La nostra intervista a Rayhane Tabrizi, dissidente iraniana a Milano: «in Iran i miei amici tra gioia e paura. La caduta del regime degli ayatollah avrà effetti positivi anche in Ucraina e Gaza»
di Andrea Musacci
«Noi iraniani non vogliamo la guerra ma desideriamo che cada l’oppressivo regime degli ayatollah in Iran». Come “Voce” abbiamo contattato telefonicamente Rayhane Tabrizi (foto Lorenzo Ceva Valla), nata a Teheran nel 1979, residente in Italia, a Milano, dal 2008. Rayhane è tra le fondatrici dell’Associazione Maanà, attiva proprio a Milano e nata dalle manifestazioni di sostegno ai dissidenti in Iran dopo l’uccisione di Mahsa Amini, giovane donna curdo-iraniana di 22 anni arrestata e uccisa dalla polizia morale il 14 settembre 2022 per aver indossato l’hijab in modo “improprio”.
Rayhane, mi parli un po’ di lei, dal periodo in Iran alla scelta dell’Italia…
«Sono nata in Iran nel 1979, proprio l’anno della rivoluzione islamica. Ho vissuto a Teheran fino all’età di 29 anni, e lì, dopo gli studi, ho anche lavorato per 8 anni come assistente di volo per la compagnia di aereo nazionale. Poi mi sono trasferita in Italia per motivi familiari e da allora, dal 2008, vivo a Milano, dove dal 2013 lavoro nell’ambito dell’informatica».
Proprio nella capitale lombarda ha fondato l’Associazione Maanà: da chi è composta e di cosa si occupa?
«Sì, sono la Presidente di Maanà, che ho fondato nell’aprile 2023 assieme ad altre attiviste e attivisti iraniani – atei, musulmani, o buddisti come me – conosciuti all’inizio del movimento “Donna Vita Libertà” a Milano. L’Associazione è nata per avere un’identità ufficiale e per poter collaborare con istituzioni, raccogliere firme, organizzare eventi e progetti per promuovere la cultura iraniana, con un forte messaggio politico: quello di “Donna Vita Libertà”».
Israele nei giorni scorsi ha nuovamente attacco l’Iran: può essere una speranza per il rovesciamento del regime iraniano o l’inizio di una guerra molto più ampia in Medio Oriente?
«Viviamo un momento molto complicato: da una parte, vi è la gioia per il possibile crollo della struttura islamica che domina in Iran. Dall’altra parte, il dolore di vedere anche civili fra le vittime dei missili israeliani, le cui operazioni, infatti, non sono del tutto “chirurgiche”…E siamo preoccupati in particolare per i nostri familiari che vivono in Iran, soprattutto a Teheran. Io – e molti di noi – abbiamo già vissuto la guerra Iran-Iraq: quando avevo da 1 anno a 9 anni, ho vissuto sotto le bombe e so cosa significa. Certo, l’obiettivo finale è di liberarci dal regime islamico ma non vogliamo la guerra».
Il movimento in Iran contro il regime di Khamenei in che condizioni è?
«Il movimento contro il regime nacque subito, nel 1979, dopo la rivoluzione islamica, ma purtroppo la guerra contro l’Iraq ha convinto molti iraniani che innanzitutto bisognava combattere contro il comune nemico esterno. E così temo accadrà anche con l’attuale guerra contro Israele, soprattutto se ad essere uccisi dai missili israeliani saranno anche civili. In ogni caso, oggi non si può prevedere cosa accadrà».
Rayhane, immagino sia in contatto con amici, parenti in Iran. Qual è il loro parere sul regime degli ayatollah e cosa sperano dall’attuale attacco israeliano?
«Sì, sono in contatto con loro via telefono, dato che il regime ha bloccato internet. Tutti i miei amici e parenti che vivono in Iran vogliono evitare la guerra, hanno tanta paura, alcuni dormono fuori casa o al centro della propria stanza, lontani dalle finestre. Vivono nella paura, nonostante la gioia nel vedere il regime che crolla».
Come dissidenti iraniani non vi sentite dimenticati da parte dell’opinione pubblica italiana e occidentale, molto concentrata sui palestinesi?
«Mio marito – italiano – è un attivista per i diritti, fra cui quello del popolo ucraino, che io stessa sostengo nei cortei e con aiuti concreti. L’appoggio al popolo ucraino è quindi più che legittimo ma in Italia spesso si dimentica che è il regime iraniano a sostenere il regime di Putin, finanziandolo e dandogli i droni che colpiscono il territorio ucraino. Allo stesso modo condanno ciò che Netanyahu sta facendo a Gaza, per tutti i civili che sta uccidendo, ma il problema è l’esistenza di Hamas, la cui radice è legata al regime iraniano degli ayatollah. Israele non avrebbe dovuto distruggere Gaza ma lavorare per indebolire la fonte di Hamas, cioè il regime di Khamenei. Insomma, la testa di Hamas è a Teheran.
Aiutateci – è il mio appello – a liberarci da questo regime ed effetti positivi li vedremo anche in Ucraina, a Gaza e in Israele. Hamas – come il regime degli ayatollah – non riconosce né lo Stato di Israele né l’Olocausto, mentre noi auspichiamo la soluzione “Due popoli due Stati”. Tanti italiani la pensano come me, ma tanti altri, purtroppo, no, come i cosiddetti “propal”, che mai condannano Hamas e il regime islamico iraniano».
Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 20 giugno 2025
Alessandra Annoni e Silvia Borelli, docenti di UniFe, spiegano gli obiettivi dei 5 quesiti a cui siamo chiamati a rispondere col voto nelle urne. Tanti i temi che toccano la vita quotidiana: dai contratti precari agli incidenti sul lavoro, dai licenziamenti ai diritti civili legati all’acquisizione della cittadinanza
di Andrea Musacci
Quanto spesso nei normali discorsi fra le persone si sente – giustamente – lamentare del lavoro precario, delle cosiddette “morti bianche” (che quasi mai sono “bianche”), dei licenziamenti ingiusti (individuali o collettivi), dell’assurdità di persone – che incontriamo a scuola, al lavoro – che vivono da tanti anni nel nostro Paese e non sono riconosciuti cittadini come noi…
L’8 e il 9 giugno, ognuno di noi è chiamato a votare su 5 quesiti referendari riguardanti proprio lavoro e cittadinanza. Un’ottima occasione, quindi, per esprimere la propria opinione su temi che riguardano o potranno riguardarci direttamente, o persone a noi care, con le quali condividiamo momenti delle nostre quotidianità: i licenziamenti, i contratti a termine, la responsabilità negli appalti, la cittadinanza per gli stranieri. Le cinque schede di diverso colore rappresentano altrettanti ambiti su cui gli elettori sono chiamati a esprimersi.
La sera dello scorso 27 maggio nel Cinema Santo Spirito di Ferrara erano oltre 200 le persone (fra cui diversi giovani) ritrovatesi per l’incontro organizzato da alcune associazioni e movimenti ecclesiali ferraresi (Azione Cattolica, ACLI, AGESCI, MASCI, Movimento Rinascita Cristiana, Comunità Papa Giovanni XXIII, Salesiani cooperatori). Le relatrici sono state Alessandra Annoni, professoressa ordinaria di Diritto internazionale all’Università di Ferrara e Silvia Borelli, professoressa associata di Diritto del Lavoro dello stesso Ateneo. L’incontro è stato introdotto e moderato da Alberto Mion. Una forte risposta dei ferraresi per un’iniziativa di alto livello nel quale le due esperte hanno aiutato i tanti presenti a chiarire alcuni dubbi riguardanti temi sicuramente complessi. Con un appello ad andare a votare l’8-9 giugno per due motivi di fondo: per segnalare al Parlamento che questi temi interessano tutti i cittadini e le cittadine; come occasione per interrogarci sul modello cittadinanza, cioè su cosa significa essere cittadino/a italiano/a, qual è la nostra idea di popolo oggi. Popolo, lo ricordiamo, di una Repubblica democratica (dove il referendum è uno degli strumenti diretti di questa democrazia) fondata sul lavoro. Lavoro che, appunto, si vuole tutelare attraverso i primi 4 requisiti referendari.
Tante sono state anche le domande e le riflessioni dal pubblico a conclusione dell’incontro. La registrazione integrale dell’iniziativa a S. Spirito è disponibile sul canale You Tube della nostra Arcidiocesi: youtube.com/@chiesadiferraracomacchio
Vediamo ora nel dettaglio i cinque quesiti referendari attraverso l’analisi di Silvia Borelli e Alessandra Annoni.
