Il sapere come luce e fuoco: Massimo Recalcati a UniFe

11 Mar
Foto Alessandro Berselli

L’intervento dello psicanalista al nuovo Polo Didattico di Cona per l’inaugurazione dell’anno accademico: «la formazione sia spazio di luce, fuoco, valore del nome proprio». I disagi dei giovani

A cura di Andrea Musacci

«Quello che erediti dai tuoi padri, riguadagnatelo, per possederlo»: ha preso le mosse da queste parole di Goethe, Massimo Recalcati, noto psicoanalista e docente universitario, per la sua prolusione lo scorso 6 marzo alla cerimonia di inaugurazione dell’anno accademico 2023/24 dell’Università degli Studi di Ferrara. «Il movimento dell’eredità è sempre un movimento in avanti, pur nella fedeltà alla tradizione», ha proseguito. «Io adoro gli inizi, i battesimi, i matrimoni, lo sbocciare dei fiori, tutto ciò che prende vita. Ma affinché qualcosa possa cominciare, non deve mai smettere di incominciare», sono state ancora sue parole. Da qui, la citazione di Gentile sull’insegnare come continuo apprendere, «ricominciare ogni volta per evitare il rischio terribile della ripetizione senza sorpresa». 

«NAUFRAGIO DELLA PAROLA» E NOME PROPRIO

Parafrasando, poi, un passo de “La peste” di Camus, Recalcati ha detto: «oggi l’università deve “saper restare”, essere cioè un punto di riferimento in un’epoca di forti crisi». Epoca nella quale assistiamo al «naufragio della parola», dove cioè «la parola non ha più peso». Nell’università, quindi, oltre a una necessaria «anima-dispositivo» fatta di regolamenti, burocrazia, valutazioni, algoritmi e numeri, deve avere cittadinanza il «nome proprio»: «chiamare per nome è un atteggiamento di cura», il nome – con la «singolarità storta» che rappresenta – è «eccentrico» rispetto al numero, lo eccede sempre. I luoghi della formazione così intesi non possono che essere «luoghi della luce, dove si fa esperienza della luce, dove cioè si allarga l’orizzonte del mondo».

DALLA «TOSSICOMANIA» AL RIFIUTO DELLA VITA

L’opulenta e spesso vuota società contemporanea, però, crea nel mondo giovanile due forme di disagio: una, prevalente più nell’era pre covid, che Recalcati definisce «disagio neo-libertino», causato dall’idea che «tutto è possibile», con una «sregolazione pulsionale, del consumo e l’assenza di vincoli e legami». Una «tossicomania» non solo legata al consumo di droghe ma a una vera e propria «idolatria delle cose», una «sacralizzazione degli oggetti che desacralizza la vita». A questa si è aggiunta, dopo il covid, una nuova forma di disagio, un suo «rovescio malinconico»: quello dei giovani che «rifiutano la vita, si ritirano da essa», le cui camere diventano «bunker». Una «pulsione securitaria» che fa vedere «l’altro come una minaccia, l’aperto come fonte di angoscia». D’altra parte, però, oggi assistiamo anche a un «uso inflattivo della psicologia» e a una «medicalizzazione di ogni aspetto della vita», con un «abuso della diagnosi» ad esempio in ambito scolastico, che fa anche «identificare le nuove generazioni come vittime, porgendo così ai giovani alibi per sentirsi sempre giustificati».

C’È BISOGNO DI FUOCO

I giovani, invece, hanno bisogno di «una formazione intesa non tanto come una scala da salire ma come un fuoco»: hanno bisogno, cioè, di «qualcuno o qualcosa» (un insegnante, un libro, ad esempio) «che li scotti, che li accenda», che accenda la loro passione.

Pubblicato sulla “Voce” del 15 marzo 2024

La Voce di Ferrara-Comacchio

Fine vita, il dolore estremo chiede compagnia e ci rimanda alla trascendenza

8 Mar

Eutanasia dal Belgio all’Emilia-Romagna: riflessioni sulla falsa pietà e l’autentica cura

di Andrea Musacci

Appena una settimana fa, in Belgio la Commissione federale di controllo e valutazione dell’eutanasia ha pubblicato i dati aggiornati: nel 2023 i casi di eutanasia certificata sono stati 3.423, il 15% in più rispetto al 2022 e il 3,1% di tutti i decessi (rispetto al 2,5% nel 2022). Ci spostiamo di poco geograficamente, e dai dati passiamo a una notizia: l’ex premier olandese (in carica dal 1977 al 1982, all’epoca del Partito cristiano democratico) Dries van Agt e sua moglie Eugenie, hanno chiesto e ottenuto l’eutanasia di coppia. Un fenomeno, quest’ultimo, in crescita nei Paesi Bassi (dove dal 2002 – come in Belgio – esiste una legge sull’eutanasia e il suicidio assistito): la Commissione di vigilanza Rte informa che nel 2022 sono state accolte quasi il doppio delle richieste di coppie. In totale 29: nel 2019 furono 17, nel 2020 13, e 16 nel 2021.

È utile partire dai dati di Paesi vicini dove l’eutanasia è permessa da molto più tempo, per renderci conto di quel che può essere il futuro anche nel nostro Paese se vengono fatte scelte come quella dell’Emilia-Romagna. Terra, questa, «sazia e disperata», come il card. Biffi definì il suo capoluogo Bologna.

Fa tremare le vene ai polsi il constatare, quindi, come nelle nostre società avanzate il morire si stia riducendo a un passaggio medico-burocratico fra i tanti. Una scelta come le altre, una rivendicazione estrema, assurda legata al falso principio del benessere: «Quando prevale la tendenza ad apprezzare la vita solo nella misura in cui porta piacere e benessere, la sofferenza appare come uno scacco insopportabile, di cui occorre liberarsi ad ogni costo», scriveva San Giovanni Paolo II in “Evangelium vitae (EV 64). Perciò, «l’eutanasia deve dirsi una falsa pietà, anzi una preoccupante “perversione” di essa: la vera “compassione”, infatti, rende solidale col dolore altrui, non sopprime colui del quale non si può sopportare la sofferenza». Così, proseguiva papa Wojtyła, «nella società si perde il senso della giustizia ed è minata alla radice la fiducia reciproca, fondamento di ogni autentico rapporto tra le persone» (EV 66).

Pur nella sempre estrema pietà verso chi compie il gesto estremo, va ricordato come questo innanzitutto «comporta il rifiuto dell’amore verso se stessi» (EV 66). Su questo riflette anche il filosofo Fabrice Hadjadj: «l’amore per la propria vita è il fondamento dell’amore per la vita altrui: se non amo me stesso, se detesto la vita, a quale scopo soccorrere il prossimo?» (in “Farcela con la morte”, 2005). Va contro il prossimo, dunque, e contro se stessi. È il non darsi nessun’altra possibilità: «Il suicidio è un assassinio più intimo, senza possibile pentimento, mentre ogni altro omicidio lascia il tempo per un’eventuale conversione (…). Colui che voleva poter fare tutto senza limiti si condanna a non poter fare più nulla. Con il suicidio pretende di liberarsi di tutto, invece si riduce a niente», prosegue Hadjadj.

