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“Nessun diritto alla casa, vi ammazziamo”: se in Italia dilaga l’odio etnico

13 Mag

Casal Bruciato, Roma: una famiglia rom insultata e minacciata perché assegnataria di una casa popolare. Il giorno dopo l’incontro con Papa Francesco. Carlo Stasolla (Ass. 21 luglio) a Ferrara: “rom vittime di decenni di segregazione ‘legalizzata’”. Marta Ferrari, educatrice del progetto “Lacio Drom” per la comunità dei sinti nel Comune di Ferrara: “sono quasi tutti cattolici”

casal-bruciato-mammaSenada Sejdovic e Imed Omerovic, entrambi 40enni, sono una coppia rom di origini bosniache, arrivati in Italia nel 1992 quando in Bosnia c’era la guerra. Hanno 12 figli, dai 2 ai 21 anni, il più grande non vive con loro perché si é sposato da poco, e sia lui che il secondogenito sono cittadini italiani, avendo ottenuto la cittadinanza appena diventati maggiorenni perché nati, come i restanti 10 fratelli, nel nostro Paese. Imer lavora al mercatino dell’usato, insieme al figlio 20enne Clinton, nel quartiere Boccea, alla periferia di Roma. I bambini più piccoli vanno tutti a scuola, tranne l’ultimo nato, di due anni. Dopo aver vissuto prima al campo di Tor de Cenci, poi, negli ultimi sette anni a La Barbuta, avendo fatto regolare domanda per avere un alloggio popolare, lunedì 6 maggio si sono recati in via Satta, a Casal Bruciato, per prendere possesso dell’appartamento a loro assegnato. Ma non avevano previsto che alcuni residenti del condominio (parte a sua volta di un comprensorio), aizzati da gruppi di estrema destra, avrebbero fatto di tutto per impedirglielo. Dopo giorni di insulti e minacce a loro e ai bambini (che hanno avuto crisi di panico e febbre per lo choc), sono riusciti a entrare, scortati dalla polizia. “Abbiamo deciso di restare e vorremmo organizzare anche una festa nel cortile. Perdoniamo tutti”, hanno dichiarato al Messaggero, poco prima di incontrare, il 9 maggio, il Santo Padre. Immagini raccapriccianti, che richiamano periodi bui anche della nostra storia nazionale. Mercoledì 8 maggio a Ferrara è intervenuto – per un incontro programmato già da diversi mesi – Carlo Stasolla, Presidente dell’Associazione 21 luglio di Roma, onlus nata nel 2010 per aiutare gruppi e individui in condizione di segregazione estrema e di discriminazione. Tra gli enti sostenitori, la 21 luglio ha anche la Fondazione Migrantes della CEI. L’occasione è stato il terzo dei quarti incontri del ciclo “Le città in-visibili. Immaginari, territori, pratiche”, dal titolo “I campi rom in Italia tra segregazione e discriminazione”, organizzato dal Laboratorio di Studi Urbani del Corso di Sociologia urbana e del territorio di UniFe, diretto dal prof. Alfredo Alietti. A “La Voce”, Stasolla ha rilasciato alcune dichiarazioni. Innanzitutto, ha spiegato come la Strategia nazionale d’inclusione dei rom, dei sinti e dei caminanti 2012-2020 redatta dall’UNAR – Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali, “abbia avuto purtroppo un impatto minimo, quasi nullo, in quanto non vincolante per i Comuni e per le pochissime risorse di cui dispone l’Ufficio”. Li chiediamo anche delle minacce ricevute nel 2014 da un boss rom, Sartana Halilovic, in un incontro pubblico nella sala consiliare del VII Municipio di Roma, in occsione della presentazione del dossier “Campo Nomadi Spa”. “Avvenne – ci racconta – sei mesi prima dell’inizio dell’inchiesta Mafia capitale, la causa fu una ricerca compiuta dalla nostra Associazione sulla criminalità organizzata nei campi rom, quindi una parte dell’inchiesta. Per due anni ho dovuto vivere sotto protezione”. Fra le storie positive di riscatto da parte di ex abitanti di campi nomadi, Stasolla ci racconta di un ragazzo e di una donna che ora “non solo vivono in una casa, ma lavorano per la stessa Associazione 21 luglio”.

