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Olive, gomme e tè: ecco gli ingredienti della pace

18 Nov

Lo scorso 10 novembre a Ferrara è intervenuto Jeremy Milgrom, rabbino di Gerusalemme e da 40 anni uomo di pace e maestro di nonviolenza: ecco cos’ha detto

di Andrea Musacci

“La pace è una pratica, non una speranza”: un titolo forse “populista” a una prima lettura, per un incontro pubblico. E invece no, se presenta e racchiude i racconti e le riflessioni di una vita di un uomo come Jeremy Milgrom, rabbino di Gerusalemme di origini statunitensi e cofondatore nel 1988 dell’Associazione Rabbis for Human Rights (Rabbini per i Diritti Umani). Impegnato soprattutto per i diritti dei palestinesi e delle fasce più deboli della società israeliana, nonché pioniere nel dialogo interreligioso (col reverendo anglicano palestinese Shehadeh Shehadeh ha fondato l’associazione Clergy for Peace (Religiosi per la pace, che unisce ebrei, cristiani e musulmani), Milgrom è intervenuto nel tardo pomeriggio dello scorso 10 novembre nella Sala della Musica di Ferrara (via Boccaleone) invitato dalla Rete per la Pace (in collaborazione con i Gruppi Consiliari La Comune di Ferrara e Civica Anselmo). Milgrom è stato introdotto e intervistato da Alessandra Mambelli.

LE BELLE BANDIERE

La pratica, la concretezza, si diceva; quella che Milgrom conosce bene, lui veterano dell’esercito israeliano che ottenne l’esonero dagli obblighi di riservista dopo 8 anni di battaglie legali. Una pratica non violenta che non gli ha fatto perdere il legame col suo popolo: «in questa sala non è presente la bandiera israeliana», ma una della pace tra due palestinesi, ha esordito. «Secondo me invece dovrebbero essere esposte entrambe le bandiere. Ricordo che nel 1988 mia figlia voleva esporre la bandiera di Israele, in occasione dell’anniversario della nascita del nostro Stato. Le dissi di mettere, a fianco, anche quella palestinese. Spesso però in Israele se le persone vedono esposta quest’ultima si arrabbiano e dicono: “dopo 2mila anni finalmente questa terra è nostra, mentre gli arabi vivono già in tante altre terre!”».

SOLLIEVO E PAURA

Ora in Israele – ha proseguito – «vi è sollievo per gli ostaggi liberati e i corpi degli stessi uccisi restituiti. Ma non vi è pieno sollievo perché Netanyahu continua a smantellare il nostro sistema democratico. Le elezioni dovrebbero tenersi fra un anno ma non siamo sicuri che ci saranno». E «il governo israeliano teme che i suoi cittadini vengano a sapere cos’è successo a Gaza e cosa sta succedendo in Cisgiordania, e quindi cerca di tenerlo nascosto». Dall’altra parte, «molti israeliani hanno paura a venire in Europa quando nei cortei sentono slogan come “From the river to the sea Palestina will be free”, a maggior ragione ora che c’è la tregua». Sono in aumento, infatti, anche in Italia i casi di aggressione – anche fisica – a danno di ebrei: proprio il giorno dopo, il 12, una famiglia ebrea statunitense è stata aggredita alla Stazione Centrale di Milano da un giovane pakistano.

LE OLIVE DELLA DISCORDIA

Dopo la dura analisi del presente, la seconda parte dell’intervento di Milgrom è stata invece ricca anche di aneddoti e racconti positivi, per una convivenza possibile. «I mesi di ottobre e novembre – ha detto – sono quelli dedicati alla raccolta delle olive: ciò rappresenta un’importante fonte di guadagno per i palestinesi, ma per loro è diventato molto difficile farla a causa dei continui attacchi dei coloni, che così facendo cercano di spingerli ad abbandonare le loro terre. Per fortuna vi sono anche israeliani che li aiutano nella raccolta, in quanto la loro presenza spesso li difende da questi attacchi».

GOMME NEL DESERTO

L’ong  Vento di terra ets, nata nel 2006 e con sede a Milano, fra i vari progetti portati a termine ha Impronte di Pace, promosso nel 2009 per realizzare la Scuola di Gomme, realizzata nel deserto di Gerico con pneumatici usati. La Scuola ospita un centinaio di alunne e alunni beduini, prima esclusi dal diritto allo studio. «Il governo israeliano – ha spiegato Milgrom – voleva distruggere la scuola ma l’associazione ha denunciato questo tentativo al governo italiano e all’Unione Europea, a dimostrazione dell’importanza dell’impegno diretto dei cittadini». «Sono molto felice per quello che stanno facendo» a Gaza e in Cisgiordania, ha commentato. «Quando vengo in Italia collaboro con loro, facciamo molte attività assieme». «A volte dai beduini – ha aggiunto Milgrom – porto anche mia madre, che ha 97 anni, e lei con loro si trova molto bene…». Ma ancora oggi i beduini devono difendersi non solo dall’esercito ma anche dai coloni israeliani, come ben documentato da Avvenire lo scorso 11 novembre riguardo al villaggio di Al-Hatrura. 

LA PACE NEL TÈ

Sono frequenti e ben radicati i legami di Milgrom con tanti palestinesi: «spesso – ha raccontato a mo’ di esempio – sono ospite di un signore che mi offre sempre il tè. Una volta ho ricambiato la sua ospitalità invitando lui e la sua famiglia a pranzo: in quest’occasione ho raccontato la storia del popolo ebraico, quindi anche il periodo della schiavitù in Egitto e la successiva liberazione. Per il figlio di questo signore sembrava assurdo che gli ebrei potessero essere stati schiavi perché ora vede Israele come padrone, e loro palestinesi come schiavi…».

GIOVANI IN CARCERE

E a proposito di giovani generazioni, Milgrom ha raccontato anche di suo nipote, 16 anni di età: «non voglio che si arruoli nell’esercito, e proprio per questo ora con la famiglia vive nel Regno Unito. Anche sua madre da giovane si è rifiutata di fare il servizio militare. Chi si rifiuta di arruolarsi per me è un eroe». Persone che rischiano il carcere, lo stesso dove sono rinchiusi molti palestinesi: «la loro non è una causa popolare in Israele in quanto il governo – che è il più estremista nella storia dello Stato di Israele – non vuole che se ne parli. Come israeliano sono imbarazzato per come il governo tratta queste persone, giustificando questi metodi come deterrenti».

L’UNICA SOLUZIONE

«Dal 1948 Israele opprime i palestinesi», ha aggiunto Milgrom: «molti sono stati cacciati dalla loro terra, sono diventati profughi». E ancora oggi «molti israeliani sono d’accordo col Piano Trump e non vogliono il ritorno dei profughi palestinesi. Ma finché questi non torneranno nella loro terra, vi sarà ingiustizia e violenza». Dall’alta parte – ha aggiunto – «fra i palestinesi e i loro sostenitori ci sono molte persone che desiderano che tutti gli ebrei lascino la propria terra». Il finale è amaro, ma non del tutto: «con molta tristezza credo che non abbiamo fatto abbastanza: mai come oggi c’è stata brutalità e violenza, e mai Israele ha acquistato e prodotto così tante armi. L’unica soluzione è di vivere insieme in un unico Stato e di cooperare». L’unica risposta – insomma – è nella pratica di pace, l’unica che può dare speranza.

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 21 novembre 2025

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Il mito e quel «riarmo mentale» che ci porta dritti al totalitarismo

1 Ott

ERNST CASSIRER. 80 anni fa moriva il noto filosofo tedesco. Postumo, uscì nel ’46 un suo saggio sugli aspetti irrazionali e «demoniaci» insiti anche nei moderni poteri statali. Un’analisi dura che ancora oggi può farci molto riflettere 

di Andrea Musacci 

Nella primavera del 1945 moriva improvvisamente uno dei più importanti filosofi del Novecento, Ernst Cassirer. Ebreo e neokantiano, non ha mai potuto vedere la pubblicazione del suo “Il mito dello stato”, da lui scritto tra il 1944 e il ’45 e concluso e copiato dal suo manoscritto pochi giorni prima della sua morte improvvisa che lo colse il 13 aprile all’età di 71 anni. L’opera è stata pubblicata nel ’46.