Non esiste democrazia senza partecipazione attiva di tutti.Questa provocazione è risuonata forte lo scorso 23 maggio a Casa Cini nelle parole di Filippo Pizzolato, docente di Istituzioni di diritto pubblico all’Università di Padova, intervenuto nell’ambito della Scuola di Formazione Politica. Scuola che ha in programma altri due incontri: 28 maggio, ore 20.30, “Laboratorio politico. Quale visione della città e lavoro nel nostro territorio? Una riflessione col metodo della conversazione sinodale”; 4 giugno, ore 20.30, “Ferrara e il lavoro. Dai dati statistici a una visione prospettica”, con interventi di Valentina Marchesini, imprenditrice, e Giampiero Magnani, CDS Cultura OdV.
La nostra Costituzione – ha spiegato Pizzolato è considerata «trasformativa», cioè non punto di arrivo di una determinata fase, non «Costituzione-bilancio» ma «Costituzione-programma». Impegna dunque istituzioni e cittadini ad un compito grande, ad avviare una trasformazione: è una Costituzione «polemica nei confronti del presente». Espressione forse più grande di questo, è il comma 2 dell’art. 3: «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese». La «fioritura dell’umano» è il compito, quindi, della nostra Repubblica, che però non si può raggiungere senza la «partecipazione attiva e consapevole» delle cittadine e dei cittadini, in particolare attraverso il lavoro (inteso – oggi più che mai – nelle sue molteplici forme). Dal ’48 ad oggi – e il rischio forse aumenta sempre più – abbiamo perduto, dimenticato questo orizzonte “penultimo”. Anzi, la maggior parte delle persone – quando non sono indifferenti – concepiscono la democrazia come «mera procedura» e «rituale» delle urne (quest’ultimo aspetto è esso stesso sempre più in crisi). La nostra, insomma, è sì una democrazia anche rappresentativa, dove un ruolo importante è rivestito dalla delega, ma ancor più importante è la partecipazione diretta, effettiva e concreta di ogni cittadino/a ai rapporti sociali, economici (si pensi all’art. 1) e politici.
La finta alternativa – sempre più in essere soprattutto negli ultimi 30 anni – è l’antipolitica dal basso e dall’alto, la «tecnocrazia», il «governo degli eletti».Anche a livello europeo: «non si può sempre agitare lo spettro dei sovranismi per giustificare il mancato coinvolgimento dei cittadini europei su questioni fondamentali come quella del riarmo», ha detto Pizzolato. Una «torsione oligarchica sempre presente nella logica del potere», che in Italia – e non solo – continua a produrre una sempre maggiore ricerca del leader forte (anche a livello locale) parallelamente a un sempre maggiore svuotamento dei corpi intermedi (in primis, i partiti). In questa visione distorta e formalistica della democrazia, per Pizzolato rientrano anche i discorsi sulle cosiddette Riforme costituzionali, che «sganciano la seconda parte della Costituzione dalla prima: in Italia siamo già alla post-democrazia».
Insieme a una riscoperta del senso autentico della sussidiarietà («spesso usata per privatizzare»), vanno ripensati i partiti politici (e la loro democraticità interna), che per decenni hanno avuto «solide radici sociali, economiche e culturali nei territori», mentre oggi sono ridotti a essere «strutture galleggianti sul niente», non trasformando più «l’energia sociale per portarla nelle istituzioni». Si tratta, quindi, di «organizzare la fragilità», di «cooperare» per trasformare la società. Se la politica non fa questo, la Costituzione rimane solo sulla carta. Con le conseguenze che già sono sotto i nostri occhi.
Andrea Musacci
Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 30 maggio 2025
Scuola diocesana di formazione. Due amministratori del territorio, Isabella Masina ed Elia Cusinato, hanno risposto alle domande di alcune giovani liceali di Ferrara
Chi l’ha detto che i giovani considerano la politica qualcosa a loro aliena?
La sera dello scorso 7 maggio Casa Cini, Ferrara, ha ospitato il secondo incontro della Scuola diocesana di formazione politica. Virginia Balboni, Anna Battaglini e Sofia Righetto, in rappresentanza della loro classe, la V^ N del Liceo Ariosto di Ferrara, aiutate dal loro prof. di Religione Nicola Martucci, hanno elaborato una serie di domande che han posto a due amministratori del nostro territorio: Isabella Masina,Vicesindaca Comune di Voghiera, in politica da 16 anni, Vicepresidente nazionale di “Avviso Pubblico”; ed Elia Cusinato, Consigliere Comune di Ferrara per il PD (alla sua seconda esperienza in questo ruolo), originario di Francolino, dov’è anche catechista in parrocchia.
Ricordiamo che il primo incontro della Scuola si è svolto il 30 aprile con gli interventi dell’urbanista di UniFe Romeo Farinella e di Chiara Sapigni (Ufficio Statistica Provincia) sul futuro di Ferrara. Il prossimo incontro, previsto per il 14 maggio, è stato spostato al 4 giugno: relatori saranno Valentina Marchesini, imprenditrice, e Gianpiero Magnani, CDS Cultura OdV su “Ferrara e il lavoro. Dai dati statistici a una visione prospettica”. Il prossimo incontro è in programma il 23 maggio sul tema “Per una democrazia trasformativa: la democrazia come diritto di tutti i cittadini”.Interverrà Filippo Pizzolato, Docente di Istituzioni di diritto pubblico, Cattolica Milano. A seguire, il 28 maggio, “Laboratorio politico. Quale visione della città e lavoro nel nostro territorio?”, una riflessione col metodo della conversazione sinodale.
CHE COS’È IL BENE COMUNE?
La sera del 7 maggio, innanzitutto le ragazze hanno cercato di dare una definizione – per quanto inevitabilmente sommaria – della politica: «un confronto critico e costruttivo per risolvere i problemi della società, in cui tutti hanno gli stessi strumenti e sono ugualmente coinvolti». Oggi, però, «dominano la disillusione e il disincanto».
Alla prima domanda, su cos’è il bene comune, Masina ha innanzitutto risposto richiamando il rischio che la politica, «dopo tanti anni che la si fa, diventi routine.La politica – ha poi aggiunto – non è solo risoluzione dei problemi ma anche occasione di crescita per tutti». È fondamentale, quindi, innanzitutto avere la «capacità di riconoscere l’altro», quindi «sentirsi parte di una comunità». La politica è «lavorare per costruire un futuro assieme, non è innanzitutto il trovare soluzioni ma è dialogo, per poi arrivare alle soluzioni». E richiede quindi «umiltà nel confronto e nel dialogo».
Andare incontro ai bisogni della comunità e dare risposti a questi bisogni»: questo è il bene comune per Cusinato. «Ascolto e dialogo sono quindi fondamentali per il bene comune».
È SEMPRE NECESSARIO SCHIERARSI NELLE QUESTIONI POLITICHE?
«Le radici, l’appartenenza non sono sempre negative, a meno che ci impediscano di vedere con onestà la realtà», ha risposto Masina. «Com’è nel mio caso, essere “civici” significa fare politica nei territori senza prendere ordini dai partiti. La differenza – quindi – la fanno le persone più che l’appartenenza politica.
Per Cusinato, è «necessario e inevitabile che chi fa politica debba prendere una posizione». Ma ci vuole «più rispetto, sia da parte di chi governa, sia da parte della minoranza», nei confronti degli avversari. La crescente mancanza di rispetto è causata dalla «sempre più diffusa mancanza di professionalità» da parte di chi fa politica e dal «dare sempre più importanza alla spiccia comunicazione social».
È POSSIBILE FARE OPPOSIZIONE IN MODO COERENTE E COSTRUTTIVO?
«È difficile non solo fare un’opposizione costruttiva ma anche essere maggioranza in maniera costruttiva», ha risposto Masina. Per questo – ha ribadito -, innanzitutto c’è bisogno di un dialogo politico che sia costruttivo». Masina ha poi riflettuto sul delicato rapporto tra la propria coscienza e indole personale e le scelte del proprio gruppo: «a volte mi capita, al suo interno, di essere in disaccordo su alcune scelte. Ma è importante avere l’umiltà di riconoscere le ragioni altrui, o anche quando un semplice cittadino ti propone un’idea migliore, nonostante non abbia esperienza politica».
