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Uno sguardo profondo sulla rivoluzione in atto: il libro “Riflessioni per tempi incerti”

16 Nov

“Riflessioni per tempi incerti” è il volume corale con riflessioni sulla pandemia edito da Festina Lente. Tra gli altri, ospita contributi del card. Josè Tolentino De Mendonca, di Chiara Giaccardi, Pietro Gibellini, Emilio Isgrò, Mauro Magatti, Alberto Maggi, Alessandra Smerilli e Franco Arminio

«Indietro non torneremo o, meglio, ci torneremo poco e male. Ci sarà un po’ di inerzia, un po’ di riluttanza, ma il passaggio è avvenuto». Le parole sono di Luciano Floridi, docente di filosofia, e fanno parte dell’importante volume corale appena pubblicato dalla ferrarese Festina Lente Edizioni di Marco Mari.
“Riflessioni per tempi incerti” è il titolo del libro che raccoglie gli interventi di 11 personalità, frutto di una serie di video-conferenze organizzate da marzo a ottobre scorsi dalla Cooperativa Cattolico-democratica di Cultura con sede a Brescia.
Sono scrittori, poeti, biblisti, artisti, economisti e sociologi: Luigi Alici, Franco Arminio, Carlo Bellavite Pellegrini, Luciano Floridi, Chiara Giaccardi, Pietro Gibellini, Emilio Isgrò, Mauro Magatti, Alberto Maggi, Alessandra Smerilli e il card. Josè Tolentino De Mendonca.
«Anche in situazioni di estrema difficoltà, in cui il dialogo interpersonale è fortemente compromesso, crediamo resti vivo l’insegnamento socratico di chiedersi qual è il senso di ogni cosa che facciamo, del rapporto tra il proprio agire e la propria “città”, ovvero del vivere insieme agli altri», scrive nell’Introduzione del testo Filippo Perrini, Presidente della Cooperativa bresciana.
Ed è quello che, da angolature differenti, provano a fare tutte le persone coinvolte, per riflettere, in periodi diversi, dell’emergenza che stiamo vivendo, su cosa ci insegna questa pandemia a livello spirituale, sociale, economico e relazionale.
«È un tempo purificatorio», riflette il card. Tolentino De Mendonca. «L’immagine prometeica che noi abbiamo – l’immagine di una onnipotenza che la nostra società vende come propria auto rappresentazione – è completamente fallita». Dobbiamo quindi, prosegue, costruire «processi di coscienza su noi stessi» e «processi di conoscenza di Dio». Sui processi riflettono ad esempio anche i coniugi e sociologi Giaccardi e Magatti. È la prima dei due a scrivere: «quello che ci aspetta è un guardare avanti, un mettere in movimento dei processi».
E lo sguardo di ognuno dei contributi è radicalmente proiettato nell’avvenire: «non vedo più una Chiesa che va avanti organizzando grandi eventi», è il pensiero di Smerilli. «Forse abbiamo capito che dobbiamo lavorare per processi, innescare processi, e, passo dopo passo, arrivare alle persone e portare la buona notizia».
Ma la profondità orizzontale, verso l’altro e verso il futuro, non può non accompagnarsi alla profondità interiore, dentro di sé e a fondo nel pur tragico presente, che ci costringe a gettarci alle spalle ipocrisie e scorciatoie. «Non è vero che la fragilità è uno stato accidentale e transitorio (…). La fragilità è una condizione costitutiva delle creature e del creato», scrive ad esempio Alici, ed è Maggi a riflettere sul senso cristiano del morire e sulla rimozione della morte nella società moderna e in particolare in quella contemporanea. Una rimozione terribile, che ci interroga sull’importanza di riscoprire una verticalità nelle nostre esistenze: «la poesia è una sorta di sentinella del sacro», riflette il poeta Arminio. «Noi abbiamo bisogno di intensità. Abbiamo bisogno di lavoro, ovviamente, di regole. Questo lo sappiamo. Però, abbiamo anche bisogno di intensità, di sacro, di senso. Direi pure che abbiamo bisogno di Dio».
Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 20 novembre 2020

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Un’eco-politica per non sprofondare nell’Inferno 2.0