BREVE STORIA DELL’UNIVERSO ROMANì

I rom sono in Italia da circa sette secoli, le prime migrazioni risalgono al 14esimo secolo d. C. Diversi di loro sono sedentari, ma per motivi economici o politici hanno lasciato i loro paesi d’origine – l’ex Repubblica Jugoslava o alcuni paesi dell’Est Europa – negli anni ’80, “iniziando ad arrivare in Italia per lavori stagionali, fino a stabilizzarsi”, ha spiegato nell’incontro. “Dalla morte di Tito, non si sentivano più tutelati come minoranza in Jugoslavia, e in Italia i governanti riconobbero in loro popolazioni permanentemente nomadi – anche se non lo erano – e quindi li fecero vivere all’aperto”. Da metà degli anni Ottanta fino ai primi anni ’90 nascono quindi aree e campi dove vengono dislocati, soprattutto nelle grandi città, “nonostante ciò sia illegale. Com’è naturale, nel tempo diventano luoghi di marginalità e degrado, essendo come grandi ghetti fuori dalle città. Sono di fatto campi monoetnici, un povero non rom non viene messo lì, anche se a volte nelle grandi città capita che famiglie italiane povere, non sapendo dove andare, vanno a vivere in uno di questi campi. Inoltre, i bambini vanno a scuola con pulmini solo per loro, in ogni Comune c’è un “Ufficio Rom” apposta. Provate – ha spiegato Stasolla – a inserire la parola ‘ebreo’ al posto di ‘rom’, e vedete che effetto fa…”.

QUASI LA META’ SONO CITTADINI ITALIANI

Quello dei rom e sinti è un mondo molto variegato: come Stasolla scrive nell’introduzione al Rapporto 2018 dell’Associazione 21 luglio, “I margini del margine”, presentato un mese fa, “tra le ville kitsch delle famiglie di rom abruzzesi a Roma ed i nylon di tende improvvisate di rom bulgari a Foggia, ci sono altre 20 etnie, diverse per dialetti, tradizioni e condizioni sociali che compongono l’universo romanì”. Nel Rapporto è spiegato come circa 25mila persone “vivono in una condizione di segregazione abitativa” nei “campi nomadi”. Il 60% di essi vive in 127 insediamenti formali presenti in 74 comuni italiani, mentre il restante in insediamenti informali che, “polverizzati da perpetue azioni di sgombero, finiscono con il diventare micro insediamenti abitati da 2-3 famiglie”. Inoltre, “il 44% di queste persone ha la cittadinanza italiana, quindi negar loro una casa popolare – obbligandole di fatto ad andarsene – non è solo negare un diritto ma negare un diritto a un cittadino italiano”. Si ricordino, a tal proposito, anche i recenti di casi, l’aprile scorsi, a Torre Maura e ancora a Casal Bruciato.

FRA SGOMBERI E CENSIMENTI (ILLEGALI)