Ma come scriveva Giovanni Paolo II, «la domanda che sgorga dal cuore dell’uomo nel confronto supremo con la sofferenza e la morte, specialmente quando è tentato di ripiegarsi nella disperazione e quasi di annientarsi in essa, è soprattutto domanda di compagnia, di solidarietà e di sostegno nella prova. È richiesta di aiuto per continuare a sperare, quando tutte le speranze umane vengono meno» (EV 67). E la speranza per sua natura è un salto oltre la logica e il peso del dolore. È sempre speranza di qualcosa che non riusciamo a scrutare. Ancora Hadjadj: «vedere tutto nell’orizzonte della padronanza significa chiudersi all’incontro, all’imprevisto, all’altro». E all’Altro: «La morte rimanda a una trascendenza, e io» col suicidio «cerco di metterla al livello dei miei ragionamenti». Al contrario, «colui che parla dal pulpito dell’agonia lascia un insegnamento indimenticabile, anche se ridotto a un pietoso battito delle palpebre. È più vivo di ogni altro, ricorda agli altri l’imminenza della morte e l’esigenza della speranza (…). In  quell’ultima ora l’uomo giacente è un tabernacolo».

Pubblicato sulla “Voce” dell’8 marzo 2024

La Voce di Ferrara-Comacchio

Spagnoletti: «scommettere sui ragazzi e sulla relazione con loro»

8 Mar

La giudice del tribunale per i minorenni di Roma è intervenuta on line per la Scuola di teologia per laici diocesana

La cronaca nel nostro Paese ci racconta sempre più di casi in cui i giovani sono protagonisti in negativo: baby gang, femminicidi, tragiche challenges. Un punto di vista alternativo sulla questione – oltre la demonizzazione di un’intera generazione e la sua assoluta giustificazione – l’ha portata lo scorso 29 febbraio Maria Teresa Spagnoletti, giudice del tribunale per i minorenni di Roma e Presidente del Collegio dibattimentale del Tribunale per i Minorenni di Roma, oltre che Capo Guida Scout d’Italia e autrice del libro “Il mio territorio finisce qui” (Futura ed.). L’occasione è stata la nona lezione dell’anno in corso della Scuola diocesana di teologia “Laura Vincenzi”.Spagnoletti ha riflettuto – in collegamento on line – su “Esperienze di custodia dell’umano”. Il prossimo incontro della Scuola è in programma giovedì 7 marzo, ore 18.30, con suor Veronica Donatello che rifletterà su “La grazia non conosce barriere architettoniche” (incontro solo on line).

NESSUN GIUDIZIO SULLA PERSONA. E NESSUN BUONISMO

Tante le storie e gli aneddoti raccontati  dalla relatrice, legati ai ragazzi e ragazze che ha incontrato nella sua lunga carriera. «Innanzitutto – ha detto -, come adulti dobbiamo essere percepiti come persone giuste: il complimento migliore ricevuto è stato quello di un ragazzo che era stato arrestato, ai tempi facevo il gip, e lui era contento: “la Spagnoletti è severa ma giusta”, disse. E poi è importante rispettare le regole anche minime, nella vita e creare un’intensa relazione con la ragazza o ragazzo imputato o detenuto: è decisivo – ha proseguito – che percepisca che il giudice è interessato a lui come persona, al di là del dover giudicare il reato commesso. Ogni persona è diversa e diverse sono quindi le motivazioni che stanno dietro a un reato». Dall’altra parte, però, nessuno spazio al buonismo: «con i ragazzi non bisogna sminuire la colpa, ma bilanciare tra loro giustizia e misericordia». Che significa innanzitutto «scommettere su di loro, senza aver fretta e accettando anche i loro fallimenti». A tal proposito, la Messa alla prova – per Spagnoletti – è «sicuramente l’istituto più importante per la riabilitazione di un giovane che ha commesso un reato. Il carcere spesso è necessario ma ad esso devono seguire misure alternative per reinserirlo nella società e perché non commetta più reati. Non bisogna mai buttare la chiave. È facile scommettere solo su chi è un “bravo ragazzo”…». In ogni caso, «prima di valutare un percorso alternativo per il ragazzo, bisogna cercare di conoscerlo: la relazione con lui è fondamentale: prima di giudicarlo, ho sempre cercato di capire cosa pensasse del proprio periodo trascorso in carcere, del proprio futuro, quali riflessioni aveva fatto». D’altra parte – ha aggiunto -, «non bisogna nemmeno avviare percorsi alternativi quando il ragazzo non è pronto a sostenerli: bisogna avere pazienza, non fretta, altrimenti si mette il ragazzo di fronte a impegni troppo gravosi da rispettare e quindi si aumenta il rischio di recidiva». Giustizia e misericordia – verità e carità, potremmo aggiungere -, si diceva prima: parole che richiamano anche l’educazione alle regole:«è importante far capire ai giovani che le regole esistono non per imporle ma perché sono necessarie per la convivenza comune. A volte i genitori non insegnano, o non testimoniano, questo rispetto ai loro figli». I casi di violenza fra i giovani, per Spagnoletti hanno fra le cause anche «la responsabilità degli adulti, spesso incapaci di educare realmente i ragazzi: non insegnano né testimoniano nemmeno il rispetto per l’opinione altrui, non sono in grado di dialogare. Mancano quindi esempi veri di cosa voglia dire una convivenza civile fra le persone, rispettosa degli altri».

Diverse le domande e le riflessioni provenienti tra le persone collegate on line per ascoltare la relazione di Spagnoletti. Un intervento non solo tecnico, ma innanzitutto umano: «nel mio lavoro – ha infatti spiegato -, c’è un forte coinvolgimento emotivo ma ho sempre cercato di tener fuori le mie convinzioni personali nel giudizio sui ragazzi». L’ultima riflessione l’ha dedicata al suo rapporto con la fede e a come questa influisce sulla propria vita: «amare il prossimo è più facile se davvero si ama Dio, e se davvero capiamo qual è il nostro modo di rispondere alla Sua chiamata. Nel mio lavoro, la mia fede, la mia appartenenza alla Chiesa e allo scoutismo hanno giocato un ruolo fondamentale: ho imparato l’importanza da dare al rispetto dell’altro e al non giudicare l’altro, ma solo il suo comportamento».

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce” dell’8 marzo 2024

La Voce di Ferrara-Comacchio

«Sentire il dolore dell’altro»: il card. Pizzaballa a Ferrara

6 Mar

L’intervento del Patriarca Latino di Gerusalemme nel Monastero del Corpus Domini: «a Gaza la situazione è indescrivibile e in Israele e Palestina servono nuove leadership. La Chiesa non si fa strumentalizzare da nessuno. Le mie comunità mi danno gioia» 

Un silenzio colmo di rispetto e attenzione ha dominato l’ora abbondante nella quale il card.Pierbattista Pizzaballa,Patriarca Latino di Gerusalemme, ha risposto alle domande di Cristiano Bendin (Caposervizio “Il Resto del Carlino” di Ferrara). L’occasione è stato il primo incontro dell’Ottavario di S.Caterina: la sera del 1° marzo oltre cento persone si sono ritrovate nel coro del Monastero del Corpus Domini di Ferrara, ospiti delle Sorelle Clarisse.

VIVERE NELLA MISERIA

Il card. Pizzaballa è punto di riferimento dei cattolici nei territori palestinesi:«circa un migliaio sono i cristiani, compresi gli ortodossi, nella striscia di Gaza, mentre alcuni abitano a Rafah», ha spiegato. La situazione a Gaza è «indescrivibile», ha aggiunto:«tutti i cristiani hanno perso la propria casa e ora la difficoltà principale è avere viveri e acqua. Come cristiani siamo fortunati perché abbiamo un pozzo, anche se scarseggia il gasolio per farlo funzionare, ma l’acqua inquinata sta iniziando a portare malattie». E non molto tempo fa «1 kg di pomodori era arrivato a costare l’equivalente di 150 euro, ora si fa fatica a trovare». E mancano medicinali. «Molte persone vivono nelle tende, ma tante altre vivono proprio per strada. E non esiste più un ordine pubblico». Questa la realtà nella Striscia di Gaza.

