Poveri, donne e lavoratori: Evita Perón in un nuovo libro

9 Nov

“EVITAmia. Il tango di Eva Perón” è il volume di Michele Balboni con contributi, fra gli altri, di mons. Gian Carlo Perego e di Elsa Osorio, scrittrice argentina di fama internazionale

È in uscita in questi giorni il libro “EVITAmia. Il tango di Eva Perón” (Ed. La Carmelina) di Michele Balboni, ex dirigente di ACFT, AMI, AFM – Farmacie Comunali e appassionato tanguero. Il volume – che verrà presentato il 15 novembre alle ore 17 a Palazzo Roverella, Ferrara – vede anche i contributi di mons. Gian Carlo Perego, Patrizio Bianchi, Francesca Capossele, Elba de Vita e Riccardo Modestino. Evita Perón (al secolo María Eva Duarte) nasce nel 1919 in provincia di Buenos Aires. Orfana di padre a 8 anni, a 15 lascia la famiglia per diventare attrice. Sindacalista, nel ‘45 sposa Juan Domingo Perón, allora Ministro del lavoro, più anziano di oltre 25 anni, dal ’46 al ’55 e dal ’73 al ‘74 Presidente dell’Argentina. Evita muore nel ‘52 a 33 anni: è stata una delle prime donne a fare politica e a intervenire a raduni di massa in Argentina.

Per Balboni, un personaggio politico difficile da catalogare come di destra o di sinistra: ciò che importa è «che Evita ci parlava davvero con i derelitti, i poveri, gli emarginati; con tutti coloro verso i quali l’attuale Sinistra, in tutto il mondo, non solo in Italia, fa fatica a comprendersi. E non si dica che Evita “comprava” a suon di regali tramite la sua Fondazione il consenso di costoro. Perché l’assenso e il voto si possono acquisire con carezze e prebende varie, ma non così l’affetto delle persone, se non il loro amore. Non furono in ogni caso carezze virtuali né prebende lievi ciò che Eva Duarte de Perón, Evita al momento dell’azione, realizzò in poco più di sei anni di informale ma forte potere», prosegue Balboni nel libro: «crescita delle Organizzazioni Sindacali e tutela dei lavoratori, voto femminile, assistenza sociale, incremento della scolarizzazione, lotta alla povertà. Citando così solo i titoli delle sue attività, perlopiù realizzate tramite la Fondazione Eva Perón». Per Evita – sono ancora parole di Balboni – ciò che conta sono «le relazioni personali piuttosto che le procedure e le regole, che possono diventare burocrazia». “Sono cristiana perché sono cattolica – disse lei stessa -, pratico la mia religione come posso e credo fermamente che il primo comandamento sia quello dell’amore”.

Osorio: «oggi il potere in Argentina odia i deboli»

Essenza, questa di Evita, ben colta anche nella Prefazione da Elsa Osorio, scrittrice argentina di fama internazionale: «Evita abbracciava gli indifesi, i deboli, le “piccole teste nere”, i grasitas», scrive. «Era il ponte tra Perón e il suo popolo, l’abbraccio tra Perón e la sua gente, Perón e le sue leggi sociali, così importanti. Evita ha abbracciato gli indifesi, e oggi il potere in Argentina odia i deboli, i poveri, odia tutto e tutti, tutti quelli che non sono quell’uno per cento, odia persino il suo Paese e si fa vanto di questo. E in questo contesto, Evita, per l’immaginario collettivo, oggi, che cosa sarebbe? Forse quell’onda crescente di rifiuto che io vedo crescere con speranza».

Mons. Perego: «Evita e l’impegno per i poveri»

«Il sogno di giustizia sociale di Evita, donna che ha amato i poveri, è infranto contro i carri armati e un nuovo corso della politica che al centro mette la violenza – con il dramma dei desaparesidos – e la finanza, la speculazione che porteranno nel baratro l’Argentina». Così scrive il nostro Arcivescovo in un passaggio del suo intervento. «Continua, però, l’impegno della Chiesa per i poveri in Argentina che vedrà al soglio pontificio con il nome di Francesco un argentino di origini italiane, Jorge Bergoglio, tra l’altro accusato di peronismo per il suo impegno per i poveri e la giustizia animato dal Vangelo. In lui e nella Chiesa, in qualche modo, continua il sogno di Evita e l’opera della sua Fondazione che oggi vive attraverso le opere della Caritas, l’organismo pastorale della Chiesa che in ogni angolo del mondo lavora a favore dei più poveri, degli sfruttati coniugando carità e giustizia. La carità non si spegne mai e fa incontrare “gli uomini di buona volontà”».

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” dell’8 novembre 2024

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Capatti artista liberty originale

8 Nov

Mostra a Vigarano e catalogo per l’artista che decorò anche il Poggetto

“Bozzetti Liberty a Vigarano” è il titolo della mostra, a cura di Lucio Scardino, esposta dal 30 novembre all’8 dicembre nella “Casa della Musica e delle Arti” di Vigarano Pieve (via Mantova, 111), e realizzata grazie al Comune di Vigarano in collaborazione con il locale Fotoclub. Legato alla mostra, vi è il catalogo “Ildebrando Capatti pittore e decoratore del Novecento ferrarese (Ferrara, 1878-Vigarano Mainarda, 1959)” (foto in alto: l’immagine di copertina)