EBREO IN FUGA DAL NAZISMO

Nel 1906 grazie a Wilhelm Dilthey, Casasirer conseguì l’abilitazione all’Università di Berlino, dove fu a lungo libero docente. A causa delle sue origini ebraiche ottenne solo nel 1919 una cattedra nella neofondata Università di Amburgo, di cui divenne più tardi rettore (1929-30), e dove tra l’altro fu supervisore delle tesi di dottorato di Leo Strauss e Joachim Ritter. Essendo di origini ebraiche, con l’avvento del nazismo nel 1933 dovette lasciare la Germania, insegnò a Oxford dal 1933 al 1935 e fu professore a Göteborg dal 1935 al 1941. In quegli anni fu naturalizzato svedese ma, ritenendo ormai anche la neutrale Svezia poco sicura, si recò negli Stati Uniti d’America, dove fu visiting professor nell’Università di Yale, nel New Haven, dal 1941 al 1943 e docente alla Columbia University, New York dal 1943 fino alla morte. Dopo essere uscito dalla tradizione della Scuola di Marburgo del neokantismo, ha sviluppato una filosofia della cultura come teoria fondata sulla funzione dei simboli nel mito, nella scienza, nella religione, nella tecnica. Ad Amburgo ha collaborato attivamente alla biblioteca di Aby Warburg. Scrive il filosofo statunitense Charles W. Hendelnella premessa all’edizione americana de “Il mito dello stato” (1946): «In tutto ciò che egli intraprendeva c’era una costante dimostrazione delle interdipendenze delle diverse forme della conoscenza e della cultura umane. Egli possedeva, cioè, il genio della sintesi filosofica, oltre che l’immaginazione e la dottrina dello storico».

IL RAZZISMO DI GOBINEAU

Nel libro, Cassirer dopo un’analisi del mito e della «lotta» contro di esso nelle diverse teorie politiche nel corso dei secoli, analizza prima il “culto dell’eroe” di Thomas Carlyle, filosofo scozzeze del XIX secolo e poi il noto saggio di un contemporaneo di quest’ultimo, “Saggio sull’ineguaglianza delle razze umane” del conte francese Joseph Arthur de Gobineau. Secondo quest’ultimo, la storia è una scienza e – scrive Cassirer -, sempre secondo Gobineau, «ora, il sigillo è violato e il mistero della vita umana e della civiltà umana ci si rivela, poiché il fatto della diversità morale e intellettuale delle razze è evidente». Prosegue Cassirer nella sua critica al francese: «Una delle sue convinzioni più salde è che la razza bianca sia la sola che abbia avuto la volontà e la forza di costruire una vita culturale (…). Le razze nere e gialle non hanno vita propria, non volontà, non energia. Non sono altro che materia morta nelle mani dei loro padroni, la massa inerte che deve  essere mossa dalle razze superiori». Prosegue poi Cassirer: «La nostra idea moderna dello stato totalitario era del tutto aliena allo spirito del Gobineau (…)». Tuttavia, egli «appartiene al novero di quegli scrittori che, in modo indiretto, più hanno fatto per preparare l’ideologia dello stato totalitario. Era il totalitarismo della razza che tracciava la strada alle posteriori concezioni dello stato totalitario». E tutto ciò, prosegue Cassirer, nonostante Gobineau fosse «un devoto cattolico»: infatti, «il più potente avversario di Gobineau, si capisce, era la concezione religiosa dell’origine e del destino dell’uomo». La sua teoria, insomma, era «in contraddizione flagrante con gli ideali etici della religione cristiana».

Cassirer prosegue poi la propria analisi, arrivando a parlare del presunto legame tra razzismo e nazionalismo: «A noi sembra naturale stabilire un legame fra razzismo e nazionalismo. Siamo persino portati a identificarli. Ma questo non è corretto, né dal punto di vista storico né da quello sistematico (…). Questa distinzione diventa chiarissima» nell’opera di Gobineau, aristocratico e nostalgico del feudalesimo, che «non era affatto un nazionalista, e non era nemmeno un patriota francese». Rimane il fatto che il suo «mito della razza ha lavorato come un potente corrosivo, ed è riuscito a dissolvere e disintegrare tutti gli altri valori».

LO STATO TOTALITARIO TRA MITO, MAGIA E CULTO DEL CAPO

Venendo al Novecento, Cassirer arriva quindi a spiegare come «nelle situazioni disperate l’uomo farà sempre ricorso a mezzi disperati, e i miti politici dei nostri giorni sono stati altrettanti mezzi disperati di questo genere». Nelle crisi della vita sociale, quindi, «è ritornata l’ora del mito», contro ogni forma di «organizzazione razionale» stabilita. Il mito, quindi – con le sue «potenze demoniache» – «non è stato realmente vinto e soggiogato». Riprendendo la definizione dello studioso francese Edmond Doutté (1867-1926) – il mito è «il desiderio collettivo personificato» – Cassirer scrive a proposito del culto del capo e della dittatura del suo tempo: «L’esigenza di un capo appare soltanto quando un desiderio collettivo ha raggiunto una forza travolgente, e quando, d’altro lato, tutte le speranze di soddisfare questo desiderio in una maniera ordinata e normale sono fallite». In questi momenti, «l’intensità del desiderio collettivo si incarna nel capo»; legge, giustizia e Costituzione non valgono più niente. «Ciò che soltanto rimane è il potere mistico e l’autorità del capo, e la volontà del capo è la legge suprema».

Razionalità e mito si confondono nella moderna politica totalitaria: è la «nuova tecnica del mito»: «L’uomo politico moderno ha dovuto combinare in sé stesso» due funzioni tra loro diverse: «egli è il sacerdote di una nuova religione, del tutto irrazionale e misteriosa», appunto perché fondata sul mito. «Ma – prosegue Cassirer – quando deve difendere e diffondere questa religione, egli procede in modo estremamente metodico. Nulla è lasciato al caso». Così il «vero riarmo», il primo in ordine temporale, della Germania nazista non fu quello militare ma «cominciò coll’inizio e con lo sviluppo dei miti politici» che portarono a un «riarmo mentale». Inoltre, questi miti politici moderni portano anche a una «trasformazione del linguaggio umano. La parola magica prende la precedenza sulla parola semplice».E portano anche alla creazione di «nuovi riti»: «poiché, nello stato totalitario, non c’è nessuna sfera privata indipendente dalla vita politica, tutta la vita dell’uomo viene improvvisamente inondata da un’alta marea di nuovi riti». L’analisi di Cassirer è lucida e impietosa: «non c’è niente che abbia maggiore probabilità di addormentare tutte le nostre forze attive, la nostra capacità di giudizio e di discernimento critico, e di sopprimere il nostro sentimento della personalità e della responsabilità individuale, quanto il compimento costante, uniforme e monotono degli stessi riti». Adifferenza dei pur terribili poteri del passato, i miti politici moderni «non hanno cominciato con l’esigere o proibire certi atti. Si sono invece proposti di cambiare gli uomini, per poter regolare e controllare i loro atti»: hanno agito quindi come «un serpente che cerca di paralizzare la propria vittima prima di attaccarla». Così,  la «sfera di libertà personale» viene annichilita.

Infine, ma non meno importante, Cassirer analizza come la «vita politica moderna» abbia “attualizzato” forme antiche di divinazione: «L’uomo politico diventa una specie di pubblico negromante. La profezia è un elemento essenziale della nuova tecnica di governo (…); l’età dell’oro viene annunciata di continuo».

L’insegnamento finale di Cassirer è da meditare profondamente anche oggi, nelle “secolarizzate” e postmoderne società avanzate del XXI secolo: «Tutti noi abbiamo avuto tendenza a sottovalutare questa forza» dei miti politici moderni: all’inizio «li trovammo così assurdi ed incongrui, così fantastici e ridicoli, che quasi non potevamo indurci a prenderli sul serio. Ormai è diventato chiaro a noi tutti che questo era un grande errore. Non dovremmo commettere l’errore una seconda volta».

***

Marco Bertozzi e il ruolo della filosofia contro il mito

“Ernst Cassirer e il mito dello stato” è stato il tema al centro della conferenza di Marco Bertozzi svoltasi lo scorso 26 settembre nella Sala Agnelli della Biblioteca comunale Ariostea di Ferrara. Introdotto da Filippo Domenicali (Istituto Gramsci di Ferrara, che assieme all’Isco ha organizzato l’iniziativa), Bertozzi ha svolto un’ottima introduzione de “Il mito dello stato” del filosofo tedesco.Ricordiamo che Bertozzi è docente di “Storia della filosofia politica” a UniFe, Direttore dell’Istituto di Studi Rinascimentali di Ferrara e Presidente del Comitato scientifico del Centro internazionale di cultura “Giovanni Pico” di Mirandola.

