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Per chi suona la campana? Un cammino per riscoprirlo

4 Ott
Giovanni Vecchi durante il Cammino

Giovanni Vecchi, maestro campanaro ferrarese, dal 5 al 29 settembre ha compiuto un pellegrinaggio a piedi da Bologna a Roma. Obiettivo: far conoscere quest’antica arte. Lo abbiamo incontrato

di Andrea Musacci
Cercare nuove vie per far conoscere, o riscoprire, un’arte antica come quella campanaria. Questo l’obiettivo, anzi la direzione, di Giovanni Vecchi, maestro per i campanari ferraresi, che lo scorso 29 settembre ha concluso il suo Cammino da Bologna a Roma per portare a quante più persone – di volta in volta insieme ad altri campanari bolognesi o da solo – l’arte di chi suona le campane.

Domenica 5 settembre la partenza da Porta Saragozza a Bologna verso il santuario di San Luca per poi raggiungere l’8 il santuario di Montovolo e poi nella valle del Reno per il “triduo sonoro” di annuncio della festa della Natività della Vergine. Il 9 il cammino è ripreso verso San Miniato in provincia di Pisa, dov’era previsto un incontro per spiegare l’iniziativa. Poi di nuovo giù verso la Capitale, passando, tra l’altro, per Siena, Bolsena e Viterbo.

Giovanni Vecchi, originario di Bologna ma residente a Ferrara dal 1985, lavora nel mondo delle telecomunicazioni, occupandosi in particolare di ponti radio e misure. «L’essere un campanaro – ci spiega – è comunque una parte che riguarda la mia vita nel senso più pieno del termine». Una vocazione che l’ha convinto ad attraversare a piedi mezza Italia per portare il suono e l’anima di quest’arte.


Giovanni, da quanto tempo fa parte dei Campanari ferraresi? 

«Il mio rapporto con i Campanari ferraresi è piuttosto profondo: ho avuto la fortuna di essere il loro maestro e di avere trovato in loro la passione che ha permesso di ricostruire la “campaneria” ferrarese, ancor prima del 2007, quando il campanile del Duomo di Ferrara venne restituito al suono a mano».


Come e quando è nata l’idea di intraprendere questo Cammino?

«L’anno scorso durante la pandemia: l’emergenza ha evidenziato da un lato la necessita delle campane, come il Card. Zuppi ha spiegato con chiarezza, dall’altro il fatto che le intenzioni dietro al suono delle campane possono essere approfondite. Cosa meglio di un cammino condiviso per pensare a nuove vie?».


È la prima volta che faceva un’esperienza del genere?

«Sì, tuttavia ho sempre pensato che il cammino, il camminare, il non restare fermi ma essere migratori con il corpo e col pensiero fosse un valore. L’espressione “idea peregrina” mi piace molto, penso che nelle “idee peregrine” si possano celare soluzioni alle difficoltà con cui la vita ci misura».


«Salvaguardare le cose dove le cose sono vive»: in questo modo, in uno dei suoi video-diario pubblicati dai Campanari ferraresi su Facebook, parla del senso del Cammino. Ci spiega meglio?

«Si tratta di osservare e tenere conto della fertilità degli ambienti che ci circondano, dove le idee attecchiscono, possono diventare abbastanza grandi per essere d’ esempio, diventare quindi buone proposte, realizzabili anche in ambienti difficili o refrattari. La refrattarietà alle campane è dovuta a mio parere all’incapacità di spiegare che il loro suono, o meglio la loro voce, non è di chi le suona, ma di chi le ascolta».


Con questo suo Cammino che servizio pensa di aver svolto per i campanari e, soprattutto, per le tante persone che non conoscevano la vostra realtà? 

«Fatico a pensare che un cammino sia un servizio in sé. Se dovessi rappresentare il cammino con un simbolo, userei la freccia, non per la sua velocità ma per il fatto che indica una direzione. Con questo Cammino spero di essere riuscito a comunicare l’idea che occorre una direzione verso la quale andare. Penso che la parola “tradizione” non sia particolarmente utile ai campanari, e forse neppure alla Chiesa, ma penso che le campane siano lo strumento che gli uomini hanno a disposizione per cantare il Creato. Un po’ come fanno gli uccelli, che riempiono di messaggi l’aria senza bisogno di parole».


Come questa esperienza l’ha cambiata?

«Sono stati 24 giorni di buon umore, di fatica fisica e di realizzazione di un desiderio, dove ho avuto la possibilità di ascoltarmi e di guardarmi dentro: non capita sempre, lasceranno il segno».

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” dell’8 ottobre 2021

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«Condividete il pane materiale e quello Eucaristico». La Lettera di mons. Mosconi del ’71

27 Set
Cena in Emmaus, Caravaggio, 1606, Pinacoteca di Brera (Milano)

All’inizio dell’ultima Lettera (“L’Eucaristia, sacramento del dono”), mons. Perego cita “La Sacra Eucarestia e i nostri problemi”, Lettera pastorale del ’71 (8° centenario del Miracolo di S. Maria in Vado) del Vescovo di Ferrara mons. Natale Mosconi.

Nella seconda parte, mons. Mosconi analizza i problemi della società moderna e della Chiesa, di cui l’Eucarestia rimane l’«unica soluzione»: «Gesù è la risposta» ai «problemi di vita, di pane e di vestito, di lavoro e di assistenza, di infermità e di sofferenza, di giustizia e di colpa; di aspirazioni senza fine e di miseria e di morte». «Non li abolisce, non li cancella: li risolve».