Nel 2010, in piena “emergenza rom” dichiarata dall’allora Governo, si tentò di fare un censimento: di fatto avvenne “solo” a Roma e a Napoli, “perché poi – spiega Stasolla – facemmo ricorso e riuscimmo a bloccarlo”. Un “censimento dei rom” nella pratica consiste nel fatto che “membri delle forze dell’ordine vanno in un campo, le persone vengono portate nell’Ufficio stranieri della Questura (anche se parte di loro sono cittadini italiani!), gli vengono prese le impronte digitali, anche se non hanno commesso reati, l’altezza, eventuali tatuaggi: insomma, si tratta di una vera e propria schedatura su base etnica”. Discorso simile, in termini di gravità, avviene per quanto riguarda gli sgomberi forzati (quasi 200 nel solo 2018 in Italia, chiamati sempre più spesso con un termine orribile, “bonifiche”) delle cosiddette “baraccopoli informali”. “Lo sgombero di per sé non è illegale – sono ancora sue parole -, ma il problema è che viene sempre messo in atto in modo illegale e incostituzionale. Innanzitutto, il Comune inizia col togliere l’acqua, la luce, come ad esempio è successo l’estate scorsa al Camping River di Roma. Inoltre, non vengono mai rispettati criteri quali “il preavviso in tempi congrui alle persone interessate, il fatto che non avvenga di notte o in condizioni metereologiche avverse, che vi sia la possibilità di fare ricorso (nessuno lo fa, perché è una sfida impari col Comune, che, tra l’altro, può usare anche possibili ritorsioni), che siano presenti rappresentanti istituzionali e che vi siano per i baraccati alternative abitative adeguate”. Inoltre, “non viene data alle persone la possibilità di portar via con sé gli effetti personali, e si intima loro di non tornare nel campo per prenderli, con la minaccia di togliergli i figli”. Lo sgombero “avviene sempre la mattina molto presto, con le ruspe, alla presenza di un assistente sociale che propone alle donne e ai bambini di andare in case di accoglienza, lasciando i maschi per strada. Chiaramente – ha proseguito Stasolla – nessuno accetta di dividersi dai propri cari, così il Comune può dichiarare che gli abitanti del campo hanno rifiutato l’offerta abitativa alternativa. Il tutto non considerando che da un giorno all’altro i bambini non potranno più andare nella loro scuola, e le donne lasciare il lavoro. Ma ogni violazione del diritto contro qualcuno, statene certi – è il monito di Stasolla -, porta poi sempre a violazioni del diritto nei confronti di qualcun altro: quindi nessuno si può sentire al sicuro, o rimanere indifferente, davanti a tutto ciò”. La sicurezza, invece, si è avviato a concludere il relatore, “si ottiene con l’inclusione, cioè togliendo le persone dalla marginalità e dal degrado. Lo Stato ha il dovere di dare a tutti un alloggio adeguato”.

