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Dio e le parole per dirLo, tra fede e teologia

4 Feb

La teologa Cristina Simonelli è intervenuta a Casa Cini: «come a Nicea, mai interrompere il cammino e il confronto condiviso, anche nei contrasti»

Il fatto che la teologia sia davvero padroneggiata solo da coloro che vi dedicano la vita, non esime ogni cristiano dal proseguire (o riprendere) quel cammino di riflessione e di ricerca condivisa, per sempre meglio comprendere l’essenza della fede nel Cristo Risorto. Questo è, in sintesi, il messaggio che lo scorso 29 gennaio la teologa Cristina Simonelli ha voluto lasciare a Casa Cini nella sua lezione della Scuola diocesana di teologia per laici. “Esprimere l’incarnazione (Gv 1, 14)” il titolo del suo intervento, dedicato alConcilio di Nicea del 325, che rappresentò un «cambiamento d’epoca» in quanto primo Concilio ecumenico grazie all’imperatore Costantino.

Simonelli, fiorentina d’origine, docente di storia della Chiesa antica e di teologia presso lo Studio Teologico “San Zeno” di Verona e presso la Facoltà Teologica dell’Italia settentrionale di Milano, è socia del Coordinamento delle Teologhe Italiane (CTI), di cui è stata Presidente dal 2013 al 2017. Interessante nota biografica: dal 1976 al 2012 ha vissuto in un accampamento Rom, prima in Toscana, poi a Verona.

Il Concilio di Nicea affrontò innanzitutto questioni dottrinali,  in particolare il credo che professa Gesù Cristo come Figlio di Dio, «consustanziale al Padre». Formula, questa, che può essere compresa solo alla luce dell’accesa disputa nel cristianesimo in quel tempo. Fu soprattutto il teologo alessandrino Ario a difendere un rigido monoteismo conforme al pensiero filosofico di quel periodo, secondo il quale Cristo non può essere “Figlio di Dio” in senso proprio, ma solo un essere intermedio che Dio usa nel relazionarsi all’essere umano. Il credo cristologico di Nicea rappresenta una tappa importante, ma non definitiva, sulla via verso il grande credo di Nicea-Costantinopoli del 381, in quanto menzionò solo in termini generali la fede nello Spirito («e nello Spirito Santo»), e quindi il dogma della Divina Trinità. «È perciò importante – ha detto Simonelli – passare dall’evento al processo. Ci si interrogò – ha proseguito – su questioni per noi scontate ma che non lo erano per nulla a quei tempi, come ad esempio se GesùCristo fosse Kyrios, Signore, sull’essenza», l'”equilibrio” tra unità e trinità di Dio. E  sul plurale («Noi crediamo»), divenuto poi singolare («Io credo»).

E, appunto, sulla sostanza del Figlio di Dio, «generato, non creato, della stessa sostanza del Padre», dove “sostanza” è da intendersi come «livello di essere»; come dire, «Cristo non è inferiore a Dio Padre». Un esempio, questo, di risposta agli «anatematismi», cioè a quelle formulazioni con le quali si condannavano eretici e scismatici. Il più importante dei quali è, appunto, quello secondo cui «il Figlio è di diversa ipostasi del Padre», intendendo “ipostasi” la “sostanza” e non la “persona”. Ma per Simonelli il Concilio di Nicea «per rispondere ad Ario mise in primo piano l’unità di Dio, non riuscendo però a trovare le parole adatte per dire che quell’unità è relazione fra le Persone divine, è distinzione nell’unità, è comunione intesa come pluralità riconciliata e aperta». Insomma, Nicea rappresenta una tappa fondamentale di quel «lungo percorso per dire Dio». Non a caso, uno degli ultimi libri di Simonelli si intitola “Cercare Dio? Nicea. Un anniversario audace”, uscito nel 2025, ed. Centro Ambrosiano, collana “Dire Dio”. Chi invece di un «percorso condiviso, fatto anche di contrasti», cerca la «parola perfetta, totale, definitiva», rimarrà deluso, rischierà la “depressione”. La bellezza della sfida sta proprio in questo: nel «cercare le parole giuste» per dialogare e discutere con l’altro (senza considerare le non meno importanti differenze linguistiche e quindi di traduzione…), «mai dimenticando che Dio è più grande di ogni parola, perché se fosse una definizione», qualcosa di definibile, di limitabile, «non sarebbe Dio ma un idolo». Anche oggi, quindi, «la riflessione teologica può e deve andare avanti, nella pace». «Intelligo ut credam», “capisco per credere” (e viceversa), diceva S.Agostino.

La consapevolezza che la nostra libertà e la bellezza dell’essere umani sta in questa ricerca è – secondo il parere di chi scrive – ambivalente: da una parte ci dona un’inesauribile inquietudine, una santa inquietudine, quella che appunto ci richiama sempre il nostro intimo desiderio di ricerca e di comunione, di ricerca dell’altro e diDio, di comunione con l’altro e con Dio; dall’altra parte, può darci quella tranquillità di chi è libero dall’ossessione di dover raggiungere una perfezione che appartiene solo a Dio. Né tutto (la totalità) né nulla («non si può dire nulla di Dio!»), dunque, ma quell’infinito che sta nel mezzo fra questi due termini irreali. Un infinito fatto delle nostre parole, «piccole, deboli e imperfette» ma divine.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 6 febbraio 2026

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Esperienza possibile: ecco la vera mistica

28 Gen

A Ferrara presentato il libro “La scala mistica”: riflessioni

Molti quando sentono pronunciare il termine “mistico” pensano a qualcosa di distante, fumoso, per pochi eletti. Ma sbagliano: l’incontro col Signore è un’esperienza intima che ognuno può vivere.Certo, non qualcosa di immediato, ma di sicuro di possibile. Di questo e altro si è discusso nel pomeriggio dello scorso 19 gennaio nella Sala Agnelli della Biblioteca Ariostea di Ferrara in occasione della presentazione del libro “La scala mistica. Intelligenza e amore nella mistica d’Occidente dalle origini al Medioevo”, secondo di un dittico e curato da Giovanni Giambalvo Dal Ben, con prefazione di Antonella Lumini (ed. Le Lettere, 2024). Una 40ina i presenti che hanno ascoltato le voci dei due relatori, introdotti e moderati da Marcello Girone Daloli, ideatore del ciclo “Incontri con la Spiritualità applicata”.

Giambalvo Dal Ben è medico e oblato della Comunità Mondiale per la Meditazione Cristiana, mentre Lumini è una scrittrice ed eremita urbana in Firenze, dove da oltre quarant’anni porta avanti un’esperienza di vita ispirata alla pustinia (“deserto” in lingua russa). 

La scala, dunque, come simbolo mistico, quindi, ha riflettuto Giambalvo – «di unione fra terra e cielo, in entrambe le direzioni: per l’uomo affinché raggiunga Dio, per Dio che scende verso l’uomo». «Un’ascesi» possibile per ognuno, «un viaggio di purificazione e al tempo stesso di conoscenza nella gioia». Una «ricerca del distacco e dell’intima vicinanza tipiche della fede, tra sentimento e ragione». E, questo presentato, «un libro con una pluralità di voci», cristiane, di altre religioni o filosofie, perché «non esiste un’unica via per arrivare al divino». I due «montanti» della scala della mistica «sono Platone e il Vangelo secondo Giovanni»: filosofia antica e fede cristiana, quindi, come pilastri di questa costruzione, per poi arrivare a Plotino, Origene, Gregorio di Nissa, Pseudo Dionigi, Cassiano, Basilio e Giovanni Climaco con la sua di scala mistica, Giovanni Scoto Eriugena, e molti altri. Senza dimenticare la scala nel sogno di Giacobbe (Genesi 28, 10-17), e il Cristo che sale la scala della Croce nell’affresco presente nel coro del Monastero ferrarese di S.Antonio in Polesine. 

La mistica unisce quindi fede e ragione, filosofia e Sacra Scrittura e parte – ha poi preso la parola Lumini – con Platone e la sua concezione della meta della persona come un «ritorno all’origine, al divino, all’Assoluto»;un Dio «totalmente indeterminato che annienta l’individuale». Al contrario, nella Bibbia Dio è «creatore» e quindi «strettamente connesso con le sue creature», fino al cristianesimo in cui il divino si incarna nell’umano.

