A 10 anni dal ritorno alla Casa del Padre, la parrocchia di Mizzana lo omaggia con un libro e altre iniziative. Vi anticipiamo alcuni contenuti del volume in uscita
di Andrea Musacci
«Questo libro nasce al cuore…il cuore di una comunità», scrivono don Paolo Cavallari e Paolo Gioachin nella prefazione del libro “Laici dentro e fuori la Chiesa: tra il dire e il fare. L’eredità di don Francesco”, dedicato a don Francesco Forini, sacerdote di Ferrara-Comacchio tragicamente scomparso 10 anni fa, il 28 settembre 2014, a 67 anni. Il volume è curato dalla parrocchia di Mizzana – in particolare da Chiara Cortesi, Erik Natali, Isabella Gamberini, Paolo Gioachin, Rita Cortesi, don Paolo Cavallari – e uscirà come Quaderno del CEDOC (Centro di Documentazione di Santa Francesca Romana): il pdf sarà disponibile gratuitamente la prossima settimana a questo link: http://santafrancesca.altervista.org/biblioteca.html. Il cartaceo, invece, si potrà avere in occasione dell’incontro nella parrocchia di San Giacomo Apostolo a Ferrara il 28 settembre alle 16.30 (v. locandina sotto), e successivamente contattando la parrocchia di Mizzana (tel. 0532-51701 o mail a scrittideldon@gmail.com).
Il volume è diviso in sei sezioni: “Tutto parte dal Concilio”, in riferimento al Concilio Vaticano II; “Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?”, con ricordi e testimonianze di amici, familiari e parrocchiani; “La ‘mia’ Africa”, sulla sua missione a Kamituga; “Ogni mia Parola”, sul suo amore per il Vangelo; “ ‘Andate per le strade…’: i viaggi”. Inoltre, vi è un’appendice con selezione di scritti che testimoniano il suo forte interesse per il ministero battesimale. Fra i tanti interventi, ne segnaliamo solo alcuni: vi sono sacerdoti (don Ivano Casaroli, don Giampiero Mazzucchelli, ad esempio), laici del mondo della cultura (Piero Stefani e Francesco Lavezzi, per citarne due), familiari (il fratello Giorgio, tornato al Padre lo scorso 1° novembre, e i nipoti), personalità della politica (l’ex Sindaco Tiziano Tagliani e Francesco Colaiacovo) o legate alla missione (Silvia Sgarbanti, suor Teresina Caffi, Herman M. Kyambo, fra i tanti).
A 5 anni dalla morte, una mostra al Carbone di Ferrara lo ricorda. L’aneddoto sull’ex voto dedicato a San Paolo
di Andrea Musacci
In questi giorni Ferrara ricorda Gabriele Turola, pittore, scrittore e critico d’arte morto improvvisamente nell’agosto del 2019 all’età di 74 anni. Nei 5 anni dalla scomparsa, la Galleria del Carbone (via del Carbone, 18/a) fino al 22 settembre ospita la mostra dal titolo “Dedicato a Gabriele Turola”, curata da Corrado Pocaterra. L’esposizione è visitabile dal mercoledì alla domenica dalle 17 alle 20. Per l’occasione è disponibile un catalogo con diverse opere di Turola e contributi di amici e conoscenti: Daniele Biancardi, Lucia Boni, Milena Botti, Daniela Carletti, Marcello Carrà, Gianni Cestari, Alberto Felloni, Paolo Orsatti, Lara Fratti, Galeazzo Giuliani, Claudio Gualandi, Paolo Volta, Lucio Scardino, Massimo Stagni Roncara & Giuliana Berengan.
Nelle opere di Turola domina il fantastico e il surreale: a fatica, vi è un umano che sia pienamente tale. Tutto è trasfigurato, il reale è solo una convenzione, un gioco. Il reale, per Turola, è la vera astrazione, la vera finzione. Tutto nella sua arte può avere un volto, come in certi incubi di bambino. Questi volti che spuntano, che animano oggetti altrimenti inanimati, sono allo stesso tempo un sollazzo, una sorpresa e un inganno; in controluce, vi si nota anche qualcosa che assomiglia allo sberleffo, senza però mai perdere una certa grazia e dolcezza. Le sue opere ci permettono di ricordare certi viaggi notturni nel sogno; viaggi verso terre da non dire, attraenti e disturbanti, ambigui e leziosi. In Turola, tutto è ludica evasione, fiaba colma di una matura consapevolezza. Non vi è mai piena allegria, nelle sue opere, ma un velo malinconico, come giustamente scrive Gianni Cestari nel suo contributo presente nel catalogo sopracitato.
L’EX VOTO E LA CHIESA DI SAN PAOLO
Nel 2000, in occasione dell’Anno Giubilare, Turola ebbe anche l’occasione di realizzare un ex voto, presente per alcuni anni nell’Altare della Madonna del Carmelo della chiesa di S. Paolo a Ferrara. Proprio nel 2000 uscì il libro “Ex Voto nella Chiesa di San Paolo a Ferrara” di Daniela Favretti (Liberty House ed.), con testo di presentazione di don Ivano Casaroli (parroco a S. Paolo dal 1997 al 2005) e postfazione dello stesso Turola. Nel libro, l’autrice parla di 26 ex voto presenti allora nella chiesa di p.zzetta Schiatti, in parte “oggettuali”, in parte tavolette dipinte. I più antichi di questi, risalgono alla fine del XVIII secolo.