Cusinato ha invece riflettuto sulla «non semplice posizione di chi fa opposizione nel trovare sempre proposte alternative a quelle della maggioranza, soprattutto quando si ha a che fare con molti aspetti tecnici come nel caso del bilancio comunale».
RAPPRESENTANZA E PARTITO SONO CONCETTI ANCORA ATTUALI?
«È necessario ci sia una qualche organizzazione – partito o movimento che sia -, una qualche strutturazione, soprattutto per preparare i propri rappresentanti nelle istituzioni», è l’opinione di Masina. Compito, appunto, un tempo assunto dai partiti.«Per amministrare un territorio, infatti, non basta la buona volontà. Personalmente, parte della mia formazione politica l’ho fatta grazie a “Avviso Pubblico”. Sicuramente, esistono tanti bravi amministratori, esiste la buona politica, anche se spesso i media non ne parlano».
«Mi viene da chiedermi: i rappresentanti sono davvero rappresentativi?», ha invece detto Cusinato. Ed è importante che soprattutto i partiti «scelgano persone responsabili e preparate».
PERCHÉ GIOVANI DI 18 ANNI DOVREBBERO INTERESSARSI ALLA POLITICA?
Masina ha scelto di rispondere ricordando la drammatica situazione di tanti giovani che anche dal nostro territorio decidono di emigrare in altre parti d’Italia o spesso all’estero, abbandonando soprattutto i piccoli paesi. «Ma io sento il bisogno di far vivere il mio paese: per questo, dobbiamo fare in modo che i giovani restino». Come farlo?«Coinvolgendoli in politica». Rendendoli, cioè, protagonisti e responsabili della loro comunità. «Anche se spesso il problema è rappresentato da alcuni adulti, da genitori che li viziano e li deresponsabilizzano», ha aggiunto.
«La prima volta che mi sono candidato – nel 2019 – avevo 18 anni: scelsi di farlo – e di rifarlo l’anno scorso – come servizio alla mia comunità», ha raccontato invece Cusinato. «È importante che i giovani si impegnino in politica, hanno la mente più dinamica e più idee rispetto a una persona più anziana. E questa loro dinamicità dev’essere canalizzata. Un altro motivo per impegnarsi – ha aggiunto Cusinato – è quello di essere, poi, orgogliosi di far parte del proprio territorio, di sentirsene parte in maniera attiva. È, però, importante creare sempre più ricchezza nel Ferrarese, affinchéi ragazzi e le ragazze non scelgano di trasferirsi altrove, e quelli che sono emigrati, ritornino».
Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 16 maggio 2025
Cattolici in politica e democrazia. Il 29 marzo a S.Giacomo ap. l’incontro di AC, ACLI e altre sigle su temi di forte attualità
La crisi della politica, in Italia e in tutto l’Occidente, è sicuramente conseguente anche alla crisi delle forme organizzate della politica e del ruolo dei cattolici in essa.
Su questi e altri temi sempre di forte attualità lo scorso 29 marzo hanno riflettuto Italo Sandrini (vicepresidente nazionale delle Acli e fino ad alcuni mesi fa Assessore a Verona nella giunta di Damiano Tommasi), e Andrea Bonini (costituzionalista e coautore del libro “Democrazia: la sfida della fraternità” curato da Padre Francesco Occhetta, gesuita e segretario generale della Fondazione “Fratelli tutti”).
L’incontro svoltosi nel salone del complesso parrocchiale di San Giacomo Apostolo a Ferrara aveva come titolo “Democrazia e fraternità. Profezia di un mondo di Pace” ed era il secondo dedicato a questi temi, dopo quello svoltosi lo scorso 6 febbraio su “Scelte di pace”. Gli incontri sono stati organizzati da Azione Cattolica diocesana ed Acli Provinciali Ferrara, con il supporto di Agesci, Masci, Pax Christi e Centro di Ateneo per la Cooperazione allo Sviluppo Internazionale di UniFe.
Il 29 marzo, dopo i saluti di Francesco Ferrari (ACdiocesana) e Paolo Pastorello (ACLI Ferrara) è intervenuto per una breve introduzione Dario Maresca, moderatore dell’incontro, per dimostrare, anche attraverso ricerche statistiche, di come siano una minoranza nel mondo i Paesi che si possono definire “democratici” e di come nella percezione pubblica, anche italiana, si faccia sempre più spazio la legittimità di «sperimentare forme di governo nazionale tendenzialmente autoritarie».
Il primo relatore, Andrea Bonini, ha innanzitutto illustrato l’Associazione “Comunità di Connessioni”, rete a livello nazionale nata grazie a parte dell’associazionismo laicale cattolico per unire tra loro esperienze territoriali simili ma slegate. Associazione che opera prevalentemente attraverso «la formazione e l’autoformazione» e anche nelle istituzioni, ma «in seconda linea». Venendo al tema dell’incontro, Bonini ha riflettuto su come la fraternità sia «un termine lasciato fuori dalla politica», schiacciato tra il dominio del concetto di libertà (dal liberalismo-capitalismo-liberismo) e quello di uguaglianza (social-comunismo).«Per definirsi “fratelli”, innanzitutto – ha detto -, bisogna riconoscere un padre/Padre comune, e questo è molto difficile». La fraternità, però, tra i due termini sopracitati «ristabilisce una verità e un equilibrio, ridando anche forza ai corpi intermedi (partiti e sindacati, in primis)», per tornare a un’idea di pluralismo «che crea ponti e non lacci». Ma i corpi intermedi, per Bonini, «vanno ripensati», tornando ad esempio al «finanziamento pubblico diretto ai partiti e aumentando la loro democraticità interna». Questi, insieme alla «concezione personalista», possono oggi ridare valore alla fraternità attraverso «la riscoperta del concetto di “limite” che la possibilità tecnica – e l’individualismo – stanno distruggendo».
Per Bonini occorre, inoltre, «superare la divisione dei cattolici in politica fra destra e sinistra, frutto di un bipolarismo della seconda Repubblica», conseguente alla fine della DC. I cattolici in politica possono portare ancora «pragmatismo e verità, non per rinnegare i conflitti esistenti ma per ricomporli, come ad esempio sul complesso tema dell’immigrazione e dell’inclusione».
Nei suoi interventi, ItaloSandrini ha invece posto l’accento sul «problema generazionale», a partire dal fatto che molti giovani danno per scontato il poter vivere in un Paese democratico. In generale, è fondamentale in politica «la concretezza», cioè il «sporcarsi le mani». Altro problema sollevato da Sandrini sul tema “democrazia” è l’esistenza a livello elettorale dei listini bloccati.
Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 4 aprile 2025
Dibattito ricco e appassionato per la XXV edizione del Convegno di Teologia della Pace organizzato a Ferrara: la testimonianza di padre Zelinsky sulla sua obiezione di cristiano all’ideologia imperante in Russia, il racconto di De Francesco dalla Terra Santa e il contributo di Simonelli sulla violenza diffusa. E ancora, qual è il ruolo delle Chiese nella costruzione, quotidiana e non, della pace? Han cercato di rispondere Paronetto (Pax Christi), Aprile (Chiesa Battista), Sala (Il Regno) e i rappresentanti delle Chiese locali
a cura di Andrea Musacci
La pace che nasce e sgorga dal cuore, inscindibile da quella che si costruisce solo nell’incontro col volto dell’altro. La pace, quindi, che ha come unica vera fonte il Cristo. Sono stati innumerevoli gli spunti emersi dal tanto atteso Convegno di Teologia della Pace, giunto alla XXV edizione (dopo 5 anni di pausa) e svoltosi a Casa Cini, Ferrara, il 15 e il 16 novembre. Tema scelto da SAE, Pax Christi e dalle altre associazioni organizzatrici, “Diventare Chiese di pace in tempo di guerre”.
PADRE ZELINSKY: «PENTIMENTO VERO CONTRO LE FOLLIE IDEOLOGICHE RUSSE»
«Facendo questa relazione qui a Ferrara, commetto un reato davanti allo Stato russo e davanti alla Chiesa ortodossa russa». Padre Vladimir Zelinsky(foto sotto), prete ortodosso e scrittore nato nell’ex URSS, dal ’91 vive a Brescia dove guida una parrocchia «composta dall’85% da ucraini». Fa parte del Patriarcato autonomo della Chiesa russa (Arcivescovado della Chiesa della tradizione russa, di rito bizantino slavo), distinto sia dal Patriarcato di Mosca sia dall’Esarcato Russo del Patriarcato di Costantinopoli (a cui Zelinsky apparteneva). «Un giorno vorrei tornare nella mia patria, ma oggi per me è molto complicato, anche perché ciò che dico a voi lo dico anche altrove, e non solo in italiano ma anche in russo».
