

Giovanni Fontana, originario di Vignola, fu Vescovo nella Diocesi di Ferrara dal 1590 al 1611, quindi tra la fine del ducato estense e l’inizio dell’età legatizia.Studente universitario a Bologna e strettissimo collaboratore del card. Carlo Borromeo nella Diocesi di Milano, è una figura di “traghettatore” verso una nuova epoca.

Nella Sala del Sinodo, l’incontro si è aperto con i saluti del nostro Arcivescovo mons. Gian Carlo Perego e di Marialucia Menegatti, Presidente di Ferrariae Decus. L’autrice ha poi dialogato con Maria Cristina Terzaghi, docente ordinaria dell’Università degli Studi Roma Tre, che ha esordito spiegando come Fontana e Borromeo abbiano «tanto in comune» e «tanta vita si sono scambiati». Il «valore assolutamente fuori dal comune di Fontana – ha proseguito Terzaghi – emerge nei testi presenti nel volume di Scanu», che ha «il merito di indagare bene le fonti, anche classiche, di Fontana in ambito artistico», nella seconda parte del  volume, mentre la prima indaga la sua biografia e il rapporto con le immagini in rapporto alla Riforma liturgica della Chiesa nel post Concilio di Trento. Una cultura personale, quella del Vescovo che ha guidato Ferrara, «profondissima e a 360 gradi». Scanu, inoltre, nel libro compie il paragone «molto interessante» fra il trattato “Instructionum Fabricae et Supellectilis ecclesiasticae” del card. Borromeo e il “Discorso intorno alle immagini sacre e profane” del card. Gabriele Paleotti, Vescovo di Bologna (e poi di Albano e Sabina). Fontana «tratta la pastorale borromaica da un punto di vista non sempre del tutto conforme allo stesso Borromeo». Forti sono, inoltre, le differenze «tra il primo testo del card. Fontana (del 1591) e il suo ultimo, a fine episcopato».Si nota, ad esempio, come «il card. Borromeo “delegasse” molto ai Vescovi il trattamento da riservare alle opere d’arte sacra».

«Nella nostra Diocesi – è intervenuta quindi Scanu -, gli artisti hanno dunque l’obbligo di seguire le direttive del Vescovo Fontana», il quale si dedica molto anche alla «tutela delle stesse opere e al loro intero processo» di ideazione e realizzazione. Le sue prescrizioni «verranno seguite dai successori fino almeno all’episcopato del card.Ruffo», nella prima metà del XVIII secolo.

«Rigide e chiare – ha detto poi Terzaghi – erano le norme di Borromeo riguardo le raffigurazioni di santi, che non dovevano avere le sembianze di persone reali riconoscibili, mentre Paleotti al riguardo aveva una posizione più “dolce”». Diversa – ha aggiunto invece Scanu – era la posizione di Fontana, «che si fece ritrarre con la barba lunga, mentre ai sacerdoti della sua Diocesi impediva di portarla perché – diceva – può attrarre le donne». Non era, quindi, la sua, «una posizione così stringente» riguardo alla ritrattistica, almeno nella prima fase, mentre «si irrigidì nell’ultimo periodo» di episcopato.

Altro aspetto – sollevato da Terzaghi – è quello del nudo nelle opere di arte sacra, «condannato radicalmente da Borromeo e Paleotti, e in maniera ancora più forte da Fontana».Fontana che, per sostenere questa posizione, «cita addirittura due “auctoritas profane” come Aristotele e Platone, dimostrando una grande modernità».

Fontana che – ha aggiunto invece Scanu – «dava importanza al ruolo delle immagini, anche per creare una cultura di base tra i fedeli più umili».

L’ultimo tema trattato è stato quello del suo recupero della «centralità del tabernacolo – ha spiegato Terzaghi – posto sopra l’altare centrale»; altare che «doveva essere di pietra, per richiamare Cristo pietra scartata che è “diventata la pietra d’angolo” e, con sopra, una pala con raffigurato il santo a cui l’altare era dedicato». Per Fontana, il Santissimo Sacramento «andava custodito con materiali preziosi (come minimo, legno dorato), non per un lusso fine a sé stesso ma per richiamare la preziosità di ciò che si custodiva».