La mistica – ha proseguito Lumini -, nella sua origine va intesa come «una forma intima di teologia, che chiede silenzio, introspezione, il partire da sé, dunque un’esperienza profondamente connaturata all’umano, di incontro col divino». Non può dunque non essere una «mistica esperienziale», cioè «vissuta», non un mero lavoro intellettuale.Ed è quindi «una possibilità per ognuno, non riservata a pochi eletti». È «un’esperienza diretta, uno stile di vita», è qualcosa di «sperimentabile», è «lo stare in ascolto del desiderio profondo che ci abita: il desiderio del Vero e del Bello, in un cammino di trasformazione». Per questo, lo stesso Vangelo giovanneo è dominato da una «mistica dell’amore», in esso tutto gira «intorno alla dinamica trinitaria, che è una dinamica di amore, alla quale siamo  chiamati a conformarci, ascoltando la Parola e custodendola». Mistica dell’amore che è dunque anche una «mistica dell’ascolto e della visione» (credere per vedere e vedere per credere), l’«osservare e ascoltare il Verbo che non conosciamo ma che ci prende, ci tiene». «Attenzione e ascolto» quindi sono decisivi, per arrivare poi alla «contemplazione» e alla «preghiera pura». Quella cristiana è, perciò, una «mistica incarnata», dove non vi è (come in Platone) distacco dalla materia ma «un processo di deificazione che richiede quiete, silenzio, purificazione del cuore, spoliazione e desiderio di abbandono». Insomma – ha aggiunto Giambalvo – «tutto ciò che rende possibile l’intervento della Grazia».

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 30 gennaio 2026

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«Il male è molto subdolo: solo dalla Luce possono nascere frutti buoni» 

14 Gen

PADRE RAFFAELE TALMELLI e DON LUIGI EPICOCO sono intervenuti lo scorso 7 gennaio nel Cinema San Benedetto di Ferrara per presentare i libri Il Regno e Il Male del religioso e psichiatra di origini ferraresi: «il bene è imprevedibile, come nelle storie della beata Maria Bolognesi e di suor Cenerentola». Tantissimi i presenti

«Fare chiarezza» negli ambiti impervi del misticismo, del soprannaturale, del demoniaco, per guarire davvero le persone ed evitare che anche cattolici cadano nelle tentazioni della superstizione. È questo uno degli intenti che ha mosso padre Raffaele Talmelli, religioso originario del Ferrarese, nello scrivere e pubblicare i libri Il Regno e Il Male (ed. San Paolo), usciti lo scorso anno.

Padre Talmelli ha presentato i due volumi – tra loro legati – la sera dello scorso 7 gennaio nel Teatro-Cinema San Benedetto di Ferrara assieme a un ospite d’eccezione,  don Luigi Maria Epicoco, noto teologo, scrittore e divulgatore, al suo primo intervento pubblico nella nostra Diocesi.

«Ciò che ci distingue come cristiani non è sapere che il male esiste ma il legarlo alla luce»: così ha aperto il proprio intervento don Epicoco. «Nonostante il male sia più seduttivo del bene – ha proseguito -, la Pasqua cambia per sempre il nostro sguardo, a partire da quella luce che il Bambino Gesù ha portato nella storia. Se fissiamo troppo il buio, ci riempiamo di buio; nel Vangelo, invece, vediamo come sia possibile la conversione, cioè il guardare dalla giusta prospettiva, da ciò che Cristo ci ha insegnato». Il Vangelo è quindi «un esercizio di luce, un collirio contro la tentazione di leggere la realtà in maniera “magica”». Cristo ci aiuta «a entrare nella profondità della realtà, non è un mago e non è solo un esorcista, ma il Figlio di Dio». Ai suoi discepoli, il bene si mostrerà in una «maniera scandalosa, nel Dio crocifisso che muore solo» (dopo esser stato acclamato dalle folle, il cui clamore sempre rifugge), «non nella teatralità ma nella lotta contro la mentalità di questo mondo, che è la mentalità del demonio».

«I due libri di padre Talmelli – che sicuramente apriranno un bel dibattito all’interno della Chiesa, ha proseguito don Epicoco – sono attraversati proprio da questa luce, da questo sguardo, per non rimanere delusi, perché le cose di questo mondo – se diventano idoli – sempre ci deludono e ci rendono schiavi»: il male è sempre «distrattivo», mentre il bene ci fa «stare sull’essenziale», su Cristo, unico che ci fa sperimentare la vera libertà», la libertà della guarigione, contro – ad esempio – «l’incapacità di costruire relazioni con gli altri, o il vivere in luoghi di morte, in piaceri che non portano da nessuna parte, se non nel vuoto» esistenziale. Il vero peccato – ha quindi aggiunto – «non sta tanto nello sbagliare, che è inevitabile e si può correggere, ma sta nell’amare il male», nel rinunciare deliberatamente alla vera libertà e alla vera felicità. Felicità che sta «nell’accogliere la Croce come dono pieno di sé, luogo dell’Amore».

Padre Talmelli ha esordito accennando al suo legame con la «grande mistica» Maria Bolognesi, nata nel 1924 a Bosaro (RO), morta nel 1980 a Rovigo, e beatificata nel 2013 da papa Francesco. Padre Talmelli, che è stato postulatore della sua causa di beatificazione, ha raccontato: «la conobbi che ero adolescente ma solo dopo la sua morte compresi la grandezza di questa piccola donna di servizio, una donna molto semplice; ma uno dei segni del suo misticismo era che dopo un po’ che la si frequentava si aveva nei suoi confronti una sorta di timore reverenziale…».

Venendo ai due libri, padre Talmelli ha spiegato il suo cruccio di «fare un po’ di chiarezza» sui temi del misticismo e del demoniaco, «distinguendo tra verità e falsità»: sorella di quest’ultima è quella «teatralità» citata in precedenza da don Epicoco, nemica del «rapporto intimo col Signore». Mentre una delle prove della verità, e della santità – come in Maria Bolognesi – è la «forza di vivere le prove che il demonio ci tende». Spesso – ha proseguito – travisamenti e superstizioni vi sono «anche tra i cattolici, dimenticando che il Signore ha già vinto il male, e che la Sua è una vittoria in divenire. Accogliere e – se si riesce – amare la Croce come luogo di Amore: solo questo ci tiene lontani dal male. Non si tratta – sono ancora parole di p. Talmelli – di aspirare ad avere doni eccezionali ma cercare di santificarsi nella vita ordinaria». Il male è subdolo, furbo, manipolatore: è questa la sua forza. «Il mio ministero di esorcista serve anche per liberare le persone dalla paura: nel Vangelo, Gesù per ben 35 volte ci invita a non avere paura. Dobbiamo temere il maligno nel suo tentarci nelle nostre debolezze quotidiane (odi, rancori) più che con episodi straordinari, mentre la fede ci insegna ad amare di più, fino ad arrivare a fare del bene anche ai nostri nemici».

Padre Talmelli ha deciso di concludere la serata raccontando la storia di suor Cenerentola (fu lei a chiedere di essere chiamata così), una donna stravagante da lui conosciuta e seguita fino alla morte, divenuta eremita in maniera carambolesca, donna dal carattere non facile ma con una fede forte e consapevole. Sul letto di morte, in ospedale, disse a padre Talmelli: «Dio sceglie anche le sceme come me…», aggiungendo: «ho camminato tutta la vita sui vetri rotti ma non mi sono mai voltata, ho sempre tenuto lo sguardo sul Signore». Insomma, «la santità non ha limiti»: come il male spesso si nasconde dietro volti miti, parole dolci e opere lodevoli, così il bene si nasconde dietro caratteri inquieti e scontrosi come quello di suor Cenerentola. «I frutti buoni vanno visti e colti, al di là dei limiti della persona, oltre i suoi peccati», ha concluso padre Talmelli.

Andrea Musacci

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I RELATORI

Padre Raffaele Talmelli è nato a Ferrara nel 1959. Religioso nella Diocesi di Siena dal 1987 (Diocesi di cui è esorcista), svolge la libera professione come Psichiatra. È anche Consultore della Congregazione per la dottrina della fede e Superiore generale dei Servi del Paraclito. Per le Edizioni San Paolo ha pubblicato nel ’24 anche Bruciate i miei diari. La vera storia della beata Maria Bolognesi.