Il Papa ai rom: “soffro con voi, la strada è la fratellanza”

“Quando leggo sul giornale qualcosa di brutto, vi dico la verità, soffro. Oggi ho letto qualcosa di brutto e soffro, perché questa non è civiltà, non è civiltà. L’amore è la civiltà, perciò avanti con l’amore”. Sono alcune delle parole pronunciate dal Santo Padre il 9 maggio nella Sala Regia in Vaticano nell’incontro con 500 persone rom e sinti. Poco dopo, il Pontefice ha incontrato e salutato (in privato nella sagrestia della Basilica di San Giovanni in Laterano, foto sopra) la famiglia rom al centro delle proteste per l’assegnazione di una casa popolare a Casal Bruciato. Nel primo dei due incontri, il Papa, dopo aver ascoltato alcune testimonianze, ha detto che il vero problema, prima di essere politico e sociale, è legato ad una distanza: “è questo il problema di oggi. Se voi mi dite che è un problema politico, un problema sociale, che è un problema culturale, un problema di lingua: sono cose secondarie. Il problema è un problema di distanza tra la mente e il cuore. “i veri cittadini di seconda classe sono quelli che scartano la gente: questi sono di seconda classe, perché non sanno abbracciare”, “buttano fuori, scartano, e vivono scartando, vivono con la scopa in mano buttando fuori gli altri, o con il chiacchiericcio o con altre cose. Invece la vera strada è quella della fratellanza”. “Voi andate avanti con la dignità, con il lavoro…”, ha detto poi. “E quando si vedono le difficoltà, guardate in alto e troverete che lì ci stanno guardando. Ti guarda. C’è Uno che ti guarda prima, che ti vuole bene, Uno che ha dovuto vivere ai margini, da bambino, per salvare la vita, nascosto, profugo: Uno che ha sofferto per te, che ha dato la vita sulla croce”. Fra le testimonianze, quella di don Cristian Di Silvio, uno zingaro diventato sacerdote, e quelle di tre madri in rappresentanza di un gruppo più ampio di donne rom che vivono in una zona periferica di Roma: “non è facile – hanno detto – trovare un lavoro che assicuri dignità e sostentamento economico”. “Discorsi di odio, ma anche azioni violente sono in costante aumento”. Ci sono poi altre problematiche, hanno aggiunto, legate ad “alloggi non adeguati”, a “sgomberi forzati organizzati dalle autorità in assenza di alternative adeguate”. Ma nonostante ciò, “guardiamo però al futuro con speranza”. Prima delle testimonianze, è intervenuto il presidente CEI card. Gualtiero Bassetti. Infine, ricordiamo che il santo patrono della popolazione rom è il beato Zefirino Giménez Malla, terziario francescano, fucilato nel 1936 durante la Guerra civile spagnola e gettato in una fossa comune per aver difeso un prete e il suo Rosario.

