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Creativo, prudente e indagatore: il consigliare nella Chiesa. Un dibattito a Ferrara

15 Gen

Ecco com’è andata la Giornata del Laicato del 13 gennaio: l’unicità della Chiesa, le difficoltà e le prospettive positive nella nostra Diocesi. Confronto aperto tra il Vescovo e i laici

Le sfide per la Chiesa e nello specifico per la nostra Diocesi, sono ormai davanti agli occhi di tutti: crisi vocazionali, calo dei fedeli, abbandono da parte dei più giovani. E, di conseguenza, una necessaria ma salutare prospettiva di riorganizzazione (già avviata), ripensando spazi e stili, a partire dalle Unità pastorali. Di questo e di molto altro si è discusso in Seminario nel pomeriggio del 13 gennaio scorso in occasione della Giornata del Laicato diocesana dedicata al tema del “consigliare”.

L’incontro si è avviato con la Preghiera dell’Adsumus d’invocazione dello Spirito Santo e a seguire la lettura del brano biblico – Esodo, 18, 5-23 – da cui è stato tratto il tema della Giornata («Ora ascoltami: ti voglio dare un consiglio e Dio sia con te!»). A seguire, il Vescovo ha proposto una breve meditazione per poi dialogare con due rappresentanti dell’Equipe sinodale diocesana – don Michele Zecchin e Alberto Mion – e con i presenti (una 30ina di persone).

Se nel proprio intervento introduttivo Giorgio Maghini (organizzatore dell’iniziativa) ha spiegato come «nella Chiesa il consigliare non significa fare scelte col 50%+1 dei consensi né delegare ad altri le decisioni», mons.Perego ha ripreso questa riflessione distinguendo il consiglio/Consiglio dentro la Chiesa tanto dalla delega quanto dalla concezione democratica: «dentro la Chiesa – ha spiegato -, ognuno può dare il proprio contributo» in ogni ambito. Il dialogo tra il Vescovo, gli altri relatori e i presenti in sala, è stato inizialmente sollecitato da alcune domande poste da Maghini.

IL VESCOVO: IL CONSIGLIO FRA STORIA E FUTURO

Nelle proprie riflessioni il Vescovo ha preso le mosse da Lumen Gentium 37 (v. testo in fondo), capitolo fondamentale dal quale prende avvio «una nuova ecclesiologia» ma che anche affonda le proprie radici nella secolare tradizione della Chiesa e nelle Sacre Scritture, come ad esempio in Siracide, a dimostrazione «dell’importanza nella storia di Israele degli strumenti di consiglio», in particolare i Consigli degli anziani. «Nel Nuovo testamento – ha proseguito mons.Perego – si vedrà il limite di questi Consigli, che saranno quelli che metteranno a morte Gesù e Paolo.Anche quest’ultimo, però, nelle prime comunità cristiane da lui fondate capirà la necessità di questi strumenti». E, come detto, nella storia della Chiesa, svolgeranno un ruolo fondamentale «i cardinali, i capitolari a livello diocesano e le fabbricerie a livello parrocchiale. «Il Concilio Vaticano II – sono ancora parole del Vescovo – non ha, quindi, inventato nulla» ma ha modificato questi strumenti.Da qui nasceranno il Collegio dei consultori, il Consiglio presbiteriale diocesano, il Consiglio degli affari economici e quello pastorale. «Paradossalmente, però, questi ultimi due hanno avuto anche meno potere rispetto alle antiche fabbricerie, come molti contestarono dopo il Concilio», così come avvenne a livello diocesano in rapporto al Vescovo.

Venendo agli aspetti essenziali del “consigliare”, mons.Perego ha poi ricordato come il consiglio sia uno dei sette doni dello Spirito Santo e un dovere di ogni credente.«Chiunque abbia ricevuto la Confermazione, può sempre dare un proprio contributo, ad esempio nella vita pubblica, anche se nel corso della propria vita si è allontanato dalla Chiesa», ha specificato incalzato da una domanda.

Consigliare che, quindi, dovrebbe essere sempre accompagnato dalla virtù della prudenza, vale a dire «dalla capacità di dare sempre un giudizio su una situazione specifica partendo non da preconcetti ma dalla situazione stessa. È il concetto, molto caro allo stesso Papa Francesco, della superiorità della realtà rispetto all’idea».

«Il consiglio, in quanto dono – ha proseguito il Vescovo -, ha bisogno della preghiera e deve rifuggire la superficialità e abbracciare la complessità; deve approfondire, indagare, non fermarsi alla propria indagine». E deve sempre accompagnarsi  alla «creatività» e, questa, a «un’ottima organizzazione e capacità programmatica». 

EQUIPE SINODALE E LAICI: TANTI GLI SPUNTI DI RIFLESSIONE

La creatività è emersa anche dai contributi sinodali raccolti nella nostra Diocesi: «il consigliare – ha spiegato Mion –  è stato un tema caldo, molto sentito tra i tanti che in Diocesi hanno partecipato al cammino sinodale (350 i contributi arrivati perlopiù da gruppi, quindi da alcune migliaia di persone). È emersa quindi «molta voglia di partecipare e altrettanta creatività. Importante – ha aggiunto don Zecchin – è non solo riflettere assieme ma anche fare esperienze condivise con gli altri: ilSinodo è un cammino, non un fine».

Tanti gli interventi dai presenti in Seminario con testimonianze concrete nelle proprie realtà: si è partiti dall’importanza nelle parrocchie e nelle UP di «sgravare i sacerdoti da incombenze amministrative, affidandole a professionisti, ancor meglio se giovani» all’importanza che il consigliare sia un «rassicurare la persona, tirando fuori il meglio di questa». Ma per fare ciò, c’è bisogno di «stabilità, costanza e concretezza» nei rapporti.