In parete, scrive Scardino nel volume, «la serie di schizzi e bozzetti ad acquerello» provenienti «da una cartella un tempo conservata dalla figlia Zagomilla» forse degli anni Dieci-Venti: «non a caso un paio di essi sono siglati G. M.», ovvero la firma di Giulio Medini (1872-1954), guida indiscussa per Capatti. «Un altro foglio (monocromo studio decorativo del 1907, con belle figure di pavoni) è invece firmato dal misconosciuto Zaffagnini, classe 1885». Altre due opere sono ascrivibili a Carlo Parmeggiani. «I fiori sono i protagonisti assoluti dei bozzetti in varie declinazioni sia botaniche che stilistiche – prosegue Scardino -, in chiave naturalista o stilizzata libertynamente ma compaiono altresì figure danzanti e giovani pifferai, cariatidi e grifoni, ventagli e strumenti musicali, mentre un’opera forse si riferisce ad un concorso di carattere decorativo, presumibilmente per il Castello di Ferrara: gli ambienti della ex Prefettura in effetti vennero affrescati negli anni ’30 da Augusto Pagliarini». «In genere – scrive il curatore -, lo stile adottato in questi deliziosi bozzetti è lo stile liberty», ma non mancano «richiami alle grottesche cinquecentesche dei Filippi, al Manierismo carraccesco, a Barocco e Rococò (…) e ad un classicismo ottocentesco filtrato da ricordi dell’età umbertina».

Oltre a lavori per committenti privati (ad es. per le decorazioni della chiesa di Pescara vicino Ferrara), Capatti lavorò anche per il pubblico: «per ornati nell’aeroporto “Allasia”, fuori Porta Reno, per l’isolato della vecchia sede delle Poste, sempre in Giovecca (angolo Teatini), per la chiesetta del Poggetto a Sant’Egidio, per la sala d’aspetto della stazione ferroviaria». Riguardo al Poggetto, Capatti tra le due guerre decorò l’area absidale con litanie mariane, decorazioni in parte distrutte dai bombardamenti del ’45 e in parte coperte nel post Concilio. Capatti negli anni ’20-’40 continuò anche ad esporre come pittore nelle mostre sindacali fasciste allestite in Castello e altrove, «anche se quel che è forse il suo capolavoro resta nell’ex palazzo Todeschi, sede dal 1919 (e per pochissimi anni) della Camera del Lavoro di Ferrara: la laboriosa decorazione intitolata “L’Internazionale” e “Il Sol dell’avvenire”, eseguita assieme a Leone Caravita». Alla sua Vigarano, invece, donò un paio di quadri ispirati alle miserie degli abitanti del Delta padano, mentre la figlia allo stesso Comune regalò “Sulla tomba del compagno”, forse del 1919.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” dell’8 novembre 2024

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«Guardare con gli occhi di Dio»: padre Puccini dal Libano a Ferrara

6 Nov

Scuola, mensa e centro sanitario per aiutare i poveri a 15 km dalle bombe: il racconto del missionario nella nostra città

L’indimenticato Fabrizio De Andrè nella sua canzone “Khorakhanè (A forza di essere vento)”, dedicato al popolo Rom, parlava dell’importanza di «raccogliere in bocca il punto di vista di Dio». La necessità, dunque, di uno sguardo altro, alto, difficilissimo da assumere ma decisivo per non soccombere al male.Ed è questo che ha provato anche a trasmettere padre Damiano Puccini, missionario a Damour in Libano, dove ha fondato e dirige l’Associazione “Oui Pour La Vie – OPV “. Padre Puccini è intervenuto la sera del 30 ottobre scorso – alla fine quindi, del Mese missionario – nella chiesa diS. Maria della Consolazione, invitato da don Francesco Viali, parroco di Santo Spirito (la Consolazione fa parte della stessa Zona pastorale) e in collaborazione con la vicina parrocchia del Perpetuo Soccorso, guidata da don Roberto Solera e dal vicario don Nicola Gottardi.

CONVIVERE OLTRE I CONFLITTI

Giovanni Paolo II nel 1989 nel suo Messaggio al Libano, lo definì «un esempio di coesistenza pacifica dei suoi cittadini, sia cristiani che musulmani, sul fondamento dell’eguaglianza dei diritti e del rispetto dei principi di una convivenza democratica». E ancora, riguardo invece allo specifico della posizione di grave conflitto come quello che continua a perpetuarsi in Medio Oriente, padre Puccini ha più volte citato il Patriarca di Gerusalemme, card. Pizzaballa, e la sua premura nel sottolineare più volte come «il cristiano non si schiera con l’una o l’altra parte», non per pavidità o indifferenza ma perché «se lo facesse si metterebbe automaticamente contro qualcun altro».

«Dobbiamo imparare ad ascoltare la sofferenza», ha proseguito padre Puccini sempr56e citando il card.Pizzaballa. «Un bambino che muore è sempre una cosa ingiusta, al di là della sua nazionalità. Questo è il primo grande insegnamento, da non dimenticare mai», concetto espresso dal Patriarca anche nell’intervento in diretta dalle Clarisse di Ferrara lo scorso 1° marzo. 

Come cristiani, quindi, «dobbiamo stare nel mezzo e comprendere che per Israele il pogrom del 7 ottobre 2023 è il loro 11 settembre negli USA; dall’altra parte, quella palestinese, la nakba, il grande esodo è una ferita sempre aperta. Purtroppo, israeliani e palestinesi non riescono a intendersi nemmeno sul dolore». Per padre Puccini è dunque compito non solo dei cristiani ma «dell’Occidente non schierarsi con una parte o l’altra: l’Occidente, anzi, dovrebbe reinsegnarci a stare assieme». 

Il Libano, come detto in apertura citando San Giovanni Paolo II, può essere «un modello positivo: basti pensare al suo Parlamento, alle sue alte cariche dello Stato e ruoli nella pubblica amministrazione, assegnati equamente a cristiani, sciiti e sunniti».

