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Armi, il business è in crescita

28 Ott

Linda Maggiori e Marco Bersani a Ferrara. I due hanno spiegato il riarmo Ue e italiano e la riconversione in Emilia-Romagna. Preoccupanti le spese in Italia e in Europa. La battaglia sul traffico da Ravenna e gli affari delle aziende emiliane in questo mercato

di Andrea Musacci

La percezione è sempre più diffusa: viviamo in un’epoca in cui la guerra è la dimensione strutturale. E questo si respirava il 20 ottobre nella Sala ex Refettorio di san Paolo a Ferrara fra i tanti presenti per l’incontro su pace e riarmo. Iniziativa ricca anche di interventi dal pubblico (una dozzina). Rete Pace Ferrara – che ha organizzato l’incontro (in collaborazione con La Comune di Ferrara) ha invitato a parlare Marco Bersani, portavoce di Attac Italia, e la giornalista Linda Maggiori, autrice di inchieste sul traffico di armi dall’Italia al Medioriente e, nello specifico, attraverso il porto di Ravenna (il 6 novembre esce il suo nuovo libro, edito da Altreconomia, “La logistica delle armi. Dai porti al genocidio: la rotta mondiale della filiera bellica”).


Abituiamoci alla guerra
«La guerra – ha esordito Bersani – è il «tentativo di questo modello economico-sociale di non prendere atto della propria crisi sistemica». Perché affrontarla vorrebbe dire mettere in discussione sé stesso. «Mai così forti come oggi sono state le disuguaglianze e la crisi climatica ma «viviamo in una costruzione artificiale fatta di bolle, quelle del riarmo, della finanziarizzazione e dell’Ai». E a proposito di ReArm Europe – il piano proposto da von der Leyen a marzo 2025 -, Bersani ha spiegato che si tratta di «una grande ipocrisia perché in realtà l’aumento delle spese militari avviene da anni». Nello specifico, «la Germania si sta trasformando in una potenza mondiale a livello militare». E nel Libro bianco dell’Ue «si dice che siamo sottoposti a una minaccia perenne da parte di Russia, Cina e Corea del Nord e che i cittadini Ue non hanno consapevolezza di ciò, a differenza delle élite europee». Qui, entra il tema degli incontri – «sempre più frequenti, una vera e propria moltiplicazione» – dell’esercito nelle scuole (v. la Voce del 22 ottobre 2026).


Spese e alternative
Come moltiplicate sono le spese militari: il prossimo bilancio dell’Ue (periodo 2028-2034) prevede 131 miliardi di euro per la difesa e l’aerospaziale, cinque volte di più di quelle attuali. In Italia significa 2,4 miliardi in più all’anno. Spese che nel nostro Paese oggi rappresentano il 2% del Pil e arriveranno quindi al 5, di cui il 3,5 sarà spesa direttamente militare e il resto per le infrastrutture. Da oggi al 2035 il nostro Paese spenderà 400 miliardi di euro in più in spese militari. Poi, ha aggiunto Bersani, «attenzione ai grandi fondi – Black Rock, Vanguard e State Street – che oltre che in fossili e immobili, investono sempre più in armi».
Ma non bisogna fermarsi alla denuncia. «Dobbiamo mettere insieme ogni cultura politica che condivide questa critica al riarmo», ha concluso. Una convergenza, questa, «già iniziata», ed è importante che «ci sia anche nei territori». Il 30 ottobre avrà luogo lo sciopero dei portuali italiani contro il traffico di armi (in contemporanea con diversi porti nel mondo), mentre il 20 novembre lo sciopero studentesco europeo e nazionale, e della Cgil. Che si spera diventi sciopero generale europeo. E il 24 ottobre è stata lanciata la campagna “Sollèvati! La coscienza non si arruola”, rivolta soprattutto a 16enni e 17enni, che ogni anno vengono automaticamente iscritti nelle liste di leva del proprio Comune. La campagna è promossa, tra gli altri, da Pax Christi, Comunità dell’Arca, Focolari e Agesci.