Don Luigi Maria Epicoco, classe ’80, pugliese di nascita e abruzzese di adozione, sacerdote dell’Arcidiocesi de L’Aquila, è docente di filosofia alla Pontificia Università Lateranense, all’ISSR Fides et Ratio di L’Aquila, alla Pontificia Accademia Alfonsiana e alla Pontificia Facoltà Teologica Teresianum di Roma. Dal 2021 è Assistente ecclesiastico del Dicastero per la Comunicazione ed editorialista de L’Osservatore Romano. Ha al suo attivo molti testi: gli ultimi, usciti nel 2025, sono Gesù veramente e La vite. Nel 2024, invece, ha pubblicato Il Padre nostro.

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I VOLUMI

Il Regno. Riconoscere e discernere i fenomeni mistici e soprannaturali è il titolo del primo dei due volumi del dittico uscito lo scorso luglio per la Collana “Parole per lo spirito”, di 352 pagg. e un costo di euro 28. Il libro ha l’introduzione del card.Matteo Zuppi, Presidente CEI.

Il Male. Discernere e reagire all’azione demoniacaè invece il titolo del secondo dei due volumi del dittico, uscito lo scorso autunno per la Collana “Parole per lo spirito”, di 296 pagg. e un costo di euro 22. 

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 16 gennaio 2026

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(La foto è di Francesca Brancaleoni)

Il “Giudizio” del Bastianino richiama un cervello umano

23 Dic

In Duomo l’ipotesi di Pasquale De Bonis e l’analisi di Marialucia Menegatti


Cristo come “cuore intelligente”, Intelligenza suprema, unica capace del giudizio più puro, del più sublime discernimento. È questa l’essenza dell’ipotesi proposta da Pasquale De Bonis, neurochirurgo all’Arcispedale Sant’Anna di Cona. Ipotesi legata al Giudizio universale del Bastianino nell’abside della Cattedrale di Ferrara e che ha illustrato, nella Cattedrale stessa, lo scorso 16 dicembre in occasione del terzo dei quattro incontri sui Novissimi pensati per l’Avvento. Dopo l’avvio il 2 dicembre con “Ancorati alla vita eterna”, relatore mons. Massimo Manservigi, e il 9 con la relazione di mons. Adriano Pinardi (“Inferno Purgatorio e Paradiso: il protiro della Cattedrale e i Novissimi in Dante Alighieri”), il 23 dicembre il nostro Arcivescovo mons.Gian Carlo Perego interverrà su “La nuova nascita. I Novissimi oggi”. “Apocalisse nella Cattedrale: il Giudizio del Bastianino tra arte e scienza” è stato invece il tema della doppia relazione della storica dell’arte Marialucia Menegatti e di De Bonis. Tutti gli incontri si tengono alle ore 18.30 e sono preceduti dalla Messa delle 18.

Il Giudizio di Bastianino è – secondo Menegatti – un’opera che nasce «per essere vista più volte, meditata nel tempo».Il suo significato più profondo è legato alla «rivelazione», allo «svelamento della realtà ultima». Oltre al «decoro», l’intento dell’autore era di «educare», di «muovere il cuore dei fedeli», la loro «conversione», non tanto l’apprezzare lo stile formale. Gli stessi colori usati, infatti, «non sono trionfali ma terrosi, annebbiati» e riflettono l’intento di mettere in risalto «l’uomo e la sua responsabilità», «l’istante in cui prende consapevolezza della propria colpa».

«Il 24 aprile 2016 mi trovavo in fila qui in Cattedrale in attesa di ricevere l’Eucarestia quando, alzando lo sguardo, nel Giudizio nell’abside ho intravisto la sezione di un cervello visto lateralmente…». Da questo aneddoto ha preso le mosse De Bonis per spiegare come nell’affresco del Bastianino si nota il tronco, il nervo ottico, l’ipofisi e quello che ai suoi tempi si pensava fosse un “ventriloco”, un “muscolo pensante”, all’altezza del Cristo. Già Galeno di Pergamo (130-201 d.C.) pensava che il cervello fosse un muscolo, ma speciale, in quanto «ospitava la Spirito divino»; ma il Vescovo Nemesio (IV-V sec. d.C.) dirà che «l’anima non può essere localizzata».In ogni caso,«Bastianino sapeva che nel ventricolo centrale vi erano le funzioni razionali, era la sede del pensiero, dell’intelletto, cioè di ciò che ci rende immagine di Dio». Insomma, il luogo divino, quello dove situa il Cristo. De Bonis ha poi confrontato quest’opera con la Creazione di Adamo (1511) di Michelangelo e la Trasfigurazione di Cristo (1520) di Gerard David e ha spiegato come «nel periodo del Bastianino, vi era un vero e proprio “umanesimo medico”, con dissezioni nelle aule anatomiche presenti anche a Ferrara,  coi pittori chiamati a rappresentarle». Infine, ha portato un’ulteriore prova della sua tesi analizzando l’etimologia del latino iudicium e del greco krisis, nel quale si richiama – come il Cristo nel Giudizio – «una separazione del bene e del male, dei buoni e dei cattivi».

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 26 dicembre 2025

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Un treno che si chiama Carità: il libro postumo di Gianni Fiocchi

17 Dic

«Venite e vedrete», dice Gesù ai primi due discepoli. Messaggio ripreso – come lascito – da Gianni Fiocchi, barelliere Unitalsi a Lourdes, nel suo libro uscito postumo

di Andrea Musacci

«Venite e vedrete», dice Gesù ai primi due discepoli che si mettono alla sua sequela (v. Gv 1, 29-42). L’invito a incontrare la Verità, a sperimentarla direttamente con gli occhi di carne e soprattutto con quelli del cuore, è l’invito che si rinnova, da allora, ogni qual volta parole di scherno o di scetticismo vengono proferite riguardo alla Bellezza e all’unicità del vivere seguendo il Risorto. 

E sono quelle che chissà quante volte, col tono fermo e lo sguardo dolce, ha pronunciato Gianni Fiocchi, barelliere volontario dell’Unitalsi di Ferrara e dirigente del locale Serra club, tornato al Padre lo scorso marzo all’età di 72 anni. Proprio l’Unitalsi ferrarese e il Serra club hanno da poco dato alle stampe il suo libro dedicato all’esperienza che gli ha sconvolto la vita, dal titolo Quel treno per Lourdes (novembre 2025).

Libro che, oltre a un testo dell’Assistente spirituale don Giovanni Pisa, contiene due significative prefazioni: quella di Neda Barbieri, Presidente sottosezione Unitalsi Ferrara, e quella di Alberto Lazzarini, Governatore del Serra club dell’Emilia-Romagna. Barbieri nel libro scrive: «Gianni era l’animatore delle feste di Capodanno, colui che alleggeriva momenti complessi con una battuta e un sorriso, che leggeva sempre la preghiera finale nelle celebrazioni e che raccontava con passione la bellezza di un’amicizia con una persona malata o fragile in particolare dopo essere stato lui stesso toccato dalla malattia».

«PER CONFONDERE I SAPIENTI»

«In quel tempo Gesù disse: “Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli”» (Mt 11, 25).

Fiocchi era stato a Lourdes molte volte negli ultimi 30 anni, come barelliere capo dei treni bianchi e come hospitalier. Dicevamo del “venire e vedere” come regola del vivere. «Che cos’ha questo luogo in più di altri? Lo scoprirai venendo a Lourdes – scriveva Fiocchi -, vivendo intensamente i giorni del tuo pellegrinaggio, raccogliendoti in preghiera alla grotta, visitando i luoghi dove ha vissuto Bernardette. Una bella storia quella di Lourdes che si ripete anno dopo anno, viaggio dopo viaggio e non finisce mai».

Una storia iniziata nel 1844 con la nascita di Bernadette Soubirous nel mulino di Boly, dove visse felice i primi anni: in questi momenti «Dio ci sembra vicino», ma Bernardette «sperimenterà la fedeltà di Dio che non abbandona mai quelli che ama». La Vergine Maria – prosegue Fiocchi – in lei «ha scelto la persona più povera e ignorante per rivelarci che ognuno di noi occupa un posto unico nel cuore di Dio. (…) la “follia” di Lourdes non è altro che la “follia” del Vangelo (…). Dio, come tante altre volte, si è servito di un povero per confondere i sapienti, al punto che ha affidato il messaggio di Maria nelle umili mani di Bernardette». Parole che richiamano il Magnificat: «L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore, perché ha guardato l’umiltà della sua serva (…) ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili».