«E penso – prosegue – a uno dei più tremendi problemi morali dell’uomo: la solitudine, che può decidere fatalmente e tragicamente, e che dalla Realtà Eucaristica è superata, eliminata. Abbandonato dagli uomini, respinto o dimenticato o comunque rimasto solo, il cristiano trova sempre nel Cristo Vivente nell’Eucaristia il compagno della sua vita, Colui che non lo lascia mai solo, il fratello sempre a lui vicino che risponde a ogni sua domanda e accoglie ogni sua invocazione».

Mons. Mosconi passa poi ai problemi della famiglia e a quelli nella Chiesa: anche «l’accostamento dei lontani e l’incontro con i non credenti sia del mondo del lavoro sia del mondo intellettuale e filosofico e scientifico-tecnico, non può escludere questa via, perché è la via di Cristo». Riguardo ai problemi a livello mondiale, «il rinnovamento della liturgia nella sua accentuazione comunitaria», dev’essere «concreto e portare il cristiano a (…) precisi impegni». Perché, spiega, «non ci sarà mai pace che nell’affermazione attuosa della carità, né affermazione attuosa della carità nel mondo senza la Sacra Eucaristia, la fonte della carità», «Mensa di pace». «Invito a dividere con i fratelli il pane materiale allo stesso modo che condividiamo il Pane Eucaristico».

La Lettera si conclude con ventuno «Avvertimenti», l’ultimo dei quali è “profetico”: «Abbiamo (…) comunità care al Signore prive della permanente presenza sacerdotale. Stiamo diventando “terra di missione”?», si chiede. L’appello è quindi rivolto «al generoso cuore apostolico dei carissimi sacerdoti» e ai «candidati al sacerdozio» per «un impegno “missionario”».

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 1° ottobre 2021

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Mons. Giulio Zerbini figura attenta e sensibile

13 Set

Nel ventennale del ritorno alla Casa del Padre di mons. Giulio Zerbini (1925-2001), un incontro pubblico e un volume ricordano il sacerdote ferrarese

Mons. Giulio Zerbini

“Nella scia di un prete del secolo scorso” è il nome dell’appuntamento pubblico in programma in Biblioteca Ariostea il prossimo 23 settembre. Interverranno Alberto Andreoli, mons. Massimo Manservigi, don Enrico Peverada e don Andrea Zerbini. Quest’ultimo ha curato l’ultimo Quaderno del CEDOC dedicato al sacerdote

Riguardo al primo, si intitola “Nella scia di un prete del secolo scorso: mons. Giulio Zerbini (1925-2001)” l’appuntamento in programma giovedì 23 settembre alle ore 17 nella Sala Agnelli della Biblioteca Ariostea di Ferrara (via delle Scienze, 17). Interverranno Alberto Andreoli (Docente e ricercatore storico), mons. Massimo Manservigi (Vicario generale Arcidiocesi di Ferrara-Comacchio), don Enrico Peverada (Presidente del Centro Italiano di Studi Pomposiani) e don Andrea Zerbini (Presidente dell’Unità Pastorale Borgovado e nipote di mons. Giulio Zerbini).

Andreoli – promotore dell’evento e curatore nel 2002 de “I Buoni studi. Miscellanea in memoria di Mons. Giulio Zerbini”, 27° volume di “Analecta Pomposiana” – farà un breve intervento concentrandosi sugli interessi culturali ferraresi di mons. Zerbini. Gli abbiamo chiesto cos’ha rappresentato per lui il rapporto col sacerdote: «non sarei la persona che sono, non avrei percorso l’itinerario che ho percorso negli ultimi 50 anni, se non lo avessi incontrato. È stato un precettore e un amico. Da qui, il mio personale e forte interessamento affinché la sua figura sia ricordata. Una personalità, prosegue Andreoli, «molto importante non solo per me ma per tantissime persone, dentro e fuori la Chiesa. La vis polemica che emergeva nei suoi articoli su “La Voce” – conclude -, nel tempo è diventata la capacità di porsi come interlocutore attento agli equilibri e alle sensibilità dell’intera cittadinanza, imponendosi come figura sensibile ed esperta per credenti e non». Mentre mons. Manservigi e don Peverada proporranno un ricordo personale, don Andrea Zerbini presenterà la raccolta di scritti di suo zio, pubblicata un mese fa come ultimo quaderno del CEDOC SFR (Centro Documentazione Santa Francesca Romana). Il volume si intitola “Affectus Communionis, un servizio alla comunione ecclesiale”, ed è a cura di Dario Micheletti e dello stesso don Andrea Zerbini. È possibile leggerlo e scaricarlo gratuitamente a questo link: http://santafrancesca.altervista.org/materiali/quad45.pdf Il testo, oltre a un’articolata introduzione di don Zerbini (di cui qui sotto pubblichiamo un estratto), ai testi e agli interventi dello zio (molti dei quali usciti su “La Voce”), contiene anche alcuni ricordi scritti negli anni da Carlo Pagnoni, don Franco Patruno e Gian Pietro Zerbini. 

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 17 settembre 2021

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11 settembre 2001: cos’è rimasto vent’anni dopo?