Nel dibattito con mons.Perego si sono poi affrontati diversi altri argomenti riguardanti la gestione delle parrocchie e delle Unità pastorali, il ruolo in esse dei Consigli, la loro gestione pastorale e amministrativa.Dal “ruolo” del verbale nei Consigli, alle decisioni sulla vendita di determinate proprietà, passando per l’importanza della formazione per i Consiglieri stessi, il confronto, com’è giusto, si è calato nella carne delle nostre comunità ecclesiali, a dimostrazione dell’importanza di momenti come questo del 13 gennaio, dove potersi liberamente e reciprocamente “consigliare”.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce” del 19 gennaio 2024

La Voce di Ferrara-Comacchio

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“I laici e la gerarchia” (Lumen Gentium, 37): il testo sulla corresponsabilità nella Chiesa

«I laici, come tutti i fedeli, hanno il diritto di ricevere abbondantemente dai sacri pastori i beni spirituali della Chiesa, soprattutto gli aiuti della parola di Dio e dei sacramenti; ad essi quindi manifestino le loro necessità e i loro desideri con quella libertà e fiducia che si addice ai figli di Dio e ai fratelli in Cristo. Secondo la scienza, competenza e prestigio di cui godono, hanno la facoltà, anzi talora anche il dovere, di far conoscere il loro parere su cose concernenti il bene della Chiesa. Se occorre, lo facciano attraverso gli organi stabiliti a questo scopo dalla Chiesa, e sempre con verità, fortezza e prudenza, con rispetto e carità verso coloro che, per ragione del loro sacro ufficio, rappresentano Cristo. I laici, come tutti i fedeli, con cristiana obbedienza prontamente abbraccino ciò che i pastori, quali rappresentanti di Cristo, stabiliscono in nome del loro magistero e della loro autorità nella Chiesa, seguendo in ciò l’esempio di Cristo, il quale con la sua obbedienza fino alla morte ha aperto a tutti gli uomini la via beata della libertà dei figli di Dio. Né tralascino di raccomandare a Dio con le preghiere i loro superiori, affinché, dovendo questi vegliare sopra le nostre anime come persone che ne dovranno rendere conto, lo facciano con gioia e non gemendo (cfr. Eb 13,17).

I pastori, da parte loro, riconoscano e promuovano la dignità e la responsabilità dei laici nella Chiesa; si servano volentieri del loro prudente consiglio, con fiducia affidino loro degli uffici in servizio della Chiesa e lascino loro libertà e margine di azione, anzi li incoraggino perché intraprendano delle opere anche di propria iniziativa. Considerino attentamente e con paterno affetto in Cristo le iniziative, le richieste e i desideri proposti dai laici e, infine, rispettino e riconoscano quella giusta libertà, che a tutti compete nella città terrestre.

Da questi familiari rapporti tra i laici e i pastori si devono attendere molti vantaggi per la Chiesa: in questo modo infatti si afferma nei laici il senso della propria responsabilità, ne è favorito lo slancio e le loro forze più facilmente vengono associate all’opera dei pastori. E questi, aiutati dall’esperienza dei laici, possono giudicare con più chiarezza e opportunità sia in cose spirituali che temporali; e così tutta la Chiesa, forte di tutti i suoi membri, compie con maggiore efficacia la sua missione per la vita del mondo».

Festa dei popoli: la nostra Epifania multietnica

8 Gen

Il 6 gennaio a San Francesco centinaia di persone da tutto il mondo unite nella gioia

di Andrea Musacci

L’Epifania è la festa dei popoli che accorrono per ammirare la manifestazione di Nostro Signore, fratelli e sorelle unite in Cristo pur nella diversità di lingua e cultura.

Da diversi decenni in Italia assume  concretamente la forma colorita di un grande evento di fede, svoltosi lo scorso 6 gennaio anche nella nostra Diocesi con la Santa Messa presieduta da mons. Gian Carlo Perego nella Basilica di San Francesco a Ferrara.

L’iniziativa è stata preparata dall’Ufficio per la Pastorale dei migranti – coadiuvato dai Cappellani di lingua straniera -, Ufficio diretto da don Rodrigo Akakpo, il quale  durante la liturgia ha guidato il coro multietnico presente.

L’evento – che ha seguito il tema dell’anno, suggerito da Papa Francesco, “Liberi di migrare o restare” – ha visto la presenza di alcune centinaia di persone, fra cui un nutrito gruppo proveniente da Bergamo in occasione del gemellaggio della nostra Arcidiocesi con l’Ufficio Migrantes di quella Diocesi, presente con un centinaio di persone accompagnate dal direttore don Sergio Gamberoni. Il gemellaggio è stato suggellato a fine Messa sul sagrato con il lancio di due palloncini.

VOLTI E COLORI DI UNA GRANDE FESTA GLOBALE

È stato srotolato da alcuni giovani di Bergamo lo striscione “Io+tu+noi+loro…Il mondo migliora”. Un semplice ed efficace slogan per un evento di questo tipo. Altri, invece, hanno esposto l’insegna del Sermig con la scritta “Pace”. Fra i fedeli, poi, spiccavano gli scout del Doro, anche loro con l’immancabile divisa a contraddistinguerli.

A un certo punto, si è visto avanzare lungo la navata centrale un uomo con la bandiera ucraina alta sopra le teste, per raggiungere alcuni suoi connazionali nelle prime file. Quella romena, poggiava invece tranquilla su uno dei banchi a ridosso dell’altare maggiore. E a proposito dell’Ucraina, i segni della sofferenza e dell’orgoglio sono vivi sui volti pur festosi dei presenti, oltre che in alcune immagini che cogliamo casualmente, come quella di un giovane militare che una donna, forse la madre, conserva sullo sfondo del proprio smartphone.

Nella nostra liturgia c’è spazio per l’invocazione a Dio perché difenda il «debole» e il «misero» come per il giubilo più incontenibile: dai canti africani più movimentati a quelli ucraini o a quelli più solenni in latino (antico), la liturgia è dunque stata fortemente segnata da melodie diverse, provenienti da regioni del globo a noi più o meno lontane, tanto quanto le epoche nelle quali han preso vita.

Un viaggio fra i vari continenti grazie al coro multietnico che ha cantato in italiano, spagnolo, francese, inglese, tagalog (lingua filippina), rumeno e ucraino, così come nelle diverse lingue sono state pronunciate le preghiere dei fedeli e alcune letture. Fra queste, la lingala, lingua bantu tipica del Congo, protagonista dell’offertorio nel quale alcune donne e uomini della comunità francofona africana di Ferrara hanno attraversato in tutta la sua lunghezza la navata centrale portando, nei loro abiti tipici, i doni all’altare attraverso una danza trascinante. Un originale e variopinto viaggio verso il Signore, come allora fu quello dei Magi d’Oriente.

Originali anche alcuni degli strumenti musicali utilizzati: oltre a quelli più classici – batteria, basso e pianole -, hanno animato la liturgia anche tre strumenti a percussione di origine nigeriana, l’oromi, l’udu e l’igba.

