Presentato a Ferrara il libro inedito del fondatore di Comunione e Liberazione
Un’occasione non solo per riandare all’essenza del pensiero giussaniano ma anche per comprendere un periodo importante della nascita del movimento di Comunione e Liberazione, nella turbolenza del periodo tra fine anni ’60 e inizio ’70.
È stato questo, in sintesi, l’incontro svoltosi la sera del 21 marzo scorso nella Sala ex-Refettorio di San Paolo (via Boccaleone) a Ferrara, in occasione della presentazione del libro “Una rivoluzione di sé. La vita come comunione” (Rizzoli ed.) di don Luigi Giussani, con testi fino ad ora inediti tratti da discorsi tenuti dal sacerdote al Centro Peguy nel periodo 1968-1970.
Per la presentazione a Ferrara è intervenuto Giancarlo Cesana, Docente all’Università di Milano Bicocca ma soprattutto amico e collaboratore di don Giussani fin dal ’71, «anno in cui – ha raccontato egli stesso – sono entrato in CL provenendo dal Movimento studentesco». Non fu l’unico a fare questo passo, ma molti altri fecero quello contrario, uscendo da Gioventù Studentesca (nata nel ’54, embrione di CL) per partecipare alla contestazione. «Ho capito che per cambiare il mondo bisognava innanzitutto cambiare sé stessi: ciò mi insegnò don Giussani e ciò compresi soprattutto attraverso la caritativa», ha detto Cesana.
Proprio nel triennio ’68-’70, periodo di forte crisi per GS, don Giussani introdurrà quelli che diventeranno i temi chiave del suo pensiero. Innanzitutto, il cristianesimo inteso soprattutto come «comunione, pur nel pluralismo»: è questo, per Cesana, «il contributo più importante dato da Giussani alla Chiesa, sottraendo Cristo a un atteggiamento pietistico e astratto, per portarlo nella concretezza della vita». Altro tema importante di questi suoi interventi è «la collaborazione – in primis fra cristiani – per il cambiamento del mondo», con la conseguente convinzione della necessità dell’«unità dei cattolici in politica». In queste sue riflessioni, però, non vi è mai un’analisi meramente sociologica di quegli anni. Il cristianesimo, infatti, per don Giussani è «un avvenimento», è cioè il riuscire a trovare «un nesso tra un episodio, un aspetto particolare della propria esistenza, e la realtà nella sua totalità». La ricerca di questo senso è ciò che più conta nella vita», e in ciò è decisiva «la relazione con la tradizione cristiana, cioè con chi ti ha trasmesso la Verità, che è una Presenza, è Cristo, il Mistero, forza che sempre mi supera e che si manifesta, si rivolge a me come singolo». Da qui inizia «l’avventura» del vivere, avventura da condividere «nell’autentica amicizia. “Costruire la Chiesa per liberare l’uomo” – ha detto ancora Cesana – era uno degli slogan che purtroppo CL ha abbandonato».
La vera speranza, quindi, è «memoria», non intesa come semplice ricordo, ma come relazione con ciò che mi fonda. Solo questa «autocoscienza» può guidarmi nella lotta contro il male che è, appunto, «il venir meno della mia fedeltà a Dio, a questa Realtà ultima che è in me». Non dimenticando mai che la strada è una, è la Via: Cristo. L’incontro – introdotto da Marco Romeo – si è concluso con le testimonianze di alcuni di coloro che, a Ferrara, questo cammino lo compiono insieme dentro CL: Massimo Travasoni, Gino Tiozzo e Luigi Bernardi.
Andrea Musacci
Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 28 marzo 2025
In Cattedrale la testimonianza dell’operatrice Maria Teresa Stampi: «il mio servizio con chi soffre»
Carità quotidiana, fatta di piccoli, quasi impalpabili gesti e di più grandi progetti. Accoglienza di vite che hanno sfiorato la morte, che hanno conosciuto i molteplici nomi della sofferenza.
Questo ha cercato di raccontare lo scorso 18 marzo nella Cattedrale di Ferrara Maria Stampi, Operatrice della nostra Caritas diocesana, per il secondo dei quattro incontri di catechesi pensati dalla nostra Arcidiocesi per il periodo quaresimale e in relazione all’Anno Santo che stiamo vivendo.
Mentre lo scorso 11 marzo Caterina Brina e Piera Murador della Comunità Papa Giovanni XXIII hanno testimoniato sul tema “Alleanza delle generazioni per guardare al futuro” (Spes non confundit, 9 e 13), Stampi è intervenuta su “Carità, volti e storie: i testimoni” (Snc, 13); gli ultimi due appuntamenti sono in programma martedì 25 marzo con mons. Gian Carlo Perego che rifletterà su “Non possiamo distogliere lo sguardo dai poveri” (Snc 15) e martedì 1° aprile con la Pastorale Giovanile diocesana che testimonierà su “Non possiamo deluderli” (Snc, 12). Inoltre, mercoledì 9 aprile dalle 20.45 alle 22.30 avrà luogo in Cattedrale la seconda delle due serate (la prima è stata il 12 marzo) con Adorazione Eucaristica all’altare della Madonna delle Grazie e possibilità di confessarsi. Il 12, l’accoglienza dei fedeli è stata gestita da volontari della parrocchia cittadina dell’Immacolata, mentre quella del 9 aprile sarà gestita da parrocchiani di S. Agostino.
GOCCE DI GRAZIA
Maria Teresa Stampi è da 6 anni Operatrice della nostra Caritas diocesana: dopo la laurea in Psicologia a Padova, nel 2017-2018 ha svolto qui il Servizio civile, ma un’esperienza in Caritas l’aveva già avuta con lo stage svolto da studentessa del Liceo Ariosto. «In questi anni – ha raccontato in Duomo – ho avuto modo di ascoltare molte storie». Stampi è attiva principalmente a Casa Betania, la sede su via Borgovado che dal 2014 accoglie donne con minori e donne sole richiedenti asilo, oltre a profughi, donne vittime di violenza e a volte studenti in difficoltà (che ricambiano facendo volontariato nei servizi Caritas). Oltre a questa Casa, altre donne e minori sono accolti in 9 appartamenti che Caritas gestisce in comodato d’uso gratuito.
In Cattedrale, Maria Teresa ha raccontato la storia di Marie, 33 anni ivoriana, che ha vissuto una vera e propria odissea per arrivare fino a Ferrara, dov’è accolta dalla Caritas. «Mi commuovo ogni volta che ne parlo perché nella sua storia, come nelle altre, vedo i loro volti. Noi operatori accompagniamo queste persone per le faccende quotidiane più importanti, come il recarsi in ospedale, negli uffici pubblici. Ricordo, fra loro, ad esempio due ragazze appena arrivate nella nostra città: nonostante fosse inverno, erano vestite solamente con sandali, tuta e una coperta addosso. E per prima cosa mi han chiesto dove fosse una chiesa, perché volevano ringraziare il Signore per essere sopravvissute durante il viaggio. Per queste donne – com’è naturale – all’inizio è difficile fidarsi di noi, ma poi la fiducia pian piano cresce, sboccia».
Attualmente la nostra Caritas diocesana gestisce 140 posti in accoglienza (sempre in aumento) e «se non c’è più posto, in qualche modo lo creiamo», ha aggiunto Stampi. Quasi la metà di questi 140 posti sono occupati da minori, perlopiù bambini. «E fra le donne che accogliamo, vi sono sempre almeno 4 donne incinte». Inoltre, «sono 10 le nazionalità delle persone che attualmente ospitiamo: ciò significa che, nel rispetto reciproco e nella cura dell’altro, è possibile convivere pur provenendo da angoli opposti del mondo. Almeno 1-2 volte al giorno – ha proseguito Stampi – c’è qualcuno che involontariamente mi ricorda la spiritualità che c’è dietro il nostro lavoro: sono piccole gocce di grazia presenti in ogni nostro incontro quotidiano». Ma la carità per sua natura non può fermarsi solo ai sorrisi, ma «è fatta di concretezza, di azioni, di ascolto. Tutte cose che possiamo fare ovunque».
E nella nostra sede di via Brasavola «il primo contatto spesso non avviene grazie al Centro di Ascolto ma attraverso la mensa e soprattutto attraverso le parrocchie, che vedono, aiutano, accolgono chi ha bisogno, e per questo sono la vera anima della comunità. Anche perché – ha concluso Stampi – queste persone spesso hanno bisogno non solo economico ma anche morale e spirituale».
Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 28 marzo 2025
Caterina Brina e Piera Murador (Apg23) gestiscono due Case Famiglia fuori Ferrara: ecco le loro toccanti storie
La carità prima si vive e sperimenta, poi si racconta; infine, si studia. È questa la convinzione che ha mosso la nostra Arcidiocesi nella scelta dei relatori per le catechesi nella Cattedrale di Ferrara sul tema “Giubileo e Carità”, iniziate l’11 marzo con due donne della Comunità Papa Giovanni XXIII sul tema “Alleanza delle generazioni per guardare al futuro” (Spes non confundit, 9 e 13). Questi gli altri appuntamenti: martedì 18 marzo la Caritas diocesana interverrà su “Carità, volti e storie: i testimoni” (Snc, 13); martedì 25 marzo mons. Gian Carlo Perego rifletterà su “Non possiamo distogliere lo sguardo dai poveri” (Snc 15); martedì 1° aprile la Pastorale Giovanile diocesana testimonierà su “Non possiamo deluderli” (Snc, 12). Inoltre, mercoledì 12 marzo ha avuto luogo la prima delle due serate in Duomo (la seconda sarà mercoledì 9 aprile dalle 20.45 alle 22.30), con Adorazione Eucaristica all’altare della Madonna delle Grazie e possibilità di confessarsi. Il 12, l’accoglienza dei fedeli è stata gestita da volontari della parrocchia cittadina dell’Immacolata, mentre quella del 9 aprile sarà gestita da parrocchiani di S. Agostino.
CASE FAMIGLIA, LUOGHI DI INCONTRO
Da tanti anni col marito Stefano gestisce una Casa Famiglia a Pescara vicino Francolino. È stata Caterina Brina la prima a raccontare in Cattedrale l’11 marzo la propria esperienza. «Accogliamo, come sempre, piccoli, ragazzi, adulti», ha detto. «Ora, fra gli altri, ospitiamo due ragazzi con disabilità importanti. Non è facile, ma l’essere genitore ti aiuta a cogliere ciò che gli altri non vedono: l’amore di una famiglia permette di vedere nell’altro quel bene e quella speranza dentro la persona, che nessun altro vede. Come adulti – ha proseguito Brina -, abbiamo la responsabilità di credere nelle nuove generazioni, vittime spesso di questo mondo frenetico. La speranza non si insegna ma si vive». La stessa che Caterina e suo marito han dato a una ragazza da loro accolta e aiutata convincendola così a non abortire.
Piera Murador invece gestisce la Casa Famiglia “Betlemme” a Malborghetto di Boara: col marito accoglie un ragazzo con disabilità cognitiva, una donna vittima di violenza, un giovane immigrato dal Bangladesh, un piccolo. E poi c’è la madre di Piera, 90 anni, «che riesce a insegnare anche con poche parole. L’ho accolta – ha spiegato Murador – anche per la riconoscenza nei suoi confronti, per come mi ha cresciuto ed educato, a maggior ragione da sola, essendo stata lasciata fin da subito da mio padre. Questa dell’accoglienza di mia madre è un’esperienza per me impegnativa ma che mi fa crescere tanto interiormente e che mi permette di rallentare, di decentrarmi, di uscire da me stessa. E che mi aiuta a sviluppare la virtù della pazienza (presente anche in lei), che porta a quella della speranza». Ma in mezzo alle fatiche vi sono «tanti momenti di grazia: come quando il ragazzo bengalese ogni giorno fa e porta a mia madre una spremuta; o mio figlio disabile che la aiuta a camminare col suo deambulatore». E questa accoglienza non può non avere una ricaduta sociale: «in una società funzionale e funzionante, è una quotidiana testimonianza di rifiuto della “cultura dello scarto”».
Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 21 marzo 2025
Da Bondeno a Comacchio, sono oltre 600 le famiglie aiutate con alimenti e altro
di Andrea Musacci
Nello scorso numero della “Voce” (v. pag. 4 del 14 marzo) abbiamo chiesto a diverse Caritas parrocchiali nel Comune di Ferrara di spiegarci in che modo aiutano anche con un sostegno economico diretto, famiglie e singoli a rischio indebitamento. Questa settimana siamo usciti dalla città e abbiamo interpellato altre Caritas e associazioni.
Proprio a Bondeno, Graziano Orlandi è uno dei volontari del Centro di Ascolto parrocchiale: «ogni lunedì distribuiamo i beni alimentari alle famiglie bisognose». Il cibo arriva dal Banco Alimentare e da due supermercati della zona, che lo donano. «In passato davamo anche aiuti economici diretti, ora non più, a causa delle disponibilità limitate che abbiamo». La Caritas assiste ben 210 famiglie, per un totale di oltre 600 persone. «Già in questi mesi – ci spiega Orlandi -, abbiamo avuto un aumento di 3 famigli, e prima del Covid gli assistiti erano 450».
Cinzia Fortini è invece una delle volontarie della Caritas interparrocchiale dell’UP di Vigarano. «Attualmente seguiamo una 40ina di famiglie, e a volte anche in situazioni di emergenza, ad esempio famiglie con figli alle quali vengono sospese le forniture. In altri casi abbiamo anticipato il pagamento della bolletta che poi ci è stato restituito in tutto o in parte, in piccole rate».
Da Voghiera Leonardo Vignali ci parla dell’impegno dell’Associazione “Mons. Artemio Crepaldi”, che oltre alla Materna e al doposcuola, da anni è anche il riferimento per il Banco Alimentare. «Diamo cibo a 19 famiglie, per un totale di 32 assistiti, di cui 25 stranieri, con ISEE sotto i 10140 euro. Il ritiro degli alimentari avviene una volta al mese e in caso di necessità siamo noi a consegnarlo a casa. Negli ultimi anni vi è stato un aumento di famiglie che ci vengono a chiedere aiuto. Quelle straniere – conclude – sono giovani, spesso con figli piccoli, mentre gli italiani sono anziani».
Sono invece 80 le famiglie con bimbi piccoli fino ai 6 anni di età assistiti a Copparo dal CAV – Centro di Aiuto alla Vita. «Il nostro CAV – ci spiega Carlo Forlani – nasce a fine anni ‘80 per volontà dell’allora parroco don Dario Falchetti, aiutando donne con difficoltà economiche che intendevano abortire. «Oggi ci riforniamo una volta al mese al Magazzino di via Trenti a Ferrara», sede del Centro Solidarietà Carità (Banco Alimentare), e non solo, per cibo, pannolini, seggiolini, abbigliamento. «Continuano ad aumentare – prosegue Forlani – le famiglie che ci chiedono aiuto – una decina in più in pochi anni -, ma diminuiscono gli aiuti» (v. anche pag. 14 per l’aiuto alle famiglie dei lavoratori Berco).
Paola Arvieri ci spiega invece come a Tresigallo la Caritas «raccoglie beni alimentari in chiesa e presso un supermercato, oltre al cibo che mensilmente arriva dal Fondo sociale europeo». Sono 49 le famiglie assistite, per un totale di 125 persone (delle quali circa il 40% straniere). «Con il Consiglio Pastorale – prosegue – si parlerà a breve di istituire un fondo Caritas per eventuali aiuti in denaro per pagamento utenze».
Mentre don Marco Polmonari ci spiega come i Centri Caritas siano due nel suo territorio – Codigoro e Pontelangorino -, Roberto Alberti ci racconta di come a Mesola siano una 40ina le famiglie aiutate dalla Caritas parrocchiale, per un totale di 150 persone, 85% delle quali straniere. A Pomposa invece – ci spiega Giuliano Tomasi – sono attive le associazioni “Il Mantello” e “Buonincontro”:”Il Mantello” dona beni alimentari (57 le famiglie aiutate, di cui 28 italiane, per un totale di 175 persone assistite) e orienta al lavoro tramite colloqui motivazionali per la ricerca dell’impiego.
Infine, Umberto Carli ci spiega il servizio del Punto di Ascolto Caritas Duomo-Rosario di Comacchio: «aperto il mercoledì pomeriggio, riceve le persone che hanno difficoltà nel pagare qualche fattura energetica, e in concerto con i Servizi Sociali, anche situazioni non direttamente legate alle utenze, quali, sanitarie, alimentari, trasporti, ecc. Oltre all’apertura del Punto di Ascolto, siamo presenti in tutti i mercati rionali con un banco dove è possibile, previo contatto telefonico, avere aiuti per vestiario, arredamento e supporto sociale». Inoltre, «per le persone anziane e con disabilità viene effettuata la consegna di beni alimentari. Nel 2024 – conclude – 82 famiglie si sono presentate, per un totale di circa 260 interventi economici, oltre a decine di aiuti per mobili ed elettrodomestici, alcuni aiuti per centri estivi, piccoli traslochi. Per il 2025 in collaborazione con la Caritas Diocesana Ferrara Comacchio saranno implementati nuovi servizi e attività».
Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 21 marzo 2025
Attraverso la Caritas Diocesana, si chiede di donare per un fondo di microcredito in aiuto a famiglie o persone a rischio usura. Il punto di ascolto sarà in via Arginone
A cura di Andrea Musacci
Riscoprire la vocazione a essere comunità, una comunità di persone che aiuta i fratelli e le sorelle in difficoltà. Parte da questo principio, “Mi fido di noi”, progetto di microcredito sociale a favore di quanti hanno difficoltà ad accedere ai consueti canali di prestito. Nella nostra Chiesa locale, il progetto è stato scelto dalla Caritas Diocesana fra i sei proposti da Caritas italiana nell’Anno giubilare (v. in fondo).
«“Mi fido di noi” si propone – spiega Caritas Italiana – di restituire speranza e dignità attraverso l’accompagnamento e il coinvolgimento della comunità ecclesiale». È prevista la creazione di un fondo, alimentato grazie al contributo della CEI, della Caritas Italiana, delle Chiese locali e al sostegno di fondazioni, associazioni, imprese e cittadini, anche attraverso attività di crowdfunding.
Nella nostra Diocesi verrà costituito un fondo con l’obiettivo di raccogliere 27mila euro (0,10 centesimi a persona, moltiplicato per il numero dei residenti nel territorio della nostra Chiesa locale). La nostra Caritas diocesana avrà a disposizione il doppio, 54mila euro (gli altri 27mila li metterà Caritas italiana), «una risorsa aggiuntiva molto importante per aiutare famiglie o singoli indebitati che rischiano o di cadere vittima dell’usura o comunque di accettare finanziamenti con tassi molto alti», spiega il Direttore di Caritas Diocesana Paolo Falaguasta. In Italia si stima di raccogliere 30 milioni di euro (com’era a 30 miliardi di lire l’obiettivo del Giubileo di 25 anni fa). Il fondo sarà quindi depositato a Banca Etica – presente anche nel territorio ferrarese con un Gruppo di Iniziativa Territoriale (www.bancaetica.it/git/git-ferrara/) – e la nostra Caritas farà riferimento (come Nord Italia) alla Fondazione antiusura “San Bernardino” onlus di Milano.
«Il prestito – spiega ancora Falaguasta – sarà dai 1000 agli 8mila euro per ogni situazione che si presenta» (singolo o nucleo familiare). L’ufficio/punto di ascolto dove le persone interessate potranno rivolgersi sarà nel Centro San Giacomo in via Arginone 161 a Ferrara, negli ex locali parrocchiali, all’interno di quel “Nuovo Complesso della Carità” (così possiamo chiamarlo) che vede da tempo un Guardaroba sociale e a breve (entro fine mese) l’apertura del Centro diurno. Nell’ufficio saranno presenti operatori, volontari e volontarie che accoglieranno le persone che vorranno richiedere un prestito. «Credo – prosegue Falaguasta – che la richiesta sarà altissima, viste le tante persone che normalmente si rivolgono regolarmente al nostro Centro di Ascolto in via Brasavola per chiederci aiuto con piccoli prestiti o per il pagamento delle utenze o dell’affitto, e per altre spese quotidiane». Senza considerare il sempre maggior numero di famiglie a rischio povertà. «Cerchiamo quindi volontari e volontarie che abbiano la capacità di ascolto e di valutazione dei singoli problemi: Caritas italiana organizzerà per loro un corso di formazione. Abbiamo già alcuni volontari che si sono resi disponibili e speriamo se ne aggiungano molti altri».
«Importante in questo progetto è anche l’aspetto educativo, cioè dell’accompagnamento nell’uso equilibrato del denaro», ci spiega invece il nostro Arcivescovo mons. Gian Carlo Perego, che della Caritas Diocesana è Presidente. «“Mi fido di noi” – aggiunge – non si limiterà al Giubileo ma continuerà nei prossimi anni».
I 6 PROGETTI DI CARITAS
Per l’anno giubilare, Caritas italiana propone alle Chiese locali l’adesione a 6 possibili progetti. Oltre a “Mi fido di noi”, vi è “Liberi di scegliere”, per minori e donne che decidono di sottrarsi a condizionamenti e violenze in organizzazioni criminali; “Microprogetti in Italia” contro povertà alimentare ed educativa dei minori; “Corridoi umanitari, universitari e lavorativi” per i profughi; “Microprogetti di sviluppo” per creazione e sviluppo di solidarietà nel mondo; “Vince chi smette. Consapevoli contro l’azzardo”, per promuovere prevenzione e azioni di contrasto.
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«In aumento le richieste di aiuto per pagare le bollette»: le Caritas parrocchiali cittadine ci raccontano la situazione e come si attivano
Abbiamo chiesto ad alcune Caritas parrocchiali di Ferrara, se si trovano a che fare con persone o famiglie che chiedono loro aiuti in denaro per il pagamento di bollette, utenze o altre spese.
Patrizia Di Mella è volontaria dello Sportello di ascolto di S. Maria in Vado (UP Borgovado): «proprio questo mese – ci spiega – abbiamo chiesto ai nostri parrocchiani anche donazioni in denaro, per aiutare 7-8 famiglie – straniere ma non solo – che si trovano con bollette esorbitanti. Sempre più famiglie in difficoltà si rivolgono a noi: diamo loro una quota della cifra da pagare; e diverse famiglie non ci chiedono aiuto perché si vergognano, ma ne avrebbero forte necessità…».
Anche a San Benedetto è presente un Centro di ascolto e dal 2013 è stato istituito il fondo “Il buon samaritano” per l’acquisto di alimenti, vestiti e per il pagamento delle bollette. «Di solito – ci spiega Giancarlo Paganini – paghiamo la metà della bolletta della persona o famiglia bisognosa, e a volte capita che l’altra metà o parte ce la diano a rate». Sì, perché il metodo dei volontari è di provvedere materialmente al pagamento, senza consegnare soldi a chi bisogno. Anche a Sambe sono una decina le famiglie (italiane o straniere), o gli anziani soli, che chiedono aiuto economico, e sono in aumento. «Non riusciamo ad aiutarle tutte ma in questo periodo quaresimale le offerte domenicale, le piccole offerte dei bimbi del catechismo e l’offerta specifica la seconda domenica del mese le doneremo integralmente al progetto “Mi fido di noi”». Anche alla Sacra Famiglia – ci spiegano – «paghiamo la metà delle bollette a famiglie in difficoltà: il Centro di ascolto le segnala al parroco che provvede alla bisogna».
Maria Enrica Ferretti è una volontaria del Centro di ascolto di Santo Spirito: «aiutiamo alcune famiglie con il pagamento di una quota delle bollette, ma spesso – forse per vergogna – alcune di loro si rivolgono non a noi ma al parroco». Al Centro si rivolgono «soprattutto italiani, alcuni giovani stranieri e molti anziani, che spesso vogliono solo fare due chiacchiere perché soli. E ultimamente abbiamo notato non un aumento di queste famiglie ma che quelle che ci chiedono aiuto, lo fanno più spesso».
Un discorso simile lo fa la Caritas di Pontelagoscuro: «chi ha questo tipo di bisogno, non si rivolge a noi ma al parroco. In ogni caso, sappiamo che sono tante le famiglie con questa necessità».
Dalla Caritas della parrocchia dell’Immacolata ci spiegano: «una richiesta permanente di aiuto per le bollette con avvenuti distacchi dell’erogazione ci perviene da 4 famiglie. A queste si aggiungono richieste occasionali. L’importo delle bollette è sempre elevato e la richiesta per le stesse riguarda anche le rate di bollette scadute non pagate».
Celeste Mangherini è alla guida della Caritas dell’UP Sant’Agostino-Corpus Domini: «ogni 4 mesi – ci spiega – le famiglie o persone in difficoltà con il pagamento di utenze o affitto possono chiederci un aiuto. Lo diamo a chi ha un ISEE sotto i 6mila euro e agli stessi interessati chiediamo un contributo al pagamento di almeno 1/3 del totale. Ogni anno, per questo tipo di sostegno economico, come Caritas abbiamo un fondo di 5-6mila euro (calat o negli anni) e aiutiamo 3-4 famiglie al mese. Negli ultimi anni – prosegue – c’è stato un aumento non solo delle famiglie richiedenti ma anche delle stesse cifre richieste. A noi si rivolgono perlopiù stranieri».
Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 14 marzo 2025
Giornata diocesana povertà: in cammino assieme e la storia di Annalena Tonelli
«Solo l’amore fa respirare, crescere, fiorire»: questa frase di Annalena Tonelli, missionaria uccisa in Somalia nel 2003, è l’immagine migliore per raccontare la Giornata diocesana dedicata alle diverse forme di povertà dello scorso 9 marzo.
Circa 150 i presenti totali alle diverse tappe del pomeriggio comunitario: nella sede della Caritas diocesana in via Brasavola a Ferrara, alcuni operatori e volontarie hanno accolto ilVescovo e i presenti per un primo momento di preghiera. A seguire, cammino potenziale dietro una semplice croce di legno della Basilica di Santa Maria in Vado, essa stessa immagine di povertà, di umiltà. Poi, l’arrivo nella Basilica stessa per la liturgia penitenziale comunitaria e infine nel Monastero del Corpus Domini per lo spettacolo-testimonianza “Quell’incontro”della Compagnia forlivese teatrale “Quelli della via”, dedicato proprio ad Annalena Tonelli (all’interno dell’Ottavario di S. Caterina Vegri).
A S.M. in Vado è stato donAndrea Zerbini, Presidente dell’UP Borgovado, a leggere la traccia per l’esame di coscienza scritto dagli Uffici pastorali diocesani assieme ai responsabili dei Vicariati cittadini.
ANNALENA, «VERITÀ SCOMODA»
È il 5 ottobre 2023 quando, al rientro dopo la visita serale agli ammalati, Annalena Tonbelli viene uccisa da due sicari con un colpo alla nuca. Aveva 60 anni. Nel tardo pomeriggio del 9 marzo era strapieno il coro della chiesa del Monastero del Corpus Domini per lo spettacolo a lei dedicato, con una decina di ragazze e ragazzi della Compagnia “Quelli della via” e Andrea Saletti, nipote di Annalena Tonelli. Suor Paola Bentini delle Clarisse ha raccontato:«ho conosciuto personalmente Annalena, e quindi mi comuovo a ricordarla. Ci insegna l’importanza di imparare a sperare e di insegnare a sperare». Mons.Perego ha poi ricordato di averla conosciuta nel 2002 in Caritas italiana: «ricordo una donna che ti faceva sempre riflettere, provocando profondamente la tua fede a essere autentica».
Letture, testimonianze, aneddoti e riflessioni si sono alternate a danze, musiche, canti africani e coreografie semplici e festose.
«La sua vita – ha detto il nipote Andrea – è un mistero e come tutti i misteri appartiene a Dio». È a 19 anni che scopre gli ultimi degli ultimi, quei «brandelli di un’umanità ferita», come li chiamava. È scesa nella terza classe dell’umanità, di fianco a coloro che nessuno voleva». Dopo l’esperienza nel brefotrofio di Forlì, a 27 anni parte per il Kenya dove fin da subito è al fianco di bimbi ciechi, sordi o dei cosiddetti bambini-ragno. «Diventa loro madre», fa nascere la “Fraternità della gioia” e apre scuole e ospedali. «Non voglio che esistano anonimi fra i poveri», diceva. «Annalena riusciva a vedere il fiore che saresti potuto diventare», è la testimonianza di una keniota da lei salvata all’età di 6 anni.E poi sarà in Somalia, con lo stesso spirito, e al fianco anche dei malati di tubercolosi: «da soli non fioriranno mai, hanno bisogno che qualcuno li aiuti», diceva dei suoi poveri. «Prima di lei, nessuno sapeva il mio nome», testimoniò un altro bambino da lei salvato. Ma in Somalia iniziano anche le accuse da parte dei potenti, le minacce.Emanuele Capobianco, allora giovane medico Unicef, raccontò: «era libera nella propria radicalità» , «una verità scomoda», «elegante come un airone e forte come l’acciaio».
Queste le altre Giornate giubilari inDiocesi: 12 aprile coi giovani nella Concattedrale di Comacchio; 7 giugno nella chiesa di Tresigallo Veglia diocesana di Pentecoste; 14 settembre nella chiesa di Gavello Giornata dedicata agli anziani.
(Foto Roberto Fordiani)
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Lasciarci andare al Mistero, oltre le nostre logiche: Chiara Scardicchio al Corpus Domini
Dopo gli incontri del 1° marzo – “Dio non dorme”, con Joy Ezekiel e sr Rita Giaretta – e del 2 marzo – con l’arpista Chiara Conato e le letture di Luigi Dal Cin -, la sera del 7 è stata Chiara Scardicchio, nota pedagogista e autrice, la protagonista del nuovo incontro nel Monastero delle Clarisse. Nel calendario degli incontri dell’Ottavario di Santa Caterina Vegri (che ha visto anche lo spettacolo su Annalena Tonelli il 9, v. art. sopra), Scardicchio – partendo dal suo libro “La ferita che cura. Il dolore e la sua collaterale bellezza” (ed. AnimaMundi) – ha meditato sull’eterna domanda di Giobbe – di ogni persona («Perché il dolore?»). «Il giorno in cui sono caduta nell’abisso – ha detto Scardicchio – cercavo di resistere, di combattere, cercavo una logica». Questo perché «siamo abituati a immaginare Dio come l’appagatore dei nostri desideri, a nostra immagine e somiglianza». Ma «il Signore ci invita a lasciare, a lasciar andare, a non possedere, a contemplare, cioè a non giudicare – l’atto più difficile da compiere»; quindi, «a fare spazio al Suo avvento, che tutto scompiglia».
Ciò, per arrivare alla consapevolezza che anche «il buio è necessario alla luce» e infatti «è dall’abisso» – dagli inferi – «che Dio risorge». Il dolore «o ci atterrisce o ci rivoluziona: le nostre morti quotidiane sono ricapitolazioni, scuotono il nostro ordine», mentre quest’ultimo «non muove, non crea. È dallo scorticamento che nasce una vita più nuova». «La custodia di Nostro Signore – ha poi concluso – è il sacro, il Mistero, ciò che non si può possedere né consumare». Né lamento né cinismo, quindi, ma abbandono a questo Mistero che sempre ci oltrepassa, insegnandoci quel limite che ci è necessario per essere davvero umani.
Andrea Musacci
Pubblicati sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 14 marzo 2025
Il 1° marzo a San Giacomo Apostolo la tavola rotonda della Papa Giovanni XXIII col Vescovo, il Prefetto, le testimonianze di un giovane migrante e di chi è in prima linea: storie e progetti
di Andrea Musacci
“Esserci per accogliere. Ascoltare per custodire” è stato il titolo dell’importante tavola rotonda sul tema dell’accoglienza dei minori stranieri non accompagnati (MSNA) tenutasi lo scorso 1° marzo nei locali di San Giacomo Ap. a Ferrara, organizzata dalla Papa Giovanni XXIII e moderata da Elisa Calessi, giornalista Rai di Porta a porta.
I DATI. «SERVONO PIÙ TUTORI»
Dopo la presentazione di Caterina Brina (Papa Giovanni XXIII), è intervenuto il nostro Arcivescovo mons.Gian Carlo Perego (Presidente Fondazione Migrantes), che ha preso le mosse dai recenti dati pubblicati dal Ministero del Lavoro, raccolti attraverso il SIM (Sistema Informativo nazionale dei Minori non accompagnati): al 31 dicembre 2024 erano presenti in Italia 18.625 MSNA. Di questi, il 15% ha meno di 14 anni ed il 12% sono ragazze. Aumentano le femmine e si abbassa sempre più l’età. «In Italia – ha detto mons.Perego -, sono sostanzialmente due le stagioni che riguardano gli MSNA: la prima è a inizio anni ’90, con l’arrivo in particolare di albanesi, rumeni e bulgari; la seconda, dal 2015 in poi, con picchi di 35mila MSNA annui». Dei 18.625 MSNA presenti in Italia, il 53% arriva dal mare, il 47% da terra (camion, volo in aereo, rotta balcanica ecc.). Il 12% sono femmine, un numero in aumento negli ultimi anni, e il 46% di queste ha tra i 7 e i 14 anni. Per quanto riguarda in particolare i maschi, i più piccoli di loro han perso la madre o i genitori durante la traversata in mare. Questi provengono da 66 Paesi, di cui quasi il 70% da 33 Paesi africani, e i restanti dall’estEuropa, da Paesi asiatici o latino-americani. Per quanto riguarda i maschi, negli ultimi anni vengono principalmente (il 75%) da – in ordine – Egitto, Ucraina, Gambia, Tunisia, Guinea, Costa d’Avorio, Albania, Bangladesh,Pakistan. Le femmine invece sono la quasi totalità ucraine e una minoranza ivoriane. Le Regioni che più accolgono gli MSNA sono Sicilia, Lombardia, Campania, Emilia-Romagna e Lazio. E l’86% è ospitato come prima accoglienza in strutture di emergenza o temporanee. Parte degli ucraini in questi 3 anni di guerra è stato accolto da famiglie ucraine già residenti nel nostro Paese.