Cassirer – ha spiegato Bertozzi – nel ’44-’45 ha la percezione che il potere mitico abbia avuto un «potere schiacciante». Questa «specie di stregoneria, di incantamento» è stato dal potere moderno «sfruttato e tecnicizzato» per manipolare le masse convincendole che la vera libertà stia nell’essere sudditi – più che cittadini – di un potere totalitario. Per il tedesco, in politica viviamo sempre su un terreno «vulcanico», dominato cioè da «forti caratteri emozionali e irrazionali». Bertozzi ha quindi citato una novella di Thomas Mann, “Mario e il mago” (1930), per sottolineare in Cassirer l’insistenza del forte potere di suggestione, «magico» appunto, che il potere può avere. Il relatore ha poi citato il noto testo “Il tramonto dell’Occidente” (1918) di Spengler, dove quest’ultimo spiega come la nascita di una cultura sia sempre un «atto mistico», qualcosa di legato al «destino», cioè a qualcosa di «inevitabile». L’analisi di Cassirer è stata poi da Bertozzi confrontata con alcuni passaggi di Heidegger in “Essere e tempo” (1927) è l’idea di «destino comune». In conclusione, anche la riflessione di Cassirer – pur esponente del cosiddetto “neoilluminismo” – è connotata da una rilevante negatività:il mito – per lui – è qualcosa di «invulnerabile», che «la filosofia, la razionalità può solo aiutare a conoscere, a riconoscere e quindi a combattere». Forse non è poco, ma di sicuro c’è bisogno di altro per salvarci dal rischio del totalitarismo.

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 3 ottobre 2025

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Disordine globale eterno? Come salvare l’umanità con ratio e nonviolenza

27 Giu

“Anarcocene. La politica e la (non) violenza” è il titolo del nuovo libro di Gianpiero Magnani. Tra free riders globali e rischio Leviatano, c’è bisogno di utopia, sostenibilità e democrazia

di Andrea Musacci

Nessuna mano invisibile che tutto governa e convoglia al benessere collettivo. Nessun astratto ottimismo progressista. Nessuna tentazione di ripiegamento sovranista. Partire dalla critica di queste tre illusioni/imposture ideologiche è fondamentale per provare a immaginare un futuro diverso a livello globale, in un’epoca dove guerre, disastri climatici e follie tecniciste rischiano di farci piombare nella disperazione.

Di tutto ciò sembra essere cosciente Gianpiero Magnani, vicesegretario del MFE – Movimento Federalista Europeo – Ferrara, che ne riflette nel suo ultimo libro “Anarcocene. La politica e la (non) violenza” (Cleup-Università di Padova, maggio 2025, con introduzione di Guglielmo Bernabei, Presidente Ferrara Popolare Europea). Il volume è stato presentato lo scorso 19 giugno nella sede di ISCO Ferrara (v. art. a destra), dove l’autore per l’occasione ha dialogato con due docenti di UniFe – Agostino Cera e Orsetta Giolo – e con Rossella Zadro (Vicepresidente nazionale MFE), con introduzione e coordinamento dello stesso Bernabei. L’incontro è stato organizzato da MFE – Ferrara, Ferrara Popolare Europea e CDS-Centro ricerche Documentazione e Studi – Ferrara.

Il volume di Magnani è attraversato da questa domanda cruciale: «Da che parte vogliamo andare noi umani, verso la distruzione di noi stessi e dell’ambiente di cui facciamo parte, da realizzare in tempi rapidi con una guerra nucleare o con i tempi più lunghi, ma comunque anch’essi inesorabili e senza possibilità di ritorno, del cambiamento climatico incontrollato e della perdita di biodiversità, oppure vogliamo provare a modellare in positivo questo pianeta, anche a vantaggio delle nostre stesse generazioni future? Ma soprattutto, noi esseri umani sappiamo veramente dove vogliamo andare?».

IL CAOS NICHILISTA CHE REGNA

FREE RIDERS E ANARCOCENE

Leggi, regole e istituzioni da sempre impediscono «la guerra di tutti contro tutti; ma in ogni momento», scrive Magnani, «può sorgere il free rider(“battitore libero”, ndr), l’outsider che disobbedisce all’ordine vigente, che rimette nuovamente in discussione le regole del gioco creando così nuove situazioni di conflitto». Le conseguenze delle sue azioni a volte sono positive ma spesso sono «distruttive» se non «molto distruttive». «Il problema – prosegue Magnani – è che quando i free riders sono tanti, e interessano contemporaneamente o in un breve intervallo di tempo più sfere di attività umana, agendo in contrasto fra loro e creando situazioni di ingovernabilità, instabilità, caos e conflitti allora si può determinare quella situazione di disordine globale e di distruttività» che l’autore chiama Anarcocene, ovvero la «società delle catastrofi immanenti». Pur essendo vero che i “disobbedienti” nella storia sono stati anche portatori di progresso in tutti gli ambiti, perlopiù l’azione dei free riders, l’Anarcocene nella sua forma totale (guerra nucleare, crisi climatica) porterebbe all’estinzione del genere umano. 

Mentre in quella che si definisce Antropocene, l’impatto dell’uomo è forte ma «costruisce qualcosa di diverso e di nuovo che si aggiunge al mondo biologico esistente», nell’Anarcocene invece «si distrugge, si divora, si uccide». Ma ancora del tutto dobbiamo riconoscere due fattori decisivi: da una parte, che il capitalismo è connotato dalla «continua espansione dell’economia» e dalla «crescita disarmonica»; dall’altra, la mancanza di limiti e l’allergia a regole e lacci di ogni tipo tipiche soprattutto della globalizzazione neoliberista. 

E il rischio oggi è ancora maggiore: «lo sviluppo industriale ha prodotto anche nuove armi, nuove tecnologie sempre più distruttive, cui si è aggiunta la minaccia del tutto inedita di un uso completamente distorto e fuori controllo dell’intelligenza artificiale», «dei sistemi di sorveglianza e dei mezzi di comunicazione di massa, internet primo fra tutti».

RISCHIO LEVIATANO

Ma a livello globale – dato che è a questo livello che bisogna ragionare, soprattutto sulle questioni belliche, di armi nucleari, di crisi climatica – «come si può controllare l’azione politica» per non finire nell’Anarcocene, ma al tempo stesso «senza costruire un sistema totalitario globale, equivalente al Leviatano di Hobbes?» («Antropocene distopico»). La stessa idea di Luigi Ferrajoli di una “Costituzione della Terra” pur affascinante si scontra con la – ineliminabile? – realtà della mancanza di quella «razionalità collettiva» e della presenza appunto di free riders in senso distruttivo.

LA GRANDE SPERANZA GLOBALE

SERVE UNA RAZIONALITÀ COLLETTIVA

L’azione politica, infatti, non segue sempre modalità «razionali» ma anzi spesso «paradossali, imprevedibili a priori». In ogni caso, per Magnani la questione va posta ancora, per non cadere nella tentazione di sterili e pericolosi nazionalismi o velleitarismi: in dialogo anche col Kant della Pace perpetua, «nessuno si salva da solo» – dice – ed è quindi «necessario individuare un sistema sovraordinato di vincoli e incentivi che orienti tutti i soggetti politici a livello globale a muoversi in un certo modo e non in altri, arrivando in tal modo a conseguire quella razionalità collettiva che è indispensabile se vogliamo costruire per davvero un mondo sostenibile di pace». 

Uno scenario globale che quindi non solo veda l’umanità non in preda al caos («Anarcocene», appunto) o al dominio del più forte («Antropocene distopico»), ma che veda ancora la presenza dell’umanità su questa terra: l’autore la chiama «Antropocene utopico» (o «Antropocene sostenibile»), uno scenario connotato da «condizioni di sviluppo sostenibile che valgano per l’intero pianeta, in un contesto che prevede forme di partecipazione collettiva e quindi con la possibilità di generare un’azione politica non distruttiva e in qualche modo diffusa». Bussole globali di riferimento per Magnani rimangono la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (1948) e l’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile. Ma per spiegare questa azione dell’uomo sulla natura e non contro la natura, Magnani, lodevolmente, fa un esempio magari “piccolo” ma molto concreto: quello del Consorzio degli Uomini di Massenzatica (CUM). Più in generale, «limite» e «regia collettiva» sono due termini che si tengono, assieme a «nonviolenza» (e qui, Magnani dialoga con due grandi pensatori, Gandhi e Bobbio).

EFFICACIA NELL’UTOPIA

Ciò che si è sempre chiamato “progresso” e che Magnani ridefinisce come «età antropocenica», per l’autore oggi come non mai può essere dato «dallo sviluppo dell’azione politica “micro”, interna ai territori, locale, piuttosto che dal livello “macro” degli Stati sovrani, che prima o poi finiscono col farsi la guerra per definire e ridefinire le regole del gioco collettivo». Da qui, una proposta ripresa dal politologo polacco Jan Zielonka: quella dell’ONU come «Agorà globale» formata non da rappresentanti degli Stati (limitati invece a un «rinnovato Consiglio di Sicurezza») ma «delle diverse regioni» e «delle città metropolitane». 