FRATELLI E SORELLE NELLA SOFFERENZA E NELLA GIOIA

La missione di padre Damiano – come accennato – si trova a Damour, a metà strada tra Beirut e Sidone; una città a maggioranza cristiana e tristemente famosa per una strage nel ’76 causata dal  Movimento Nazionale Libanese con la collaborazione dell’OLP. «Qui – a 15 km dai bombardamenti – siamo l’ultima comunità cristiana rimasta», ha proseguito il missionario.«Ma la maggior parte dei media parla solo dei conflitti in corso, mentre vi sono anche tante relazioni positive, un equilibrio, una convivenza tra cristiani maroniti (che sono cattolici, ndr), ortodossi, drusi, musulmani sciiti e sunniti. Ogni morto ammazzato, fosse anche un capo di Hezbollah, è una ferita nel cuore di ogni libanese». Bisogna dunque «guardare sempre le cose col cuore, cioè con gli occhi di Dio. Noi cristiani, quindi, preghiamo il Signore che ci aiuti a non rispondere mai alla violenza con la violenza». Si tratta, quindi, per padre Damiano, oltre che di stare in mezzo, anche «di stare al di sopra» delle faide. «La nostra missione di “Oui Pour La Vie” ha realizzato a Damour una scuola, una cucina, un centro sanitario e una casa per malati di AIDS nella periferia di Beirut».Servizi più che mai necessari, soprattutto dall’inizio – 5 anni fa – della gravissima crisi economica nel Paese.

«Scopo ultimo della nostra missione – che continua ancora ora, nonostante tutto – è di far sentire che Dio c’è. Oltre a bimbi libanesi, ne ospitiamo anche di siriani e palestinesi e cerchiamo di usare con loro – e di insegnare loro – parole di amore, non di aggressione: così, cerchiamo di mostrare che Dio non li abbandona. Non è scontato – ha proseguito padre Damiano – che palestinesi e siriani, ora siano accomunati a noi come vittime, che soffrano assieme a noi: a volte, infatti, in alcuni libanesi vi è ancora la tentazione di vendicarsi dei torti passati». Ma in un mondo di forti contrapposizioni, «dobbiamo cercare di guardare come Gesù guarda ognuno dei suoi figli dalla Croce». La fede è questo, «vivere i rapporti col cuore, senza rabbia, col cuore di Gesù, quindi col sorriso.Siamo un’unica famiglia, tutti figli Suoi, fratelli e sorelle.Solo Gesù può farci sentire davvero così».

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” dell’8 novembre 2024

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Speranza, andare insieme all’incontro col Signore

30 Ott

Presente come attesa attiva del compimento in Dio: Prolusione del Vescovo alla Scuola di teologia 

Si avvicina l’inizio del tanto atteso Giubileo 2025 e si avvicina anche il 60° dalla pubblicazione della Costituzione pastorale “Gaudium et spes”. La nostra Scuola diocesana di teologia per laici ha scelto quindi di dedicare il suo programma 2024-2025 al tema della speranza, al centro dell’anno giubilare. Lo scorso 22 ottobre a Casa Cini il nostro Arcivescovo è intervenuto per la Prolusione di inizio anno dal titolo “Giubileo 2025, guardare il mondo con gioia e speranza”.

«Sperare – ha esordito – significa tendere con l’animo verso un bene futuro, desiderato. La speranza è attesa, tensione verso la pienezza, a partire da una mancanza, da un presente lacunoso. È uno slancio verso un traguardo buono, con un’attesa di miglioramento, di un orizzonte positivo. Sperare vuol dire quindi essere protesi, aperti».

LA SPERANZA CRISTIANA

Ma nello specifico, la speranza cristiana è qualcosa di più di questa speranza solo umana. Attingendo principalmente dalla “Spe salvi” di Benedetto XVI, il Vescovo ha spiegato come la speranza sia una «virtù per poter affrontare il presente», ma «non una generica attesa in un futuro positivo e indeterminato». È, invece, «attesa di Dio, di Colui che crea e sostiene la vita, di Colui che è il futuro». La speranza coincide quindi con «l’incontro col Signore». È anche miglioramento del presente e attesa, ma è molto di più: «è l’eschaton, il compimento della vita, Gesù stesso, cioè Dio dentro la storia, Dio con un volto». La speranza cristiana «non è quindi un tempo (il futuro), né un luogo (il Paradiso) ma una Persona, l’incontro con una Persona. L’Oltre è un incontro: quello con Dio». Diversi, poi, gli accenni di mons. Perego al tema della speranza in Paolo, o alla “Teologia della speranza” di Moltmann, differente dal “principio-speranza” laico-marxista di Bloch.

Avere speranza per noi cristiani significa dunque «sapere qual è la meta e raggiungerla assieme agli altri», anche e soprattutto nel dolore. L’orizzonte non può quindi che essere «un orizzonte buono, un orizzonte di salvezza. Solo così l’uomo può dirsi davvero libero dalla tentazione della desperatio, dal un fato cieco o dalla presunzione di essere il protagonista solitario della storia».

COME RENDERNE RAGIONE

Ma affinché la speranza cristiana non resti una semplice idea, è essenziale capire come darle carne e sangue. C’è solo un modo: «andando incontro alle donne e agli uomini, sentendosi solidali con loro e con la loro storia». Forti della speranza che non delude, «Cristo Risorto, pur nelle crisi della nostra società, nelle tenebre, nelle nostre difficoltà. 

La storia è teocentrica perché ha per protagonista Dio, è una storia di salvezza che ha come destino l’incontro dell’uomo con Dio. Non è una storia solo terrena, solo umana». La speranza cristiana ha quindi radicalmente «a che fare con la vita», non è – come pensavano Marx o Feuerbach – fuga, alienazione dalla realtà. Al contrario, la visione cristiana è «critica di ogni passività, di ogni fuga dal mondo e promuove invece la cittadinanza attiva». Segni di speranza – citando ancora “Spe salvi” e “Gaudium et spes” – sono la preghiera, l’azione, la sofferenza, così come la solidarietà, la collaborazione, il dialogo e il servizio.

