Guido Angelo Facchini fascista? Violenza, paura ed eterni rancori

18 Ott

Il “papà del Palio ferrarese” fu nel Ventennio un protagonista della vita culturale. E come tanti cattolici aderì al fascismo non per ideologia ma per paura delle violenze del socialismo massimalista. È possibile contestualizzare senza fare revisionismo? Se ne parla nel libro “Ferrara Sorgente di Poesia” di Laura Facchini e Francesco Paparella

di Andrea Musacci 

Gli anni del secondo dopoguerra nel nostro Paese e soprattutto in Emilia, sono stati particolarmente difficili e complessi, con tratti spesso tragici. Sono gli anni nei quali l’Italia tenta di rialzare la testa dopo il cupo ventennio fascista e le atrocità della guerra. Ma sono anche gli anni fratricidi costellati da vendette e rancori a lungo sopiti. E forse non ancora del tutto superati.

Di questo, e non solo, si parla nel volume da poco edito dal titolo “Ferrara Sorgente di Poesia. Spunti biografici su Guido Angelo Facchini (foto grande) un intellettuale ferrarese fra le due guerre”, di Laura Facchini (nipote di Guido Angelo) e Francesco Paparella, con prefazione di Carlo Magri (membro del Consiglio Superiore del Palio nominato dalla famiglia Facchini). Di Facchini, che negli anni ’30 a Ferrara fece rinascere lo storico Palio, Paparella ha scritto tanto sulla “Voce”. L’ultimo articolo, nell’edizione del 20 settembre scorso, anticipa il racconto, contenuto nel libro, delle tre vite salvate da Facchini dopo l’8 settembre ’43: quelle del prof. Carlo Zaghi (storico e giornalista) e dei collaboratori del “Corriere Padano” Guido Aristarco (critico cinematografico) e Giuseppe Gorgerino (scrittore e sceneggiatore), finiti nelle grinfie della polizia  fascista. Episodi eroici come questo ci rendono assurdo oggi quel «silenzio “comprensibilmente rancoroso” »  che nel secondo dopoguerra cadde anche sul Palio, sui personaggi in vista in quegli anni», tra cui lo stesso Facchini.

IL BIENNIO ROSSO E LO SQUADRISMO 

La “scelta fascista” di Facchini fu, come per molti, non motivata da chissà quale culto della violenza o della supremazia razziale, o da idee particolarmente reazionarie. Scrive Paparella nel libro: durante il Ventennio «il suo animo romantico, la sua fede e il suo idealismo lo portarono rapidamente verso la sponda del fascismo ferrarese che tra la fine della prima guerra mondiale e l’inizio degli anni ’20 si erge, nella propaganda dell’epoca, a difensore dei valori dell’ordine e della Patria e a difesa da un socialismo spesso anticlericale e violento, pur usando metodi spesso ancora più violenti». Il socialismo massimalista avrà come reazione la nascita del cosiddetto “fascismo agrario”. «Due opposti estremismi», prosegue Paparella: «il socialismo alimentato da una devastante disoccupazione e da una situazione economica drammatica» e «il fascismo squadrista che riesce in poco tempo ad aggregare e avvicinare a sé un largo strato della popolazione ferrarese, con il palese appoggio e contributo economico dei proprietari terrieri, della nobiltà ferrarese, di buona parte della comunità ebraica e anche di largo settore del movimento cattolico. Quest’ultimo, contrariamente ad alcune esperienze in altre parti d’Italia, dove si aggregò attorno al Partito Popolare in aperta opposizione al movimento fascista, a Ferrara per la maggior parte si consolidò nel Centro Nazionale Cattolico, noto per posizioni collaborazioniste e di cui esponente di spicco fu il Conte Giovanni Grosoli». Lo stesso Vescovo Francesco Rossi e il giornale “La Domenica dell’Operaio”, fondato da Grosoli, denunciarono le violenze di questo socialismo radicale e i conseguenti pericoli anche per la libertà dei cattolici. Violenze denunciate in quegli anni anche da Alcide De Gasperi, dal liberale Pietro Niccolini, da socialisti riformisti e antifascisti come Gaetano Salvemini e Alda Costa. Dopo l’eccidio del Castello del 1920 (in cui oltre a tre fascisti morì anche il socialista Giovanni Mirella), «anche coloro che erano rimasti incerti o comunque neutrali passeranno ad appoggiare più o meno direttamente il movimento fascista se non altro per un anelito di ordine e protezione e un sempre maggior sostegno anche in ambienti cattolici». Lo stesso Facchini, quindi, vive in questo clima di paura. La morte del coetaneo e amico Edmo Squarzanti lo segnò nel profondo: il 25 febbraio 1921 Squarzanti «si trovava sul camion carico di fascisti di ritorno dalla partecipazione, a Lendinara, all’inaugurazione di un gagliardetto. Arrivati a Pincara, di fronte alle finestre del capolega di quel paese, furono fatti oggetto di colpi di rivoltella. Uno di questi colpì alla gola il giovane ferrarese che morì poco dopo. Da lì si scatenò uno scontro che portò alla morte dell’autore stesso». Da una lettera di Facchini alla “Gazzetta ferrarese” del 16 dicembre 1921, si può «desumere che pure lui fosse presente a quella trasferta a Lendinara e pertanto anche da questo potremmo immaginare la conferma o comunque il consolidarsi della sua scelta di adesione al fascismo come opposizione alla violenza del massimalismo socialista».