6 Set

Il crollo delle Twin Towers, l’attacco al Pentagono, l’aereo dei passeggeri eroi. Meditazioni su un colpevole oblio

di Andrea Musacci

L’11 settembre di 20 anni fa non è successo niente. Cerco nelle librerie della città e su internet eventuali recenti pubblicazioni sul tema. Nulla. Evidentemente non è accaduto niente, o ciò che è accaduto non era così rilevante da dedicarvi, nel ventennale, pubblicazioni, riflessioni, approfondimenti. Forse, il prossimo 11 settembre, o nei giorni immediatamente prima, sarà trasmesso un qualche speciale in TV, qualche articolo uscirà su riviste e quotidiani. Vi saranno giusto due parole fugaci, il 12 settembre già vecchie, già fuori luogo.E perlopiù saranno legate alla – non meno tragica e importante – questione afghana, quindi all’attualità. A ciò che è “fresco” (in realtà anch’esso già consumato, quindi nuovamente poco o per nulla interessante per i più). Due decadi sono un’eternità per una società come la nostra, la società di Snapchat, il social network dove messaggi, foto e brevi video vengono cancellati automaticamente al termine della visualizzazione da parte del destinatario. 


1. Il trauma dell’11 settembre è stato rimosso.
Nell’epoca del comfort, bisogna rimuovere il terrore di essere spazzati via da un momento all’altro, di bruciare vivi su una torre alta oltre 400 metri, di essere obbligati a gettarsi nel vuoto da altezze vertiginose. Nulla deve più turbarci. Gli stessi ciclici attacchi terroristici nelle città occidentali quasi non fanno più notizia (basti pensare al recente attentato islamista in un supermercato di Auckland, in Nuova Zelanda). 


2. La violenza non ha più parole per essere detta. Quella violenza inattesa, cieca e furiosa degli attentatori islamisti dell’11 settembre, quella collera cosciente e diretta non sappiamo più nominarla con coraggio. È scomparsa. In un’epoca «post-narrativa» qual è la nostra – come la definisce il filosofo Byung-Chul Han -, più in generale la violenza è bandita dal nostro immaginario, dai nostri discorsi, o al massimo relegata all’ambito psichico, medico, giudiziario. E con essa il dolore, la morte. Insomma, il limite.


3. Il perturbante. In tedesco heimlich è ciò che è familiare ma “tenuto nascosto”, rimosso. Al contrario, unheimlich è lo svelamento del rimosso, il perturbante, il traumatico, ciò che disturba. Gli attentatori dell’11 settembre 2001, pur non residenti negli USA, da diversi mesi vi soggiornavano, nascosti, “camuffati” nelle loro reali intenzioni. La loro emersione, l’affiorare del loro desiderio di morte ha rotto, in maniera inaudita e incontrollabile, la stabilità delle nostre esistenze.


4. Far diventare famigliare ciò che non lo è. Nel romanzo di Don DeLillo, L’uomo che cade (Falling Man), il piccolo Justin – figlio dei due protagonisti – e due suoi amici di giochi chiamano “Bill Lawton” colui che hanno sentito nominare ai telegiornali come “Bin Laden”. La pronuncia simile ha fatto mal intendere ai bambini il nome del terrorista, oppure si tratta di un inconscio bisogno di riportare alla normalità, traslando in un rassicurante inglese, l’estraneo e incomprensibile nome arabo? 


5. Nel regno dell’immagine, del mediatico, del virtuale, il corpo tornò centrale. Tanto quello distruttore quanto quello inerme da distruggere (insieme alla maestosa impotenza della torre, luogo fisico sfacciato nella propria grandezza) si riprese la scena. Quasi a dire che vi è qualcosa che resiste al dominio del digitale, dell’istantaneo, del rimovibile. 


6. Il dolore e la passione sono sempre di carne e sangue, prossime. Hanno odore e consistenza, pregnanza, e sono possibili, quindi sempre a noi vicine. E per questo ricercano condivisione, apertura, comunità. Così è stato, l’11 settembre 2001 e nei mesi successivi, sotto quella nube di distruzione, in quella valle di macerie, sangue e strazio. E condiviso non può non essere un discorso sulle profondità del nostro essere umani, del male che ci abita e di che speranza poter vivere.


7. Il Covid-19, per molti aspetti, è opposto alla violenza jihadista. È subdolo nella sua invisibilità, silenzioso, lento e potenzialmente infinito nella propagazione. Si diffonde, non si concentra. Strazia il corpo dall’interno. La guerra che ci invita a fare è falsa, al massimo metaforica, impossibile. Non è, come i truci stragisti di 20 anni fa, un nemico reale, non ha corpo né nome. Allora, nel 2001, l’aria della metropoli fu attraversata da quegli aerei mortiferi. Ora, nella pandemia ormai quasi endemica, l’aria è campo intangibile per il propagarsi del virus. Allora, vivevamo la paura concreta del potenziale terrorista, in aeroporto e non solo. Ora, la fobia che ogni persona a noi fisicamente prossima, possa essere vettore di male, di contagio.


8. “Nulla sarà più come prima”. Tante volte lo si è ripetuto dopo l’11 settembre. Facciamo in modo che sia così, con consapevolezza e conseguente ricerca, sofferta ma inevitabile, su come porsi davanti al dolore inevitabile. La pandemia, di nuovo, ci mette di fronte al limite e al deperimento. Siamo di nuovo disarmati, non tanto di fronte al virus in sé, ma all’imprevisto negativo che trova la nostra società fiacca, sazia e pur vuota, insensibile a tutto ciò che è trascendenza del dato e del materiale.


9. Facciamo che non sia più così. Che non si dimentichi la matrice di quel male – lucida e fanatica nella sua falsa religiosità -, che non si rimuova, ancora, la grande domanda sul vivere e sul morire. Sul mistero insondabile, ineliminabile. Sull’Inatteso e su come ci troverà.

Pubblicato su “La Voce di Ferrrara-Comacchio” del 10 settembre 2021

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Padre Enzo Bianchi a Vigarano Mainarda: incontro, comunità e identità

21 Giu

Intervento la sera del 18 giugno: «ascoltiamo per imparare dall’altro»

Vivere un’empatia piena, un’apertura all’altro e al tempo stesso mantenere un’identità chiara. È su questo difficile equilibrio che ognuno di noi, continuamente, gioca la propria sfida con se stesso e la propria comunità. 