26 Ott

Intervista ad Andrea Gandini (Cds) in occasione della presentazione dell’Annuario Socio-Economico: critica del neocapitalismo e proposte a partire da donne e giovani

La 33esima edizione dell’Annuario Socio-Economico Ferrarese – dedicata ai temi dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile dell’Onu – sarebbe dovuta uscire la scorsa primavera 2020, ma il Covid ha bloccato tutto.
L’Annuario 2020 è quindi stato pubblicato a marzo sul sito del Centro ricerche Documentazione e Studi (Cds) di Ferrara (https://www.cdscultura.com), Associazione presieduta da Cinzia Bracci. Successivamente, appena possibile, è stato anche stampato: un’edizione, quella cartacea, che raccoglie anche ulteriori contributi di alcuni degli autori presenti nella versione online e di nuovi, alla luce della sopravvenuta emergenza sanitaria ed economica. Cds Cultura ha presentato il volume il 9 e 10 ottobre scorso nella sede del Consorzio Grisù in via Poledrelli a Ferrara all’interno del Festival dello Sviluppo Sostenibile di ASviS (Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile). Una terza sessione di presentazione dell’Annuario si terrà il 13 novembre (Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne), interamente dedicata all’Obiettivo 5 – Parità di Genere.
Come accennato, l’Annuario 2020 è stato organizzato secondo i principi di Agenda 2030, come primo esperimento in Italia di rapporto elaborato a livello locale con il contributo di una molteplicità di autori provenienti da quella rete articolata che ASviS e la stessa Agenda 2030 auspicano: docenti, ricercatori, imprese, associazioni di categoria e sindacati, professionisti, rappresentanti delle categorie economiche, sindacali, dell’associazionismo e del volontariato. Ogni capitolo dell’Annuario corrisponde a un obiettivo di sviluppo sostenibile.
Se guardiamo all’imperversare di nazionalismi, all’acuirsi delle contraddizioni del neocapitalismo, alla crisi ecologica, aveva ragione Antonio Gramsci quando scriveva: «Il vecchio mondo sta morendo. Quello nuovo tarda a comparire. E in questo chiaroscuro nascono i mostri». Abbiamo interpellato Andrea Gandini, Direttore dell’Annuario e membro del Comitato direttivo del Cds, per analizzare questa grave situazione a livello globale e delineare alcune direttive per immaginare un sistema socio-economico differente.
«Con la fine del comunismo reale si è pensato che il capitalismo liberista e uno stile di vita consumista e individualista fosse l’unico “modello” positivo che avrebbe aumentato la ricchezza, una sua migliore distribuzione, la qualità della vita», riflette con noi Gandini. «Dopo 30 anni sappiamo che le cose sono andate molto diversamente. In alcuni Paesi poveri, in Cina, India almeno un miliardo di persone sono uscite dalla povertà e oggi hanno buoni salari, così come vantaggi enormi sono andati a tutti i ricchi del mondo (circa 50 milioni), ma i salari di operai, commercianti, artigiani e dei ceti medi europei e americani non sono cresciuti (circa 700 milioni). E sono soprattutto aumentate le minacce ambientali al pianeta al punto tale che, se dovesse proseguire questo tipo di produzione e consumo, porterebbe nell’ipotesi peggiore all’estinzione della specie umana e, in quella migliore, a un Inferno 2.0 che consegnerebbe ai nostri figli un mondo inospitale tra riscaldamento globale, crescenti alluvioni, siccità, tornado e pandemie prodotte dalla deforestazione e crescente urbanizzazione. In sostanza la qualità della vita di quasi tutti sta peggiorando».