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 13 giugno 2025

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(Foto Roberto Targa)

Paoline, molto più di una libreria

2 Apr


85 anni fa arrivò a Ferrara il primo gruppo di suore: il racconto delle origini e del senso della missione

Evangelizzare attraverso l’ascolto e la cultura: è questo il cuore della missione delle Paoline, presenti da 85 anni a Ferrara e che lo scorso 25 marzo hanno avuto la possibilità di raccontarsi pubblicamente grazie alle ACLI Provinciali che hanno organizzato, nella Libreria di via San Romano, un incontro all’interno del calendario della Giornata Internazionale della Donna.

Paola Chiorboli, Responsabile del Coordinamento Donne ACLI di Ferrara, ha introdotto e moderato l’incontro, che ha visto il saluto iniziale di Mauro Gambaccini, Presidente ACLI Provinciali di Ferrara e gli interventi di suor Daniela Cau, Superiora Paoline di Ferrara e suor Paola Fosson, della Congregazione Figlie di San Paolo. 

Attualmente sono cinque le Paoline a Ferrara: suor Daniela Cau, Superiora, arrivata nella nostra città nel maggio 2002, proveniente da Bologna; suor Luciana Santacà, a Ferrara dal giugno 2002, proveniente da Perugia; suor Lidia Pozzoli, qui dal 2014, precedentemente a Roma. E le ultime due arrivate: suor Redenta Fioriti, proveniente da Perugia, e suor Marisa Valzasina, a Ferrara da 1 anno, e che ha trascorso gli ultimi 53 in missione in Australia, tra Sidney, Melbourne e Adelaide. Nel novembre 2023 è tornata a Roma suor Samuela Gironi, arrivata a Ferrara nel febbraio 2020. 

Fu il loro fondatore, il beato don Giacomo Alberione, in visita a Ferrara, a scegliere nel 1962 insieme alla cofondatrice suor Tecla Merlo la sede di via San Romano, 35, abitazione delle suore e sede della Libreria, edificio nel quale si trasferirono nel ‘66 dopo i necessari lavori di ristrutturazione. «È come un Centro di ascolto, le persone qui si fermano anche per parlare», ha detto il nostro Arcivescovo mons. Perego nel suo saluto. «La comunicazione, se ben usata, oggi è molto importante, anche perché non solo narra ma interpreta la realtà. Ed educa, cercando di rispondere alle domande fondamentali dell’uomo, che sono le domande della fede».

«La nostra esperienza qui a Ferrara è molto positiva, troviamo sempre la collaborazione di tanti», ha detto suor Daniela Cau. «Il nostro è davvero come un Centro di ascolto, di condivisione e di educazione alla fede. La nostra principale missione non è quella di vendere libri, ma di ascoltare. Alcuni giorni fa – ha raccontato suor Daniela – è entrata una persona e mi ha detto: “non ho mai letto il Vangelo, vorrei iniziare a farlo”. Sono episodi non infrequenti, che ci danno tanta gioia».

DALLA CANDELA IN VIA CAIROLI ALLE LUCI ACCOGLIENTI DI VIA SAN ROMANO

«Le Paoline di Ferrara rappresentano una piccola comunità molto accogliente», ha detto suor Fosson. «Oggi come Paoline gestiamo 30 librerie in tutta Italia, non poche, ma in passato erano un centinaio. La nostra età media purtroppo aumenta, spesso le librerie le diamo in gestione a laici. La nostra Casa editrice è gestita da suore, pubblica perlopiù libri di donne e che hanno come protagoniste figure femminili». Suor Fosson ha poi brevemente presentato la sua esperienza, come piccola ma significativa testimonianza di missione: «sono una valdostana di origini umili, ho prestato servizio in tipografia, in legatoria, poi alla “San Paolo film”, alla radio delle Paoline e nella gestione del sito web delle stesse a livello nazionale. Attualmente sono Presidente dell’Associazione “Comunicazione e Cultura Paoline odv” e Responsabile nazionale dell’Associazione “Cooperatori Paolini”».

Suor Angelina Moscardi e suor Antonietta Sardi – ha poi raccontato – sono le prime due suore che il 31 gennaio 1940 giungono a Ferrara, ospiti inizialmente dalle Orsoline, e che subito fanno visita al Vescovo Bovelli che le accoglie con grande affetto. «Veniamo qui solo per la diffusione a domicilio, se possibile», gli dicono le due religiose. Nei giorni successivi vengono raggiunte da suor Cesarina Rossi e suor Celeste Paccione. Le suore si insediano in un appartamento della Curia in via Cairoli («appena arrivate illuminano la stanza con una candela e preparano i letti»), e «in attesa della licenza per la libreria ne allestiscono una piccola nel parlatorio e proseguono il loro servizio a domicilio, andando dalle famiglie – anche fuori città – per proporre loro libri e riviste».