QUELL’ACQUA CHE MONDA DAL PECCATO

L’umiltà, certo: «Quello che succede a Bernardette, è ciò che noi tutti siamo invitati a scoprire nella nostra vita», scrive ancora Fiocchi. «Dobbiamo essere umili nel chiedere aiuto e non chiuderci nel nostro orgoglio, e proseguire il nostro cammino nonostante la nostra povertà, la sfiducia, lo sconforto, la paura di ricevere rifiuti da chi ci circonda, così come è stato per Bernardette». Aquerò (“Quella là”, come Bernardette chiamava la Madre di Dio) il 18 febbraio, nella terza apparizione, «le ha rivelato che lei, Bernardette è importante per Dio, ed è amata da Lui». 

E la giovane in queste visioni scopre anche «il senso del peccato: è quello di non amare Dio che ci ama tanto. Il peccato sporca, deforma la somiglianza con Dio che è in noi in forza del battesimo (…) ma la ragazza non si scoraggia, l’acqua della sorgente poco a poco diventa limpida, il suo volto lavato dall’acqua ritrova finalmente la sua luce, e torna la gioia e così anche la folla. È la gioia ritrovata del peccatore perdonato». 

Bernardette – riflette ancora Fiocchi – «non è santa perché ha visto la Madonna, lo è diventata per grazia di Dio, per la sua risposta di fedeltà nel compiere la volontà e nell’abbracciare la pesante croce che l’ha macinata come il grano del suo mulino. Bernardette ha così tracciato un solco, un cammino di santità che tutti, anche se con modalità diverse, possono percorrere con l’aiuto della Vergine».

L’ENTUSIASMO» DI QUEI «QUATTRO PAZZI»

«Estate 2002, il mio primo viaggio, sembra ieri…sono trascorsi dieci anni. Mi avevano “avvisato”, “prendi quel treno e non scenderai più”». E Fiocchi, infatti, da quel treno non c’è mai sceso, come scrive Lazzarini nella sua prefazione: «anzi è ancora là con gli ammalati, con chi vive la solitudine e la sofferenza, ma anche con i suoi colleghi “carrettieri” e suoi amici e conoscenti…».

Quel «treno bianco, carico delle sue sofferenze, delle sue miserie, delle sue speranze ma soprattutto carico di una fortissima fede, mai messa in discussione, che si rinnova sempre, anno dopo anno, viaggio dopo viaggio». Sono oltre 20 le ore di viaggio in treno per arrivare a Lourdes. Fiocchi scrive che più che “bravo” per ciò che fa si ritiene “fortunato” dato «che in cambio di un semplice gesto riceve, quale prezioso compenso, un sorriso da chi soffre, un momento di felicità da chi è meno fortunato». Nessuna risposta razionale può spiegare quel non riuscire, una volta saliti, a scendere da quel treno, se non materialmente, con tutta l’anima: «so solo che inspiegabilmente continuo a riprenderlo con immutato entusiasmo».

Un treno normale, come tanti, ma con un carico «speciale»: «non normali viaggiatori che si servono del treno per i propri spostamenti, ma persone, abili e non abili, legate da un rapporto comunitario dove ricevere e donare non ha più significato, dove la sostanza di scambio è esclusivamente amore vero». Quasi 24 ore di viaggio «trascorse in letizia uno accanto all’altro, dove scompaiono le umane etichette che ci separano nella vita di ogni giorno, dove l’uguaglianza regna sovrana». «Sì, forse siamo matti, siamo felicemente contagiati dal virus, benigno, di Lourdes», scrive ancora Fiocchi; «scusate, quei quattro uomini, come riportato nel Vangelo di Marco, che scoperchiano una casa pur di mettere al cospetto di Gesù un ammalato, non sono quattro pazzi? Ma quattro pazzi da ricevere la gratitudine di Gesù…».

PIANTO LIBERATORE

Per concludere, uno dei commoventi aneddoti legati a Lourdes che Fiocchi racconta nel libro, una sorta di testamento nel testamento: «Pellegrinaggio, giugno 2007, sono di servizio con altri fratelli alle “piscine”, entra un uomo in evidente stato di agitazione. Spogliatosi, lo invito ad un suo personale momento di raccoglimento prima di essere immerso nell’acqua di Lourdes. Questi con fare di sfida mi guarda dritto in faccia e mi dice che non ci crede. È venuto a Lourdes, si sta per bagnare in quell’acqua fatta sgorgare da Maria per mezzo di Bernardette e non crede. Pochi attimi e scoppia in un pianto dirotto, entra nella vasca, va verso l’immagine di Maria, si inginocchia, la bacia e la ringrazia perché il figlio è uscito dal tunnel della droga. Ci ha abbracciati uno per volta, lentamente è uscito con uno sguardo nuovo, non più sprezzante ma pieno di Fede».

Insomma, in questo libro-testamento Fiocchi, alla fine, ci lascia un unico grande messaggio: per assaporare «l’intensità» dell’emozione tipica di Lourdes, «la devi solamente provare, la devi solamente vivere».

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 19 dicembre 2025

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Unitalsi, storia di gioia e di autentica consolazione 

12 Dic

La sottosezione di Ferrara festeggia i suoi primi 90 anni di vita: in crescita i soci e i partecipanti ai pellegrinaggi. Il ricordo delle origini, con il gruppo alla Montedison

Era gremito di volti e storie il Salone di Casa Cini lo scorso 6 dicembre in occasione dello storico Convegno dell’Unitalsi di Ferrara, che cade in occasione del 90° dalla nascita (1935-2025). Convegno a cui è seguita la Messa nella chiesa di Santo Stefano e un momento conviviale nella canonica di Santo Stefano.

A Casa Cini han preso innanzitutto la parola per un breve saluto Alberto Gardini, Vicepresidente regionale Unitalsi Emilia-Romagna – che poi ha donato all’Unitalsi di Ferrara una pergamena in ricordo del 90° anniversario – e l’Assessora di Ferrara Cristina Coletti. L’Assistente spirituale don Giovanni Pisa ha guidato la preghiera iniziale prima della relazione di Neda Barbieri, Presidente Unitalsi Ferrara: «l’Unitalsi unisce l’esperienza di fede al volontariato di tutti i giorni», ha detto, prima di presentare il libro “Quel treno per Lourdes” di Gianni Fiocchi, volontario dell’Unitalsi Ferrara e del Serra club locale, tornato al Padre lo  scorso marzo (del libro parleremo in maniera più approfondita nel prossimo numero). «Le bozze del libro – ha raccontato Barbieri – ci sono state consegnate come Unitalsi da Mario Cova delSerra club ferrarese; così, abbiamo raccolto un po’ di donazioni per la stampa, avvenuta pochi giorni scorsi». A tal proposito, a seguire è intervenuto anche il ferrarese Alberto Lazzarini, alla guida del Serra club regionale, che ha illustrato il Quaderno di Fiocchi, «uomo capace di forti testimonianze di fede, semplici nella modalità ma grandi nella consistenza effettiva».

Tornando alla storia del’Unitalsi, la sottosezione di Ferrara nasce nel maggio del 1935 con primo presidente l’avv. Giuseppe Devoto (morto nel ’52). «Ma ai pellegrinaggi a Lourdes e a Loreto alcuni ferraresi partecipano fin dal 1931», ha detto Barbieri. Dalla sottosezione Unitalsi di Ferrara nacquero poi quella di Comacchio e quella alla Montecatini nella nostra città: «l’Unitalsi ai tempi era una delle poche associazioni con sottosezioni anche nelle fabbriche. A inizio anni ’50 la Montedison offriva viaggi in Francia per dipendenti meritevoli: alcuni ferraresi nel ’53 andarono a Lourdes rimanendo molto colpiti dalla fede che si respirava e dai tanti volontari». Uno degli operai disse di ritorno da Lourdes: «Abbiamo vissuto un’esperienza sconvolgente, un totale cambio di indirizzo alla nostra esistenza (…). Il Signore aveva fatto la Sua chiamata e noi come figli abbiamo risposto».

Da loro quindi iniziò il servizio per gli operai malati della Montedison, «e ancora oggi facciamo ogni Pasqua una Messa al Petrolchimico, grazie in particolare a Tonino Savadori», ha aggiunto la Presidente. 

L’Unitalsi nazionale nacque invece nel 1903 grazie alla conversione di Giovanni Battista Tomassi, nobile 23enne affetto da una grave forma di artrite deformante irreversibile che lo costringeva in carrozzella da quasi dieci anni. Tomassi chiese di partecipare al pellegrinaggio con l’intenzione di togliersi la vita con un colpo di pistola davanti alla grotta di Massabielle. E invece proprio lì inizio una nuova vita, si convertì e in lui nacque il desiderio di dar vita a un’associazione, quella che sarebbe diventata l’Unitalsi.

