
È un vizio antico – anzi, intrinseco – del potere quello di manipolare il linguaggio a proprio piacimento, adulterando le parole per ingannare coloro che vuole dominare, oltre a sé stesso. Un sistema come quello in cui siamo immersi deve quindi manipolare termini fondamentali: primo fra tutti, “libertà”. Di questo e molto altro si è discusso nel pomeriggio dello scorso 4 febbraio nella libreria Libraccio di Ferrara, in occasione della presentazione del libro di Carlo Iannello “Lo stato del potere. Politica e diritto ai tempi della post-libertà” (Meltemi ed., 2024), incontro a cura di Macrocrimes. Iannello è docente di Diritto costituzionale, Diritto pubblico dell’economia, Diritto dell’ambiente e Biodiritto. L’incontro è stato introdotto e moderato da Claudio Maruzzi:«la politica – ha detto – fa solo politiche al servizio del mercato: questo è il neoliberismo».
«Dagli anni ’70 del secolo scorso il mercato ha esondato, conquistando tutti gli ambiti della società», è quindi intervenuto Paolo Veronesi (Dipartimento Giurisprudenza UniFe): «dalla scuola e l’università alla sanità, dal mondo del lavoro alla giurisdizione, dalle carceri al welfare e alla fiscalità». E con disuguaglianze non solo che permangono ma «in continuo aumento», di certo non mitigate da grandi e piccole liberalizzazioni e privatizzazioni. Una visione, questa neoliberista, «di certo non avvallata dalla Costituzione italiana». Sul versante del potere statale, si è «neutralizzato il suo ruolo finalizzato alla giustizia sociale e alla tutela della persona che aveva nel secondo dopoguerra, si sono svuotati i partiti e accentrato il potere nell’esecutivo», ha proseguito Veronesi. Di conseguenza, il conflitto sociale per chi difende questa ideologia non può che diventare «il nemico», ed è la stessa società a non esistere più, ma solo «individui isolati illusi di essere liberi». In questo contesto, facilmente «il sistema emergenziale», d’eccezione, «può diventare ordinario». A livello continentale, l’Unione europea è «rimasta a metà del guado, rischiando così di annegare», e lo stesso concetto di riformismo è stato «snaturato». A dominare sono, a livello globale, «i gigacapitalisti, che possiedono risorse e quindi potere maggiori rispetto agli Stati e agli organismi sovranazionali. Non bisogna però rimpiangere la vecchia forma dello Stato, che come tutte le costruzioni umane è destinata a morire, ma pensare», o perlomeno anelare a «un’Europa come soggetto costituzionale e poi a una “Costituzione della Terra”» (si vedano al riguardo le analisi di Luigi Ferrajoli).
«Alla base di queste mutazioni negative indotte negli ultimi decenni dal neoliberismo vi è un ben preciso orientamento ideologico», nessun fatalismo o automatismo, ha rincarato Orsetta Giolo (Dip. Giurisprudenza UniFe). Il neoliberismo – ha aggiunto – è «volontà di affermazione del mercato sulla politica e sul diritto», ma il neoliberismo «ha bisogno del diritto», ha torto chi dice che lo nega; la differenza è che «lo stravolge», dandogli la forma che gli serve. Forme pre-moderne; assistiamo, infatti, a una «ri-feudalizzazione della politica e del diritto:non esiste più nessuna universalità, la persona non è più al centro. Il diritto è servile nei confronti del mercato e violento nei confronti di tutti gli altri, che diventano sudditi, non più cittadini».
E a proposito delle basi ideologiche, Iannello ha esordito citando i suoi principali teorici, Friedrich von Hayek e Milton Friedman, quest’ultimo consigliere fidato di Pinochet nel Cile dove si mise fine in maniera cruenta all’esperimento di Allende di coniugare socialismo e democrazia. Riprendendo alcuni dei temi discussi da chi l’ha preceduto, Iannello ha riflettuto su come il diritto neoliberale di per sé «crea disuguaglianze» e «ha al centro la realizzazione di grandi monopoli globali, non le libertà collettive, non i diritti sociali». Ma la stessa libertà del singolo – fatta eccezione per pochi (ma poi, è vera libertà la loro?) – è «un’illusione, è il grande inganno nascosto dietro espressioni quali “imprenditore di sé stesso” o “capitale umano”», espressioni «dell’autosfruttamento» tipico del neoliberismo, per cui spesso si perde la capacità di cogliere le vere «fonti dello sfruttamento».