Nella postfazione, Turola compie una puntuale analisi degli ex voto lì conservati e degli altri presenti nelle chiese della nostra provincia. Riferendosi agli artisti Antonio Maria Nardi e a Remo Brindisi, anch’essi autori di alcuni ex voto, scrive Turola: «I loro dipinti erano ormai esercitazioni di tipo accademico, se non concettuale: ed inserendomi in questa scia, per siglare la postfazione al lavoro dell’amica Daniela Favretti, ho pensato di eseguire, a mia volta, un ex voto, dedicato alla Madonna del Carmine venerata nella chiesa di San Paolo. È il mio secondo tentativo, dopo quello eseguito per commissione di una signora ferrarese qualche anno fa e collocato nel santuario di Montenero, a Livorno. La mia tempera su carta (cioè l’ex voto dedicato alla Madonna del Carmine della nostra chiesa di San Paolo, ndr) rappresenta l’autrice di questo libro, anche lei pittrice, inginocchiata dinanzi alla chiesa di San Paolo in atto di ringraziare la Vergine per averle concesso una grazia particolare: ovvero la pubblicazione del volume, nato dalla rielaborazione della propria tesi, dopo tredici anni dalla stesura, in occasione dell’Anno Santo. Dal punto di vista stilistico – prosegue Turola – nella scena ho introdotto i colori, a me cari, dell’arcobaleno, il ponte simbolico che unisce la terra al cielo. Inoltre, ho inserito nella composizione elementi decorativi e astratti e fiori neo-futuristi, che simboleggiano l’eterna primavera dello spirito. Ma il mio è soprattutto un omaggio diretto, dal punto di vista iconografico, agli sconosciuti autori degli ex voto di San Paolo, che mi hanno variamente stimolato».
Intellettuale eclettico
Nato nel ’45, Turola frequenta il Liceo Classico Ariosto e l’Istituto d’arte Dosso Dossi di Ferrara, e nella sua vita collabora, tra le altre, anche con “La pianura” e “L’ippogrifo. Nel 2013 pubblica per Faust edizioni il libro “Misteri di arte e magìa”, con prefazione di Margherita Hack. Nella sua autobiografia racconta di come il suo obiettivo fosse rappresentare «il mistero dell’uomo attraverso favole, miti, leggende, sogni, tradotti in colori accesi». L’Unesco nei primi anni 2000 ha ricavato da un suo quadro, “L’Arca di Noè”, una cartolina d’auguri tradotta in molte lingue e spedita in tutto il mondo. Inoltre, nel 2006 la Galleria Biasutti&Biasutti di Torino gli dedica una monografia e un catalogo con testo critico di Elena Pontiggia. Ai gatti che tanto amava, dedicò il libro “Nel magico mondo della gatta Sofia”, illustrato da Franca Camisotti Felloni. La Galleria Idearte di Ferrara nel dicembre 2019 lo ha celebrato con la retrospettiva “Le Carte di Gabriele”, curata da Lucio Scardino.
Chissà perché ancora ci stupiamo che delitti efferati, come quello di Paderno Dugnano, possano accadere in località tranquille, in questo caso dell’hinterland milanese. Come se la cronaca – e la letteratura – non ci avessero mai raccontato di come il male – soprattutto quello assurdo (ma, ontologicamente, vi può essere “logicità” nel male?) – non ha residenza esclusiva in categorie sociologiche di comodo (il “mondo della delinquenza”, il “degrado”).
Lorenzo 12 anni, Daniela 48, Fabio 51. Un ragazzino e i suoi genitori. Morti assieme, a pochi minuti di distanza l’uno dall’altro, per mano di Riccardo, 17 anni, fratello e figlio, carne della loro carne. In tutto, 68 le coltellate inferte, delle quali 39 al fratellino. Un omicidio che in parte ricorda quello di Pontelangorino del gennaio 2017.
NON SOLO CRONACA
Iniziamo col dire che non servono – o non bastano – analisi sociologiche o psicologiche.
“Sulla porta del mondo. Storie di emigranti italiani” è il libro dello scrittore ferrarese Luigi Dal Cin con le vicende di tanti nostri connazionali partiti per necessità. Lo abbiamo intervistato: «così, grazie soprattutto alla scuola, può cambiare lo sguardo verso chi oggi arriva nel nostro Paese»
a cura di Andrea Musacci
Raccontare cento, mille storie di viaggi, di partenze, prendendo le mosse da una soffitta. Qui, Luigi dal Cin (foto), scrittore e docente ferrarese, trova una vecchia valigia di cartone, nell’immaginario collettivo simbolo, tra XIX e XX secolo, della miseria di tanti nostri connazionali e al tempo stesso di un forte desiderio di riscatto. Le loro vicende, Dal Cin le ha raccolte nel libro “Sulla porta del mondo. Storie di emigranti italiani”, edito alcuni mesi fa da “Terre di mezzo”, con illustrazioni di Cristiano Lissoni e pubblicato in collaborazione con la Fondazione Migrantes.