«È importante adattare il libro alle esigenze della persona – diceva don Alberione -: è quindi importante che conosciate il territorio nel quale vivete». Ma non solo azione: «nella nostra vita – ha proseguito suor Fosson – c’è tanta preghiera e Adorazione eucaristica. Non siamo commercianti ma, come diceva Rosmini, facciamo la “carità della verità”. Nostro fine è portare le persone a Dio attraverso un libro, l’ascolto, una parola buona. Mettere al centro Gesù Maestro, Via, Verità e Vita». Senza dimenticare l’invito di don Alberione: «non parlate solo di religione, ma di tutto cristianamente». Infatti, «siamo in tutte le nervature della realtà, cercando di nutrire mente e anima, dando la possibilità – in un tempo sempre frenetico – di poter approfondire con calma le questioni». 

Fra le diverse letture edite dalle Paoline e proposte da suor Fosson, il libro “Smaschilizzare la Chiesa? Confronto critico sui ‘principi’ di H.U. von Balthasar” (2024), a cura di Linda Pocher, Luca Castiglioni, Lucia Vantini, della collana “Donne nella Chiesa”; e “Ventuno. Le donne che fecero la Costituzione” (2022).

Donne raccontate, e fatte conoscere, da altre donne. Sempre col fine ultimo di far incontrare Cristo a chi ancora non lo conosce.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 4 aprile 2025

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Rigenerazione urbana sì, ma contro le opposte retoriche

5 Mar

Il libro di Romeo Farinella “Le fragole di Londra”

di Andrea Musacci

Né retorica sviluppista né retorica della città smart, ma seri progetti per riappropriarsi in modo democratico delle proprie città, quindi delle proprie vite.

È stato un pomeriggio di importanti riflessioni quello svoltosi lo scorso 25 febbraio nell’Oratorio San Crispino al secondo piano della libreria Libraccio diFerrara.L’occasione, la presentazione del libro dell’architetto-urbanista Romeo Farinella, “Le fragole di Londra”, con gli interventi del sociologo di UniFe Alfredo Alietti e dell’ex Ministro Patrizio Bianchi (titolare Cattedra Unesco UniFe), e l’introduzione di Diego Carrara (Direttore ACER Ferrara).

UNA CITTÀ, DUE MONDI

«La tendenza che non si arresta – ha detto Farinella – è quella di un mondo sempre più urbanizzato, con una popolazione sempre più concentrata in grandi agglomerati urbani». Già dalla rivoluzione industriale, le grandi città andavano strutturandosi in quartieri poveri dove vivevano quei lavoratori «che producevano la ricchezza per i ricchi» residenti in altre zone della città. È in questo contesto che nasce l’urbanistica, con l’obiettivo di «curare questo modello malato di città». Emblema di ciò erano le workhouse, gli “ospizi dei poveri” nati in Inghilterra già nel XVII secolo e impostati sul modello del panopticon, nelle quali, ad esempio i figli vivevano separati dai genitori. Una visione paternalistico-repressiva frutto della nascente mentalità capitalistico-borghese che vedrà come naturale «l’arricchimento di una classe a spese dell’altra, salvo poi – grazie a vaghi “doveri morali” – poter aiutare le classi meno abbienti attraverso la filantropia». Ma «la lotta strutturale alle disuguaglianze» è ben altro, ha aggiunto Farinella. Come già in nuce vi era la questione ambientale con «l’uso massiccio del carbone».

Oggi, dunque, prosegue questa «migrazione di massa» dalle aree rurali alle città, dove nascono inevitabilmente sempre più “quartieri informali” (ad es. le favelas), che «vanno governate» ma sono comunque «luoghi di vita, vivaci, creatori di socialità».

«La soluzione a ciò – ha però specificato con forza il relatore – non sono ipotesi astratte di rigenerazione urbana, progetti eco-tecnologici, di città smart (anche in Africa ne stanno costruendo una 20ina), tipiche di chi vive nel benessere» e non conosce la realtà di queste masse di persone.Retoriche, queste, concepite su una «forte privatizzazione di spazi pubblici, progetti selettivi pensati per i ricchi». Esempi di ciò sono New Cairo in Egitto, The Line in Arabia Saudita, Dubai negli Emirati Arabi Uniti.