L’8 SETTEMBRE ’43 (E UN PRESENTE CHE SIA DIVERSO) 

Dopo l’8 settembre 1943, anche Ferrara fu occupata dal terribile governo repubblichino-nazista. Pochi mesi prima, la caduta del regime. «Il figlio Aldo ha un ricordo indelebile della notte del 25 luglio 1943», racconta Paparella. «Tornando a casa non vide suo papà. La nonna gli disse che era nell’interrato di villa Melchiori, nascosto per evitare di coinvolgere i familiari». I Facchini abitavano proprio di fianco Villa Melchiori. «Si era diffusa la notizia della caduta di Mussolini e del fascismo e anche Guido Angelo aveva ricevuto minacce di morte. Pertanto quando Aldo lo raggiunse nella villa Melchiori lo vide nel buio con la faccia tesa, seduto sui gradini con una pistola appoggiata a fianco». Insomma, anche chi come lui aveva salvato alcuni antifascisti, non si sentiva al sicuro. Troppo caldo era ancora il sangue di tanti che si erano ribellati alle angherie fasciste. E troppo era il carico di odio, il desiderio di rivalsa (giusta) contro 20 anni di tirannia. Ci sono voluti molti altri decenni per riscrivere la storia di Facchini senza sentirsi additare come “revisionisti” se non nostalgici. O almeno ci auguriamo che così sarà.

Vita di Guid’Anzul, tra impegno e poesia


Guid’Anzul (così lo chiamavano gli amici) nasce a Ferrara nel 1904 da Aldo ed Eugenia Paparella. Ancora adolescente, la casa editrice francescana di Assisi gli pubblica le sue liriche “Canti della Verna”. A 19 anni è già responsabile della pagina culturale della “Gazzetta ferrarese”, che nel ’28 confluirà nel “Corriere Padano” creato da Italo Balbo. Ha ruoli nel Gruppo Universitario Fascista, collabora con l’Unione dei Sindacati, nella Società Benvenuto Tisi, nel comitato esecutivo della Settimana ferrarese e nel “Comitato Ferrarese dell’Ottava d’oro”. A 23 anni sposa Renza Mariotti: i due avranno un figlio, Aldo (foto qui sopra). Nel ’30 diventa direttore dell’Unione Provinciale dei Professionisti ed Artisti, fino al 1933 quando si concentra sugli eventi ferraresi legati alle manifestazioni per il centenario dell’Ariosto e all’organizzazione del Palio. Fra gli altri impieghi, sarà Segretario e poi Presidente dell’Istituto di Cultura di Ferrara, consultore di Ferrarie Decus, Presidente dell’Istituto di Cultura italo-germanica di Ferrara, Direttore della rivista “Il Diamante”. Scrive anche “La storia di Ferrara illustrata nei fatti e nei luoghi”. In quegli anni viene avviato a lezioni private di tedesco presso il prof. Emanuel Merdinger, dal ’38 aiutato a non essere deportato – in quanto ebreo – da una rete di amicizie nella quale vi erano anche Facchini e mons. Bovelli. Nel dopoguerra Facchini va con la famiglia prima sul lago d’Iseo poi a Prato, dove morirà nel ‘77.


Il 21/10 presentazione del libro al Comunale


Lo scorso dicembre per volontà delle Contrade, del Comune di Ferrara e della famiglia Facchini, si è creata la Fondazione Palio “in memoria di Guido Angelo Facchini e Nino Franco Visentini”, unendo così i padri delle due epoche storiche del Palio ferrarese. Il 21 ottobre alle ore 21 (Sala Foà del Teatro Comunale Abbado) è in programma il secondo appuntamento del ciclo “Il Palio è Ferrara”, con la presentazione di “Ferrara Sorgente di Poesia” di Laura Facchini e Francesco Paparella. Si tratta del primo Quaderno della Fondazione Palio Città di Ferrara.Il volume ha la prefazione di Carlo Magri.

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 18 ottobre 2024

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Essere Chiesa nella carne e in profonda comunione

16 Ott


Madre Noemi Scarpa, la testimonianza alla S. Famiglia: «annunciamo a tutti la salvezza del Signore»

Nel mese dedicato alle missioni, la parrocchia della Sacra Famiglia di Ferrara fa una scelta solo apparentemente controcorrente, invitando per un doppio incontro Madre Noemi Scarpa, 45enne Abbadessa del Monastero delle Benedettine di S.Anna a Bastia Umbra (PG).  L’11 ottobre la religiosa ha incontrato gli adulti (prima di cena) e poi i giovani dopo cena (foto).

Ora et labora, adagio antico che si crede appartenente a un passato lontano: «proprio stamattina raccoglievo le olive nel nostro orto e ora, eccomi qui in mezzo a voi», ha detto M.Scarpa all’incontro con gli adulti. La sua è una vera e propria missione: portare il Signore – missione di ogni cristiano – tanto nella preghiera quanto nella semplicità del lavoro quotidiano.Ora et labora, appunto. E, nel suo caso specifico, anche girando l’Italia per spiegare a giovani e a meno giovani la bellezza di vivere nella propria carne il Vangelo.Che significa amare e perdonare, a partire dal proprio familiare, dal conoscente o parrocchiano che ci ha offesi. «Io stessa – ha raccontato – alcuni giorni fa ero “tentata” da non fare gli auguri di buon compleanno a una persona che mi aveva seriamente offesa e trattata male.Poi glieli ho fatti e tutto è cambiato». Sì, perché la nostra diversità – che è la bellezza e l’immensa grandiosità del Signore  -è di amare i nostri nemici, chi porta il male nelle nostre vite.