“La diffidenza è radicata, ci vuole tempo, pazienza e ascolto”: la comunità dei sinti a Ferrara

Marta Ferrari, educatrice del progetto “Lacio Drom” per la comunità dei sinti nel Comune di Ferrara: “sono quasi tutti cattolici”

“Il mio compito è fatto principalmente di ascolto e sostegno, soprattutto ai bambini, per farli superare la paura e la diffidenza verso i gagé”. Gagé è il termine usato per indicare chiunque non appartenga all’universo romanì (comprendente rom, sinti e caminanti). A parlare a “la Voce” è Marta Ferrari, giovane psicologa, da tre anni impegnata per la cooperativa “Il Germoglio” come educatrice per il sostegno e l’inclusione dei sinti presenti nel Comune di Ferrara, con un occhio di riguardo ai minori, nel progetto “Lacio Drom”. “Mi occupo non solo dei sinti che vivono nel campo di via delle Bonifiche a Pontelagoscuro – ci spiega -, ma in particolare di loro, perché sono quelli maggiormente tagliati fuori dal contesto sociale, ad esempio dai trasporti pubblici, e i più colpiti dai media. Nel campo il mio impegno è fatto di sostegno, ascolto, di aiuto nei loro confronti per provare a elaborare le proprie emozioni, a vincere la radicata diffidenza verso i gagé. Da un po’ di tempo faccio anche sostegno a un bambino sinto di 7 anni, che frequenta la prima elementare”. Nella sua attività, Ferrari si interfaccia con mediatori comunali e assistenti sociali, lavorando su progetti di fuoriuscita dai campi, o su questioni specifiche. “I progetti riguardano ad esempio l’inserimento in ambiti educativi – prosegue -, la frequenza scolastica (più bassa della media), il cercare soprattutto di fare attività fuori dal campo, e di aiutare i minori a diventare autonomi dai genitori”. Riguardo alla diffidenza verso i gagé, il motivo è radicato in una storia fatta di persecuzioni e discriminazioni subite. “A volte i genitori – prosegue Ferrari -, ad esempio, fanno molta fatica a fidarsi a far prendere ai propri bambini il pulmino per andare a scuola. Vivono oggettivamente in un contesto molto difficile, la società ha perlopiù un’idea negativa di loro, e quindi si convincono che nessuno o quasi li accetti. Ciò li porta ad avere spesso stati di ansia, a soffrire di depressione, di attacchi di panico abbastanza frequenti, tanto gli adulti quanto i bambini”. La cosa che forse non molti sanno, o pensano improbabile, è che i sinti presenti nel nostro Comune sono tutti cittadini italiani e vivono a Ferrara, o comunque in Italia, da diverse generazioni. Fino ad alcuni decenni fa, i loro avi erano giostrai o allevatori di cavalli, oppure raccoglievano il ferro. Nessuno di loro vive di elemosina fatta per strada, due lavorano (uno dei due in un’azienda di Casaglia), un altro fa l’autista per portare i bambini a scuola, attualmente un uomo e una donna svolgono un tirocinio. I loro matrimoni durano tutta la vita, è difficile che si separino una volta “sposati” (solitamente si “sposano” informalmente). “Sono quasi tutti cattolici – prosegue Ferrari -, i loro battesimi e funerali avvengono nella vicina chiesa di Pontelagoscuro, alla presenza anche di parenti da altre città, e, per il battesimo, realizzano un abito tipico per l’occasione. A volte – sono ancora sue parole -, nella parrocchia di Pontelagoscuro guidata da don Silvano Bedin, partecipano, insieme a stranieri, a corsi di italiano o geografia, o a corsi per aiutarli a fare i quiz per prendere la patente”. Inoltre, ogni anno si fa la festa di Natale, di solito al campo, ma l’anno scorso fuori, al centro giovanile “L’Urlo”. “Dei sinti, erano presenti i bambini e le bambine, qualche mamma, nessun adolescente. Oppure, ad esempio, a volte li portiamo in piscina, o lo scorso settembre li abbiamo accompagnati a uno spettacolo in Sala Estense in occasione di ‘FEsta in Pace’ ”. Essendo percentualmente pochi coloro che vivono fuori dal campo, le chiediamo quanti, dall’inizio del progetto “Lacio Drom”, sono andati a vivere altrove: “in vent’anni all’incirca una ventina di persone dal campo di via delle Bonifiche è andata a vivere in un alloggio diverso, o comprandolo o facendo domanda per entrare nelle graduatorie per le case popolari. Solitamente, una parte degli abitanti del campo esprime il desiderio di vivere fuori dal campo, ma per la maggior parte di loro è la paura e la diffidenza nei confronti dei gagé a vincere. Gli stessi genitori, per esempio, a scuola, fanno fatica a relazionarsi con gli altri genitori, spesso non vanno ai ricevimenti dagli insegnanti”. “Da loro, per motivi comprensibili”, accennati sopra, “non si può aspettare che da un giorno all’altro abbiano un cambiamento netto”, conclude l’educatrice. “Ci vuole tempo, pazienza, costanza e grande capacità di ascolto”. Solo così si può guadagnare la loro fiducia, e loro la nostra.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 17 maggio 2019

