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«Europa cuore democratico ed economia forte»

17 Apr

Un’utopia? Non secondo i federalisti europei, riunitisi a Casa Cini lo scorso 13 aprile. Ecco il dibattito

Un’Europa forte nell’unità, nella partecipazione e nella complementarietà delle sue anime: è questo il grande progetto partorito fin dal 1941 da Altiero Spinelli e altri antifascisti col Manifesto di Ventotene e che oggi è portato avanti soprattutto dal Movimento Federalista Europeo (MFE). MFE che lo scorso 13 aprile  a Casa Cini, Ferrara, ha organizzato la giornata di confronto sul tema “Sovranità e sussidiarietà: due anime del federalismo europeo”. Due sessioni – mattina e pomeriggio – molto partecipate, da persone di generazioni diverse.

IL VESCOVO: «UNITÀ VA COSTRUITA»

Nel pomeriggio ha portato il suo saluto anche mons. Gian Carlo Perego che sul Patto europeo per i migranti approvato tre giorni prima al Parlamento Europeo ha detto: «abbiamo visto una caduta nell’unità dell’Unione Europea, a maggior  dimostrazione di come questa vada costruita, sempre ripensata nelle sue radici». E «per la costruzione di una cittadinanza nuova, quella europea, la sussidiarietà è fondamentale». Sussidiarietà che, per Rossella Zadro (Direzione Nazionale MFE), nascerebbe da «un sistema federale europeo», il quale invece «non creerebbe un “Super Stato”». Di effetti positivi della sussidiarietà europea ha parlato anche Paolo Frignani (Prorettore Università Dimitrie Cantemir, Romania), affrontando quelli che si avrebbero nell’istruzione superiore, soprattutto universitaria, nei termini di transnazionalità, accesso agli studi e mobilità. Nelle conclusioni, Raimondo Cagiano (Coordinatore nazionale dell’Ufficio del Dibattito MFE) ha spiegato come la sussidiarietà, che è «partecipazione e complementarietà», sia «la versione moderna, del 2024, del concetto di solidarietà a sua volta erede di quello di fraternitè». 

BIANCHI: «ECONOMIA UE È FORTE SE QUESTA È UNITA»

«L’Europa cresce economicamente solo quando è unita: nei periodi di accelerazione dell’integrazione europea, si registra uno sviluppo, mentre quando non si lavora assieme, si cade». Così Patrizio Bianchi (foto)(portavoce della Rete delle Cattedre Unesco italiane, già Ministro della Pubblica Istruzione) in un passaggio della sua relazione, partita da un’analisi dei macroprocessi economici dopo la caduta del Muro di Berlino, quando «ha vinto l’ideologia del mercato sregolato, questa grande illusione alla quale è seguita quella del superamento del ruolo degli Stati». Fino ad arrivare alla pandemia da Covid, che ci ha in un certo senso obbligati «a ragionare assieme, a generare risorse aggiuntive per permettere agliStati di riprendersi, sviluppando attività e infrastrutture di livello europeo». Ma l’incertezza, l’andamento altalenante della crescita in Europa negli ultimi 20 anni, «non permette investimenti soprattutto a lungo termine». A ciò si aggiungono nel nostro continente ancora «forti differenze tra centro e periferia» (ad esempio in ambito formativo), mentre l’eguaglianza per l’Europa «non è un accessorio ma un valore fondante».  Di questo passo, l’UE diventa sempre più «vecchia e debole, appunto perché disunita». 

ZAMAGNI: «NUOVA DEMOCRAZIA NEL MULTILATERALISMO»

Atteso l’intervento di Stefano Zamagni (Università di Bologna), il quale ha affrontato il tema dell’unità europea in sei punti principali. Il primo riguarda i confini dell’UE, «importanti da definire», come decisivo è che l’UE possieda un «modello di difesa unitario» e comprenda che ormai, venuta sempre meno l’egemonia globale USA, siamo sempre più nell’epoca del «multilateralismo». Per questo, «il Presidente degli Stati Uniti d’Europa sarebbe una figura molto più autorevole a livello mondiale rispetto ai Presidenti dei singoli Paesi». La piccolezza dell’attuale UE, poi, per Zamagni si vede nella gestione della rivoluzione digitale in corso, nella quale l’Europa, come sistema di valori, deve proporre «un progetto neoumanista», che «pone le nuove tecnologie a servizio dell’umano», contro quindi il transumanesimo USA. Un nuovo umanesimo che affonda le proprie radici nella «tradizione neo-rinascimentale, opposta a quella neo-hobbesiana», come «dal pensiero del francescano Bonaventura da Bagnoregio nasce il moderno concetto di sussidiarietà». Da questo sistema di pensiero e valoriale non può non germogliare una nuova concezione della democrazia in senso «deliberativo», con la creazione di «Forum coi quali i cittadini UE si possano esprimere tra un’elezione e l’altra».

GLI ALTRI INTERVENTI: TUTTI I VOLTI DELLA SUSSIDIARIETÀ

E a proposito di democrazia, Giulia Rossolillo (Università di Pavia), ha riflettuto su come «il principio di sussidiarietà comporta che le decisioni vengano prese al livello più vicino ai cittadini ma anche che  vi sia un concreto controllo da parte degli stessi». 

Francesco Badia (Università di Modena-Reggio) ha, invece, affrontato nello specifico il tema delle disuguaglianze tra centro e periferia: «Le disparità economiche regionali – ha detto -rappresentano una sfida fondamentale per l’integrazione e la coesione dell’UE. Una parte significativa delle politiche UE è dedicata alla promozione della convergenza economica tra le regioni, al fine di ridurre queste disparità». Tra gli strumenti principali vi sono i Fondi strutturali e di investimento europei e il programma “Next Generation EU”. È fondamentale, quindi, «promuovere un ambiente favorevole agli investimenti e all’innovazione in tutte le regioni, migliorare l’accesso al finanziamento per le imprese e gli enti locali, e rafforzare le capacità amministrative per garantire una migliore implementazione delle politiche di coesione».

Mentre Salvatore Aloisio (Università di Modena-Reggio) ha riflettuto su come all’UE «manchi «una capacità di indirizzo politico», per Guglielmo Bernabei (Università di Ferrara), la sussidiarietà «non è tanto un sistema allocatore ma la sottolineatura di un ruolo, la maniera per dare un ruolo forte agli enti locali, quindi una maggiore capacità di incidenza ai territori». Per far questo, però, sono necessari «luoghi di sussidiarietà». Questa, infatti, è più che mai necessaria «sia verso l’alto – ad esempio nelle politiche industriali -, sia verso il basso – ad  esempio nelle politiche per l’ambito manifatturiero». Spazio anche ai giovani federalisti europei: Anna Ferrari (Gioventù Federalista Europea – Milano) ha riflettuto su come «occorra superare il principio di nazione e intendere la federazione continentale come un passo verso la federazione mondiale»; Giacomo Brunelli (Segretario dell’MFE – Sezione di Legnago), invece, nel delineare la storia delle forme statali fino all’unità europea,  ha riflettuto sulla possibilità di «una nuova forma di elaborazione teorica federalistica che sappia rispondere alla crisi degli Stati nazionali».

Andrea Musacci

(Foto Pino Cosentino)

Pubblicato sulla “Voce” del 19 aprile 2024

La Voce di Ferrara-Comacchio

Quale Europa? Confronto in vista delle elezioni: Claudio Sardo e Francesco Giubilei

10 Apr

a cura di Andrea Musacci

Potenza democratica, unita, forte e sostenibile 

David Sassoli nel ricordo di Claudio Sardo: «il nostro destino»

L’Europa come grande «potenza democratica» che a livello globale possa essere all’avanguardia nella difesa della democrazia e dello sviluppo sostenibile. È questa la grande visione che ha alimentato l’esistenza di David Sassoli, ex giornalista e Presidente del Parlamento Europeo, morto nel gennaio 2022 all’età di 66 anni. La sua figura è stata ricordata lo scorso 3 aprile alla Libreria Feltrinelli di Ferrara da Claudio Sardo, curatore del volume “La saggezza e l’audacia. Discorsi per l’Italia e per l’Europa” (Feltrinelli, 2023). Sardo, ex direttore de “L’Unità”, dal 2015 lavora presso l’Ufficio di segreteria del Presidente della Repubblica con compiti di studi e ricerche. L’incontro faceva parte dell’European Projects Festival.

Il libro – che raccoglie 56 discorsi di Sassoli – «nasce per far conoscere la profondità del suo pensiero e le sue battaglie politiche», ha spiegato Sardo. Sassoli era un cattolico nato da due dei fondatori della DC a Firenze: «le sue radici, quindi, affondano nella sinistra cattolica fiorentina, una storia in qualche modo anche anticipatrice del Concilio Vaticano II». Sassoli da giovane aderì anche alla “Rosa Bianca” italiana, associazione cattolica liberal-personalista. «Egli non ostentava la propria fede ma cercava di concretizzarla nel dialogo e nell’impegno politico», ha aggiunto il relatore. Nella sua maturità, invece, «entra a pieno titolo in quel filone di presenza cattolica determinante nella parabola della sinistra europea, al pari di Jacques Delors e Romano Prodi». Sassoli era convinto che «l’Unione Europea dovesse assumere sempre più le dimensioni di una potenza democratica, per difendere i valori fondamentali della propria civiltà». La pandemia è stata una forte dimostrazione di come i grandi problemi globali «non possono essere affrontati dai singoli Paesi. L’eredità che ci ha lasciato è quella del credere che l’Europa, se vuole, può attuare politiche progressive e solidaristiche, espansive, essere più integrata e vicina ai cittadini».