TUTTI SULLA STESSA BARCA?

Un’altra retorica l’ha intesa smontare Alietti: queste e altre «dinamiche critiche» che colpiscono le metropoli – ha riflettuto il docente -, «colpiscono allo stesso modo le piccole e medie città».Ne è riprova il fatto che la tremenda crisi economica del 2008 nacque da «una bolla immobiliare riguardante ogni tipo di città». Allo stesso modo, «le conseguenze della crisi climatica colpiscono indistintamente le une e le altre».

Per questo motivo, «il progetto “città di 15 minuti”» (divenuto famoso grazie all’ex Sindaca di Parigi Anne Hidalgo), nella quale tutto dovrebbe essere raggiungibile a piedi o in bicicletta, è sì interessante ma cozza con la vita reale di molte persone «costrette a spostarsi per il lavoro o i figli».Ciò che serve è «una seria riappropriazione democratica della città, contro queste retoriche pseudoprogressiste e contro l’opposte retorica della crescita smisurata».

IL SENSO DELLA CITTÀ

Dalla doppia critica a questa retorica dello sviluppo e a quella della sostenibilità («mera pezza per non domandarsi come si è arrivati a questo punto») ha preso le mosse Bianchi nel proprio intervento, ricordando come uno degli uomini più potenti del mondo sia «l’immobiliarista» Trump, incarnazione del modello delal gentrificazione (di cui il video realizzato con l’IA – e divenuto virale – su “Trump GazaCity” è solo l’ultima, delirante espressione).

«Dobbiamo – ha ribadito Bianchi – riappropriarci della città, che significa anche ritrovare il senso di ciò che è città, quindi riappropriarsi della propria vita e della propria comunità».

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 7 marzo 2025

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Diventa ciò che sei: individuazione e collettivo secondo Widmann 

26 Feb

Claudio Widmann, noto analista junghiano, ne ha parlato a Ferrara ospite di Confcooperative: «il diventare ciò che si è, è un processo molto complesso»

Il collettivo come aspetto ambivalente che a un tempo ci delinea e ci conforma. E la sofferta e complessa tensione tra questo e il principio di individuazione.

Su questo ha riflettuto con rara chiarezza espositiva Claudio Widmann, analista junghiano, che lo scorso 18 febbraio a Libraccio Ferrara ha presentato il suo ultimo libro libro “L’Individuazione. Principio, processo, fine”. L’incontro è stato organizzato da Confcooperative Ferrara e fa parte di un ciclo di appuntamenti sul rapporto individuo-collettività. Dopo la presentazione di Ruggero Villani, Direttore di Confcooperative e Presidente della Scuola di territorio, Chiara Bertolasi (vice presidente di Confcooperative e portavoce del Forum del Terzo settore ferrarese) ha introdotto e intervistato Widmann.

«Il principio di individuazione nasce con Duns Scoto», ha spiegato quest’ultimo, dalla distinzione fra la sostanza, substantia di carattere generale e la nostra substantia particolare, appunto il principio di individuazione. «Noi esseri umani siamo fondamentalmente collettivi», ha aggiunto: la collettività è un principio antico, ineliminabile. La substantia generale è dunque questa «immaterialità che sta sotto, che sta dietro le specificità». Ognuno di noi, quindi, «prima di essere individuato è collettivo». In senso nietzschiano, l’”altruismo” significa il perdere sé stessi negli altri, il conformarsi: è, dunque, il contrario del principio individuativo. «Nel momento in cui diventiamo individuali, depauperiamo il collettivo, espropriamo qualcosa al collettivo, lo riduciamo»; ma abbiamo il dovere morale di «risarcire il collettivo» (in quanto siamo anche il frutto di tutto ciò e di coloro che ci hanno preceduto), e questo risarcimento deve avvenire «portando ad esso quel di più che abbiamo, che ci contraddistingue».