Concludendo, per Magnani, «istituzioni, norme e valori» collettivi che definiscano un «Antropocene sostenibile» «già esistono ma non sono efficaci, in quanto non sono dotate degli strumenti operativi per renderle effettive, quali sanzioni, incentivi e relativi apparati amministrativi e burocratici in grado di applicarli a livello globale con strumenti idonei». Non solo, quindi, per Magnani oggi ancora non esiste una «Repubblica Federale Europea», che sarebbe insufficiente ma necessaria, ma soprattutto manca un vero «governo mondiale» che abbia effettivo potere politico per prevenire guerre e aggressioni e gestire le risorse a livello globale. Il deficit, quindi, sta nell’efficacia, nel poter concretizzare, attuare questi limiti e strumenti per affrontare le sfide globali. Sul “che fare?” l’incertezza è grande, ma vale la pena continuare a riflettere e a trovare sinergie e rafforzare relazioni per renderle attuabili. L’utopia – ancora una volta – è termine affascinante ma non fine a sé stesso. Non indica qualcosa di fumoso, di irrealizzabile. Ma, chissà, forse richiama – perlomeno a livello formale – la definizione che di “socialismo” diede 50 anni fa Willy Brandt ad Oriana Fallaci: «un orizzonte che non raggiungeremo mai e a cui tentiamo di andare sempre più vicino».

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 27 giugno 2025

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(Foto Pexels – Cottonbro studio)

«Chiesa e società spaccate: gli USA sono sull’orlo di una guerra civile»

25 Giu

Massimo Faggioli, noto storico delle religioni, è intervenuto il 16 giugno nella sua Ferrara: «tra ultraconservatori ed estremisti di sinistra, America divisa come non mai». Il possibile, fondamentale ruolo di Papa Prevost nella sua terra

di Andrea Musacci

Un’America spaccata e ultraideologizzata, che spesso fa della fede cristiana un’arma politica. È questa l’amara analisi che Massimo Faggioli, storico delle religioni e docente alla Villanova University (da settembre a Dublino, v. box sotto) ha proposto lo scorso 16 giugno a Ferrara, nella Sala del coro del Monastero del Corpus Domini. Faggioli – ferrarese d’origine e in vacanza con la famiglia nella sua amata città d’origine – è intervenuto sul tema “Papa Leone XIV e l’America nella Chiesa e nel mondo oggi”, introdotto da Piero Stefani e Francesco Lavezzi, per un incontro organizzato da UP Borgovado, Istituto Gramsci Ferrara, SAE Ferrara, CEDOC Santa Francesca Romana. Incontro che, nonostante le forti piogge, ha visto un’ampia partecipazione di pubblico. Ricordiamo che Faggioli è stato negli ultimi anni più volte intervistato – o recensito – dalla “Voce”: l’ultima, lo scorso 16 maggio, proprio sull’elezione di Papa Leone XIV.

Dopo il «tumultuoso papato del gesuita Francesco», è stato eletto un papa agostiniano, ha esordito Faggioli. E un Papa statunitense, «una novità assoluta e inaspettata». Questa scelta del Conclave «ha rotto un tabù, in quanto si dava per scontato che un cittadino di una grande “potenza coloniale” non potesse essere papa perché ciò avrebbe significato un’inconcepibile sovrapposizione». Un papa, dunque, «non europeo, non mediterraneo ma con anche sangue creolo e africano». Un aspetto, questo, per Faggioli decisivo «perché è un modo del Conclave di dare una risposta a questo particolare periodo della storia americana», dominata dal trumpismo.

IL NUOVO INTEGRALISMO ULTRACONSERVATORE

Periodo in cui la «svolta politica e ideologica della destra USA – per Faggioli – ha rimpiazzato quell’evangelicalismo» tipico di certe Chiese della galassia protestante. Si tratta di una forma di integralismo portata avanti, però, soprattutto non da «blogger che lo fanno a tempo perso ma da persone che magari hanno la cattedra ad Harvard»…Intellettuali, insomma, docenti universitari. O meglio, anche da tante persone semplici e ceto medio, ma guidati da professori accademici che han dato vita a vere e proprie «teologie integraliste» e che hanno nel vicepresidente JD Vance il loro punto di riferimento. Il cattolicesimo USA, quindi, «è diventato anche questo», e si differenzia dal «conservatorismo cattolico USA tradizionale, che aveva un’idea forte di democrazia, che anzi per loro andava non solo difesa ma esportata, anche con le armi».

Riguardo a quest’anima cattolica ultraconservatrice, secondo Faggioli, gli USA «non stanno vivendo un normale passaggio di governo» ma «un cambio di regime, che non sappiamo dove porterà il Paese. Due mesi fa – ha spiegato Faggioli – mi è stato sconsigliato di lasciare gli USA per venire in Italia e in ogni caso di scegliere bene l’aeroporto dal quale partire, evitando ad esempio quello di Atlanta, viste le dure politiche antimmigrazione di quel Distretto». E tutto ciò, nonostante «io viva negli USA da molti anni e abbia un lavoro stabile». E sulla polemica fra Trump e l’Università di Harvard riguardante i fondi governativi e i visti per gli studenti stranieri, Faggioli ha criticato il giornalista Federico Rampini che – a suo dire – avrebbe sottovalutato questa “minaccia” di Trump: la sua, invece, è una scelta molto grave perché è anche «un messaggio che manda a tutte le Università americane: “se non assumete determinate posizioni politiche, potreste subire conseguenze di questo tipo”». In America, quindi, «si attende una voce forte come quella del Papa», che «ricordi agli USA cosa vuol dire – nel profondo – essere America». Insomma, Prevost «è atteso a mandare certi messaggi, anche agli USA. Per ora è prudente, ma se Trump continuerà così, potrebbe esporsi maggiormente». Molti fra gli stessi Vescovi statunitense «han creduto che Trump fosse meglio di Kamala Harris, non immaginando il suo peggioramento a livello democratico». Questo peggioramento «sta portando quindi molti di loro a non sostenere più Trump».

UN’AMERICA CHE NON CREDE PIÙ IN SÉ STESSA

Papa Leone XIV è «cosciente di quanto sia enormemente complicata questa situazione», con un’America «molto divisa» e addirittura «in certe zone sull’orlo della guerra civile». Ciò “costringerà” il Papa ad «affrontare in modo diverso il suo rapporto con gli USA e col mondo cattolico statunitense». USA che ha come propria essenza un intreccio originale e complesso tra politica e religione, e che «storicamente sono anticattolici», dalle origini fino alla diffidenza di molti verso Kennedy. Stati Uniti che invece oggi sono «sempre più cattolici e sempre più secolarizzati, e sempre meno protestanti. Negli ultimi decenni le chiese si sono svuotate e i luoghi di espressione della fede sono diventati i partiti politici», dominati da «un purismo ideologico totale». 

USA, come detto, che stanno vivendo «un momento di coalizzazione ideologica e religiosa che non si vedeva dai tempi della guerra civile sulla questione della schiavitù» e più pericolosi persino di «momenti simili vissuti negli anni ’60, con le battaglie per i diritti civili, e negli anni ’90 con gli scontri razziali». In entrambi questi momenti – ed è questa per Faggioli la differenza radicale – tutti avevano una forte fede negli Stati Uniti d’America», perché «l’America è sostanzialmente un atto di fede nell’America». Oggi, invece, «il problema della secolarizzazione non riguarda solo il fatto che la gente non va più in chiesa ma che non crede proprio più nell’America». Le lotte politico-ideologiche di questi anni «contro il colonialismo, lo schiavismo, il patriarcato hanno convinto molti giovani che gli USA sono un errore» in quanto tali, fin dalla loro nascita. Queste lotte, insomma, «erodono alle fondamenta la ragione profonda di esistere di una civiltà che invece da sempre si presenta come plurale, aperta, difenditrice della libertà e della democrazia».

UN’AMERICA E UNA CHIESA SPACCATE

Papa Leone XIV ha dunque in carico un’America che vive «una crisi fondamentale di fede in sé stessa», e che quindi «non ha più fede nell’essere una nazione cristiana civile». Oggi negli USA il cristianesimo, e nello specifico il cattolicesimo, per Faggioli «è trasformato in ideologia politica» ed è «spaccato in due, destra e sinistra»: la prima è «integralista, ultraconservatrice, etnonazionalista e dominata da un cinismo assoluto», la seconda si presenta invece come «inclusiva e tollerante», ma i “cattolici democratici” «sono quasi scomparsi o spesso tengono segreto il loro essere cattolici». Molti cattolici, inoltre – ha analizzato Faggioli – «negli USA sono impauriti da certo estremismo ideologico di parte della sinistra», soprattutto sui temi legati all’ideologia gender: secondo quest’ultima, infatti, «i bambini possono scegliere il loro genere ed è successo che in alcuni casi, pur ancora rari, se i genitori hanno obiettato contro questa scelta prematura, sono stati denunciati. Io dunque vedo anche questo estremismo», non solo quello fondamentalista di Vance&co. 

