“Ogni porta è sprangata” il titolo del romanzo d’esordio del giovane Antonio Susinna
di Andrea Musacci
Sta forse nella natura delle cose il fluire e inabissarsi all’orizzonte, lasciando al tempo l’incarico di sostituirle. Ma ogni flutto lascia un solco indelebile. Così è stato anche per la pandemia Covid scoppiata tra fine 2019 e inizio 2020. A 5 anni dal suo sorgere, quasi non se ne parla più ma nelle zone d’ombra delle nostre vite mai se ne andrà la traccia di quel dramma collettivo. Antonio Susinna, 27enne ferrarese, affronta proprio quei primi mesi del 2020 nel suo romanzo d’esordio, “Ogni porta è sprangata” (Affiori, Giulio Perrone ed., 2024, euro 20).
Protagonista è una ragazza senza nome, studentessa fuori sede di Lettere all’Università di Ferrara, «esilissima», solitaria e antiretorica, sofferente di depressione e preda di ricorrenti attacchi di panico. E originaria di una piccola località (Codogno?) dove vive il “paziente 1”. Per la giovane, il mondo è «insipido», al massimo ne riceve il racconto da altri, di cui perlopiù subisce lo sguardo. «Si lasciò agire», scrive Susinna a un certo punto. Dal mondo là fuori, la divide sempre un «velo opaco», per lei è naturale «racchiudere» in una “campana di vetro” (come il libro di Sylvia Plath citato in uno dei flashback) la propria vita, appartarsi nello spazio domestico, non “abitarlo”. Delimitare il proprio mondo per illusoriamente custodirlo da quello assurdo, spesso insostenibile, all’esterno, rimanendo «vicina al bordo» di un confine innanzitutto interiore, esorcizzando con gli anonimi riti dell’usuale i non anonimi volti e corpi “minacciosi” oltre la soglia.
Inerte e intorpidita è dunque la protagonista, estranea anche al proprio corpo, refrattaria a ogni forma di vero radicamento. Il racconto gocciola con cadenza quasi impercettibile, rischiando di diventare straniante anche allo stesso lettore. Solo il livellamento emergenziale le permetterà di «amalgamarsi alla folla liquida». Ma rimane il rischio del perpetuo rimpianto, dell’«avrei potuto», come nel flashback del suo primo bacio – anch’esso subìto -, che a sua volta sembra richiamare il racconto “Un caso pietoso” di James Joyce.
Per contro, ricorre – e incombe – il sangue che è vita, «vita che non osai chiedere e fu» (M. Luzi), ineluttabile. Come la gatta che si affaccia al davanzale della finestra del suo monolocale ferrarese e che lei, gradualmente, accoglie nella propria vita. Gatta che è l’intruso, lo straniero: da una parte, proiezione del di lei desiderio; dall’altra, anticipatrice di altro, segno che rimanda a un infante, a un figlio. Figlio – non a caso di una donna di nome Miriam – che aprirà alla vita la protagonista, permettendole di potersi nominare, di trovare un’identità, di rinascere nel respiro che è spirito.
Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 20 dicembre 2024
Transumanesimo e postumano sono già realtà: ecco perché
Nello scorso numero della “Voce” abbiamo trattato il tema della disforia di genere nei giovani e giovanissimi, con tutte le nefaste conseguenze di un’ideologia che ne promuove una concezione distorta, antiscientifica e antiumana. Per riflettere, ci siamo basati sul contributo di Stefano Dal Maso e Fulvia Signani presente nel volume curato da quest’ultima, “Potenziare la Gender Medicine. I saperi necessari” (Mimesis ed., Collana UniFestum, n. XX, 2024). Ora, rifacendoci alle riflessioni della Signani nello stesso libro, cerchiamo di allargare ulteriormente lo sguardo inserendo la denuncia della manipolazione delle menti e dei corpi dei giovani e dei giovanissimi dentro il più ampio discorso sul transumanesimo e sul postumano teorizzato in Italia dalla filosofa Rosi Braidotti.
Gli obiettivi di questa ideologia sono chiari e si esprimono nelle teorie transfemministe e postgenderiste: «estendere la procreazione medicalmente assistita a tutte e tutti; legalizzare l’utero in affitto; gravidanze transumane e una piena accettazione degli uteri artificiali»; e ancora: «cancellare la funzione procreativa della donna, espropriarla dalla procreazione e occuparne gli spazi sociali e biologici, cancellare – anche mediaticamente – la figura della “madre” (si nasce disinvoltamente da due madri o da due padri), promuovere l’applicazione di miglioramenti genetici, in pratica, la tanto deprecata (in passato) eugenetica». Così, si auspica per la specie umana «l’eliminazione del genere biologico e psicologico involontario, attraverso l’applicazione di neurotecnologie, biotecnologie e tecnologie riproduttive. Entrando nel merito della riproduzione assistita – prosegue Signani -, i postgenderisti valutano che consentirà agli individui di qualsiasi sesso di riprodursi in tutte le combinazioni a loro scelta, con o senza “madri” e “padri”, e gli uteri biologici non saranno più necessari per la riproduzione». Già 30 anni fa Donna Haraway, femminista USA, proponeva il concetto di «simbionte», cioè di «un essere in cui le parti biologiche e artificiali convivono, interagendo tra loro e con l’ambiente».
Il noto sociologo e filosofo francese Edgar Morin ha espresso «profonde preoccupazioni riguardo al transumanesimo, che definisce promessa inquietante di superamento dell’umano attraverso la tecnologia, che rischia di disumanizzare la nostra essenza più profonda. Il transumanesimo perseguendo il potenziamento umano e la ricetta per l’immortalità, potrebbe farci perdere di vista ciò che significa essere veramente umani. La sfida del transumanesimo non è solo tecnologica, ma soprattutto etica: come potremo mantenere la nostra umanità in un mondo sempre più dominato dalle macchine?».