IL DOLORE DELL’ALTRO

Se il cristianesimo è «uno stile di vita prima che una religione», ha poi aggiunto, la fede cristiana deve «parlare alla vita, deve far comprendere come la pace non significa vittoria sull’altro, sconfiggerlo, farlo tacere o sparire», ma «inclusione dell’altro, suo coinvolgimento, sentirlo parte di sé, sentire anche il suo dolore. Come cristiani abbiamo nel cuore tanto gli israeliani quanto i palestinesi. L’altro, invece – sono ancora parole del cardinale -, qui è percepito come causa del proprio dolore:ciò rende impossibile ogni dialogo.Parlare con l’altro è interpretato come tradimento». Invece, a noi cristiani, la Croce «continua ad insegnarci che il male si vince amando gratuitamente: non è utopia, incontro persone che lo vivono». Qui, invece, «stiamo affogando nell’odio veicolato anche da un linguaggio che deumanizza l’altro».

QUALE FUTURO PER I DUE POPOLI?

Riguardo al futuro dei due popoli, in Israele – ha detto il card.Pizzaballa – «esiste una procedura democratica che porterà a nuove elezioni, mentre in Palestina non è così»: di certo, «Abu Mazen non è il futuro della Palestina, e dentro la stessa popolazione palestinese  c’è il desiderio di un forte cambiamento di leadership. L’ANP dev’essere ricostruita e di certo il Governo israeliano ha grosse responsabilità nel tenerla divisa». 

Non si può tornare alla situazione pre 7 ottobre, di questo il card.Pizzaballa ne è certo: «ciò che è accaduto non si può ripetere». 

Per quanto riguarda poi i possibili attori internazionali, gli Stati Uniti come i Paesi arabi «sicuramente avranno un ruolo importante, mentre l’Europa no. Molti palestinesi continuano a dirmi: “vogliamo ricostruire con chi si è dimostrato vicino a noi in questi tempi”. E una cosa simile la dicono anche gli israeliani».

ANTISEMITISMO, DIALOGO ED EQUIDISTANZA

Alla domanda sull’aumento dell’antisemitismo, soprattutto in Europa, il cardinale l’ha definito «una forma di deumanizzazione, un problema serio. Non tutti gli ebrei sono responsabili delle scelte di Netanyahu». Per quanto riguarda, invece, i rapporti tra le confessioni cristiane, «sono ottimi, c’è più vicinanza rispetto al passato:è quindi uno stereotipo che in Terra Santa  le Chiese si facciano la guerra». E così, lo stesso dialogo interreligioso in questa zona, «deve partire dai rispettivi rappresentanti e dalla situazione concreta». Una situazione non sempre facile anche per chi, come il cardinale, si trova a svolgere un ruolo spesso di mediazione fra le parti.E non di rado viene strumentalizzato. Un recente episodio di questo tipo è stato lui stesso a raccontarlo: riguarda l’aver indossato la kefiah (simbolo del nazionalismo palestinese) in occasione della S.Messa di Natale a Betlemme lo scorso 25 dicembre: «me l’hanno fatta indossare i palestinesi per polemizzare contro la mia scelta di incontrare, il giorno precedente, il Presidente israeliano» Herzog. Un’immagine, quella di Pizzaballa con la kefiah, che a sua volta ha scatenato le critiche dell’Assemblea Rabbinica e di Noemi Di Segni, presidente dell’Unione delle Comunità ebraiche italiane (Ucei).

«La Chiesa, però, non può entrare dentro l’agone, non può sposare nessuna delle due parti: è solo sposa di Cristo. Rifiuto, quindi, letture parziali da una parte e dall’altra». Dopo gli oltre 100 morti a Gaza City nella calca durante l’assalto a camion con aiuti umanitari, di sicuro «il dialogo è venuto meno» ma, in generale – ha aggiunto -, «non credo si arriverà a uno scontro di civiltà. Le civiltà, invece, devono venir fuori in tutta la loro forza e bellezza». Sicuramente – ha proseguito -, «in Palestina c’è stato un aumento della radicalizzazione, Hamas viene vista come la miglior espressione di resistenza e del desiderio di autodeterminazione, ma ci vuole una leadership diversa in grado di neutralizzare queste derive radicali».

«LA MIA ESPERIENZA DI PASTORE»

Infine, le parole del card.Pizzaballa sul proprio servizio in Terra Santa, dove si trova da 34 anni:«nel tempo – ha spiegato – ho acquisito uno sguardo più carico di misericordia, più capace di perdono e di pazienza per gli errori degli altri, anche a causa degli errori che io stesso compio». I momenti più belli «del mio servizio sono le visite pastorali che svolgo tutti i fine settimana, a volte anche a metà settimana: è commovente vedere come la gente vive la propria fede e la vicinanza agli altri». Una nota di speranza nell’inferno.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce” dell’8 marzo 2024

La Voce di Ferrara-Comacchio

“Casa dei Bambini”: alla Sacra Famiglia la «scuola della felicità»

2 Mar

Abbiamo visitato la Scuola d’infanzia “Casa dei Bambini” della parrocchia della Sacra Famiglia a Ferrara. Metodo Montessori per un ambiente di cura e gioia, improntato al senso di responsabilità. E ora anche attento ai bisogni di diversamente abili e anziani

di Andrea Musacci

Quello che può sembrare un piccolo progetto, dice invece molto del luogo che lo accoglie e delle persone che lo hanno voluto e sostenuto. 

Da quasi 70 anni in via Recchi, una traversa di via Bologna a Ferrara, dietro la chiesa (ora anche Santuario mariano) della Sacra Famiglia, c’è la Scuola d’infanzia “Casa dei Bambini”. Lo scorso 24 febbraio è stata presentata alla stampa la nuova piattaforma per disabili e anziani con difficoltà motorie, che rappresenta il primo passo di un progetto più ampio intitolato “Scuola accesso facile – Per la disabilità motoria”, per abbattere tutte le barriere architettoniche, interne ed esterne, dell’edificio. Per l’occasione, erano presenti il parroco don Marco Bezzi, il vicario don Thiago Camponogara, Alessandro Atti (Consiglio Affari economici parrocchiale), Marianna Pellegrini della Fondazione Estense (che ha dato un importante contributo per l’acquisto) e tre delle quattro insegnanti della scuola: Angela Artioli, Franca Parisotto (che ne è anche la Direttrice) e Lara Mazzetto (la quarta insegnante, da poco arrivata, è Antonella Bertolino).

«Per ora non abbiamo persone disabili» (che siano alunni, insegnanti o genitori) – ha spiegato don Bezzi -, «ma in futuro potrebbero esserci: vogliamo essere preparati». La piattaforma è stata installata (e collaudata lo scorso 13 dicembre) a fianco della scala nel cortile d’ingresso su via Recchi, quindi in funzione dal piano di calpestio al piano rialzato. «L’anno prossimo faremo montare un’altra piattaforma nella parte posteriore della struttura», prosegue il parroco, nel cortile dove i bambini giocano e dove le prime suore domenicane fecero costruire una cappella-grotta mariana. Questa ulteriore piattaforma permetterà di scendere alla mensa nel piano interrato e di salire al piano rialzato.

Come accennato, la piattaforma è stata realizzata da “Ferrara ascensori” con l’importante contributo di Fondazione Estense (13 mila euro su 18.500 totali), grazie all’Associazione tra Fondazioni di origine bancaria dell’Emilia-Romagna, per l’acquisto, la progettazione, l’installazione, il collaudo e la sicurezza. Viene aperta e attivata solo da un operatore incaricato, per impedire che i bambini, giocando nel cortile, possano essere “tentati” di manovrarla.