Per Sassoli, «la politica era un processo e ciò che contava era l’efficacia: la democrazia – diceva – serve solo se serve ai suoi cittadini. Non credeva in una democrazia astratta, solo formale». Per Sardo, «egli sapeva squarciare il velo sulla realtà: ci stiamo avvicinando a importanti elezioni a livello europeo e so già che in questa campagna elettorale molti leader prometteranno di porre argini all’Unione Europea. Ma questo è un dibattito falso, perché in realtà i politici di tutti gli schieramenti han preso atto che l’UE è l’unico strumento per incidere a livello globale. La questione non è “politiche europee o no”, ma “quali politiche europee?”». Sardo ha poi toccato il tema più che mai attuale della pace: «oggi dobbiamo chiederci se un’Europa divisa potrà resistere a un possibile scenario di guerra». Ricordando l’impegno concreto di Sassoli per i dissidenti russi e bielorussi, Sardo ha riflettuto sulla contraddizione che coinvolge le coscienze di molti: da una parte, «non possiamo non condannare e combattere l’invasione russa all’Ucraina»; dall’altra, non possiamo non fare di tutto «per cercare la pace, per evitare un’escalation dalle conseguenze imprevedibili. Un bravo politico deve saper trovare un equilibrio fra questi due aspetti». E sul tema della difesa dell’ambiente, Sassoli, partendo dal concetto di “ecologia integrale” di papa Francesco, pensava che l’UE dovesse essere «all’avanguardia a livello globale nell’economia green. La Next Generation EU serve proprio a far sì che l’UE superi USA e Cina nel campo dello sviluppo sostenibile».

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Casa delle nazioni, libera e non ideologica

Francesco Giubilei: «riscoprire la nostra identità profonda»

Un’«Europa delle nazioni», non ideologica, che lasci spazi di autonomia ai singoli Stati e più libertà ai cittadini. È questa la proposta politico-culturale di una delle personalità emergenti (ma ormai, affermata) del mondo conservatore italiano, Francesco Giubilei. Una riflessione che ha portato anche a Ferrara (nella Sala Arengo del Municipio) lo scorso 3 aprile, in dialogo con l’Assessore Alessandro Balboni e il giornalista del “Carlino” Federico Di Bisceglie, all’interno dell’European Projects Festival. Giubilei, cesenate classe ’92, è fondatore e direttore della Giubilei Regnani Editore, della rivista e del movimento “Nazione Futura”, presidente della Fondazione Tatarella, collaboratore de “Il giornale” ed ex consigliere del Ministro della Cultura Sangiuliano. 

Dopo una breve analisi sulle possibili alleanze dei conservatori dopo il voto europeo del 9 giugno (possibili solo a posteriori visto il sistema elettorale proporzionale secco), Giubilei ha spiegato come nell’ipotesi di una maggioranza UE retta soprattutto dai conservatori dell’ECR e dai popolari del PPE, «un punto di svolta importante rispetto alle politiche di questi anni sarebbe sicuramente sul Green Deal», contro, quindi, «un ambientalismo ideologico e dirigista».

Il relatore ha poi distinto il concetto di Europa da quello di Unione Europea: il primo è «di tipo storico, culturale e identitario, affondando le proprie radici nella classicità greco-romana e nel Cristianesimo». Il secondo, è invece «di tipo politico». «Oggi – ha proseguito – l’Unione Europea ha perduto la comune piattaforma delle origini, riducendosi al solo criterio politico-economico». Dovrebbe, invece, «riscoprire la propria base valoriale e abbandonare l’imposizione dirigistica e burocratica, contraria a ogni idea di sussidiarietà». Bene, dunque, «regole comuni a livello europeo, ma queste vanno bilanciate lasciando spazi di autonomia ai singoli Stati, ad esempio sulle politiche ambientali e sulle loro conseguenze sul settore automobilistico». La soluzione è, perciò, un’«Europa delle nazioni, un sistema confederale europeo». Per Giubilei, va cambiato l’impianto dell’UE: ad esempio, «cosa ce ne facciamo di un sistema di difesa europeo se non abbiamo una politica estera UE comune? Oggi l’UE come attore geopolitico è inesistente». Altro tema scottante è quello riguardante le politiche migratorie: non è solo un problema dei Paesi – come l’Italia – di primo approdo, ma «di tutta l’Unione Europea». Importante, è innanzitutto «intervenire sulle partenze irregolari dal continente africano, attraverso accordi bilaterali con i Paesi di partenza».

Prima si è accennato alle politiche ambientali, e Giubilei nel suo intervento è tornato sul tema riflettendo sulle proteste dei trattori, che «in Olanda e Belgio sono iniziate due anni fa, anche se in Italia non se ne parlava». Le politiche di abbattimento delle emissioni hanno e avranno «conseguenze pesanti sui nostri agricoltori e allevatori, col mercato inondato di prodotti» – provenienti perlopiù da Cina e Nord Africa – «più economici ma di bassa qualità, molto meno controllati e che nascondono lo sfruttamento di molti lavoratori. L’ingresso della Cina nel WTO (l’Organizzazione mondiale del commercio, ndr) nel 2001 – ha proseguito Giubilei – è stato affrontato in maniera sbagliata e ora ne paghiamo le conseguenze».

Pubblicato sulla “Voce” del 12 aprile 2024

La Voce di Ferrara-Comacchio

Potere, limiti e comunità: stare da cattolici in politica

10 Feb

In vista dell’avvio della Scuola di politica diocesana, proponiamo una prima riflessione: quali forme può assumere la politica oggi, in una società consumistica e frammentata? E quale alternativa possono proporre i cattolici?

di Andrea Musacci

Nel regno ingannevole dell’immediato e del virtuale che domina il nostro presente, qual è il senso della vera politica, quindi di visioni colme di speranza e proiettate nel futuro, di radici solide, di comunità reali?

E in particolare, per un cristiano, come vivere l’impegno politico da “laico” senza dimenticare le parole sempre radicali di Gesù? («Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma vi ho scelti io dal mondo, per questo il mondo vi odia»1).

POTERI SENZA LIMITI

Il potere mondano, di per sé, tende a essere illimitato. Il consumismo, per sua natura, lo è. Oggi, infatti, il nuovo principe del mondo è rappresentato anche dal mercato senza regole e dalla venerazione del consumo: ogni sensibilità, parola, esperienza è ridotta a merce. Tutto è vendibile, scambiabile e interscambiabile. Il neo-capitalismo non può non presentarsi con un unico obiettivo: non avere nulla al di fuori di sé. «Quando il potere umano esce dai limiti dell’ordine voluto da Dio, si autodivinizza e chiede l’assoluta sottomissione; diventa allora la Bestia dell’Apocalisse»2. Un sistema, quello del consumo, schiacciato sul presente, sull’attimo, sull’adorazione acritica di simboli che nulla hanno di reale, senza una storia; dove la fraternità è sostituita dall’illusoria vicinanza e somiglianza tra loro di individui che accumulano e “bruciano” cose ed esperienze. Senza aneliti, senza uno sguardo che riconosca il Bello, senza vita. Questo sistema onnivoro di cui spesso siamo ingranaggi inconsapevoli, che spazio può lasciare alla politica intesa come coesione, continuità, speranza, apertura vera all’altro?

Senza questi aspetti fondamentali, ogni progetto politico è destinato, infatti, a sfaldarsi. Ne sono prova le innumerevoli operazioni meramente di facciata che affollano da decenni il nostro Paese: liste, movimenti, accrocchi senza nessuna solidità. Illusioni fondate sulla mera reazione a una contingenza sfavorevole, sugli umori delle masse digitali o televisive, mosse dalla “magica” mano dei sondaggisti o dall’egocentrismo del leader salvifico di turno. Tutto ciò non è politica: è marketing e ipertrofia comunicativa. 

I LIMITI POSITIVI: CONFLITTO E COMUNITÀ

La politica – respiro collettivo nella polis, «forma più alta di carità»3 – raccoglie invece simboli e luoghi in una storia. De-limita, de-finisce, crea appartenenza. Divide, quindi: è anche sano conflitto, inteso come «esperienza di un limite»4. 

Il conflitto non fine a sé stesso impedisce l’omologazione in quanto animato dall’incontro con l’altro, ma senza buonismi. Lo aveva capito bene De Certeau: il “dialogo” inautentico del credente «con il non credente – scriveva – permetterà di riassorbire certe opposizioni sotto il verbalismo, assai deprimente, di buoni sentimenti comuni e di formule anodine». Dall’altra parte, però, il chiudere a priori l’altro in determinati schemi «fornirà anche la garanzia, del tutto superficiale, che non c’è negli altri nulla (da attendere o da temere) che non si sappia già: una maniera di concedersi a buon mercato, con il brevetto dell’altruismo»5.