I drammi non si contano: sono quelli della povertà e della mancanza di futuro nei paesi e nelle città italiane, fino a quelli nei Paesi dove, invece, in tanti speravano di trovare benessere, perlomeno una vita dignitosa. Spesso, invece, i nostri immigrati saranno costretti a compiere veri e propri viaggi della fortuna (quella che i marchigiani chiamano il passàgghju, cioè la traversata), a vivere in baracche di legno, a svolgere lavori disumani, senza diritti, lontani dagli affetti. Dal Cin, ad esempio, racconta degli operai friulani che lavoravano a 50 gradi sottozero per la Transiberiana o, in Germania, ai “mercati dei bambini” trentini destinati a fare i servi nelle case di contadini benestanti. Ma anche nel dramma più nero, è possibile cogliere segni di bellezza: come quel pugno di terra modenese posta su quella cilena sopra la tomba di due modenesi sepolti a Capitan Pastene, località “italiana” in Cile. O segni di vita nuova: le storie di immigrati italiani divenuti famosi, come i salernitani Joe Petrosino, noto poliziotto a New York, e Francesco Matarazzo, imprenditore in Brasile. O da Viggiano, nel potentino, la storia dei Salvi, noti musicisti e costruttori di arpe, o quella dell’Editorial Maucci Hermanos dei toscani di Pontremoli (Massa-Carrara), a fine Ottocento la più nota casa editrice in Argentina.
Dal Cin, in che senso con questo libro intende «riportare le storie a casa»?
«“Riportare le storie a casa” credo sia il lavoro dello scrittore, sempre. Immaginare, costruire con cura, passo dopo passo, organizzare con metodo, scrivere, con attenzione, col fiato sospeso, cercare le parole giuste, con pazienza, svelarle, scartarle, sceglierle, e togliere, dubitare, cambiare, limare con passione, con amore: è un addomesticamento, un corteggiamento, un viaggio. Tutto questo per cosa? In fondo, per riportare ogni storia a casa sua. Quando mi sono immerso a descrivere il dolore e i sogni di chi è emigrato è per riportare quel dolore e quei sogni a casa loro».
Sono, quelle che scrive, storie di poveri, degli umili, degli sconfitti della Storia. Storia che, invece – concordo con lei -, è sempre scritta dai potenti. Il suo libro, dunque, in un senso alto e nobile, si può anche definire “politico”? Tante, ad esempio, sono le storie di lotte sindacali, come il massacro di minatori italiani in sciopero a Ludlow, nel Colorado, nel 1914…
«Credo di sì, il mio desiderio è che abbia la forza di incidere nel nostro sguardo. La scuola italiana è impegnata da tempo a valorizzare la cultura di chi arriva nelle nostre classi: per un’integrazione accogliente, credo sia utile portare l’attenzione anche all’altro piatto della bilancia, all’altra faccia. Perché non si può semplicemente chiedere ai nostri alunni “siate gentili con chi arriva”: la gentilezza non ama l’imperativo, così come il verbo “amare”, o il verbo “sognare”. Ma se si comprende che anche la nostra storia di italiani è fatta di generazioni che hanno vissuto la miseria e la fame e che, per sopravvivere e mantenere i figli, sono emigrate anche molto lontano, e che se i nostri alunni possono oggi acquisire a scuola strumenti per realizzare i propri sogni è anche grazie al viaggio, al coraggio e ai sacrifici di chi un tempo è emigrato: allora sì, forse, lo sguardo verso chi arriva può cambiare».
Le donne sono fra le protagoniste del suo libro. Spesso sono le più sfruttate fra gli sfruttati. Donne che han vissuto lutti indicibili ma che a volte sono state capaci, da questa esperienza, di conquistare un’indipendenza economica…
«Un’indipendenza economica e una libertà di pensiero. Così ci dice, ad esempio, la storia di Rosa Cavalleri, orfana, abbandonata, cresciuta nella miseria: una vita eroica di donna emersa, grazie alla scrittura del suo diario, dall’abisso di silenzio in cui sono immerse le altre storie di milioni di emigranti non identificati che sono approdati in America. Una storia universale di chi è riuscito a reinventarsi oltreoceano nonostante le miserie e le sofferenze, grazie a un ambiente più libero: “La povera gente del mio paese in Italia rideva, cantava e raccontava storie, ma aveva sempre paura. In America le persone ricche insegnano ai poveri a non avere paura, ma in Italia la povera gente non osava guardare in faccia i ricchi. Tutto quello che i poveri sapevano lo apprendevano l’uno dall’altro nei cortili, nelle stalle o alla fontana quando andavano a prendere l’acqua in piazza. E avevano sempre paura. In America ho imparato a non avere paura”».