Su questo tema la sera del 18 giugno ha riflettuto padre Enzo Bianchi, teologo e scrittore, fondatore della Comunità di Bose di cui è stato priore fino al 2017. Nella chiesa provvisoria di Vigarano Mainarda, invitato dall’Azione Cattolica interparrocchiale e alla presenza anche di mons. Gian Carlo Perego, p. Bianchi ha innanzitutto riflettuto su come «il vivere insieme sia un progetto di vita, un cammino per territori sconosciuti, qualcosa che va sempre verificato: la vera via di umanizzazione attende il contributo di ciascuno». La comunità, quindi, «è il contrario di ciò che è proprietà, appartenenza individuale. È la condivisione del dono, del dovere, della responsabilità, è scambio e reciproca edificazione».

Per p. Bianchi i membri di ogni comunità sono tali se si sentono «bisognosi dell’altro, mancanti, “aperti a”, in un movimento che immette in un circolo di gratuità, uniti non da ciò che hanno ma da un debito che ciascuno vive verso gli altri». In questa dinamica ciò che più importa è non tanto il pur fondamentale aiuto materiale, ma «la nostra presenza, il dono totale di sè». Il contrario della presenza è «l’estraneità, che “uccide” l’altro», di cui, citando  Dostoevskij, «io sono sempre responsabile» e il cui volto, rifletteva Levinas, è sempre da ricercare. Il vero “prossimo” è «a chi mi faccio vicino» fisicamente, pur nella paura, «comprensibile ad esempio nel caso dei migranti, paura che non va derisa». Ciò – per p. Bianchi – non significa «dover abdicare alla propria identità ma nemmeno indurirla, perché l’identità è dinamica, è qualcosa che di continuo si arricchisce». Nessuna autocolpevolizzazione, quindi, «è importante avere un’identità chiara, ma che non sia contro gli altri». Perché ognuno – spesso lo dimentichiamo – condivide con gli altri «la condizione umana, mortale». Per cui «la vita va vissuta come un viaggio di compagni di carovana, di fratelli e sorelle: solo il camminare insieme può dare senso alla vita, solo l’amore può lottare contro la morte».

Spesso – ha sferzato fratel Bianchi – «la nostra carità è presbite: amiamo chi è lontano ma non chi abbiamo vicino», mentre abbiamo in Gesù un esempio concreto, l’esempio della vicinanza della carità, anche col tatto. Lo stesso Papa Francesco continuamente lo dimostra, anche quando «ha incontrato un gruppo di persone trans: quanti cristiani farebbe lo stesso? Il nostro mondo cristiano è stato, ed è, spesso bigotto». Ma «il Vangelo e l’uso della ragione sono i due strumenti per valutare tutto, anche la religione», come molto ha riflettuto e scritto papa Benedetto XVI, che «non venne capito: pensiamo solo alla polemica legata al suo discorso a Ratisbona. Però è vero – ha proseguito p. Bianchi – che Gesù è stato nonviolento, Maometto invece ha fatto delle guerre. La religione cristiana poi, però, si è macchiata nei secoli di violenze e soprusi». Infine, una parola sul vero dialogo, «non qualcosa di passivo ma atto creativo, qualcosa che, sempre sull’esempio di Gesù, dobbiamo reimparare a fare nell’ascolto e nella capacità di domandare».

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 25 giugno 2021

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Don Emanuele Zappaterra sarà missionario fidei donum

14 Giu

Da novembre vivrà a Victoria (diocesi di Gualeguaychú) in Argentina. Realizza così la vocazione di una vita. Lascia Malborghetto, l’Ufficio Vocazioni e Vita Consacrata. Andrà nella zona delle ferraresi suor Celestina Valieri e suor Irenea Baraldi

di Andrea Musacci

I 25 anni di sacerdozio don Emanuele Zappaterra lì festeggerà compiendo ciò che, da una vita, sente come sua vocazione profonda: quella di diventare sacerdote missionario fidei donum. Il nostro Arcivescovo, infatti, a febbraio ha accettato la sua richiesta di andare a vivere in Argentina, per la precisione a Victoria, provincia di Entre Rios, diocesi di Gualeguaychú, suffraganea dell’arcidiocesi di Paraná, dove si trasferirà a fine novembre. In questa Diocesi troverà le ferraresi suor Celestina Valieri e suor Irenea Baraldi.

Dopo il rientro nel 1997 di don Francesco Forini dalla missione di Kamituga in Congo e di don Carlo Maran da Parauapebas in Brasile, la nostra Diocesi non aveva più avuto missionari diocesiani fidei donum. Maria Giovanna Maran è stata, in questi anni, l’unica fidei donum, ma laica, da Ferrara-Comacchio.

Don Zappaterra dal 2018 è parroco a Malborghetto di Boara e a Boara. È anche Direttore dell’Ufficio per la Pastorale delle Vocazioni e dell’Ufficio per la Vita Consacrata, Canonico del Capitolo della Cattedrale, nonché Assistente spirituale di IBO Italia. Nato a Ferrara il 4 giugno 1971, è stato ordinato sacerdote nella nostra città il 12 ottobre 1996. Vice parroco a S. Maria del Perpetuo Soccorso dal 27 ottobre 1996 all’ottobre 1999, poi vice parroco a Quacchio sino al marzo 2001, fino al 2005 è stato parroco a Coronella e Madonna Boschi. «Già in questo periodo – racconta a “La Voce” – desideravo partire come missionario, ma pensavo soprattutto all’Africa o all’Asia, avendo riferimenti missionari quali padre Matteo Ricci o San Francesco Saverio. E poi era ancora viva la memoria dell’esperienza missionaria di don Alberto Dioli in Congo».