ANDARE OLTRE

La speranza è dunque «un uscire da sé nel tempo e nello spazio, ha una dimensione costitutivamente comunitaria: per il cristiano non esiste l’io senza l’altro». Una concezione, questa, rifiutata dalla modernità. «Nessuno è una monade chiusa in sé stessa ma è aperto essenzialmente ed eternamente agli altri», ha proseguito mons. Perego. Come scrive Benedetto XVI sempre in “Spe salvi”, la speranza è sempre anche «speranza per gli altri». Ciò richiama un concetto (ancora travisato) di Hans Urs von Balthasar secondo cui non si può non sperare che l’inferno sia vuoto. Insomma, la speranza cristiana «ci fa passare dal sé al noi, dal singolo alla comunità». «Spero in Te, per noi», scriveva Gabriel Marcel.

«Non ha quindi senso – si è avviato alla conclusione il Vescovo – una speranza che non sfoci nella carità, come non si può comprendere una speranza priva di fede». 

L’incontro ha poi visto il confronto fra l’Arcivescovo e alcuni dei tanti partecipanti, i quali han posto domande e riflessioni. A una di queste, mons. Perego ha risposto spiegando che quando prega lo fa innanzitutto «affinché la vita sia accolta e difesa sempre, e che qualche nostro giovane diventi sacerdote». Ma la difficile situazione nella nostra Diocesi, come nel resto d’Italia e d’Europa, non deve farci pensare, a tal proposito, che sia così in tutto il mondo. In diversi Paesi africani e dell’Oriente, crescono le vocazioni al sacerdozio e le congregazioni religiose. Anche questo può aiutarci a non disperare, anche questo è un “segno dei tempi”.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 1° novembre 2024

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Pieve di Argenta sommersa e invasa dalle acque

29 Ott

Il monumento più antico della provincia diventa simbolo 

L’acqua, fonte di vita, a volte può diventare funesta minaccia per le popolazioni, le case e per l’equilibrio ecologico. Lo sanno bene, ultimamente, i liguri e da alcuni anni gli emiliano-romagnoli. Nella città di Ferrara i danni sono stati molto limitati rispetto ad altre zone della Romagna e del bolognese ancora una volta duramente colpiti, escluso lo spavento per le aree in zona Po.

Ma nella nostra provincia i danni e i disagi  sono stati di sicuro più consistenti. E nel Ferrarese, fuori dalla nostra Arcidiocesi, c’è un’immagine-simbolo di questa eterna lotta tra l’uomo e la natura, che è – in un altro senso – anche l’eterna lotta tra il bene e il male.

È l’immagine dell’antica Pieve di San Giorgio ad Argenta sommersa in buona parte – e in parte invasa – dalle acque.  Le abbondanti precipitazioni di questo periodo hanno ingrossato i fiumi del territorio, facendo loro superare la soglia. L’Idice ha rotto l’argine, all’altezza della Chiavica Cardinala e le famiglie residenti in zona sono state evacuate. E nella Pieve di San Giorgio tecnici del Comune, Vigili del Fuoco e Carabinieri sono dovuti entrare per un sopralluogo. La chiusura dei ponti aveva isolato la chiesa di Sant’Antonio a Campotto, dove però non ci sono stati danni.

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 1° novembre 2024

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(Foto: https://www.comune.argenta.fe.it/)

Paolo sempre in viaggio «là dove le cose nascono»

29 Ott

Paolo Micalizzi. L’ultimo saluto al critico e storico cinematografico. Mons. Manservigi: «la sua vita era un viaggio, era sempre altrove, dove le cose nascevano e accadevano. Oggi di uomini così ce ne sono sempre meno. Raccoglieva idee e le portava agli altri»

Le parole, nella vita di ogni giorno, e in particolare in un mestiere come quello del giornalista, possono essere un’arma o una carezza, una via di incontro o di conflitto. Vanno usate, più che mai, con attenzione, con una parresia sempre intrisa di attenzione all’altro, di un desiderio pieno: che quando quelle parole si interromperanno, avvenga l’incontro, il cuore e la mente si elevino, le vite e i volti delle persone si incrocino e si affianchino.

Ci sono state persone come Paolo Micalizzi che per una vita hanno tentato di usare le parole in questo modo: come ponte, come sempre nuovo sprone per continuare la ricerca.Nel pomeriggio dello scorso 24 ottobre, in chiesa e sul sagrato della Sacra Famiglia a Ferrara, in occasione delle sue esequie, le parole scorrevano discrete fra le tante persone accorse. Erano vocaboli di dolore e di riconoscenza, di un’incredulità ancora bruciante, di affetto, parole di pietà per la moglie Mara e la figlia Federica. Parole discrete, sì, ma che si rincorrevano, tanti erano gli aneddoti su Paolo da raccontare, i suoi progetti portati a compimento, le relazioni intessute, gli intrecci. C’era l’Amministrazione Comunale – nella persona dell’Assessore alla Cultura del Comune di Ferrara Marco Gulinelli -, il mondo accademico, dell’associazionismo, di tutte le varie anime della cultura ferrarese che Paolo ha attraversato e alimentato.

Le parole, quindi. Tante ora sono raccolte e si continueranno a raccogliere in un blog a lui dedicato (https://mostramicalizzi.blogspot.com), altre commoventi le ha pronunciate mons. Massimo Manservigi nell’omelia per l’amico e collega:«questo – ha detto – non è un saluto estremo ma il nostro saluto terreno, diverso da quell’abbraccio di quando il Signore tornerà per portarci là dove ci ha già preparato una dimora. E ora Paolo è col Signore, perché Lui lo conosce, perché Dio è attento a ciascuna persona come se fosse l’unica». Uno dei tratti di Paolo – ha proseguito – «era di prendere congedo, sempre pronto per andare da un’altra parte: “devo andare” in quel tal posto, diceva sempre, aveva «questa dinamica.Era sempre in ciò che doveva fare, nel luogo che doveva raggiungere, guardava sempre avanti». Come “Voce” stavamo lavorando assieme a lui per un libro che raccoglierà diversi suoi articoli usciti sul nostro Settimanale diocesano: «avrei dovuto chiamarlo a breve per dirgli che a livello di impaginazione il volume è pronto», ha proseguito mons. Manservigi. «Sembrava sempre giovane,  Paolo, sempre attivo, mai si rallentava nei suoi impegni. Era uno che – citando il Vangelo – andava a preparare posti, perché amava condividere con gli altri. La sua vita era un viaggio, era costantemente altrove, andava a vedere dove le cose nascevano e accadevano. Oggi di uomini così ce ne sono sempre meno».