«Oggi – ha proseguito Widmann -, la pressione della suggestione sociale è particolarmente forte; si pensi, ad esempio, agli influencer e agli opinion maker». Dall’altra parte, però, la «resistenza individuale è molto più forte rispetto al passato». Ognuno di noi, insomma, ha un’identità collettiva, ma la «vocazione individuativa, forza individuale» (o «sentimento di personalità») «non è mai stata così forte come nel presente». Rimane, però, il fatto che – riprendendo Jung – l’individuazione di per sé sia «un processo, un divenire, un tendere verso, integrando aspetti della personalità tra loro diversi e spesso contraddittori». Un cammino difficile e ad alto rischio di fallimento, ma necessario per diventare davvero donne e uomini. Per diventare ciò che siamo.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 28 febbraio 2025

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«Donne di speranza: guardiamo coi loro occhi»

14 Feb


Il libro “Senza paura” di Dalia Bighinati: a Casa Cini l’incontro col Vescovo su dono e libertà

Storie di donne «controcorrente» che sanno che la vera libertà sta nella relazione e nel dono, non nell’apparire fine a sé stesso. È questo uno dei grandi insegnamenti che ci ha regalato la giornalista Dalia Bighinati col suo libro “Senza paura. Geniali, libere, coraggiose: Ventisei ritratti di donne che non si sono arrese” (Book ed., 2024), presentato nel pomeriggio dello scorso 8 febbraio a Casa Cini, Ferrara. Per l’occasione, Bighinati ha dialogato col nostro Arcivescovo mons. Gian Carlo Perego in un incontro introdotto da mons. Massimo Manservigi, Direttore de “La Voce” e dell’Ufficio diocesano Comunicazioni Sociali.

L’incontro è stato introdotto da Massimo Scrignoli della Book editore che ha pubblicato il volume: «come tutti i veri libri – ha detto -, anche questo di Dalia è capace di insegnare e dialogare col lettore, accompagnandolo nelle sue storie. È qualcosa destinato a durare nel tempo».

LINA E LE ALTRE, LIBERE E LIBERANTI

Suor Eugenia Bonetti e Suor Rita Giaretta sono fra le protagoniste del volume di Bighinati, religiose da molti anni impegnate nell’aiuto a donne vittime di tratta, salvate dall’inferno della prostituzione. «Nel mondo sono 60 milioni le persone vittime di tratta, di cui la metà minorenni», ha esordito mons. GianCarlo Perego nel suo intervento. Tratta finalizzata – appunto – in particolar modo alla prostituzione, al commercio di organi e allo sfruttamento lavorativo. Non a caso, l’8 febbraio ricorreva la Giornata mondiale di preghiera e riflessione contro la tratta, voluta nel 2015 da papa Francesco, nel giorno del ritorno al Padre, avvEnuto nel 1947, di Giuseppina Bakhita, proclamata santa il 1º ottobre 2000 da papa Giovanni Paolo II.

IlVescovo ha poi parlato della figura della sen. Lina Merlin, socialista cattolica, prima donna a essere eletta in Senato, il cui nome è legato alla legge 75/1958 (nota come Legge Merlin), con cui venne abolita la regolamentazione della prostituzione in Italia: «una donna libera – ha detto il Vescovo – che ha lavorato e lottato per la libertà. Come libere e geniali furono anche le altre donne dell’Assemblea Costituente». Molte delle donne liberate dalla prostituzione grazie alla Legge Merlin, «divennero madri, lavoratrici, e una parte religiose, anche di clausura». E così oggi molte migranti «sono divenute madri, lavoratrici, imprenditrici». Nel nostro tempo, però, «lo sfruttamento della prostituzione non è scomparso, ma solo più nascosto, svolgendosi molto di più rispetto al passato al chiuso di appartamenti e alberghetti».

Le donne presenti nel libro di Bighinati sono «donne di speranza, che ci aiutano a non dimenticare, a fare memoria», ha proseguito il Vescovo.«E la speranza – ha aggiunto – è anche una caratteristica che deve avere ogni giornalista, per mostrare il futuro, pur in una cronaca quotidiana spesso contraddistinta da violenza e sofferenza».

STORIE DI VITA POSITIVE

Bighinati, dopo aver ricordato la figura di santa Giuseppina Bakhita, ha spiegato: «posso definire questo mio libro controcorrente, perché oggi di donne si parla molto, e a volte di loro come vittime, ma poco si parla della loro forza. Ho voluto, quindi, aprire finestre su donne del nostro tempo», donne «forti, coraggiose, libere». Donne che «cercano costantemente di capire la propria vocazione, il loro posto nel mondo», donne che a un certo punto della loro vita «hanno scelto di aiutare altre donne che ancora non riuscivano ad avere la loro stessa determinazione».Sono quindi storie «senza intenti né pedagogici né moralistici ma storie di vita,» anche quotidiana, per invitare chi le legge «all’immedesimazione, a guardare il mondo coi loro occhi».