A differenza del periodo sovietico – ha riflettuto – oggi in Russia non vi è più il problema della Chiesa clandestina, «ma la parola “pace” è sparita dallo spazio pubblico. Oggi lo Stato più che ortodosso è diventato autoritario e per questo Stato la pace significa guerra, massacro». Ed è la stessa Chiesa ortodossa russa a sostenere la guerra in quanto “difesa della patria”», contro il nemico che per loro «coincide con l’Occidente», mentre in realtà è «un nemico inventato». In questa narrazione «perversa», l’”invasore” possiede i tratti apocalittici dell’anticristo, infernali come satana. L’Occidente è accusato innanzitutto di corruzione morale e di voler salvare la salute morale dell’Ucraina». Dal punto di vista ecclesiale, per p. Zelinsky «il concetto di mondo russo introdotto dalla Chiesa ortodossa rappresenta una pura eresia. L’ideologia ha danneggiato i cervelli delle persone e la loro stessa fede». Quella di Putin in Ucraina, «manipolatore e mafioso», non è una «guerra santa, ma un bagno di sangue». In Russia domina una vera e propria «religione di Stato iniziata nel 1945» e che oggi vede, ad esempio, «lezioni obbligatorie di patriottismo già dalle Scuole Elementari». Per non parlare delle tante «conferenze ecclesiali organizzate a fine 2024 per celebrare l’80° anniversario dal 1945».
P. Zelinsky ha voluto specificare che «non tutta la popolazione è segnata da questa tentazione di una vittoria indemoniata», ma il «vento che soffia sulla Russia e le sue Chiese purtroppo è questo»: oggi la propaganda ufficiale descrive la Russia come «il catéchon, colui che trattiene l’ordine divino facendo da ostacolo all’anticristo collettivo». Il dilemma per molti cristiani è questo: «andare contro la propria coscienza o contro tutti, compresa la propria parrocchia». Le prime vittime della guerra – ha proseguito p. Zelinsky – sono «la verità e la capacità di compassione e di empatia, oltre alla capacità di guardare la realtà in faccia». Come ad esempio, «il numero altissimo di morti anche fra i soldati russi, e i loro corpi spesso abbandonati sui campi di battaglia». Da tutto ciò, la Russia non otterrà altro che «odio che continuerà per secoli».
In tutto questo, che ruolo può avere una teologia della pace? Innanzitutto, per p. Zelinsky «l’Ortodossia ha tutti i mezzi spirituali per liberarsi da questa gabbia ideologica». Il principale strumento per arrivare a ciò è «il pentimento» che permette innanzitutto dentro di noi «di distinguere il bene dal male» e che «ci permetterebbe di uscire dalla “gabbia dorata” del mondo russo per aprirci al mondo creato da Dio», col risveglio «di una nuova vocazione spirituale». Ciò che è necessario è «una linea di demarcazione spirituale fra politica e fede», tra quest’ultima e «l’obbedienza cieca al potere».
IGNAZIO DE FRANCESCO: «PASSARE DAL FUCILE AL BULBUL»
Monaco della Piccola Famiglia dell’Annunziata (fondata da don Giuseppe Dossetti), Ignazio De Francesco è una testimonianza vivente di come la fede in Cristo non possa non incarnarsi in un’amicizia profonda e quotidiana con chi è diverso da noi. De Francesco guida una comunità cattolica a 7 km da Ramallah, in Cisgiordania, ed è esperto di islam. «Qui – ha raccontato a Casa Cini –, dove noi cristiani siamo una piccolissima minoranza, ho tanti amici sia tra i musulmani sia tra gli ebrei: la nostra “inutilità” di minoranza – ha proseguito – ci permette una relazione pacifica con tutte le anime che abitano questa terra». Il racconto, poi, è andato al 7 ottobre 2023: «stavamo recitando il salmo 118 («Come pecora smarrita vado errando; cerca il tuo servo, perché non ho dimenticato i tuoi comandamenti…»), quando abbiamo sentito i missili lanciati da Hamas verso Tel Aviv passare sopra di noi». In questa «bolla di omicidi nella quale viviamo, mi chiedo: c’è forse qualcosa di sbagliato nel software e nell’hardware dell’umano», cioè alla radice dell’umano? «L’uomo è una bestia?». Partendo da Caino e Abele, «che noi in Terra Santa sentiamo particolarmente nostri», De Francesco ha amaramente constatato come le religioni monoteiste – pur nelle differenze nei secoli «hanno spesso sacralizzato, canonizzato la violenza e la guerra». Ma a volte la denuncia pubblica è dovere di un cristiano, come – ha citato De Francesco – fece don Dossetti nel settembre 1982 in occasione del massacro nei campi palestinesi di Sabra e Chatila. «Ma il “tu” esiste? Esiste l’altro? È la domanda che ci poniamo, che dobbiamo porci – ha proseguito -, altrimenti l’altro diventa invisibile». Come avviene per i bambini in Terra Santa, indottrinati all’eliminazione dell’altro, prima concettuale poi anche fisica, a una «negazione reciproca per poi incontrarsi sul campo di battaglia». «Spesso anche nei programmi scolastici sia nelle scuole di Israele che in quelli della Cisgiordania, il tu non esiste: per gli arabi, gli israeliani sono solo frutto del colonialismo occidentale e sono solo o uomini in divisa o coloni, cioè non hanno un’identità personale». Così, nelle scuole israeliane «l’arabo palestinese scompare, è solo il terrorista». Le identità, quindi, «sono una grande ricchezza ma possono diventare muri assassini. È importante quindi conoscere l’altro, vedere che l’altro esiste, per arrivare a un reciproco riconoscimento: quando l’altro diventa un “tu”, non puoi più ucciderlo. E da qui, a partire dall’altro, si può anche conoscere nuovamente sé stessi».
Ma lo sparo, quello sparo nella notte che non è difficile sentire in Cisgiordania e in Israele, «non può avere l’ultima parola. E allora, quella notte il bulbul (una specie di usignolo) «ha iniziato il suo cinguettio, il suo canto, a cui si sono aggiunti gli altri uccelli del bosco». Il bulbul ha, cioè, «rotto la dittatura dell’io, del fucile, risvegliando anche gli altri uccelli: la nostra specie umana, che sembra così orientata all’io del fucile, dovrebbe quindi imparare da altre specie animali».
SIMONELLI: «NONVIOLENZA SU PIÙ LIVELLI»
Sull’ospitalità, la cura e accoglienza dell’altro ha centrato il proprio intervento, venerdì 15, anche la teologa Cristina Simonelli, partendo dal “Pace a questa casa” di Lc 10, riflettendo quindi sull’«ospitalità e sulla possibilità del suo rifiuto», della non accoglienza fino alla morte, come nel caso di Moussa Diarra, ucciso lo scorso 20 ottobre a Verona da un poliziotto. Sempre nel Vangelo lucano (capitoli 13 e 19), Gesù «attraversa diverse dimensioni della realtà», emergendo come «chioccia che cova, culla, protegge i suoi figli» ma anche come Colui che denuncia, con parresia, «come il tempio da casa di preghiera sia diventata una spelonca di ladri». Diverse e ambivalenti le dimensioni della pace legata al concetto di casa e diversi i livelli della violenza. Johan Galtung, sociologo e teorico della pace, propose il triangolo della violenza: la punta è rappresentata dalla «violenza palese, verso cui spesso le Chiese sono troppo afone». Il livello intermedio, dalla violenza strutturale, «dalle ingiustizie e dalle disuguaglianze globali, dalle quali nasce la guerra». La base, infine, è rappresentata dalla «violenza culturale, dai discorsi d’odio e dalla narrazione fatta di stereotipi». La nonviolenza, di conseguenza, «deve lavorare su tutti questi livelli» e sempre nel solco della speranza, che è «potente» e ci chiede «di stare in attesa ma in maniera radicale e attiva». La speranza, insomma, «è una virtù nonviolenta».