“CASA DEI BAMBINI”, UNA GRANDE FAMIGLIA

La Scuola Materna “Casa dei Bambini” della parrocchia della Sacra Famiglia è parte dell’Opera Nazionale Montessori ed è aggregata alla FISM (Federazione italiana Scuole materne) di Ferrara-Comacchio. Attualmente ospita 75 alunni fra i 3 e i 6 anni di età, di cui la metà straniera (originari di diversi paesi africani, profughi dall’Ucraina, provenienti da Albania, Romania, Moldavia, Iran, Pakistan e Cina) e alcuni di loro musulmani. La Casa dei Bambini è sorta nel 1952 per volontà dell’allora parroco don Adriano Benvenuti e avviata nel ’56 con l’arrivo delle Suore Domenicane della Beata Imelda. Suore che, fin da subito, hanno improntato il loro servizio educativo sulla metodologia didattica di Maria Montessori ideata da lei stessa all’inizio del secolo. Una delle prime suore domenicane alla Sacra Famiglia, suor Fernanda Bersani, fu proprio un’allieva di Maria Montessori.

Attualmente l’edificio è progettato per contenere fino a 150 bambini, e per il pranzo accoglie anche una 60ina di piccoli del doposcuola. Al piano interrato ci sono la sala mensa e la cucina attrezzata, al pian terreno il salone con altre sale e al primo piano, la palestra, il dormitorio (entrambe con le pareti disegnate nel 2017 da suor Alma) e una cappella usata dalle suore, per la Messa mattutina del sabato e per le preghiere con i bambini. Il menù è sempre appeso sulla porta d’ingresso della scuola, affinché i genitori possano sapere cosa i figli mangiano.

Quattro le sezioni – l’ultima aperta nel 2022 – e diverse le donne impegnate nel servizio di pulizia e in mensa, oltre alle tre suore domenicane tuttofare: le filippine suor Marilla, suor Cristina e suor Helen della Congregazione Domenican Daughters of the Immaculate Mother, impegnate nella portineria, nell’accoglienza, nell’insegnamento della lingua inglese, nell’aiuto per il pranzo, nell’accompagnamento dei bimbi per il riposino pomeridiano.

Una scuola montessoriana, quindi, con un’identità ben precisa e con un metodo – ci spiega don Bezzi, «che sempre più scuole stanno adottando, anche nel nostro territorio». Grazie al metodo Montessori, infatti, «il bambino è incentivato a scoprire affiancato dalle maestre, pensata come una sorella maggiore. Qui non esistono cattedre e tutto l’arredamento è ad altezza bambino». A 4 anni iniziano a prendere confidenza con la scrittura, i numeri pari e dispari fino al 10 e la geografia, anche attraverso strumenti come le lettere sensoriali, giochi sonori o colorati. Sono attrezzature costose, molte delle quali presenti – e ancora in perfetto stato – dal ’56. «Il gioco lo scelgono loro, non gli viene imposto», proseguono le maestre. «Questo non significa che c’è anarchia, ma silenzio e rispetto». Ed educazione alla responsabilità: è frequente vedere i bimbi più grandi aiutare i più piccoli, insegnare loro piccole cose, o alcuni di loro, bardati col grembiule bianco, servire ai tavoli durante il pranzo. “Una mano attaccata alla ringhiera e una dietro alla schiena quando si sale le scale”: anche questo viene insegnato alla Casa dei Bambini. Piccoli gesti che fanno crescere donne e uomini grandi, educati e attenti agli altri. «Il bambino non è una scatola vuota da riempire ma una mente pensante, che fa domande», ci spiega ancora don Bezzi. «Qui le maestre devono parlare sottovoce, stare con loro, non dire al bambino “hai sbagliato” ma provare assieme per far crescere la fiducia in sé stesso». 

Le insegnanti della vicina scuola primaria “Mosti” su via Bologna – ci spiega il parroco – «non a caso ci dicono sempre che i bimbi provenienti dalla nostra scuola quando arrivano da loro sono già scolarizzati». Questa è la «scuola della felicità», dice spesso don Marco ai piccoli della scuola. E loro annuiscono, perché questa gioia la vivono, la sentono. Non è qualcosa che viene loro insegnato, ma semplicemente testimoniato.

Pubblicato sulla “Voce” del 1° marzo 2024

La Voce di Ferrara-Comacchio

Apocalisse è consolazione (e verità sul male e la sofferenza)

2 Mar

La lezione di don Paolo Bovina sul testo di Giovanni per l’8^ lezione della Scuola di teologia

Nell’immaginario comune, il termine “apocalisse” è sinonimo di distruzione totale. Non è così: deriva, infatti, dal latino apocalypsis e dal greco apokálypsisοcioè “rivelazione, svelamento, manifestazione”. Ce lo ha ricordato il biblista e sacerdote dell’UP Borgovado don Paolo Bovina in occasione della lezione della Scuola diocesana di teologia “Laura Vincenzi”, che ha ripreso lo scorso 22 febbraio a Casa Cini, Ferrara. “Le sette chiese, una lettura pastorale di Apocalisse” il titolo dell’intervento, cui seguirà, allo stesso orario, giovedì 29 febbraio, la lezione “Esperienze di custodia dell’umano” con relatrice sarà Maria Teresa Spagnoletti (l’incontro si svolgerà esclusivamente on line).

«Apocalisse è un libro estremamente simbolico, dove ricorre spesso il numero 7, numero della completezza», ha detto don Bovina. Di conseguenza, le sette lettere alle Chiese vanno interpretare come «lettera alla Chiesa nella sua totalità». «Io, Giovanni, vostro fratello e vostro compagno nella tribolazione, nel regno e nella perseveranza in Gesù» (Ap 1,9):già dall’inizio si comprende l’approccio del libro. In Giovanni, «non vi è solo la sofferenza, c’è anche una risposta positiva a questa. Il cristiano si distingue per come affronta una situazione di sofferenza.Seguire Cristo non significa non avere difficoltà nella vita, ma cambiare atteggiamento davanti a queste».La perseveranza, infatti, è «conseguenza della speranza:cristiano è chi custodisce nel proprio cuore la speranza di Gesù, senza lasciarsi andare alla disperazione, non abbandonando la gioia». Il fine di Apocalisse è quindi quello di «consolare, di ricordare che andiamo verso la Gloria». Di conseguenza, ha proseguito don Bovina, «la tribolazione non può essere motivo per non testimoniare la propria fede».Anzi, inApocalisse la tribolazione «è la situazione migliore per evangelizzare». Il periodo di Apocalisse, lo ricordiamo, è quello dell’Impero romano, in Asia Minore: qui, il culto a Dio non era vietato ma si doveva sottometterlo a quello dell’imperatore.«Oggi – secondo don Bovina – non siamo molto distanti da una situazione del genere: ad esempio, se domani verrà meno l’obiezione di coscienza come possibilità in casi quali l’aborto, un medico sceglierà l’ingiusta legge dello Stato o la legge di Dio («non uccidere»)?». 