«Ma chi li tutela?», si è chiesto il Vescovo. Domanda scottante, che ha aperto un interessante dibattito in sala: «prima della Legge Zampa del 2017, erano i Sindaci ad avere la tutela degli MSNA.Un compito arduo visti i numeri importanti. Ma la Legge Zampa non ha ancora i decreti attuativi, cioè le gambe per camminare.Oggi in Italia i tutori riconosciuti per gli MSNA sono 3783: un numero palesemente insufficiente. C’è anche da dire – ha proseguito mons. Perego – che il 35% degli MSNA si allontana volontariamente dalla struttura dov’è accolto, per lasciare l’Italia, che vede quindi solo come tappa intermedia». L’impegno coordinato di associazioni e istituzioni è, dunque, fondamentale: a fine dibattito, mons.Perego ha sottolineato con amarezza come «inItalia solo 80 Prefetture hanno un Consiglio territoriale per l’immigrazione funzionante».
PROGETTO ALLA CITTÀ DEL RAGAZZO
E dopo il Vescovo è intervenuto proprio il Prefetto di Ferrara Massimo Marchesiello: «ringrazio – ha esordito – chi nel nostro territorio fa accoglienza di MSNA». Dal 2017 al 2023 Marchesiello è stato prima Prefetto di Gorizia e poi di Udine, e a S. Giacomo ha quindi raccontato anche alcune esperienze positive in queste aree di frontiera che ha potuto vedere coi propri occhi, per poi ricordare il progetto che «come Prefettura diFerrara abbiamo avviato assieme a mons.Perego nella Città del Ragazzo di inserimento lavorativo per gli MNSA, con anche un percorso formativo e di alfabetizzazione».
L’ÉQUIPE DELL’AUSL FERRARA
Un ruolo fondamentale per gli MSNA lo svolge l’AUSL Ferrara, rappresentata nella tavola rotonda da Annalisa Califano che ha parlato del progetto dell’équipe multidisciplinare e multiprofessionale – interna proprio all’AUSL di Ferrara – , nata 1 anno e mezzo fa (e presente anche nelle altre AUSL della nostra Regione) e composta da un mediatore culturale, «indispensabile per costruire un rapporto col presunto minore»: un assistente sociale dell’ASP di Ferrara (invitato all’incontro del 1° marzo, invito che ha però declinato); un neuropsichiatra e una psicologa di psicologia infantile; un pediatra.«Abbiamo – ha aggiunto – un ambulatorio dentro la Casa della Comunità (Cittadella San Rocco, Ferrara, ndr) per l’accertamento del MSNA.Qui si compie un primo colloquio, molto doloroso, nel quale al presunto minore si chiede di ripercorrere la propria storia, spesso fatta di povertà, scarsa scolarizzazione, problemi lavorativi, abusi, violenze, torture subite durante il viaggio».
E a proposito della famosa “radiografia dei polsi” che si compie per valutare la maggiore età o meno del giovane migrante, Califano ha spiegato che «vale solo come primissimo accertamento, al quale poi ne devono seguire altri». È, dunque, un percorso lento e complesso: «ci interessiamo – ha aggiunto – della sua salute complessiva, comprendente anche l’alfabetizzazione, la conoscenza dei propri diritti, della terra che lo ospita».
“CASA DELL’ANNUNZIATA”
In collegamento con San Giacomo c’era Giovanni Fortugno, Responsabile di “Casa dell’Annunziata”, comunità di accoglienza per MSNA nel centro di Reggio Calabria. «Siamo nati 10 anni fa – a fine 2014 – grazie anche all’impegno di mons. Gian Carlo Perego e della Migrantes. Accogliamo bambini e ragazzi dai 9 ai 17 anni di età. Appena li accogliamo – ha spiegato -, togliamo loro lo smartphone per evitare che i trafficanti continuino a contattarli. Successivamente, gliene diamo un altro per tenersi in contatto coi familiari. E stiamo lavorando anche a progetti per i neomaggiorenni». Iniziai andando in Grecia, a Patrasso, dove vidi bimbi soli anche di 6-8 anni». Tra il 2014 e il 2019, sono ancora sue parole, «a Reggio Calabria sono arrivati quasi 8mila MSNA, numeri enormi per una realtà come la nostra, non attrezzata per questo tipo di accoglienza. Personalmente ho assistito a circa 400 sbarchi di migranti: ho visto uomini senza reni, perché asportati per il commercio illegale, gravemente ustionati, feriti, senza un occhio o un orecchio, con gli arti amputati a causa della disidratazione, fortemente denutriti, alcuni arrivati morti».
LE STORIE DEI BIMBI
Il giornalista Luca Luccitelli è insieme a Fortugno co-autore del libro “Figli venuti dal mare”: «sono 200 le storie che ho raccolto da Fortugno e una parte di esse le raccolgo nel libro: lui ci ha messo la vita, io le parole», ha detto. «Nel volume inizio dalle storie di chi non ce l’ha fatta, come una mamma somala e il suo bimbo, morti durante la traversata. O di quei tre bimbi – uno afghano, uno eritreo, l’altro dall’Africa occidentale – che hanno camminato da soli per alcune migliaia di km». Questi minori durante la loro odissea «sono potenzialmente vittime di qualsiasi tipo di abuso e violenza.E tra loro aumentano gli under 14 e le femmine, regolarmente abusate sessualmente durante il tragitto. A Reggio Calabria – ha proseguito – ho incontrato Fatima (nome di fantasia, ndr), bimba siriana col volto gravemente ustionato ma con uno sguardo sempre solare.Abbiamo poi constatato essere stata vittima di una delle bombe chimiche dell’esercito di Assad.Operata a Beirut, poi da lì ha viaggiato da sola fino in Italia, passando per la Libia (Bengasi), traversando il mare e arrivando a Roccella Jonica. Il padre le ha pagato il viaggio tra i 4 e i 6mila euro, indebitandosi pesantemente».
LA STORIA DI FAKOLI
Fakoli Sibide è invece il nome di un ragazzo senegalese di 18 anni, accolto alla Città del Ragazzo di Ferrara. A San Giacomo è intervenuto per raccontare la sua storia: «due anni fa – ha detto – ho lasciato il mio Paese e la mia famiglia, e ho attraversato il Mali, il Niger, la Tunisia e poi con un barcone sono arrivato in Italia». In Tunisia è rimasto 5 mesi, durante i quali ha anche lavorato in campagna. Fakoli ha viaggiato in parte a piedi, in parte in autobus, dormendo anche per strada. Sogna di fare il meccanico: alla Città del Ragazzo, infatti, ama molto il corso di meccanica che sta seguendo.
L’incontro è stato ulteriormente arricchito da alcuni interventi dal pubblico (una 70ina i presenti), fra cui Enrico Beccarini, Presidente Associazione “Tutori nel Tempo” di Ferrara (la prima nata in Italia, nel 2016): «inItalia – ha detto – ci sono 3 mila tutori, ma solo una piccola percentuale di questi riceve la nomina dal Tribunale dei minori. A Ferrara, ad oggi solo 2 su 28». Paola Mastellari, Presidente Associazione “Tutori Volontari Emilia-Romagna” ha invece spiegato come nella nostra Regione esiste anche un’altra associazione di tutori, a Bologna. «Sono 200 – ha aggiunto – i tutori in Emilia-Romagna, a fronte di 1406 MSNA (dati Ministero al 31 gennaio 2025)». Numeri bassi, che hanno conseguenze serie sulla vita di questi giovani.
Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 7 marzo 2025
La storia di Joy Ezekiel, 31enne nigeriana, salvata dall’inferno della prostituzione. La sua testimonianza dalle Clarisse a Ferrara assieme a suor Rita Giaretta
«Ero diventata una merce, gli uomini mi compravano dopo avermi chiesto “quanto costi?”. Poi, grazie a suor Rita, sono rinata, ho rivisto la luce e ho capito che Dio era sempre stato con me».
Un centinaio di persone lo scorso 1° marzo nel coro del Monastero del Corpus Domini di Ferrara ha assistito commosso alla testimonianza di Joy Ezekiel, giovane nigeriana salvata da suor Rita Giaretta e dalla sua comunità dall’inferno della prostituzione. È stato l’incontro di apertura dell’Ottavario di santa Caterina Vegri, nel quale è intervenuta anche suor Giaretta e ha moderato Piera Murador (ComunitàPapa Giovanni XXIII).