«La convivenza umana… deve essere considerata anzitutto come un fatto spirituale», scriveva san Giovanni XXIII6. Un popolo è condivisione di valori profondi: solo da qui può nascere una vera comunione spirituale e morale. Solo una profonda trasformazione interiore – spirituale, appunto – può portare a una trasformazione della relazione, quindi alla creazione di comunità che vivano la propria appartenenza a un popolo rinnovandola sempre e mantenendone viva la fiamma. È l’alterità data dalla tradizione. Scrive Marcello Veneziani: «Più che all’identità, allusiva di un’impossibile fissità, meglio (…) riferirsi alla tradizione che si trasmette comunicando ed esprime il mutarsi nella continuità. Nella tradizione si diviene ciò che si è, non si è per sempre quel che si è stati una volta. La tradizione non sta, diviene; persiste, ma si modifica»7.

La comunità come condivisione autentica, come luogo del simile e il conflitto come luogo dell’alterità sono dunque due limiti all’idolatria, all’assolutizzazione del potere, delle cose e del loro consumo, del proprio piccolo “io” istintivamente egocentrato.

COME STARE DA CRISTIANI NEI “LIMITI DEL POSSIBILE”?

I cattolici impegnati in politica devono, quindi, essere capaci di cambiare i paradigmi dominanti senza abdicare alla logica del potere. Alzare sempre più l’asticella spirituale anche in un mondo contorto e corruttibile (in senso ampio) come quello dell’agone politico. Il cattolico in politica, perciò, non può prescindere da una profonda vita spirituale, per stare nel mondo senza esserne inglobato, senza diventare del mondo. Deve rimanere fedele alla verità, a quell’Incontro con una Persona che gli ha cambiato, e gli cambia, la vita. Deve portare parole di verità senza rinunciare alla propria essenza. 

Al mondo non servono parole e azioni comode, le ha già. Serve il Vangelo: spetta ad ogni politico cattolico, e a ognuno di noi, saper testimoniare questa nostra radicale ed invincibile alterità.

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«È una proposta di vita, la mondanità (…). È una cultura dell’effimero, una cultura dell’apparire, del maquillage (…). Una cultura che non conosce fedeltà, perché cambia secondo le circostanze, negozia tutto. Questa è la cultura mondana, la cultura delle mondanità». Ed è «un modo di vivere anche di tanti che si dicono cristiani. Sono cristiani ma sono mondani». 

(Papa Francesco, maggio 2020, omelia S. Messa a Casa Marta)

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«La città – pur non potendo mai coincidere con la comunità dei credenti e pur con i suoi rischi paurosi – ha però una possibilità di non essere pura perdizione e di potere rinnovarsi secondo progetti – sempre inadeguati e sempre periclinanti – che tuttavia ne evitino le più tremende catastrofi: tale possibilità sta solo in questo che i cristiani (tanti o pochi che siano nella città) non ricorrano – né per difendersene egoisticamente, né per usarne strumentalmente, né per volerla presuntuosamente sanare – non ricorrano, dico, a dei mezzi umani che sarebbero sempre dei “mezzucci” grotteschi e disperanti, ma essi, i cristiani, vivano l’inenarrabile avventura di essere sanati e guidati, nelle loro persone e nelle loro comunità di fede, dall’Amore trinitario». 

(G. Dossetti, Per la vita della città, 2016)

Pubblicato sulla “Voce” del 9 febbraio 2024

La Voce di Ferrara-Comacchio

Com’è nato lo Stato di Israele (e chi davvero non vuole quello palestinese)

20 Nov

Lo storico Claudio Vercelli lo scorso 15 novembre al MEIS: un intervento lucido su temi più che mai attuali

di Andrea Musacci

Quello del 7 ottobre scorso è stato un vero e proprio «pogrom antisemita» e la strutturazione politico-statale di Israele «nasce dal 1948 mentre quella palestinese non c’è mai realmente stata, perché non c’è mai stata questa volontà».

Sono parole chiare e ben argomentate quelle scandite dallo storico Claudio Vercelli lo scorso 15 novembre al MEIS di Ferrara per il primo dei quattro incontri in programma per approfondire temi legati alla guerra in Medio Oriente:per l’occasione, Vercelli ha presentato il suo ultimo libro “Israele. Una storia in 10 quadri” (Laterza, 2022), dialogando col Direttore MEIS Amedeo Spagnoletto. 

La rassegna – realizzata in collaborazione con l’Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara – vedrà come prossimi appuntamenti il 29 novembre alle 18 Milena Santerini (Università Cattolica di Milano, Memoriale della Shoah di Milano) presentare il suo libro “L’antisemitismo e le sue metamorfosi. Distorsione della Shoah, odio online e complottismi” (Giuntina, 2023); il 3 dicembre alle 16 lo scrittore e già deputato Emanuele Fiano presenterà il suo “Sempre con me. Le lezioni della Shoah” (Piemme, 2023), mentre il 13 dicembre alle 18 lo storico Arturo Marzano parlerà del suo “Terra laica. La religione e i conflitti in Medio Oriente” (Viella, 2022).

FINE ‘800-INIZIO ‘900: SIONISMO EBREO E NON-NAZIONALISMO PALESTINESE

Vercelli ha iniziato la propria riflessione dal XIX secolo e dalle persecuzioni antisemite subite dagli ebrei ashkenaziti nell’est Europa. Anche da qui nasce il sionismo come «idea di emancipazione, di rigenerazione degli ebrei prendendo in mano le redini della propria esistenza». 

In particolare dal 1880 molti ebrei iniziano a emigrare dalla Russia verso l’Europa, gli Stati Uniti e la Palestina allora ottomana, cioè come intendevano già allora, «verso quella terra che ci appartiene moralmente e spiritualmente». 

Nella Palestina di fine ‘800 – ha proseguito – «non solo non esisteva uno Stato palestinese ma nemmeno un’identità palestinese».E la terra – divisa in distretti – era una provincia della Siria ottomana. 

Nel successivo mandato britannico (1922-1947), anticipato dalla Dichiarazione Balfour («His Majesty’s Government view with favour the establishment in Palestine of a national home for the Jewish people»), la popolazione ebraica aumenterà di quasi 8 volte (da 83mila a 630mila), mentre quella araba “solo” del doppio (da 660mila a 1milione e 323mila), e gli ebrei svilupperanno anche il commercio e l’artigianato in una società come quella palestinese prevalentemente agricola e povera. 

ANNI ’30-’40:  L’ALLEANZA ARABO-NAZIONALSOCIALISTA

Negli anni ’20 del secolo scorso «inizia a svilupparsi un pensiero nazionalista arabo, ma non palestinese». L’attenzione da parte dei leader arabi della zona si rivolge al nazionalsocialismo e al fascismo, in chiave antisemita e anticolonialista, e con una fascinazione «per l’idea di totalità politica» soprattutto nazista, da applicare al mondo arabo. Secondo questa visione, «gli ebrei rappresentavano il veicolo del colonialismo occidentale in Palestina» (un pregiudizio presente ancora oggi). Basti pensare a Mohammed Amin al-Husseiniī, dal ’21 al ’37 Gran Muftì di Gerusalemme, feroce propugnatore di un regime islamico esteso dall’Egitto all’Iran.

Vercelli ha poi smentito l’idea diffusa secondo cui «la Shoah abbia avuto un peso decisivo nella nascita dello Stato di Israele»: quest’ultimo, secondo lo storico, deriverebbe appunto dall’impegno nell’elaborazione politica e ideale, e nella concretezza politico-economica dei sionisti in Palestina fin dal XIX secolo, nonché dalla fine del mandato britannico; nel 47-’48, invece, «non si aveva reale cognizione (nemmeno da parte degli ebrei in Palestina) di cosa fosse stata davvero la Shoah».

STATO PALESTINESE: CHIMERA O PRETESTO?

Dall’altra parte, in quegli anni, ha proseguito Vercelli, «il mondo arabo rifiuterà in modo netto tanto la nascita dello Stato di Israele quanto la sola idea di uno Stato palestinese: di quest’ultimo non ne coglieva né la necessità né il senso». Fin dal ’46 si avrà, inoltre, una «progressiva disgregazione delle comunità arabe in Palestina, a partire dall’abbandono di quelle terre da parte dei suoi leader». Molti arabi lasciarono le proprie terre invitati a farlo da questi stessi dirigenti. «Ci furono anche espulsioni di arabi da parte di ebrei, ma non pianificate». In generale, per Vercelli, in questi anni si registra ancora una «sostanziale acefalia nel gruppo dirigente palestinese e un nazionalismo irrisolto». Al contrario, gli ebrei «struttureranno la loro presenza, coordinando meglio tra loro le proprie comunità».