Giovanni in Apocalisse «parla alla luce di un’esperienza contemplativa dello Spirito, della preghiera, non da una sua opinione, da un suo prurito.Parte dall’ascolto dello Spirito». La preghiera non è, dunque, «una fuga dal reale» ma, al contrario, «ciò che ci permette di scavare in profondità nella vita quotidiana, nel reale, per capire anche il domani». Il Signore si rivolge a Giovanni «nell’intimità più profonda», così come conosce la Chiesa nel suo profondo. «La Parola ci è vicina, ma la sente solo chi, col cuore, vuole ascoltarla. E ascoltare porta con sé una fiducia in una promessa, in qualcosa che hai udito e non vedi». Non bisogna, perciò, fare come la Chiesa di Sardi che «dorme, non vigila», non è cioè «cosciente di ciò che gli accade attorno». Da questa «purificazione tramite la Parola di Dio», poi, in Apocalisse si arriverà all’apertura del cielo e della liturgia. Insomma, questo libro ci dice che «il male non ha l’ultima parola. Il male va riconosciuto e combattuto ma nella speranza che non trionferà». Apocalisse è un libro sulla consolazione più grande.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce” del 1° marzo 2024

La Voce di Ferrara-Comacchio

Mitezza e profondità: ricordo di Giuliano Sansonetti

1 Mar

Oltre 80 i presenti lo scorso 24 febbraio a Casa Cini per il pomeriggio in memoria del prof. Giuliano Sansonetti: diversi gli interventi di colleghi, amici, allievi: «traduttore e “introduttore”, figura fondamentale»

Circa 80 i presenti lo scorso 24 febbraio a Casa Cini, Ferrara, per il pomeriggio dedicato a Giuliano Sansonetti, docente, saggista, traduttore e sindacalista venuto a mancare il 6 febbraio 2023. L’evento è stato organizzato innanzitutto dalla vedova Anna Lodi e dalla figlia Silvia, assieme all’Istituto di Cultura “Casa Cini” e all’Istituto Gramsci di Ferrara. Nel suo intervento introduttivo, Piero Stefani ha ragionato proprio sui vari ambiti di impegno di Sansonetti e dell’importanza, nella sua vita, «della parola da ricercare, sempre da scegliere». Un’arte sopraffina, dedicata in particolare a quattro autori: Gadamer, Levinas, Henry e infine Tilliette, di cui era anche amico.

Come amico gli era anche Silvano Zucal, docente di Filosofia Teoretica e di Filosofia della Religione all’Università di  Trento, che lo ha ricordato anche come intellettuale «attento e raffinato» e ha parlato degli studi di Sansonetti sulla cosiddetta “Cristologia filosofica”, ad esempio sulla diatriba fra Tilliette e Fabro del ’76. Risale, invece, al 1988 l’inizio della collaborazione di Sansonetti con l’editrice Morcelliana, rappresentata a Casa Cini dal Direttore Editoriale Ilario Bertoletti che – oltre a sottolineare il suo «tratto garbato dell’amicizia» – si è concentrato sulla sua ricerca teoretica fra ermeneutica, fenomenologia ed etica. «Sansonetti – ha proseguito – ha tradotto testi filosofici importanti del dibattito contemporaneo». E proprio tra «filosofia dell’interpretazione» e «filosofia della traduzione» si è mosso l’ultimo relatore, Francesco Ghia, professore di Filosofia morale all’Università di Trento (assente Piergiorgio Grassi per un grave lutto familiare). Ghia ha riflettuto sull’arte della traduzione come arte ermeneutica simile alla scultura, nella quale fondamentale è l’aspetto del «togliere», per far emergere il più possibile l’essenza del testo originario.

L’essenza e l’essenziale rappresentati nella vita di Sansonetti, dunque. Cuore e semplicità emersi anche dagli interventi successivi, come quello di Roberto Formisano, docente di UniFe, che definito Sansonetti non solo, non tanto un traduttore ma un «introduttore» per aver portato in Italia filosofi del Novecento prima sconosciuti o poco conosciuti. Del suo carattere «solo apparentemente burbero ma in realtà pacato ed equilibrato» ha parlato poi Mirella Tuffanelli, ricordando anche il loro comune impegno nella CISL, mentre il collega di UniFe e conterraneo (marchigiano) Marco Bertozzi ha ricordato il loro percorso simile e il comune maestro Italo Mancini.

Spazio poi ad alcuni suoi ex allievi: Caterina  Simoncello, che lo ha definito come «presenza potente ma sempre delicata e discreta» e capace di «fare filosofia gettando sempre un ponte sulla vita»; Antonio Moschi, che lo ha definito una figura «distinta e accogliente», e Giovanni Albani: «ci chiedeva di interrogare alla pari gli autori e di rendere la filosofia sempre viva, contemporanea», ha detto quest’ultimo.

Sempre viva è rimasta, in Sansonetti, anche la fede in Cristo. Per questo, al convegno è seguita una S. Messa in sua memoria nella vicina chiesa di S.Stefano, presieduta da mons.Massimo Manservigi e accompagnata dall’Accademia Corale “Vittore Veneziani” (di cui era Presidente), che ha eseguito la Messa di Roveredo dello stesso maestro Veneziani.

«Mite nei modi, profondo nel pensiero e fermo nella parola» lo ha definito mons. Manservigi nell’omelia, ricordando il suo intervento a Casa Cini nel marzo 2022 sul tema della “giustizia”, per la “Cattedra dei credenti”. Per Sansonetti, ha detto, «giusto è colui che fa dono di sé, agendo per il bene degli altri. Ora Giuliano può godere del “faccia a faccia” con il Giusto, con l’Altro, cioè Dio».

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce” del 1° marzo 2024

La Voce di Ferrara-Comacchio

Aprire le porte all’altro: partecipazione è relazione

1 Mar

La Prolusione di padre Giuseppe Riggio SJ per la Scuola di politica diocesana: «”compromesso” è una bella parola. Senso di appartenenza contro l’istantaneità del mondo contemporaneo»

Spesso ci lamentiamo dello scollamento tra politica e società: la prima, sempre più percepita come “casta”, la seconda come luogo della “vita reale”. Una semplificazione non solo retorica ma anche pericolosa, causa, negli ultimi 30 anni, di un’ondata di antipolitica della quale non solo non si vede la fine ma che, anzi, permea sempre più idee, prassi e linguaggi.

Partire da questa constatazione è necessario, pur col dovere di non abdicare a uno sterile pessimismo. È l’approccio che ha scelto – nella sua missione di giornalista, oltre che di religioso – anche padre Giuseppe Riggio SJ, Direttore Responsabile di “Aggiornamenti Sociali”, intervenuto lo scorso 19 febbraio a Casa Cini a Ferrara per il primo incontro della Scuola di politica diocesana. “La partecipazione alla vita politica come segno di una cittadinanza autentica”, il titolo scelto per la sua Prolusione. Partecipazione: una parola pesante, carica di significati, che richiama l’impegno, la costanza, il sacrificio, la condivisione, la responsabilità. Un tema critico, più che mai attuale, che a Ferrara ha richiamato 80 persone (45 in presenza, 35 collegate on line), con una dozzina di interventi dal pubblico.

SE LA PORTA RESTA CHIUSA

«Noi cittadini ci sentiamo esclusi dalle stanze della politica, di cui spesso non conosciamo le “forze cieche” che la governano», ha esordito p. Riggio. «Per i più, la politica non è attraente, anzi è il luogo dove ci si sporca le mani, il luogo dei compromessi», in senso negativo. «Ciò porta al rischio di una sempre maggiore separazione tra i due mondi, che rischiano di correre paralleli». La “casta” contro il “popolo”, come dicevamo. Una separazione, questa, «che impoverisce tutti, cittadini e politica, perché impedisce la circolazione di idee, di domande e l’espressione di emozioni e bisogni».