PARONETTO: «PAX CHRISTI, STORIA DI PACE»
La pace come speranza concreta, si diceva, come progetto umano e collettivo, e quindi come storia di donne e uomini in tutto il mondo. Non parole, ma una storia realistica che associazioni come Pax Christi costruiscono ogni giorno da decenni. Durante il Convegno di Teologia della Pace tenutosi a Casa Cini, ne ha parlato Alessandra Mambelli (Pax Christi Ferrara), la quale ha raccontato la nascita 30 anni fa di questi Convegni dopo la nascita del Punto Pace a Ferrara. Mambelli ha poi ricordato, in particolare, il legame stretto di Pax Christi con don Tonino Bello. E col biblista ferrarese don Elios Mori.
Ha poi relazionato Sergio Paronetto, già vicepresidente di Pax Christi Italia, del cui Centro studi è attualmente presidente e nel cui gruppo veronese è ancora attivo. «Azione costante, continua, determinata e globale: questa è la nonviolenza», ha spiegato. E questa è un’ottima definizione per Pax Christi, che nasce a livello internazionale grazie a un gruppo di donne, idem in Italia, oltre al ruolo decisivo del card. Montini, di mons. Rossi Vescovo di Biella, mons. Castellano Vescovo di Siena e di don Luigi Bettazzi, dal ‘68 presidente nazionale e poi anche presidente internazionale. «Non bisogna solo – diceva – costruire la pace ma essere pace». La pace, quindi, è «qualcosa che riguarda tutte le dimensioni della vita (spirituale, personale, economica, ecologica ecc.) e con un respiro ecumenico, interreligioso e umanistico. Con gioia – ha proseguito – dobbiamo combattere contro tutto ciò che deturpa l’uomo come immagine di Dio».
Paronetto ha ricordato come dagli anni ’60 Pax Christi abbia avviato «progetti per un’economia di pace, disarmata, organizzato le Marce della pace nate a Sotto il Monte, terra di papa Giovanni XXXIII, e diversi convegni di studi. Un’altra lotta è stata quella per l’obiezione di coscienza al militare: «molti andavano in carcere o andavano – come me – in Servizio civile in Paesi del terzo mondo». Paronetto ha poi ricordato l’impegno contro la guerra in Vietnam e, in particolare, la grande assemblea per la liberazione dei popoli dell’Indocina francese, svoltasi nel ’73 a Torino grazie anche all’allora Vescovo card. Pellegrino. E ancora, le lotte contro le dittature e per la pace negli anni ’80 e ’90. «La guerra è sempre un fratricidio e un deicidio, – ha riflettuto Paronetto – perché bestemmia contro il Suo nome: verso il dio delle guerre e delle violenze, ci vuole il più radicale ateismo». Gesù cristo «è nonviolento, è la nostra pace: con il dono del suo corpo ha abbattuto i muri di separazione e in lui ha unito i popoli. E questo, oggi, è il compito della Chiesa». La pace è, quindi, «la sostanza del messaggio cristiano, perché affonda le radici nel mistero trinitario, che è mistero d’amore. La Chiesa non potrà dunque mai essere neutrale ma sempre profetica».
Riprendendo poi don Tonino Bello, Paronetto ha spiegato come «la pace è il progetto politico più realistico, perché la guerra è sempre una strage, oltre a distruggere, a svuotare la politica». La pace è «la più bella avventura della vita, è una trasformazione radicale della vita». Significa far coincidere i mezzi coi fini. Insomma, «se vuoi la pace, prepara la pace», fin da ora.
APRILE: «COSTRUIRE LA PACE NEL PICCOLO»
Massimo Aprile, pastore battista di Napoli ha poi preso la parola (in collegamento online) spiegando come ha avuto «l’onore di conoscere personalmente don Tonino Bello e don Luigi Bettazzi. «Pace, giustizia e salvaguardia del creato – fra loro strettamente connessi – rappresentano l’urgenza del nostro tempo». Oggi, invece, «spesso le Chiese difendono interessi e privilegi, invece di essere vessilli del Vangelo della pace». Insieme a valdesi e metodisti, Aprile ha poi spiegato le diverse forme di collaborazione, anche per la pace, oltre che con altre anime del mondo riformato. «Ognuno deve chiedersi: cosa sono disposto a fare per la pace? E cosa sono disposto a rinunciare per la pace?». Per fare la pace innanzitutto bisogna «decostruire l’immagine negativa del nemico, iniziando ad ascoltarlo, a sentire le sue ragioni». Va poi «smontata l’ideologia del militarismo, del nazionalismo e della corsa agli armamenti» e «ognuno di noi nel piccolo, nel quotidiano dev’essere mediatore di pace». Infine, la pace va costruita anche nell’ambito del «linguaggio, che dev’essere sempre più inclusivo e sempre meno discriminatorio», e quello legato «all’uso del denaro», pubblico e personale.
SALA: NONVIOLENZA, GUERRA GIUSTA E CAUSE STRUTTURALI
E a proposito di linguaggio, lo scorso febbraio i Vescovi tedeschi hanno cercato le parole giuste per parlare di pace, producendo un’importante Dichiarazione, “Pace a questa casa”, presentata da Daniela Sala, Caporedattrice de “Il Regno – documenti”. Un documento pensato «per approfondire e aggiornare il pensiero della Chiesa sulla pace, tentando di «superare due posizioni differenti e contrapposte: la tradizione della nonviolenza e quella della guerra giusta». La formula di sintesi è la cosiddetta «opzione preferenziale per la nonviolenza», cioè «la scelta della nonviolenza pur nel riconoscimento della necessità, a volte, di difendere la pace e contenere la violenza». Sono state diverse, e alterne, le fortune della pace nel secolo scorso e così differente è stato il dialogo all’interno del mondo cristiano al riguardo. Negli ultimi due ventenni – ha detto Sala – «la riflessione etica cristiana ha sempre più abbracciato la linea della “pace giusta”, che considera fondamentale anche il superamento di tutte le ingiustizie». In ogni caso, il documento in questione dell’episcopato tedesco «tenta di ricucire le differenze fra chi riconosce un diritto alla guerra pur rifiutandola, chi pensa che non vi sarà pace finché non ci saranno organismi sovranazionali capaci davvero di difenderla, e chi invece rifiuta sempre la guerra». L’importante è «dialogare sempre pur nelle differenze e lavorare sempre per la pace nel mondo», anche attraverso «la deterrenza nelle sue varie forme, concentrando i nostri sforzi per affrontare le sfide del futuro». Ma quindi, per stabilire una pace duratura, la Chiesa cosa può fare? «Testimoniare la pace di Cristo in un mondo diviso», ha detto Sala. «Non sarà facile, ma questa è la missione di ogni cristiano, di ogni Chiesa».
LA PACE NEL CUORE
L’introduzione del convegno venerdì 15 è spettata al biblista Piero Stefani, fra gli organizzatori storici, che ha preso le mosse da uno dei testi fondamentali del Concilio Vaticano II, Gaudium et spes, 78: da esso si deduce come «la guerra permane perché siamo nella dimensione del peccato»; ma i conflitti – senza per nulla volerli giustificare – possono essere comunque «un tempo di kairos, un tempo opportuno»: infatti, da una parte «ci si rende conto che la catastrofe è tale solo dopo che questa avviene»; dall’altra, la guerra «fa risaltare ancora di più gesti di bene».
Sempre il primo dei due giorni, i saluti del Vescovo e dell’Arcidiocesi li ha portati il Vicario Generale mons. Massimo Manservigi, che ha accennato alla «pace come dono di Dio ma che ha bisogno di essere accolta nel nostro cuore». Concetto, questo, decisivo, e poi ripreso anche da padre Oleg Vascautan, alla guida della Comunità ortodossa moldava di Ferrara: «le Chiese – ha detto – sono sempre punti di pace, riferimenti per la pace». Pace che, però, «è innanzitutto qualcosa di interiore, deve cioè scendere nel cuore di ognuno, nel profondo, non rimanere a livello delle idee, sul piano teorico». Al contrario, dev’essere qualcosa di “pratico”, di concreto. Per questo, «la guerra più pesante è quella col prossimo, la volontà di sopraffazione nei confronti di chi mi è vicino: qui ha inizio la guerra». L’unica vera pace è «quella che viene da Dio. E la nostra pace – chiediamoci – coincide con quella di Dio? Spesso, infatti, ci rappresentiamo Dio come piace a noi (un dio governabile, confortevole), invece di essere aperti alla Sua rivelazione». Quando parliamo di pace, dunque, «parliamo non di qualcosa ma di Qualcuno: la Pace è una Persona, Dio. È quindi a Lui che dobbiamo guardare se vogliamo vivere la vera pace. Chi trova Dio, trova la pace». «È importante lavorare anche e soprattutto sul verticale, sulla radice spirituale», ha poi in un certo senso proseguito Raffaele Guerra, diacono della Chiesa ortodossa rumena di Ferrara: «finché la nostra interiorità sarà in conflitto, nulla potrà portare a una pace duratura».
Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 22 novembre 2024
È nata l’Associazione Ferrara Popolare Europea: Guglielmo Bernabei, Rossella Zadro e Andrea Tosini i promotori. Per ora una 40ina gli aderenti
L’innesco è partito.Ci sono i volti, le prime idee. C’è una base comune dalla quale partire. A Ferrara lo scorso 27 settembre è ufficialmente nata l’Associazione politico-culturale “Ferrara Popolare Europea”, che si propone l’obiettivo ambizioso di far da rete al mondo associativo del territorio per proporre idee e progetti utili per la politica locale. Un posizionamento, quindi, pre-politico non nel senso di acerbo o velleitario ma che si pone prima, e oltre, la politica, per rifondarla su basi più solide. Nell’assemblea svoltasi in via Pergolato 4/d (nella sede della Federazione Repubblicana), sono intervenuti i tre promotori dell’associazione: Guglielmo Bernabei, avvocato, ex Presidente di Ferrara Bene Comune;Rossella Zadro, Segretaria del Movimento Federalista Europeo – Sezione di Ferrara e vecchia conoscenza della politica (è stata anche Assessora nel primo mandato Tagliani); Andrea Tosini, giornalista e nell’ultima tornata elettorale candidato nella lista a sostegno di Daniele Botti Sindaco. «Porteremo avanti i nostri valori – ha detto Bernabei -, a partire da una tradizione cattolico-popolare che mette al centro la persona, la famiglia, la competenza e il merito, il principio di sussidiarietà, la valorizzazione dei corpi intermedi». «L’obiettivo – ha aggiunto Zadro – è di creare cultura dialogando con i cittadini, proponendo idee per dar vita a progetti concreti. Vogliamo essere un catalizzatore di associazioni del territorio, mantenendo però l’identità di ognuna. Attraverso un percorso culturale e formativo, l’obiettivo è di fare massa critica». «Cerchiamo di rispondere a una grande necessità del nostro territorio, quella di trovare un’area comune che abbia poi anche uno sbocco in politica», ha rimarcato Tosini. «Organizzeremo incontri invitando soggetti del Terzo settore, del mondo dell’impresa, di quello scientifico, per creare un’elaborazione condivisa che dia nuova linfa anche alle forze politiche».
Per ora hanno aderito all’Associazione una 40ina di persone. Il Direttivo è composto da Guglielmo Bernabei, Andrea Tosini, Rossella Zadro, Renata Gagliani, Francesco Volta, Giacomo Montanari e Carlo Ragazzi. Il Direttivo, su indicazione dell’Assemblea, ha nominato Guglielmo Bernabei presidente, Andrea Tosini vice-presidente, Rossella Zadro segretaria generale.
Fra i presenti all’Assemblea Costitutiva, è emersa la necessità di «non fare solo un’ulteriore associazione, ma un luogo di incontro di anime diverse ma simili». I termini maggiormente citati sono stati “liberale” e “riformista”:«quello del riformismo liberale è uno spazio grande, da riempire», è stato detto. Uno spazio fatto di persone concrete, come concreti sono alcuni dei temi più urgenti nel nostro territorio: il calo demografico, le sacche di povertà, la dispersione scolastica. Problematiche che riguardano soprattutto, ma non solo, la provincia.
La sfida è lanciata.
Andrea Musacci
Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 4 ottobre 2024
Un’utopia? Non secondo i federalisti europei, riunitisi a Casa Cini lo scorso 13 aprile. Ecco il dibattito
Un’Europa forte nell’unità, nella partecipazione e nella complementarietà delle sue anime: è questo il grande progetto partorito fin dal 1941 da Altiero Spinelli e altri antifascisti col Manifesto di Ventotene e che oggi è portato avanti soprattutto dal Movimento Federalista Europeo (MFE). MFE che lo scorso 13 aprile a Casa Cini, Ferrara, ha organizzato la giornata di confronto sul tema “Sovranità e sussidiarietà: due anime del federalismo europeo”. Due sessioni – mattina e pomeriggio – molto partecipate, da persone di generazioni diverse.
IL VESCOVO: «UNITÀ VA COSTRUITA»
Nel pomeriggio ha portato il suo saluto anche mons. Gian Carlo Perego che sul Patto europeo per i migranti approvato tre giorni prima al Parlamento Europeo ha detto: «abbiamo visto una caduta nell’unità dell’Unione Europea, a maggior dimostrazione di come questa vada costruita, sempre ripensata nelle sue radici». E «per la costruzione di una cittadinanza nuova, quella europea, la sussidiarietà è fondamentale». Sussidiarietà che, per Rossella Zadro (Direzione Nazionale MFE), nascerebbe da «un sistema federale europeo», il quale invece «non creerebbe un “Super Stato”». Di effetti positivi della sussidiarietà europea ha parlato anche Paolo Frignani (Prorettore Università Dimitrie Cantemir, Romania), affrontando quelli che si avrebbero nell’istruzione superiore, soprattutto universitaria, nei termini di transnazionalità, accesso agli studi e mobilità. Nelle conclusioni, Raimondo Cagiano (Coordinatore nazionale dell’Ufficio del Dibattito MFE) ha spiegato come la sussidiarietà, che è «partecipazione e complementarietà», sia «la versione moderna, del 2024, del concetto di solidarietà a sua volta erede di quello di fraternitè».
BIANCHI: «ECONOMIA UE È FORTE SE QUESTA È UNITA»
«L’Europa cresce economicamente solo quando è unita: nei periodi di accelerazione dell’integrazione europea, si registra uno sviluppo, mentre quando non si lavora assieme, si cade». Così Patrizio Bianchi (foto)(portavoce della Rete delle Cattedre Unesco italiane, già Ministro della Pubblica Istruzione) in un passaggio della sua relazione, partita da un’analisi dei macroprocessi economici dopo la caduta del Muro di Berlino, quando «ha vinto l’ideologia del mercato sregolato, questa grande illusione alla quale è seguita quella del superamento del ruolo degli Stati». Fino ad arrivare alla pandemia da Covid, che ci ha in un certo senso obbligati «a ragionare assieme, a generare risorse aggiuntive per permettere agliStati di riprendersi, sviluppando attività e infrastrutture di livello europeo». Ma l’incertezza, l’andamento altalenante della crescita in Europa negli ultimi 20 anni, «non permette investimenti soprattutto a lungo termine». A ciò si aggiungono nel nostro continente ancora «forti differenze tra centro e periferia» (ad esempio in ambito formativo), mentre l’eguaglianza per l’Europa «non è un accessorio ma un valore fondante». Di questo passo, l’UE diventa sempre più «vecchia e debole, appunto perché disunita».
ZAMAGNI: «NUOVA DEMOCRAZIA NEL MULTILATERALISMO»
Atteso l’intervento di Stefano Zamagni (Università di Bologna), il quale ha affrontato il tema dell’unità europea in sei punti principali. Il primo riguarda i confini dell’UE, «importanti da definire», come decisivo è che l’UE possieda un «modello di difesa unitario» e comprenda che ormai, venuta sempre meno l’egemonia globale USA, siamo sempre più nell’epoca del «multilateralismo». Per questo, «il Presidente degli Stati Uniti d’Europa sarebbe una figura molto più autorevole a livello mondiale rispetto ai Presidenti dei singoli Paesi». La piccolezza dell’attuale UE, poi, per Zamagni si vede nella gestione della rivoluzione digitale in corso, nella quale l’Europa, come sistema di valori, deve proporre «un progetto neoumanista», che «pone le nuove tecnologie a servizio dell’umano», contro quindi il transumanesimo USA. Un nuovo umanesimo che affonda le proprie radici nella «tradizione neo-rinascimentale, opposta a quella neo-hobbesiana», come «dal pensiero del francescano Bonaventura da Bagnoregio nasce il moderno concetto di sussidiarietà». Da questo sistema di pensiero e valoriale non può non germogliare una nuova concezione della democrazia in senso «deliberativo», con la creazione di «Forum coi quali i cittadini UE si possano esprimere tra un’elezione e l’altra».