Sono dunque «storie positive, per non lasciarsi sopraffare dal pessimismo». 

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 14 febbraio 2025

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Donna, speranza e coraggio: il libro di Dalia Bighinati

1 Feb


Si intitola “Senza paura” il volume della giornalista ferrarese: l’8 febbraio a Casa Cini la presentazione pubblica assieme al nostro Arcivescovo

di Andrea Musacci

«Quando ascolti, devi essere in grado di cogliere non solo i fatti, ma le singole personalità». Questa sorta di “promemoria” o di primo comandamento del giornalismo, Dalia Bighinati lo pone nell’introduzione del proprio libro “Senza paura. Geniali, libere, coraggiose: Ventisei ritratti di donne che non si sono arrese” (Book ed., 2024). Leggendo le pagine del volume, possiamo dire ancora una volta che l’autrice è stata in grado di incarnare questa “legge” che dovrebbe guidare non solo chi fa il nostro mestiere ma ogni relazione. Volto storico di Telestense, Bighinati presenterà “Senza paura” il prossimo 8 febbraio alle ore 16.30 a Casa Cini, Ferrara. Per l’occasione, dialogherà col nostro Arcivescovo mons. Gian Carlo Perego e l’incontro sarà moderato da mons. Massimo Manservigi, Direttore de “La Voce” e dell’Ufficio diocesano Comunicazioni Sociali.

“Donna, vita, libertà” è lo slogan divenuto famoso nel mondo soprattutto dall’autunno 2022, grazie alle manifestazioni e alla ribellione delle donne iraniane contro l’opprimente regime degli Ayatollah. E quelle tre parole sono quelle che risuonano anche in tutte le storie che Bighinati racconta, attraverso incontri, interviste e approfondimenti nel corso degli anni: troviamo ritratti di donne famose (Rita Levi Montalcini, Rigoberta Mentchu, Letizia Battaglia, Laura Boldrini, Elly Schlein), altre meno celebri, altre ancora legate alla nostra città (Simonetta Della Seta, Laura Ramaciotti, Monica Calamai, Mariella Ferri).

DONNE SALVATE DA ALTRE DONNE

Accenneremo qui solo ad alcune di loro, che in parte verranno raccontate durante l’incontro dell’8 febbraio. 

Sono due, nel libro di Bighinati, i profili di religiose, entrambe impegnate nell’ambito della lotta alla tratta delle donne. La prima è suor Eugenia Bonetti, Missionaria della Consolata classe ’39 di origini milanese, che nel ’91 obtorto collo accetta la volontà dei suoi Superiori e torna dalla missione in Kenya (dove si trovava dal ’67) per stare vicino ed aiutare le tante donne obbligate a prostituirsi lungo le strade di Torino. «Non è stato facile accettare – è scritto nel libro – di non tornare più nella mia amata Africa». “Help me, sister, help me”, l’ha implorata un giorno Maria, giovane obbligata a prostituirsi. «È stata lei – confessa – a farmi capire che la missione non è un fatto di geografia, ma è dove porti la luce di Dio». «Queste ragazze – dice suor Eugenia – sono merce in vendita per il racket dei trafficanti, il cui obiettivo è di sfruttarne i corpi fino allo sfinimento».

Suor Rita Giaretta, classe ’56, è invece un’Orsolina residente a Roma dove ha aperto Casa Magnificat che, assieme a Casa Rut a Caserta, accoglie donne salvate dallo sfruttamento e dalla prostituzione, dando loro la possibilità di rinascere a nuova vita. «Sulla strada – sono parole di suor Rita citate nel libro – non ci siamo mai sentite delle salvatrici, ma soltanto donne che incontravano altre donne. Per noi era importante posare su di loro uno sguardo di benevolenza, di amore e di rispetto che le facesse sentire di nuovo persone». Nel libro spazio anche per la storia della nigeriana Joy, 31 anni, salvata dalle strade di Castel Volturno dov’era obbligata a prostituirsi, accolta a Casa Rut per 8 anni. Lo scorso ottobre si è sposata, suor Rita l’ha accompagnata all’altare. La sua storia è raccontata anche nel libro “Io sono Joy” (Edizioni San Paolo), con prefazione di Papa Francesco.