A fine Messa, un altro momento speciale con un gruppo di ragazze e ragazzi ucraini, in abiti tipici, ai piedi dell’altare a intonare un commovente canto natalizio, “Dobryi vechir tobi pane gospodarou” (“Buonasera a te,Signore”).

Dopo la Santa Messa, i partecipanti hanno condiviso in sagrestia i cibi tipici offerti dalle varie comunità. Ma prima, il tripudio finale: il “Gloria” finale si è dilatato per una ventina di minuti con voci e danze a trascinare, come in un torrente inarrestabile, i tanti presenti ai piedi dell’altare. Un crescendo nella gioia, nella comunione, uniti e animati dalla forza viva dello Spirito. Un grande abbraccio finale a sigillare una grande festa della fede universale.

«NEI MAGI C’È IL DESIDERIO DI USCIRE E INCONTRARE IL SIGNORE»

«La luce di Cristo ci permette di alzare lo sguardo – afferma il profeta Isaia – e guardarci attorno, guardare il mondo e accorgerci che la luce di Cristo illumina tutti, accompagna tutti a quella grotta». Così il nostro Arcivescovo in un passaggio dell’omelia a SanFrancesco. «Questa “ricchezza delle genti” è la destinataria della salvezza che il Dio con noi porta. Tutti proclamano il “Gloria a Dio”. Il cammino sinodale di quest’anno ci deve non far dimenticare questo “tutti” a cui è destinata la salvezza, perché il nostro cammino non si fermi nei recinti ecclesiali, ma raggiunga la città, il mondo, con un grande spirito missionario». Il Natale è «una festa di popoli», ha detto poi mons.Perego. «Nei Magi riconosciamo il desiderio di Dio, di uscire e incontrare il Signore.  Il loro cammino non fa perdere la fede, la loro libertà, ma le arricchisce. Il loro cammino indica il cammino di una “Chiesa in uscita”, aperta alle sfide del mondo, certa di portare un valore aggiunto, i doni di Dio».

(Foto di Alessandro Berselli)

Pubblicato sulla “Voce” del 12 gennaio 2024

La Voce di Ferrara-Comacchio

«Governance cooperativa contro crisi ecologica e Intelligenza Artificiale»

23 Dic
Foto Pino Cosentino

A Ferrara l’intervento di Stefano Zamagni nel convegno su don Minzoni: «torniamo a cooperare»

«Oggi abbiamo bisogno di cooperazione, di capitale sociale, di reti di fiducia e di “lavoro decente”. È l’unico modo per governare la crisi ecologica e quella portata dall’Intelligenza Artificiale».

In questo modo Stefano Zamagni, noto economista, ha riflettuto sull’importanza della cooperazione nell’incontro svoltosi lo scorso 12 dicembre a Casa Cini, dal titolo “Per amore del mio popolo”. 

Un appuntamento dedicato a don Giovanni Minzoni, di cui è in corso la causa di beatificazione («si diventa santi anche facendo cooperazione», ha detto a Casa Cini il nostro Vescovo) e organizzato dalle locali Associazioni Scout, dall’Ufficio diocesano per la pastorale sociale e del lavoro e da Confcooperative Ferrara, con il patrocinio della Provincia di Ferrara, del Comune di Argenta e del Comune di Ferrara.

LA SCARSITÀ SI SUPERA COOPERANDO

Zamagni, ex Presidente Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, docente dell’Università di Bologna e della “Johns Hopkins” ha riflettuto innanzitutto sull’importanza della «competizione e della cooperazione come principi necessari per lo sviluppo e l’armonia sociale». Il primo è «positivo quando vi è abbondanza di risorse (materiali, naturali, intellettuali), il secondo invece in periodi di scarsità». In questi ultimi, infatti, sorge la «necessità di mettersi insieme», di collaborare. Ma oggi siamo in un periodo di scarsità? Secondo Zamagni, sì. Per due motivi: il primo, per la crisi ecologica e le sue gravi conseguenze; il secondo, per lo sviluppo dell’Intelligenza Artificiale (AI), «un tentativo di sostituire l’umano, in particolare con Q* (Q-Star)», un nuovo modello sviluppato da OpenAI. L’AI, per Zamagni, porterà a una vera e propria «disoccupazione di massa e a profitti per pochi». Due scenari angoscianti, ma che per l’economista portano anche una buona notizia: queste due trasformazioni epocali non potranno – appunto perché portatrici di scarsità – «non avere una governance cooperativa. Prepariamoci, dunque, a un inevitabile ritorno della cooperazione». Un ritorno che dovrà anche, e innanzitutto, riportare un’idea di «lavoro decente», inteso cioè non solo come diritto ma come lavoro che «tutela la dignità e l’identità della persona», quindi la sua umanità, il suo essere persona e non solo soggetto con determinati bisogni materiali da soddisfare.

La cooperazione, poi, andando al di là dell’ambito meramente materiale, «è ciò che (assieme alla famiglia) crea nell’intera società legami, reti, relazioni fiduciarie» («corde» le chiama Zamagni). Crea, quindi, «capitale sociale, il vero motore dello sviluppo».

FORMAZIONE E ISOLAMENTO

Mons. Gian Carlo Perego ha tratto le conclusioni del convegno ribadendo l’importanza della «solidarietà» e della «fiducia» in economia e ponendo l’accento sull’importanza di avere «luoghi di formazione», come sarà, ad esempio la Scuola di formazione politica e sociale che la nostra Arcidiocesi presenterà nei prossimi mesi.

Educazione e formazione che erano al centro della pastorale di don Minzoni, sulla cui figura si è soffermato don Francesco Viali (Ufficio diocesano per la pastorale sociale e del lavoro): fra l’altro, il parroco di Argenta potenziò l’AC, fondò il circolo maschile “Giosuè Borsi” e quello femminile “Sacro Cuore”, riattiverà il doposcuola anche per adulti, darà nuovo impulso alla biblioteca circolante e all’Opera “Pia Liverani” per l’educazione delle ragazze. E organizzerà un laboratorio di maglieria facendo in modo che le macchine fossero in comproprietà con le operaie, oltre a interessarsi direttamente dell’Unione Professionale Cattolica, grazie alla quale affitterà una vasta tenuta agricola, la Bina, nei pressi di Bando d’Argenta, e dando vita alla cooperativa “Ex combattenti”, costituita per dare occupazione e lavoro ai reduci e alla quale affiderà il compito di gestire la tenuta. Insomma, «combattè contro l’isolamento e la solitudine delle persone, contro la sterilità delle lamentele fini a sé stesse, pensando a un nuovo modo di produrre, di lavorare, di stare nella società».