Ma in questo periodo don Emanuele viene chiamato da don Andrea Zerbini, allora alla guida del Centro Missionario Diocesano, grazie al quale viene a sapere che la ferrarese suor Irenea Baraldi, missionaria dal 1982 in Argentina, aveva ricevuto la richiesta dal Vescovo di tornare in Italia, dopo un breve rientro nel nostro Paese, con un sacerdote italiano. Anche grazie a incontri con missionari in Bolivia o alla testimonianza di un’altra ferrarese, Suor Celestina Valieri, dal 1990 missionaria in Argentina, don Emanuele si sente sempre più chiamato dall’America Latina, meta che prima non aveva considerato. Nel 2001 un altro momento importante è la sua celebrazione della prima Messa in Diocesi per la comunità latinoamericana della nostra provincia, che inizierà a seguire pastoralmente, iniziando così anche a imparare lo spagnolo. Dal giugno 2005 al 2 gennaio 2007 è parroco a S. Giovanni Bosco-Raibosola a Comacchio e Assistente dell’Oratorio cittadino Pio XII°. Nel 2006 don Emanuele ha l’opportunità di passare un mese a Laguna Naick Neck in Argentina da suor Baraldi: «dopo due settimane che ero lì – ci racconta – mi sentivo a casa mia. La mia consapevolezza di quale fosse la mia vocazione crebbe ancora».

Dal 2007 è parroco a Masi S. Giacomo-Montesanto, dove prova a coinvolgere alcuni ragazzi per una futura missione. Proprio nel 2007 trascorre un altro mese a Laguna Naick Neck insieme a una ragazza neodiplomata: «ospite di una famiglia che gestiva una pompa di benzina, ho fatto esperienza di come vivono loro, oltre a fare attività con le suore di suor Baraldi e alla pastorale». La stessa suor Baraldi l’anno successivo viene trasferita a Entre Rios, proprio dove don Emanuele andrà a vivere dal prossimo novembre.

Nel 2009 don Piero Tollini muore, lasciando fondi per la carità e le missioni: don Andrea Zerbini, esecutore testamentario, destina una parte proprio alle suore in Argentina per progetti di aiuto ai bambini e ai ragazzi poveri a El Campito (zona di Entre Rios). Don Zappaterra compirà un altro viaggio in Argentina, a El Campito per vedere il progetto realizzato e a Laguna Naick Neck.

Il 15 agosto 2011 diventa parroco di S. Agostino a Ferrara e dal 2012 Direttore dell’Ufficio Missionario Diocesano, riuscendo a far diventare Maria Giovanna Marian laica fidei donum in Brasile. Dal 2014 al 2018 è Rettore del Seminario Arcivescovile: una volta lasciato l’incarico, inizia a parlare a mons. Perego del suo desiderio di partire missionario. A inizio 2020 don Emanuele fa un’esperienza con IBO in Perù, per poi recarsi anche in Ecuador. A fine 2020 avviene un’accelerazione positiva: da un sacerdote di Gualeguaychú, che aveva ospitato a Malborghetto, viene a sapere del recente cambio del Vescovo, e della volontà del nuovo pastore di conoscerlo. In una videochiamata gli spiega il progetto nella Diocesi in Argentina, che poi esporrà allo stesso mons. Perego, il quale, dopo una profonda riflessione, darà il suo consenso alla partenza di don Emanuele. I primi di settembre don Emanuele lascerà gli incarichi in Diocesi, il 12 settembre partira per Verona dove fino al 16 ottobre fara un periodo di preparazione nella sede della PUM –  Pontificia Unione Missionaria. Dopo il rientro in Diocesi, probabilmente durante la Veglia missionaria di fine ottobre riceverà dal Vescovo il mandato missionario. Un mese dopo, circa il 22-23 novembre, partirà per Victoria, vicino Buenos Aires, nella provincia di Entre Rios, dove si trova anche il Santuario di Nostra Signora di Aránzazu: qui don Emanuele aiuterà i sacerdoti, oltre a svolgere vera e propria opera di evangelizzazione in una terra povera e dove in alcune zone le comunità riescono ad avere la S. Messa pochissime volte l’anno. Oltre a ciò, a don Emanuele è stato anche chiesto di collaborare con l’equipe formativa del Seminario dicoesano di Gualeguaychú.

«Quando ormai non ci pensavo più, mi hanno chiamato a partire in missione», conclude don Emanuele emozionato. «Spero che questa esperienza possa rappresentare anche un’importante apertura missionaria per la nostra Arcidiocesi, magari ospitando in Argentina saltuariamente sacerdoti e seminaristi». Della famiglia di don Emanuele rimangono la madre vedova (il padre è deceduto nel 2018), che vive in zona Krasnodar a Ferrara, due sorelle (una vive a Casaglia, l’altra a Quartesana) e cinque nipoti.