Un’ulteriore e specifica denuncia di suor Rita trova spazio nelle pagine del volume di Bighinati: «La pandemia e il lockdown  – dice – hanno fatto diminuire la prostituzione lungo le strade di periferia, ma le ragazze non sono scomparse. Sono diventate soltanto meno visibili, costrette ad esercitare negli appartamenti e a prestarsi al sesso on line. Il fenomeno resiste, ma è più difficile da quantificare».

ARMENIA, HAITI, RWANDA: SPERANZE NELL’ORRORE

Il volume di Bighinati si apre col doloroso e coraggioso ritratto della scrittrice italiana di origini armene Antonia Arslan, dal 2021 cittadina onoraria di Ferrara e che lo scorso 16 gennaio nel Ridotto del Comunale della nostra città ha presentato la nuova edizione de “La masseria delle alloddole”. Nel libro di Bighinati, Arslan racconta la sua scelta di raccontare le vittime – soprattutto femminili – del genocidio armeno: «Non è stato facile prendere questa decisione, ma era importante farlo anche per onorare le donne armene. Il disegno che guidò il genocidio era di uccidere subito gli uomini e di deportare le donne nel deserto, avviarle ad una morte lenta e terribile, fra stenti, stupri, violenze di ogni genere».

Dall’Armenia a un Paese lontano, Haiti, ancora oggi depredato da USA e da alcuni Paesi europei delle proprie ricchezze e della propria bellezza. Nel libro ne parla la scrittrice Yanick Lahens. Inevitabile partire dal tremendo terremoto che ha colpito il suo Paese nel gennaio 2010, con 230mila morti e milioni di persone senza casa, cibo né acqua. 71 anni, Lahens dopo gli studi in Francia ha deciso – a differenza di molti altri – di tornare subito a vivere nel suo Paese, impegnandosi a livello statale anche in progetti formativi e culturali. Come scrive Bighinati, Lahens «denuncia con forza la vergogna della schiavitù ancora presente nell’isola e difficile da sradicare». Si pensi solo al fatto che a volte i bambini «sono ceduti dalle madri più povere a famiglie benestanti o semplicemente meno povere, in cambio della possibilità di sfamare il resto della famiglia. Sono bambini comprati per essere sfruttati nei lavori più umili». «Essere donna – dice Lahens – in molti posti del mondo è una sfida. Lo è anche ad Haiti».

Da Haiti ci spostiamo ancora in un’altra parte del globo per incontrare Honorine Mujyambere (foto), ingegnere rwandese 43enne che nel 2008 ha potuto conseguire un Master in Italia grazie al Soroptimist club di Ferrara e d’Italia. Master di Economia Applicata all’Urbanistica utile anche per progetti di sviluppo di diversi Paesi africani. Ma Mujyambere è anche tra le sopravvissute del genocidio del 1994 nel suo Paese, quando oltre 800mila Tutsi furono barbaramente uccisi dagli Hutu. In quello sterminio Mujyambere perse i genitori e un fratello. Ora è sposata, ha due figli e vive nell’hinterland milanese. Un segno forte di speranza.

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 31 gennaio 2025

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«Dio compagno di cammino che sale con noi sulla croce dei letti di ospedale»

24 Gen

Il nuovo libro di Simone e Alberto Fogli: il mistero della sofferenza e la misericordia vera

“Il senso autentico della sofferenza nella comunicazione ecclesiale. Frammenti di Verità e Carità per una Chiesa in uscita” (Booksprint ed., 2024, 19,90 euro): questo il titolo del nuovo libro di Simone Fogli e Alberto Fogli.

Il libro tratta il tema del dolore e del limite umano con un approccio tanto teologico quanto concreto, attingendo anche dalla diretta esperienza degli autori.

«Una volta si sapeva morire», scrive Simone Fogli. «Lo si imparava così come si apprendeva qualsiasi altro comportamento (…). Ieri, come oggi, morte e malattia facevano paura, ma con ragioni diverse: in passato il credente aveva paura di ciò che faceva seguito alla morte; oggi teme il tormento dell’agonia». In ogni caso, per un cristiano la sofferenza rimane «sempre un grande mistero, fatto della Trascendenza di Dio e intriso di umanità». Per questo, «nessuno dovrebbe vivere la malattia e la sofferenza da solo, senza speranza e senza preparazione a ciò che verrà, con consolazione».