LE CAUSE DELLA CRISI

È importante, però, andare alle radici di questa disaffezione nei confronti della politica, non limitandosi a una lamentela populista contro il “potere”: «viviamo sempre più in una cultura centrata sull’individuo e sui suoi bisogni, una cultura contrapposta all’idea di comunità», ha riflettuto p. Riggio. «Ciò finisce per frammentare e spezzare i legami». Le cosiddette «piazze virtuali», cioè la “partecipazione digitale” non fanno che acuire questa dinamica: «il rischio è di non uscire da questa bolla. Gli stessi algoritmi ci lasciano nel brodo culturale nel quale già ci troviamo, nei nostri piccoli circoli. Così non si crea vera partecipazione, non si aiuta la democrazia». E terzo, ma non meno importante, il «fattore tempo»: la partecipazione politica è anche disincentivata «dalla rapidità, dall’istantaneità dei tempi della vita di oggi. Siamo nel tempo del “tutto subito”». Da qui, la «politica pop», fatta di spot, di annunci, che parla alla pancia. L’esatto opposto della partecipazione, «che ha bisogno di tempo, anche di tempi lunghi». L’opposto di una «politica di visione». «C’è bisogno di tempo», ha aggiunto p. Riggio: «tempo per incontrarsi, per ragionare, per discutere». 

Anche nel mondo del volontariato, spesso (e a ragione) lodato perché centrato sulla gratuità, si nota come buona parte delle persone attive siano ormai i cosiddetti «volontari senza divisa», cioè che si impegnano solo per un singolo evento o progetto.

POSSIBILI RISPOSTE

Fare leva sulla responsabilità nei confronti degli altri: questa potrebbe essere una prima necessaria risposta alla crisi della partecipazione. «Ma in una società dominata dalla cultura dei diritti, quasi sempre individuali – ha riflettuto il relatore -, è molto difficile fare appello al senso del dovere». E appassionarsi a qualcosa, in questo caso alla politica, vuol dire non solo, non tanto usare «la testa», ma anche e soprattutto «il cuore». Un’altra possibile risposta, per padre Riggio, consiste nel «portare fuori dal mondo virtuale quel che c’è di positivo dell’approccio degli influencer». Questi, hanno un grande seguito perché nel proprio ramo «sono considerati credibili: essi, pur dando risposte parziali, rispondono a bisogni sociali e fan credere ai propri follower che la porta del “potere” e del “successo” è aperta anche per loro: “se ce l’ho fatta io, ce la puoi fare anche tu”». Certo, attorno a loro si crea una «community, cosa ben diversa da una vera comunità in quanto formata da fan, da seguaci, da meri ripetitori. Ma rimane che al fondo di ciò vi sia un bisogno di aggregarsi intorno a qualcosa o a qualcuno». 

“APPARTENERE A” 

Insomma, il senso di appartenenza – quello vero, reale, di carne – è fondamentale: «senza di esso non può esserci partecipazione», ha aggiunto p. Riggio. Senso di appartenenza significa «riconoscere che nella propria storia c’è un’origine», delle radici, «ci sono legami». Legami che «proiettano nel futuro» e che ci fanno percepire come «parte di qualcosa di più grande di noi», soprattutto «quando ci sentiamo ascoltati e quando si condividono obiettivi concreti». Oggi, però – è il parere di chi scrive – mancano fedi, visioni grandi, grandi passioni, che danno un senso alla vita, che alimentano a fondo, alla radice la partecipazione, senza ridurla a mero – pur necessario – “atto amministrativo”. 

CERCARE L’ALTRO

Partecipare ha alla propria radice il relazionarsi con l’altro. Significa «aprire delle porte che sembrano invalicabili»: spesso noi, invece, «restiamo chiusi nelle nostre case e negli ambienti in cui ci rifugiamo perché la pensiamo tutti allo stesso modo». Dovremmo, invece, «cercare il dialogo con chi è portatore di un’altra visione, di una rappresentazione dello stare assieme, metterci davvero in gioco». Un gesto politico lo compiamo innanzitutto «quando creiamo spazi di dialogo» e «ogni volta che “saliamo a compromessi”». “Saliamo”, non “scendiamo”, perché il compromesso con l’altro è il raggiungimento di qualcosa di importante, di alto, di nobile. Così, ad esempio, è stato per la nostra Carta costituzionale. Compromesso significa «riconoscere dignità all’altro da me, riconoscergli il diritto alla parola. Per questo ci vuole empatia, compassione, sentire che l’altro non mi è indifferente». Dobbiamo dunque «accettare che dentro la città – e la Chiesa – ci possano essere idee diverse, conflitti» tra chi viene da visioni, partiti diversi. A tal proposito, per padre Riggio è anche ormai tempo di iniziare a superare la falsa e ideologica contrapposizione fra i cosiddetti “cattolici della morale” e i “cattolici sociali”: «sempre di vita si parla»: si tratta quindi, fra cattolici, di «ragionare sul come dare alla vita una priorità», sempre.

MA CHI È L’ALTRO? 

Un tema spinoso, questo, ma mai veramente affrontato fra gli stessi laici cattolici, per i quali la legittima visione politica spesso viene prima della comune appartenenza alla Chiesa, della comune fede in Cristo risorto.

Senza nessun intento generalizzante, spesso può essere più “facile” parlare dell’altro inteso come “il povero”, “il migrante”, compiendo un’“apertura all’altro” comoda, a costo zero. Più difficile, invece, può risultare confrontarsi col fratello o la sorella in Cristo che compie scelte politiche differenti dalle nostre. Partire dalla comune fede, e da una comune dottrina, anche sociale, quindi. Per ricordarci che l’essere cristiani cattolici non è un’etichetta come tante, un abito fra i tanti che compongono il mosaico fluido della nostra personalità:è, invece, ciò che più nel profondo definisce l’identità di ognuno di noi.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce” del 1° marzo 2024

La Voce di Ferrara-Comacchio

Il Card. Pizzaballa «amico» di Ferrara: ecco perché

28 Feb

Dal 1981 al 1984 è a Ferrara coi frati di S. Spirito e studia in Seminario, dove si diploma. Ancora oggi, che è Patriarca Latino di Gerusalemme, mantiene i contatti con alcune amiche

La guerra in corso fra lo Stato di Israele e i terroristi palestinesi di Hamas, scatenata da questi ultimi con la strage del 7 ottobre scorso, ha posto ancor più al centro dell’attenzione una personalità carismatica, con uno dei ruoli forse più delicati nella nostra Chiesa: il card. Pierbattista Pizzaballa, O.F.M., Patriarca di Gerusalemme dei Latini ed ex Custode di Terra Santa.

Ma forse in molti non sanno come un periodo importante della propria giovinezza, Pizzaballa l’abbia trascorso nella città di Ferrara, tra il Seminario Arcivescovile di via G. Fabbri e il Convento di Santo Spirito. Siamo nei primi anni Ottanta, e per alcune vicissitudini, Pizzaballa arriva nella nostra città. Città dove tornerà – pur “virtualmente” – il 1° marzo per il primo dei quattro incontri dell’Ottavario di Santa Caterina Vegri al Monastero ferrarese del Corpus Domini. Alle ore 20.45, infatti, si collegherà on line da Gerusalemme per dialogare assieme a Cristiano Bendin, caporedattore del Resto di Carlino di Ferrara, sul tema “Su di te sia pace” .