Barbieri ha poi spiegato come Unitalsi sia presente in tutta Italia con diverse Case di accoglienza, sia attiva con la Protezione civile e col Servizio civile, e come dal 2009 sia parte del progetto Cuore di latte col quale aiuta, sempre con una Casa, bambini disabili a Betlemme.

La Presidente ha poi spiegato come il servizio di Unitalsi Ferrara si basi sulla preghiera, la formazione, l’amicizia, le vacanze condivise, le feste e altri momenti conviviali (concerti, pranzi, compleanni, ricorrenze). E la festa di Capodanno che, come da tradizione, «si svolgerà anche quest’anno». Venendo ai numeri, nel 2025 sono stati 1427 i partecipanti ai pellegrinaggi di tutte le Unitalsi della nostra Regione, di cui 123 ferraresi (dei quali 22 persone con disabilità, 39 volontari e il resto semplici pellegrini).Dati in aumento: ad esempio, nel 2024 erano stati 49 i pellegrini per Lourdes, diventati 60 quest’anno.  Così come in aumento sono i soci, 211 nel 2025 (nel 2021 erano 133). Sempre nel 2025, per l’Unitalsi di Ferrara sono state 300 le uscite con accompagnamenti, oltre 100 le visite in casa o struttura, 236 i trasporti, oltre 50 le assistenze e le visite in ospedale. Ma si guarda già al futuro: per il 2026 sono previsti diversi pellegrinaggi, fra cui dal 9 al 13 febbraio, in pullman, il primo a Lourdes. Una novità per il prossimo anno riguarda, poi, di nuovo la possibilità di pellegrinaggi in treno: si tratta di quello a Lourdes del 23-28 agosto e di quello ancora a Lourdes del 23-29 settembre, quest’ultimo con anche la possibilità del pullman.

È poi intervenuto il nostro Arcivescovo mons. Gian Carlo Perego che ha riflettuto a partire dall’Esortazione Dilexi te di Papa Leone XIV (ma iniziata da Papa Francesco): «la qualità della fede cristiana dipende dalla qualità dell’amore cristiano», ha detto.«La carità cristiana non è nell’orizzonte della beneficenza, ma della Rivelazione», scrive il Papa: «in ogni gesto d’amore, infatti, facciamo nostro l’amore che Dio ha avuto e ha per noi». La preferenza per i poveri e i malati «non è esclusiva, cioè non esclude tutti gli altri, ma anzi è inclusiva, cioè è la base di partenza per l’amore verso ogni persona». IlVescovo ha poi ripercorso brevemente il ruolo della Chiesa, delle sue donne e dei suoi uomini nei secoli a favore dei poveri, compresa la nascita del primo nucleo dell’Ospedale Sant’Anna a Ferrara nel 1443 grazie al Vescovo Tavelli.E ha quindi parlato del forte impegno, anche oggi, delle varie associazioni cattoliche e dei diversi ordini religiosi della nostra Chiesa – locale e non – nell’ambito dell’assistenza e dell’accompagnamento ai malati.

Nell’omelia della Messa a S.Stefano ha invece detto in un passaggio: «Il Bollettino ufficiale della nostra Arcidiocesi del maggio del 1935, mentre augurava al Consiglio “fecondo lavoro di pace e di bene” ricordava che il primo Consiglio era formato dal Presidente, avv. Devoto Giuseppe e di consiglieri: avv. Maffei Giuseppe, Marta Nonato Castellani, Maria Bottoni, Avv. Filippo Lodi e dall’assistente ecclesiastico don Antonio Abetini. Era l’anno in cui l’Arcidiocesi festeggiava solennemente l’VIII centenario della dedicazione della Cattedrale. Da allora, in questi 90 anni l’Unitalsi ha superato il tornante di una guerra, con la distruzione e la morte di molti concittadini, la ricostruzione e la Democrazia, le crisi economiche, le migrazioni, il covid che hanno segnato profondamente le famiglie, la riforma sanitaria e l’accompagnamento dei malati, i giubilei e i pellegrinaggi a Lourdes e nei diversi santuari. Un patrimonio di umanità nasce da questi 90 anni dell’Unitalsi, di gratuità, di consolazione, di festa».

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 12 dicembre 2025

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«Convocato all’avvenire»: la luce divina di Paolo Baratella

5 Dic

90 anni fa nasceva un artista ferrarese forse ancora troppo sottovalutato: lo vogliamo ricordare in particolare nelle sue realizzazioni sacre: l’affresco per la Sacrestia del Duomo di Ferrara e il Risorto per la chiesa di Santa Francesca Romana

di Andrea Musacci

Del tempo e dell’eterno, fra le altre cose, parlava l’artista Paolo Baratella in un’intervista all’amico Gian Pietro Testa, circa 20 anni fa1. E proprio del tempo dobbiamo trattare, col tempo misurare e misurarci, ma coscienti che quest’abito artificioso, kronos, ci sta stretti, noi creature elette alla dura e sublime veste dell’Eterno. Dura finché chiusa fra le maglie terrene, noi che «ora vediamo come in uno specchio, in modo oscuro»; ma già capaci di un abbandono di quel che verrà, nel Dio vivente e veniente, attraverso forme che, pure tali, rompono il gioco del kronos: le forme dell’arte. E Baratella questo lo sapeva bene, cristiano inquieto ma capace di abbandonarsi nella dolce luce della fede.

Lo vogliamo ricordare a 90 anni dalla nascita e in occasione della mostra dedicata in questo periodo a Ferrara proprio a quel suo sopracitato e quasi coetaneo amico, Far luce nel buio: Gian Pietro Testa tra giornalismo d’inchiesta, poesia e arte. Mostra nel quale compare anche Baratella (ne parliamo a pagina 10).

Baratella ha fatto ritorno al Padre il 3 marzo 2023, quando nel Castello Estense a lui era dedicata l’apertura e la menzione alla carriera del IX premio internazionale della Fondazione VAF, alla presenza della figlia Silvia Baratella e di Vittorio Sgarbi. Nove mesi prima, il 31 maggio 2022, in Biblioteca Ariostea e introdotto da Lucio Scardino, aveva presentato il suo libro autobiografico Davanti allo specchio.

Tante le sue mostre in Italia e all’estero nel corso di una vita, ma qui vogliamo ricordare quando esattamente dieci anni prima di morire, nel 2013, aveva dipinto il Risorto nella chiesa ferrarese di Santa Francesca Romana e nel 2006 gli affreschi della sagrestia della Cattedrale.

Ma prima alcuni accenni biografici.

DALLA CITTÀ «FANTASMATICA» A MILANO (CON RITORNO)

Baratella nasce a Bologna il 5 luglio 1935 da genitori ferraresi e trascorre l’infanzia nella città felsinea, in via Lame. Il negozio del papà sarto in via Zamboni è al servizio del regio esercito. Nel 1940 con la famiglia torna a Ferrara, in via Bellaria, 10, casa dei nonni materni; così la racconterà in una poesia2: «mondo-cortile / di via Bellaria numero dieci / immensamente grande / luogo di accanite osservazioni, / sguardi, miraggi / all’interno e oltre / i tanti muri impassibili, / inaccessibili confini / di mondi-giardini / al di là. / Giardini sognati / e mai visti, / luoghi di sogni proibiti». Poco dopo, all’età di 6 anni, decide che sarà un pittore.

Nella sopracitata intervista all’amico Testa racconterà così quel turbinio ancora confuso ma vivo, vivissimo della sua infanzia e adolescenza: «La tragedia della guerra, lo sfollamento, i rifugi antiaerei, le bombe, i bengala, le buche scavate nella terra per nascondersi, le grandi passioni trasmesse dal burattinaio Forni (…), la compagnia teatrale Doriglia-Palmi con quella Passione e Morte di Cristo fatta di vapori e sangue di pomodoro con l’uomo respirante sulla croce, e Gigetto il gelataio di vicolo Ocaballetta [vicino alla chiesa di S. Spirito, ndr] con i sontuosi carri di cigni e draghi (…): realtà che negli occhi del fanciullo che ero, costituirono la valle della visione, il mondo dello stupore, la tensione delle forti emozioni legate alla lotta per la sopravvivenza: scuola di estetica, di forme e di contenuti». E ancora: «L’immensità della chiesa di S. Spirito» – dove di fronte, a Palazzo Calcagnini, civico 33, aveva abitato il giovanissimo De Pisis -, «gli addobbi per le grandi festività…stupore, estraniazione, sospensione del tempo, portati dentro come tono esistenziale nei viaggi di attraversamento della città misteriosa, schiacciata dal sole furente, fantasmatica nella nebbia profumata di bagnato, i trasalimenti per le prospettive immaginate e viste, quando cavalletto, cartone, colori e pennelli sostavo vergognoso, un po’ nascosto, là dove queste prospettive si disegnavano». E poi i maestri a Schifanoia, veri maestri della giovinezza.