Un dibattito vivo e fruttuoso, dunque, quello a Libraccio, che ha visto anche una buona partecipazione di pubblico. Aggiungiamo solo una piccola nota finale: forse il Novecento ha dimostrato che è impossibile un’alleanza o convivenza tra democrazia sostanziale e capitalismo, dato che il secondo inevitabilmente finirà per divorare il primo, in quanto di per sé senza limiti, mentre una vera democrazia si fonda sul limite e la ricerca del suo senso.Di conseguenza, sarebbe forse più utile abbandonare utopiche costituzioni globali e chiamare col proprio nome le fondamenta strutturali (non contingenti) di un sistema globale da un secolo e mezzo fondato sul profitto, la competizione, lo sfruttamento (delle persone, delle comunità, del creato) e l’alienazione.
Andrea Musacci
Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 13 febbraio 2026
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Una donna “qualsiasi, cortese, misurata” ma capace di una determinazione e di un coraggio fuori dalla norma, dettati dall’amore per il fratello e dal dolore per la sua perdita, nonché dalla rabbia che a causarla sia stato un abuso di potere da parte di forze dello Stato, le quali, in alcuni suoi componenti, hanno tentato in ogni modo di insabbiare tutto, aggiungendo a una sorella e a due anziani genitori, un surplus di dolore gratuito. Appena due settimane fa, la Corte d’Assise di Roma ha condannato a 12 anni di carcere per omicidio preterintenzionale due carabinieri – Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro – imputati nel processo bis per la morte di Stefano Cucchi, il giovane romano trovato morto il 22 ottobre 2009 in una stanza del reparto protetto dell’ospedale Sandro Pertini di Roma, dove era ricoverato da quattro giorni dopo essere stato arrestato. Francesco Tedesco, che ammise di aver assistito al pestaggio, è stato invece condannato a 2 anni e 6 mesi di carcere per quella di falso, in quanto accusato di aver manipolato il verbale di arresto. Insieme a lui, per la stessa ragione, è stato condannato a 3 anni e 8 mesi di carcere il maresciallo Roberto Mandolini – che nel 2009 era capo della stazione Appia -, interdetto anche a cinque anni dai pubblici uffici, come Di Bernardo e D’Alessandro, interdetti in perpetuo. Lo scorso 23 novembre il piano superiore della libreria Libraccio di piazza Trento e Trieste a Ferrara era stracolma per la presentazione del libro “Il coraggio e l’amore. Giustizia per Stefano: la nostra battaglia per arrivare alla verità” (Rizzoli) di Fabio Anselmo (avvocato della famiglia Cucchi, e, in passato, anche di quella di Federico Aldrovandi e Denis Bergamini) e Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, quella donna “cortese e misurata” che ha permesso – a caro prezzo – che fosse fatta giustizia per il fratello. “Ho paura, sono molto provata, e lo sono ancora di più i miei genitori”, ha dichiarato a Ferrara: “sono stati dieci anni disumani, devastanti, intollerabili. Non si può chiedere a una famiglia come la nostra di assumersi il ruolo che dovrebbe spettare allo Stato. Mio fratello – ha proseguito – è morto soprattutto di indifferenza e di ‘giustizia’: è stato lasciato morire, ultimo tra gli ultimi. La giustizia l’abbiamo ottenuta per Stefano e per noi ma anche per l’intera collettività e anche per tutti i Carabinieri per bene. Il messaggio quindi che, nonostante tutto, voglio lanciare, è di speranza”. Ancora più amaro l’intervento di Fabio Anselmo: “tanta è stata la rabbia e il senso di impotenza che abbiamo provato”, e “tante le offese ricevute e le menzogne diffuse contro di noi. Quello che è successo alla famiglia Cucchi assomiglia a una specie di ‘messaggio’ mafioso: se ti va male, e non riesci a ottenere giustizia, peggio per te; se ti va bene, ti roviniamo, te la facciamo pagare. E infatti ce la stanno facendo pagare, non veniamo ancora lasciati in pace. E’ come se dicessero a tutti: ‘statevene a casa, lasciate perdere, è meglio per voi’ ”.
La serata era iniziata con l’annuncio, da parte del moderatore Marco Zavagli, dell’ennesima minaccia di morte, poche ore prima, rivolta su Facebook a Ilaria Cucchi. “Attorno al suo corpo sfigurato e denigrato, il potere e la fragilità dello stato di diritto hanno compiuto la loro danza macabra”, sono state invece le parole di Andrea Pugiotto, docente di Diritto costituzionale a UniFe. Se, citando anche Weber, base dello Stato moderno è che “l’autorità ha il monopolio della violenza in cambio dell’assicurazione ad ogni suo cittadino dell’incolumità fisica, questo principio fondamentale con l’omicidio Cucchi è venuto meno: la caserma dei Carabinieri, la cella, l’ospedale, il tribunale sono diventati luoghi di sospensione del diritto”, tipico del peggior incubo a tinte kafkiane. “La potenza dello Stato si è trasformata in una prepotenza che si è scagliata contro l’impotenza del cittadino Cucchi”. Infine, ha preso la parola un altro docente di UniFe, il giurista Francesco Morelli: “vittima è Stefano ma lo sono anche la legalità e il diritto nel nostro Paese”. Inoltre, ha spiegato, “la presunzione di innocenza vale per ognuno e quindi vale anche per lui: non è mai stato condannato per spaccio (naturalmente non si è riuscito, avendolo amazzat prima, a portare a termine il processo a suo carico, ndr), quindi si ’presume’ sia innocente anche sotto questo aspetto. Basta, dunque, chiamarlo ‘spacciatore’ ”.