Silvia Guerini e Costantino Ragusa nel loro studio “I figli della macchina. Biotecnologie, riproduzione artificiale ed eugenetica” (Asterios, Trieste, 2023) dimostrano inoltre come «le aziende transnazionali e le élite finanziarie sono concentrate sulla Grande Trasformazione cibernetica e biotecnologica, riducendo il ruolo dell’etica. Questo si evidenzia nell’integrazione dell’ingegneria genetica e delle tecnologie di riproduzione artificiali in un unico progetto di riprogettazione e manipolazione del DNA degli esseri viventi», scrive Signani. «Si prefigura una società geneticamente programmata, caratterizzata da una selezione eugenetica e da una crescente artificializzazione della nascita umana. Le tecnoscienze mirano a sostituire la natura con un ecosistema sintetico gestibile e riprogettato dai tecnici attraverso terminali tecnologici, anticipando una società dove ogni aspetto della vita è gestito secondo dettami tecnici, dall’inizio alla fine. Gli Autori trattano quindi anche delle tecniche di fecondazione assistita che aumentano significativamente il rischio di numerose patologie, inclusi tumori, rispetto alla concezione naturale». Queste tecniche «non sono terapeutiche per l’infertilità (non solo, il tema dell’aiuto per l’infertilità è stato un “cavallo di troia”), ma sono state sviluppate – affermano – per progettare esseri umani con caratteristiche specifiche, attraverso diagnosi preimpianto e selezione embrionale. Le tecniche promuovono la completa separazione tra sessualità e procreazione».
Di certo, la battaglia contro questi abomini è molto concreta e anche politica: il Parlamento Europeo il 12 settembre 2023 ha approvato in prima istanza una proposta di Regolamento sugli Standard di qualità e sicurezza delle sostanze di origine umana destinate all’applicazione sull’uomo (o Regolamento SoHO) «che equipara gli embrioni umani a cellule e tessuti, definendoli “sostanze di origine umana”, e apre le porte all’eugenetica e agli usi industriali, nonostante l’allarme lanciato da varie organizzazioni di esperti. Ufficialmente lo scopo delle nuove misure sarebbe di “tutelare maggiormente i cittadini che donano o vengono trattati con sangue, tessuti o cellule”. In realtà il regolamento autorizza il libero mercato di embrioni, feti e gameti umani, che, si noti bene, sono inclusi nelle categorie di tessuti e cellule».
È, questa, la sfida che ci troviamo davanti oggi. Non si tratta solo di deprecabili teorie ma di atti politici concreti. Con conseguenze inimmaginabili sul futuro dell’umanità.
Andrea Musacci
Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 20 dicembre 2024
Il nuovo libro di Simonetta Sandra Maestri (con prefazione di don Andrea Zerbini) indaga, tra il 1609 e il 1768, l’opera educativa e spirituale in Sud America
Si intitola “Gesuiti e missioni in Paraguay (1609-1768). Evangelizzazione ed educazione dei guaraní” il nuovo libro di Simonetta Sandra Maestri, con prefazione di don Andrea Zerbini, Moderatore dell’Unità Pastorale Borgovado ed ex Direttore del nostro Centro Missionario diocesano. Il libro è stato presentato lo scorso 21 novembre in Biblioteca Ariostea a Ferrara e Maestri ne ha inviato copia al Santo Padre Francesco il quale, tramite la Segreteria di Stato, le ha risposto in tempi brevi con un ringraziamento e la Benedizione Apostolica.
L’autrice è stata Cultrice della materia a UniFe, docente alle Superiori e oggi fa parte della Redazione della rivista letteraria “L’Ippogrifo”, del Direttivo del Gruppo Scrittori Ferraresi, ed è Presidente dell’Associazione di promozione sociale “Baffo John Potter”.
AUTONOMIA E OBBEDIENZA
L’elezione a Pontefice del gesuita Jorge Mario Bergoglio – scrive nel libro – ha «incentivato ancor più il mio desiderio di rivedere e pubblicare uno studio affrontato negli anni ‘93/’94 in occasione della mia tesi di laurea in Pedagogia», relatore il prof. Carlo Pancera. Ricca la bibliografia utilizzata, con testi conservati in archivi, biblioteche e presso la Casa Madre dei Gesuiti per consultare la Litterae Annuae, lettere che i missionari da oltreoceano inviavano a Roma per la rendicontazione ai loro superiori. Di particolare importanza e utilità nel suo studio, un manoscritto spagnolo del XVIII secolo custodito presso la Biblioteca Ariostea di Ferrara, l’Exacta relación de las missiones del Paraguay, «scritta da chi ha vissuto direttamente l’esperienza e, una volta espulso dal Paraguay, è stato mandato nello Stato pontificio». Da questo studio – spiega – «è emersa una pedagogia gesuitica nella quale convivono il rigore delle regole e dell’obbedienza, l’autonomia e la flessibilità degli esercizi spirituali, voluti dal fondatore della Compagnia di Gesù Sant’Ignazio di Loyola nel 1534. Un umanesimo ignaziano in cui il missionario sa aprirsi alla popolazione indigena guaranì».