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 18 giugno 2021

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Persona, comunità e cura collettiva del creato: al Ferrara Film Corto Festival dibattito sull’ambiente

14 Giu


Il 10 giugno alla Racchetta di Ferrara, mons. Perego è intervenuto in un confronto col Rabbino Caro e con diversi giovani presenti. Emersa l’importanza di agire subito

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Riflessione biblica e politica, proposte concrete per il nostro territorio e sguardo ampio a livello globale. L’incontro svoltosi la mattina del 10 giugno a Palazzo della Racchetta in via Vaspergolo a Ferrara ha tentato, nelle due ore in cui si è svolto, di abbracciare quanto più possibile la maggior parte degli aspetti e dei livelli riguardanti il tema della cura e della salvaguardia del creato. Protagonisti del confronto, il nostro Arcivescovo mons. Gian Carlo Perego e il Rabbino Capo della Comunità di Ferrara rav Luciano Meir Caro, moderati da Mattia Bricalli, Direttore del Ferrara Film Corto Festival – all’interno del quale si è svolto l’evento – insieme a Eugenio Squarcia (alias Lucien Moreau).

Il concetto di ecologia integrale è stato al centro dell’intervento di mons. Perego: «non bisogna esasperare l’ambiente a danno della persona, nè viceversa: ambiente e persona vanno sempre insieme. Oggi invece c’è una vera e propria dissociazione tra uomo e creato, l’uomo è diventato padrone e non custode della natura. Il modello neoliberista dominante – ha proseguito – non preserva questo rapporto fondamentale». Basti pensare ai casi dell’Amazzonia, del Congo, o a quello dell’Ilva di Taranto, «dove non si è riusciti a coniugare la difesa del lavoro con quella della salute». Al contrario per mons. Perego è sempre più necessario valorizzare i luoghi della comunità, difendere i beni comuni, naturali e non. «A rischio è la vita di tutti, ognuno è responsabile degli altri, dei propri fratelli e sorelle. Vanno dunque cambiate anche le “strutture di peccato”. Per questo è importante la politica, sono centrali le istituzioni e il ruolo della collettività».

E di conseguenza è fondamentale e urgente ripensare la città, l’urbanizzazione, rivalorizzando anche la campagna – con il suo contatto più pieno, diretto, con l’ambiente naturale, con i suoi ritmi più lenti -, attraverso un sistema di servizi e di luoghi di aggregazione che faciliti una ripopolazione. Tema, quest’ultimo, emerso in uno degli interventi dal pubblico, quello di una ragazza, presente in sala insieme a diversi altri suoi coetanei.«Nessuno è un’isola, ma legato agli altri», ha esordito rav Caro per introdurre il tema della responsabilità: «Dio ha dato all’uomo il compito di completare la Sua opera prendendosi cura della creazione, garantendone la sopravvivenza». «Il Signore Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse» è scritto in Genesi 2,15. Per Caro, inoltre, «preservare il creato per le future generazioni significa anche non intervenire sulle leggi di natura per tentare di modificarle», come a volte purtroppo avviene nell’ambito della bioetica. «Siamo all’anno zero, occorre una rivoluzione», ha riflettuto il Rabbino nella parte conclusiva del dibattito. «Non bastano più le parole. Portiamo concretamente nel presente i principi che Dio ci ha dato. Anche le grandi religioni hanno avuto gravi mancanze in questo ambito».

Alla presenza anche di mons. Perego, subito dopo sono intevenuti la cantante Irene Beltrami e il musicista Matteo Tosi per presentare il loro nuovo album “Anima reale” (di cui con loro abbiamo parlato nel numero dello scorso 23 aprile). Beltrami, lo ricordiamo, è anche la voce solista del brano “Laura canta insieme a noi” dedicato a Laura Vincenzi. Lei stessa ha riflettuto sull’importanza della tutela dei beni comuni – tanto naturali quanto culturali e spirituali -, mentre Tosi ha posto l’accento sull’importanza, nella musica come nella cura dell’ambiente, del concetto di armonia: armonia tra uomo e natura, negli ambienti creati dall’uomo, nella natura.

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 18 giugno 2021

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San Francesco è a Ponte Rodoni

24 Mag

Semplicità, comunità, sacralità sono i tre principi che hanno ispirato la costruzione della nuova chiesa del piccolo paese vicino Bondeno: parla l’architetto Antonino Persi. Lunedì 31 maggio la dedicazione col  Vescovo

di Andrea Musacci
Mistica e mastice. Le regioni insondabili dello spirito che richiamano la sobrietà della materia, l’artigianalità come arte religiosa, lavoro svolto nell’amore per gli uomini e per Dio.
Se desiderio di ognuno è di cercare parole e forme adatte a questo perenne dialogo col Mistero, di permettere alla Luce di entrare nel cuore delle persone attraverso i loro luoghi, così a Ponte Rodoni, piccola frazione che il Cavo Napoleonico divide dalla vicina Bondeno, l’arch. Antonino Persi, incaricato di progettare la nuova chiesa, ha riflettuto su questa dinamica. La vertigine dell’indicibile e la naturalità della materia. Come custodire la solennità non cedendo allo sfarzo. Ora, giunti alla conclusione di questo progetto durato due anni, è lo stesso Persi a spiegare a “La Voce” questa ricerca, in attesa che lunedì 31 maggio alle ore 20 si svolga la consacrazione dell’edificio. Data non casuale: essendo la parrocchia dell’Assunzione di Maria Santissima, si è scelto il giorno conclusivo del mese dedicato alla Madre di Dio.


La ricchezza è nella povertà

«Ho deciso di usare pochi e semplici materiali, volendo realizzare una chiesa che si rifacesse all’idea monastica, cercando di portare la semplicità della mia fede nel mio lavoro», ci spiega Persi, che si definisce, per formazione, «uno dei ragazzi del cardinal Lercaro». «Ad esempio ho usato la pietra “Santa Fiora”» – dal nome del paese nel grossetano vicino al confine con Umbria e Lazio -, «un’arenaria color sabbia considerata la pietra di San Francesco, estremamente povera ma ricca di sostanza». La stessa pavimentazione della chiesa «è in cemento e gli arredi sacri in legno, un legno molto semplice, coi chiodi visibili, così da suggerire la loro realizzazione. La stessa abside, di color cotto, è formata dai segni lasciati da vari assi di legno, vicini e uniti, a simboleggiare come devono essere i componenti della comunità».