TESTIMONIANZE 

L’incontro, moderato da Chiara Sapigni (MASCI Ferrara), ha visto anche gli interventi di Giuseppe Tagliavia (CISL Ferrara), che ha parlato dell’opera di don Minzoni come di «liberazione dei lavoratori lavoratori attraverso un sistema di mutuo vantaggio» e di due rappresentanti di cooperative locali: Francesco Bianco della Coop. “Il Germoglio” (ambito educativo) ha parlato del parroco di Argenta come di «una persona mossa dal desiderio», cioè da quella «forza dinamica creatrice e protesa alle persone». Un’attenzione alle persone e alle comunità ripresa anche da Nicola Folletti della Coop. “Azioni” (per l’inclusione sociale), che ha spiegato come la cooperazione «riporti lavoro e legami in un territorio». A tal proposito, ha annunciato come “Azioni” – nel solco dell’esempio di don Minzoni – stia «cercando di riproporre un laboratorio tessile per la produzione di borse».

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce” del 22 dicembre 2023

La Voce di Ferrara-Comacchio

Vita e liturgia scollate: don Belli per la Scuola di teologia

21 Dic

Una liturgia per tutti, attiva e partecipata (anche col corpo), comprensibile, abbandonando concettualizzazzioni sempre più dannose. Sull’importanza di questa “rivoluzione” nei nostri rituali ha riflettuto don Manuel Belli, intervenuto lo scorso 14 dicembre a Casa Cini per la settima lezione della Scuola diocesana di teologia per laici. Sacerdote della Diocesi di Bergamo e docente di Teologia dei sacramenti presso la Scuola di teologia del Seminario diocesano, don Belli è anche autore di alcuni volumi sul tema.

Ricordiamo che la Scuola riprenderà il prossimo 22 febbraio alle 18.30 con don Paolo Bovina che relazionerà su “Le sette chiese, una lettura pastorale di Apocalisse.

«Noi non facciamo riti, siamo fatti di riti e la qualità della nostra vita dipende dalla qualità dei nostri riti», ha esordito il relatore.Nelle nostre società, e spesso nelle nostre comunità ecclesiali, spesso però viviamo «riti tristi», cioè staccati dalle nostre vite, dal nostro cuore, dalle nostre fragilità: «Non abbiamo più vissuto a cuore aperto l’urto della realtà né percepito il modo d’essere delle cose», scriveva Guardini in “Formazione liturgica”. I nostri riti invece – secondo don Belli – sono troppo «ierocratici» e «troppo pensati», mentre essi «sono molto più dei concetti», delle nostre inutili sovrastrutture. Il relatore ha accennato come esempi quelli dell’atto penitenziale («che sia almeno di dieci secondi!»), la frazione del pane, le preghiere dei fedeli (che dovrebbero essere davvero loro frutto), il ruolo degli accoliti. «Ci vuole di più della forma – ha proseguito -, quel più che può essere dato solo dall’amore», per cambiare tutte le forme della nostra intelligenza (da quella interpersonale a quella estetica, da quella spaziale a quella musicale, solo per citarne alcune). In una società tecnocratica e digitalizzata come la nostra, invece, «siamo troppo abituati alla funzionalità delle cose e troppo poco, o nulla, ai loro aspetti simbolico ed estetico, che invece ci permettono di vivere la Messa con la sensazione di star incontrando il Signore». Solo così, per don Belli, «le fragilità di ognuno potranno sentirsi a casa». La sfida sta, per ogni sacerdote e semplice fedele, nel saper «riavvicinare vita e liturgia». Senza, però, banalizzare quest’ultima, mantenendone la sacralità e solennità. 

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce” del 22 dicembre 2023

La Voce di Ferrara-Comacchio

Il Natale degli ucraini ferraresi: preghiera e carità in prima linea

20 Dic

«Ci stiamo preparando al Santo Natale, per viverlo spiritualmente in prima linea, custodendo la nostra identità cristiana e le nostre tradizioni. E pregando per la pace». Abbiamo incontrato don Vasyl Verbitskyy, parroco della comunità cattolica ucraina di Ferrara, mentre ci avviciniamo ai primi due anni di guerra nel suo Paese. «Cerco ogni giorno – ci spiega – di fare in modo che nei nostri connazionali il tanto dolore portato da questo conflitto non si trasformi in odio e che non faccia perdere la fede». Preghiera e carità sono le roccaforti contro questo male che minaccia di continuo di esondare, nei cuori e non solo.

LA PREGHIERA DELLE DONNE

E così, ogni pomeriggio dalle 14.15 alle 15.45 un gruppo di donne si ritrova per la recita del Santo Rosario.Sono perlopiù nonne, col cuore conteso tra l’angoscia e la speranza per la sorte dei nipoti al fronte. E a proposito di preghiera, da un paio di mesi don Vasyl è stato nominato coordinatore e guida spirituale a livello nazionale del gruppo “Madri in preghiera”. Lo scorso 8 dicembre, raduno del gruppo che raccoglie mamme e madrine ucraine da ogni parte di Italia, e che a Ferrara esiste da 15 anni. Nella chiesa di S.Maria dei Servi, ogni domenica prima della S.Messa, alle 13.30, queste donne si radunano per un momento di preghiera preceduto dalla lettura del Vangelo e da un commento spirituale dello stesso don Vasyl. 

EUCARESTIA È COMUNITÀ

Un Natale sempre col cuore in gola, ma vissuto sempre in maniera condivisa: domenica 24 le liturgie sono previste per le ore 10 e 14, mentrenel tardo pomeriggio la sacrestia ospiterà la tradizionale Santa Cena con 12 piatti tradizionali senza carne (il numero non è casuale). Stessi orari per le S. Messe del giorno di Natale e per i due successivi, il 26 e il 27, rispettivamente Festa della Sacra Famiglia e di Santo Stefano, secondo il rito bizantino. Infine, il 7 gennaio i parrocchiani daranno vita alla Sacra Rappresentazione del Presepe Vivente.