MISSIONARI, UNO STILE DIVERSO
Tra la fine del XV e la metà del XVI secolo la Spagna e il Portogallo dettero avvio alla conquista e alla colonizzazione del continente americano recentemente scoperto: «da un lato – scrive Maestri – l’Europa esporta in Sud America i propri strumenti e modelli culturali, mentre dall’altro lato il contatto con il nuovo continente si traduce in occasione di sperimentazione di nuove forme di governo e di rinnovamento dell’Europa stessa». Questo processo riguarda soprattutto il Paraguay. «Alla conquista delle armi succede la conquista spirituale che, oltre al ruolo evangelizzatore, assume il compito di formulare nuovi strumenti di comunicazione e di omogeneizzazione della società indigena». I gesuiti avranno il monopolio sul Paraguay, dove daranno vita a collegi urbani, riduzioni (i nuovi villaggi creati dai missionari in cui gli indigeni vivevano in pace assieme ad altri gruppi), Università e centri di cultura, «assumendosi la tutela e la difesa degli indios dagli effetti devastanti della colonizzazione». Nelle riduzioni paraguiane «è certamente la Compagnia di Gesù che conduce il dialogo, ma il modello che esporta si coniuga con una pluralità di modelli (…). In pratica, accanto al disegno progettuale dirigisticamente perseguito, si instaura anche una sorta di processo osmotico, una dialettica tra le due culture». «Le riduzioni gesuitiche si proponevano per la trasformazione della società indigena e lavoravano per dare stabilità e continuità a questo processo», commenta don Zerbini nella Prefazione. «L’ambizione era di ricondurre un popolo bambino e indigente a una collettività urbana, strutturata come città educante capace di generare una cittadinanza laboriosa. Un nuovo modello sociale aperto all’autonomia e fondato sui diritti dell’altro (…). Ne risultò un modello poliedrico i cui elementi costitutivi erano radicati nell’umanesimo cristiano e recepivano, integrandoli, gli aspetti comunitari-collettivi mutuati dalla cultura incaica dei nativi».
Andrea Musacci
Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 6 dicembre 2024
“EVITAmia. Il tango di Eva Perón” è il volume di Michele Balboni con contributi, fra gli altri, di mons. Gian Carlo Perego e di Elsa Osorio, scrittrice argentina di fama internazionale
È in uscita in questi giorni il libro “EVITAmia. Il tango di Eva Perón” (Ed. La Carmelina) di Michele Balboni, ex dirigente di ACFT, AMI, AFM – Farmacie Comunali e appassionato tanguero. Il volume – che verrà presentato il 15 novembre alle ore 17 a Palazzo Roverella, Ferrara – vede anche i contributi di mons. Gian Carlo Perego, Patrizio Bianchi, Francesca Capossele, Elba de Vita e Riccardo Modestino. Evita Perón (al secolo María Eva Duarte) nasce nel 1919 in provincia di Buenos Aires. Orfana di padre a 8 anni, a 15 lascia la famiglia per diventare attrice. Sindacalista, nel ‘45 sposa Juan Domingo Perón, allora Ministro del lavoro, più anziano di oltre 25 anni, dal ’46 al ’55 e dal ’73 al ‘74 Presidente dell’Argentina. Evita muore nel ‘52 a 33 anni: è stata una delle prime donne a fare politica e a intervenire a raduni di massa in Argentina.
Per Balboni, un personaggio politico difficile da catalogare come di destra o di sinistra: ciò che importa è «che Evita ci parlava davvero con i derelitti, i poveri, gli emarginati; con tutti coloro verso i quali l’attuale Sinistra, in tutto il mondo, non solo in Italia, fa fatica a comprendersi. E non si dica che Evita “comprava” a suon di regali tramite la sua Fondazione il consenso di costoro. Perché l’assenso e il voto si possono acquisire con carezze e prebende varie, ma non così l’affetto delle persone, se non il loro amore. Non furono in ogni caso carezze virtuali né prebende lievi ciò che Eva Duarte de Perón, Evita al momento dell’azione, realizzò in poco più di sei anni di informale ma forte potere», prosegue Balboni nel libro: «crescita delle Organizzazioni Sindacali e tutela dei lavoratori, voto femminile, assistenza sociale, incremento della scolarizzazione, lotta alla povertà. Citando così solo i titoli delle sue attività, perlopiù realizzate tramite la Fondazione Eva Perón». Per Evita – sono ancora parole di Balboni – ciò che conta sono «le relazioni personali piuttosto che le procedure e le regole, che possono diventare burocrazia». “Sono cristiana perché sono cattolica – disse lei stessa -, pratico la mia religione come posso e credo fermamente che il primo comandamento sia quello dell’amore”.
Osorio: «oggi il potere in Argentina odia i deboli»
Essenza, questa di Evita, ben colta anche nella Prefazione da Elsa Osorio, scrittrice argentina di fama internazionale: «Evita abbracciava gli indifesi, i deboli, le “piccole teste nere”, i grasitas», scrive. «Era il ponte tra Perón e il suo popolo, l’abbraccio tra Perón e la sua gente, Perón e le sue leggi sociali, così importanti. Evita ha abbracciato gli indifesi, e oggi il potere in Argentina odia i deboli, i poveri, odia tutto e tutti, tutti quelli che non sono quell’uno per cento, odia persino il suo Paese e si fa vanto di questo. E in questo contesto, Evita, per l’immaginario collettivo, oggi, che cosa sarebbe? Forse quell’onda crescente di rifiuto che io vedo crescere con speranza».
Mons. Perego: «Evita e l’impegno per i poveri»
«Il sogno di giustizia sociale di Evita, donna che ha amato i poveri, è infranto contro i carri armati e un nuovo corso della politica che al centro mette la violenza – con il dramma dei desaparesidos – e la finanza, la speculazione che porteranno nel baratro l’Argentina». Così scrive il nostro Arcivescovo in un passaggio del suo intervento. «Continua, però, l’impegno della Chiesa per i poveri in Argentina che vedrà al soglio pontificio con il nome di Francesco un argentino di origini italiane, Jorge Bergoglio, tra l’altro accusato di peronismo per il suo impegno per i poveri e la giustizia animato dal Vangelo. In lui e nella Chiesa, in qualche modo, continua il sogno di Evita e l’opera della sua Fondazione che oggi vive attraverso le opere della Caritas, l’organismo pastorale della Chiesa che in ogni angolo del mondo lavora a favore dei più poveri, degli sfruttati coniugando carità e giustizia. La carità non si spegne mai e fa incontrare “gli uomini di buona volontà”».