JOY: DALL’INFERNO A QUELL’ABBRACCIO CHE LIBERA
«Portare la mia testimonianza in giro per l’Italia è un gesto missionario, per dare speranza a più persone possibili!, ha raccontato Joy, sempre col sorriso e con un’energia coinvolgente.
«Non voglio essere compatita ma dire “ce l’ho fatta io, puoi farcela anche tu, ci si può sempre rialzare”. Ero arrivata a un punto della mia vita che ero molto arrabbiata con Dio, perché era troppa la sofferenza che avevo vissuto. Ma dopo 1 anno di torture e violenze subite, ho conosciuto suor Rita che mi ha permesso di aprire la finestra e di vedere una vita nuova». Ora Joy ha 31 anni, ma nel 2016 ha lasciato il suo Paese, la Nigeria, «perché ingannata dalla mia famiglia e dalla pastora di una Chiesa nigeriana, amica di famiglia. Mi aveva proposto di venire in Italia per lavorare come badante. Non potevo rifiutare l’offerta, mi avrebbero isolata in tutto il villaggio dove vivevo». Inizia l’inferno del viaggio e «capisco che è tutto un inganno: arrivo prima in Niger poi in Libia, poi attraverso il mare in Italia. Prima della Libia attraverso con altri il deserto, dove la sabbia cade come pioggia e ti entra in bocca a causa del vento.E dove le persone a volte venivano buttate giù dalle auto e lasciate morire lì da sole.Intorno a me non vedevo via d’uscita. La notte era fredda, non avevamo cibo e bevevamo solo acqua salata. Non ero più nulla. Non potevo nemmeno lamentarmi altrimenti mi avrebbero uccisa». Poi l’arrivo nel lager di Tripoli, dove «non c’era nulla», solo disperazione e grida, migliaia di persone rinchiuse, donne e uomini insieme:«a volte, di notte, si sentivano le grida di donne che venivano stuprate, e non potevi fare nulla per difenderle. Sono stata 4 mesi lì dentro. Si è affezionata a me, e io a lei, una ragazzina di 13 anni, Grace.Un giorno, noi due e altre 8 donne siamo state rapite da 7 arabi, legate e stuprate tutta la notte. Sentivo le urla di Grace, pensavo a lei, non a me». Grace che poi è morta fra le sue braccia, il suo corpo non ha retto le violenze. Le sue ultime parole a Joy sono state: «Prega per me». «Mi sono chiesta: “Perché lei e non io?”. Non so nemmeno dov’è stata seppellita. E così sul gommone, una madre aveva il suo bimbo di appena 2 giorni, e anche lui non ha resistito, è morto in mare e sua madre sollevandolo al cielo gridava: “Dio, dove sei?Salvaci!”». Poi l’arrivo a Bari, l’incontro con la madre della pastora del villaggio nigeriano. Che la porta a Castel Volturno e le dice: «mi devi ripagare il debito di 35mila euro per il tuo viaggio». Da lì un altro inferno, ancora peggiore: «le violenze che ho subito in Libia quella notte le ho subite tante notti a Castel Volturno.Ero diventata una merce, solo una merce.Gli uomini, tanti uomini, ogni notte si fermavano e mi chiedevano “quanto costi?”. Un giorno scoprii anche di essere rimasta incinta di uno di loro ma chi mi sfruttava mi obbligò ad abortire. Ero solo una bambola, e il bancomat di quella madame che mi sfruttava. Al secondo tentativo di fuga, sono riuscita nel mio intento e la polizia mi ha poi portato a “Casa Rut” a Caserta. Ero spaventata ma suor Rita mi si è avvicinata e mi ha abbracciato. Finalmente, una persona mi ha abbracciato non per avere sesso ma per aiutarmi. Mi ha fatto il segno della croce sulla fronte e mi ha detto “benvenuta!”». Poi il primo pasto nella nuova casa – «il brodo», ricorda ancora – «ed ero incredula: di notte, nessuno mi svegliava per andare sulla strada! Dio non dorme, era sempre stato lì con me. Dio non è né lento néveloce: è sempre in orario».
Dio – ha proseguito Joy – ha trasformato la mia sofferenza in gioia, e io sono tornata a utilizzare il mio nome, dato che quando mi facevano prostituire mi obbligavano a chiamarmi Jessica. Ogni dolore, anche piccolo, è una porta», sono state ancora sue parole: «qualcuno da fuori può bussare per voler entrare ed aiutarti».
Joy ha poi raccontato la sua nuova vita nella luce:una volta salvata, «volevo farmi suora, ma suor Rita mi ha detto “aspetta e fai il tuo percorso, poi capirai a cosa sei chiamata dal Signore”. Ho fatto la terza media, poi un tirocinio nella cooperativa “New Hope” fondata da suor Rita, lavorando in una sartoria tecnica. Poi nel 2022 mi son trasferita a Roma con lei, vivendo nella “Casa Magnificat” (sempre da lei fondata, ndr), ho preso un primo diploma come mediatrice culturale, lavorato in una rete antitratta, ho fatto 1 anno di Servizio Civile nel Comune di Roma, poi mi sono diplomata come OSS e fatto un tirocinio in ospedale. Ora lavoro, tramite una cooperativa e con un contratto a tempo indeterminato, a domicilio nell’assistenza di persone anziani o disabili. E lo scorso autunno mi sono sposato in chiesa con Andrea, che ho conosciuto grazie a un ascensore rotto…».
SUOR RITA: «IMPARIAMO AD AMARE PER DIFENDERE L’UMANO»
Joy e tante come lei «sono giovani donne derubate della loro dignità. Il male schiaccia queste persone, e c’è chi lo provoca.Per questo, dobbiamo alzare la voce. I cristiani, che dovrebbero incarnare il Vangelo, non devono tacere ma recuperare il coraggio di una voce forte a difesa della dignità infinita delle persone». Così suor Rita Giaretta nel suo appassionato intervento al Corpus Domini di Ferrara.
«A forza di silenzio, però, il mondo sta marcendo. Il Vangelo è sovversivo, rovescia le nostre logiche. Oggi, invece, c’è la tendenza a mercificare tutto, l’altro è solo mezzo per il mio interesse e il mio godimento», ha proseguito. Joy è «segno di speranza. Joy – ha poi detto rivolgendosi alla ragazza -, fai in modo che le nostre vite non restino come prima! Lei ci chiede l’autenticità di essere cristiani. Decidiamo, quindi, da che parte stare, scegliamo di stare dalla parte di chi ha bisogno, della dignità, dalla parte del Vangelo».
Ognuno «nel cuore di Dio è pensato come una meraviglia», ha proseguito suor Rita. «Non si tratta tanto di “fare” ma soprattutto e innanzitutto di voler bene, di amare, per far risorgere, per dare una vita nuova» alle ragazze come Joy. “Non ho mai ricevuto il bacio della buonanotte”, mi ha detto una volta una giovane accolta dopo esser stata costretta a prostituirsi. Facciamo dunque una resistenza per difendere ciò che è umano. Niente pietismo o assistenzialismo ma far sentire queste persone speciali, far fiorire quel fiore che è dentro il loro cuore».
*** Gli altri incontri Il 2 marzo dalle Clarisse, per l’Ottavario, vi è stato un momento di ascolto dal titolo“Aria di speranza, per Arpa – Chiara Conato – e narrazioni – Luigi dal Cin – parole private dette in pubblico”. Venerdì 7 marzo, ore 21, invece, la pedagogista Chiara Scardicchio coinvolgerà in un percorso molto particolare. Il punto di partenza sarà uno dei suoi ultimi libri, “La ferita che cura”, il dolore e la sua collaterale bellezza. Non sarà una conferenza, ma un momento di contemplazione, un esperimento che ha assunto la forma di piccolo teatro di narrazione. Amore, dolore e bellezza è ciò che ha segnato anche l’esperienza di Annalena Tonelli, che di ferite ne ha curate tante e con un’unica ferita – una pallottola nel capo – ha sigillato la sua testimonianza tutta spesa per i poveri. Sulla sua vita domenica 9 marzo, ore 17.30, la compagnia teatrale “Quelli della via” di Forlì proporrà uno spettacolo-testimonianza.
(Foto Roberto Targa)
Andrea Musacci
Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 7 marzo 2025
Il libro di Romeo Farinella “Le fragole di Londra”
di Andrea Musacci
Né retorica sviluppista né retorica della città smart, ma seri progetti per riappropriarsi in modo democratico delle proprie città, quindi delle proprie vite.