E poi ci sono i bambini e i minori, come gli spazzacamini piemontesi: vittime spesso dimenticate di un mercato schiavista, trattati da subumani…
«Ho voluto far rivivere soprattutto le storie di coloro che erano considerati gli ultimi della società, le donne e i bambini appunto. Raccontava nel suo diario Gottardo Cavalli, l’ultimo bambino del villaggio di Intragna a lavorare come spazzacamitt: “Ridotti come talpe ad entrare in tutti i buchi dei camini, nelle caldaie delle macchine a vapore, nelle ciminiere, mal nutriti, costretti a cercare in ogni casa un pezzo di pane per sfamarsi. Un sacchetto di tela copriva la testa e veniva attorcigliato sotto il mento per resistere alla polvere. In una mano avevo la raspa, nell’altra lo scopino. Nessuno può immaginare quale impressione si può vivere racchiusi in un buco, tutto buio, salire a forza di gomiti e di ginocchia, dieci o venti centimetri per volta. Più il camino era stretto, più ti sentivi soffocare, t’arrivava addosso tutta la fuliggine, anche col sacco in testa dovevi respirare, non potevi scendere perché sotto c’è il padrone, cioè lo sfruttatore. Ancora oggi dopo cinquant’anni mi capita di sognare d’esser in un cunicolo stretto, buio, polveroso, con la testa avvolta in un sacco. Mi sembra d’asfissiare e mi sveglio”».
Nel libro racconta anche le storie di suoi famigliari immigrati: il nonno paterno Lorenzo emigrato prima in Australia e poi in Canada, la zia Wilma e il bisnonno materno emigrato in Argentina. Immagino, quindi, sia stato a maggior ragione molto forte l’impatto emotivo nello scovare tutte queste storie…
«Nel definire la cornice narrativa delle vicende ricavate dai documenti, non ho avuto dubbi sulla necessità di mettermi in gioco raccontando la verità della mia famiglia anziché una narrazione inventata. I giovani lettori pretendono dall’adulto, innanzitutto, onestà».
Tanti i parallelismi con le spesso tragiche migrazioni di oggi. La Storia – anche attraverso le storie come quelle nel suo libro – può ancora insegnarci qualcosa?
«Storie di emigrazione affiorano dagli album fotografici di ogni famiglia italiana, eppure si tratta di ricordi spesso collettivamente rimossi: per aiutarci a comprendere e sentire la realtà in cui viviamo, e poter quindi immaginare insieme una società del futuro, credo sia invece fondamentale che docenti e alunni si approprino di un’esaustiva narrazione della storia dell’emigrazione degli italiani nel mondo. Poi è un attimo percepire una connessione tra la nostra storia di emigranti e ogni migrazione dei nostri tempi. “Perché non c’era qualche donna dal cuore tenero che si prendesse pena di tante miserie, di tante lacrime?”, scriveva Ernestine Branche, emigrante valdostana, raccontando il suo sbarco a New York nel 1912, ventiduenne. “Erano considerati come dell’immondizia umana, e le grida continuavano senza tregua”».
Nel volume, 365 recensioni e diversi interventi. Presentazione il 12 settembre in Biblioteca Ariostea
Si intitola “Il cinema raccontato giorno per giorno” il volume che raccoglie 365 recensioni di film, una per ogni giorno dell’anno, del giornalista Gian Pietro Zerbini, dal 1989 fino a pochi mesi fa nella redazione de “la Nuova Ferrara”.
Da giornalista, Zerbini vedeva scorrere ogni giorno la pellicola della realtà, e con gli occhi del cronista la registrava, la interpretava. Per fare il giornalista, bisogna avere passione per la realtà. E il cinema (l’arte in generale) non è meno “reale” di quella fuori dallo schermo. È la realtà vissuta prima nella mente e nel cuore del regista, che poi rivive nel cuore di chi la osserva. Ho sempre apprezzato poco l’espressione “cinema della realtà”: il cinema è un’illusione non negativa (lo è la mera foto “di cronaca”, figuriamoci un film “di finzione”…), è creazione, ri-creazione nel senso di stacco, di distacco, di sempre nuova realtà, che prima non esisteva.
Allo stesso modo, il cronista/critico cinematografico Zerbini con le sue parole ha ri-creato 365 e più volte quel reale sullo schermo che tanto ama. Lo ha fatto rivivere di vita nuova, perché la parola non può essere corpo morto, ma vita che si incarna sulla pagina, vita che a sua volta rivive in chi la legge. E così via, su una pellicola invisibile e potenzialmente infinita.
Andrea Musacci
IL 12 SETTEMBRE PRESENTAZIONE IN BIBLIOTECA ARIOSTEA
Il volume, già acquistabile nelle librerie e anche on line, viene presentato giovedì 12 settembre alle ore 17 nella Sala Agnelli della Biblioteca Ariostea di Ferrara (via delle Scienze, 17).
Il libro di Zerbini inaugura anche una nuova collana della Faust edizioni di Fausto Bassini, intitolata “Buio in sala”, dedicata ai legami tra il cinema e Ferrara.
GLI INTERVENTI NEL LIBRO
Uscito per Faust edizioni, il volume ospita anche diversi interventi: Cristiano Meoni (Direttore “la Nuova Ferrara”), Massimo Marchesiello (Prefetto Ferrara), mons.Massimo Manservigi (Vicario della nostra Arcidiocesi e regista), Paolo Micalizzi (critico d’arte e nostro storico collaboratore), Gabriele Caveduri (ex gestore di sale cinematografiche), Paolo Govoni (Vice Presidente Camera di Commercio Ferrara-Ravenna), Carlo Magri (docente UniFe a.c. e filmaker), Riccardo Modestino (Presidente De Humanitate Sanctae Annae odv), Stefano Muroni (attore e fondatore di “Ferrara La Città del Cinema”), Erik Protti (Foiunder e co-CEO gruppo Cinepark), Anna Quarzi (Presidente ISCO Ferrara), Bobo Roversi (Presidente nazionale Unione Circoli Cinematografici ARCI).