Andrea Musacci
Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” dell’8 novembre 2024
“Sulla porta del mondo. Storie di emigranti italiani” è il libro dello scrittore ferrarese Luigi Dal Cin con le vicende di tanti nostri connazionali partiti per necessità. Lo abbiamo intervistato: «così, grazie soprattutto alla scuola, può cambiare lo sguardo verso chi oggi arriva nel nostro Paese»
a cura di Andrea Musacci
Raccontare cento, mille storie di viaggi, di partenze, prendendo le mosse da una soffitta. Qui, Luigi dal Cin (foto), scrittore e docente ferrarese, trova una vecchia valigia di cartone, nell’immaginario collettivo simbolo, tra XIX e XX secolo, della miseria di tanti nostri connazionali e al tempo stesso di un forte desiderio di riscatto. Le loro vicende, Dal Cin le ha raccolte nel libro “Sulla porta del mondo. Storie di emigranti italiani”, edito alcuni mesi fa da “Terre di mezzo”, con illustrazioni di Cristiano Lissoni e pubblicato in collaborazione con la Fondazione Migrantes.
I drammi non si contano: sono quelli della povertà e della mancanza di futuro nei paesi e nelle città italiane, fino a quelli nei Paesi dove, invece, in tanti speravano di trovare benessere, perlomeno una vita dignitosa. Spesso, invece, i nostri immigrati saranno costretti a compiere veri e propri viaggi della fortuna (quella che i marchigiani chiamano il passàgghju, cioè la traversata), a vivere in baracche di legno, a svolgere lavori disumani, senza diritti, lontani dagli affetti. Dal Cin, ad esempio, racconta degli operai friulani che lavoravano a 50 gradi sottozero per la Transiberiana o, in Germania, ai “mercati dei bambini” trentini destinati a fare i servi nelle case di contadini benestanti. Ma anche nel dramma più nero, è possibile cogliere segni di bellezza: come quel pugno di terra modenese posta su quella cilena sopra la tomba di due modenesi sepolti a Capitan Pastene, località “italiana” in Cile. O segni di vita nuova: le storie di immigrati italiani divenuti famosi, come i salernitani Joe Petrosino, noto poliziotto a New York, e Francesco Matarazzo, imprenditore in Brasile. O da Viggiano, nel potentino, la storia dei Salvi, noti musicisti e costruttori di arpe, o quella dell’Editorial Maucci Hermanos dei toscani di Pontremoli (Massa-Carrara), a fine Ottocento la più nota casa editrice in Argentina.
Dal Cin, in che senso con questo libro intende «riportare le storie a casa»?
«“Riportare le storie a casa” credo sia il lavoro dello scrittore, sempre. Immaginare, costruire con cura, passo dopo passo, organizzare con metodo, scrivere, con attenzione, col fiato sospeso, cercare le parole giuste, con pazienza, svelarle, scartarle, sceglierle, e togliere, dubitare, cambiare, limare con passione, con amore: è un addomesticamento, un corteggiamento, un viaggio. Tutto questo per cosa? In fondo, per riportare ogni storia a casa sua. Quando mi sono immerso a descrivere il dolore e i sogni di chi è emigrato è per riportare quel dolore e quei sogni a casa loro».
Sono, quelle che scrive, storie di poveri, degli umili, degli sconfitti della Storia. Storia che, invece – concordo con lei -, è sempre scritta dai potenti. Il suo libro, dunque, in un senso alto e nobile, si può anche definire “politico”? Tante, ad esempio, sono le storie di lotte sindacali, come il massacro di minatori italiani in sciopero a Ludlow, nel Colorado, nel 1914…
«Credo di sì, il mio desiderio è che abbia la forza di incidere nel nostro sguardo. La scuola italiana è impegnata da tempo a valorizzare la cultura di chi arriva nelle nostre classi: per un’integrazione accogliente, credo sia utile portare l’attenzione anche all’altro piatto della bilancia, all’altra faccia. Perché non si può semplicemente chiedere ai nostri alunni “siate gentili con chi arriva”: la gentilezza non ama l’imperativo, così come il verbo “amare”, o il verbo “sognare”. Ma se si comprende che anche la nostra storia di italiani è fatta di generazioni che hanno vissuto la miseria e la fame e che, per sopravvivere e mantenere i figli, sono emigrate anche molto lontano, e che se i nostri alunni possono oggi acquisire a scuola strumenti per realizzare i propri sogni è anche grazie al viaggio, al coraggio e ai sacrifici di chi un tempo è emigrato: allora sì, forse, lo sguardo verso chi arriva può cambiare».
Le donne sono fra le protagoniste del suo libro. Spesso sono le più sfruttate fra gli sfruttati. Donne che han vissuto lutti indicibili ma che a volte sono state capaci, da questa esperienza, di conquistare un’indipendenza economica…
«Un’indipendenza economica e una libertà di pensiero. Così ci dice, ad esempio, la storia di Rosa Cavalleri, orfana, abbandonata, cresciuta nella miseria: una vita eroica di donna emersa, grazie alla scrittura del suo diario, dall’abisso di silenzio in cui sono immerse le altre storie di milioni di emigranti non identificati che sono approdati in America. Una storia universale di chi è riuscito a reinventarsi oltreoceano nonostante le miserie e le sofferenze, grazie a un ambiente più libero: “La povera gente del mio paese in Italia rideva, cantava e raccontava storie, ma aveva sempre paura. In America le persone ricche insegnano ai poveri a non avere paura, ma in Italia la povera gente non osava guardare in faccia i ricchi. Tutto quello che i poveri sapevano lo apprendevano l’uno dall’altro nei cortili, nelle stalle o alla fontana quando andavano a prendere l’acqua in piazza. E avevano sempre paura. In America ho imparato a non avere paura”».