Ma la gravità della situazione e il pessimismo a cui sembra portare riguardano anche altri ambiti. «Le grandi multinazionali del web e farmaceutiche – prosegue Gandini – “spingono” per portarci in un mondo dove domini il digitale (web, tv, virtuale) e tendono a farci credere che le cure debbano avvenire soprattutto attraverso farmaci e vaccini, anziché pensare innanzitutto a come migliorare la qualità della vita. Un mondo, insomma, che gradualmente distrugge la vita di relazione, le comunità locali, le famiglie e dove tutti saremo più soli e dipendenti».
Gli chiediamo allora se è ancora possibile – con la fine delle grandi utopie e un presente malato come quello che ci tocca vivere – immaginare un sistema più fraterno, e in che cosa sostanzialmente si distinguerebbe dall’attuale. Un sistema dove, come scrive il Papa in “Fratelli tutti”, «il diritto di alcuni alla libertà d’impresa o di mercato non può stare al di sopra dei diritti dei popoli e della dignità dei poveri; e neppure al di sopra del rispetto dell’ambiente» (FT 123). Un pianeta, quindi, quello dove abitare, «che assicuri terra, casa e lavoro a tutti», come «vera via della pace» (FT 127).
«Bisogna cambiare strada – riflette con noi Gandini -, come dice il Papa e come recita il titolo dell’ultimo libro di un grande vecchio, Edgard Morin. Un’economia basata sull’uso indiscriminato delle materie prime e dei rifiuti deve lasciare posto a un’economia circolare che produca pochissimi rifiuti. I ricchi devono tornare a pagare le tasse, almeno più di oggi se non proprio come una volta, l’iva deve alzarsi sui consumi che inquinano, i poveri devono essere aiutati localmente da chi – Comuni e associazioni di volontariato – li conosce e non dall’Inps e non solo con soldi ma con servizi personalizzati. Con il crollo della natalità – prosegue nell’analisi – dobbiamo programmare flussi di immigrazione legale in modo che, come avviene negli altri Paesi europei, gli immigrati lavorino, siano integrati nella nostra cultura e portino benessere a tutti. Le aziende devono tornare ad aiutare i propri dipendenti e la comunità locale. La politica deve investire nella sanità territoriale, nei medici di famiglia, nella scuola, il cui modello di apprendimento va cambiato integrandolo con laboratori manuali, artistici, con uscite all’aperto, rafforzando l’alternanza scuola-lavoro, pagando di più i maestri, facendo seri concorsi».
Infine, ma non certo meno importante, «gli anziani possono rimanere più anni al lavoro con un part-time in modo da aiutare i colleghi e i giovani, mentre le donne devono essere assunte – insieme agli stessi giovani – in maggior numero perché da loro dipende il futuro del Paese. Politiche che i Governi devono fare se non vogliamo continuare a declinare».
E della concretezza il Cds fa la propria ragione d’essere, senza mai fermarsi ad analisi pur precise e profonde. Di riforme praticabili, frutto di concrete sperimentazioni e ampiamente trattate nell’Annuario 2020, Gandini ha accennato anche intervenendo nel sopracitato incontro del 9 ottobre scorso a Grisù.
Oltre a quelle condivise con noi, citiamo «l’allargamento dell’ascolto e della partecipazione alle istanze della società civile organizzata che hanno esperienze consolidate e l’apprendere dalle buone pratiche», oltre a «un nuovo Piano del lavoro sostenibile nazionale, regionale e comunale – anche come leva per rinnovare le stesse burocrazie -, che porti all’inserimento di giovani con contratti di Prima Esperienza, all’implementazione della transizione dagli studi al lavoro (partendo da Istituti Tecnici e Professionali), al potenziamento dell’alternanza scuola-lavoro».
«Non ci salverà la crescita di un capitalismo tecno-economico – conclude Gandini – ma solo i cambiamenti negli stili di vita personali uniti a un’eco-politica basata sul lavoro e la creatività dei nostri giovani e delle donne».
Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 30 ottobre 2020