Il traffico di armi in Italia
«Le spese militari sottraggono soldi alle spese sociali», ha aggiunto Corrado Oddi (Rete Pace Ferrara), che ha moderato l’incontro. «Ci vuole sapere collettivo» e «in Europa va costruito un grande movimento per la pace». Oddi ha poi affrontato il tema della conversione bellica di diverse aziende nella nostra regione, o il fatto che producono componenti finalizzate a industrie tedesche già convertitesi al militare.
Su questo si concentra il lavoro di inchiesta di Linda Maggiori, che a inizio 2026 assieme all’avvocato Andrea Maestri ha iniziato una battaglia per conoscere il transito di armi dal porto di Ravenna. Battaglia che ha visto lo scorso 16 ottobre una vittoria, col Consiglio di Stato che ha dato ragione alla loro richiesta di poter accedere agli atti, accesso finora negato dall’Agenzia delle Dogane, difesa dall’avvocatura di Stato. Nella sentenza, tra l’altro, è scritto che la conoscenza di questi documenti consente «la partecipazione più consapevole alla vita di una comunità, la vicinanza tra governanti e governati, il consapevole processo di responsabilizzazione (accountability) della classe politica e dirigente del Paese». Il 23 ottobre Dogane ha comunicato i dati: dal porto di Ravenna nel 2025 sono partiti oltre 225mila kg di materiali di armi e componenti militari verso destinazioni “ignote”. Si tratta quasi interamente di «merce relativa a dichiarazioni doganali di esportazione presentate presso altre Dogane ed imbarcata presso il porto di Ravenna e diretta a Stati extra-Ue». «La nostra è una vittoria importante – per noi e per tutti i porti italiani – anche perché l’avvocatura dello Stato, che ha difeso l’Agenzia delle Dogane, dipende dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri. Avvocatura che ha scritto che siamo in una guerra ibrida e nella terza guerra mondiale a pezzi. Ma quando il nostro Parlamento ha deliberato che l’Italia è in guerra?». «Dal porto di Ravenna – ha aggiunto – «passano anche sistemi dual use. E a Ferrara c’è Yara che produce nitrato d’ammonio, usato da Israele per minare gli edifici di Gaza». Per citare altre aziende in regione, la Curti di Castel Bolognese e la Poggipolini di san Lazzaro di Savena producono componenti per veicoli militari (terrestri e aerei), anche in accordo con Leonardo, spa attiva nei settori della difesa, dell’aerospazio e della sicurezza, e che vede come suo maggior azionista il Ministero dell’Economia.
Maggiori ha poi accennato al Militar Mobility, serie di proposte presentate a novembre 2025 dalla Commissione Ue e dall’alta rappresentante Ue per esteri e sicurezza, per agevolare il trasporto militare». Secondo queste misure, «anche i diritti sindacali e gli orari di riposo dei camionisti possono andare in deroga, perché secondo l’Ue siamo coinvolti in guerra e quindi ognuno deve dare il proprio contributo».


Industriali con l’elmetto
Interessante anche un aneddoto raccontato da Maggiori che ben spiega il clima nel quale viviamo: «lo scorso giugno a Reggio Emilia c’è stato un convegno di Confindustria dedicato alle possibilità del business delle armi. Nonostante fossi regolarmente accreditata, sono stata fatta uscire dalla sala poco prima dell’inizio». Il tema era “Aeronautica, Difesa, Aerospace: perimetro e regole del gioco” e così veniva presentato sul sito della Confindustria reggiana: «Le richieste di un maggiore impegno agli alleati Nato in termini di investimenti nella sicurezza e nella difesa, così come la crescente attenzione ai settori dell’aeronautica e dello spazio per ragioni economiche, tecnologiche, militari e geopolitiche, stanno generando una dinamica di mercato in forte espansione ed emergono come uno dei principali vettori di trasformazione del nuovo ordine industriale europeo». Fra gli interventi, uno intitolato “Riconvertire l’Industria”. E su “Vision”, la rivista degli industriali reggiani, si elogiano le alleanze di Leonardo spa: il Global Combat Air Programme, «progetto di nuova generazione per la prossima famiglia di caccia da combattimento» o gli accordi con la turca Baykar Technologies per «lo sviluppo congiunto di tecnologie senza pilota», o le collaborazioni di Fincantieri spa con Edge, degli Emirati Arabi Uniti. E in un altro articolo si spiega come la riorganizzazione industriale europea verso la difesa per molte Pmi locali «potrebbe essere l’occasione di entrare in catene del valore meno esposte alle oscillazioni cicliche, più legate a programmi pluriennali e a investimenti di lungo periodo». Più chiaro di così non si può.