E poi ci sono i bambini e i minori, come gli spazzacamini piemontesi: vittime spesso dimenticate di un mercato schiavista, trattati da subumani…
«Ho voluto far rivivere soprattutto le storie di coloro che erano considerati gli ultimi della società, le donne e i bambini appunto. Raccontava nel suo diario Gottardo Cavalli, l’ultimo bambino del villaggio di Intragna a lavorare come spazzacamitt: “Ridotti come talpe ad entrare in tutti i buchi dei camini, nelle caldaie delle macchine a vapore, nelle ciminiere, mal nutriti, costretti a cercare in ogni casa un pezzo di pane per sfamarsi. Un sacchetto di tela copriva la testa e veniva attorcigliato sotto il mento per resistere alla polvere. In una mano avevo la raspa, nell’altra lo scopino. Nessuno può immaginare quale impressione si può vivere racchiusi in un buco, tutto buio, salire a forza di gomiti e di ginocchia, dieci o venti centimetri per volta. Più il camino era stretto, più ti sentivi soffocare, t’arrivava addosso tutta la fuliggine, anche col sacco in testa dovevi respirare, non potevi scendere perché sotto c’è il padrone, cioè lo sfruttatore. Ancora oggi dopo cinquant’anni mi capita di sognare d’esser in un cunicolo stretto, buio, polveroso, con la testa avvolta in un sacco. Mi sembra d’asfissiare e mi sveglio”».
Nel libro racconta anche le storie di suoi famigliari immigrati: il nonno paterno Lorenzo emigrato prima in Australia e poi in Canada, la zia Wilma e il bisnonno materno emigrato in Argentina. Immagino, quindi, sia stato a maggior ragione molto forte l’impatto emotivo nello scovare tutte queste storie…
«Nel definire la cornice narrativa delle vicende ricavate dai documenti, non ho avuto dubbi sulla necessità di mettermi in gioco raccontando la verità della mia famiglia anziché una narrazione inventata. I giovani lettori pretendono dall’adulto, innanzitutto, onestà».
Tanti i parallelismi con le spesso tragiche migrazioni di oggi. La Storia – anche attraverso le storie come quelle nel suo libro – può ancora insegnarci qualcosa?
«Storie di emigrazione affiorano dagli album fotografici di ogni famiglia italiana, eppure si tratta di ricordi spesso collettivamente rimossi: per aiutarci a comprendere e sentire la realtà in cui viviamo, e poter quindi immaginare insieme una società del futuro, credo sia invece fondamentale che docenti e alunni si approprino di un’esaustiva narrazione della storia dell’emigrazione degli italiani nel mondo. Poi è un attimo percepire una connessione tra la nostra storia di emigranti e ogni migrazione dei nostri tempi. “Perché non c’era qualche donna dal cuore tenero che si prendesse pena di tante miserie, di tante lacrime?”, scriveva Ernestine Branche, emigrante valdostana, raccontando il suo sbarco a New York nel 1912, ventiduenne. “Erano considerati come dell’immondizia umana, e le grida continuavano senza tregua”».
“Sogni e avventure sull’Appennino”: i racconti d’esordio di Piero Ferraresi
La consueta vacanza estiva di un ragazzo con la famiglia nella casa di Lizzano in Belvedere, sull’Appennino bolognese, è il “contesto” per i tre racconti di formazione contenuti nel libro d’esordio di Piero Ferraresi, “Sogni e avventure sull’Appennino” (Este Edition, Ferrara, luglio 2024).
Un romanzo sulla formazione umana e spirituale di un giovane, Pierino, verso una maturità nell’Amore declinata nel «Noi» e nella «Cura». A un tempo, un’ascesi e uno sprofondare tra estasi e antri abissali, a strapiombo sul mistero orrido della morte, visione di terrore che solo Dio permette, tenendoci per mano.
Il «Bastone», che durante le escursioni infonde sicurezza a Pierino, è nel libro il primo elemento carico di aspetti fantastici e simbolici, scettro umile del viandante o “arma” biblica dei fratelli Mosè e Aronne. Bastone che lo condurrà alla sua meta: il Regno della «Grande Aquila», la «Regina delle montagne», che, unica, può «insegnargli il segreto del Volo». Pierino sogna, infatti, di librarsi libero, senza vincoli né pesi, «con il suo viso che veniva accarezzato da una brezza leggera», come quella udita dal profeta Elia.
Anche la «Sorgente» rivolgerà la parola a Pierino come fosse, quest’ultimo, il Dante della Divina Commedia: «Pierino, giusta è la via. / Da sempre, la Grande Aquila, / nel suo Regno t’attende». E ancora: «Con lei inizia il cammino infinito, / di chi cerca il sogno dell’Amore donato (…). Devi vincere la paura / e lo sconforto, suo degno consorte. / Se incontri le fiere non provocarle, / ma per la via prosegui dritto». Qui, non vi sono la lonza, il leone e la lupa ma, ad esempio, la vipera, animale che, forse non a caso, richiama il libro di Genesi. «Grazie, sorella Acqua», risponde Pierino, novello San Francesco del Cantico.
Ma «forze avverse», «negative», misteriose, «nemiche di ogni sogno e di ogni desiderio di perfezione», «vogliono rallentargli l’ascesa verso l’inaccessibile Regno della Grande Aquila». Una di queste è lo «Spirito Padronale», quello del possesso, dell’accumulo e del dominio, contro la logica del dono e della gratuità. Anche gli animali – formiche, cinghiali, vipere e calabroni – seppur raccontati in maniera simbolica e quasi favolistica, non sono scevri da aspetti inquietanti e maligni, rimandando alle infinite dipendenze mortali dell’uomo, contrarie a quella dipendenza all’Assoluto nostra fonte, nostra vita che, unica, rende vera la nostra libertà.