E ancora: «per lui valeva sempre il motto “prendi quel che ami e portalo da un’altra parte”: era un “accumulatore seriale” di oggetti, cimeli, libri, di tutto ciò che riguardava il cinema, soprattutto ferrarese». Da qui, l’idea di donare tutto al “Centro Documentazione Studi e Ricerche Cinema Ferrarese” con sede a Palazzo Roverella, Centro di cui era ideatore e Responsabile. «La sua vita – se ci pensiamo – è la misura del tempo in cui il cinema è vissuto a Ferrara. Questo suo raccogliere, materiale e non, è un’eredità che lascia e che ora dovremmo far nostra. Lo dobbiamo a una persona equilibrata, pronta al dialogo, anche se a volte poteva sembrare sbrigativo, preoccupato com’era di arrivare al dunque, di portare a termine i suoi tanti progetti, ma sempre rispettoso delle persone con le quali aveva a che fare. Paolo ci ha donato qualcosa che nessun altro potrà donarci».

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 1° novembre 2024

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(Foto: https://www.cdscultura.com/)

La “Voce” senza Paolo

26 Ott

Un ricordo del critico e storico cinematografico Paolo Micalizzi, scomparso la notte tra il 19 e 20 ottobre

di Andrea Musacci

Già quando nella tarda mattinata di sabato 19 ottobre mi aveva chiamato, la voce stanca, ero dispiaciuto nel sentirgli dire: «non so se faccio in tempo a inviarti il pezzo per Cinenotes perché ho avuto la febbre alta». La mia risposta – «va bene, saltiamo una settimana, non succede niente» – pur sincera non faceva trapelare la stranezza di immaginare un numero della Voce senza la sua rubrica. Poi aveva aggiunto: «riesci a riempirlo comunque quello spazio?». «Sì, Paolo, non ti preoccupare…». Certo, lo abbiamo riempito, ma sembra rimasto vuoto. 

In questo mio ricordo avrei voluto raccontare i tanti progetti e attività della sua vita, ma avremo tempo per farlo con più calma e in parte lo fa chi lo ricorda in questa pagina (v. qui “La Voce” del 25 ottobre 2024). Voglio solo aggiungere che Paolo nasce a Reggio Calabria nel 1938 e a soli 21 anni (il 1° maggio ’59) viene assunto dalla Montecatini di Ferrara, dove lavorerà fino alla pensione. Come critico cinematografico esordisce alla Gazzetta Padana di Ferrara: un secondo lavoro che lo affaticava ma che – mi raccontava poche settimane fa – faceva con enorme passione. Nel giugno 2021 lo intervistai per La Voce e come ultima domanda gli chiesi i suoi progetti per il futuro: «Continuare a tenere viva con articoli, libri e iniziative che intendiamo attuare come Cineclub Fedic Ferrara, la tradizione di Ferrara e il suo cinema…». Lo ha fatto fino all’ultimo, finché ne ha avuto le forze. 

Grazie di tutto, Paolo.

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 25 ottobre 2024

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«È il nostro momento, il momento della carità»

25 Ott

Mons. Elios Giuseppe Mori. Presentato il libro con le sue lettere negli anni ’40 da Roma a mons. Bovelli

Un giovane seminarista prima, un sacerdote poi, immerso nella realtà, la cui fede vive nell’esperienza degli incontri.È questo che emerge dalle circa 50 lettere che  negli anni ’40 da Roma il giovane seminarista Elios Giuseppe Mori (Mizzana 1921- Verona 1994) scrive al suo Vescovo di Ferrara mons. Ruggero Bovelli. Mori fu a Roma dal 1940 al 1946, ospite del Pontificio Seminario Lombardo, allora diretto da mons. Franco Bertoglio. Nella Capitale si trova per studiare alla Pontificia Università Gregoriana e viene ordinato sacerdote il 23 dicembre ’44 in San Giovanni in Laterano.

Le lettere di Mori a mons. Bovelli, conservate nell’Archivio storico diocesano di Ferrara, ora sono al centro del nuovo Quaderno del CEDOC – Centro di Documentazione di Santa Francesca Romana, in occasione del 30° anniversario della morte del sacerdote.

Il volume “E. G. Mori, L’amicizia: il primo apostolato. Lettere di don Elios Giuseppe Mori a mons. Ruggero Bovelli (1940-1947)”, è a cura di Paolo Gioachin, Francesco Paparella e Miriam Turrini, e ha la postfazione di Marcello Musacchi. È disponibile in cartaceo (a offerta libera) nella segreteria della Scuola di teologia a Casa Cini, mentre a breve sarà disponibile anche gratuitamente in digitale a questo link http://santafrancesca.altervista.org/biblioteca.html

Il volume è stato presentato proprio a Casa Cini lo scorso 17 ottobre nella prima lezione (eccezionalmente aperta a tutti) della Scuola diocesana di teologia per laici “Laura Vincenzi” (foto).

Quasi 200 i partecipanti all’incontro (dei quali 50 presenti in sala e i restanti collegati on line da casa).