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 29 ottobre 2026

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«Oggi l’obiettivo dell’UE è la guerra, non la pace»

26 Nov

La guerra come «nuova modalità geopolitica per ridisegnare gli equilibri»: la denuncia di Bersani (Stop Rearm Europe) e Pugliese (Rete pace E-R) a Ferrara

di Andrea Musacci

I numeri se isolati dalla realtà hanno il limite di non farla percepire nella sua drammaticità. Ciò è ancor più vero quando le cifre snocciolate sono quelle riguardante le spese per gli armamenti nel nostro continente e nel mondo. Il duro panorama del nostro presente ce l’hanno spiegato lo scorso 21 novembre Pasquale Pugliese (Rete Pace e Nonviolenza Emilia-Romagna) e Marco Bersani (Campagna Stop Rearm Europe), invitati dalla Rete per la Pace Ferrara nella Sala della Musica (via Boccaleone) e moderati da Elena Buccoliero, della stessa Rete, per l’incontro “Per la pace, per la nonviolenza, contro il riarmo”.

BERSANI: «IL GRANDO INGANNO DEL PIANO UE PRESERVING PEACE»

«Quelle contraddizioni già presenti nel 2001, anno dell’invasione USA dell’Afghanistan – ora sono venute al pettine,» ha spiegato Bersani: «siamo in una fase della storia che in futuro verrà studiata, col declino dell’impero USA e il culmine delle contraddizioni del sistema capitalistico»: sempre più forti disuguaglianze sociali, crisi ecologica, bolle speculative sono i fattori principali di «un modello di società non in grado di reggere», con l’Unione Europea che è «l’esempio principale del fallimento di tutte le politiche neoliberiste». Inoltre, come Europa non abbiamo più nessun rapporto con i Paesi del Mediterraneo, e non usiamo più la diplomazia».

«Se vivessimo in un mondo realmente democratico – ha proseguito -, faremmo decine di migliaia di assemblee ovunque per decidere del nostro futuro». Invece «le potenze politiche, economiche e finanziarie fan di tutto per mantenere questo sistema, anche se rispetto a 25 anni fa non hanno più il coraggio di dire che questo è il migliore dei mondi possibili, ma sanno che è l’unico possibile per loro».

Oggi «la ristrutturazione a livello globale si fa sui rapporti di forza» ed è la guerra «la nuova modalità geopolitica per ridisegnare gli equilibri». Siamo «Paesi combattenti, anche se non ancora con i soldati». In Europa, la corsa al riarmo da poco più di un mese prende il nome del Piano Preserving Peace – Defence Readiness Roadmpap 2030 (ex ReArm Europe ed ex Readiness 2030). Il Piano parte dall’idea che «come popoli europei siamo sotto una perenne minaccia,» di conseguenza sono previsti missili, sistemi d’artiglieria, munizioni, droni, uno Scudo Aereo Europeo, uno Scudo Spaziale di Difesa, senza parlare della cosiddetta “guerra elettronica”. Ma non solo: «corsi di formazione per i formatori» (leggi: propagandisti), «ingresso nelle scuole e nelle università con corsi ad hoc, esercitazioni». Il tutto per far diventare «consuetudine per ognuno la frequentazione delle Forze Armate». Un piano, questo, che vale più di mille miliardi di fondi pubblici, ed entro il 2035 – fra spese UE e spese dei singoli Stati – saranno investiti «circa 6.800 miliardi di euro nella difesa, di cui il 50% per quella effettiva», come detto un mese fa dal Commissario UE alla Difesa Andrius Kubilius. Sempre entro il 2035, l’Italia arriverà a una spesa pari a 700 miliardi per difesa, armi e settore industriale ad esse legate.