In questo sogno, Pierino arriverà alla visione del Regno della Grande Aquila, Regno d’Amore, dell’Eterno: «un’intensa emozione lo colse, riempiendolo di consolazione (…). Per un attimo gli parve che non esistesse più la dimensione del tempo e che tutto il suo vivere non fosse altro che un eterno presente». È un’esperienza mistica che fa esplodere la sua esistenza: «Si accorgeva che solo il gustare e ricordare i momenti di luce poteva aprire i suoi occhi e dare sapore alla vita ordinaria». Ma a muovere Pierino in questo cammino arduo e immenso sarà «una sete continua di pienezza», «un fuoco che non si spegneva». Una ricerca continua, quindi, la sua, contro l’apatia, il vuoto, il ripiegamento su di sé, quella oscura «malattia dell’animo».
A completamento di questo cammino educativo vi sarà – oltre all’esperienza iniziatica del campeggio con gli amici – anche un altro sogno, nella miseria e nella bellezza della storia, con la fame, la guerra e, per lui, il dono ulteriore di poter parlare all’improvviso una lingua sconosciuta, come gli apostoli a Pentecoste. Qui, Pierino imparerà la vera fraternità, il leggere i segni della Speranza in «alcune timide margherite» davanti ai corpi di soldati uccisi.
L’assurdità del male e della morte si vive, quindi, solo nella carità, nella fraternità e nella speranza. L’essenziale della realtà si può cogliere solamente attraverso la Grazia: è il dono e l’apertura all’altro e all’Altro, il cammino nella fede a farci diventare adulti, con gli occhi – sempre bagnati da una divina inquietudine – di un ragazzo che si apre alla vita.
“Il cielo parla” è il volume di fotografie di Paola Volpe, con testi di don Graziano Donà: un invito ad alzare lo sguardo e il cuore
di Andrea Musacci
Pezzi di anima che la nostra immaginazione illuminata dal cuore proietta in alto, in una visione speciale, più interiore che esteriore. Sono i cieli che Paola Volpe ha fotografato e raccolto in un volume in uscita questo mese, “Il cielo parla” (Faust edizioni, euro 20). Un progetto ideato assieme all’amica e collaboratrice Olga Nacu e che vede la prefazione, i commenti alle immagini e la conclusione affidate a don Graziano Donà, parroco di San Martino-UP del Poggetto.
UNO SGUARDO DI SPERANZA
Un centinaio le foto contenute nel libro, scatti unici realizzati con un semplice smartphone da cui emerge la capacità di Volpe di perdersi nell’ammirare quel luogo sconfinato che è il cielo. O meglio, i cieli. Quei cieli così cangianti e imprevedibili da rapire chi conserva il desiderio di farsi tutt’uno con loro, catturandone la maestosità, scorgendovi richiami, figure, volti. Tutte porte di accesso verso l’Eterno, verso il Cielo. Nessuno “spettacolo” fine a sé stesso, dunque, ma una forma di preghiera contemplativa.
I cieli padani e del Delta del Po diventano, dunque, luogo di ricerca spirituale. Il libro, per don Donà «non è semplicemente un catalogo di foto ma un’opportunità per fare un viaggio che ci rieduca ad alzare gli occhi verso il cielo, in cui possiamo trovare suggestioni e risposte; capace di dare speranza, di stimolare le idee di cambiamento, di assaporare qualche momento di consolazione e di ritrovare il desiderio profondo della pace». «Il nostro cammino è verso il cielo – scrive ancora – e in questo viaggio abbiamo bisogno di consolazione e di coraggio». A questo servono gli angeli, ai quali è dedicata la prima parte del volume. Il cielo, dunque, «ci invita alla Speranza, cioè all’intima certezza che, oltre ciò che vediamo e ciò che viviamo, c’è un Bene più grande che vogliamo e dobbiamo raggiungere».
SE IL CIELO È DIO
Che la bellezza stia nello sguardo del soggetto è un’iperbole. Ma come tutte le iperboli contiene un nocciolo di verità: senza un cuore aperto e due occhi vivi, è impossibile cogliere la bellezza e la verità che sempre la accompagna, e dunque è come se non esistessero. Associamo tra loro bellezza e verità perché lo stesso volume di Volpe non è un catalogo di capricci estetici, ma un progetto, come detto, fortemente impregnato di spiritualità. Possiamo quindi riflettere su come nella Sacra Scrittura il cielo non sia tanto il firmamento quanto il “luogo” delle creature spirituali – gli angeli – e di Dio. Ma Dio non può stare in un luogo delimitato: il cielo è, quindi, Dio stesso, l’Eterno, la gloria escatologica. È un modo di essere, il fine ultimo dell’uomo, la felicità suprema e definitiva: è la vita in Cristo, la piena comunione in Lui, la Patria eterna alla quale dobbiamo tornare. Non a caso, nella Lettera a Diogneto (testo anonimo del II secolo), i cristiani vengono chiamati «cittadini del cielo».
«“Cieli” è parola che significa la modalità in cui il Dio santo è con sé stesso», scrive Romano Guardini in “La preghiera del Signore”, commento al Padre nostro. «I cieli sono l’inaccessibilità di Dio, sono la beata e inviolabile libertà, in cui Egli appartiene a sé medesimo, come Colui che Egli è (…). Il cielo è l’essere-altro di Dio; ma proprio in questa alterità sta la nostra patria con le “dimore eterne” (Lc 16,9)». Il cielo «non è un luogo che sussista per sé, “in” cui Dio si trovi (…)», prosegue il teologo. «Il cielo è Dio, in quanto Egli dimora presso sé medesimo».
Benedetto XVI in “Gesù di Nazaret” pone ancora più in risalto la nostra nostalgia del cielo/Dio Padre: «Se la paternità terrena separa, quella celeste unisce», scrive. «Cielo significa dunque quell’altra altezza di Dio, dalla quale tutti noi veniamo e verso la quale tutti noi dobbiamo essere in cammino». Un cammino che Volpe compie nella propria esistenza e che con le sue fotografie ci invita a non dimenticare, a compierlo assieme, da pellegrini dell’Eterno.