È stato un pomeriggio di importanti riflessioni quello svoltosi lo scorso 25 febbraio nell’Oratorio San Crispino al secondo piano della libreria Libraccio diFerrara.L’occasione, la presentazione del libro dell’architetto-urbanista Romeo Farinella, “Le fragole di Londra”, con gli interventi del sociologo di UniFe Alfredo Alietti e dell’ex Ministro Patrizio Bianchi (titolare Cattedra Unesco UniFe), e l’introduzione di Diego Carrara (Direttore ACER Ferrara).
UNA CITTÀ, DUE MONDI
«La tendenza che non si arresta – ha detto Farinella – è quella di un mondo sempre più urbanizzato, con una popolazione sempre più concentrata in grandi agglomerati urbani». Già dalla rivoluzione industriale, le grandi città andavano strutturandosi in quartieri poveri dove vivevano quei lavoratori «che producevano la ricchezza per i ricchi» residenti in altre zone della città. È in questo contesto che nasce l’urbanistica, con l’obiettivo di «curare questo modello malato di città». Emblema di ciò erano le workhouse, gli “ospizi dei poveri” nati in Inghilterra già nel XVII secolo e impostati sul modello del panopticon, nelle quali, ad esempio i figli vivevano separati dai genitori. Una visione paternalistico-repressiva frutto della nascente mentalità capitalistico-borghese che vedrà come naturale «l’arricchimento di una classe a spese dell’altra, salvo poi – grazie a vaghi “doveri morali” – poter aiutare le classi meno abbienti attraverso la filantropia». Ma «la lotta strutturale alle disuguaglianze» è ben altro, ha aggiunto Farinella. Come già in nuce vi era la questione ambientale con «l’uso massiccio del carbone».
Oggi, dunque, prosegue questa «migrazione di massa» dalle aree rurali alle città, dove nascono inevitabilmente sempre più “quartieri informali” (ad es. le favelas), che «vanno governate» ma sono comunque «luoghi di vita, vivaci, creatori di socialità».
«La soluzione a ciò – ha però specificato con forza il relatore – non sono ipotesi astratte di rigenerazione urbana, progetti eco-tecnologici, di città smart (anche in Africa ne stanno costruendo una 20ina), tipiche di chi vive nel benessere» e non conosce la realtà di queste masse di persone.Retoriche, queste, concepite su una «forte privatizzazione di spazi pubblici, progetti selettivi pensati per i ricchi». Esempi di ciò sono New Cairo in Egitto, The Line in Arabia Saudita, Dubai negli Emirati Arabi Uniti.
TUTTI SULLA STESSA BARCA?
Un’altra retorica l’ha intesa smontare Alietti: queste e altre «dinamiche critiche» che colpiscono le metropoli – ha riflettuto il docente -, «colpiscono allo stesso modo le piccole e medie città».Ne è riprova il fatto che la tremenda crisi economica del 2008 nacque da «una bolla immobiliare riguardante ogni tipo di città». Allo stesso modo, «le conseguenze della crisi climatica colpiscono indistintamente le une e le altre».
Per questo motivo, «il progetto “città di 15 minuti”» (divenuto famoso grazie all’ex Sindaca di Parigi Anne Hidalgo), nella quale tutto dovrebbe essere raggiungibile a piedi o in bicicletta, è sì interessante ma cozza con la vita reale di molte persone «costrette a spostarsi per il lavoro o i figli».Ciò che serve è «una seria riappropriazione democratica della città, contro queste retoriche pseudoprogressiste e contro l’opposte retorica della crescita smisurata».
IL SENSO DELLA CITTÀ
Dalla doppia critica a questa retorica dello sviluppo e a quella della sostenibilità («mera pezza per non domandarsi come si è arrivati a questo punto») ha preso le mosse Bianchi nel proprio intervento, ricordando come uno degli uomini più potenti del mondo sia «l’immobiliarista» Trump, incarnazione del modello delal gentrificazione (di cui il video realizzato con l’IA – e divenuto virale – su “Trump GazaCity” è solo l’ultima, delirante espressione).
«Dobbiamo – ha ribadito Bianchi – riappropriarci della città, che significa anche ritrovare il senso di ciò che è città, quindi riappropriarsi della propria vita e della propria comunità».
Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 7 marzo 2025
Nel 1955 a Ferrara nasceva l’Accademia Corale “Città di Ferrara”, poi intitolata al suo direttore, il Maestro ebreo Vittore Veneziani.Questi diresse anche il coro della Scala di Milano e andò in esilio in Svizzera: ecco la sua storia
di Andrea Musacci
La scorsa settimana sono state ufficialmente presentate le iniziative per l’anno 2025 dell’Accademia Corale “Vittore Veneziani”, in occasione dei 70 anni dalla nascita.
La costituzione dell’Accademia Corale “Città di Ferrara” (così si chiamava alla nascita e per i primissimi anni) risale al 1955 e vede come promotori il senatore comunista Mario Roffi (Presidente), ex Assessore alla Pubblica Istruzione e Belle Arti del Comune di Ferrara, Renzo Bonfiglioli (Vice presidente, membro della Comunità ebraica) e il maestro Vittore Veneziani, direttore artistico. Veneziani fu omaggiato dall’Accademia nel ’58 – anno della sua morte – prendendone il nome. In seguito, la “Vittore Veneziani” fu diretta da Emilio Giani, poi (dal 1980 al 2000) dal maestro Pierluigi Calessi. Sotto Calessi, vengono eseguite tre incisioni discografiche e numerose tournée all’estero (fra cui, Gran Bretagna, Francia, Spagna, Croazia, Russia, USA, Israele, Belgio) e l’Accademia ottiene il Premio Willaert (1988) e il Premio Stampa assegnato dai giornalisti ferraresi (1989).
Dal settembre 2000 al 2019 si sono poi succeduti alla guida i maestri Giuseppe Bonamico, Stefano Squarzina, Giordano Tunioli, Maria Elena Mazzella e Teresa Auletta, da settembre 2019 Maestro del coro e dal 2020 direttrice artistica.
FERRARA, LA SCALA, L’ESILIO, IL RITORNO IN PATRIA: VITA DIVENEZIANI
Vittore Veneziani (Ferrara, 25 maggio 1878 – Ferrara, 14 gennaio 1958) nasce in una famiglia ebraica di Ferrara; il padre Felice è commerciante in via Vignatagliata, corista dilettante e appassionato di musica. Forse anche grazie a lui, Vittore si forma nella Scuola Comunale di Musica “Frescobaldi” per poi perfezionarsi in Composizione al Liceo Musicale di Bologna allora diretto dal Maestro Martucci. Nei primi anni di carriera è attivo come direttore di coro e compositore presso la Sinagoga di Ferrara, collaborando con il collega e amico Fidelio Finzi. Come scrive Uberto Tedeschi (1), in via Vignatagliata «teneva la sua bottega di commerciante il padre di Vittore, Felice, anche lui appassionato di Musica e corista». Agli allievi di quella scuola del 1938-1943 «in un ricostruito ghetto mussoliniano di Ferrara» insegnò «matematica Riccardo Veneziani, fratello di Vittore e a quest’ultimo somigliantissimo».
Un interessante aneddoto racconta la giovinezza estense di Veneziani (2): egli «rimase affascinato dalla lettura di una lirica, stampata nel 1900 dalla Zanichelli, ad opera dal poeta ferrarese Domenico Tumiati (1874-1943). Si tratta de La badia di Pomposa, un componimento in versi, lodato dal Carducci, celebrante la storia, i personaggi e le meraviglie artistiche del celebre monastero situato non lontano da Ferrara. Fu così che passeggiando una mattina presso il castello estense, Veneziani incontrò l’attore Gualtiero Tumiati (1876-1971), giovane concittadino fratello di Domenico, e gli disse: “Mi vria musicar La badia di Pomposa, vòi far na cantada a quater vòs, cori e grand’ orchestra”». Ne avrebbero fatto un melologo – declamazione di un testo letterario con accompagnamento musicale – con musica di Veneziani e recitazione di Gualtiero Tumiati. L’opera venne presentata nel novembre del 1900 nel prezioso scenario del Palazzo dei Diamanti.
Dopo importanti esperienze a Venezia, Torino e Bologna (e la morte della moglie nel ’18 per la spagnola), nel 1921 – anno di svolta per il Secolo breve – viene chiamato a dirigere il coro della Scala di Milano: «gli giunge infatti una lettera di Arturo Toscanini, col quale aveva già collaborato al Teatro Dal Verme di Milano (…). Inizia un legame a tre – Toscanini, Veneziani e La Scala -, che, con la sola tragica parentesi tra il ’38 e il ’45 dell’allontanamento di entrambi i Maestri, doveva durare oltre un trentennio» (3).