DAL DESERTO ALLA CHIAMATA

Sveglia alle 5, tre ore di preghiera, lavoro, pranzo, ancora preghiera e condivisione: questa la giornata tipo di Madre Scarpa e delle sue consorelle. Lei in monastero ci vive da 26 anni, e da 10 è Abbadessa. Originaria dell’isola di Murano (Venezia), è nata e cresciuta in una famiglia «molto cattolica», seconda di sette figli. «Ero una ragazzina vivace e da piccola volevo fare…la santa. Con la Bibbia donatami per la Prima Comunione, volevo andare nel “deserto” – l'”abbandonato” di Murano, dietro il cimitero – e vivere lì». Ma a 18 anni il richiamo del mondo diventa più forte: Noemi smette di andare a Messa, continua a giocare a basket. E d’estate gira le capitali europee con una cugina. A metà del viaggio, però, l’Imprevisto che sconvolge la sua vita: «vengo a sapere della morte di Madre Teresa di Calcutta. Mi chiedo: come questa donna così piccola è riuscita a donare la sua vita e a essere più felice di me? Allora prego Santa Teresina e sento forte dentro la chiamata del Signore ad abbracciare la vita religiosa.Sempre sarò grata a Lui per tutti i doni che mi ha fatto, nonostante le fatiche che non mancano».

DALL’ARCIPELAGO ALLA COMUNITÀ VIVA DI CRISTO

Questa la testimonianza personale, importante per ricordarci come Dio ci chiami per nome, dentro le nostre vite, in modo inatteso. Ma ogni vocazione non è nulla senza la comunione coi fratelli e le sorelle in Cristo: «siamo chiamati a essere Corpo di Cristo, cioè Chiesa». Essere Chiesa «non coincide con l’andare in chiesa ma col sentirsi un unico Corpo. La Chiesa non è un arcipelago ma una comunità fondata sull’amore, nella quale ognuno cerca di essere cristiano e non di “fare” il cristiano». Solo l’amore, quindi, ci fa essere veri testimoni del Signore: «innanzitutto, a partire dalle nostre comunità ecclesiali, è importante sospendere il giudizio sugli altri».Giudizio che «spetta solo a Dio». Parallelamente, non ci è chiesto di essere indifferenti ma di andare verso chi è solo, malato, povero, infelice. Verso chi ha scelto di non far più parte della Chiesa. «Queste persone non deve conoscerle solo il parroco, ma ogni parrocchiano». “Dov’è tuo fratello?” Questa domanda dobbiamo continuamente sentircela rivolta. «Siamo tutti custodi l’uno dell’altro», ha proseguito Madre Scarpa. Questo significa essere cristiani: «dopo la Messa, portare fuori, a tutti, quello che assieme abbiamo celebrato». Andando a cercare il dolore, per alleviarlo, e «portando la gioia di essere cristiani, essendo in questo senso contagiosi.La salvezza, la vita eterna è il bene più grande che possiamo ricevere».Eche possiamo annunciare al mondo.

Andrea Musacci 

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 18 ottobre 2024

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Ricchi sempre più ricchi, poveri sempre più poveri

12 Ott

Festival Internazionale. L’analisi di Riccardo Staglianò: «perché in Italia crea scandalo chiedere più tasse per i più ricchi?»

“Hanno vinto i ricchi”, e non è una buona notizia.Con amara ironia, lo scorso 6 ottobre, in occasione del Festival Internazionale a Ferrara, Riccardo Staglianò ha presentato il suo libro “Hanno vinto i ricchi” (Einaudi, 2024). Il giornalista del “Venerdì di Repubblica” è intervenuto davanti a una sala 2 dell’Apollo gremita, soprattutto di giovani. 

Innanzitutto, i dati: secondo l’OCSE, dal 1990 al 2020 i salari medi in Italia sono diminuiti del 2,90%, unico Paese in cui sono calati. Fra le cause, la bassa produttività, la diminuzione del potere del sindacato, la globalizzazione, l’erosione dei diritti dei lavoratori. Riguardo, però, alla produttività, pur calata, c’è stata, ed «ad averne vantaggi, non sono stati di certo i lavoratori». In Italia, Paese delle medio e piccole imprese, 1 lavoratore su 5 non è tutelato dai contratti collettivi e spesso questi, quando vi sono, non sono rinnovati o lo sono con grave ritardo. Insomma, l’inflazione cresce ma i salari rimangono fermi.Inoltre, dal 2020 al 2022 le ore lavorative si sono ridotte dell’8%. Vi è poi il tema della crescente precarietà, incentivata da Governi di centro-destra e di centro-sinistra, a partire dal famigerato Pacchetto Treu. «Oggi siamo al punto che il lavoro precario è la norma, non l’eccezione», ha detto Staglianò. Tutto ciò porta ad avere in Italia 1 lavoratore su 4 – con regolare contratto – che guadagna 780 euro o meno al mese.  Per non parlare dell’Irpef, che in Italia (a differenza degli altri Paesi occidentali avanzati) si è sempre più ridotto per le fasce alte e altissime. Come denunciò Giulio Marcon, saggista ed ex deputato, in una sua inchiesta, nel nostro Paese diversi ricchi e ultraricchi si lamentano di essere «tartassati dalle tasse». Una posizione che farebbe ridere se non avesse conseguenze drammatiche. Negli USA, invece, Abigail Disney ha fondato il movimento dei “Milionari patriotici”, nato al grido di “Fateci pagare più tasse!”. Unici italiani presenti in questa particolare associazione, i Notarbartolo-Marzotto, attivi nel tessile.

Ma quali sono le cause storiche di questa crescita delle disuguaglianze? La crisi degli anni ’80 del secolo scorso e la nascita della cosiddetta globalizzazione, convinse molte imprese che la soluzione era nel delocalizzare in Paesi dove il costo del lavoro era molto più basso (in Cina, e poi ad esempio in quelli dell’est Europa), oppure far arrivare inItalia lavoratori dagli ex Paesi del blocco sovietico, sottopagandoli e dando così vita a una competizione al ribasso. Questa ideologia neoliberista – fondata anche su «una lotta perpetua contro i sindacati e contro le tasse» – si è presto sposata con una forma estrema di finanziarizzazione, che non ha fatto che aumentare le disuguaglianze e togliere potere agli Stati nazionali. Steve Jobs, spesso osannato anche a sinistra, non a caso dichiarò: «I sindacati sono la cosa peggiore che sia mai capitata all’istruzione, perché hanno ucciso la meritocrazia». Solo nel 2022, il sindacato è entrato per la prima volta in un negozio Apple, per la precisione nel Maryland. Per Staglianò, interventi come il reddito di cittadinanza o il salario minimo, «pur non essendo la soluzione al problema, hanno arginato la povertà» e, come nel caso del salario minimo, rappresentano misure minime che non ha senso non accettare in un Paese democratico. Di certo – e come dargli torto -, «non dovrebbe creare più scandalo l’aumento delle tasse per i ricchi e gli ultraricchi e il tornare a una tassazione fortemente progressiva, oltre che l’investire sull’istruzione e sulla formazione dei lavoratori».