Chi è Paola Volpe
Paola Volpe, nata a Lendinara (Rovigo), classe ‘67, vive a Ferrara, ha due figli e, da oltre dieci anni, si occupa di fotografia con soggetto principale il Cielo. In sinergia con Olga Nacu, amica e ideatrice del progetto, l’Artista ha partecipato ad alcune esposizioni di rilievo nazionale e internazionale. Tra le personali: “Il cielo non ha limiti”, Centro Culturale di Palazzo Pisani Revedin a Venezia (settembre 2023); quella al “Dosso Dossi” di Ferrara in programma per marzo 2024.
Olga Nacu, classe ’74, moldava d’origine, è ideatrice del progetto. Vive a Ferrara, è sposata e ha due figlie.
Far luce su uno dei delitti che hanno segnato il periodo dello squadrismo fascista nel nostro territorio. Lo scorso 1° dicembre la libreria Libraccio di Ferrara ha ospitato la presentazione del libro “Un delitto di regime. Vita e morte di Don Minzoni, prete del popolo”, di Girolamo De Michele, che per l’occasione ha dialogato col nostro Arcivescovo mons. Gian Carlo Perego e con Paolo Veronesi.
Una 40ina i presenti in un incontro introdotto proprio dal nostro Vescovo: quello vissuto da don Minzoni – ha detto – è «odio nei confronti della fede», verso quegli uomini e quelle donne per cui «la fede è strettamente legata alla vita». E don Minzoni ha fatto «della vita della gente la ragione della propria missione, soprattutto verso i più poveri». Don Minzoni – così lo ha definito il Vescovo – è un esempio di «prete sociale», assieme a figure come quelle di don Milani e don Mazzolari. Mons. Perego ha quindi sottolineato la formazione del prete ravennate nella Scuola sociale di Bergamo, il suo forte legame col magistero sociale della Chiesa e il suo grande interesse per l’ambito educativo, in particolare attraverso lo scoutismo. Da qui, «l’importanza della libertà educativa – oltre a quelle politiche e civili – ancora oggi, per poter guardare al futuro con occhi diversi».
Occhi che possono essere illuminati solo se la luce proviene anche dal passato. Ed è questo che ha tentato di fare De Michele nel suo libro e nel suo intervento a Libraccio, dove ha ripercorso la vita del sacerdote, sottolineando innanzitutto il suo forte legame col popolo: quello del territorio argentano assegnatogli, che raggiungerà – viste le lunghe distanze – in bicicletta (fatto anomalo per un prete di quell’epoca); o quello mandato a combattere sul fronte nel primo conflitto mondiale, che seguirà arruolandosi, «pur non essendo un guerrafondaio». Ma la reazione al cosiddetto “biennio rosso” (per De Michele più correttamente da individuare tra il ’20 e il ’21), fu quello squadrismo fascista sostenuto in ogni modo dal mondo agrario anche ferrarese:a tal proposito, per De Michele «il “metodo Balbo” venne inaugurato proprio ad Argenta con l’omicidio Gaiba», consigliere comunale socialista, avvenuto nel maggio ’21.
De Michele ha quindi accennato ad alcune vicende riportando, a tratti, anche particolari inediti: fra le curiosità, la presenza accertata di un deputato ferrarese, Vico Mantovani, nel gruppo di squadristi che hanno disturbato l’inaugurazione della sede scout argentana e il ruolo di Augusto Maran (capo fascista locale e mandante dell’omicidio di don Minzoni), nella cui casa ha accolto i due assassini del sacerdote subito dopo l’omicidio, e prima di farli nascondere a casa di un suo parente.
Festival Internazionale /2. La giornalista Cecilia Sala (Il Foglio, Chora Media) a Ferrara ha presentato il suo nuovo libro, analizzando la situazione drammatica nei tre Paesi
Guardare il mondo con le sue profonde trasformazioni attraverso gli occhi delle giovani generazioni. È quello che ha tentato di fare Cecilia Sala – giornalista lei stessa giovane (28 anni), che lavora per Il Foglio e Chora Media – col suo nuovo libro “L’incendio” (Mondadori, 2023), presentato lo scorso 30 settembre al Ridotto del Comunale di Ferrara per il Festival di Internazionale. Nel suo volume, Sala racconta le storie di giovani ucraini, iraniani e afghani, protagonisti coraggiosi in Paesi in guerra o nei quali vengono negate alcune libertà fondamentali.
UCRAINA: DIFENDERE LA LIBERTÀ
«I giovani ucraini nati nei primi anni ’90 – ha spiegato Sala rispetto al Paese in guerra – rappresentano la prima generazione post sovietica, quindi indipendente». Le proteste di Euromaidan nel 2013, che l’anno successivo portarono alla fuga del presidente filorusso Janukovyc, hanno visto tanti di questi giovani diventare protagonisti.
«Non voglio vivere nella paura, so che la violenza è inevitabile, e quindi non voglio vivere con questa minaccia incombente. E non voglio che il compito di combattere contro Putin spetti a un’altra generazione successiva alla mia. Per questo, spero ci sia la guerra». Oggi Kateryna è una soldatessa dell’esercito ucraino, ma queste parole le disse a Cecilia Sala a inizio 2022, prima dell’invasione russa. «I giovani come lei – ha spiegato la giornalista – vogliono difendere la loro libertà, le loro conquiste. Lei a inizio 2022 era più lucida di molti anziani ucraini e dello stesso Zelensky, che minimizzava e credeva che al massimo l’esercito di Putin avrebbe provato a invadere il Donbass».
Purtroppo, «un odio e un rancore profondi vivono ormai nei cuori degli ucraini», alimentato dalla guerra ma con radici antiche, a causa di storia di sottomissione alla Grande Russia.