Ma la vita per il giovane Paolo è altrove, nel cuore del boom economico, dove il dedalo degli affari e degli scambi culturali brulicano giorno e notte: dal 1960 inizia così ad vivere e ad esporre a Milano e in altre città italiane ed europee (fra cui Londra, Parigi, Berlino). Risale al 1961 la sua prima personale nel capoluogo lombardo. Nel 1972 partecipa alla Biennale di Venezia, nel 1974 e 1994 è alla Biennale di Milano, nel 1986 e 1999 espone alla Quadriennale di Roma e nel 1992 alla Triennale di Milano. Tra la città meneghina (dove dal ’92 al 2002 sarà anche docente all’Accademia di Belle Arti di Brera) e Lucca vivrà gli ultimi anni, e a Lucca si spegnerà. Ma mai conobbe quella alterigia capace di allontanarlo dalla sua piccola città di provincia, che anzi – come accennato – arricchirà.

L’AFFRESCO NELLA SACRESTIA DELLA CATTEDRALE

L’affresco a secco realizzato nel 2006 su incarico del Capitolo della Cattedrale (allora presieduto da mons. Nevio Punginelli) nella nuova Sacrestia della Cattedrale merita di essere raccontata – per quanto possibile – a fondo e grazie anche alle voci di suoi amici, collaboratori, ammiratori. L’opera di Baratella occupa il soffitto cuspidato della Sacrestia realizzata negli anni ’90 dopo la demolizione da parte delle bombe alleate dell’antico edificio sul lato di piazza Trento e Trieste.

Nel suo testo contenuto nel libro La Storia della Salvezza di Paolo Baratella nel Duomo di Ferrara, mons. Punginelli raccontava di quando un giorno l’allora Vicario Generale diocesano mons. Giulio Zerbini gli disse, in mano un bozzetto per una vetrata istoriata: «”Cosa ne dici?, l’architetto [Caro Bassi, ndr] vorrebbe qualcosa per abbellire la Sacrestia. C’è un certo Paolo Baratella, l’architetto lo conosce, è ferrarese ed è stato mio ragazzo quando ero in Azione Cattolica. Ai campiscuola ogni tanto si isolava e lavorava con i suoi colori…è un poco estroso…maniaco della pittura ma molto bravo”». Poi la malattia, e la morte (nel 2001), colpiscono mons. Zerbini. Nel suo testo nello stesso libro3, proprio Bassi spiega: mons. Zerbini «ebbe il piacere e la consolazione di vedere le prime fasi dello studio condotte dal pittore: una piccola mostra di bozzetti fu allestita in occasione della benedizione dei locali e ne fu soddisfatto e commosso». 

E lo stesso Bassi nel 2006 su Ferrara. Voci di una città dedica un altro bell’articolo all’opera di Baratella nella Sacrestia; questo un passaggio: «Il suo cielo è squassato da venti impetuosi di azzurro intenso che generano le figurazioni e danno loro sostanza quasi fosse il vento dello Spirito che soffia dove vuole e rende la forza materica della croce dominante su tutto». Sarà lo stesso Bassi a consigliare di far richiesta di accesso a un finanziamento europeo per la sistemazione della zona absidale e per la decorazione della Sacrestia.

È don Massimo Manservigi a intervistare Baratella sulla nostra Voce del 4 marzo 2006 (con servizio fotografico di Luca Pasqualini), poco prima della conclusione dell’opera: «Mons. Zerbini è rimasto subito convinto del progetto che ora si è realizzato, del quale ha potuto vedere in opera solo la vetrata», raccontava Baratella. «Il dipinto l’ho iniziato ai primi di ottobre e non posso negare che al principio è stato molto difficile, mi ha procurato ansia ed emozione (…). Quando sono arrivato per iniziare l’opera mi sono reso conto che la struttura quadripartita non funzionava più, lo spazio doveva diventare un tutt’uno, un unico atto di fede capace di abbracciare l’unico mistero della vita di Cristo in diverse tappe. Infatti la fede vuole che si creda contemporaneamente all’Annunciazione e alla Resurrezione, al valore salvifico della Croce e al peccato originale. Così ho risolto il problema trasformando il soffitto in una cupola, con alcuni accorgimenti pittorici, accentuando le linee curve per dare una sensazione di movimento e molteplicità di linee di forza».

E così descrive la sua opera: «Partirei dall’Annunciazione che resta sopra all’ingresso ed è rappresentata da una Madonna fortemente ispirata a Cosmé Tura (…). In ordine orario segue la Natività con i simboli dell’Agnello mistico, una testa di San Giovanni, San Giuseppe, l’Angelo glorificante e l’arrivo dei Re Magi (…). A seguire la Crocifissione, ai cui piedi stanno il serpente, Adamo ed Eva da un lato, e la Pietà dall’altro: la causa della crocifissione e le sue “conseguenze terrene”. L’ultimo quadro rappresenta la “conseguenza divina” della crocefissione ovvero la Resurrezione (…). Ai lati del Risorto due Angeli, specularmente, indicano con una mano il Cristo risorto e con l’altra noi, spettatori, creature terrene». Sotto il dipinto c’è una scritta: «Si tratta di stralci di una preghiera di Giovanni Paolo II a Maria. Sono stati scelti dall’architetto Bassi».

In conclusione spiega: «È la prima volta che concludendo un lavoro sento di essere “convocato all’avvenire”. Mi ritengo un privilegiato perché avverto come questo lavoro sia per i posteri».

IL MISTICISMO DI BARATELLA

Ma dove nasce in lui questo legame col sacro? «E giù a dipingere in un solaio al n. 8 di via Montebello, a parlare le notti di Kante Nietzsche, mentre turbamenti mistici continuavano a minacciare l’integrità dell’atleta ciclista, alla ricerca solitaria di Dio».

Così racconta sempre all’amico Testa4 della sua iniziazione al rapporto con Cristo: le radici – parla di sé in terza persona – «affondano lontano, quando quel ragazzo ferrarese, stupito, estraniato e sospeso, nell’odore di incenso della chiesa di S. Spirito, alla vista del Cristo morto nell’urna sotto la grande pala raffigurante il crocifisso tra panneggi viola, oro e neri della quaresima, rimuginava pensieri metafisici. Il trascendente allora prendeva forma nella fantasia (…). Mise ordine in queste suggestioni e rapimenti mistici l’allora don Giulio Zerbini, divenendo mio maestro e fratello maggiore (…). Decisi di abbandonarmi e di farmi trasportare dalla fede nella verità, nei percorsi così insidiosi, predisposti da me (…), in quella “zona” che è l’anima. Alcune volte non sono arrivato alla luce che scaturisce dal luogo più recondito della “zona”, che è la stanza dove risiede il nocciolo duro della realtà. Ma altre volte mi è accaduto di entrare e finalmente con il segno dell’immaginazione arrivare a scrivere la “cosa”: aletheia, verità. Con questo atteggiamento, sottomesso alla più grande angoscia, mi sono disposto a realizzare l’affresco nella Sacrestia della Cattedrale di Ferrara».

Questo sguardo religioso glielo riconosceva il poeta e scrittore Roberto Pazzi5, parlando dell’affresco della Sacrestia: «Si avvertiva in quelle grandiose figure l’afflato del credente, di colui che non gioca con gli elementi figurali del Cristianesimo come fossero figure dei tarocchi, indifferente alla loro più intima significazione. Non era insomma il laico a tenere in mano quel pennello, ma il convinto cristiano della nostra inquieta postmodernità». 

Dello stesso affresco don Franco Patruno diceva6: «È come un roveto, lo scintillio di colori e i voluttuosi e mai circoscritti contorni (…)». E così invece descriveva Barbara Giordano questo capolavoro di bellezza7: «L’impressione è quella di una stanza illuminata dalla luce a tratti crepuscolare di un camino dimenticato acceso, solo più tardi ti accorgi che quella luce fatta colore, prende la forma di poche e decise figure, che non si lasciano indovinare dietro una fumosa cortina, ma penetrano lo spazio architettonico per disegnare una maggiore ariosità».