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” dell’11 ottobre 2024

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Francescani, il terz’ordine ha una nuova novizia

11 Ott

Il 6 ottobre gran festa per l’Ordine Secolare di Ferrara: 22 nuovi probandi e Noviziato per Giulia Leardi, che ci racconta il suo cammino. Ecco la storia e il presente dei Secolari ferraresi

A due giorni dalla festa di San Francesco, l’Ordine Secolare di Ferrara ha vissuto una domenica di festa e di comunità. Al mattino, dopo la relazione di P. Tarcisio Centis, fratello di P. Celso, è stata celebrata la S. Messa col Rito di ammissione al Probandato di 22 persone provenienti da Legnago (VR) e col Rito di ammissione al Noviziato di una ragazza, Giulia Leardi. Conclusione col pranzo comunitario in Convento.

Giulia Leardi, 33 anni, dal 2020 vive a Cento e da 1 anno è insegnante di religione alle Medie inferiori di PoggioRenatico e nella stessa Cento. A “La Voce” racconta di essere entrata nella Gioventù Francescana (Gi.Fra.) della Basilica della Madonna dei sette dolori di Pescara Colli, guidata dai Cappuccini, città dov’è nata e cresciuta. «Il mio cammino in Gi.Fra. – continua – è iniziato il 12 settembre 2009 – dopo un’esperienza ad Assisi -, con la prima promessa: è stato per me un nuovo battesimo». In  seguito, dal 2019 al 2022 ha fatto anche parte del Consiglio Nazionale della Gioventù Francescana.

LO SPIRITO DEI FRANCESCANI SECOLARI

«Siamo persone diverse per età, lavoro, esperienze di vita, ma accomunate e fortemente unite dalla volontà di ricercare la Persona vivente e operante di Gesù Cristo e di vivere, pur nei limiti delle nostre fragilità, i Suoi insegnamenti sull’esempio di S. Francesco d’Assisi». Con queste parole, Angiolina Gallani ci presentà la Fraternità secolare francescana di Ferrara, di cui  è Ministra. «Nostro impegno principale  – prosegue – è la formazione cristiana e francescana da tradurre nel quotidiano e anima di tale impegno è la preghiera, senza la quale ogni sforzo umano sarebbe vano». Formazione e preghiera che vengono attuate nella “fraternità”, «grande intuizione di S. Francesco che in Gesù Cristo riteneva tutti fratelli, persino gli animali e le creature inanimate. Per questo ci incontriamo frequentemente in fraternità, dove ci unisce anche la gioia dello stare insieme come fratelli. Così, le sofferenze, i problemi e le vicissitudini delle nostre vite non sono annullati ma assumono un senso nuovo perché vissuti alla luce del Vangelo, nella condivisione fraterna e, soprattutto, nella consapevolezza che le nostre vite sono “nelle mani” di Dio, che ci ama infinitamente».Da qui, «con fede, speranza e carità ci accostiamo agli altri con il desiderio di renderli partecipi della bellezza e della gioia della vita in Cristo Gesù».

LA FRATERNITÀ SECOLARE FERRARESE

Ma com’è strutturata e come nasce la Fraternità secolare ferrarese? Giuridicamente e per motivi storici, fino a poco tempo fa in città esistevano tre Fraternità (Fraternità di S. Francesco, di S. Maurelio e di S. Spirito), anche se di fatto agivano assieme. Il 30 ottobre 2016, in seguito alla soppressione di queste tre Fraternità, è stata eretta la nuova unica “Fraternità OFS Ferrara”, composta dai Fratelli e dalle Sorelle provenienti dalle tre precedenti, con sede presso il Convento di S. Francesco .

«Manteniamo uno stretto legame con le Sorelle Clarisse del Monastero “Corpus Domini”, che vivono il medesimo ideale francescano come Monache di clausura», ci spiega Gallani. Attualmente i Professi, cioè coloro che hanno professato la Regola dell’Ordine Francescano Secolare, sono 37, di cui 8 non frequentanti per malattia o altro. Di questi 37, 23 sono donne e 14 uomini. L’Assistente spirituale della “Fraternità OFS Ferrara” è Padre Celso Centis. Nella nostra Arcidiocesi è presente anche la Fraternità OFS di Comacchio, che si incontra in Santa Maria in Aula Regia ed è assistita spiritualmente da un Padre dei Francescani dell’Immacolata. 

Ogni Fraternità è guidata da un Consiglio che, mediante un Capitolo Elettivo appositamente convocato, viene rinnovato ogni 3 anni, anche se i suoi componenti non necessariamente devono cambiare, o meglio, cambiano necessariamente solo dopo 3 turni, cioè 9 anni. 

Nel Consiglio sono previsti 5 ruoli: Ministro, Viceministro, Economo, Segretario e Maestro di formazione, cui si aggiungono Consiglieri più o meno numerosi secondo la consistenza numerica della Fraternità.

Attualmente il Consiglio della Fraternità OFS Ferrara è formato da 6 persone: Angiolina Gallani nel ruolo di Ministra, Patrizia Paci nel ruolo di Viceministra e Maestra di formazione, Elisabetta Avanzi nel ruolo di Segretaria, Alessandra Budini nel ruolo di Economa, e i due Consiglieri Giuseppe Miccoli e Domenico Matrangolo. 