«Fino alla Guerra dei sei giorni (1967) – ha ribadito con chiarezza Vercelli -, nessun leader o soggetto nel mondo arabo pensava alla creazione di uno Stato palestinese. Solo in questi anni inizierà a nascere una sorta di leadership palestinese», con la nascita di Al-Fatah dietro la spinta dell’URSS, sempre in chiave antiamericana e antioccidentale. E naturalmente, antisionista e antisemita. Citiamo solo alcune dichiarazioni al riguardo: nel 1957, Akhmed Shukairi, ambasciatore saudita alle Nazioni Unite dichiara che «è conoscenza comune che la Palestina non è altro che la Siria del sud». Concetto ribadito da Hafez-al-Assad, ex presidente siriano, nel 1974: «la Palestina non solo è parte della nostra nazione araba ma è una parte fondamentale del sud della Siria». Nel ’77, Zahir Mushe’in, membro del Comitato Esecutivo dell’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina) dirà in un’intervista al quotidiano olandese Trouw: «il popolo palestinese non esiste. La creazione di uno Stato palestinese è solo un mezzo per continuare la nostra lotta contro lo stato di Israele in nome dell’unità araba. In realtà oggi non c’è alcuna differenza tra giordani, palestinesi, siriani e libanesi. (…) Gli interessi nazionali arabi richiedono la messa in campo dell’esistenza di un popolo palestinese per opporci al sionismo».

Pubblicato sulla “Voce” del 24 novembre 2023

La Voce di Ferrara-Comacchio

Terra d’Israele, terra nostra, stuprata da chi vuole distruggerla

10 Ott

700 morti, 2500 feriti, 150 rapiti: sono i terribili dati dell’attacco senza precedenti del fondamentalismo islamico a Israele. Lo scenario, le storie delle vittime, alcune riflessioni

di Andrea Musacci

Lo scorso 1° settembre in Israele si sono riaperte le scuole. In totale, circa 2,5 milioni gli studenti rientrati in classe. Cosa c’entra, direte voi, con quello che sta succedendo?  C’entra perché ad essere stata violentata e rapita dai terroristi di Hamas e della Jihad Islamica è la realtà quotidiana di uno Stato che dal 1948 cerca di vivere in pace, di progredire e di tutelare ogni libertà e diritto personale e collettivo, come avviene in qualsiasi comunità democratica e costituzionale.

E invece l’inferno si è scatenato nella terra di Davide e Salomone: le vittime dei raid di Hamas, comprese le 260 del terribile massacro del rave party israeliano (il Nova Music Festival) alla frontiera con Gaza per celebrare la festa di Sukkot, mentre scriviamo (lunedì 9) sono arrivate ad oltre 700. Dei circa 2.500 feriti, molti sono gravi. E all’appello mancano ancora in centinaia, molti dei quali rapiti (si pensa 750) e portati nel gorgo di Gaza e spartiti, come merce, tra Hamas, Jihad islamica e Brigate dei Martiri di Al-Aqsa. Tel Aviv e Gerusalemme appaiano città fantasma, con la popolazione barricata in casa. Sull’altro versante, quello di Gaza, i morti sotto gli attacchi necessari dell’aviazione israeliana sono arrivati ad oltre 436 tra civili e miliziani, con 2.270 feriti. Prima di qualsiasi azione di terra, l’esercito israeliano deve infatti liquidare le sacche di resistenza al confine con la Striscia, dove sono ancora in corso scontri tra miliziani di Hamas e soldati. A inizio settimana una colonna di tank israeliani è diretta verso Gaza: secondo il Washington Post gli USA si attendono un’ampia operazione via terra contro Hamas a Gaza entro questo mercoledì. E ancora sei località nel sud di Israele vicino alla frontiera sono teatro di combattimenti con i miliziani di Hamas, ha dichiarato Daniel Hagari, portavoce delle Forze di difesa israeliane, nominando le località di Beeri, Kfar Aza, Nirim e Alumim. «I miliziani – ha aggiunto – hanno varcato la linea di confine non solo la sera dell’attacco ma anche negli ultimi due giorni». 

STORIE DI VITE RAPITE

«Una voce si ode da Rama,

lamento e pianto amaro:

Rachele piange i suoi figli,

rifiuta d’essere consolata perché non sono più».

Dice il Signore:

«Trattieni la voce dal pianto,

i tuoi occhi dal versare lacrime,

perché c’è un compenso per le tue pene;

essi torneranno dal paese nemico» 

(Geremia 31, 15)

Tanti i video, le foto, i racconti di giovani, bambini, anziani, famiglie intere sterminate dalla furia islamista di tagliagole senza scrupoli, sostenuti in ogni modo (non solo economicamente) dall’Iran e dalla libanese Hezbollah, oltre che da parte dell’universo islamico a livello globale e da una fetta dell’opinione pubblica occidentale.

C’è la storia di Yoni Asher che ha denunciato l’irruzione di Hamas sabato sera mentre sua moglie, insieme alle due figlie Aviv e Raz, di 3 e 5 anni, erano in casa della suocera, nel Kibbutz Nir Oz. Grazie al servizio di geolocalizzazione del telefono della donna, Yoni è riuscito a rintracciare lo smartphone a Khan Younis, città a sud di Gaza, avendo così conferma della condizione della donna. Tra le denunce relative ai tanti rapiti dal rave sopracitato, tenutosi al Kibbutz Reim, vicino al confine con Gaza, c’è quella relativa a Noa Argamani, 25enne apparsa in un filmato in cui viene portata via su una moto dai miliziani di Hamas durante l’evento. La si vede mentre implora per la sua vita: «Non uccidermi! No, no, no», grida spaventata; a due passi il suo fidanzato tenuto stretto da due terroristi. Dalla medesima festa risulta disperso anche un cittadino britannico di 26 anni, Jake Marlowe, mentre il suo connazionale, il londinese Nathanel Young, 20 anni, è stato ucciso mentre, militare, era addetto alla sicurezza del rave. 

C’è poi una giovane israelo-tedesca, Shani Louk, la cui madre ha chiesto la liberazione in un disperato video apparso sui social. E proprio un orribile video ha fatto conoscere la sua vicenda: un gruppo di sudici criminali di Hamas tengono il suo corpo sotto le gambe nel retro di un pick up. La giovane è distesa a faccia in giù, incosciente, seminuda, le gambe orribilmente spezzate. Un uomo la tiene per i capelli, come una bestia appena cacciata, un giovane le sputa addosso. Tutti urlano “Allah Akbar”.

Poi c’è la storia di un’intera famiglia, le cui sorti sono apparse in un video condiviso dalla giornalista di Ynetnews Emily Schrader, composta da marito, moglie e due bambini che si vede seduta a terra in casa, tenuta in ostaggio dai miliziani palestinesi. La figlia più grande è stata uccisa nell’irruzione di Hamas. «Volevo che vivesse, c’è la possibilità che torni?», ha domandato il fratellino piccolo alla mamma. E c’è Yaffa Adar, 85 anni, fondatrice di un kibbutz, ribattezzata la “nonna della coperta rosa” perché in un video la vediamo così mentre palestinesi la portano via su un veicolo dopo averla rapita. Ma il suo sguardo è quello del suo popolo: fermo, fiero, dignitoso.

In un altro video, un bimbo israeliano rapito (di nemmeno 10 anni) viene messo in mezzo a tre suoi coetanei palestinesi che lo bullizzano, spingendolo, prendendolo in giro, agitandogli un bastone vicino al viso. Un bullismo infantile frutto di una cultura radicalmente antisemita: secondo un rapporto commissionato dall’Unione Europea nel 2019, i libri di testo dell’Autorità Palestinese incoraggiano la violenza contro gli israeliani, il popolo ebraico e includono messaggi antisemiti.

NAZISTI ISLAMICI, NON “VITTIME DEL SIONISMO”

«Le violenze degli islamisti si sono esercitate essenzialmente contro i civili», scrive lo storico Claudio Vercelli su http://www.mosaico-cem.it, sito della Comunità ebraica milanese. «Non i militari (…) e neanche i “sionisti” o gli “israeliani” (…), bensì contro gli “ebrei”. Nella dottrina di Hamas, e nelle liturgie di comportamento che ne derivano, sono infatti questi ultimi ad essere odiati. Pochi giri di parole, al riguardo. Israele, di per sé, è inteso solo come un recente prodotto “ebraico” e non in quanto altro», prosegue. «Pertanto, quel che conta, è estirpare la “cattiva pianta” dell’ebraismo come tale. Soprattutto da Dar-al-Islam, la terra benedetta in quanto integralmente musulmana. Poiché da tutto ciò non potrà quindi derivare altro che non sia un’armonia universale, altrimenti inquinata – ed interrotta – dalla persistente presenza dei “giudei”. In tutta sincerità, è assai difficile non pensare che una tale impostazione mentale, prima ancora che ideologica, sia molto lontana da quella terrificante esperienza che, in Europa, e non solo, abbiamo conosciuto con il nome di “nazismo” (…). Non di meno, tuttavia, non esimiamoci dal bisogno di trovare un qualche precedente. Pertanto, il terrorismo islamista, in quanto movimento anche di massa, trova parte delle sue ispirazioni nel lascito, al medesimo tempo catacombale, demoniaco nonché messianico, del nazionalsocialismo. (…) Se le premesse sono queste – sono ancora parole di Vercelli -, Hamas non esercita una “resistenza palestinese all’occupante sionista” (così come altrimenti recita ad uso e consumo del pubblico non musulmano) bensì un Jihad, apertamente dichiarato nei confronti del resto del mondo: ovvero, un atto di purificazione, non troppo diverso, nella logica degli attuali protagonisti, da quello che animava coloro che intendevano, tra la fine degli anni Trenta e la prima metà degli anni Quaranta, mettere mano definitiva alla «soluzione della questione ebraica».