GESTI DI CARITÀ A FERRARA E IN UCRAINA

L’operosità si concretizza anche nell’aiuto ai fratelli e alle sorelle in difficoltà a Ferrara e in Ucraina: ogni domenica in chiesa è presente il Mercatino di Natale conoggetti realizzati dalle famiglie, per aiutare in particolare i ragazzi al fronte – una dozzina – le cui mamme vivono a Ferrara. Sono due le donne frequentanti la parrocchia ferrarese, che in questi quasi due anni di guerra hanno perso i loro figli: una sul fronte, l’altra per un bombardamento su un ospedale. Di quest’ultima, madre di un medico, abbiamo parlato sulla “Voce” dell’8 aprile 2022. Ma la parrocchia aiuta con piccole collette alcune famiglie ucraine bisognose, come ad esempio una madre sola con tre figli piccoli. Piccoli grandi gesti per continuare, nonostante tutto, a vivere nella fede, nella speranza e nella carità.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce” del 22 dicembre 2023

La Voce di Ferrara-Comacchio

In cammino verso il Suo volto: il Presepe Vivente a Ferrara

19 Dic
Foto Alessandro Berselli

300 presenti e una sorpresa

Di per sé momento vivo dove meditare e gioire della nascita di Nostro Signore, quest’anno il Presepe Vivente ha riservato ulteriori sorprese.

Innanzitutto, il luogo scelto, la Basilica di San Francesco a Ferrara in occasione degli 800 anni dalla nascita del presepe grazie al Santo di Assisi (v. articolo sotto). Circa 300 i presenti sul sagrato, tante le famiglie con bambini, in prima fila il nostro Arcivescovo. «Vivere il Natale significa stare davanti a questa Presenza eccezionale», ha detto Marco Romeo, uno degli organizzatori. «L’Eterno ci diventa familiare». «Il Presepe – concluderà poi mons. Gian Carlo Perego – è luogo di semplicità, povertà e umiltà. Possiamo vivere il Natale da prepotenti oppure come storia vera, comprendendo come Gesù con la Sua vita rinnova ogni giorno la nostra vita». 

Un importante momento – questo, annunciato – è stata la proiezione del videosaluto da parte di mons. Pierbattista Pizzaballa, Patriarca Latino di Gerusalemme: il Presepe Vivente «è importante per recuperare la tradizione:nel passato si trova la certezza per il presente e il futuro e ciò che può rendere festoso il tempo», ha detto. «Natale è tempo di speranza per un mondo moderno che non crede più in niente. Natale è il tempo di riscatto dalla menzogna, dall’odio, dal nulla». Quel nulla vinto dal “sì” di Maria, con l’Annunciazione svoltasi sul balcone a lato della Basilica, momento conclusosi con un imprevisto soffio di vento ad accompagnare le ultime deboli luci prima della sera, l’inizio di una storia nuova. Si fa buio sulla nostra terra, come fu per Maria e Giuseppe raminghi nel tentativo di trovare un giaciglio. Giaciglio che sarà lì, nella casa di tutti, proprio dentro la Basilica (il cui primo nucleo risale al XIII secolo), in un punto non casuale: nella terza cappella della navata di destra, dove campeggia la “Natività” di Olindo Martinelli (del 1865), fedele riproduzione dell’omonima opera di Benvenuto Tisi da Garofalo (1512 ca.) conservata nella Pinacoteca Nazionale di Ferrara.

Finale suggestivo e a sorpresa, quindi, con i presenti invitati all’ingresso della Basilica ad “armarsi” di lanterne, cesti con doni e bastoni, perché siamo tutti pellegrini in cammino, che seguiamo la luce alla ricerca del Suo volto.

Il piccolo Tommaso è stato l’inconsapevole interprete di Gesù Bambino, Giovanni Bugli  (ingegnere) e Marta Pini (studentessa universitaria e iscritta al CLU) hanno impersonato San Giuseppe e la Vergine Maria, mentre Gloria Soncini ha vestito i panni di Elisabetta, Andrea Fabrizi quelli dell’angelo e il coro di CL ha accompagnato con i canti, fra gli altri, di Adriana Mascagni. Grande la soddisfazione, quindi, tra gli organizzatori: Associazione Genitori “Luigi e Zelia Martin”,Fondazione Zanotti, Ferrara Eventi, L’Umana Avventura,Associazione Gaudì, in collaborazione coi Frati francescani. Grande sostegno anche per la solidale “Campagna Tende” della Fondazione AVSI. Un’altra luce nel buio del presente.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce” del 22 dicembre 2023

La Voce di Ferrara-Comacchio

La Cattedrale di Ferrara e i legàmi invisibili in questa grande opera collettiva

16 Dic
Immagine tratta dal documentario “Tesori nella pietra”

Si avvicina la data di riapertura del Duomo di Ferrara: il 15 dicembre nel Cinema San Benedetto la presentazione dei lavori e la proiezione del nuovo documentario “Tesori nella pietra”

Ormai si avvicina l’atteso momento della riapertura della Cattedrale di Ferrara al culto. Nel frattempo, la nostra Arcidiocesi propone all’intera comunità una serata per illustrare nel dettaglio il lungo e complesso cantiere che ha interessato per cinque anni il cuore della città di Ferrara e della nostra Chiesa locale. L’appuntamento è per venerdì 15 dicembre quando alle ore 21, nell’ambito dei “Tè Letterari”, al Cinema San Benedetto di Ferrara saranno illustrati da don Stefano Zanella, Direttore dell’Ufficio Tecnico Amministrativo Diocesano, i lavori di ripristino dei pilastri interni della Cattedrale. Sarà l’occasione per conoscere le delicate fasi del rafforzamento di queste importanti strutture, ma anche di apprezzare il prezioso intervento di restauro dei dipinti e di recupero delle parti medioevali riscoperte.

In attesa di poter visitare la Cattedrale riaperta – sono ancora in corso le operazioni di pulizia e riallestimento -, sarà poi possibile assistere in anteprima alla proiezione del documentario “Tesori nella pietra”, con ideazione, regia e montaggio di mons. Massimo Manservigi e Barbara Giordano, e musiche di Giorgio Zappaterra. Un lavoro cinematografico durato quanto il cantiere – cinque anni, dal 2018 al 2023 – che illustra in 27 minuti, come in un diario, le varie fasi di recupero dei pilastri: dallo stacco dei dipinti ottocenteschi al rafforzamento antisismico, dalla ricostruzione delle parti usurate e mancanti delle decorazioni pittoriche e scultoree fino alla narrazione della più grande scoperta archeologica avvenuta in Cattedrale, cioè il ritrovamento dei capitelli medioevali pressoché integri.