GLI ANNI FERRARESI, TRA GLI STUDI E LA MUSICA

Pierbattista Pizzaballa nasce a Cologno al Serio (BG) il 21 aprile 1965, e vive a Liteggio, ma quand’è ancora bambino con la famiglia si trasferisce in Romagna, a Rimini, dove la vicinanza del mare può donare anche al piccolo Pierbattista un’aria più salubre. A Rimini frequenta le Elementari e poi le Scuole Medie nel Seminario Minore “Le Grazie” di Rimini, che però chiuderà di lì a poco. Pizzaballa nel 1981 viene quindi trasferito a Ferrara assieme a due suoi compagni di studi, Gianni Gattei (riminese, attuale custode della Provincia dei Frati Minori in Papua Nuova Guinea) e Marco Zanotti (che sceglierà di non prendere i voti). I tre vivranno assieme ai frati minori francescani nel Convento di Santo Spirito in via della Resistenza. Allora la parrocchia è guidata da padre Atanasio Drudi, che sarà parroco per 30 anni, fino al ’97. Pizzaballa svolge gli studi superiori nel Seminario di via Fabbri e nel giugno dell’84 consegue la maturità classica come privatista del Liceo Ariosto. La mattina segue le lezioni, nel pomeriggio è a Santo Spirito, dove studia, fra gli altri, con don Valentino Menegatti, attuale parroco di Pontegradella, col quale trascorrerà anche due anni a Bologna di studi di teologia. «Ricordo il suo carattere asciutto, energico, impulsivo ma schietto, sincero, buono», ci racconta don Menegatti. A Santo Spirito, Pizzaballa suona l’organo con cui accompagna il coro di giovani voluto da padre Drudi, di cui Pizzaballa diventa responsabile ma che sarà guidato in quegli anni anche da suor Celestina Valieri, attualmente missionaria in Paraguay. Forte, infatti, è sempre stata la sua passione per la musica. «Ricordo anche – prosegue don Menegatti – come Pizzaballa fosse innamorato della comunità degli ebrei cattolici», movimento di ebrei convertiti al cattolicesimo. E «ha sempre amato le missioni francescane. “Tu studi da Provinciale”, gli dicevamo scherzando, già però intuendo le sue qualità e il suo amore per l’ordine di cui faceva parte».

Come «timido e riservato, schivo» lo ricordano anche alcune storiche parrocchiane di Santo Spirito: Monica Malin, Maria Silvia Ariati e Maria Luisa Panzanini. Con lui come organista, ci raccontano, «abbiamo partecipato a diverse rassegne corali che allora la Diocesi organizzava, oltre a spettacoli nel nostro cinema parrocchiale». Nel settembre 1983 Pizzaballa col coro di Santo Spirito partecipa a Roma a un incontro internazionale dei cori sacri che cantano a San Pietro nella Messa presieduta dal Santo Padre. Il 5 settembre 1984 a S. Spirito veste l’abito francescano. «L’ingresso nell’ordine francescano – ha raccontato durante la cerimonia per la sua ordinazione episcopale nel 2016 – era per me una scelta naturale visto che venivo da quel mondo: lì ho dato espressione concreta a quel desiderio di semplicità, di scelta radicale, di sobrietà».

DA BOLOGNA A GERUSALEMME

Nel 1984 Pizzaballa lascia Ferrara e vive l’anno di noviziato nel Santuario Francescano di La Verna, dove emette la Professione Temporanea nel settembre del 1985. A Bologna presso la Chiesa di S. Antonio emette invece la Professione Solenne nell’ottobre 1989 e sempre a Bologna, nel settembre 1990 è ordinato sacerdote. Dopo un periodo a Roma, un mese dopo, nell’ottobre del ’90 si trasferisce a Gerusalemme. Qui, dopo gli studi filosofici-teologici, consegue la Licenza in Teologia Biblica allo Studium Biblicum Franciscanum. Nel 1995 cura la pubblicazione del Messale Romano in lingua ebraica e poi traduce vari testi liturgici in ebraico per le Comunità cattoliche in Israele. Dal 2 luglio 1999 entra formalmente a servizio della Custodia di Terra Santa: ricopre il ruolo di Vicario Generale del Patriarca Latino di Gerusalemme per la cura pastorale dei cattolici di espressione ebraica in Israele ed è Consultore nella Commissione per i rapporti con l’Ebraismo del Pontificio Consiglio Promozione Unità dei Cristiani. Prima nel 2004, poi nel 2010 e nel 2013, sempre per tre anni, Pizzaballa è nominato Custode di Terra Santa. Nel 2016 Papa Francesco lo nomina Amministratore Apostolico del Patriarcato latino di Gerusalemme e viene ordinato Vescovo a Bergamo. Quattro anni dopo, il 24 ottobre 2020 Papa Francesco lo nomina nuovo Patriarca Latino di Gerusalemme. Pizzaballa, che è anche Membro del Dicastero per le Chiese Orientali e di quello per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, sempre da Papa Francesco è creato e pubblicato Cardinale nel Concistoro del 30 settembre 2023. Il giorno dopo, presiede la sua prima Messa da Cardinale nella Basilica di Santa Maria Maggiore. Gli viene assegnata la chiesa di Sant’Onofrio al Gianicolo a Roma, retta dai frati minori francescani.

UN’AMICIZIA CHE RIMANE

Ma per le sue amiche ferraresi, il card. Pizzaballa rimane ancora «Pierbattista», «un amico». È soprattutto Ariati ad aver sempre mantenuto i contatti con lui in questi 40 anni, prima in forma epistolare e raramente telefonica, poi via mail e WhatsApp, anche incontrandolo nel 2014 al Meeting di Rimini, dove partecipava come relatore all’incontro “Il potere del cuore. Ricercatori di verità”. Alcune di loro hanno anche partecipato alle sue ordinazioni episcopale e cardinalizia a Bergamo e a Roma, dove hanno potuto salutarlo per alcuni minuti: «è rimasta una persona umile, disponibile e gentile, che ha mantenuto vivo lo spirito francescano», ci raccontano. È rimasto quel ragazzo.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce” del 1° marzo 2024

La Voce di Ferrara-Comacchio

Duomo, trasformazione nel solco della tradizione

23 Feb

Il 23 marzo riapertura della Cattedrale con processione dall’Arcivescovado. A Santo Spirito serata con 200 persone per rivivere questi anni di attesa e iniziare a pensare al futuro. I prossimi lavori su protiro, Campanile, Madonna delle Grazie e facciate laterali

Alle ore 21 del 13 febbraio, al Cinema Santo Spirito ci sono solo posti in piedi. Quasi 200 persone si sono ritrovate in via della Resistenza a Ferrara mosse dal desiderio di ammirare le bellezze, nascoste e non, della loro casa: il Duomo. L’occasione era la proiezione del documentario “Tesori nella pietra”, con ideazione, regia e montaggio di mons. Massimo Manservigi e dott.ssa Barbara Giordano, e musiche di Giorgio Zappaterra. Oltre alla proiezione (già avvenuta lo scorso 15 dicembre nel Cinema di San Benedetto), è intervenuto il Direttore dell’Ufficio Tecnico-Amministrativo diocesano don Stefano Zanella per une relazione sui lavori in Cattedrale. Un evento, quello del 13 febbraio, molto atteso in sé e ancor più per il recente annuncio della riapertura della Cattedrale il prossimo 23 marzo, quando alle 17.30 vi sarà la Processione delle Palme dal Palazzo Arcivescovile al Duomo e subito dopo, proprio in Duomo, il nostro Arcivescovo presiederà la Santa Messa nella Domenica della Passione del Signore.