GLI ALTRI INTERVENTI: TUTTI I VOLTI DELLA SUSSIDIARIETÀ
E a proposito di democrazia, Giulia Rossolillo (Università di Pavia), ha riflettuto su come «il principio di sussidiarietà comporta che le decisioni vengano prese al livello più vicino ai cittadini ma anche che vi sia un concreto controllo da parte degli stessi».
Francesco Badia (Università di Modena-Reggio) ha, invece, affrontato nello specifico il tema delle disuguaglianze tra centro e periferia: «Le disparità economiche regionali – ha detto -rappresentano una sfida fondamentale per l’integrazione e la coesione dell’UE. Una parte significativa delle politiche UE è dedicata alla promozione della convergenza economica tra le regioni, al fine di ridurre queste disparità». Tra gli strumenti principali vi sono i Fondi strutturali e di investimento europei e il programma “Next Generation EU”. È fondamentale, quindi, «promuovere un ambiente favorevole agli investimenti e all’innovazione in tutte le regioni, migliorare l’accesso al finanziamento per le imprese e gli enti locali, e rafforzare le capacità amministrative per garantire una migliore implementazione delle politiche di coesione».
Mentre Salvatore Aloisio (Università di Modena-Reggio) ha riflettuto su come all’UE «manchi «una capacità di indirizzo politico», per Guglielmo Bernabei (Università di Ferrara), la sussidiarietà «non è tanto un sistema allocatore ma la sottolineatura di un ruolo, la maniera per dare un ruolo forte agli enti locali, quindi una maggiore capacità di incidenza ai territori». Per far questo, però, sono necessari «luoghi di sussidiarietà». Questa, infatti, è più che mai necessaria «sia verso l’alto – ad esempio nelle politiche industriali -, sia verso il basso – ad esempio nelle politiche per l’ambito manifatturiero». Spazio anche ai giovani federalisti europei: Anna Ferrari (Gioventù Federalista Europea – Milano) ha riflettuto su come «occorra superare il principio di nazione e intendere la federazione continentale come un passo verso la federazione mondiale»; Giacomo Brunelli (Segretario dell’MFE – Sezione di Legnago), invece, nel delineare la storia delle forme statali fino all’unità europea, ha riflettuto sulla possibilità di «una nuova forma di elaborazione teorica federalistica che sappia rispondere alla crisi degli Stati nazionali».
David Sassoli nel ricordo di Claudio Sardo: «il nostro destino»
L’Europa come grande «potenza democratica» che a livello globale possa essere all’avanguardia nella difesa della democrazia e dello sviluppo sostenibile. È questa la grande visione che ha alimentato l’esistenza di David Sassoli, ex giornalista e Presidente del Parlamento Europeo, morto nel gennaio 2022 all’età di 66 anni. La sua figura è stata ricordata lo scorso 3 aprile alla Libreria Feltrinelli di Ferrara da Claudio Sardo, curatore del volume “La saggezza e l’audacia. Discorsi per l’Italia e per l’Europa” (Feltrinelli, 2023). Sardo, ex direttore de “L’Unità”, dal 2015 lavora presso l’Ufficio di segreteria del Presidente della Repubblica con compiti di studi e ricerche. L’incontro faceva parte dell’European Projects Festival.
Il libro – che raccoglie 56 discorsi di Sassoli – «nasce per far conoscere la profondità del suo pensiero e le sue battaglie politiche», ha spiegato Sardo. Sassoli era un cattolico nato da due dei fondatori della DC a Firenze: «le sue radici, quindi, affondano nella sinistra cattolica fiorentina, una storia in qualche modo anche anticipatrice del Concilio Vaticano II». Sassoli da giovane aderì anche alla “Rosa Bianca” italiana, associazione cattolica liberal-personalista. «Egli non ostentava la propria fede ma cercava di concretizzarla nel dialogo e nell’impegno politico», ha aggiunto il relatore. Nella sua maturità, invece, «entra a pieno titolo in quel filone di presenza cattolica determinante nella parabola della sinistra europea, al pari di Jacques Delors e Romano Prodi». Sassoli era convinto che «l’Unione Europea dovesse assumere sempre più le dimensioni di una potenza democratica, per difendere i valori fondamentali della propria civiltà». La pandemia è stata una forte dimostrazione di come i grandi problemi globali «non possono essere affrontati dai singoli Paesi. L’eredità che ci ha lasciato è quella del credere che l’Europa, se vuole, può attuare politiche progressive e solidaristiche, espansive, essere più integrata e vicina ai cittadini».
Per Sassoli, «la politica era un processo e ciò che contava era l’efficacia: la democrazia – diceva – serve solo se serve ai suoi cittadini. Non credeva in una democrazia astratta, solo formale». Per Sardo, «egli sapeva squarciare il velo sulla realtà: ci stiamo avvicinando a importanti elezioni a livello europeo e so già che in questa campagna elettorale molti leader prometteranno di porre argini all’Unione Europea. Ma questo è un dibattito falso, perché in realtà i politici di tutti gli schieramenti han preso atto che l’UE è l’unico strumento per incidere a livello globale. La questione non è “politiche europee o no”, ma “quali politiche europee?”». Sardo ha poi toccato il tema più che mai attuale della pace: «oggi dobbiamo chiederci se un’Europa divisa potrà resistere a un possibile scenario di guerra». Ricordando l’impegno concreto di Sassoli per i dissidenti russi e bielorussi, Sardo ha riflettuto sulla contraddizione che coinvolge le coscienze di molti: da una parte, «non possiamo non condannare e combattere l’invasione russa all’Ucraina»; dall’altra, non possiamo non fare di tutto «per cercare la pace, per evitare un’escalation dalle conseguenze imprevedibili. Un bravo politico deve saper trovare un equilibrio fra questi due aspetti». E sul tema della difesa dell’ambiente, Sassoli, partendo dal concetto di “ecologia integrale” di papa Francesco, pensava che l’UE dovesse essere «all’avanguardia a livello globale nell’economia green. La Next Generation EU serve proprio a far sì che l’UE superi USA e Cina nel campo dello sviluppo sostenibile».
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Casa delle nazioni, libera e non ideologica
Francesco Giubilei: «riscoprire la nostra identità profonda»
Un’«Europa delle nazioni», non ideologica, che lasci spazi di autonomia ai singoli Stati e più libertà ai cittadini. È questa la proposta politico-culturale di una delle personalità emergenti (ma ormai, affermata) del mondo conservatore italiano, Francesco Giubilei. Una riflessione che ha portato anche a Ferrara (nella Sala Arengo del Municipio) lo scorso 3 aprile, in dialogo con l’Assessore Alessandro Balboni e il giornalista del “Carlino” Federico Di Bisceglie, all’interno dell’European Projects Festival. Giubilei, cesenate classe ’92, è fondatore e direttore della Giubilei Regnani Editore, della rivista e del movimento “Nazione Futura”, presidente della Fondazione Tatarella, collaboratore de “Il giornale” ed ex consigliere del Ministro della Cultura Sangiuliano.
Dopo una breve analisi sulle possibili alleanze dei conservatori dopo il voto europeo del 9 giugno (possibili solo a posteriori visto il sistema elettorale proporzionale secco), Giubilei ha spiegato come nell’ipotesi di una maggioranza UE retta soprattutto dai conservatori dell’ECR e dai popolari del PPE, «un punto di svolta importante rispetto alle politiche di questi anni sarebbe sicuramente sul Green Deal», contro, quindi, «un ambientalismo ideologico e dirigista».
Il relatore ha poi distinto il concetto di Europa da quello di Unione Europea: il primo è «di tipo storico, culturale e identitario, affondando le proprie radici nella classicità greco-romana e nel Cristianesimo». Il secondo, è invece «di tipo politico». «Oggi – ha proseguito – l’Unione Europea ha perduto la comune piattaforma delle origini, riducendosi al solo criterio politico-economico». Dovrebbe, invece, «riscoprire la propria base valoriale e abbandonare l’imposizione dirigistica e burocratica, contraria a ogni idea di sussidiarietà». Bene, dunque, «regole comuni a livello europeo, ma queste vanno bilanciate lasciando spazi di autonomia ai singoli Stati, ad esempio sulle politiche ambientali e sulle loro conseguenze sul settore automobilistico». La soluzione è, perciò, un’«Europa delle nazioni, un sistema confederale europeo». Per Giubilei, va cambiato l’impianto dell’UE: ad esempio, «cosa ce ne facciamo di un sistema di difesa europeo se non abbiamo una politica estera UE comune? Oggi l’UE come attore geopolitico è inesistente». Altro tema scottante è quello riguardante le politiche migratorie: non è solo un problema dei Paesi – come l’Italia – di primo approdo, ma «di tutta l’Unione Europea». Importante, è innanzitutto «intervenire sulle partenze irregolari dal continente africano, attraverso accordi bilaterali con i Paesi di partenza».