Nella malattia, infatti, «emergono in un colpo solo tutti i nostri limiti e l’impossibilità tangibile di superarli. Perfino coloro che hanno una radicata fiducia in Dio, che credono alla vita come un dono, sperimentano con angoscia che riconoscersi in un disegno di bontà infinita è davvero arduo». Oggi, poi, una visione secolarizzata della realtà di certo non aiuta: viviamo, infatti, in una «società che vuole il completo benessere corporeo», nella quale quindi «essere ammalati significa essere “diversi”, non potersi più accettare e essere accettati».

«La sofferenza – si chiede ancora Simone Fogli – non è forse un ammiccare della morte che rappresenta l’annientamento del soggetto nella sua condizione esistenziale?». Di conseguenza, «il malato ha bisogno di dare un senso alla sua condizione di sofferente e, molto spesso e in tempi diversi, va aiutato a farlo». In questo complessissimo e per nulla scontato cammino, la persona malata «diviene libera di maturare la sua sensibilità e la sua capacità di cogliere la preziosità del suo intimo. Si comincia a scoprire cose mai ritenute importanti».

Arriva, pur fra tentennamenti e contraddizioni, a intuire il nucleo della Verità: ciò che è radicalmente prezioso è solo l’Amore. «In un ambito di fede della Rivelazione – prosegue il testo -, all’uomo viene comunicato un significato al soffrire umano (l’Amore Misericordioso e Redentivo di Dio) che aumenta la conoscenza e la capacità intellettiva di partecipazione divina. Si ha una visione più profonda della realtà per partecipare alla stessa luce divina». Solo da qui può nascere la vera Speranza, dalla prossimità di un Dio che è «compagno di cammino che sale con noi sulla croce dei letti di ospedale e della solitudine». Dio «si fa carico della sofferenza del malato, entra nella condizione umana perché l’uomo possa entrare nella Gloria di Dio». Prossimità di Dio che interpella sempre la nostra prossimità: da qui, l’importanza decisiva delle relazioni per la persona malata, a partire dalla famiglia e dagli affetti più cari, fino all’intera comunità ecclesiale; e senza dimenticare la necessità di un approccio umano da parte del personale medico e infermieristico.

L’ultima parte del libro, a cura di Alberto Fogli, è dedicata invece al rapporto fra Chiesa e comunicazione in un mondo dove questa la fa da padrona. «I mezzi di comunicazione sociale possono sostenere lo sviluppo della Comunità umana», scrive. «In questo modo essi adempiono al compito di testimoniare la Verità sulla vita, sulla dignità umana, sul significato autentico della nostra libertà e mutua interdipendenza». Si tratta – prosegue Fogli – «di vivere pienamente la funzione profetica che compete a tutti i cristiani in quanto battezzati. Il profeta è colui che sente la Parola di Dio e non può fare a meno di comunicarla». Ma il profeta stravolge le consuetudini, “scandalizza” chi vive di luoghi comuni e di confortevoli – ma illusorie – certezze: «il Popolo di Dio – spiega quindi Fogli – non si confonda con le altre istituzioni economiche e politiche che gestiscono» i mezzi di comunicazione, «ma abbia» nella comunicazione stessa «un’era nuova di comunione universale».

Comunione che, appunto, è possibile solo nel rispetto della dignità assoluta della persona, anche e soprattutto nei momenti di fragilità come la malattia e la morte, attimi eterni nei quali il Mistero si fa più denso e la Misericordia più vera.

Andrea Musacci

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CHI SONO GLI AUTORI

Simone Fogli 

Docente di Religione cattolica, già studente di Medicina, ha collaborato con una Comunità di assistenza a persone con difficoltà gravi, prestando anche la sua opera al domicilio di persone sole e/o colpite da patologie a volte incurabili. 

Oltre agli studi in Sacra Teologia con il massimo dei voti presso la Pontificia Università “Antonianum” di Roma, ha prestato servizio in un Hospice per ammalati gravi e terminali.

Alberto Fogli 

Ex Docente di Istituto scolastico superiore e Giornalista pubblicista, laureato in Scienze Religiose (ISSR-Facoltà Teologica dell’Emilia Romagna di Bologna) e diplomato in Teologia pastorale (Pontificia Università Lateranense – Città del Vaticano – Roma), è ex Presidente diocesano di Azione Cattolica e Presidente Avis (Donatori di sangue) dal 1991 al 2021.

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 24 gennaio 2025

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(Foto: Agensir)