«DIFENDERE ISRAELE È DIFENDERE OGNI DEMOCRAZIA»

«Ribadiamo con forza il diritto dello Stato di Israele di difendere il proprio territorio – definito sulla base di storici accordi internazionali e di pace – e la legittimazione ad attivarsi a tutti i livelli per sradicare questa minaccia che riguarda tutta la regione mediorientale e le democrazie di tutto il mondo». Così Noemi Di Segni, presidente UCEI (Unione delle Comunità Ebraiche Italiane) in un comunicato uscito l’8 ottobre. «I palestinesi hanno ricevuto tutta la Striscia di Gaza, così come altri territori, nella speranza che possano divenire luoghi di crescita e sviluppo per vivere a fianco al popolo di Israele ma a quanto vediamo accade esattamente il contrario: i leader palestinesi invece di coltivare frutti di pace per le future generazioni seminano odio e generano terrore con il sostegno di molti Paesi non solo arabi», prosegue Di Segni. «Questo è il risultato di chi mette fin dalla nascita un fucile in mano ai propri neonati anziché nutrirli di valori e amore per la vita propria e altrui. Di chi trasforma moschee, scuole, e aree residenziali in arsenali e centro di comando dell’odio. L’Ucei – sono ancora parole di Di Segni – chiede con forza che si sostenga il diritto di Israele ad esistere e a difendersi, arginando ogni tentativo di distorsione così tante volte subito anche nelle sedi europee e internazionali più rappresentative e dinanzi a qualsiasi foro internazionale. Non si tratta solo di un attacco terroristico, non è solo guerra sferrata contro inermi civili sotto migliaia di missili e fatti anche ostaggio, è un attacco alla civiltà».

Dalla Germania alla Francia e dagli Stati Uniti all’Italia, intanto, la polizia intensifica la protezione delle istituzioni ebraiche e israeliane. Il timore, oltre alla possibilità che il conflitto possa trasferirsi oltre i confini israeliani, è che possa scatenare una nuova ondata di antisemitismo a livello globale. Nel frattempo, gruppi filo-palestinesi negli Stati Uniti esultano e applaudono l’attacco terroristico di Hamas, pianificando manifestazioni di sostegno. In Germania, a Berlino-Neukölln, simpatizzanti di Hamas hanno distribuito baklava sulla Sonnenallee per festeggiare l’attacco a Israele. Sostegno, sui social, anche da simpatizzanti italiani.

«L’attacco contro Israele e la reazione che ne sta seguendo, con un’escalation inimmaginabile, destano dolore e grande preoccupazione. Esprimiamo vicinanza e solidarietà a tutti coloro che, ancora una volta, soffrono a causa della violenza e vivono nel terrore e nell’angoscia». Lo scrive in una nota la Presidenza della CEI, che chiede «il pronto rilascio degli ostaggi» e si appella «alla comunità internazionale perché compia ogni sforzo per placare gli animi e avviare finalmente un percorso di stabilità per l’intera regione, nel rispetto dei diritti umani fondamentali».

La Comunità Ebraica di Ferrara ha aperto il Tempio di via Mazzini la sera del 9 ottobre ai cittadini ebrei e ferraresi per pregare insieme per la pace, per la solidarietà al popolo di Israele e per la salvezza degli ostaggi.

Pubblicato sulla “Voce” del 13 ottobre 2023

La Voce di Ferrara-Comacchio

Vittorio Cini fu un “figlio illegittimo”: ecco perché

8 Lug

Una vicenda quasi inedita: l’industriale, politico e mecenate ferrarese fu riconosciuto dalla madre solo a 13 anni, e dal padre a 18. La causa? Lei era già sposata. Indagine sull’infanzia di uno degli uomini più potenti del Novecento italiano

di Andrea Musacci

La vita di Vittorio Cini, si sa, è stata nelle grazie e nelle disgrazie una vita anomala…

Leggi l’articolo integrale qui: https://lavocediferrara.it/vittorio-cini-fu-un-figlio-illegittimo-ecco-perche0/

Diario di un prete di Comacchio nella tempesta di inizio ‘900

10 Giu

Le memorie di don Antonio Fogli sono state trascritte e pubblicate da Maurizio Marcialis in un libro: il sacerdote racconta la politica, la fame, la guerra e la fede di un popolo

di Andrea Musacci

Quel grande guazzabuglio che è stata l’Italia di inizio Novecento, con le sue passioni divoranti, la guerra che falciava vite, le epidemie, la sorda miseria, gli embrioni dei grandi partiti politici. E la fede in Cristo che non muore, pur iniziando a vivere come sotto assedio, odorando l’arrivo dell’ateismo diffuso.

A volte è più utile un diario personale che un pur più preciso e obiettivo manuale di storia, a descrivere tutto ciò. Per questo, i diari ritrovati del canonico comacchiese Antonio Fogli sono un documento alquanto prezioso, perché testimonianza non solo dei fatti storici, locali, nazionali e mondiali, ma anche un documento importante per capire la visione del mondo di un anziano prete a contatto con le miserie del suo tempo.

È grazie all’architetto Maurizio Marcialis, che questi diari sono stati editi nel volume “Diario di un curato di valle. Dal 1900 al 1921 del Canonico Antonio Fogli” (Gruppo Editoriale Lumi, 2020). L’autore ha presentato il libro lo scorso 29 maggio nella Biblioteca Ariostea di Ferrara assieme a Diego Cavallina e Alberto Lazzarini, quest’ultimo prefatore assieme ad Aniello Zamboni.

Marcialis ha ritrovato casualmente il manoscritto oltre 20 anni fa in un mercatino invernale a Cesena, trascrivendolo con minuzia durante il lockdown di tre anni fa. Nato nel 1842 a Comacchio, dove muore nel 1938, don Fogli – secondo di otto figli – viene ordinato sacerdote a Ravenna nel ’65. Nella sua città sarà canonico dopo esser stato arciprete a Mesola, Goro e Gorino, e poi a Codigoro.

Nel 1900 il sacerdote inizia il proprio diario già prevedendo i tumulti che investiranno anche la sua terra: «Dal 1899 al 1900 nella mezzanotte in tutte le cattedrali e chiese parrocchiali del mondo cattolico si cantò la messa e il Tedeum. Nei primi dell’anno fu innalberato su i principali monti il vessillo della Croce e in molti luoghi elevati la statua del Redentore. Ah! Si prevedeva che nella corrottissima società si sarebbero svolti fatti eccezionali: epperciò fin da allora si scongiurava la divina Misericordia a salvare religione e società dal massimo pericolo».

L’ODIO POLITICO: DALLE VIOLENZE SOCIALISTE ALL’ARRIVO DEL FASCISMO

Un umile, pur dotto, prete di provincia, non poteva non avere una visione del movimento socialista esclusivamente come ateista e dedito alla violenza contro l’ordine costituito. Sua fonte, dalla quale a volte ritagliava anche articoli che inseriva nel proprio diario, era il giornale cattolico locale “La Domenica dell’operaio”. Nel 1912 a Comacchio viene linciato Demetrio Faccani, guardia valliva proveniente da Alfonsine. Don Fogli ne parla così: «Lo sciopero indetto dalla brutta peste dei Socialisti, che raccogliendo il fango delle piazze si nutriva di passioni e di odi feroci, si convertì in atto sanguinesco di crudeltà». Nel 1919 scrive: «I socialisti fanno dovunque atti di violenza contro le persone dabbene, contro il Clero, contro le Chiese e seminano contro le più sacre funzioni lo scompiglio e perfino le morti. Quasi la nazione viveva meglio nel tempo della guerra, se la perdita di tanti carissimi giovani non l’avesse addolorata». 

Nel 1919 si affaccia la speranza grazie al neonato Partito Popolare Italiano: «Un partito però dell’ordine che richiamava i principi cristiani sorse per incanto e, sebben bambino, e contrastato con tutte le arti maligne prese un posto dignitoso sorpassando per numero gli altri partiti e mettendosi di fronte ai Socialisti». 

Ma nel febbraio del ’21, vede nel nascente squadrismo fascista una reazione giustificata alle violenze socialiste: «I grandi soprusi, le soverchierie, le barbarie commesse dai socialisti, che hanno innalzato il regno del terrore» nel nostro Paese, e che il governo «è impotente ormai a frenare: ha fatto sì che nei popoli è nata una reazione contro di loro e per bisogno di difendere la libertà sono sorti i fascisti». Ma poco dopo avrà modo, almeno in parte, di ricredersi: «Introdottisi nei fascisti degli elementi sovversivi, e può dirsi anche criminabili, non si fermò più il fascismo alla giusta difesa del popolo e de’ suoi diritti, ma a sfogare con violenza gli odi personali». Nell’agosto dello stesso anno scrive: gli uomini «non ascoltano sacerdoti, anzi li guardano come nemici: non vanno più in chiesa, epperciò il Signore li abbandona ai loro partiti diabolici».

LA CARNEFICINA DELLA GUERRA

Don Fogli vive la guerra innanzitutto come peste che distrugge le vite della povera gente, costretta a partecipare al massacro, o di cui ne subisce le conseguenze. Non manca però il sentimento nazionalista; l’Austria, scrive, «teneva la nostra penisola come una serva da strapazzo». 