Cogliere le essenze del reale per dischiudere orizzonti. Abitare luoghi abbandonati, disvelandoli attraverso la fotografia, ridonando loro senso, nuova bellezza. E’ questa, fin dalla prima edizione, la filosofia che orienta gli ideatori del Riaperture Photofestival, diretto da Giacomo Brini, che torna quest’anno (dal 29 al 31 marzo e dal 5 al 7 aprile) scegliendo come filo rosso il tema del “Futuro”. Una delle novità è la “riapertura”, per l’occasione, della grande area, abbandonata dal 1997, comprendente su via Cisterna del Follo la Caserma “Pozzuolo del Friuli” e, su via Scandiana, la “Cavallerizza”, il grande capannone in stile Liberty un tempo deposito di veicoli, viveri, armi e munizioni della vicina Caserma. Di quest’ultima verrà utilizzato il piano terra per la biglietteria (l’altra sarà a Grisù), il cortile per ospitare una delle mostre, e il percorso che conduce alla stessa “Cavallerizza”. Un progetto, quello di “Riaperture”, che ogni anno aiuta a riflettere innanzitutto sulla questione della rigenerazione degli spazi urbani, di come potersene riappropriare per farli tornare luoghi vivi e creativi di socialità. Un festival, questo, che intende dunque scardinare portoni chiusi attraverso i chiavistelli dell’arte, e “paradossalmente” inaugurato con una mostra en plein air, “Displacement”, bi-personale con foto e testi rispettivamente di Giovanni Cocco e Caterina Serra, esposta lungo via Mazzini a Ferrara dal 16 marzo al 28 aprile, con il sostegno di Comune di Ferrara, Commercianti di via Mazzini, Coop Alleanza 3.0 e IBS+Libraccio, libreria che nel pomeriggio di sabato 16 ne ha ospitato la presentazione, moderata da Eugenio Ciccone e con l’intervento dello stesso Brini. La mostra – che costringe i passanti ad alzare lo sguardo (metaforicamente, il senso primo dell’arte), guardando con occhi nuovi una via ai più molto familiare – racconta attraverso corpi e luoghi il senso di spaesamento che da anni vivono i tanti abitanti de L’Aquila, costretti da una gigantesca operazione speculativa a vivere in una sorta di “non luogo”, quelle 19 “new town” costruite fuori dalla città storica. “Cittadini – ha spiegato Giovanni Cocco – che hanno perso la loro città, e quest’ultima, perdendoli, ha perso la propria anima”. Riguardo al progetto, nato nel 2013, “con gli aquilani fotografati abbiamo instaurato prima un rapporto personale, fatto di tanti pranzi e cene insieme, di dialoghi e confronti. Siamo stati a L’Aquila, in diversi momenti, tra il 2014 e il 2015”. “Abbiamo trovato una città buia, deserta, abbandonata” – ha spiegato invece Caterina Serra – e, parallelamente, fuori dalla stessa, “queste new town, spazi senza memoria, appartenenza, luoghi privi di segni del proprio vissuto, dove le persone possano riconoscersi ed esprimersi, dove le identità scompaiono a vantaggio di una crescente omologazione”. Citando il filosofo Mark Fisher e le sue riflessioni sulla depressione di massa tipica delle società neoliberiste, la scrittrice ha denunciato come questo progetto di sradicamento di migliaia di persone “spostate” in queste città fantasma – dove vi sono ben quattro nuovi centri commerciali, iniziati a costruire fin subito dopo il sisma – non a caso abbia portato a un aumento significativo del consumo di antidepressivi e di alcool. Oltre alla Caserma e a Via Mazzini, gli altri luoghi del festival saranno Factory Grisù (ex Caserma Vigili del Fuoco), Palazzo Prosperi Sacrati, Palazzo Massari, Salumaia dell’Hotel Duchessa Isabella e il Negozio di via Garibaldi 3. Questi invece i nomi dei fotografi protagonisti: oltre a Cocco, Gianni Berengo Gardin (che a Factory Grisù in via Poledrelli 21 porta “Venezia e le Grandi Navi”), Francesco Cito, Elinor Carucci, Simon Lehner, Claudia Gori, Mattia Balsamini, Fabio Sgroi, Eugenio Grosso, Tania Franco Klein, Ettore Moni, Claudio Majorana, Zoe Paterniani, Marika Puicher. Infine, diversi saranno anche gli workshop ai quali potersi iscrivere.