La formazione, cioè il cammino di preparazione per arrivare ad emettere la Professione, dura almeno 2 anni: il primo per conoscere la figura di San Francesco e la spiritualità francescana, il secondo per studiare la Regola. Il primo periodo si chiama Probandato, il secondo Noviziato. «Attualmente – ci spiega Gallani – 20 persone hanno iniziato ufficialmente il percorso del Probandato e altre 2 inizieranno questa fase il prossimo novembre». Sempre a novembre, «4 Novizi, avendo ormai terminata la fase del Noviziato, emetteranno la Professione». L’appuntamento è per domenica 17 novembre, durante il ritiro che la Fraternità OFS Ferrrara organizza ogni anno per festeggiare i Santi Patroni Elisabetta d’Ungheria e Ludovico re di Francia.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” dell’11 ottobre 2024

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«Madre Cànopi faceva sentire il Verbo vivente»

9 Ott

Al Monastero di S.Antonio in Polesine presentata la mostra sulla nota abbadessa e scrittrice

Era la generatività la cifra di Madre Anna Maria Cànopi, abbadessa dell’abbazia benedettina “Mater Ecclesiae” sull’isola di San Giulio (Novara) e autrice di numerose pubblicazioni, tornata al Padre il 21 marzo 2019, Transito di San Benedetto. 

Dal 5 al 12 ottobre nel Monastero di Sant’Antonio in Polesine a Ferrara è possibile visitare la mostra con gli acquerelli della nipote Agnese Cànopi (nella foto, assieme alla zia) dedicati a Madre Cànopi e all’isola di San Giulio, organizzata assieme a Gianfranco Mastrolilli; opere che sono accompagnate da diverse foto di Madre Cànopi e della sua famiglia, oltre a copie di molti suoi libri e a due sue poesie inedite, “Fili d’erba” e “Il nido”. 

La mostra è visitabile dalle ore 9.30 alle 11.30 e dalle 15.15 alle 16.45. Il 12 ottobre padre Raffaele Talmelli presiederà la Santa Messa in ricordo di Madre Cànopi. 

In mostra, opere lievi, leggere, piene di una poesia dolce e personale. E colme di luce: quella del sole che sorge, quella di una lampada della notte.Del lago e del verde della natura. Quella di mani unite nel gesto della preghiera, e quella di un girasole, che Madre Cànopi tanto amava.

La mattina dello scorso 5 ottobre il nostro Arcivescovo mons. Gian Carlo Perego è intervenuto all’inaugurazione della mostra assieme all’abbadessa del Monastero ospitante Madre Maria Ilaria Ivaldi, ad Agnese Cànopi e a Mariella Enoc.

UNA DONNA ECCEZIONALE

«Fra le tante sorprese della vita monastica, questa di introdurre una mostra su Madre Cànopi è per me una delle più belle e sorprendenti», ha esordito emozionata Madre Maria Ilaria. «Tanto è il bene che ho appreso da questa donna eccezionale, di preghiera e di ascolto. Una donna che generava il Signore. La mia benedizione abbaziale è stata l’ultima occasione nella quale ho potuta incontrarla, dato che venne qui a Ferrara. Per me rimarrà sempre un ricordo commovente».

MOSTRA ITINERANTE

Agnese Cànopi ha vissuto la presentazione pubblica con un forte coinvolgimento emotivo. Nel suo intervento ha spiegato come lo scorso marzo la mostra è stata esposta a Tortona, «la mia Diocesi, assieme alla presentazione di due libri di Madre Cànopi». La mostra è già stata allestita – e verrà allestita – in diversi altri luoghi benedettini e non: prossimamente, andrà anche a Pecorara, luogo di nascita di Madre Cànopi.

DONNA FRAGILE E FORTE

La storia dell’abbazia “Mater Ecclesiae” è stata illustrata da Mariella Enoc.Dopo la morte dell’anziano parroco dell’Isola, il Vescovo di Novara mons. Aldo Del Monte chiese all’Abbazia di  Viboldone la disponibilità ad inviare alcune monache per la fondazione di un monastero benedettino. All’inizio non fu facile: M. Cànopi con le prime cinque monache trovarono un luogo «poco accogliente, senza riscaldamento. C’è da dire che anche la Diocesi non condivideva molto la scelta del proprio Vescovo», ha spiegato Enoc. «Ma la gente che abitava nei dintorni si affezionò alle monache e iniziò ad aiutarle». Poi prese avvio l’accoglienza, «ancora oggi uno dei punti di forza del Monastero. Lì c’è una grazia, un’atmosfera molto particolare. Solo pochi giorni fa vi ho accompagnato un gruppo di ricchi cinesi che in Italia volevano imparare il significato di “filantropia”…». E dove non imparare l’amore vero per la persona se non in luogo così?

«Madre Cànopi – ha proseguito – era una donna tanto fragile nel corpo quanto forte dentro, di grandissima umanità. La sua, quindi, è una storia di grande generatività. Nel suo Monastero ha sempre anche accolto giovani monache non perfette, con dei limiti, che magari all’inizio potevano creare problemi, ma che col tempo si trasformavano». Si trasfiguravano, perché Madre Cànopi «era capace di valorizzare anche le povertà spirituali. Era una mistica, una donna capace di far sentire l’umanità di Dio: non solo la Parola ma anche il Verbo incarnato, vivente. Cercate anche voi, qui a Ferrara, di capire a fondo l’importanza di avere un Monastero benedettino».