Ma il 6 luglio 1915 accenna a un episodio che ben spiega il clima bellico: «Alle 15 vengono arrestati tutti i frati del Convento dei Cappuccini e scortati a Ferrara sotto l’iniqua imputazione di fare segnalazioni al nemico». Don Fogli incolpa di ciò «la camorra brutale della massoneria». I frati verranno liberati senza processo 24 giorni dopo.

Nelle sue memorie accenna anche ai bombardamenti nemici, come quello nel 1916 a Codogoro: «altra barbarie» commesse dagli austriaci «con l’intenzione malefica» di bombardare l’idrovora e il vicino zuccherificio. Morirono 5 persone fra cui una bambina, 2 i feriti. Nel giugno ’17 riporta di altre incursioni aeree sopra Codigoro e poi sopra Comacchio: gli aerei nemici «li abbiamo veduto girarci sopra: ma anche in tal occasione la Madonna ci ha salvato: e a quegli uccellacci, portatori di rovine e morte, ha intimato: vade retro satana». Il 4 novembre 1918, con l’armistizio di Villa Giusti che sancì la resa dell’Impero austro-ungarico all’Italia, finisce la guerra: «vittoria grande incredibile» dell’Italia sull’Austria, scrive il sacerdote. L’Austria «ha abbassato la sua testa grifagna» davanti al nostro Paese. 

LA MISERIA: «TUTTO È SECCO, TUTTO MUORE»

La tragedia del conflitto mondiale, unita all’inclemenza della terra, gettano il suo popolo nella povertà più assoluta. Nel luglio 1916 scrive della siccità: «Sono tre mesi dacché non piove (…). Tutto è secco, tutto muore. Frumentone è andato, faggioli sono perduti: muoiono disseccati perfin gli alberi, e alle viti crolla l’uva». Mentre a novembre dello stesso anno, è l’esatto contrario: «Rovesci di pioggia continua han fatto temere rotte ed ancora non siamo fuori di pericolo. Burrasche di mare prodotte da fortissimi scirocchi hanno portato le onde sopra le dune di Magnavacca». A gennaio ’17, una nuova inondazione: «Quasi tutti i piani terreni delle case hanno l’acqua dentro».

A ciò si aggiungerà l’epidemia di spagnola tra il ‘17 e il ’18, che «sempre più infierisce e miete giovani vittime (…). Si indicano preparativi, disinfettanti. (…) Conseguenza della guerra! (…)». Le precauzioni ricordano, pur con le dovute differenze, ciò che abbiamo vissuto col Covid: le limitazioni di movimento e di assembramento, il divieto di stringersi la mano, i consigli ad arieggiare frequentemente le abitazioni, a proteggere gli ammalati, a rimanere in casa per ogni minima indisposizione, a fare lunghi periodi di convalescenza.

La guerra farà il resto; a fine 1916 scrive: «Decreti sopra decreti limitano i generi più necessari. La carne, i salumi non si possono vendere che tre volte la settimana: le ova si vendono in Comune; il latte è requisito. Il pane non si può mangiare che vecchio. Vino non ce n’è più e solo un poco a £2 il boccale. L’acqua scende e minaccia innondazione (…). La caccia è proibita (…). La pesca di mare è proibita. Poi notizie sempre dolorose e mai un barlume che accenni la pace. O gran Dio salvaci da tante torture!». 

MARIA, MADRE NOSTRA, AIUTACI!

Quella «divina Misericordia» implorata a inizio secolo, sarà sempre presente nel suo cuore, come in quello della sua gente. Nel maggio del ’17, di fronte a così tanti orrori e tragedie, racconta di come «nel popolo comacchiese sorse il desiderio ardente di muovere la vetustissima e sempre venerata immagine di Maria SS.ma in Aula Regia». Ma il Vescovo non poteva permetterlo dato il divieto, in tempo di guerra, di processioni pubbliche. Si decise, quindi, di portarla in Duomo a mezzanotte del 30, di nascosto, scortata dai carabinieri. «Nonostante però tali precauzioni molta parte della popolazione ne aspettò il trasporto che arrivato alle porte della cattedrale, eruppe da ogni petto il grido di “Evviva Maria”».

Un episodio che dice, a distanza di un secolo, di come la devozione popolare, la fede mai sradicata dall’anima del nostro popolo, in tempi bui possa essere, ancora, l’estremo rifugio, l’unica vera àncora di salvezza.

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 9 giugno 2023

La Voce di Ferrara-Comacchio

(Foto: bambini sul Ponte Pizzetti, posto di lato alla facciata della chiesa del Carmine, nel 1920. Grazie a Maurizio Marcialis)

Wish for a baby: figli, maternità… Ma manca l’amore (non i profitti)

23 Mag

Due avventori nello stand di Cryos (“World’s largest Egg Bank and Sperm Bank”, così si presenta) alla fiera “Wish for a baby” di Milano (foto tempi.it)

Confermati gli allarmi sulla fiera della riproduzione assistita “Wish for a baby”, tenutosi lo scorso fine settimana a Milano. I racconti dei giornalisti infiltrati negli stand: un mercato sfacciato

La scorsa settimana vi avevamo illustrato, con un ampio servizio (v. “La Voce” del 19 maggio, pag. 4), che cosa avrebbe rappresentato la fiera della riproduzione assistita svoltasi a Milano il 20 e 21 maggio . “Wish for a baby” – questo il nome dell’iniziativa – ha raccolto da ogni parte d’Italia e d’Europa cliniche e società specializzate nel combattere l’infertilità e in pratiche di commercio di gameti (spermatozoi e ovociti) e di maternità surrogata: pratiche, queste ultime, vietate nel nostro Paese.

Vi proponiamo ora una piccola rassegna stampa attingendo dai siti e quotidiani i cui giornalisti si sono “infiltrati” nella fiera per testimoniare come, al di là delle promesse, al suo interno si facesse promozione di pratiche illegali in Italia.

«TI PROPONIAMO L’ACQUISTO DI OVULI»

Viviana Daloiso su “Avvenire” del 20 maggio racconta di Laura e Stephan, coppia di attivisti che fanno capo alla Rete per l’inviolabilità del corpo femminile, movimento femminista che raccoglie numerose associazioni in Italia e all’estero, contrario all’utero in affitto e a ogni mercificazione del corpo:«Stephan – si racconta nell’articolo – dopo una breve tappa allo stand della Pronatal, dove gli assicurano donatrice, inseminazione e maternità surrogata, ma solo con donne della Repubblica Ceca – s’è spostato dai consulenti ateniesi del Garavelas medical group. Qui gli viene spiegato candidamente che può acquistare ovuli ed eventualmente anche il seme da altri e trasferirli in una clinica in Grecia dove potrà presentarsi con una donna che può fingere d’essere la sua compagna (e che può dimostrare d’essere sterile con un certificato ottenuto da un qualsiasi medico) e procedere alla maternità surrogata. Gli viene suggerita la possibilità di trovare qualche agenzia albanese, magari su Facebook, visto che lì è facile incontrare donne particolarmente “altruiste”. In alternativa gli viene prospettato sottovoce anche un facile, sebbene altrettanto costoso, trasferimento di ovuli fecondati negli Stati Uniti “dove non avrete alcun problema sotto il profilo legale”».

UN PRODOTTO “SANO”, SENZA DIFETTI

Caterina Giojelli e Leone Grotti su tempi.it, invece, scrivono:«Il bambino da sogno nasce su internet, “dovete solo creare un account sul nostro sito e potrete accedere ai profili dei nostri donatori”, dicono a Tempi le gentilissime referenti di Cryos (banca internazionale del seme, ndr) rimandandoci al portale che propone il seme di studenti, uomini d’affari, appassionati di musica e sport, tutti “mentalmente stabili, fisicamente sani” e con “un seme di alta qualità” garantito da tutte le certificazioni del caso.

C’è il profilo “base” – prosegue l’articolo -, con informazioni su etnia, altezza e peso, colore di pelle, occhi e capelli, titolo di studio e storia medica, oppure c’è il profilo “esteso” grazie al quale si può sapere anche il numero di piede, il colore di barba e sopracciglia, che tipo di capelli ha “e soprattutto vedere le foto del donatore da bambino, osservare la sua calligrafia, ascoltare una registrazione della sua voce, scoprire il suo quoziente intellettivo, il suo albero genealogico”, continuano.

Il bambino da sogno non può essere “difettoso”: il medico del Barcelona Ivf continua a ripetere in conferenza: “noi vogliamo un bambino sano”, “vogliamo selezionare un embrione sano”, “ovociti di qualità”, “gravidanze di qualità”. Scongiurare la possibilità di creare un “bambino malato”, ovvero un prodotto guasto, è l’obiettivo di tutti a Wish for a Baby, in ogni segmento della catena di montaggio. La referente di Ivf Couriers, che fornisce trasferimenti internazionali di embrioni, sperma, ovuli in tutto il mondo ci assicura che con 15 mila euro la qualità del trasporto fino alla Grecia, meta ambita, è garantita: “Facciamo tutto a mano, non siamo mica FedEx”.