Si diceva della concretezza di don Mori; e Miriam Turrini nel proprio intervento il 17 ottobre ha spiegato come il seminarista/sacerdote «ricercava sempre nuove forme di apostolato in un mondo secolarizzato».Questi raccolti, ha proseguito, «sono documenti fondamentali per comprendere gli anni della formazione di Mori» («è il nostro momento», scrive lui stesso a mons. Bovelli); lettere dalle quali emergono anche tratti del suo carattere come la grande ironia e la vivacità intellettuale. Ma nel rapporto epistolare col suo Vescovo «al centro c’è sempre Ferrara e le sue prospettive pastorali, connesse anche al suo ritorno in città». A Roma lavora anche, dall’autunno 1940 alla primavera 1943, nell’oratorio del quartiere Monte Celio con i ragazzi di strada e, appena può, va anche a San Pietro ad ascoltare il Papa; scrive a tal proposito: «Ho una grande gioia nel cuore (…). Gli ho gridato ancora che gli voglio bene».

Sono gli anni terribili della guerra – come ha spiegato Gioachin -, con tanti profughi che arrivano a Roma nell’illusione, in comune con tanti residenti, che la CittàSanta potesse essere risparmiata dai bombardamenti. Ma non sarà così, San Lorenzo è un nome che sta a lì a ricordarlo tragicamente. Dal settembre ’43 al giugno successivo Roma sarà occupata dai nazisti con gli orribili episodi, solo per citarne due, dell’eccidio delle Fosse Ardeatine e del rastrellamento del ghetto. Dopo l’8 settembre ’43, lo stesso Pontificio Seminario Lombardo ospiterà un centinaio di rifugiati, fra cui atei, comunisti, ebrei (quest’ultimi almeno una 30ina e che Mori, per ragioni di sicurezza, nelle lettere chiama «circoncisi»). Ma, scrive lo stesso Mori a mons. Bovelli – che considerava come un padre -, «portare Cristo a chi non lo conosce (…) è un miraggio che mi esalta». «È questo il momento della carità senza limiti, senza distinzioni», continua. E ancora, riferito ai rifugiati: «la carità di Cristo non guarda al colore, alla religione, alla razza».

Paparella nel suo intervento ha raccontato l’accoglienza e l’irruzione dei nazisti (la famigerata “banda Koch”) nel Seminario Lombardo la notte del 21 dicembre ’43, rastrellamento che, per fortuna, non andò a buon fine in quanto gli ospiti, prevedendolo, si erano organizzati per fuggire in tempo rifugiandosi in un vicino edificio.

Nel ’44 don Mori ritorna a Ferrara, in una città – così la descrive – «sconquassata  e febbricitante». Ma anche qui, e per il resto della sua vita, centrale sarà la pastorale d’ambiente (basti pensare alla “Gioventù Operaia Cristiana” a Ferrara), vera e propria pastorale dell’incontro, dell’amicizia, della prossimità, anche con gli operai e i sottoproletari, ma senza rinunciare alla dimensione mistica: a tal proposito, nel ’41 a Bovelli don Mori riflette come, alla fine, il «soprannaturale, la preghiera fanno tutto».

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 25 ottobre 2024

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Regal e Berco: 557 licenziamenti. Il lavoro che manca o è sottopagato

19 Ott
Foto Kateryna Babaieva


I 77 dipendenti della sede di Masi Torello hanno ricevuto la notifica via mail mentre lavoravano. Ma l’azienda USA non è per nulla in crisi. I dati delle delocalizzazioni e dei salari in Italia

di Andrea Musacci

In un’epoca nella quale a dominare l’immaginario collettivo vi sono miti come quello del lavoro autonomo che rende automaticamente liberi, del lavoro ideale da casa, di quello automatizzato, del self made man, una mattina, in un piccolo Comune come quello di Masi Torello mentre tu, operaio, sei a lavorare, vieni a scoprire da una mail che sei stato licenziato. È quello che è accaduto – senza nessun preavviso – lo scorso 7 ottobre a 77 lavoratrici e lavoratori della Regal Rexnord (ex Tollok), azienda del Wisconsin che produce componenti per pale eoliche. Si tratta di 49 operai, 25 impiegati e 3 dirigenti. 75 i giorni per avviare la procedura di fine rapporto. Fra questi, 4 coppie di coniugi, con figli piccoli a carico e un mutuo da pagare.

La Regal Rexnord ha comunicato via Pec i licenziamenti, motivando la scelta con la decisione di delocalizzare la produzione in India e in Cina, dove il costo del lavoro è più basso e le condizioni fiscali più vantaggiose. Il gruppo Regal Rexnord ha chiuso il 2022 con un fatturato di 5,2 miliardi, in crescita del 36%; il 2023 invece è stato chiuso a 6,2 miliardi, con un utile ipotizzato a 270 milioni. I conti di Regal Rexnord Corporation, comprensivi di fatturato, spese, profitti e perdite sembrano solidi: il fatturato totale per l’ultimo trimestre è di 1,55 miliardi di dollari, in calo del 0.01% rispetto al trimestre precedente. L’utile netto nel secondo quadrimestre 2024 è di 62,5 milioni di dollari. Nessuna crisi dell’azienda, quindi. Anzi. I sindacati si sono subito mobilitati con presidio permanente davanti ai cancelli, la proclamazione dello sciopero a oltranza e un incontro nella sede di Confindustria Ferrara lo scorso 9 ottobre, che ha portato a un nulla di fatto. Il 15 ottobre è previsto un tavolo in Regione convocato dall’Assessore Colla per cercare di trovare una soluzione.

Appena due giorni dopo, a pochi km di distanza, la Berco, azienda   del gruppo Thyssen Krupp specializzata in sottocarri agricoli, annuncia 550 esuberi (oltre alla cancellazione della contrattazione aziendale), dei quali 480 nella sede di Copparo che conta circa 1250 dipendenti, gli altri in quella di Castelfranco Veneto (Treviso), dove lavorano 150 operai. Situazioni gravi in un contesto non felice per l’automotive: ad oggi la richiesta di ammortizzatori sociali riguardano lo stabilimento della VM (Cento), Sagom Tubi (Cento), ZF (zona SIPRO), Sirtec e Tecopress (Dosso), Reflexallen (Cento). 