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“Non siamo criminali, la nostra è un’obbedienza morale”

13 Mag

Cecilia Strada (Mediterranea) e Claudia Vago (Finanza Etica) lo scorso 6 maggio sono intervenute nello Spazio Grisù di Ferrara per parlare del progetto che continua a salvare vite umane nel Mar Mediterraneo

cecilia strada“Prima, quando salvavamo vite, eravamo chiamati ‘angeli’. Poi siamo diventati ‘criminali’, ‘scafisti’, ‘amici dei terroristi’ ”. Con questa punta d’amarezza Cecilia Strada ha concluso il proprio intervento a Ferrara. Il 6 maggio scorso, nel tardo pomeriggio, presso lo Spazio Grisù in via Poledrelli, 21, si è svolto un incontro pubblico organizzato dal Gad – Gruppo Anti Discriminazioni con lei, ex presidente di Emergency, a rappresentare la piattaforma “Mediterranea”, e Claudia Vago di Finanza Etica, la Fondazione di Banca Etica, per parlare proprio del progetto “Mediterranea Saving Humans”. L’incontro, moderato da Marco Zavagli, direttore di Estense.com, ha visto, a seguire, presso l’attigua Hangar Birrerie, una cena di finanziamento del progetto. La serata, con più di 100 persone presenti, ha permesso di raccogliere oltre 650 euro. Quella pronunciata da Cecilia Strada è stata l’ennesima, ma sempre necessaria, denuncia di ciò che avviene nel Mar Mediterraneo, utile a spiegare il perché esiste “Mediterranea”: “la criminalizzazione delle ong che compivano salvataggi – ha spiegato – ha portato al fatto che le loro navi non presidiassero più il mare. Risultato: gli arrivi dalla Libia continuano (non si sono fermati come qualcuno ha detto, ndr) e le persone muoiono in mare perché non c’è più nessuno che le soccorre. Gli sbarchi, certo, sono diminuiti. Ma il tragico motivo è proprio questo. 1 persona su 10 muore cercando di attraversare il mare, prima era 1 su 40”, ha poi spiegato. Negli stessi giorni su Twitter Charlie Yaxley, portavoce dell’Unhcr per l’Africa e il Mediterraneo, ha fornito cifre ancora più tragiche: “nel 2019, una persona ogni tre ha perso la vita nel tentativo di arrivare in Europa lungo la rotta dalla Libia”, ha scritto. “Mediterranea – sono ancora sue parole – nasce quindi per cercare di soccorrere queste persone e, quando non riesce, perlomeno di denunciarne la loro scomparsa, che non avviene per disastri naturali inevitabili. Sempre nuove realtà continuano ad aggiungersi alla nostra piattaforma”, sempre più collaboratori e testimoni di chi racconta gli orrori subiti in prima persona, da famigliari, amici, “persone, ad esempio, che ci hanno spiegato come 2, 3, o 4 volte hanno tentato di attraversare il mare per arrivare in Europa, ogni volta catturate, riportate in Libia e torturate”. “Siamo disobbedienti, perché pensiamo che disobbedire sia giusto quando si va contro leggi ingiuste, si tratta di disobbedienza alla criminalizzazione delle ONG, di chi scappa da guerre e violenze. Al tempo stesso è un’obbedienza alla Convenzione di Amburgo (sulla ricerca e il salvataggio marittimo siglata nel 1979, entrata in vigore nel 1985, ndr), ai Trattati internazionali, alla Costituzione italiana: la nostra è la nave dei super-obbedienti, di un’obbedienza morale”. Un pensiero Cecilia Strada l’ha dedicato anche a don Mattia Ferrari (da noi intervistato su “la Voce” del 10 maggio scorso), sacerdote modenese salito per alcuni giorni sulla nave “Mar Jonio” di “Mediterranea”: “con lui condivido l’idea che la Chiesa debba stare tra gli ultimi. Stiamo andando nella stessa direzione – atei, agnostici e cattolici, o persone di diversa ispirazione politica -, perciò facciamo un pezzo di strada assieme. A bordo, tra l’altro, c’è anche il figlio del Ministro Tria”.

claudia vago“La nostra Fondazione si occupa delle ricadute non economiche di operazioni economiche, quindi delle ricadute sociali, di uguaglianza, rispetto dei diritti umani, contro il razzismo e le diverse forme di esclusione, contro la produzione e vendita di armi, il gioco d’azzardo e molto altro”. Così ha iniziato invece il proprio intervento Claudia Vago. “La Banca legata alla nostra Fondazione ha finanziato con un fido di 465mila euro il progetto Mediterranea, tramite ‘Ya Basta’ di Bologna”. ’Mediterranea’ da tempo ha attivato un crowfunding (raccolta fondi) con un obiettivo di 700mila euro, praticamente raggiunto. “Ora, certo, servono altri finanziamenti per far andare avanti il progetto. Con Banca Etica stiamo discutendo per un altro fido. Forse Mediterranea in futuro si trasformerà in Fondazione o assumerà comunque un’altra forma”. Di sicuro, c’è sempre bisogno che Mediterranea venga supportata: lo scorso 10 maggio ha salvato 30 naufraghi, prima di arrivare a Lampedusa, dove il giorno dopo è stata sequestrata dalla Guardia di Finanza.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 17 maggio 2019

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Un libro tutto da ridere per “riportare il calcio alla sua fanciullezza”

13 Mag

“La calzetta dello sport: Scortichino contro Mìlion”, realizzato dal ferrarese Giovanni Calza e da Andrea Princivalli, è stato presentato il 12 maggio alla Fiera del Libro di Torino