Il loro portale si apre con una cicogna in volo che invece di un fagotto ha annodato al becco un contenitore di azoto liquido diretto alle più blasonate cliniche di Pma o maternità surrogata del mondo. Lo stesso contenitore d’acciaio che la signora smonta davanti a noi per mostrarci dove alloggerà senza sbalzi di temperatura il nostro “prezioso materiale genetico” fino a destinazione: penseranno loro a tutto, dai permessi alla burocrazia».

PREZZARIO IVA INCLUSA

Anche Nicolò Rubeis per “Il Giornale” è stato in fiera e nello specifico nello stand di Cryos, sulla cui brochure «invita a ordinare direttamente online scegliendo da un catalogo la foto del donatore e richiedere il suo seme in esclusiva. Gli esponenti di FdI denunciano che sul sito web dell’azienda c’è un listino di ovuli e gameti in cui “è singolare che vi sia un prezzario Iva inclusa, indirizzato al mercato italiano – dice Grazia Di Maggio (giovane deputata di FdI, ndr) – Una commercializzazione vietata dalla legge 40 del 2004”».

PER AFFITTARE UN UTERO BASTANO 5 MINUTI

Infine, riportiamo alcuni stralci dell’inchiesta in incognito compiuta da Francesco Borgonovo per il quotidiano “La Verità”:«a prendere un appuntamento per organizzare l’affitto di un utero all’estero, per la precisione in Grecia o a Cipro, impiego circa cinque minuti (…). Vado quasi a colpo sicuro allo stand della clinica Garavelas. Mi regalano una bella agenda e una brochure in italiano in cui, a pagina 25, illustrano il loro servizio di surrogazione (…). 

Anche alla clinica Acibadem, come previsto, sono ben disponibili a organizzare tutta la procedura al di fuori dei confini italiani. Possono provvedere loro a tutto: dal viaggio al soggiorno. In fiera, in ogni caso, c’è solo il proverbiale imbarazzo della scelta». E «più o meno tutte le società presenti si occupano di donazione di ovuli, manco a dirlo una pratica che in Italia è proibita ma che Barcelona Ivf reclamizza con apposito flyer».

Come riporta Borgonovo, Roberta Osculati, consigliera comunale Pd di Milano, ha dichiarato: Nel nostro ordinamento giuridico «non esiste un modello di genitorialità diverso da quello fondato sul legame biologico tra genitore e figlio o di quello alternativo che passa dall’adozione. Non c’è un paradigma genitoriale fondato esclusivamente sulla volontà degli adulti di esser genitori».

Dichiarazioni che si accompagnano a quelle di diversi esponenti di Lega, Fratelli d’Italia e di alcuni di Alleanza Verdi-Sinistra, a dimostrazione di come questa possa essere una battaglia bipartisan, trasversale agli schieramenti politici e all’appartenenza di fede.Anche se, è la nostra impressione, non ci sia ancora una consapevolezza così generalizzata sulla reale posta in gioco di una visione della vita e dell’umano totalmente alla mercè della logica del profitto e del mero desiderio egoistico.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 26 maggio 2023

La Voce di Ferrara-Comacchio

Wish for a baby: benvenuti alla fiera della vita umana

15 Mag

Ecco cos’abbiamo scoperto indagando sugli ospiti e i promotori della fiera dedicata alla riproduzione assistita in programma a Milano: una propaganda continua all’utero in affitto

di Andrea Musacci

Il confine tra desiderio soggettivo e diritto da rivendicare è sempre più spesso al centro del dibattito pubblico. In una società libera dove l’affermazione di sé è un’aspirazione giustamente da perseguire, si fa però sempre più strada un rischio: quello che l’autodeterminazione diventi invasione della libertà altrui, deformata ed egoistica imposizione di qualcosa che va a snaturare il concetto di diritto, oltre alla dignità di altri soggetti. 

Un tema, questo, dominante nell’ambito della bioetica, in particolare sui temi riguardanti la procreazione medicalmente assistita e la maternità surrogata (delle implicazioni etiche ne abbiamo parlato sulla “Voce” del 31 marzo 2023)

La maternità e la paternità sono sempre, e a qualsiasi costo, un diritto da rivendicare, a prescindere dalle conseguenze?

L’EVENTO: UNA FIERA POCO TRASPARENTE

Il prossimo 20 e 21 maggio nello “Spazio Antologico” di Milano si terrà un evento espositivo con diversi incontri dal titolo “Wish for a baby”. «Nel nostro evento “Wish for a baby” potrete incontrare gratuitamente i migliori esperti di fertilità di tutto il mondo»: così si presenta sul sito dedicato. «Venite a partecipare alla celebrazione di una nuova vita!», lo slogan enfatico scelto per l’occasione. L’iniziativa avrebbe dovuto svolgersi un anno fa, sempre a Milano, col titolo meno ambiguo “Un sogno chiamato bebè”. Come a dire, i sogni son desideri. Non da interpretare, ma da realizzare. A tutti i costi. L’anno scorso l’iniziativa fu rimandata a causa delle proteste di alcuni partiti, reti e associazioni.

Diversi saranno gli stand espositivi di cliniche, enti e associazioni, italiane e non, che presenteranno le proprie offerte sul mercato della procreazione. E diversi gli incontri programmati con gli stessi soggetti coinvolti. Il convitato di pietra, in tutto ciò (come denunciato da associazioni – sia cattoliche sia femministe – e partiti – sia di destra che di sinistra) è la famigerata “maternità surrogata” (tecnicamente ed enfaticamente: GPA, Gestazione per Altri), la pratica dell’utero in affitto. Pratica abominevole e quindi vietata in Italia e nella maggior parte dei Paesi del mondo, e la cui stessa promozione è quindi illegale. Ma alla “fiera della vita” (così sarebbe meglio chiamarla) forte è la paura che verrà, in qualche modo, promossa e incentivata.

I PRECEDENTI: UTERO IN AFFITTO PUBBLICIZZATO

“Five Senses Media” è l’agenzia inglese che sta curando non solo l’edizione milanese di “Wish for a baby”, ma che ha organizzato e organizzerà le edizioni anche in altri Paesi: sul sito dei due eventi in Germania (a Berlino il 18-19 marzo scorso, a Colonia il prossimo ottobre) è scritto chiaramente che fra gli argomenti trattati e su cui poter chiedere informazioni, vi è la «maternità surrogata». E il 2-3 settembre prossimi, l’evento sarà a Parigi. Nel sito dedicato vi è scritto che, oltre ad avere informazioni sulla fecondazione assistita e l’adozione, sarà possibile «discutere questioni legali relative alle alternative per diventare genitore». È facile immaginare a cosa si allude. A Parigi l’evento si era già svolto nel settembre 2021: per l’occasione, su “Avvenire” uscì un’inchiesta curata dal quotidiano assieme alla Coalizione internazionale per l’abolizione della maternità surrogata (Ciams), nella quale si documentava la presenza di diversi stand di cliniche americane e ucraine che sponsorizzavano l’utero in affitto, e come del tema se ne parlasse apertamente in diversi incontri.

Lo scorso febbraio “Wish for a baby” si è svolto anche in India: sul sito campeggia la scritta: “Wish for a baby è un nuovissimo spettacolo sulla fertilità” (sic!) (“Wish for a baby is a brand new fertility show”). E ancora, si parla esplicitamente di “India as a Market”. Il mercato della vita. Lode alla schiettezza.

GLI INCONTRI: MERCATO DEI BAMBINI, DIFFICILE NASCONDERLO

Fra gli incontri in programma a Milano, ne segnaliamo alcuni: “Ovodonazione nel 21° secolo” (20 maggio), col dr. Raul Olivares della Barcelona IVF (clinica spagnola per la riproduzione assistita): nel sito della clinica, troviamo una testimonianza dal titolo “Esperienze reali: ‘Ho deciso che avrei inseguito il mio sogno di essere madre, anche se da sola’ ”. Sempre il 20 maggio, si potrà assistere a “Le tecniche innovative e la personalizzazione dei trattamenti di PMA”, con la dr. Priscilla Andrade della clinica Fertilab di Barcelona: nel sito web, tra le varie tecniche offerte, vi è quella dell’adozione di embrioni. Nella due giorni milanese verrà presentato anche “One of Many”, libro e progetto di Loredana Vanini, sul cui sito è scritto: «One of many è inclusività: donne, uomini, coppie etero o omosessuali, donne single, adozioni, GPA».

Ma l’ospite dell’evento di Milano più sfacciatamente pro-utero in affitto è il dr. Attanasio Garavelas dell’omonima clinica. Sul suo sito leggiamo: Garavelas, «il suo centro di maternità surrogata in Grecia. Siamo qui per lei in ogni fase del suo viaggio…lo pianifichi oggi stesso! Possiamo aiutarla se ha bisogno di affidarsi a una madre surrogata per avere un bambino». E ancora: «Perché scegliere la maternità surrogata a IOLIFE IASO (Institute of Life – IASO, uno dei suoi centri, ndr): il nostro centro è orgoglioso di esser stato il primo ad Atene ad aver aggiunto ai suoi servizi quello della maternità surrogata». Ricordiamo che dal 2004 in Grecia è legale la maternità “altruistica” (non commerciale), e dal 2015 la pratica è aperta anche ai cittadini stranieri.