DELOCALIZZAZIONE E COSTO DEL LAVORO

Da uno studio di Porsche Consulting (società di consulenza tedesca) del 2023, il costo del lavoro in Cina è del 400% inferiore a quello italiano, del 300% a quello americano, del 600% a quello tedesco e francese. Si parla poi di “riglobalizzazione selettiva”: un’azienda europea può pensare a delocalizzare in Romania dove il costo del lavoro è solo del 17% superiore a quello cinese (quindi quasi tre volte meno che in Italia) e al Mediterraneo in generale. Secondo dati dell’agenzia Eurofound (Fondazione UE per il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro), tra il 2003 e il 2016 sono stati 752 i casi di delocalizzazione, di cui 352 a destinazione di un altro Stato membro dell’Unione Europea; e dei 197.927 impieghi persi in 13 anni, 118.760 possono essere collegati ad un trasferimento della produzione aziendale verso un altro Paese membro dell’UE, soprattutto dell’est Europa.

IN ITALIA SALARI IN CALO

Ma nel nostro Paese, anche dove il lavoro rimane, i salari calano: rispetto a gennaio 2021, sono scesi, infatti, del 10%. È quanto emerge dall’indagine realizzata alcuni giorni fa da Legacoop con Prometeia, che analizza andamento dei prezzi e impatto dell’inflazione. Secondo lo studio, da inizio 2021 a oggi i salari orari sono cresciuti in media in Italia dell’1,2%, contro il +3,3 dell’area euro. Le cause risiedono nei «ritardi nei rinnovi contrattuali», nell’«assenza di un salario minimo e di meccanismi di indicizzazione». E dopo il picco registrato nell’ottobre 2022 al culmine della crisi energetica, il tasso di inflazione in Italia continua a scendere, collocandosi al di sotto della media dell’eurozona. Ma se le imprese sono riuscite a difendersi trasferendo i maggiori costi sui beni finali, i salari hanno invece subìto, soprattutto in Italia, una forte erosione del potere d’acquisto.

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Workers buyout: quando i lavoratori salvano l’azienda comprandola

Di cosa si tratta e quanti sono in Italia. Il caso della “Girasole” a Porto Garibaldi

In inglese si chiama workers buyout (WBO) ed è il salvataggio di un’impresa in crisi (o senza successori) da parte dei lavoratori che subentrano nella proprietà e nella conduzione, quasi sempre organizzandosi in cooperativa e investendo risorse proprie, come l’indennità di disoccupazione e il Tfr. Con le “imprese rigenerate dai lavoratori” si preservano il sapere tecnico, le abilità professionali e le relazioni commerciali già esistenti e si può arrivare anche a uno sviluppo significativo del giro di affari, a fronte di un fallimento altrimenti già segnato. Può essere, questa, una soluzione alle tante possibili crisi. E in questo l’Italia è avanti rispetto ad altri Paesi. Il primo caso è stato quello della Scalvenzi di Brescia, salvata nel 1985 e ancora in attività: produce compattatori e, dal 2015, anche componenti per scooter elettrici.

Nel 1986 nasce CFI (Cooperazione Finanza Impresa) a seguito dell’entrata in vigore della Legge Marcora e, da allora, ha finanziato 332 workers buyout, per un totale di oltre 10mila posti di lavoro, con il sostegno delle organizzazioni sindacali. CFI è vigilata dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy, è partecipata da 393 cooperative e dai fondi mutualistici di Confcooperative, Legacoop e Agci, le tre associazioni cooperative che ne hanno promosso la nascita.

Nel 1996 l’apertura da parte della Commissione Europea di una procedura d’infrazione aveva bloccato l’operatività della legge, ma nel 2001 la legge di riforma ha recepito le intese raggiunte con la Commissione Europea. Nel 2014, ai lavoratori riuniti in cooperativa è stato attribuito il diritto alla prelazione nelle procedure che prevedono l’affitto o l’acquisto delle aziende o dei rami d’azienda di cui essi erano dipendenti. CFI ha sostenuto 584 imprese cooperative di lavoro – e, a partire dal 2002, sociali – realizzando investimenti per complessivi 335,7 milioni di euro e contribuendo al mantenimento di 28.486 posti di lavoro. Se si considera solo l’ultimo periodo, dal 2011 ad oggi, i workers buyout sono 93. Con un apporto di 49,3 milioni di euro, sono state instradate e assistite imprese cooperative che occupano oltre 2mila lavoratori e arrivano a un valore della produzione consolidato superiore a 500 milioni di euro. In 12 anni, il ritorno per lo Stato, tra imposte dirette, imposte sul lavoro e contributi previdenziali, è stato superiore a 300 milioni di euro. 

IN EUROPA

Anche in Europa gli esempi di aziende salvate dai lavoratori sono numerosi, ma concentrati soprattutto in Paesi come Francia e Spagna. In Spagna, la confederazione delle cooperative di lavoratori COCETA, è composta da circa 17.600 cooperative di lavoratori, per un totale di oltre 305.000 posti di lavoro e, negli ultimi cinque anni, ha sostenuto oltre 500 workers buyout. In Francia, invece, secondo i dati della Confédération générale des Scop, delle 300 nuove cooperative create nel Paese lo scorso anno, l’8% è nato dall’acquisizione di un’azienda in difficoltà mentre il 15% dal trasferimento di un’azienda sana.

IN EMILIA-ROMAGNA

Dal 2007, in Emilia-Romagna il workers buyout è in continua ascesa, una risposta ai tanti casi di crisi aziendali. Ad oggi – come riportato dal sito della Regione Emilia-Romagna – sono 56 le nuove cooperative create, quasi 1200 posti di lavoro salvati. Più di 10 nuove cooperative all’anno dal 2012. Il meccanismo distribuito su tutto il territorio regionale (2 a Rimini; 8 a Reggio Emilia; 3 a Ravenna; 1 a Parma; 4 a Modena; 2 a Ferrara; 30 a Forlì-Cesena; 6 a Bologna) e che si indirizza verso tutti diversi settori (il 5%nel settore agricoltura; il 60% nell’industria di cui quasi la metà nell’edilizia; il 35% nel settore dei servizi).