«Vedremo quindi – ha proseguito Faggioli – se tra queste due anime della Chiesa USA vi sarà una soluzione». Per ora, l’unica cosa certa è che si tratta di «due visioni diverse di Chiesa sulla teologia, la catechesi, la pastorale; due movimenti diversi che convivono a fatica». Oggi dunque «la questione statunitense, del futuro della sua democrazia è anche «un tema teologico. Fino a 30 anni fa, invece, si poteva contare sul fatto che gli USA avessero imparato il dna della democrazia, dei diritti, mentre oggi vi sono voci autorevoli che dicono “abbiamo avuto troppa democrazia, troppa libertà, bisogna sfalciare un po’, iniziando dagli immigrati”». «Non so – ha detto poi – se negli USA ci sarà una guerra civile, ma storicamente in questo Paese questa è sempre stata vista come positiva», sull’idea di base che «i conflitti vanno prima o poi risolti per via armata».

COSA CI SI ASPETTA DA PAPA LEONE XIV

Tornando a Papa Leone XIV, Faggioli ha spiegato come «viene da un retroterra molto particolare», lui che è stato ordinato prima diacono e poi prete «da due Vescovi considerati molto progressisti»: viene quindi da «una Chiesa molto sociale». E Papa Prevost «conosce molto bene la Chiesa USA, non ha bisogno di farsela spiegare, interpretare, tradurre», anche perché negli anni «ha sempre mantenuto con questa contatti molto stretti». A breve avrà nomine importanti e delicate da fare, come quella dell’Arcivescovo di New York, «nomina di grandissimo peso», e quella del «nuovo Nunzio apostolico negli Stati Uniti, che soprattutto in questo contesto politico è un ruolo molto importante».

È importante – ha spiegato ancora Faggioli –  «che Papa Leone XIV non sia identificato come rappresentante di una Chiesa fascista, razzista, sessista, come invece molti oggi vedono la Chiesa cattolica negli USA» e il cattolicesimo à la Vance. In ogni caso, si trova in una fase politica e ideologica molto delicata. La storia gli ha assegnato, fra i vari compiti, uno complicatissimo: ricostruire l’unità in tutta la Chiesa universale, e in particolare in quella della sua terra.

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 27 giugno 2025

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(Foto Sergio Flores – AFP/SIR)

FAGGIOLI A DUBLINO

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Il 12 giugno il Loyola Institute del Trinity College di Dublino ha annunciato la nomina di Massimo Faggioli a Professore di Ecclesiologia Storica e Contemporanea. Faggaioli lascia quindi gli USA (dove viveva dal 2008) e la Villanova University, dove ha iniziato a insegnare nel 2016.

La pace è un’amicizia: gruppi e progetti con uniti israeliani e palestinesi

21 Giu


Dal villaggio cooperativo all’associazione di genitori, dal gruppo delle donne a quello degli artisti…: sono tanti i luoghi concreti in Terra Santa dove israeliani e palestinesi convivono in armonia, costruendo giorno dopo giorno un futuro differente

Vi presentiamo alcuni esempi molto quotidiani e dal basso, di come, al di là dei conflitti, la pace fra le persone si stia già costruendo. Esempi da far conoscere e moltiplicare.

NEVE SHALOM – WAHAT AL-SALAM

Neve Shalom Wahat al-Salam (NSWAS) è un villaggio cooperativo nel quale vivono insieme ebrei e palestinesi, tutti di cittadinanza israeliana. 

Equidistante da Gerusalemme e da Tel Aviv, il villaggio fu fondato nel 1972, dal padre domenicano Bruno Hussar, ebreo divenuto cristiano, e Anne Le Meignen. Il nome, che significa “Oasi di pace”, deriva da uno dei libri di Isaia (32,18): “Il mio popolo abiterà in un’oasi di pace”. 

Nel 1977 vi si insediò la prima famiglia. Nel 1999 le famiglie residenti erano 30; oggi sono circa 80 e altre nuove famiglie vi stanno costruendo le loro case. 

I membri di Nevé Shalom – Wahat al-Salam dimostrano in modo tangibile che ebrei e palestinesi possono coesistere. Gestito in modo democratico, il villaggio è di proprietà dei suoi stessi abitanti e non è affiliato ad alcun partito o movimento politico.

(www.oasidipace.org)

PARENTS CIRCLE

Il Parents Circle – Families Forum (PCFF) è un’organizzazione congiunta israelo-palestinese di cui fanno parte oltre 600 famiglie che hanno perso un familiare stretto a causa del conflitto tra Israele e Palestina. L’organizzazione fu creata nel 1995 da Yitzhak Frankenthal, il cui figlio Arik era stato rapito e ucciso nel 1994 da Hamas, insieme ad altre famiglie israeliane in lutto. 

Nel 1998 il gruppo ha tenuto i suoi primi incontri con le famiglie palestinesi a Gaza; tuttavia, questa connessione fu interrotta a seguito della Seconda Intifada. Nel 2000, il PCFF è riuscito a ristabilire il suo legame con le famiglie palestinesi, incorporando famiglie della Cisgiordania.

(www.theparentscircle.org)

THE ROAD TO RECOVERY

Road to Recovery è un’organizzazione di volontari che ogni giorno aiutano le persone palestinesi a spostarsi in auto per raggiungere gli ospedali in Israele. Nel 1993 alcuni militari di Hamas uccisero un soldato israeliano, Udi, mentre stava tornando a casa dopo il servizio di riserva nella striscia di Gaza. In seguito a questa perdita, il fratello di Udi, Yuval Roth, iniziò a frequentare il Parents Circle, dove conobbe Muhammed Kabeh, arabo originario di una cittadina vicino Jenin, che un giorno gli chiese un favore: dare un passaggio a suo fratello malato di cancro dal check point fino all’ospedale. Yuval rispose di sì. L’esigenza di questo tipo di attività fu subito evidente. 

Le persone palestinesi malate o con figli che avevano bisogno di cure potevano accedere agli ospedali in Israele ma non avevano modo di raggiungerli dai check point. Nacque così Road to Recovery, l’associazione di volontariato che oggi compie circa 10mila viaggi ogni anno.

(www.theroadtorecovery.org)

ALLIANCE FOR MIDDLE EAST PEACE

L’Alleanza per la Pace in Medio Oriente (ALLMEP) guida una rete in crescita di oltre 170 organizzazioni della società civile, con centinaia di migliaia di palestinesi e israeliani che vivono e lavorano nella regione. 

L’Alleanza promuove la cooperazione, la fiducia, la giustizia, l’uguaglianza, la comprensione reciproca e la pace all’interno e tra queste comunità. 

Fondata nel 2006 e con sede a Washington, ALLMEP immagina un Medio Oriente in cui la sua comunità di costruttori di pace palestinesi e israeliani guidi le proprie società verso e oltre una pace sostenibile. ALLMEP è convinta che i programmi di peacebuilding interrompono e invertono molti atteggiamenti e convinzioni che alimentano il conflitto. Dentro ALLMEP esiste anche un gruppo specifico formato da sole donne, Women’s Leadership Network.

(http://www.allmep.org)

COMBATANTS FOR PEACE 

Lo scorso autunno, una donna palestinese, Rana Salman e una israeliana, Eszter Koranyi hanno percorso l’Italia per presentare il gruppo da loro fondato, “Combatants for Peace” (“Combattenti per la pace”), associazione nata durante la Seconda intifada da una serie di incontri segreti a Betlemme tra miliziani palestinesi e soldati israeliani decisi a costruire un presente e un futuro possibili nell’unico modo realistico: insieme. Nel tempo, l’organizzazione si è aperta anche a chi non ha un “passato armato” ma vuole unirsi al combattimento per la pace.

(www.cfpeace.org)

CARTOONING FOR PEACE

Cartooning for Peace è una rete internazionale di vignettisti impegnati nella stampa che usano l’umorismo per lottare per il rispetto delle culture e delle libertà. 

Si tratta di 344 fumettisti in 78 Paesi, fra cui due vignettisti di fama internazionale: il palestinese figlio di rifugiati Fadi Abou Hassan “Fadi Toon” e l’israeliano figlio di un sopravvissuto alla Shoah Michel Kichka, entrambi esponenti di punta della rete.

(www.cartooningforpeace.org)

RABBIS FOR HUMAN RIGHTS (RHR)

Fondata nel 1988, si dedica alla promozione e alla tutela dei diritti umani in Israele e nei Territori Palestinesi. Composta da rabbini e studenti di rabbinica provenienti da diverse tradizioni ebraiche, tra cui riformata, ortodossa, conservatrice e ricostruzionista, RHR è animata dai profondi valori ebraici di giustizia, dignità e uguaglianza.