QUELLA PICCOLA PAROLA

È il 2013 quando Baratella realizza, nel periodo pasquale, la sua opera pittorica dedicata al Cristo Risorto nell’aula battesimale della chiesa di Santa Francesca Romana, in via XX settembre a Ferrara. Così il parroco don Andrea Zerbini, in memoria dell’amico artista, sulla Voce del 17 marzo 2023 lo ricordava: «Un grazie di vero cuore al maestro Paolo Baratella, scomparso lo scorso 5 marzo, perché continuerà a ricordarci lo splendore del Cristo Risorto e con essa quella della sua vita, il suo sentire di artista che le sue mani hanno mescolato, fissato, impresso insieme ai colori sulla grande tela del risorto dai morti (2,65 x 1,75 metri), le cui mani segnate da ferite gloriose hanno tratto fuori dallo Sheol, dal grande e irreversibile abisso, con Adamo, l’intera umanità. Era il 2013, appena terminato il restauro del battistero ad opera dell’arch. Andrea Malacarne, al maestro Baratella avevo chiesto di esprimere con una sua opera il movimento battesimale di discesa ed ascesa nel e dal fonte battesimale».

A Gian Pietro Zerbini su La Nuova Ferrara lo stesso Baratella raccontava: «Mi hanno particolarmente colpito le figure giottesche dei meravigliosi affreschi di Sant’Antonio in Polesine, il monastero che si trova a due passi dalla chiesa di Santa Francesca. Ho studiato per mesi anche il volto del Cristo che nei disegni di Sant’Antonio appaiono in trequarti, mentre a me serviva di fronte. Diciamo che mentre nella realizzazione degli affreschi della sacrestia del Duomo mi sono ispirato all’Officina ferrarese del Quattrocento, per questo quadro del Cristo ho avuto interessanti spunti dalla pittura giottesca ferrarese».

E sempre nel 2013, Baratella rilascerà per la nostra Voce del 12 aprile 2013 un’intervista a don Andrea Zerbini; così il pittore ci raccontava la sua opera: «Risorto, parola minima per dire tutta l’intensità dello sforzo umano per arrivare alla luce. Così ho pensato al Cristo che con forza sbuca dai subtettonici recessi, scardinando le porte che dividono il chiaro dallo scuro, l’inganno dalla verità, travolgendo il demonio menzognero, trascinando con sé alla luce i Padri dell’umanità. Non c’è parola più simbolica e satura di significato attivo, veniente, arrivante, risorgente, che questa piccola parola: RISORTO».

Non poteva esserci maniera migliore per concludere il ricordo di questo artista così unico nel panorama ferrarese contemporaneo.

*

NOTE

1 – Dall’intervista a G.P. Testa contenuta in La Storia della Salvezza di Paolo Baratella nel Duomo di Ferrara, a cura di Carlo Bassi,Editrice Ariostea, 2006.

2 – Dalla poesia Via Bellaria, presente nel catalogo Baratella prima di Baratella, Studio d’arte Dolcetti, 2011 (catalogo edito in occasione dell’esposizione presso il Centro Frau di Ferrara, 29 gennaio-27 febbraio 2011, a cura di Angelo Andreotti).

3 – La Storia della Salvezza di Paolo Baratella nel Duomo di Ferrara, op. cit.

4 – Idem.

5- Idem.

6 – Idem.

7 – B. Giordano, Come in una nuova Officina Ferrarese, la Voce di Ferrara-Comacchio del 4 marzo 2006.

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Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 5 dicembre 2025

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Prima la fiducia, poi la comunicazione: don Valentino Bulgarelli alla Scuola di Teologia

28 Nov

“Vicinanza, cura, accompagnamento” è stato il titolo della lezione della Scuola diocesana di teologia per laici, tenuta da don Valentino Bulgarelli, Direttore dell’Ufficio Catechistico Nazionale e sottosegretario della CEI.

«La comunicazione è importante ma anche per quanto riguarda la Chiesa, non lo è per motivi tecnico-strumentali, non si tratta cioè di essere aggiornati a livello digitale: se non hai nulla da dire, non lo hai nemmeno sui social», ha fin da subito incalzato. D’altra parte, il rischio dentro la Chiesa è di una «comunicazione autoreferenziale, arida e sterile, che non impatta la realtà». Ad esempio, significativo era quando «alcuni parroci nell’omelia usavano il dialetto, lingua del popolo: la Chiesa può comunicare col mondo solo se è qualcosa di vivo, non di formale, di museale». Ma essere viva non significa «organizzare tante iniziative» ma fare in modo che le persone «ripongano fiducia in essa: è nella fiducia che tutto cresce, vive, germoglia». Oggi invece viviamo dentro una «crisi di fiducia antropologica, nessuno si fida più di nessuno, degli altri, delle istituzioni,Chiesa compresa».

Al contrario, l’esperienza cristiana «si è sempre basata sulla fiducia, sul fidarsi di un altro, in una catena di trasmissione di fiducia, di fede, che oggi sta venendo meno».  Ma «il primo a fidarsi di noi è Dio, sempre pronto a darci un’altra possibilità». Senza fiducia, «non ci si può mettere in ricerca, si vive nel continuo sospetto, non si coltivano dubbi, non si fanno domande. Ed è Gesù a cercare continuamente di creare fiducia nei propri confronti fra i discepoli.Si dovrà, però, scontrare con diverse resistenze, come ad esempio si vede nel brano della figlia di Giàiro (Mc 5, 21-43) dell’emorroissa (Mc 5, 25-34): in questo racconto invece Gesù vuole sapere chi è stato a toccare le sue vesti, proprio l’opposto del concetto di folla, del noi impersonale. L’esperienza della fiducia non è solo proposta, ma è una dimensione esistenziale, concreta.

L’arresto di Gesù segnerà il punto di rottura delle resistenze dei suoi discepoli»: la «straordinarietà» della Buona Novella consiste nel fatto che «nella Resurrezione Gesù continua a esserci fedele, a dirci che si può perdonare, si può sempre ricominciare.« La comunità cristiana, quindi, è quello «”strumento” creato da Dio per creare connessioni fra Lui e ogni donna e uomo».

L’atto di fede è fatto «di alti e bassi, come tutte le cose vive, che non sono mai piatte, lineari». Come cristiani è dunque «naturale avere dubbi, porsi domande, vivere momenti di sfiducia». Ciò che bisogna evitare sono «gli intimismi, gli spiritualismi», quindi mai dimenticare che Dio «è il Dio della storia, è un Dio che si incarna».

Di conseguenza, per don Bulgarelli «annuncio, liturgia e fraternità sono le tre grandi dimensioni che rendono la Chiesa viva: un annuncio che non è solo il catechismo per i bambini, una liturgia che non è solo Messa domenicale, una fraternità che non è solo distribuzione di alimenti per i poveri».

Essere Chiesa viva significa, dunque, «”restituire” umanità al mondo, vedere ogni persona come capace di cambiamento/conversione, interrogarsi sulla formazione delle coscienze».E ancora: significa «valorizzare l’importanza del dialogo e delle domande e riconoscere libertà – come dono di Dio – e autorità – come ciò che permette la crescita – come necessarie».

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 28 novembre 2025

(Foto di giselaatje – Pixabay)

Il Vescovo Bovelli guida nel turbine della guerra

25 Nov

Dal suo epistolario negli anni 1943-45 emerge forte la figura del Pastor et defensor di Ferrara, alle prese con le autorità locali, con quelle d’occupazione, con i preti e altre personalità (Schönheit, Cadorna…): ecco le ricerche di Rossi e Piffanelli

di Andrea Musacci

“Questioni private” e affari pubblici. Aneddoti feriali, aspetti ameni e controversie gravi, drammatiche. È davvero un intero universo quello che emerge dall’epistolario di mons. Ruggero Bovelli (Vescovo dell’Arcidiocesi di Ferrara dal 1929 al 1954), in parte presente nel “Fondo Bovelli” conservato nel nostro Archivio storico diocesano. 