Un esempio nel Ferrarese è quello della Cooperativa Lavanderia “Girasole” a Porto Garibaldi, guidata da Matteo Tomasi: da 14 dipendenti, nel tempo sono diventati 25 e con un fatturato in espansione.

LA PROPOSTA DEL FORUM DISUGUAGLIANZE DIVERSITÀ

Il Forum Disuguaglianze e Diversità (nato nel 2018 e di cui fa parte anche Caritas Italiana), per promuovere un maggiore ricorso ai WBO fa alcune proposte: «prendere in considerazione l’opzione WBO come prima alternativa nell’affrontare le crisi aziendali – ai cosiddetti “tavoli di crisi” che lo Stato organizza con imprenditori e imprenditrici e sindacati – e prima ancora di questo stadio, per pianificare con i rappresentanti dei lavoratori e delle lavoratrici e dell’azienda le azioni in grado di garantire continuità all’attività imprenditoriale; introdurre un premio fiscale all’impegno dei lavoratori e delle lavoratrici nella rigenerazione dell’azienda; accelerare i tempi per l’acquisizione dell’impresa e il suo avvio come WBO; rafforzare la formazione dei lavoratori e delle lavoratrici affinché essi possano svolgere con effettiva competenza e autonomia la nuova funzione di soci-imprenditori e socie-imprenditrici». Il tutto, con un maggiore coinvolgimento di sindacati, organizzazioni imprenditoriali, sistema cooperativo, istituzioni e sistema bancario-finanziario.

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 18 ottobre 2024

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Telepace, una storia ferrarese: la nostra città al centro del progetto

19 Ott

Lo scorso 8 ottobre è tornato al Padre il fondatore don Guido Todeschini. Angiolina Gallani ci racconta come Ferrara fu importante per questa tv

Telepace è il nome di una delle più note emittenti televisive cattoliche, nata quasi mezzo secolo fa. Ma in pochi sanno che il nome di Telepace per molto tempo è stato strettamente legato a quello di Ferrara.

A raccontare questa storia a “La Voce” è Angiolina Gallani, Ministra dell’Ordine Francescano Secolare di Ferrara e 40 anni fa colei che, assieme al marito, ha portato Telepace a Ferrara. L’occasione per questo ricordo è il recente ritorno al Padre (lo scorso 8 ottobre) a 88 anni di mons. Guido Todeschini, fondatore dell’emittente televisiva a Cerna, nel veronese, in quella “Casa Gioiosa” ancora oggi sede di Telepace. E sempre a Cerna, sul Colle della Pace, su invito di San Giovanni Paolo II, don Todeschini realizzò un Santuario dedicato a Maria “Stella dell’Evangelizzazione”.

Ma torniamo a Ferrara, a inizio anni ’80. «Una sera – ci racconta Gallani – a me e mio marito, l’ing. Nino Masina, ci telefona padre Guglielmo Gattiani» – cappuccino ai tempi a Faenza, morto nel ’99 e oggi Venerabile – per chiederci se eravamo disponibili a diventare animatori di Telepace a Ferrara. Padre Guglielmo andò da don Todeschini, che da poco aveva aperto Telepace, per parlargli del suo sogno di avere una tv cattolica mondiale…». La casa di Angiolina e del marito diviene quindi la sede ferrarese di Telepace. «Ai tempi non c’era internet – prosegue Gallani – e quindi ci recavamo regolarmente a Verona per prendere il palinsesto di Telepace e diffonderlo a Ferrara. Don Casaroli, ai tempi Direttore della “Voce”, lo pubblicava anche sul nostro Settimanale diocesano». Ben presto a Ferrara nasce quindi il gruppo degli “Amici di Telepace” per sostenere l’emittente tv: sede del gruppo erano i locali della parrocchia di San Biagio e Santa Maria Nuova allora guidata da mons.Italo Marzola. Don Todeschini viene anche due volte a Ferrara per incontrare personalmente i volontari di Telepace.

«La prima trasmissione locale a Ferrara mediante Telepace – prosegue Gallani – avviene in occasione della festa della Madonna delle Grazie nell’ottobre del 1988». Uno dei giorni dell’anno più importanti per la nostra Diocesi, diventa anche un giorno memorabile a livello di comunicazione. 

Due anni dopo, don Todeschini e i tecnici di Telepace saranno impegnati per immortalare la storica Visita Pastorale a Ferrara-Comacchio di papa Giovanni Paolo II il 22 e 23 settembre 1990. «Io e mio marito li accompagnavamo», sono ancora parole di Gallani. «Siamo stati anche a Pomposa, tante sono state le interviste a sacerdoti e a semplici fedeli, e le riprese in diversi luoghi, fin dai precedenti mesi estivi». E in quell’occasione, Angiolina assieme al marito, ai loro due figli, a don Todeschini, ad altri volontari ferraresi di Telepace e a padre Guglielmo Gattiani hanno potuto incontrare riservatamente il Santo Padre in Arcivescovado a Ferrara: «è stato un grande dono per noi, che non dimenticherò mai».

Successivamente, una signora ferrarese (che ha sempre voluto mantenere l’anonimato) ha finanziato per tre anni il passaggio di Telepace al satellite, dal 1998 fino al Giubileo del 2000. Sul satellite, Telepace vi è rimasta fino al 2001, e ora si trova sul digitale (canale 76 per il Veneto e Mantova, per Roma e Rieti 75), in streaming qui https://www.telepace.it/diretta-streaming/ o sull’app per smartphone e tablet.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 18 ottobre 2024

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