(www.rhr.org.il)

WOMEN WAGE PEACE

Fondata all’indomani della guerra di Gaza/Operazione Margine Protettivo del 2014, Women Wage Peace (WWP) conta oggi 50.000 membri israeliani ed è oggi il più grande movimento pacifista popolare in Israele. La teoria del cambiamento di WWP riflette il conflitto israelo-palestinese e la sua risoluzione attraverso una lente di genere.

(www.womenwagepeace.org)

WOMEN OF THE SUN

Le donne palestinesi costituiscono più della metà della società palestinese, ma occupano meno del 12,5% delle posizioni di leadership in Palestina. 

Per questo, nasce il movimento femminile “Women of the sun”. «Siamo le donne che si trovano di fronte al muro di ostacoli e difficoltà che, come donne palestinesi, affrontiamo per un futuro migliore», spiegano nel loro sito. «Pertanto, è necessario aumentare la partecipazione politica e il processo decisionale delle donne, far sentire la loro voce e chiedere il riconoscimento della legge, per ottenere l’indipendenza delle donne (socialmente, politicamente ed economicamente)».

(www.womensun.org)

IL LIBRO “ISRAELE E PALESTINA: LA PACE POSSIBILE” 

Il volume è uscito alcuni mesi fa ed è a cura del caporedattore del mensile “Confronti”, Michele Lipori. Un volume scaturito dagli appuntamenti del pluridecennale progetto “Semi di pace” promosso dalla rivista e Centro studi interreligioso “Confronti” con i contributi dell’8xmille della Chiesa valdese. 

Fra i testi presenti, le interviste a Rana Salman di Combatants for Peace, della suora egiziana Nabila Saleh della congregazione delle missionarie di Nostra Signora del Rosario da 13 anni a Gaza, della scrittrice Orna Akad, degli attivisti Mossi Raz di Peace Now e Yael Admi di Women Wage Peace.

(Un articolo di presentazione si trova qui: http://www.terrasanta.net/2025/01/voci-dal-fronte-pacifista-costruire-dal-basso-qui-e-ora/)

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 20 giugno 2025

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(Foto: bimbi della comunità Neve Shalom Wahat al-Salam – da Facebook)

Palestinesi contro Hamas: i racconti dei dissidenti che (quasi) nessuno ascolta

20 Giu

di Andrea Musacci

Da fine marzo a fine maggio 2025 Amnesty International ha raccolto documentazione su – è scritto sul loro sito – «un preoccupante ripetersi di minacce, intimidazioni e persecuzioni – inclusi interrogatori e pestaggi da parte delle forze di sicurezza di Hamas – ai danni di persone palestinesi della Striscia di Gaza che stavano esercitando il loro diritto di protesta pacifica». Tra le persone intervistate da Amnesty, un abitante del quartiere al-Alatra di Beit Lahia, città nel nord di Gaza: «Abbiamo il diritto di vivere con dignità. Abbiamo iniziato a manifestare perché vogliamo una soluzione alla nostra sofferenza. Nessuno ci ha incitato a protestare o ci ha detto di farlo. Le persone protestano perché non riescono più a vivere, vogliono che le cose cambino. Le forze di sicurezza [di Hamas] ci hanno minacciato e picchiato, ci hanno accusati di essere traditori solo perché abbiamo preso la parola. Continueremo a protestare, non importa a quale rischio». Il 16 aprile questa persona e altre sono state portate in un edificio trasformato dalle forze di sicurezza di Hamas in un improvvisato centro di detenzione: «Erano una 50ina di persone. Mi hanno colpito coi bastoni di legno sul collo e sulla schiena. Mi urlavano che ero un traditore, un collaborazionista del Mossad». Un altro uomo è stato convocato più volte per interrogatori ma ha sempre rifiutato, fino a quando, lo scorso 17 aprile, i servizi di sicurezza di Hamas sono venuti a prenderlo a casa. Ecco il suo racconto: «Mi hanno preso a bastonate e a pugni in faccia. Le botte non erano così dure, penso più che altro fossero una minaccia. In precedenza, dopo una protesta, una persona affiliata ai servizi si era avvicinata, avvisandomi che mi avrebbe sparato ai piedi se avessi continuato a manifestare».

Proseguendo, come riporta moked.it, lo scorso aprile due dissidenti palestinesi sono intervenuti nel corso di un incontro organizzato a Palazzo Carpegna (Senato della Repubblica Italiana) dal sen. Ivan Scalfarotto. Muhammad ha 25 anni, è originario del nord della Striscia, ma è sfollato al sud. Muhammad è un nome di fantasia. Solo così ha potuto testimoniare, in diretta da Gaza, intervenendo insieme a un altro dissidente, Hamza Howidy, lui fisicamente presente, all’incontro “Voci da Gaza”. A intervistarli la giornalista Sharon Nizza. Queste le parole di Muhammad: «I gazawi protestano contro Hamas per non aver accettato la mediazione egiziana, che poneva come condizione il disarmo del gruppo. Il popolo palestinese si è reso conto che Hamas sta negoziando esclusivamente per i propri interessi, per rimanere al potere, anche a scapito di migliaia di vittime. Oggi Hamas ha ucciso un giovane, facendo irruzione nella stanza di un ospedale nonostante le proteste dei medici; Hamas non è interessato alle sofferenze del popolo di Gaza». Secondo Muhammad, i gazawi «sono consapevoli del fatto le loro privazioni sono causate da Hamas e non ne possono più: vogliono che esca dalla scena politica». «A Gaza serve un nuovo governo che metta al primo posto gli interessi del popolo. Sarà quello il primo passo per diventare uno Stato sovrano», ha dichiarato poi Howidy.

Bet Magazine Mosaico (mosaico-cem.it) riporta le parole di Ahmed Fouad Alkhatib, dissidente palestinese: «Radere al suolo un territorio con oltre 2 milioni di persone per colpire circa 15.000 terroristi, al fine di raggiungere 23 ostaggi vivi e 35 corpi — che prego Dio vengano salvati e liberati al più presto — sembra qualcosa di ampiamente sproporzionato, incredibilmente irresponsabile», scrive l’attivista palestinese, aggiungendo: «Ma — e non fatevi ingannare — Hamas ha preso decisioni che ci hanno portati fin qui; Hamas è un partner malvagio nella distruzione dei sogni e delle aspirazioni del popolo palestinese». Le violazioni della libertà di stampa da parte di Hamas sono state documentate dal Committee to Protect Journalists (CPJ). Giornalisti come Tawfiq Abu Jarad e Ibrahim Muhareb hanno subito minacce, pestaggi e intimidazioni da parte di Hamas per aver tentato di documentare proteste e condizioni di vita nella Striscia.

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 20 giugno 2025

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(Foto: un momento della prima manifestazione, a Beit Lahia – Vatican News)

«Siamo contro il regime islamico e contro la guerra»

19 Giu
Rayhane Tabrizi (foto Lorenzo Ceva Valla)

La nostra intervista a Rayhane Tabrizi, dissidente iraniana a Milano: «in Iran i miei amici tra gioia e paura. La caduta del regime degli ayatollah avrà effetti positivi anche in Ucraina e Gaza»

di Andrea Musacci

«Noi iraniani non vogliamo la guerra ma desideriamo che cada l’oppressivo regime degli ayatollah in Iran». Come “Voce” abbiamo contattato telefonicamente Rayhane Tabrizi (foto Lorenzo Ceva Valla), nata a Teheran nel 1979, residente in Italia, a Milano, dal 2008. Rayhane è tra le fondatrici dell’Associazione Maanà, attiva proprio a Milano e nata dalle manifestazioni di sostegno ai dissidenti in Iran dopo l’uccisione di Mahsa Amini, giovane donna curdo-iraniana di 22 anni arrestata e uccisa dalla polizia morale il 14 settembre 2022 per aver indossato l’hijab in modo “improprio”.

Rayhane, mi parli un po’ di lei, dal periodo in Iran alla scelta dell’Italia…

«Sono nata in Iran nel 1979, proprio l’anno della rivoluzione islamica. Ho vissuto a Teheran fino all’età di 29 anni, e lì, dopo gli studi, ho anche lavorato per 8 anni come assistente di volo per la compagnia di aereo nazionale. Poi mi sono trasferita in Italia per motivi familiari e da allora, dal 2008, vivo a Milano, dove dal 2013 lavoro nell’ambito dell’informatica».

Proprio nella capitale lombarda ha fondato l’Associazione Maanà: da chi è composta e di cosa si occupa?

«Sì, sono la Presidente di Maanà, che ho fondato nell’aprile 2023 assieme ad altre attiviste e attivisti iraniani – atei, musulmani, o buddisti come me – conosciuti all’inizio del movimento “Donna Vita Libertà” a Milano. L’Associazione è nata per avere un’identità ufficiale e per poter collaborare con istituzioni, raccogliere firme, organizzare eventi e progetti per promuovere la cultura iraniana, con un forte messaggio politico: quello di “Donna Vita Libertà”».