IRAN: TRASFORMAZIONI INARRESTABILI
Chi da oltre 40 anni vive sotto un regime è il popolo iraniano. «È difficile che qualcosa cambi in tempi brevi – ha detto Sala -, dato che il Governo continua comunque a mantenere la totalità dei gangli economici e delle armi. Ma le trasformazioni sono inarrestabili». Già da 15 anni gli ayatollah «sanno di aver perso i loro giovani – che non condividono le loro tradizioni -, e così sanno di aver perso il futuro». Le repressioni e l’inasprimento delle sanzioni per le donne che non indossano il velo convivono con la consapevolezza concreta del regime che non può arrestare tutte le donne – tante, sempre di più – che lo indossano “male” o non lo indossano. E che «oggi in Iran vi sono comunque donne che pilotano aerei, che hanno ruoli dirigenziali, che sono ingegneri aerospaziali. Una donna è stata anche vicepresidente» (Masoumeh Ebtekar, dal 2017 al 2021).
Storicamente, Sala ha ricordato anche come la rivoluzione che nel 1979 portò al potere la Repubblica Islamica deponendo lo shah Muhammad Reza Pahlavi, inizialmente non fosse solo islamica ma composta anche da marxisti, socialisti, nazionalisti e da femministe, donne che il velo non lo indossavano. Poi, purtroppo, il clero sciita prese il controllo del potere.
AFGHANISTAN: LA VERGOGNA DEL RITIRO
Qui il potere oppressivo il potere l’ha ripreso dopo 20 anni: «tanti giovani nei 20 anni dopo la liberazione del Paese dal regime talebano, hanno solo sentito parlare di loro». Con il ritiro delle truppe USA e NATO (iniziato nel 2020 con Trump, proseguito nel ’21 con Biden presidente), i talebani sono tornati al potere «nonostante non rappresentino assolutamente la maggioranza degli afghani. Il ritiro è stato un disastro totale, una grande vergogna», ha detto Sala. «E non si è riusciti a mettere in salvo fuori dal Paese tanti che in quei 20 anni avevano collaborato con USA e NATO e tante donne che in questo ventennio avevano scoperto la libertà e magari ottenuto il divorzio da mariti che le sottomettevano. Questo atto di debolezza di USA e NATO ha convinto Putin a invadere l’Ucraina. Ma l’Ucraina se non fosse stata fin da subito aiutata dalla NATO, in poco tempo sarebbe stata interamente occupata dai russi».
Speriamo di imparare dalla storia, più o meno recente, e dalla voglia di libertà dei questi giovani.
“Un viaggio tra i Valori della Vita”: il volume di Alberto Fogli
Si intitola “Un viaggio tra i Valori della Vita. Storie di umanità e solidarietà” (Ed. La Carmelina, 2023) il libro da poco uscito scritto da Alfredo Alberto Fogli. Il volume racconta la storia ultra cinquantennale dell’Avis di Massa Fiscaglia, di cui Fogli è stato presidente dal 1991 al 2021.
Fin dalla sua costituzione nel 1967, l’Avis massese, scrive Fogli, ha organizzato «iniziative mirate a testimoniare concretamente la possibilità di sviluppare una nuova cultura della solidarietà tra la nostra gente nonché di diventare “lievito” di un rinnovato impegno culturale, sociale e umano da proporre alle future generazioni». Perché l’obiettivo di un’associazione come l’Avis è di costruire una società «migliore e più umana e più solidale per le generazioni che verranno».
Per fare questo, fin dalla sua nascita ha svolto «un’incessante opera di sensibilizzazione dell’opinione pubblica locale e della popolazione scolastica sull’importanza sanitaria, morale e civica della donazione di sangue ma più in generale di un’educazione al dono e alla gratuità come valori sociali di una autentica civiltà solidale».
Civiltà solidale che, riflette Fogli nel libro, non può non avere le proprie radici e il proprio orizzonte in un sistema democratico che garantisce le libertà, incluse quelle di associazione e partecipazione alla vita pubblica. Senza dimenticare che «ciò che conta nella nostra quotidianità è un rapporto d’amore».
Ma per l’Avis massese la cultura del dono si accompagna e si è sempre accompagnata ad altre attività collaterali ma non meno importanti per la missione di fondo: iniziative per l’integrazione e l’inclusione sociale e culturale, screening sanitari per la popolazione locale, corsi di primo soccorso e di protezione civile, missioni umanitarie all’estero. E poi ci sono le collaborazioni – oltre che con le Istituzioni, con associazioni come Aido o Fondazioni come Telethon (dal ’94) -, i numeri che dicono della crescita dai primi 37 donatori del 1967 al picco nel ’96 (229 donatori) e il successivo calo fino ai 117 del 2022 – e alcune tappe significative: il 1975, con la prima sede nel Palazzo Comunale e il primo punto fisso di prelievo sangue. E il 2014, con la «rifondazione avisina massese» e il nuovo punto di raccolta sangue per l’intero Comune di Fiscaglia.
Tappe di un cammino che prosegue, e che ha la persona e il suo servizio al centro, il dono come bussola imperitura, la comunità come luogo concreto dove far vivere la carità quotidiana.
Andrea Musacci
Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 30 giugno 2023
Mi chiamo Andrea Musacci.
Da aprile 2014 sono Giornalista Pubblicista, iscritto all’Ordine dei Giornalisti dell’Emilia-Romagna.
Sono redattore e inviato del settimanale "la Voce di Ferrara-Comacchio" (con cui collaboro dal 2014: http://lavoce.e-dicola.net/it/news - www.lavocediferrara.it), e collaboro con Filo Mag, Avvenire, La Fionda, Vino Nuovo.
In passato ho collaborato con La Nuova Ferrara, Listone mag e Caritas Ferrara-Comacchio.
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"L'unica cosa che conta è l'inquietudine divina delle anime inappagate."
(Emmanuel Mounier)