Alcune di queste missive sono state al centro dell’incontro pubblico svoltosi nel pomeriggio dello scorso 17 novembre nella sede dell’Istituto di Storia Contemporanea (ISCO) di Ferrara. L’incontro dal titolo Un vescovo tra guerra e liberazione: Ruggero Bovelli “Pastor et defensor” nel 150° della nascita, curato da ISCO e promosso dalla Sezione di Ferrara dell’Associazione Nazionale Partigiani Cristiani (ANPC), ha visto la presenza di oltre 50 persone e gli interventi dello storico e Consigliere nazionale ANPC Andrea Rossi e di Riccardo Piffanelli (foto piccola)dell’Archivio storico diocesano. L’iniziativa è stata introdotta dalla Direttrice ISCO Anna Quarzi («è un mio sogno – ha detto – quello di mettere il nome di Bovelli nel Giardino dei Giusti a Gerusalemme») e dal Vicario Generale diocesano mons. Massimo Manservigi: «Bovelli – ha spiegato – fino all’ultimo è stato un uomo molto attivo. Ricordo anche il suo legame con don Calabria e il suo ruolo nella nascita della Città del Ragazzo. Sapeva sempre fare le scelte giuste e mantenere vive le comunità a lui affidate». 

TELEFONO, BICI E PNEUMATICI

«Il Fondo Bovelli – ha spiegato Piffanelli – è composta da 54 cartelle (buste) su 8 metri lineari. È quindi un fondo corposo, ma discontinuo, non sempre lineare».

Leggi l’intero articolo qui.

(Articolo pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 28 novembre 2025)

Quella santa contraddizione che ci libera e ci ricorda chi è Dio

21 Nov

DON FABIO ROSINI A FERRARA. Il Cinema di San Benedetto era pieno la sera del 12 novembre scorso per la presentazione del suo ultimo libro “Ma anche no”

Esiste un distacco che ci avvicina agli altri, uno svuotamento che riempie la vita, una relativizzazione che ci fa incontrare la Verità.

È questa la provocazione intellettuale – e di fede – che don Fabio Rosini lancia nel suo ultimo libro, “Ma anche no. La sfida della complessità e l’arte dell’et-et” (San Paolo Edizioni, 21 ottobre 2025, 18 euro). Libro che ha presentato la sera dello scorso 12 novembre nel  Cinema San Benedetto di Ferrara, davanti a una sala piena di persone (mentre la mattina successiva nel Seminario di via Fabbri ha relazionato al solo clero sul Vangelo secondo Matteo).

Il sacerdote romano – introdotto dal nostro Vicario Generale e Direttore Ufficio Comunicazioni Sociali mons. Massimo Manservigi, è andato – com’è nel suo stile – a cuore del discorso: «farsi degli idoli, farsi un film», come si usa dire nel gergo comune, è un vizio molto diffuso. Invece, dovremmo imparare la difficile arte dell’et-et, non dell’aut-aut, non delle «assolutizzazioni».

Et-et che è contraddizione, complessità, ma in realtà anche «equilibrio»: com’era – ad esempio – una volta nel saper vivere la ferialità e la festività della domenica, tradizione oggi perduta. O dal ricordarsi (!) – contro ogni tentazione fluid – che «la vita nasce dal maschile e dal femminile, e quindi chi li nega, nega la vita». Così, un altro modo di negare la ccomplessità lo vediamo nella «comunicazione politica, dove l’altro è sempre uno schifo, un disgraziato», dove quindi domina «la logica della mostrificazione».

La psicoanalista Melanie Klein – ha proseguito don Rosini – con la sua teoria della scissione ha analizzato bene questo meccanismo: «per sopravvivere  il bambino deve dividere il buono cattivo, ciò che è vita da ciò che è morte», il suo è un processo di autodifesa necessario. Poi però «devi iniziare un processo di integrazione, dove esci da questa scissione primordiale». Ed è «tipico della fede cattolica portare il soggetto a questa maturità», insegnare l’arte dell’et-et, con una fede dove «il Cristo è vero Dio e vero uomo. Tutto ciò che è cattolico implica il suo contrario». E «il contrario di cattolico è “fazioso”». È quindi – questo – «un processo di relativizzazione necessario» perché «c’è sempre qualcosa che ci sfugge, iqualcosa che non vediamo». La realtà «è organica non matematica, implica cioè il suo contrario. Come la Chiesa, che è un corpo», come dice San Paolo: siamo tutti diversi, ognuno è una parte di un corpo e ogni parte è necessaria; se manca una parte, soffri».

Nell’odierna comunicazione – ha proseguito il relatore – oggi dev’essere invece tutto assolutizzato, «trasformato in notizia, tutto deve diventare eccezionale, sensazionalistico, sopra le righe, altrimenti non esiste, non ha valore. E questo spesso viene insegnato ai bambini: “dacci oggi il nostro mostro quotidiano”. René Girard ha spiegato bene questa dinamica del capro espiatorio, secondo cui per sopravvivere dobbiamo avere un nemico comune: così è stato ad esempio per il nazismo con gli ebrei».

Non a caso, «la cronaca nera attira più dello sport, che pure è un’altra forma mimata dell’avere un nemico». Oggi è diffuso «l’orrore di essere sconfitti, di arrivare secondi: per essere mi devo affermare, quindi devo gareggiare, quindi devo vincere». Di conseguenza, «l’invidia è il peccato per eccellenza» («la morte è entrata nel mondo per invidia del diavolo», Sap 2, 24).

Come uscire quindi da questa «dinamica della colpevolizzazione e della rivalità»? Da questo «meccanismo fazioso, contrappositivo, colpevolizzante»? «Facciamo – ho pensato – un libro», per cercare di aiutare ad «evitare innanzitutto di attaccarsi a un dettaglio ma guardare la totalità e la complessità» delle cose e delle persone. Invece noi abbiamo «le nostre idolatrie per superare le nostre incertezze. La sicurezza è bella ma se la assolutizzi diventa dittatura. La verità è importante ma se in suo nome uccidi, diventi un persecutore». È dunque logica conseguenza che «tutti i malvagi pensano di fare del bene e fanno vittimismo, si sentono vittime di altro, si giustificano sempre».

Invece la misericordia nasce «dal sapersi peccatori, dal sapersi cattivi. Il perdono nasce dal sentirsi peccatori, da riconoscere che si sbaglia, nasce quando scopri di non essere perfetto». È – ha proseguito don Rosini – «un processo di kenosis, di svuotamento. Se ti paragoni con gli altri, trovi sempre qualcuno peggio di te; ma se ti misuri con Gesù Cristo, cambi atteggiamento, togli le maschere della presentabilità: maschere che col tempo sono diventate pelle, quindi gabbia».

Per uscire da questa visione, secondo l’autore c’è bisogno innanzitutto di «distacco», cioè «il saper perdere qualcosa per vedere meglio la realtà, per davvero riuscire a metterla a fuoco». Questo perché «ogni scelta implica una perdita» e «chi sceglie è l’adulto», solo l’adulto sa scegliere. Il distacco implica quindi il perdere, il «saper staccarsi dalle cose», non farsi dominare da esse. Implica il «saper dire di no, saper rinunciare». Insomma: «si può lasciare qualcosa», possiamo non avere tutto: sono i pazzi a raccogliere tutto». E il possesso più terribile è quello che riguarda «le idee, il non saperle abbandonare, cambiare». Ma guai a confondere questa necessaria e bella elasticità mentale col relativismo:«spesso anche nella Chiesa vince la piacioneria, il parlare per piacere a tutti, dire ciò che piace a tutti e con un tono “accattivante”…».

Contro questa falsa leggerezza, è invece importante «l’autoironia, il saper ridere di sé stessi, il non prendersi sul serio. Una persona saprà affrontare le proprie pazzie quando saprà essere autoironico». E l’ironia, il distacco, il far ridere, ridere delle cose vuol dire «relativizzarle, guardarle col giusto e necessario distacco».

Altre soluzioni oltre alla preghiera – vale a dire «il fidarsi di Dio, l’abbandonarsi alla Provvidenza, che è qualcosa che aiuta anche la salute mentale…» – sono quei “santi” peccati:la «santa pigrizia»: i veri peccati – ha spiegato don Rosini – «sono faticosi e fanno star male, non sono divertenti, sono un esproprio». Ed essere pigri vuol dire anche – soprattutto per i genitori – non essere sempre interventisti con gli altri, non risolvere sempre i problemi dei figli, ma responsabilizzarli».

E ancora: «la santa avarizia» è molto importante, cioè «il farsi un tesoro vero, essere ricchi della vera ricchezza, quella del Cielo, che nessuno ci può rubare». Infine, il sacerdote ha citato la «santa superficialità, una santa disattenzione» e «il sapersi interrompere, saper scendere dal treno quando si ha torto», il «sapersi contraddire, saper imparare ad aver torto. L’intelligente è chi si contraddice».

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 21 novembre 2025