Anche quest’estate si avvia alla conclusione, riconsegnandoci al lavoro, allo studio, alle attività di ogni giorno, nel vortice frenetico del quotidiano. La vacanza si spera sia stata tempo di riposo, svago, distacco – per quanto possibile – dalle ansie e dalle fatiche “feriali”.
Detto ciò, sappiamo bene che ogni momento dell’anno può essere, per il cristiano, proficuo per cercare di incarnare quanto più possibile il Vangelo. Lo raccontiamo su questo primo numero dopo la pausa estiva: i campi dei giovani e degli adulti, il grande raduno degli Scout a Verona, la Settimana Sociale a Trieste…E ora, come da tradizione tra fine estate e inizio autunno, il Tempo del Creato, mentre dal 2 al 13 il Santo Padre è impegnato in un faticoso viaggio in Indonesia, Papua Nuova Guinea, Timor Lest e Singapore.
IL SIGNORE UNICA GUIDA
Ma per essere «sale della terra» e «luce del mondo» – e non insipidi attori in uno spettacolo deciso da altri, timide ombre fra le tante -, i cristiani mai debbono dimenticare di essere nel mondo ma non del mondo, chiamati a portare una voce alternativa…
“Sogni e avventure sull’Appennino”: i racconti d’esordio di Piero Ferraresi
La consueta vacanza estiva di un ragazzo con la famiglia nella casa di Lizzano in Belvedere, sull’Appennino bolognese, è il “contesto” per i tre racconti di formazione contenuti nel libro d’esordio di Piero Ferraresi, “Sogni e avventure sull’Appennino” (Este Edition, Ferrara, luglio 2024).
Un romanzo sulla formazione umana e spirituale di un giovane, Pierino, verso una maturità nell’Amore declinata nel «Noi» e nella «Cura». A un tempo, un’ascesi e uno sprofondare tra estasi e antri abissali, a strapiombo sul mistero orrido della morte, visione di terrore che solo Dio permette, tenendoci per mano.
Il «Bastone», che durante le escursioni infonde sicurezza a Pierino, è nel libro il primo elemento carico di aspetti fantastici e simbolici, scettro umile del viandante o “arma” biblica dei fratelli Mosè e Aronne. Bastone che lo condurrà alla sua meta: il Regno della «Grande Aquila», la «Regina delle montagne», che, unica, può «insegnargli il segreto del Volo». Pierino sogna, infatti, di librarsi libero, senza vincoli né pesi, «con il suo viso che veniva accarezzato da una brezza leggera», come quella udita dal profeta Elia.
Anche la «Sorgente» rivolgerà la parola a Pierino come fosse, quest’ultimo, il Dante della Divina Commedia: «Pierino, giusta è la via. / Da sempre, la Grande Aquila, / nel suo Regno t’attende». E ancora: «Con lei inizia il cammino infinito, / di chi cerca il sogno dell’Amore donato (…). Devi vincere la paura / e lo sconforto, suo degno consorte. / Se incontri le fiere non provocarle, / ma per la via prosegui dritto». Qui, non vi sono la lonza, il leone e la lupa ma, ad esempio, la vipera, animale che, forse non a caso, richiama il libro di Genesi. «Grazie, sorella Acqua», risponde Pierino, novello San Francesco del Cantico.
Ma «forze avverse», «negative», misteriose, «nemiche di ogni sogno e di ogni desiderio di perfezione», «vogliono rallentargli l’ascesa verso l’inaccessibile Regno della Grande Aquila». Una di queste è lo «Spirito Padronale», quello del possesso, dell’accumulo e del dominio, contro la logica del dono e della gratuità. Anche gli animali – formiche, cinghiali, vipere e calabroni – seppur raccontati in maniera simbolica e quasi favolistica, non sono scevri da aspetti inquietanti e maligni, rimandando alle infinite dipendenze mortali dell’uomo, contrarie a quella dipendenza all’Assoluto nostra fonte, nostra vita che, unica, rende vera la nostra libertà.
In questo sogno, Pierino arriverà alla visione del Regno della Grande Aquila, Regno d’Amore, dell’Eterno: «un’intensa emozione lo colse, riempiendolo di consolazione (…). Per un attimo gli parve che non esistesse più la dimensione del tempo e che tutto il suo vivere non fosse altro che un eterno presente». È un’esperienza mistica che fa esplodere la sua esistenza: «Si accorgeva che solo il gustare e ricordare i momenti di luce poteva aprire i suoi occhi e dare sapore alla vita ordinaria». Ma a muovere Pierino in questo cammino arduo e immenso sarà «una sete continua di pienezza», «un fuoco che non si spegneva». Una ricerca continua, quindi, la sua, contro l’apatia, il vuoto, il ripiegamento su di sé, quella oscura «malattia dell’animo».