Non tutti, però, a Ponte Rodoni apprezzano queste scelte. Ma la mancanza e la povertà dei materiali e degli arredi, nonostante l’impulsiva associazione con la mancanza di attenzione e cura per il luogo, rappresenta invece proprio il contrario. «È importante che le persone sappiano riabituarsi alla semplicità», prosegue Persi. Non un pauperismo fine a se stesso, dunque, ma il desiderio di essenzialità che si manifesta e al tempo stesso viene sollecitato anche dalle linee e dalle forme. «L’architetto – prosegue – deve far intravvedere l’invisibile attraverso il visibile. Per questo ho voluto realizzare una chiesa estremamente riflessiva, con la stessa luce che invita alla preghiera e alla meditazione». Il fonte battesimale, inoltre, è visibile già da una delle vetrate, per ricordare la centralità del Battesimo.

Comunità sacrale

Dicevamo dell’abside simbolo della collettività. Sì, perché per Persi «la chiesa non dev’essere dell’architetto ma della comunità. Voglio essere una pietra delle fondamenta, che non si vede ma sostiene, non mi importa essere una pietra d’angolo». Tre anni fa il progetto del nuovo edificio fu, non a caso, discusso e realizzato insieme alla comunità, adulti e bambini, attraverso diversi incontri, aperti a tutti, nella chiesa provvisoria. Un ulteriore momento di confronto è previsto nelle prossime settimane, e vi parteciperanno anche il Vescovo e don Zanella dell’Ufficio tecnico.

«Ci tengo a ringraziare anche le maestranze che hanno lavorato con devozione: gli stessi operai di fede musulmana hanno sempre rispettato il cantiere, ad esempio non consumando all’interno il proprio pranzo. È importante la sacralità del luogo dove sorge l’edificio religioso», prosegue. «A volte ho pregato e meditato con alcuni dei miei operai e due anni fa piantai davanti alla chiesa provvisoria una croce realizzandola con due assi di legno: da quel momento i fedeli non hanno più parcheggiato in quello spiazzo». Da una provocazione nasce poi una condivisione, un discorso comune. «Da un piccolo seme nasce un grande albero. Mi auguro che questa nuova chiesa diventi un luogo per l’intera comunità e soprattutto per i giovani». C’è tutto quel che serve: spazio, silenzio e una solenne semplicità.

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 28 maggio 2021

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«La vera forza è la mitezza»: dialogo cristiano-islamico sulla violenza

17 Mag

Il 16 maggio a Sant’Agostino incontro cattolici-musulmani sul tema della violenza nei testi sacri

Da sx: Samid, El Hachimi, don Zecchin

È possibile difendere la giustizia, la vita e la dignità delle persone non rispondendo al male con il male, trattenendo la collera? Su questo complesso tema, sul quale non si riflette mai abbastanza, la sera dello scorso 16 maggio si sono confrontati don Michele Zecchin, parroco di Sant’Agostino, Hassan Samid, Presidente del Centro culturale islamico di via Traversagno e l’imam di Ferrara Mohammed El Hachimi. Un appuntamento organizzato dal gruppo “Incontro” di amicizia tra cristiani e musulmani della comunità di viale Krasnodar, da anni impegnato a livello caritatevole, sociale, culturale e teologico nel rafforzare i rapporti tra gli appartenenti alle due fedi.

«Il Corano proibisce l’aggressione e l’ingiustizia», ha esordito l’imam. «Tre sono i tipi di musulmani: quello che usa le parole solo per il potere e per compiere violenza, quello troppo debole, che soffre di vittimismo, e quello forte, che fa valere la giustizia senza violenza». Samid ha invece esordito con un messaggio di speranza: «quest’anno per il Ramadan abbiamo ricevuto i consueti auguri da parte dell’Arcivescovo, quelli del MEIS e, per la prima volta, anche quelli del Rabbino di Ferrara». «Il Corano – ha poi riflettuto – è un messaggio universale che non invita alla vendetta o alla violenza, né fisica, né verbale, nemmeno contro gli animali». La violenza, infatti, «non può durare nel tempo, mentre la pace e la giustizia sì. Nell’islam, la persona timorata cerca di rimanere sulla retta via e di trattenere la collera, anche se vittima di ingiustizia». Riguardo alle critiche che a volte vengono rivolte al Corano di contenere diversi passaggi di incitamento alla violenza, Samid, pur non negando che vi siano, ha spiegato come il testo sacro dell’islam «non vada usato come fosse un manuale tecnico, ma continuamente studiato e interpretato, sempre leggendolo in maniera complessiva e unitaria». 

«Anche noi cristiani dobbiamo compiere sempre uno sforzo di interpretazione del testo biblico», ha commentato don Zecchin. «In ogni caso, dovremmo innanzitutto evitare di assegnare a Dio le nostre qualità negative», come appunto l’essere vendicativi, cattivi, violenti. Il sacerdote ha brevemente analizzato alcuni episodi della Bibbia, tra cui l’uccisione di Abele per mano del fratello Caino, la vicenda di Mosè, dell’omicidio da lui compiuto e del lungo pentimento, quello del profeta Osea, fino ad arrivare a Gesù. In particolare nelle beatitudini, «mitezza, misericordia e ricerca della giustizia sono al centro: la vera forza è proprio la mitezza, l’umiltà, che rappresenta un cambiamento reale del cuore». I racconti della Passione sono il culmine di questo rifiuto della violenza: «davanti a un’enorme ingiustizia, il Figlio di Dio non risponde come avrebbe potuto». «Benedite coloro che vi perseguitano, benedite e non maledite» (Rm 14) è la riflessione di San Paolo con cui don Zecchin ha voluto concludere l’incontro. Nella speranza che, già dopo l’estate, si possano organizzare momenti di confronto non solo tra cristiani e musulmani, ma anche con ebrei.