IL VESCOVO: «QUANDO LA CONOBBI DI PERSONA»

«Tutti e tre i nostri Monasteri sono doni per la nostra città», ha rimarcato mons.Perego. «Madre Cànopi – ha aggiunto – è una delle figure più importante degli ultimi 50 anni. Ho avuto la grazia di incontrarla una volta, quand’ero seminarista: ricordo la sua figura semplice, che generava un clima di silenzio, di preghiera. E ricordo l’invito a sentire il Signore sempre presente nella nostra vita. Senza una relazione col Signore, la nostra vita – infatti – può affossarsi: abbiamo bisogno di uno sguardo che veda oltre». Poi, «durante i miei studi di teologia – ha proseguito il Vescovo -, i suoi libri sono stati strumenti importanti di preghiera e di meditazione». Riguardo alle opere della  nipote Agnese, mons.Perego ha infine spiegato come la tecnica dell’acquerello richieda «delicatezza» e una scelta netta, precisa, in quanto non si può correggere in corsa. Segno, quindi, di una tempra e di una dolcezza condivise con l’amata zia.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” dell’11 ottobre 2024

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«Portiamo Cristo a chi non lo conosce»

5 Ott

André e Victor sono i due nuovi missionari brasiliani di Shalom presenti a Ferrara. Li abbiamo incontrati per farci raccontare la loro esperienza di fede e la loro missione 

Nell’estate del 2023 a Ferrara si sono trasferite cinque missionarie della Comunità Shalom, nata in Brasile nel 1982 e presente in diversi Paesi europei e non. Aline Teixeira, Sara Ponzo, Chiara Rondoletti (attuale Responsabile Comunità Shalom di Ferrara), Sheisse Góes e Rayana Soares hanno iniziato fin da subito a collaborare con la Pastorale Universitaria e Giovanile diocesana e con don Giovanni Polezzo, neo Rettore di San Giorgio fuori le Mura, per animare la vita del Santuario diocesano. Nel tempo, sono riuscite a creare un gruppo di giovani e uno di adulti che regolarmente si ritrova nell’antica Basilica fuori le Mura per serate di lode e convivialità.

Recentemente Sheisse e Aline sono tornate in Brasile, mentre le altre tre sono state raggiunte a San Giorgio da altri due giovani missionari brasiliani di Shalom:André Filipe e Victor Amorim, arrivati il primo lo scorso maggio, il secondo lo scorso marzo.

Li abbiamo incontrati per farci raccontare il loro cammino di fede.

CHI È ANDRÉ FILIPE

Originario di Recife, 28 anni,André (nella foto, a dx) a 16 anni vive la prima esperienza personale col Signore durante un incontro di “Rinnovamento Carismatico”. Da qui inizia un cammino di fede che lo porta a Shalom: «capii che questo è il mio posto», ci spiega. Dopo un percorso vocazionale, arriva a Fortaleza dove per  5 anni è impegnato nell’ambito della comunicazione (anche come filmmaker) per la sede centrale di Shalom e altri 2 nella “Scuola di evangelizzazione”.Quest’ultima esperienza, in particolare, sarà per lui fondamentale:«a due a due andavamo dal lunedì al venerdì a evangelizzare porta a porta, mentre nel fine settimana nelle piazze e in altri luoghi pubblici. Portavamo Gesù e la Sua Chiesa alle persone, non aspettavamo che fossero loro a venire da noi». Gli chiediamo quale forme di evangelizzazione stanno sperimentando a Ferrara: «qui come Shalom innanzitutto abbiamo cercato di formare un piccolo gruppo di persone», giovani e adulti. Uno degli obiettivi sarà, ad esempio, quello di aprire un luogo per gli universitari, ad esempio un’aula studio. Nel frattempo, però, «soprattutto noi due maschi che siamo qui da meno tempo, dobbiamo conoscere meglio la città e le persone che la vivono, residenti e studenti fuori sede». Per questo, «a volte la sera tutti e cinque andiamo assieme in centro o lungo la nuova Darsena, e continueremo a fare così per tutto l’anno accademico».

CHI È VICTOR AMORIM

Nato e cresciuto a Fortaleza, 30 anni, al Festival musicale cattolico “Halleluya” (che in cinque giorni proprio a Fortaleza riunisce 1 milione di persone) Victor (nella foto, a sx) ha avuto la sua prima vera esperienza di fede. Nel 2012 un ritiro spirituale nella sua parrocchia gli fa comprendere «che non era sufficiente partecipare alla Messa domenicale».Da qui «ho iniziato a sentire il bisogno di qualcosa di più profondo»: inizia a frequentare gruppi di preghiera, gruppi di giovani, a prestare servizio in parrocchia. Nel ’14 con Shalom partecipa a un “Seminario di vita nuova” e due anni dopo vive l’anno vocazionale per poi entrare nella “Comunità di vita” di Shalom. Vivrà poi per due anni e mezzo a Budapest in missione. Ora qui a Ferrara è l’economo della Comunità Shalom, mentre André si occupa della comunicazione e delle uscite per l’evangelizzazione, Rayana della formazione e della vita del Santuario (insieme a don Polezzo), e Sara dell’ambito musicale e delle relazioni con i benefattori, importanti per il loro sostentamento.