A completamento di questo cammino educativo vi sarà – oltre all’esperienza iniziatica del campeggio con gli amici – anche un altro sogno, nella miseria e nella bellezza della storia, con la fame, la guerra e, per lui, il dono ulteriore di poter parlare all’improvviso una lingua sconosciuta, come gli apostoli a Pentecoste. Qui, Pierino imparerà la vera fraternità, il leggere i segni della Speranza in «alcune timide margherite» davanti ai corpi di soldati uccisi.
L’assurdità del male e della morte si vive, quindi, solo nella carità, nella fraternità e nella speranza. L’essenziale della realtà si può cogliere solamente attraverso la Grazia: è il dono e l’apertura all’altro e all’Altro, il cammino nella fede a farci diventare adulti, con gli occhi – sempre bagnati da una divina inquietudine – di un ragazzo che si apre alla vita.
Riflessioni dopo la 37^ edizione della rassegna ferrarese svoltasi tra molte polemiche: riscopriamo la sua essenza
di Andrea Musacci
Per almeno una settimana, in città non si è parlato d’altro: il Ferrara Buskers Festival non è più nel centro storico ma “confinato” nel Quadrivio degli Angeli e a Parco Massari. Ed è a pagamento (11 euro + eventuali costi di prevendita).
In attesa dei dati sull’affluenza e della conferenza stampa prevista a breve, cerchiamo di riflettere a freddo su questa che verrà ricordata come l’edizione più discussa del Festival. Innanzitutto, non si è trattato della prima a pagamento nella nostra città: già nel 2020 e 2021, in piena era Covid, gli organizzatori avevano optato per questa scelta. Allora venne motivata con l’obbligatoria selettività causa restrizioni emergenza sanitaria. Nel 2020 venne scelta la formula dei tre concerti a sera per ognuno dei cinque luoghi del centro selezionati (giardino di palazzo dei Diamanti, cortile di palazzo Crema, chiostro di San Paolo, cortile del Castello Estense, Palazzo Roverella). Costo del biglietto, 12 euro. Nel 2021, sarà di 10 euro, col Festival relegato nel solo Parco Massari.
Ma oggi, come giustificare una tale scelta, così contraria allo spirito libero dell’artista di strada? «I costi organizzativi sono diventati davvero improponibili», aveva dichiarato la Presidente e Direttrice Artistica del Festival, Rebecca Bottoni. D’altra parte, nei giorni scorsi l’Assessore alla Cultura del Comune di Ferrara, Marco Gulinelli, ha dichiarato: «per l’organizzazione del Festival edizione 2024 l’Amministrazione comunale ha sostenuto gli organizzatori con un contributo di 110mila euro».
LO SPIRITO ORIGINARIO
Nel libro del 1989 intitolato “Musicisti di strada. Immagini del Ferrara Buskers Festival”, in occasione della prima edizione del 1988, gli organizzatori riflettevano su una questione decisiva: «viene tradito lo spirito dei buskers nel costringere una attività spontanea, libera, per certi versi “trasgressiva”, entro i limiti di programmazione, istituzionalizzazione e codificazione che la struttura di un festival impone?». A ciò Luigi Russo, attuale Direttore organizzativo del Festival, 36 anni fa rispondeva elencando le dovute attenzioni dei promotori per lasciare il più possibile la spontaneità del gesto artistico del busker: «i luoghi deputati alle performance musicali sono stati individuati fra quelli normalmente prescelti dai buskers di passaggio in città. Nessun luogo chiuso dunque (teatro o cortile) (…)».
Nello stesso volume, Thomas Walker (già Direttore della Rassegna di teatro Aterforum) citava la distinzione fondamentale – sostenuta dal noto regista teatrale Eugenio Barba – fra teatro di strada (che «deve catturare, accattivare un pubblico che non ha pagato il biglietto») e spettacolo «borghese». Era sempre Walker a spiegare come busk in inglese rimandi al «girare come un pirata». Insomma, già un Festival di buskers richiede un’organizzazione antitetica alla natura dell’artista di strada. Le molto criticate scelte di quest’anno – ingresso a pagamento, zona centrale ma chiusa e mai scelta spontaneamente dai buskers – han però dato vita a una separazione troppo grande fra ideale e realtà. Nell’edizione 2024 del Ferrara Buskers Festival, infatti, tra il busker che offre la propria arte e la folla libera di ascoltarlo e di premiarlo con un’offerta, si è creato un “muro” organizzativo che non fa più da utile filtro per dar vita all’evento-festival, ma che è diventato altro.
Scrivevano, infatti, gli stessi organizzatori del Ferrara Buskers Festival nel catalogo dell’edizione 1993: «Per noi il Festival non è altro che la spontaneità “organizzata” in mille momenti musicali e d’incontro liberamente gestiti dall’artista con la complicità del suo pubblico. Il nostro compito è soltanto quello di porre le condizioni perché questo incontro avvenga nella maniera più naturale e felice possibile».
RITORNO ALL’ANTICO
Molti, invece, quest’anno hanno sofferto lo snaturamento del Festival, che ha fatto perdere la bellezza – senza prezzo – di poter scovare un one man band, un gruppo, un giocoliere ad ogni crocicchio, piazza, strada o vicoletto del centro. L’artista, con un’intuizione istantanea (solo in parte dettata dall’abitudine) diveniva parte del contesto cittadino, in esso si con-fondeva: quest’ultimo non era mero “palcoscenico” ma diveniva luogo vivo di pietre, corpi e musica.