UNA GRANDE OPERA COLLETTIVA 

Per sua natura, possiamo dire, una Cattedrale è il prodotto magnifico di un lavoro collettivo durato anni: non solo quelli dell’ideazione e fondazione, ma anche di tutti i successivi lavori di consolidamento e restauro che in molti casi hanno modificato, anche in maniera significativa, il volto e il corpo dell’edificio. E così è anche per il nostro Duomo cittadino.

Una catena complessa composta da tanti anelli, ancora del tutto da riscoprire e interpretare. Una rete invisibile di legàmi – sopra e sotto quelle reti poste in alto nelle navate dopo il terremoto: legami storici, fra epoche lontane, come detto; ma anche e soprattutto legami spirituali e connessioni sentimentali con il popolo di Dio, con l’intera città e col territorio diocesano; e legami più fitti e quotidiani tra le persone nel voler ridare stabilità a questo gigante che domina il cuore della città estense. 

Questo emerge dal documentario di mons. Manservigi e Giordano: dalle immagini delle macerie nelle chiese della nostra Diocesi in seguito al sisma del 2012 (che rievocano dolore e angoscia), a un presente fatto di volti attenti e di mani operose, di menti dedite all’unico fine di rendere ancor più splendente e sicuro il nostro Duomo.

Tocca, dunque, nel documentario a don Stefano Zanella e a Valeria Virgili (alla quale è stato affidato il progetto architettonico e la Direzione Lavori del Duomo) il racconto dei giorni del sisma 2012 e una breve storia dell’edificio. Nicola Gambetti del nostro Ufficio Tecnico diocesano spiega invece la genesi dei lavori – con la scelta di chiudere l’edificio anche in seguito al crollo del Ponte Morandi dell’agosto del ’18 -, mentre Michela Boni (Leonardo srl) illustra il progetto di mappatura delle decorazioni, della ricostruzione degli intonaci originali e delle altre fasi più recenti di manutenzione, per poi iniziare il distacco degli affreschi, il loro restauro e successivo ricollocamento.

Infine, Gianluca Muratore (Leonardo srl) spiega la ricostruzione di parti mancanti o logorate di alcuni capitelli medievali e di statue sulle colonne settecentesche: riuscendo nell’intento di  recuperarne dei pezzetti, questi sono stati riassembrati e, tramite calco, è stata ricostruita la struttura. In questo modo, si sono anche potute ricostruire integralmente alcune parti simili di altri capitelli.

I legami tornano anche nelle molto concrete operazioni tecniche per rinforzare i pilastri dell’edificio: si è, infatti, legato i pilastri medievali con quelli settecenteschi: una cucitura attuata attraverso barre metalliche, per dare una maggiore stabilità. I pilastri sono stati poi avvolti da intonaco armato per creare una cerchiatura di rinforzo.

Ricordiamo come a stupire tecnici e restauratori non fu tanto il ritrovamento delle colonne medievali ma, per mancanza di documentazione, quello dei capitelli e degli affreschi che le abbelliscono. I capitelli che non rimarranno visibili (6 su 10) sono stati coperti con pannelli removibili per facilitarne le eventuali future individuazioni e analisi da parte di esperti, studiosi e tecnici.

ECCO QUALI OPERE MEDIEVALI RIMARRANNO VISIBILI

All’interno della Cattedrale rimarrà – anche dopo la riapertura al culto – una piccola area di cantiere: si tratta di una “fabbriceria” utile a indagare e ad attendere le autorizzazioni per proseguire i lavori necessari a rafforzare i due pilastri secondari nella navata sinistra dell’edificio, entrando dall’ingresso principale. 

Finora, infatti, sono stati indagati tutti i pilastri principali ma solo uno di quelli più piccoli. La nostra Cattedrale sta quindi “scoprendo” di aver bisogno di una “Fabbrica” o “fabbriceria” – com’è tradizione nella storia delle Cattedrali -, un luogo, cioè, dove poter studiare e approntare quei piccoli o grandi interventi necessari per la conservazione e tutela dell’edificio che si susseguiranno nel tempo, gestito da un ente pensato ad hoc per la manutenzione e la conservazione dell’edificio. Uno strumento che potrà essere utile anche per gli studiosi e per chi si occupa di promuovere a livello turistico la storia e la bellezza di una Cattedrale riscoperta dopo gli ultimi lavori di restauro e consolidamento.

Ricordiamo come nel dicembre 2020 vennero alla luce frammenti di alcune delle colonne medievali – con capitelli e fregi -, che sostenevano l’antico matroneo prima della ristrutturazione settecentesca (1712-1728) guidata da Francesco Mazzarelli. Opere più o meno conservate (alcune sono state rovinate dai lavori svolti nel XVIII secolo), raffiguranti leoni, grifoni e figure antropomorfe, che verranno analizzate, e di cui non si conserva alcuna documentazione storica.

Alcuni mesi fa è riemerso un ulteriore capitello medievale, inglobato nel pilastro secondario più vicino al presbiterio, sul lato destro (guardando dall’ingresso principale): si tratta di un telamone, una cariatide maschile con funzione di sostegno. Altre tre figure simili sono riemerse dai capitelli medievali negli anni scorsi, altre due del XII secolo si trovano nel protiro, e altrettante nell’atrio.

In tutto, saranno quattro (su undici scoperte) le opere medievali riemerse dai pilastri settecenteschi centrali che rimarranno visibili al pubblico (gli altri capitelli verranno coperti con pannelli rimovibili): nel terzo e nel quarto pilastro sulla destra, entrando dall’ingresso principale, verranno lasciati in vista gli archi gotici e le porzioni dei capitelli bassi (testa di leone e giovane che porta un peso) visibili dal lato meridionale (p.zza Trento e Trieste). In questo modo si ripropone, pur parzialmente, la visuale che poteva avere un fedele che entrava dalla Porta dei Mesi. Nel terzo pilastro a sinistra entrando dall’ingresso principale, verrà lasciato in vista un capitello policromo; infine, rimarrà visibile anche la porzione di capitello sulla destra rivolta verso il presbiterio e raffigurante un uomo adulto che regge un peso.

Alcuni di essi sono colorati, e anche questo ha fatto dire con certezza ai tecnici che il Duomo originariamente era policromo; altri invece sono monocromi, al massimo hanno qualche ombreggiatura.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce” del 15 dicembre 2023

La Voce di Ferrara-Comacchio

L’umiltà, cuore di Papa Giovanni Paolo I

8 Dic

L’intervento del card. Beniamino Stella alla Sacra Famiglia di Ferrara: un ricordo personale

«La mia vita è stata tutta legata a lui»: con queste parole commosse, il card. Beniamino Stella ha ricordato a Ferrara il Beato Giovanni Paolo I (Albino Luciani) nel 45° anniversario del suo ritorno al Padre.