I PROMOTORI DELL’EVENTO, AGENZIE PER L’ACQUISTO DI BEBÈ

L’evento di Milano è stato realizzato in collaborazione con diverse cliniche ed enti che si occupano di riproduzione assistita, fra cui IVF Babble: una pagina del suo sito è totalmente dedicata alla maternità surrogata, con informazioni e testimonianze. Qui, fra l’altro, vi è scritto: «Sebbene la maternità surrogata retribuita sia legale in una manciata di paesi, la maggior parte dei surrogati sceglie di offrire questo servizio sulla base di un profondo senso di compassione e del desiderio di aiutare gli altri ad avere una famiglia». È un atto caritatevole, insomma, strappare un bambino alla propria madre. 

“Wish for a baby” a Milano è organizzato in collaborazione anche con Pride Angel, sito nato nel Regno Unito dedicato alle varie forme di procreazione assistita. Non poteva, quindi, mancare anche la pubblicità dell’utero in affitto, attraverso webinar ad hoc. Leggiamo: «Growing Families (una rete per l’assistenza di singoli e coppie alla maternità surrogata, ndr) ha oltre un decennio di esperienza nell’assistere i futuri genitori a impegnarsi in sicurezza nella maternità surrogata transfrontaliera in tutto il mondo. Abbiamo assistito oltre 2000 single e coppie con il loro sogno di creare una famiglia». Come a voler dire: se nel tuo Paese l’utero in affitto è vietato, contattaci che ti organizziamo l’acquisto in piena libertà di “tuo” figlio.

LE PROTESTE BIPARTISAN: «È UNA GRAVE OFFESA ALLE DONNE»

«Non possiamo accettare che vengano surrettiziamente passati contenuti contrari alle norme in vigore nel nostro Paese, che con l’art. 12 della Legge 40/2004 vieta e sanziona qualsiasi forma anche solo di pubblicizzazione della maternità surrogata». Queste parole sono state scritte – in modo bipartisan – dalle consigliere comunali di Milano Roberta Osculati (Pd) e Deborah Giovanati (Lega). All’iniziativa si è opposta anche Alleanza Verdi-Sinistra, con la capogruppo alla Camera Luana Zanella che ha presentato un’interrogazione al Ministro della Salute Orazio Schillaci: «noi ci opponiamo – scrive – totalmente ad una manifestazione che, utilizzando gli strumenti tipici del marketing e della pubblicità più accattivante, propone di fatto una idea di bambini trasformati in merce e del corpo delle donne in contenitore. È una grave offesa alle donne». 

Non meno dura Carolina Varchi, capogruppo di Fratelli d’Italia in Commissione Giustizia della Camera e prima firmataria della legge contro la maternità surrogata, che parla di iniziativa «che va fermata come prevede la legge 40 che vieta anche la sola propaganda dell’utero in affitto in Italia. L’auspicio è che il Prefetto ne disponga immediatamente la chiusura perché contraria alla legge e all’ordine pubblico». La mattina del 20 maggio a Milano davanti alla sede dell’evento è prevista una manifestazione di protesta dal titolo “La vita umana non è una merce” organizzata da RadFem Italia e Rete per l’Inviolabilità del Corpo Femminile.

Insospettisce e preoccupa che come reazione a queste legittime proteste, gli organizzatori di “Wish for a baby” abbiano inserito nel Regolamento di accesso alla manifestazione limiti molto severi. Nel testo, ad esempio, vi è scritto: «Nessun visitatore o membro della stampa è autorizzato a scattare fotografie o a effettuare qualsiasi forma di registrazione (audio o video) durante l’evento, indipendentemente le circostanze. Nessun ingresso sarà consentito con una fotocamera o una videocamera».

Qualcosa da nascondere?

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 19 maggio 2023

La Voce di Ferrara-Comacchio

Delta del Po, un equilibrio molto delicato

17 Apr

Il Convegno a Porto Viro dedicato alle trivellazioni nell’Adriatico. L’allerta degli esperti è chiara

Un equilibrio a rischio per un territorio di per sé già fragile. La questione delle trivellazioni nel Mar Adriatico, per la precisione a nord di Goro, per estrarre gas in questo periodo di crisi energetica, è stata al centro di un importante convegno svoltosi lo scorso 13 aprile a Porto Viro (RO). L’iniziativa è stata ideata e organizzata dai tre Vescovi delle Diocesi coinvolte: mons. Gian Carlo Perego (Ferrara-Comacchio), mons. Pierantonio Pavanello (Adria-Rovigo), mons. Giampaolo Dianin (Chioggia).

Nella Sala Eracle, sul tema “Le trivellazioni in Adriatico: domande per il presente, responsabilità per il futuro”, si sono confrontati diversi esperti moderati dal giornalista di Avvenire Antonio Maria Mira. Circa 200 i presenti.

I saluti iniziali sono spettati a mons. Dianin, il quale ha voluto innanzitutto puntualizzare sul senso dell’incontro: «non siamo qui per fare politica, come alcuni hanno detto.  Siamo anche noi membra vive della società, del nostro territorio. Il nostro è dunque un desiderio pastorale e morale, al servizio delle persone. Come sempre».

Il geologo Alberto Riva, assegnista dell’Università di Ferrara, è intervenuto per primo, trattando del delicato tema della subsidenza, il lento e progressivo sprofondamento del fondo di un bacino marino o di un’area continentale. «Negli anni – ha detto Riva – è venuto meno l’equilibrio del Delta del Po: nel secondo dopoguerra, fino agli anni ’60, estrazioni selvagge di gas hanno avuto conseguenze, anche a lungo termine». 

Tema, questo, ripreso da Bernhard Schrefler, docente emerito di Scienze delle costruzioni dell’Università di Padova: «la presenza di gas e acqua crea tensione nei terreni, rendendoli fragili. Finora non è mai stata studiata l’interazione fra i vari giacimenti di gas: sono studi che andrebbero fatti, con una piena trasparenza dei dati».

A mettere ancor più il dito nella piaga è stato poi Giancarlo Mantovani, direttore del Consorzio di Bonifica Delta del Po, parlando delle conseguenze della subsidenza, causata anche dal consumo eccessivo del sottosuolo, trivellazioni comprese: «oggi il Veneto è mediamente sotto 2 metri e mezzo sotto il livello del mare, con picchi di 3-4 metri. Dal 1961 – anno in cui fu sospesa l’estrazione del metano – è sceso di un altro metro». Dal ‘73 al 2008, il territorio è poi calato di ulteriori 40 cm. Insomma, «il Delta del Po è stato stravolto», con conseguenze sulla «sicurezza idraulica per l’abbassamento degli argini», con una «maggiore erosione delle linee di costa»: il mare «si è ripreso pezzi di territorio, le spiagge spariscono, gli argini sono aggrediti dal moto ondoso». Questo è lo scenario da guardare in faccia e affrontare. Riguardo al provvedimento approvato dal Governo italiano lo scorso novembre che permette estrazioni di metano oltre le 9 miglia dalla costa (prima era dalle 12 miglia), Mantovani ha proposto: «dovremmo creare un gruppo di lavoro di tecnici e scienziati indipendenti per capire come agire, non affidandoci a ciò che dicono le aziende di estrazione del gas».

E a proposito di una corretta informazione sui temi che riguardano la tutela dell’ambiente, il fisico e climatologo del Gruppo Energia per l’Italia Vittorio Marletto ha usato parole altrettanto nette: «il riscaldamento del pianeta è indubitabile: la temperatura è aumentata più di un grado in un secolo, più che in 2mila anni. Nel nord Italia, le temperature estive sono aumentate di 2 gradi in 30 anni: qualcosa di mostruoso». La causa principale è chiara: l’aumento spropositato di emissioni di gas serra. «Dobbiamo uscire dalla trappola dei fossili», ha proseguito, «interrompendo quindi le estrazioni». Anche perché «dalle stime, anche se estraessimo tutto il gas dall’Adriatico, sarebbe comunque 1/5 di quello che ci servirebbe in 1 anno in Italia. E la stessa UE ci impone entro il 2030 di aumentare le energie rinnovabili, non di estrarre altro gas».

«Dobbiamo aspirare a un nuovo equilibro tra terra e acqua, e ciò metterebbe in moto teste, idee, esperienze virtuose», ha detto invece il sociologo Giorgio Osti, mentre della Pianificazione dello Spazio Marittimo ha parlato l’urbanista dello IUAV di Venezia Francesco Musco: «il Piano del Mare – attualmente in fase di consultazione – è importante per dare risposte sull’utilizzazione delle risorse, e darle a lungo termine». 

Al termine degli incontri sono intervenuti alcuni rappresentanti delle istituzioni locali, fra cui Valeria Mantovan, Sindaca di Porto Viro, e il nostro Arcivescovo mons. Perego per un saluto finale: «c’è uno stile di vita che dobbiamo adeguare, sull’uso dei beni della terra». Senza dimenticare «il problema delle conseguenze demografiche sulla popolazione delle trasformazioni ambientali. La politica – è il suo invito – deve approfondire queste domande e queste problematiche, per il bene comune del nostro territorio». Un territorio estremamente fragile.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 21 aprile 2023

La Voce di Ferrara-Comacchio