Pur nelle diversità, quest’anno gli altri Buskers Festival in Italia (Roma, Bologna, Aosta, Belluno, solo per citarne alcuni) sono rimasti a ingresso libero e gratuito, come anche la tradizionale anteprima svoltasi a Comacchio il 18 agosto. Nei giorni del Ferrara Buskers Festival, invece, una fra le aree più magiche e note della nostra città è stata di fatto “privatizzata” e chiusa con tanto di divieto di accedervi in bicicletta e di portare cibo, bevande e macchine fotografiche. Escludendo una violinista e una band “fuggiti” in piazza oltre il recinto del Festival, nel centro cittadino gli unici musicisti di strada rimasti erano gli zingari con la loro fisarmonica che, come ogni giorno, giravano chiedendo l’elemosina…
Nel sito del Ferrara Buskers Festival campeggia la scritta: “Quest’anno tutta un’altra musica”. Così è stato. Ma forse sarebbe meglio tornare a quella precedente.
Penultimo Vescovo ferrarese, guidò la Diocesi di S. Severino Marche fino alla morte nel 1926. Vi raccontiamo la storia di un “santo” dei poveri e della sua magnifica croce pettorale
di Andrea Musacci
Morì in odore di santità, mons. Adamo Borghini. Di sicuro, il Vescovo di origini ferraresi non tornò al Padre nell’opulenza e dai poveri mai si staccò.
Proprio dieci anni fa, il 25 gennaio 2014, venne ordinato Vescovo l’ultimo ferrarese, mons. Andrea Turazzi, per dieci anni alla guida della Diocesi di San Marino-Montefeltro e dallo scorso 3 febbraio Vescovo Emerito.
È del suo predecessore che vogliamo parlarvi, di quel poco noto, quasi “dimenticato” mons. Borghini e della sua croce pettorale da mons. Turazzi indossata per la sua Consacrazione Episcopale. Una croce particolarmente bella e ricca, segno tangibile della storia della nostra Chiesa locale e dei suoi santi.
Andrea Franchella col Direttore della Clinica Pediatrica “Sao Josè en Bor”
Andrea Franchella, chirurgo pediatrico ferrarese in pensione, da 30 anni gira il mondo per salvare la vita ai bambini nelle zone più povere. Alla “Voce” racconta i suoi ultimi progetti in Uganda e Guinea
di Andrea Musacci
A fine maggio scorso, Andrea Franchella è tornato dall’ultimo suo viaggio in Africa, per la precisione in Uganda, dov’è stato assieme alla moglie Angela per sei settimane. Non un viaggio di piacere, ma di carità. Franchella, infatti, è un “medico missionario”, un chirurgo pediatra in pensione da 6 anni, che porta la sua “chirurgia solidale” (come lui stesso la chiama) in quei Paesi dove la cura specialistica per i bambini non esiste o è largamente inadeguata.
Franchella, la prima volta lo abbiamo intervistato nel febbraio 2023 (v. “Voce” del 17 febbraio 2023). Ora lo abbiamo rincontrato per aggiornarci sugli importanti progetti che sta portando avanti in Guinea Bissau e, appunto, in Uganda.
CHI È FRANCHELLA
Ferrarese, parrocchiano di Santa Francesca Romana (ma cresciuto tra San Benedetto e Casa Cini), Franchella ha iniziato nel 1995 le sue missioni professionali in giro per il mondo: le prime vennero realizzate grazie a finanziamenti e collaborazioni con la Fondazione per la Ricerca Pediatrica “Renzo Melotti”, Rotary International e WOPSEC (World Organisation of Pediatric Surgery for Emerging Countries). Dopo alcuni anni comprende la necessità di una maggiore organizzazione per avere strumentazioni, strutture adeguate, per formare il personale medico locale: assieme all’Unità Operativa di Chirurgia Pediatrica di Ferrara, Franchella nel luglio 2003 crea, quindi, una propria Associazione, “Chirurgo & Bambino Onlus”, oggi ODV, da lui stesso diretta, che dal 2011 collabora anche con Emergency. In questi 20 anni ha creato e portato avanti progetti medico-chirurgici solidali in tanti Paesi, fra cui Guatemala, Bangladesh, Yemen, Armenia, Georgia, Haiti, Tanzania.
GUNIEA BISSAU: PROGETTO OTORINO
Per i progetti ancora in corso, iniziamo dalla Guinea Bissau, dove Franchella sta lavorando a un progetto per l’otorinolaringoiatria (ORL) nella Clinica Pediatrica “Sao Josè en Bor” a Bissau: dopo la missione da lui svolta assieme al figlio Sebastiano, otorinolaringoiatra, nel febbraio 2023, il prossimo viaggio quest’ultimo lo compirà il prossimo novembre.