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 21 maggio 2021

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Che risposta dare al nichilismo? Dialogo fra Truffelli e don Carron

17 Mag


Il 13 maggio il presidente nazionale di AC e la guida di CL si sono confrontati sul tema della fraternità

Truffelli
don Carron

La pandemia è «un fatto epocale che sfida il nichilismo e l’individualismo delle nostre società». Per questo, la Chiesa e più in generale la società e la politica debbono dare risposte all’altezza di una prova così radicale. Non è così frequente vedere insieme sullo stesso palco il massimo rappresentante dell’Azione Cattolica Italiana, il presidente Matteo Truffelli, e la guida di Comunione e Liberazione don Julian Carron. Uno stare insieme che significa tanto l’uno a fianco all’altro – come si è o si dovrebbe sempre essere nella Chiesa -, quanto l’uno di fronte all’altro, differenti ma fraterni, uniti anche quando emergono i conflitti. Per questo dispiace che l’incontro pubblico fra i due tenutosi lo scorso 13 maggio sia passato un po’ sotto silenzio. Trasmesso in streaming dall’Università Cattolica di Milano e moderato da Ferruccio De Bortoli, verteva sul tema “Fraternità e amicizia sociale. La Fratelli tutti e il nostro compito”.


Questa nostra epoca complessa

«Come credenti dobbiamo vivere e condividere una visione differente della società, fondata sulla fraternità – ha esordito Truffelli -, proponendo ideali, non ideologie, e costruendo esperienze concrete». L’inizio del confronto sembra improntato sull’ottimismo. «La solidarietà» è l’antidoto al «principio individualista del “si salvi chi può” e al conformismo». Per cui, questa della pandemia «è una stagione in cui è più facile riconoscersi come fratelli». «L’aver sentito tutti il bisogno di essere uniti – ha condiviso con lui don Carron – ci ha resi più consapevoli che siamo tutti sulla stessa barca, che non possiamo cavarcela da soli. Il bisogno può far generare nuovi principi e unità, come dopo la seconda guerra mondiale». Anche oggi «si sono avviati processi di collaborazione – scientifico ed ecologico, ad esempio – impensabili fino a poco tempo fa. Si stanno avviando, o sono accelerati, cioè, processi diversi da quelli dati per assodati».


Ma quali risposte offrono i cristiani?

«Il mondo cattolico ha idee, proposte, esperienze e persone da mettere a disposizione del Paese, dell’Europa e del mondo? Sappiamo, cioè, tradurre tutto ciò in proposta politica?», ha incalzato Truffelli. «Ciò significa anche liberare i cattolici da alcune caselle entro le quali a volte vengono messi, come quelle della sola difesa dei migranti o della vita». Non bisogna, invece, dimenticare che «la politica è il senso dell’insieme, del complessivo» e che ai cattolici «è chiesto di viverla come seminatori di speranza: la politica deve innescare il futuro, non contrapponendo ma unendo». La problematizzazione del concetto di fraternità l’ha portata avanti anche don Carron, se possibile anche andando più a fondo della questione. Dato che «il desiderio di pienezza appartiene a ogni persona», la risposta «non può essere teorica ma reale, e non può essere l’individualismo, l’accumulazione di cose o il potere». La risposta sta in una testimonianza radicalmente diversa. «Se non viviamo davvero la fraternità – ha proseguito il sacerdote -, se cioè non abbiamo modalità, criteri diversi nel vivere il nostro quotidiano, allora siamo come gli altri». «Essere davvero “fratelli tutti” non è un mero sogno ma risponde al bisogno grande che abbiamo».


Che cos’è la libertà

La fraternità fa riflettere anche su quale sia la vera libertà. Per Truffelli la pandemia «ci ha fatto ripensare il senso della libertà intesa come scelta solitaria e relativista, cioè il modello fortemente prevalente in precedenza. La libertà non è tutto. Legato a ciò, c’è il tema dei diritti, che a volte rischia di essere difesa di privilegi», mentre «il diritto deve tutelare non solo me ma anche gli altri». «Dobbiamo essere consapevoli – ha ribattuto la guida di CL – che l’affermazione di sé è vera solo se avviene insieme all’affermazione dell’altro: partecipare a un gesto comune porta a un godimento del vivere nettamente più grande».


Sinodalità e pluralità

L’ultima questione posta da De Bortoli ha riguardato il tema della sinodalità ecclesiale: un percorso sinodale, come quello annunciato due mesi fa dal card. Bassetti, «può essere una grande occasione per la Chiesa italiana per maturare ancor più consapevolezza di ciò che vuol dire essere popolo dentro un popolo ancora più grande, e quindi il sapersi mettere in ascolto» e il «saper riconoscere la diversità come ricchezza, non come problema». «La sinodalità – ha poi concluso don Carron – è utile solo se ci mettiamo in ascolto dello Spirito. C’è qualcosa di davvero interessante che sfida questo nichilismo? Ascoltiamo la novità che il Mistero suscita rispetto al nulla che avanza».

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 21 maggio 2021

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