VIVERE PER GLI ALTRI

Chiediamo quindi ai due di raccontarci alcuni incontri con i giovani di Ferrara. André ci racconta di Dario, un ragazzo conosciuto al Mammut o dell’amicizia nata, anch’essa in modo spontaneo, con alcuni studenti di Medicina al Parco Pareschi. «Prima ci presentiamo, come semplici amici. Poi, se vogliono, parliamo loro di Gesù». È forse l’aspetto più bello della loro esperienza missionaria: «saremmo potuti rimanere tranquilli nelle nostre parrocchie – ci spiegano – ma abbiamo sentito il desiderio di andare a cercare altre persone per far conoscere loro Cristo». «Non c’è un senso razionale, logico in quel che facciamo – prosegue André –  non si può, cioè, spiegare del tutto. È l’Amore di Dio. Punto». Quel che gli fa uscire da sè e scegliere di dedicare la propria vita agli altri, contro la logica individualista che – oggi ancor di più – domina nel mondo.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 4 ottobre 2024

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AC, tanti i propositi per il nuovo anno

4 Ott


L’Assemblea unitaria diocesana: più spazio ai giovani, corresponsabilità, pastorale d’ambiente

Un pomeriggio per ritrovarsi, guardarsi in faccia.Come sempre, con franchezza e rispetto, confrontarsi.Questo e molto altro è stata l’Assemblea Unitaria dell’Azione Cattolica diocesana svoltasi lo scorso 29 settembre a Casa Bovelli, Ferrara. Assemblea alla quale mons. Perego ha portato il proprio saluto auspicando come questo terzo anno del cammino sinodale sia di «conversione personale e comunitaria».

NATALI: «ANDIAMO DOVE ANCORA NON SIAMO»

Dopo la preghiera iniziale guidata dall’Assistente diocesano don Michele Zecchin, Alberto Natali, da alcuni mesi Presidente diocesano di AC, ha introdotto il pomeriggio di confronto: «l’Azione Cattolica vuole continuare a essere presente nella nostra Arcidiocesi, soprattutto in quelle parrocchie dove ancora non c’è», ha spiegato. Al riguardo, importante sarà il rapporto coi parroci, «con i quali non siamo in competizione ma in un rapporto di corresponsabilità». Il solo livello locale può, però, essere riduttivo: «Non dimentichiamo che più che l’AC diocesana noi siamo l’AC italiana in questa Arcidiocesi. Il centro nazionale è l’humus sul quale si sviluppa l’albero dell’AC diocesana».

Natali ha poi brevemente illustrato il Documento di programmazione 2024-2027, i cui ambiti centrali sono “Persone e Comunità”, “Comunione e Responsabilità”, “Formazione e Cultura”, “Spiritualità e Sinodalità”. Fra i temi accennati dalPresidente, l’importanza di tornare a pensare, come AC diocesana, alla cosiddetta «Pastorale d’ambiente», ragionando sulla possibilità di ricostruire il MSAC (Movimento Studenti di Azione Cattolica) e il MLAC (Movimento Lavoratori di Azione Cattolica).

GLI APPUNTAMENTI IN PROGRAMMA

Oltre ai diversi interventi dai partecipanti, sono poi intervenuti Andrea Rimondi (ACR), Francesco Ferrari (Settore Adulti), Claudia Vannella e Paolo Luciano Ferrari (Settore Giovani), per presentare ognuno i progetti dell’anno nei rispettivi ambiti.

Fra gli appuntamenti in calendario per il 2024-2025, segnaliamo il ritiro d’Avvento degli Adulti in Seminario il 1° dicembre, la Veglia dell’Adesione il 7 dicembre, la Giornata della Pace il 26 gennaio, il ritiro di Pasqua il 9 marzo e il Giubileo dei Giovani dal 28 luglio al 3 agosto. Miriam Turrini ha poi anticipato altre due importanti iniziative: dal 3 al 5 novembre prossimi a Tresigallo gli Esercizi spirituali dell’AC guidati da mons.Andrea Turazzi: il 15 e 16 novembre a Ferrara il convegno di “Teologia della pace”, sostenuto anche dall’AC.

DON MARTINELLI: «AFFIDARCI PER GENERARE»

A nome dell’AC nazionale è intervenuto don Michele Martinelli, Assistente Nazionale del Settore Giovani. All’Assemblea in via Montebello hanno partecipato una 50ina di persone, fra cui una decina di giovani. E  proprio dai giovani ha preso le mosse don Martinelli: «spesso come AC corriamo il rischio di coinvolgerli e poi di metterli da parte perché non li consideriamo ancora maturi. Invece, il momento dei giovani è questo, è adesso, dev’essere sempre il presente». Non a caso, per don Martinelli, «il nostro modello rimane Laura Vincenzi che incarna il “Voi stessi date loro da mangiare” (Mc 6, 37, ndr), avendo donato totalmente se stessa». 

Riguardo l’Icona Biblica di quest’anno associativo – il passo del Vangelo secondo Luca, cap. 5,1-11 – don Martinelli ha spiegato come «la nostra vita all’improvviso può essere travolta da qualcosa che ci sembra insormontabile. Ma il Signore ci chiede di fidarci di Lui, di affidarci a Lui. Solo così capiremo cosa fare, senza la pretesa di risolvere tutto, superando fatiche e tiepidezze spirituali»; e comprendendo davvero che «ci chiede di dare, di darci – proprio come Laura Vincenzi -, non di trattenere, non di trattenerci, ma di condividere e generare».

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 4 ottobre 2024

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Villa Melchiori “da dentro”: impressioni

2 Ott

A concentrarsi troppo sulla sua originalità, si rischia di immaginarla fluttuante su Ferrara. Ma Villa Melchiori, l’ex villino-negozio liberty al civico 184 di viale Cavour, è ben incastonata nel quartiere che la ospita.Ce ne siamo resi conto davvero solo lo scorso 27 settembre partecipando nel giardino della stessa Villa alla presentazione – a invito – del libro “Villa Melchiori. Storia di un restauro a Ferrara”, a cura di Lucio Scardino (storico e critico d’arte) e Marcello Carrà (artista-ingegnere). Un volume realizzato con BM–Studio Bosi di Marcello Bosi, che ha eseguito i lavori di restauro da poco conclusisi e che è proprietario, assieme alla moglie Maria Magdalena Machedon, di parte dell’edificio. Un centinaio i presenti allo storico (e mondano) evento. Muti e disinteressati (forse solo apparentemente) gli abitanti delle villette o dei condomini attigui, incombenti sull’ “isola felice” Melchiori, edificata in maniera così “scandalosa” 120 anni fa. I rumori e le sagome delle auto sfreccianti su Cavour, uno stendino di panni umidi su un terrazzino molto prossimo, un bambino “trascinato” da una signora oltre una semplice rete divisoria…Villa Melchiori è un gioiello dentro la vita pulsante, quotidiana e contraddittoria della città magica a cui ha donato un sovrappiù di enigma e malinconia.