Israele nei giorni scorsi ha nuovamente attacco l’Iran: può essere una speranza per il rovesciamento del regime iraniano o l’inizio di una guerra molto più ampia in Medio Oriente?

«Viviamo un momento molto complicato: da una parte, vi è la gioia per il possibile crollo della struttura islamica che domina in Iran. Dall’altra parte, il dolore di vedere anche civili fra le vittime dei missili israeliani, le cui operazioni, infatti, non sono del tutto “chirurgiche”…E siamo preoccupati in particolare per i nostri familiari che vivono in Iran, soprattutto a Teheran. Io – e molti di noi – abbiamo già vissuto la guerra Iran-Iraq: quando avevo da 1 anno a 9 anni, ho vissuto sotto le bombe e so cosa significa. Certo, l’obiettivo finale è di liberarci dal regime islamico ma non vogliamo la guerra». 

Il movimento in Iran contro il regime di Khamenei in che condizioni è?

«Il movimento contro il regime nacque subito, nel 1979, dopo la rivoluzione islamica, ma purtroppo la guerra contro l’Iraq ha convinto molti iraniani che innanzitutto bisognava combattere contro il comune nemico esterno. E così temo accadrà anche con l’attuale guerra contro Israele, soprattutto se ad essere uccisi dai missili israeliani saranno anche civili. In ogni caso, oggi non si può prevedere cosa accadrà».

Rayhane, immagino sia in contatto con amici, parenti in Iran. Qual è il loro parere sul regime degli ayatollah e cosa sperano dall’attuale attacco israeliano?

«Sì, sono in contatto con loro via telefono, dato che il regime ha bloccato internet. Tutti i miei amici e parenti che vivono in Iran vogliono evitare la guerra, hanno tanta paura, alcuni dormono fuori casa o al centro della propria stanza, lontani dalle finestre. Vivono nella paura, nonostante la gioia nel vedere il regime che crolla».

Come dissidenti iraniani non vi sentite dimenticati da parte dell’opinione pubblica italiana e occidentale, molto concentrata sui palestinesi?

«Mio marito – italiano – è un attivista per i diritti, fra cui quello del popolo ucraino, che io stessa sostengo nei cortei e con aiuti concreti. L’appoggio al popolo ucraino è quindi più che legittimo ma in Italia spesso si dimentica che è il regime iraniano a sostenere il regime di Putin, finanziandolo e dandogli i droni che colpiscono il territorio ucraino. Allo stesso modo condanno ciò che Netanyahu sta facendo a Gaza, per tutti i civili che sta uccidendo, ma il problema è l’esistenza di Hamas, la cui radice è legata al regime iraniano degli ayatollah. Israele non avrebbe dovuto distruggere Gaza ma lavorare per indebolire la fonte di Hamas, cioè il regime di Khamenei. Insomma, la testa di Hamas è a Teheran. 

Aiutateci – è il mio appello – a liberarci da questo regime ed effetti positivi li vedremo anche in Ucraina, a Gaza e in Israele. Hamas – come il regime degli ayatollah – non riconosce né lo Stato di Israele né l’Olocausto, mentre noi auspichiamo la soluzione “Due popoli due Stati”. Tanti italiani la pensano come me, ma tanti altri, purtroppo, no, come i cosiddetti “propal”, che mai condannano Hamas e il regime islamico iraniano».

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 20 giugno 2025 

Referendum 8-9 giugno: lavoro e cittadinanza, ecco perché è importante votare

6 Giu

Alessandra Annoni e Silvia Borelli, docenti di UniFe, spiegano gli obiettivi dei 5 quesiti a cui siamo chiamati a rispondere col voto nelle urne. Tanti i temi che toccano la vita quotidiana: dai contratti precari agli incidenti sul lavoro, dai licenziamenti ai diritti civili legati all’acquisizione della cittadinanza

di Andrea Musacci

Quanto spesso nei normali discorsi fra le persone si sente – giustamente – lamentare del lavoro precario, delle cosiddette “morti bianche” (che quasi mai sono “bianche”), dei licenziamenti ingiusti (individuali o collettivi), dell’assurdità di persone – che incontriamo a scuola, al lavoro – che vivono da tanti anni nel nostro Paese e non sono riconosciuti cittadini come noi…

L’8 e il 9 giugno, ognuno di noi è chiamato a votare su 5 quesiti referendari riguardanti proprio lavoro e cittadinanza. Un’ottima occasione, quindi, per esprimere la propria opinione su temi che riguardano o potranno riguardarci direttamente, o persone a noi care, con le quali condividiamo momenti delle nostre quotidianità: i licenziamenti, i contratti a termine, la responsabilità negli appalti, la cittadinanza per gli stranieri. Le cinque schede di diverso colore rappresentano altrettanti ambiti su cui gli elettori sono chiamati a esprimersi.

La sera dello scorso 27 maggio nel Cinema Santo Spirito di Ferrara erano oltre 200 le persone (fra cui diversi giovani) ritrovatesi per l’incontro organizzato da alcune associazioni e movimenti ecclesiali ferraresi (Azione Cattolica, ACLI, AGESCI, MASCI, Movimento Rinascita Cristiana, Comunità Papa Giovanni XXIII, Salesiani cooperatori). Le relatrici sono state Alessandra Annoni, professoressa ordinaria di Diritto internazionale all’Università di Ferrara e Silvia Borelli, professoressa associata di Diritto del Lavoro dello stesso Ateneo. L’incontro è stato introdotto e moderato da Alberto Mion. Una forte risposta dei ferraresi per un’iniziativa di alto livello nel quale le due esperte hanno aiutato i tanti presenti a chiarire alcuni dubbi riguardanti temi sicuramente complessi. Con un appello ad andare a votare l’8-9 giugno per due motivi di fondo: per segnalare al Parlamento che questi temi interessano tutti i cittadini e le cittadine; come occasione per interrogarci sul modello cittadinanza, cioè su cosa significa essere cittadino/a italiano/a, qual è la nostra idea di popolo oggi. Popolo, lo ricordiamo, di una Repubblica democratica (dove il referendum è uno degli strumenti diretti di questa democrazia) fondata sul lavoro. Lavoro che, appunto, si vuole tutelare attraverso i primi 4 requisiti referendari.

Tante sono state anche le domande e le riflessioni dal pubblico a conclusione dell’incontro. La registrazione integrale dell’iniziativa a S. Spirito è disponibile sul canale You Tube della nostra Arcidiocesi: youtube.com/@chiesadiferraracomacchio

Vediamo ora nel dettaglio i cinque quesiti referendari attraverso l’analisi di Silvia Borelli e Alessandra Annoni.

Continua a leggere l’articolo qui.

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 6 giugno 2025

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«Senza partecipazione siamo già in una post-democrazia»: Pizzolato per la Scuola di Politica

27 Mag

Non esiste democrazia senza partecipazione attiva di tutti.Questa provocazione è risuonata forte lo scorso 23 maggio a Casa Cini nelle parole di Filippo Pizzolato, docente di Istituzioni di diritto pubblico all’Università di Padova, intervenuto nell’ambito della Scuola di Formazione Politica. Scuola che ha in programma altri due incontri: 28 maggio, ore 20.30, “Laboratorio politico. Quale visione della città e lavoro nel nostro territorio? Una riflessione col metodo della conversazione sinodale”; 4 giugno, ore 20.30, “Ferrara e il lavoro. Dai dati statistici a una visione prospettica”, con interventi di Valentina Marchesini, imprenditrice, e Giampiero Magnani, CDS Cultura OdV.

La nostra Costituzione – ha spiegato Pizzolato è considerata «trasformativa», cioè non punto di arrivo di una determinata fase, non «Costituzione-bilancio» ma «Costituzione-programma». Impegna dunque istituzioni e cittadini ad un compito grande, ad avviare una trasformazione: è una Costituzione «polemica nei confronti del presente». Espressione forse più grande di questo, è il comma 2 dell’art. 3: «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese». La «fioritura dell’umano» è il compito, quindi, della nostra Repubblica, che però non si può raggiungere senza la «partecipazione attiva e consapevole» delle cittadine e dei cittadini, in particolare attraverso il lavoro (inteso – oggi più che mai – nelle sue molteplici forme). Dal ’48 ad oggi – e il rischio forse aumenta sempre più – abbiamo perduto, dimenticato questo orizzonte “penultimo”. Anzi, la maggior parte delle persone – quando non sono indifferenti – concepiscono la democrazia come «mera procedura» e «rituale» delle urne (quest’ultimo aspetto è esso stesso sempre più in crisi). La nostra, insomma, è sì una democrazia anche rappresentativa, dove un ruolo importante è rivestito dalla delega, ma ancor più importante è la partecipazione diretta, effettiva e concreta di ogni cittadino/a ai rapporti sociali, economici (si pensi all’art. 1) e politici. 