L’occasione è stato l’invito all’interno della Festa della Dedicazione della chiesa della Sacra Famiglia a Ferrara e il primo anniversario di erezione del Santuario del Cuore Immacolato di Maria.

Sabato 2 dicembre nella chiesa di via Bologna, il card.Stella ha presieduto nel tardo pomeriggio la S. Messa a cui è seguita una sua breve conferenza/testimonianza sul “Papa del sorriso”. Il giorno dopo, il card.Stella ha presieduto, sempre alla Sacra Famiglia, la S.Messa delle ore 10, durante la quale è stato anche presentato alla comunità il nuovo Consiglio Pastorale.

CHI È IL CARDINAL STELLA

Il card. Stella è una personalità rilevante nella nostra Chiesa: Prefetto emerito della Congregazione per il Clero, da Papa Francesco è stato creato Cardinale nel 2014. Dopo aver lavorato nelle nunziature apostoliche a Santo Domingo, Zaire e Malta, nel 1987 Giovanni Paolo II lo nomina Nunzio Apostolico nella Repubblica Centrafricana, Ciad e Repubblica del Congo. Nel 1992 diventa Nunzio Apostolico a Cuba e dal 1999 guida la rappresentanza diplomatica vaticana in Colombia. Nel 2020 il Santo Padre lo promuove all’Ordine dei Vescovi, assegnandogli il Titolo della Chiesa Suburbicaria di Porto-Santa Rufina.

Ma dicevamo del suo forte legame con Albino Luciani. È stato quest’ultimo, infatti, nel 1966 – quand’era Vescovo della sua Diocesi di origine, Vittorio Veneto – a consentirgli di iniziare gli studi alla Pontificia Accademia Ecclesiastica. E proprio in questa Accademia dove si formano gli ecclesiastici al servizio diplomatico della Santa Sede, Stella è tornato dal 2007 al 2013 con l’incarico di Presidente.

UNA VITA NELL’UMILTÀ

È l’umiltà il tratto che maggiormente ha contraddistinto l’esistenza terrena di Albino Luciani. Non a caso, Humilitas fu il motto che scelse sul soglio petrino e la virtù a cui dedicò la sua prima Udienza generale.

Ma l’umiltà è Cristo: «imparate da me, che sono mite e umile di cuore» (Mt 11, 29) E papa Giovanni Paolo I «l’ha saputa vivere e testimoniare con eroismo. Pensava col cuore che tutto sia merito della Grazia di Dio, della Sua immensa Misericordia. Erano parole davvero incarnate nel suo spirito», ha spiegato il relatore. «Piccoli passi davanti a Dio» è l’immagine di Luciani per descriverne al meglio il senso dell’umiltà, «piccoli passi come quelli di un bambino davanti alla sua mamma».

Un’umiltà che in lui si esplicava innanzitutto nel volto e poi «nel tono familiare del parlare, nella semplicità e nella chiarezza delle parole che tante critiche attirarono dai “sapienti”». Una forma semplice che, però, «si poggiava su una forte sostanza teologica. Uno stile dolce, il suo, quindi, perché la verità dev’essere proposta soavemente, in modo adeguato a ciò che si annuncia».

Umiltà e semplicità si esprimevano in Luciani anche nella nostalgia del cosiddetto «apostolato spicciolo» e in quella ricerca continua «della più forte unità all’interno della Chiesa. Lui che – ha proseguito il card.Stella – «fin da giovane aveva imparato il valore dell’obbedienza», non poteva non considerare «la continua comunione ecclesiale come valore fondamentale».

L’invito conclusivo è conseguente a tutto ciò: «cerchiamo parole e gesti umili, belli e semplici nel nostro vivere quotidiano». Un appello a chiunque e in modo particolare «a chi nella Chiesa ha una qualche autorità». 

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce” dell’8 dicembre 2023

La Voce di Ferrara-Comacchio

Come attendiamo il Signore? Il Ritiro di Avvento dell’AC diocesana

7 Dic

Un’attesa, una veglia, che sia piena dello sguardo del Signore su ognuno di noi. Di questo ha riflettuto l’Azione Cattolica diocesana nel tradizionale Ritiro di Avvento svoltosi nel pomeriggio del 3 dicembre all’interno del Seminario di Ferrara. I circa 60 partecipanti hanno riflettuto assieme partendo dal versetto di Isaia 21, 11 –  “Sentinella, a che punto è la notte?” – e dal Vangelo del giorno, dal discorso escatologico di Marco.

Nella meditazione che ha anticipato il discernimento nei gruppi, don Mauro Ansaloni ha riflettuto sulla veglia come «attesa di qualcosa di importante che deve accadere», o «della persona amata».Nel caso del Signore, di «Qualcuno che deve ancora venire ma che è già venuto». Il rischio, però, nell’attesa del Suo ritorno è di addormentarci, di perderci, percependo dunque questa nuova venuta come lontana. Ma Gesù disse ai suoi discepoli: «Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28, 20). Tutti i giorni, anche ora, grazie all’azione dello Spirito. Ineliminabile, però, è anche «l’attesa di quelle notti, cioè di quei momenti di dolore, perdita, di smarrimento, nelle prove, nel nostro peccato». Per vivere l’attesa di Lui come attesa viva bisogna quindi «vigilare sempre, in ogni momento». A questo ci invita Gesù: «a fare attenzione, a non essere né distratti né superficiali ma ad avere uno sguardo concentrato, capace di discernimento e di giudizio sulla realtà». Uno sguardo che nasce da «una lucidità interiore, da un saper fare vuoto nella testa e nel cuore, da una capacità critica e di presenza nella storia, da una capacità di cura integrale», ha proseguito don Ansaloni. Ma questo «sguardo di cura e attenzione» è possibile solo se, in ultima analisi, i nostri occhi – il nostro cuore – sono fissi sulSignore, se «è su di Lui che vigiliamo. Solo un cuore in sintonia col cuore di Gesù, può percepire i segni nella vita di ogni giorno». Questa veglia attiva si attua, dunque, nella quotidianità, «nella ferialità del tempo. Davanti a Dio, il futuro si conquista col presente, con ciò che siamo oggi, ora», nel tempo che sempre dovrebbe essere pieno dell’invocazione “Maranathà”, “vieni, Signore!”. 