Andrea Musacci

(Foto di Luigi Pansini)

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 4 ottobre 2024

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Fare rete per proporre idee utili alla politica

1 Ott

È nata l’Associazione Ferrara Popolare Europea: Guglielmo Bernabei, Rossella Zadro e Andrea Tosini i promotori. Per ora una 40ina gli aderenti

L’innesco è partito.Ci sono i volti, le prime idee. C’è una base comune dalla quale partire. A Ferrara lo scorso 27 settembre è ufficialmente nata l’Associazione politico-culturale “Ferrara Popolare Europea”, che si propone l’obiettivo ambizioso di far da rete al  mondo associativo del territorio per proporre idee e progetti utili per la politica locale. Un posizionamento, quindi, pre-politico non nel senso di acerbo o velleitario ma che si pone prima, e oltre, la politica, per rifondarla su basi più solide. Nell’assemblea svoltasi in via Pergolato 4/d (nella sede della Federazione Repubblicana), sono intervenuti i tre promotori dell’associazione: Guglielmo Bernabei, avvocato, ex Presidente di Ferrara Bene Comune;Rossella Zadro, Segretaria del Movimento Federalista Europeo – Sezione di Ferrara e vecchia conoscenza della politica (è stata anche Assessora nel primo mandato Tagliani); Andrea Tosini, giornalista e nell’ultima tornata elettorale candidato nella lista a sostegno di Daniele Botti Sindaco. «Porteremo avanti i nostri valori – ha detto Bernabei -, a partire da una tradizione cattolico-popolare che mette al centro la persona, la famiglia, la competenza e il merito, il principio di sussidiarietà, la valorizzazione dei corpi intermedi». «L’obiettivo – ha aggiunto Zadro – è di creare cultura dialogando con i cittadini, proponendo idee per dar vita a progetti concreti. Vogliamo essere un catalizzatore di associazioni del territorio, mantenendo però l’identità di ognuna. Attraverso un percorso culturale e formativo, l’obiettivo è di fare massa critica». «Cerchiamo di rispondere a una grande necessità del nostro territorio, quella di trovare un’area comune che abbia poi anche uno sbocco in politica», ha rimarcato Tosini. «Organizzeremo incontri invitando soggetti del Terzo settore, del mondo dell’impresa, di quello scientifico, per creare un’elaborazione condivisa che dia nuova linfa anche alle forze politiche».

Per ora hanno aderito all’Associazione una 40ina di persone. Il Direttivo è composto da Guglielmo Bernabei, Andrea Tosini, Rossella Zadro, Renata Gagliani, Francesco Volta, Giacomo Montanari e Carlo Ragazzi. Il Direttivo, su indicazione dell’Assemblea, ha nominato Guglielmo Bernabei presidente, Andrea Tosini vice-presidente, Rossella Zadro segretaria generale.

Fra i presenti all’Assemblea Costitutiva, è emersa la necessità di «non fare solo un’ulteriore associazione, ma un luogo di incontro di anime diverse ma simili». I termini maggiormente citati sono stati “liberale” e “riformista”:«quello del riformismo liberale è uno spazio grande, da riempire», è stato detto. Uno spazio fatto di persone concrete, come concreti sono alcuni dei temi più urgenti nel nostro territorio: il calo demografico, le sacche di povertà, la dispersione scolastica. Problematiche che riguardano soprattutto, ma non solo, la provincia.

La sfida è lanciata.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 4 ottobre 2024

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«Nel Mediterraneo si muore gridando il proprio nome»: le storie dei migranti

1 Ott

Giornata del migrante e del rifugiato. Fofana, Kimia, Hajar e gli altri: i racconti di dolore e riscatto

di Andrea Musacci

Guardare negli occhi le persone migranti, ascoltare dalla loro viva voce ciò che hanno vissuto, fermarsi a parlare con loro. Non si può affrontare il tema dell’immigrazione e dell’integrazione senza questo livello immediato di confronto.

Lo scorso 28 e 29 settembre anche a Ferrara si è svolta la 110^ Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato, organizzata dal nostro Ufficio Migrantes Diocesano diretto da don Rodrigo Akakpo assieme alle diverse comunità linguistiche presenti nella nostra Arcidiocesi, i cui rappresentanti hanno portato la propria testimonianza diretta durante la giornata del 28 settembre a Casa Cini, Ferrara, luogo scelto per la ricca giornata di testimonianze e riflessioni. Una giornata moderata egregiamente da Chanel Tatangmo Kenfack, avvocato e membro della Commissione diocesana Migrantes.

Domenica 29 settembre, invece, Santa Messa in Cattedrale a Ferrara celebrata dal Vicario Generale mons. Massimo Manservigi. La Messa ha rappresentato uno spazio di dialogo tra diverse culture e tradizioni: vi hanno, infatti, partecipato tutte le comunità linguistiche delle parrocchie diocesane (Comunità francofona, filippina, inglese, latino-americana, polacca, ucraina, romena), oltre agli italiani, ed è stata animata dal coro multietnico, con letture e canti in diverse lingue. Inoltre, alcuni fedeli delle comunità etniche presenti nella nostra Diocesi, vestiti con abiti tradizionali, hanno offerto doni caratteristici durante l’offertorio. La stessa preghiera del “Padre nostro” è stata pronunciata nelle varie lingue delle comunità presenti.

Qui tutti i racconti di fuga, di integrazione, dei salvataggi, di nuove vite.