Una pagina del quaderno di Veneziani ci restituisce la violenza di quei momenti drammatici: nel novembre ’38, infatti, annota: «Licenziato dall’incarico alla Scala perché di razza ebraica». Al ritorno di Veneziani a casa, «trovandola piena di fiori di solidarietà, pare abbia esclamato» con amara ironia: “Ho assistito al mio funerale!”». Per il suo «orgoglio di italiano – prosegue ancora Tedeschi – aveva rifiutato di abbandonare la Patria, malgrado i numerosi invii di prestigiose istruzioni estere e di Toscanini stesso. A Milano, dunque, umilmente ma con grande passione, accettò di dirigere il Coro della scuola Ebraica e, saltuariamente, quelli delle Sinagoghe di Milano, Firenze e Torino. Si può immaginare l’emozione che i canti di invocazione a Dio e alla libertà infondevano in anni così bui!».
La sua amata Patria accetterà, però, a malincuore di lasciarla 6 anni dopo, nel febbraio ’44, in seguito al crollo del regime fascista e all’occupazione nazista nel nostro Paese. «Si salvò rifugiandosi in Svizzera», racconta Stefani (4). Il 21 febbraio ’44 lui e il fratello Riccardo passarono la frontiera italo-svizzera grazie all’aiuto del finanziere Salvatore Corrias (partigiano combattente di “Giustizia e Libertà” / Brigata “Emanuele Artom”), poi fucilato dai nazisti a fine gennaio ’45 per aver salvato centinaia di ebrei dalla deportazione (5). Veneziani «fu ospitato presso un istituto di suore a Roveredo, nei Grigioni italiani (…). Iniziò a dirigere, lui ebreo, il coro parrocchiale. La chiesa aveva bisogno di restauri. In Svizzera, dove non cadevano bombe, li si poteva fare anche in quell’epoca. Furono terminati agli inizi del ’45. Per l’inaugurazione il parroco chiese a Veneziani di comporre una messa. Vinta qualche titubanza, il maestro accettò. Della composizione si erano perdute le tracce». Grazie alla ricerca di Laura Zanoli (6), bibliotecaria del Conservatorio “Frescobaldi” di Ferrara, il manoscritto è stato ritrovato tre anni fa. I suoi due anni in Svizzera «furono quindi molto prolifici». Scrisse molto per la liturgia cattolica, «pur mantenendo i legami con la cultura e la musica ebraica»: qui, infatti, elaborò anche i Canti spirituali d’Israele, conservati anch’essi nell’archivio del “Frescobaldi”.
Tornato nella sua amata città, Veneziani diresse nella Sinagoga un coro in memoria dei soldati caduti in guerra. Come racconta Caselli (7), «lasciata la Scala (di Milano, ndr) nel 1954, entriamo nella storia di Ferrara: è un periodo breve quel che rimane a Veneziani, ma intenso, pieno di fervore, di passione musicale e soprattutto – destinato a lasciare un segno nel tempo. Renzo Bonfiglioli e Mario Roffi gli creano le condizioni per costituire un nuovo complesso corale, tutto suo, tutto ferrarese. Il Maestro vi si dedica con grande energia, e già il 28 giugno del 1955 l’Accademia Corale “Città di Ferrara”, Direttore Vittore Veneziani, può effettuare il suo primo concerto al Palazzo dei Diamanti, con un programma interamente dedicato ai suoi amati cori verdiani. L’attività prosegue ancora per due anni (per la precisione fino al 27 settembre 1957, con un concerto a Portomaggiore), e si caratterizza per alcune realizzazioni di grande importanza all’Abbazia di Pomposa, ancora ai Diamanti e a San Francesco (…). Nel frattempo aveva costituito, all’interno dell’Accademia, un gruppo di madrigalisti per il repertorio specialistico della polifonia classica. Già aveva anche progettato di partecipare ad un Festival a Vienna, previsto per l’estate 1958, a cui voleva portare, riunite, l’Accademia di Ferrara e quella di Milano, ma non fece in tempo a realizzarlo. Moriva infatti il 14 gennaio del 1958 (…)».
In un’intervista rilasciata nel ’55 da Veneziani alla Radiotelevisione Svizzera, parla anche della nascita della sua corale, il “Coro Città di Ferrara”, poi diventata Accademia Corale “V. Veneziani”: «da tanti anni – dice – ho il sogno di realizzare un coro nella mia città». Un sogno divenuto realtà, una realtà ancora oggi carne viva di Ferrara, suo vanto e sua voce, ben oltre le Mura antiche che la delimitano.
NOTE
1. Nel volume In memoria di Vittore Veneziani, Accademia Corale “Vittore Veneziani” della città di Ferrara, 2008.
2. Dalla tesi «Volano sulla torre alati i cuori … /Naviga nell’azzurro Parisina». Un fortunato melologo di Domenico Tumiati e Vittore Veneziani, di Giovanni Francesco Amoroso, Corso di Laurea in Musicologia e Beni Musicali, Università degli Studi di Milano, a.a. 2006/2007.
3. Tedeschi, in In memoria di Vittore Veneziani, cit.
4. Vittore Veneziani, a Ferrara la sua messa ritrovata, Piero Stefani, La Voce di Ferrara-Comacchio, 11 novembre 2022.
5. Nel 2006 la Commissione dei Giusti di Yad Vashem ha attribuito a Salvatore Corrias il titolo di “Giusto tra le Nazioni”.
6. Zanoli è autrice della tesi Il fondo Vittore Veneziani: un’ipotesi di catalogazione e riordino (Master di I livello in Archivistica, Diplomatica e Paleografia, UniFe, a.a. 2022-2023). Il fondo Veneziani, conservato presso la biblioteca del Conservatorio Frescobaldi di Ferrara, è stato donato dalla signora Germana Jesi Pesaro, nipote del maestro, al Comune di Ferrara agli inizi degli anni ‘70.
7. Angelo Caselli, in In memoria di Vittore Veneziani, cit.
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Il programma completo del 2025: iniziative nella chiesa di SanPaolo e in Svizzera
L’8 marzo a Pesaro la terza e ultima tappa del percorso con FIDAPA Ferrara, FIDAPA Pesaro, EVAP Valencia, Contrada di Santa Maria in Vado, Ensemble Enchiridion e WunderKammer Orchestra Divisione Danza WKO-ADA Associazione Danze Antiche, su Lucrezia Borgia.
Il 22 marzo nella chiesa di S. Paolo, Ferrara, iniziativa “La Passione”, oratorio laico-spirituale sui temi della Passione evangelica calati nel nostro tempo. In collaborazione con Associazione “Amici della Nave OdV”, Cantori del Volto e Orchestra Antiqua Estensis.
Il 19 maggio al Teatro Comunale di Ferrara esecuzione della Messa in Do minore K. 427 di W.A. Mozart, con l’orchestra del Conservatorio “Girolamo Frescobaldi” di Ferrara. Ruolo del tenore a Raffaele Giordani.
Il 20-21 settembre a Roveredo, nel Cantone Grigioni in Svizzera, dove il Maestro Veneziani si rifugiò per sfuggire alle leggi razziali, la Corale eseguirà la Messa proprio nella località in cui Veneziani la compose.
Il 4 ottobre, chiesa di S. Paolo a Ferrara, Missa Hercules Dux Ferrariae di Josquin des Prez.
Nel mese di novembre (data da definire), la 35^ edizione della Rassegna Corale “Mario Roffi”.
Infine, il tradizionale Concerto di Natale (luogo da definire), con esecuzione dell’Oratorio di Natale op. 12 di Camille Saint-Saëns, in collaborazione con l’Orchestra Città di Ferrara diretta da Giulio Arnofi.
Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 28 febbraio 2025
Mi chiamo Andrea Musacci.
Da aprile 2014 sono Giornalista Pubblicista, iscritto all’Ordine dei Giornalisti dell’Emilia-Romagna.
Sono redattore e inviato del settimanale "la Voce di Ferrara-Comacchio" (con cui collaboro dal 2014: http://lavoce.e-dicola.net/it/news - www.lavocediferrara.it), e collaboro con Filo Magazine, Periscopio e Avvenire.
In passato ho collaborato con La Nuova Ferrara, Listone mag e Caritas Ferrara-Comacchio.
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"L'unica cosa che conta è l'inquietudine divina delle anime inappagate."
(Emmanuel Mounier)