La finta alternativa – sempre più in essere soprattutto negli ultimi 30 anni – è l’antipolitica dal basso e dall’alto, la «tecnocrazia», il «governo degli eletti».Anche a livello europeo: «non si può sempre agitare lo spettro dei sovranismi per giustificare il mancato coinvolgimento dei cittadini europei su questioni fondamentali come quella del riarmo», ha detto Pizzolato. Una «torsione oligarchica sempre presente nella logica del potere», che in Italia – e non solo – continua a produrre una sempre maggiore ricerca del leader forte (anche a livello locale) parallelamente a un sempre maggiore svuotamento dei corpi intermedi (in primis, i partiti). In questa visione distorta e formalistica della democrazia, per Pizzolato rientrano anche i discorsi sulle cosiddette Riforme costituzionali, che «sganciano la seconda parte della Costituzione dalla prima: in Italia siamo già alla post-democrazia». 

Insieme a una riscoperta del senso autentico della sussidiarietà («spesso usata per privatizzare»), vanno ripensati i partiti politici (e la loro democraticità interna), che per decenni hanno avuto «solide radici sociali, economiche e culturali nei territori», mentre oggi sono ridotti a essere «strutture galleggianti sul niente», non trasformando più «l’energia sociale per portarla nelle istituzioni». Si tratta, quindi, di «organizzare la fragilità», di «cooperare» per trasformare la società. Se la politica non fa questo, la Costituzione rimane solo sulla carta. Con le conseguenze che già sono sotto i nostri occhi.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 30 maggio 2025 

Dialogo, umiltà e concretezza: le parole della buona politica

16 Mag


Scuola diocesana di formazione. Due amministratori del territorio, Isabella Masina ed Elia Cusinato, hanno risposto alle domande di alcune giovani liceali di Ferrara

Chi l’ha detto che i giovani considerano la politica qualcosa a loro aliena?

La sera dello scorso 7 maggio Casa Cini, Ferrara, ha ospitato il secondo incontro della Scuola diocesana di formazione politica. Virginia Balboni, Anna Battaglini e Sofia Righetto, in rappresentanza della loro classe, la V^ N del Liceo Ariosto di Ferrara, aiutate dal loro prof. di Religione Nicola Martucci, hanno elaborato una serie di domande che han posto a due amministratori del nostro territorio: Isabella Masina,Vicesindaca Comune di Voghiera, in politica da 16 anni, Vicepresidente nazionale di “Avviso Pubblico”; ed Elia Cusinato, Consigliere Comune di Ferrara per il PD (alla sua seconda esperienza in questo ruolo), originario di Francolino, dov’è anche catechista in parrocchia. 

Ricordiamo che il primo incontro della Scuola si è svolto il 30 aprile con gli interventi dell’urbanista di UniFe Romeo Farinella e di Chiara Sapigni (Ufficio Statistica Provincia) sul futuro di Ferrara. Il prossimo incontro, previsto per il 14 maggio, è stato spostato al 4 giugno: relatori saranno Valentina Marchesini, imprenditrice, e Gianpiero Magnani, CDS Cultura OdV su “Ferrara e il lavoro. Dai dati statistici a una visione prospettica”. Il prossimo incontro è in programma il 23 maggio sul tema “Per una democrazia trasformativa: la democrazia come diritto di tutti i cittadini”.Interverrà Filippo Pizzolato, Docente di Istituzioni di diritto pubblico, Cattolica Milano. A seguire, il 28 maggio, “Laboratorio politico. Quale visione della città e lavoro nel nostro territorio?”, una riflessione col metodo della conversazione sinodale.

CHE COS’È IL BENE COMUNE?

La sera del 7 maggio, innanzitutto le ragazze hanno cercato di dare una definizione – per quanto inevitabilmente sommaria – della politica: «un confronto critico e costruttivo per risolvere i problemi della società, in cui tutti hanno gli stessi strumenti e sono ugualmente coinvolti». Oggi, però, «dominano la disillusione e il disincanto».

Alla prima domanda, su cos’è il bene comune, Masina ha innanzitutto risposto richiamando il rischio che la politica, «dopo tanti anni che la si fa, diventi routine.La politica – ha poi aggiunto – non è solo risoluzione dei problemi ma anche occasione di crescita per tutti». È fondamentale, quindi, innanzitutto avere la «capacità di riconoscere l’altro», quindi «sentirsi parte di una comunità». La politica è «lavorare per costruire un futuro assieme, non è innanzitutto il trovare soluzioni ma è dialogo, per poi arrivare alle soluzioni». E richiede quindi «umiltà nel confronto e nel dialogo».

Andare incontro ai bisogni della comunità e dare risposti a questi bisogni»: questo è il bene comune per Cusinato. «Ascolto e dialogo sono quindi fondamentali per il bene comune».

È SEMPRE NECESSARIO SCHIERARSI NELLE QUESTIONI POLITICHE?

«Le radici, l’appartenenza non sono sempre negative, a meno che ci impediscano di vedere con onestà la realtà», ha risposto Masina. «Com’è nel mio caso, essere “civici” significa fare politica nei territori senza prendere ordini dai partiti. La differenza – quindi – la fanno le persone più che l’appartenenza politica. 

Per Cusinato, è «necessario e inevitabile che chi fa politica debba prendere una posizione». Ma ci vuole «più rispetto, sia da parte di chi governa, sia da parte della minoranza», nei confronti degli avversari. La crescente mancanza di rispetto è causata dalla «sempre più diffusa mancanza di professionalità» da parte di chi fa politica e dal «dare sempre più importanza alla spiccia comunicazione social».

È POSSIBILE FARE OPPOSIZIONE IN MODO COERENTE E COSTRUTTIVO?

«È difficile non solo fare un’opposizione costruttiva ma anche essere maggioranza in maniera costruttiva», ha risposto Masina. Per questo – ha ribadito -, innanzitutto c’è bisogno di un dialogo politico che sia costruttivo». Masina ha poi riflettuto sul delicato rapporto tra la propria coscienza e indole personale e le scelte del proprio gruppo: «a volte mi capita, al suo interno, di essere in disaccordo su alcune scelte. Ma è importante avere l’umiltà di riconoscere le ragioni altrui, o anche quando un semplice cittadino ti propone un’idea migliore, nonostante non abbia esperienza politica».

Cusinato ha invece riflettuto sulla «non semplice posizione di chi fa opposizione nel trovare sempre proposte alternative a quelle della maggioranza, soprattutto quando si ha a che fare con molti aspetti tecnici come nel caso del bilancio comunale».

RAPPRESENTANZA E PARTITO SONO CONCETTI ANCORA ATTUALI?

«È necessario ci sia una qualche organizzazione – partito o movimento che sia -, una qualche strutturazione, soprattutto per preparare i propri rappresentanti nelle istituzioni», è l’opinione di Masina. Compito, appunto, un tempo assunto dai partiti.«Per amministrare un territorio, infatti, non basta la buona volontà. Personalmente, parte della mia formazione politica l’ho fatta grazie a “Avviso Pubblico”. Sicuramente, esistono tanti bravi amministratori, esiste la buona politica, anche se spesso i media non ne parlano».

«Mi viene da chiedermi: i rappresentanti sono davvero rappresentativi?», ha invece detto Cusinato. Ed è importante che soprattutto i partiti «scelgano persone responsabili e preparate».

PERCHÉ GIOVANI DI 18 ANNI DOVREBBERO INTERESSARSI ALLA POLITICA?

Masina ha scelto di rispondere ricordando la drammatica situazione di tanti giovani che anche dal nostro territorio decidono di emigrare in altre parti d’Italia o spesso all’estero, abbandonando soprattutto i piccoli paesi. «Ma io sento il bisogno di far vivere il mio paese: per questo, dobbiamo fare in modo che i giovani restino». Come farlo?«Coinvolgendoli in politica». Rendendoli, cioè, protagonisti e responsabili della loro comunità. «Anche se spesso il problema è rappresentato da alcuni adulti, da genitori che li viziano e li deresponsabilizzano», ha aggiunto.

«La prima volta che mi sono candidato – nel 2019 – avevo 18 anni: scelsi di farlo – e di rifarlo l’anno scorso – come servizio alla mia comunità», ha raccontato invece Cusinato. «È importante che i giovani si impegnino in politica, hanno la mente più dinamica e più idee rispetto a una persona più anziana. E questa loro dinamicità dev’essere canalizzata. Un altro motivo per impegnarsi – ha aggiunto Cusinato – è quello di essere, poi, orgogliosi di far parte del proprio territorio, di sentirsene parte in maniera attiva. È, però, importante creare sempre più ricchezza nel Ferrarese, affinchéi ragazzi e le ragazze non scelgano di trasferirsi altrove, e quelli che sono emigrati, ritornino».

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 16 maggio 2025

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