Prima si è accennato alle politiche ambientali, e Giubilei nel suo intervento è tornato sul tema riflettendo sulle proteste dei trattori, che «in Olanda e Belgio sono iniziate due anni fa, anche se in Italia non se ne parlava». Le politiche di abbattimento delle emissioni hanno e avranno «conseguenze pesanti sui nostri agricoltori e allevatori, col mercato inondato di prodotti» – provenienti perlopiù da Cina e Nord Africa – «più economici ma di bassa qualità, molto meno controllati e che nascondono lo sfruttamento di molti lavoratori. L’ingresso della Cina nel WTO (l’Organizzazione mondiale del commercio, ndr) nel 2001 – ha proseguito Giubilei – è stato affrontato in maniera sbagliata e ora ne paghiamo le conseguenze».
In vista dell’avvio della Scuola di politica diocesana, proponiamo una prima riflessione: quali forme può assumere la politica oggi, in una società consumistica e frammentata? E quale alternativa possono proporre i cattolici?
di Andrea Musacci
Nel regno ingannevole dell’immediato e del virtuale che domina il nostro presente, qual è il senso della vera politica, quindi di visioni colme di speranza e proiettate nel futuro, di radici solide, di comunità reali?
E in particolare, per un cristiano, come vivere l’impegno politico da “laico” senza dimenticare le parole sempre radicali di Gesù? («Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma vi ho scelti io dal mondo, per questo il mondo vi odia»1).
POTERI SENZA LIMITI
Il potere mondano, di per sé, tende a essere illimitato. Il consumismo, per sua natura, lo è. Oggi, infatti, il nuovo principe del mondo è rappresentato anche dal mercato senza regole e dalla venerazione del consumo: ogni sensibilità, parola, esperienza è ridotta a merce. Tutto è vendibile, scambiabile e interscambiabile. Il neo-capitalismo non può non presentarsi con un unico obiettivo: non avere nulla al di fuori di sé. «Quando il potere umano esce dai limiti dell’ordine voluto da Dio, si autodivinizza e chiede l’assoluta sottomissione; diventa allora la Bestia dell’Apocalisse»2. Un sistema, quello del consumo, schiacciato sul presente, sull’attimo, sull’adorazione acritica di simboli che nulla hanno di reale, senza una storia; dove la fraternità è sostituita dall’illusoria vicinanza e somiglianza tra loro di individui che accumulano e “bruciano” cose ed esperienze. Senza aneliti, senza uno sguardo che riconosca il Bello, senza vita. Questo sistema onnivoro di cui spesso siamo ingranaggi inconsapevoli, che spazio può lasciare alla politica intesa come coesione, continuità, speranza, apertura vera all’altro?
Senza questi aspetti fondamentali, ogni progetto politico è destinato, infatti, a sfaldarsi. Ne sono prova le innumerevoli operazioni meramente di facciata che affollano da decenni il nostro Paese: liste, movimenti, accrocchi senza nessuna solidità. Illusioni fondate sulla mera reazione a una contingenza sfavorevole, sugli umori delle masse digitali o televisive, mosse dalla “magica” mano dei sondaggisti o dall’egocentrismo del leader salvifico di turno. Tutto ciò non è politica: è marketing e ipertrofia comunicativa.
I LIMITI POSITIVI: CONFLITTO E COMUNITÀ
La politica – respiro collettivo nella polis, «forma più alta di carità»3 – raccoglie invece simboli e luoghi in una storia. De-limita, de-finisce, crea appartenenza. Divide, quindi: è anche sano conflitto, inteso come «esperienza di un limite»4.
Il conflitto non fine a sé stesso impedisce l’omologazione in quanto animato dall’incontro con l’altro, ma senza buonismi. Lo aveva capito bene De Certeau: il “dialogo” inautentico del credente «con il non credente – scriveva – permetterà di riassorbire certe opposizioni sotto il verbalismo, assai deprimente, di buoni sentimenti comuni e di formule anodine». Dall’altra parte, però, il chiudere a priori l’altro in determinati schemi «fornirà anche la garanzia, del tutto superficiale, che non c’è negli altri nulla (da attendere o da temere) che non si sappia già: una maniera di concedersi a buon mercato, con il brevetto dell’altruismo»5.
«La convivenza umana… deve essere considerata anzitutto come un fatto spirituale», scriveva san Giovanni XXIII6. Un popolo è condivisione di valori profondi: solo da qui può nascere una vera comunione spirituale e morale. Solo una profonda trasformazione interiore – spirituale, appunto – può portare a una trasformazione della relazione, quindi alla creazione di comunità che vivano la propria appartenenza a un popolo rinnovandola sempre e mantenendone viva la fiamma. È l’alterità data dalla tradizione. Scrive Marcello Veneziani: «Più che all’identità, allusiva di un’impossibile fissità, meglio (…) riferirsi alla tradizione che si trasmette comunicando ed esprime il mutarsi nella continuità. Nella tradizione si diviene ciò che si è, non si è per sempre quel che si è stati una volta. La tradizione non sta, diviene; persiste, ma si modifica»7.
La comunità come condivisione autentica, come luogo del simile e il conflitto come luogo dell’alterità sono dunque due limiti all’idolatria, all’assolutizzazione del potere, delle cose e del loro consumo, del proprio piccolo “io” istintivamente egocentrato.
COME STARE DA CRISTIANI NEI “LIMITI DEL POSSIBILE”?
I cattolici impegnati in politica devono, quindi, essere capaci di cambiare i paradigmi dominanti senza abdicare alla logica del potere. Alzare sempre più l’asticella spirituale anche in un mondo contorto e corruttibile (in senso ampio) come quello dell’agone politico. Il cattolico in politica, perciò, non può prescindere da una profonda vita spirituale, per stare nel mondo senza esserne inglobato, senza diventare del mondo. Deve rimanere fedele alla verità, a quell’Incontro con una Persona che gli ha cambiato, e gli cambia, la vita. Deve portare parole di verità senza rinunciare alla propria essenza.
Al mondo non servono parole e azioni comode, le ha già. Serve il Vangelo: spetta ad ogni politico cattolico, e a ognuno di noi, saper testimoniare questa nostra radicale ed invincibile alterità.
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«È una proposta di vita, la mondanità (…). È una cultura dell’effimero, una cultura dell’apparire, del maquillage (…). Una cultura che non conosce fedeltà, perché cambia secondo le circostanze, negozia tutto. Questa è la cultura mondana, la cultura delle mondanità». Ed è «un modo di vivere anche di tanti che si dicono cristiani. Sono cristiani ma sono mondani».
(Papa Francesco, maggio 2020, omelia S. Messa a Casa Marta)
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«La città – pur non potendo mai coincidere con la comunità dei credenti e pur con i suoi rischi paurosi – ha però una possibilità di non essere pura perdizione e di potere rinnovarsi secondo progetti – sempre inadeguati e sempre periclinanti – che tuttavia ne evitino le più tremende catastrofi: tale possibilità sta solo in questo che i cristiani (tanti o pochi che siano nella città) non ricorrano – né per difendersene egoisticamente, né per usarne strumentalmente, né per volerla presuntuosamente sanare – non ricorrano, dico, a dei mezzi umani che sarebbero sempre dei “mezzucci” grotteschi e disperanti, ma essi, i cristiani, vivano l’inenarrabile avventura di essere sanati e guidati, nelle loro persone e nelle loro comunità di fede, dall’Amore trinitario».
Mi chiamo Andrea Musacci.
Da aprile 2014 sono Giornalista Pubblicista, iscritto all’Ordine dei Giornalisti dell’Emilia-Romagna.
Sono redattore e inviato del settimanale "la Voce di Ferrara-Comacchio" (con cui collaboro dal 2014: http://lavoce.e-dicola.net/it/news - www.lavocediferrara.it), e collaboro con Filo Magazine, Periscopio e Avvenire.
In passato ho collaborato con La Nuova Ferrara, Listone mag e Caritas Ferrara-Comacchio.
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"L'unica cosa che conta è l'inquietudine divina delle anime inappagate."
(Emmanuel Mounier)