Altro appuntamento importante per la nostra AC diocesana sarà la tradizionale Festa dell’Adesione l’8 dicembre nelle parrocchie, anticipata la sera del 7 alle ore 21 nella chiesa di Tresigallo con la Veglia presieduta dal nostro Arcivescovo. 

Andrea Musacci

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Percorso formativo “Vite a contatto” per gli Adulti dell’AC diocesana, anno pastorale 2023-2024: ecco le prossime tappe

* Mercoledì 17 gennaio, ore 21, Porotto: II^ tappa adulti, sul tema “Pienezza”.

* Domenica 21 gennaio, ore 15.30, Ferrara (sede di via Montebello, 8): II^ tappa Adultissimi.

* Domenica 25 febbraio,ore 15.30, Seminario di Ferrara, Ritiro di Quaresima.

* Domenica 10 marzo, ore 15.30, Ferrara (sede di via Montebello, 8): III^ tappa Adultissimi.

*Mercoledì 20 marzo, ore 21, parrocchia di Vigarano Mainarda: III^ tappa Adulti, sul tema “Oltre”.

* Domenica 14 aprile, ore 15.30, Ferrara (sede di via Montebello, 8):IV^ tappa Adultissimi.

*Mercoledì 17 aprile, ore 21, parrocchia dell’Addolorata, Ferrara:IV^ tappa Adulti, sul tema “Cura”.

* Maggio:Convegno Adulti (luogo e data da definire).

*Estate: Campo estivo (luogo e data da definire). 

Pubblicato sulla “Voce” dell’8 dicembre 2023

La Voce di Ferrara-Comacchio

Esperienza escatologica, l’abbiamo sostituita con le cose del mondo?

6 Dic

Essere cristiani significa vivere un’esperienza spirituale piena, una comunione in Dio. Don Nuvoli per la Scuola di teologia per laici

Senza un’esperienza spirituale intesa come esperienza di Dio dentro di me, non è possibile nessuna reale comunione né alcuna concettualizzazione di Dio che non sia fine a se stessa. Don Ruggero Nuvoli è stato il protagonista della sesta lezione della Scuola diocesana di teologia per laici, intervenendo lo scorso 30 novembre a Casa Cini sul tema “Immaginazione sacramentale”. Docente FTER (Facoltà Teologica regionale), don Nuvoli è a capo della Pastorale Vocazionale nella Diocesi di Bologna e dirige “La via di Emmaus”, progetto per giovani con sede nella “Casa di Emmaus” a S. Lazzaro di Savena.

RICONOSCERE OLTRE IL VELO

«Riconoscere il Mistero nel velo dell’Eucarestia, della Parola, dei sacramenti, nel velo della nostra umanità, è riconoscere Cristo», ha esordito. È un dono di grazia, «Dio che sceglie di farci partecipi, di farsi riconoscere. In Cristo, il velo cade, si consuma, si assottiglia». L’approdo della nostra vita è dentro «la promessa che Lui ha fatto a ognuno di noi». Una promessa che va riscoperta, riscoprendo «il momento in cui nella nostra vita si è palesato l’amore di Dio. Il primo palpito, il primo incontro con Lui: solo da questo dono ricevuto, può sbocciare la più intima gratitudine».

DALL’INDIVIDUO ALLA PERSONA

E solo quest’incontro ci fa uscire da una dimensione «individuocentrica» per farci diventare «persona» e dunque entrare in una vita «comunionale» (cristologica ed ecclesiologica):«loSpirito Santo ci dona la vita di Dio costituendoci corpo di Cristo». «Molte delle nostre pastorali – secondo don Nuvoli – non funzionano innanzitutto perché non riescono a far passare la coscienza dall’individuo alla persona».

UN’ESPERIENZA SPIRITUALE

Un incontro con una Persona, dunque, quella del Cristo, nella quale rivela «una vita divina relazionale, una comunione piena. Cristo non è un saggio – ha proseguito il relatore -, non ha mai voluto fondare una religione». Cristo rivela Dio come realtà comunionale e trinitaria: «nessuno può venire a me, se non gli è concesso dal Padre mio» (Gv 6, 65). Per questo, «ognuno di noi può stare nella Chiesa o come mero atto tradizionale, come in un qualsiasi contesto sociale, oppure vivendola come vera esperienza spirituale, come incontro col Mistero, nella Presenza del Risorto». È il mistero della nostra divinizzazione:«non posso indagare Dio come oggetto fuori da me, ma come esperienza reale dentro di me». Solo dopo questa esperienza, sono possibili una spiritualizzazione e una concettualizzazione. Non il contrario: «è sempre errato partire dai concetti», ha specificato. La verità è, dunque, comunionale, e così non può non essere l’azione del cristiano, mentre la  razionalità moderna pone l’individuo isolato al centro.

SPERANZA ESCATOLOGICA

Questa esperienza spirituale è sempre «eucaristica», è sempre un’esperienza che «perfora tempo e spazio, passando dal segno alla realtà, cioè alla pienezza di vita in Dio: siamo continuamente vivificati e immersi nella vita di Dio, nella vita del futuro». Questa esperienza escatologica pone al cuore della nostra fede, quindi, non solo la comunione ma anche la «speranza».

NON APPLAUSI MA PAROLE DI VITA ETERNA

«Ma questa esperienza dov’è nella nostra vita?», ha incalzato don Nuvoli. «Spesso abbiamo sostituto questa speranza escatologica con le cose del mondo, ci siamo creati un’idea delle cose di Dio».Ma il cristianesimo «non è un insieme di idee o di ideali, né una teoria o una morale che divide chi va premiato e chi va punito: in questo modo, il mondo magari ci applaude, ma non ci segue, così facendo non siamo interessanti per nessuno». È ciò che sta accadendo. Dobbiamo, poi, «celebrare non solo la Pasqua di Gesù in Palestina ma anche e soprattutto la Pasqua eterna e la stessa pedagogia e catechesi debbono «educare al compimento, alle cose ultime, alla promessa della fine, a quell’atto aurorale che nasce dal cuore, all’approdo, al destino eterno della nostra vita. Qual è la differenza tra noi e un partito o associazione qualsiasi, se non parliamo della promessa della vita eterna?». Una domanda da porci senza infingimenti.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce” dell’8 dicembre 2023

La Voce di Ferrara-Comacchio