CALZETTA copertina DEFE’ un libro “storico”, per “nostalgici”, ma anche per bambini e adolescenti, un volume un po’ libro, un po’ giornale, fra racconto e fumetto, che chiunque sappia ancora divertirsi di gusto, può apprezzare. Si intitola “La calzetta dello sport: Scortichino contro Mìlion” il volume realizzato dal ferrarese Giovanni Calza e da Andrea Princivalli, creativo a tutto tondo originario del trevigiano. Calza, scrittore e compositore, lo scorso 14 dicembre ha ricevuto il primo premio nella sezione “Musica” per il concorso nazionale “Salva la tua lingua locale”, riconoscimento assegnatogli in Campidoglio a Roma. Dopo aver scritto libri per bambini e diversi in dialetto e sulla “ferraresità” (tra cui “Maiàl…!: bio-dizionario essenziale del dialetto ferrarese” e “T’arcordat? Parole ambienti espressioni di una civiltà. Primo dizionario illustrato di dialetto ferrarese”), nel 2014 ha deciso di raccontare la sua terra, col suo vernacolo, in musica. Il fumetto “La calzetta dello sport” – strutturato come un vero e proprio giornale sportivo, a volte con le pagine divise in colonne -, si immagina una sfida tanto “epica” quanto surreale, una spassosissima partita di calcio fra la compagine dello Scortichino e il Mìlion, che sarebbe quel fantastico Milan guidato da Arrigo Sacchi, che nei primi anni ’90 aveva ben pochi concorrenti. Il libro, edito da Albatros Il Filo e distribuito dalle Messaggerie Libri, è stato presentato lo scorso 12 maggio alla Fiera del Libro di Torino. Prossimamente verrà presentato anche nelle kermesse letterarie di Milano, Roma e Francoforte. “Nato circa vent’anni fa – spiega Calza a “la Voce” -, mi è stato fortemente ispirato dal programma televisivo ‘Mai dire gol’, mi divertiva molto sentire il modo con cui raccontavano il calcio. Ho fantasticato sulla squadra più forte di quegli anni, il Milan di Sacchi, che ammiravo molto, nonostante sia da sempre juventino. Ricordo Maldini, Baresi, i tre olandesi…allora il nome ‘Milan’ l’ho trasformato, prima in ‘milioni’, poi in ‘Mìlion’ ”. Storpiando nomi esistenti o inventandoli di sana pianta, ogni giocatore, allenatore, persino l’arbitro, così come anche i luoghi, assumono un’aria giocosa, surreale, assurda e ironica, ricordando i fumetti di Topolino. Al centro del libro di Calza e Princivalli, vi è la disputa della finale di “Coppa dei calcioni”, con un pubblico – giocandosi in Islanda – composto interamente da rappresentanti della fauna locale, come foche o renne. “Scortichino, poi – ci spiega ancora – è un nome che di per sè fa sorridere”, da qui nasce l’idea di usare il nome “Scortichino Scarpon Club”, composto da “personaggi stranissimi e bizzarri”, come i nomi delle tattiche di gioco, “del pesce in barile, o del nido d’ape”, solo per citarne due. L’amicizia con Princivalli, invece, “nasce nei primi anni ’90 quando ancora insegnavo vicino a Treviso, e lui era studente all’ultimo anno del Liceo artistico”. Ora, invece, è un creativo affermato: dopo la laurea all’Accademia di Belle Arti di Venezia, ha realizzato numerosi video d’animazione sperimentali e videoclip, brevi spot per l’Unicef, per Fabbrica e per Mtv Usa, e suoi brevi jingle compaiono nella trasmissione “DoReCiakGulp” del noto giornalista Vincenzo Mollica. Collabora inoltre con la Kinder Ferrero per l’invenzione di personaggi e storie per gli “ovetti”. “La calzetta dello sport” ha anche un intento più “profondo”, se così si può dire: “è un libro alternativo”, ci spiega ancora Calza. “È una lettura scopiettante, piena di frizzi, giocosa, ma che al tempo stesso cerca di tracciare una nuova pista, volendo cioè sfatare il mito del gioco calcio, troppo spesso accompagnato da frustrazione, tristezza, odio ed eccessiva competizione. In questo libro si gioca al gioco del calcio, vogliamo riportare il calcio alla sua fanciullezza”. Parte del ricavato dalla vendita del libro sarà destinato alla realizzazione e al sostegno dei laboratori solidali di scrittura LetterariaMente.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 17 maggio 2019

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