Tutto ciò, inoltre, permettendo – eccezionalmente – «anche all’Italia di spendere questi soldi una volta uscita dalla procedura d’infrazione – ma non per le spese sociali – e, per tutti gli Stati, con prestiti dall’UE che li indebiteranno in maniera consistente. Oltre all’utilizzo per armi e difesa anche di fondi strutturali UE e degli investimenti della Banca europea per gli investimenti, grazie a una recente modifica dello Statuto». Riguardo alla UE, Bersani ha anche accennato al cosiddetto “Pacchetto Omnibus sulla sostenibilità”, un’iniziativa di deregolamentazione radicale (v. anche art. sotto). In parole povere, «in nome della solita battaglia contro la burocrazia si eliminano vincoli sociali e ambientali che regolano il commercio delle armi». Ma non finisce qui: lo scorso luglio la Commissione Von der Leyen ha proposto un nuovo Bilancio dell’UE per il periodo 2028-2034 che prevede 131 miliardi destinati a difesa e spazio, «cinque volte più» del Bilancio 2021-2027.

Dietro questi numeri e queste realtà concrete c’è una propaganda non meno pericolosa: quella secondo cui «gli altri sono armati e noi non abbastanza per difenderci da loro», anche se la realtà dice che «l’UE oggi è il continente più armato del mondo e senza contare il Preserving Peace, non ancora partito…».

Nel finale, una nota positiva, quella delle mobilitazioni di massa degli ultimi mesi, movimento dal quale «credo stia nascendo una nuova generazione politica». E a proposito, l’incontro è partito con la proiezione del Documentario La strada più lunga del 2001, racconto di quel movimento pacifista rinato dopo l’invasione USA dell’Afghanistan, con la regia di Simone Diegoli, Cristina Squarzoni e Barbara Diolaiti. Nel video, i volti e le voci protagoniste in quel periodo nel Tendone del Forum Permanente per la Pace di Ferrara dell’autunno 2001 e in altri incontri nel centro cittadino con ospiti italiani ed internazionali, animato da quell’arcipelago di gruppi, movimenti, partiti e singoli cittadine/i da cui nacque la Rete per la Pace Ferrara. 

PUGLIESE: «LA RETE PACE E NONVIOLENZA EMILIA-ROMAGNA»

«Oggi in armi si spende più del doppio rispetto al biennio 2001-2003, con l’annessa ideologia bellicista, secondo cui non la pace ma la guerra è l’obiettivo degli Stati: una “logica della deterrenza” che in realtà è un pensiero magico…», ha spiegato Pugliese. «Il sistema capitalistico europeo sta preparando questo scenario, mai così tragico dalla seconda guerra mondiale in poi. La nostra per la pace dev’essere una risposta strategica, organizzata, continuativa». E fondamentale: «tutti i diritti e le libertà sono possibili solo se c’è la pace». Un grido più che mai necessario, in un mondo con 185 conflitti armati e in cui le spese per le armi hanno raggiunto il record storico di 2719 miliardi di dollari, in aumento da anni e destinate ancora a crescere.

Pugliese si è poi concentrato sulla nostra Regione dove da febbraio 2022 (invasione russa dell’Ucraina) le reti pacifiste si sono mobilitate e unite il 5 ottobre dello stesso anno nella Rete Pace e Nonviolenza Emilia-Romagna. Fra le proposte, quello di un Assessorato regionale alla pace, oltre all’impegno assiduo – solo per citare le voci principali – per la nonviolenza come metodo e primo principio valoriale, per la costruzione e diffusione di una cultura della pace e la trasformazione nonviolenta dei conflitti; per lo stare, nei conflitti, sempre e solo dalla parte delle vittime – tutte –, degli obiettori di coscienza e dei disertori. E per proseguire la lotta contro l’uso del territorio regionale per basi militari e industrie belliche, col parallelo rafforzamento dell’alleanza coi sindacati come la CGIL.

Insomma, le battaglie di 25 anni fa, di 50 anni fa. Con una piccola differenza: un’altra catasta di morti e feriti nelle guerre, e una nuova ossessione dei potenti di tutto il mondo, non solo dell’Occidente. Un’ossessione che potrebbe avere un costo molto alto, per tutti.

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 28 novembre 2025