«In Guinea Bissau – ci spiega Andrea – non esiste la specializzazione in ORL e men che meno in ORL pediatrica. Non esistono specialisti e quindi manca il servizio: c’è un vuoto totale in questo ambito». Qui l’ORL pediatrica riguarda soprattutto le sordità: «non vengono fatte né diagnosi né screening e non vi è quindi nessuna possibilità di trattamento, né attenzione specifica nei confronti delle adeno-tonsilliti, che possono essere causate dallo Streptococco, il quale provoca lesioni all’endocardio e danni molto gravi alle valvole cardiache e a livello renale. La missione alla quale parteciperà mio figlio – prosegue – riguarderà, quindi, la cura di questi malati e il tentativo di far nascere una sensibilità sull’ambito dell’ORL, formando tecnici e specialisti locali per la Clinica Pediatrica “Sao Josè en Bor” e per l’Hospital Nacional Simao Mendes». Verrà quindi eseguita un’analisi delle risorse – poche – esistenti, mentre parte della strumentazione verrà portata dall’Italia.
UGANDA: CURA E ISTRUZIONE
In Uganda, invece, Andrea Franchella è responsabile per la parte clinica del “Children’s Surgical Hospital” a Entebbe, attivo dal 2021. Qui Emergency ha costruito quest’ospedale di chirurgia pediatrica, progettato da Renzo Piano e con 74 posti letto, 6 letti di terapia intensiva, 16 di terapia semi-intensiva. Un esempio di medicina d’eccellenza, nel quale Franchella coordina l’ambito chirurgico e forma il personale locale.
In tre anni di attività, in questa struttura sono stati visitati quasi 10mila bambini, di cui oltre 2mila non chirurgici. Di questi, ne sono stati ricoverati circa 4500 (un decimo dei quali in terapia intensiva) e altrettanti hanno subìto un intervento. Sono pazienti col labbro leporino, con la palatoschisi, patologie congenite del collo o con patologie gastrointestinali, urologiche o ginecologiche. I pazienti provengono quasi tutti dall’Uganda, e i restanti da Burundi e Sud Sudan, Paesi – ci spiega – «coi quali abbiamo accordi di collaborazione grazie ai quali li andiamo a visitare nei loro Paesi e poi loro vengono nel nostro ospedale in Uganda per essere operati».
Un progetto al quale Franchella sta lavorando è quello finalizzato a praticare in ospedale la chirurgia mininvasiva, ad esempio la tecnica della laparoscopia al posto della laparotomia. Entro fine 2024, questo progetto dovrebbe essere portato a termine: è necessario reperire le attrezzatture e formare tutto il personale. Sempre entro fine 2024, dovrebbe andare in porto anche il progetto di endoscopia, soprattutto digestiva.
Riguardo alla formazione del personale locale, un importante accordo col governo ugandese – prosegue Franchella – «permette di riconoscere il nostro ospedale come centro di formazione, accordo che ci consente di avere anche una collaborazione con la Makerere University di Kampala e col COSECSA (The College of Surgeons of East, Central and Southern Africa)». Attualmente con Franchella lavorano sei chirurghi (1 eritreo, 1 sudanese, 4 ugandesi) e si stanno formando, oltre a tecnici e infermieri, alcuni specializzandi italiani provenienti soprattutto dall’Ospedale dei bambini “Buzzi” di Milano.
In Uganda lo accompagna sempre la moglie Angela, insegnante di matematica in pensione, che nel 2022 ha dato vita a un progetto di scuola in ospedale simile a quello esistente a Ferrara: «in circa 1 anno costruiremo anche un’area giochi nel giardino dell’ospedale, un progetto che dovrebbe essere finanziato dal Rotary, con capofila il club di Copparo». In Uganda, Franchella e la mia moglie ci torneranno in autunno.
JIMMY CHE SOGNA DI DIVENTARE MEDICO
La missione di Andrea, come della moglie Angela e del figlio Sebastiano, non è solo una questione di numeri, ma di persone. Per questo, ve ne raccontiamo una, quella di Jimmy.
Jimmy Kawesi, 17 anni, è uno dei tanti – troppi – bambini o ragazzi che necessitano di cure particolari se non di veri e propri interventi. La sua è una storia che accomuna tanti bambini ugandesi, con un’infanzia e un presente nella più totale povertà, abbandonato dalla madre. Due anni fa viene ricoverato nell’ospedale di Franchella a Entebbe, dove frequenta anche la scuola interna dimostrando un particolare interesse per lo studio.
Jimmy ha da tempo ripreso ad andare a scuola a Kiboga nel centro dell’Uganda e grazie all’Associazione “Chirurgo & Bambino odv” viene sostenuto nei suoi studi attraverso il pagamento delle rette, nelle spese per i libri e per tutto il materiale necessario. «Monitoriamo sempre il suo percorso: Jimmy sta avendo ottimi risultati. Il suo sogno è di diventare medico». Proprio come Andrea. E chissà quanto bene potrà fare, dopo averne ricevuto tanto.
Mi chiamo Andrea Musacci.
Da aprile 2014 sono Giornalista Pubblicista, iscritto all’Ordine dei Giornalisti dell’Emilia-Romagna.
Sono redattore e inviato del settimanale "la Voce di Ferrara-Comacchio" (con cui collaboro dal 2014: http://lavoce.e-dicola.net/it/news - www.lavocediferrara.it), e collaboro con Filo Mag, Avvenire, La Fionda, Vino Nuovo.
In passato ho collaborato con La Nuova Ferrara, Listone mag e Caritas Ferrara-Comacchio.
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"L'unica cosa che conta è l'inquietudine divina delle anime inappagate."
(Emmanuel Mounier)