DON VIALI: «UN TESORO DA CUSTODIRE E VALORIZZARE»

Ad aprire la serata è stato il parroco di Santo Spirito don Francesco Viali, neo canonico del Capitolo della Cattedrale (era presente anche il terzo neo canonico, don Roberto Solera): «Oggi per noi di S. Spirito è un giorno importante perché celebriamo la solennità della dedicazione della nostra chiesa parrocchiale avvenuta il 13 febbraio 1656», ha detto don Viali. «Anche qui c’è stato un cantiere dopo i gravi danni causati dal terremoto e nel maggio del 2022 abbiamo potuto riappropriarci della nostra casa di preghiera. Sono contento che la stessa sorte si realizzi anche per la nostra chiesa madre, la Cattedrale che, come abbiamo appreso, riaprirà al culto sabato 23 marzo con la celebrazione della Domenica delle Palme. Sappiamo che nonostante la chiusura degli ultimi anni essa è rimasta, come scrive mons. Franceschi nella lettera pastorale “Amiamo questa Chiesa”, “presenza nel cuore della città … qualcosa di più di un documento e di un messaggio che ci viene dalla lontananza dei secoli […] appello a riconfermare, oggi, la tradizione assumendola con tutta la carica di nuove responsabilità che essa domanda. Una presenza gratificante e impegnativa insieme”. Questa serata – ha concluso – vuole essere l’occasione per riconoscere il tesoro che siamo chiamati a custodire e valorizzare con impegno, assieme, come comunità diocesana».

DON ZANELLA: «UNA BELLEZZA CHE SEMPRE CI STUPISCE. I LAVORI CONTINUERANNO»

«Tante sono le richieste, le domande, le critiche che le persone mi hanno rivolto in questi anni in cui la Cattedrale è stata chiusa». Don Stefano Zanella, Direttore dell’Ufficio Tecnico-Amministrativo diocesano (e neo canonico del Capitolo della Cattedrale assieme a don Viali e don Solera) è stato uno dei protagonisti della ricostruzione post sisma in Diocesi, e dei lavori nel nostro Duomo cittadino. «A Ferrara – ha proseguito – siamo sempre stati convinti di non essere zona sismica, e quindi non eravamo preparati a questo evento. Ricordo la notte di quel 20 maggio 2012. La mattina in bici come primo giro sono andato a vedere come fossero messi i tre monasteri di clausura cittadini. Poi, con l’allora Vescovo Rabitti, sono entrato in Duomo: a prima vista l’edificio non sembrava aver subito gravi danni. Erano caduti solo alcuni stucchi e candelabri». La realtà, però, era ben diversa, seppur non immediatamente visibile. «Alcuni materiali usati erano poveri, consumati. E pensare che appena pochi giorni prima, ignari di tutto, «erano state fatte perlustrazioni nel sottotetto dell’edificio per rafforzare la struttura…».

La nostra Cattedrale, «possiamo dire che non la conoscevamo così bene come la conosciamo ora». Da un dramma, un bene. Da un evento incontrollabile, la possibilità di conoscere, che è una forma maggiore di controllo e di consapevolezza sulla realtà. «Adesso – sono ancora parole di don Zanella – conosciamo meglio alcuni suoi segreti e come strutturalmente dall’impianto romanico sia stata nei secoli trasformata, fino a diventare come la vediamo oggi. E allora, quand’è stata costruita» (ma nemmeno nel XVIII secolo), «non c’era certo la documentazione che abbiamo oggi…».

Entrando poi più nel dettaglio, don Zanella ha spiegato come le lanterne – di circa 200 kg l’una – sulla facciata principale, «scoprimmo che erano sostenute da colonne in marmo consumate, con barre in ferro arrugginite. Con circa 500mila euro abbiamo dunque messo su il primo, necessario, ponteggio sulla facciata principale. Lo smog, il clima che cambia, il passaggio di mezzi pesanti davanti e di fianco al Duomo hanno anch’essi influito sulla stabilità dell’edificio». Edificio per cui ci vorrebbe «un Piano di manutenzione annuale». Arriviamo quindi al dicembre 2019, nove mesi dopo la chiusura dell’edificio: «il volto di un grifone appare dietro un mattone di un pilastro», mattone appena tolto da un muratore. «La qualità di questo volto è impressionante, sembra appena scolpito. Il muratore si commosse» davanti a questa scoperta, a questa epifania. «Poi facemmo le indagini sugli altri pilastri, scoprendo altri dieci capitelli, tesoro del nostro Duomo, che ci permettono di riscoprire la nostra storia: ad esempio che nel Medioevo il nostro Duomo era luminoso, colorato, policromo. Altro che secolo buio…».

Il Duomo, sempre per don Zanella, «è lo scrigno più bello della nostra storia e in futuro continuerà a regalarci nuove sorprese». E quello del 23 marzo «non sarà un evento solo per noi cristiani ma per l’intera città. Al bello non ci si abitua mai abbastanza», ci stupisce e sconvolge sempre: «nella nostra Cattedrale potremmo assaporare i capitelli riscoperti, rivivere i luoghi della nostra infanzia e trovare pace nella preghiera. Con la Madonna delle Grazie che ci sostiene e protegge sempre», ha aggiunto.

Pensando al futuro, «i lavori che proseguiranno nei pilastri “minori” non porteranno – ha chiarito alla fine don Zanella – a una nuova chiusura della Cattedrale. Oltre questo, i lavori proseguiranno  con due lotti coi fondi post-sisma: il primo riguardante il transetto della Madonna delle Grazie con un orizzontamento utile a rinsaldare il legame tra facciata monumentale ed il corpo della Basilica; l’altro cantiere, invece, riguarderà tutte le superfici pittoriche delle volte della navata principale e laterali, a carico dell’Ufficio Tecnico Amministrativo diocesano». Altri cantieri, curati dal Comune di Ferrara, riguardano il restauro delle facciate esterne e interne del Campanile, che dovrebbe partire entro la fine del 2024 e la facciata principale con il protiro, ancora in fase di studio ed elaborazione oltre alle facciate laterlali del Duomo, su via Adelardi e piazza Trento e Trieste. Insomma, il Duomo avrà bisogno di continui lavori».

DON MANSERVIGI: «IL CANTIERE METAFORA DELLA CHIESA»

«Troverete una Cattedrale più o meno come l’avevamo lasciata». Ha spiazzato un po’ tutti don Massimo Manservigi nel suo intervento prima della proiezione del documentario di cui è autore. Ma il senso delle sue parole è chiaro: il lungo cantiere avviato nel 2018 ha lasciato intatta la bellezza dell’edificio. «In questo risiede la ragione del documentario», ha proseguito. In questi anni c’è stato comunque un evento di trasformazione, una “distruzione” e “ricostruzione”, questo alveare di operai e restauratori che ricorda quello di secoli fa», quando le Cattedrali le costruivano. «Il documentario firmato da me e Barbara Giordano, con musiche di Giorgio Zappaterra – sono ancora sue parole – ci dice che questo cantiere è anche metafora della Chiesa: ognuno fa la propria parte e tante cose buone, tanto bene non si vede», o non subito. Proprio per questo, «nel documentario abbiamo fatto parlare i protagonisti del cantiere, scegliendo quindi di non inserire una voce narrante». Infine, un’ultima parola sulla mostra “Il Cantiere della Cattedrale”, inaugurata il 27 ottobre 2022 e rimasta visitabile fino alla nuova, temporanea chiusura dell’edificio, del 29 ottobre scorso: «La mostra rimarrà nelle transenne che ancora divideranno la navata sinistra da quella centrale».

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce” del 23 febbraio 2024

La Voce di Ferrara-Comacchio

(L’immagine è tratta dalla clip di annuncio della giornata del 23 marzo: https://www.youtube.com/watch?v=15Vi5hYE0Hs)