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Felisi, creazioni di grande qualità: «così l’azienda è cresciuta»

26 Apr

imagesNonostante la propensione globale, cuore e testa di Felisi rimangono saldamente a Ferrara. In via Giovanni Calvino, infatti, vi è la sede principale, con il laboratorio, gli uffici commerciali, la progettazione e lo show room. A poche centinaia di metri si trova un altro capannone dove avviene principalmente il taglio delle pelli. Ma come nasce Felisi? «Nel 1973 – ci spiega Anna Lisa Felloni – il mio ex marito ed io decidemmo di intraprendere quest’avventura. A quei tempi era più facile aprire questo tipo di attività, vi era molto fermento. Abbiamo iniziato in casa producendo cinture, per poi passare alle borse, rivolgendoci soprattutto a una clientela giovanile. La prima prodotta è stata una borsa porta campionario per un nostro amico rappresentante di maglieria: è un modello che produciamo ancora». Negli anni l’azienda è cresciuta, sempre più vi è stato bisogno di dipendenti, oltre che di laboratori, e sempre più grandi. «Quando siamo arrivati nell’attuale sede in via Calvino, ci sembrava così grande che ci chiedevamo come saremmo riusciti a riempirla: poi, negli anni abbiamo addirittura avuto bisogno di altri immobili…». Un periodo di crisi l’azienda l’ha vissuto nel ’93, quando le strade della Felloni e dell’allora marito si sono separate, ma da allora Felisi è ripartito ancora più forte, anche grazie ai fedeli clienti giapponesi.

Oltre alle due sedi nella zona della piccola media industria di Ferrara, dove avviene la lavorazione dei portafogli e di piccole quantità di borse, «abbiamo altri sei laboratori in provincia che lavorano solo per noi. In tutto abbiamo una settantina di dipendenti, quasi tutte donne a parte tre uomini: lo stilista Domenico Bertolani, il Direttore di Produzione e un tagliatore. Le pelli che lavoriamo – prosegue la Felloni – provengono tutte dalla Toscana, per la precisione da Santa Croce sull’Arno, e sono tutte conciate al vegetale». Infine, l’anno prossimo, per i 45 anni dalla nascita, vi è il progetto di una borsa speciale che verrà realizzata in collaborazione con Claudio Gualandi, dove verrà rappresentata “Casa Felisi”.

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 26 aprile 2017

Le borse Felisi alla conquista del mondo

26 Apr

Si rafforza il marchio nato nel 1973 in via Cammello. Un simbolo della città diventato sinonimo di classe e affidabilità

18194111_1729248463759087_7954547842983319725_n«La bellezza di Ferrara si “intona” con le nostre produzioni, ma noi vendiamo molto lontano, soprattutto in Giappone e negli Stati Uniti». Lo stemma di una famiglia nobile ferrarese del ‘700 è, ormai da una trentina di anni, amato e apprezzato nel mondo come simbolo di classe e affidabilità, manifestazione concreta di un Made in Italy legato visceralmente al proprio Paese e all’artigianalità tradizionale. Tutto questo, e molto altro, è Felisi, azienda che produce borse e altri prodotti in pelle (tra cui portafogli, valigie, cinture, e beauty case), nata nel 1973 in via Cammello, e che da oltre 20 anni vede alla guida la sola Anna Lisa Felloni, la quale, quasi 45 anni fa, si lanciò in quest’avventura insieme all’ex marito, del quale è rimasto il cognome.

«L’80% della nostra produzione va sul mercato giapponese – ci spiega la Felloni –, dove da circa trent’anni abbiamo gli stessi referenti, e 14 negozi monomarca. Un altro mercato importante l’abbiamo negli Stati Uniti grazie soprattutto al magazzino Barneys (presente tra l’altro a Boston, Chicago, Las Vegas, Los Angeles, New York e San Francisco, ndr), e poi alcuni nostri clienti, in aumento, sono, ad esempio, in Cina e negli Emirati Arabi Uniti». Ma vendere in Giappone (in particolare a Tokyo, ma non solo) significa, per quanto riguarda soprattutto le borse, da una parte adattare i prodotti ai loro gusti, e dall’altra riconoscere che alcune novità dal Paese del Sol Levante stanno cambiando anche le nostre mode e abitudini: «per il Giappone – prosegue la Felloni – facciamo un campionario dei nostri prodotti leggermente modificato in base alle loro esigenze, ad esempio per quanto riguarda le dimensioni, più contenute. Una novità che notiamo molto più in questo Paese rispetto all’Italia, è il fatto che l’uomo ormai non usa solamente la classica borsa da lavoro, ma cerca sempre più anche una borsa per il tempo libero, spesso unisex».

Si potrebbe dire, perciò, che la conquista, da parte di questa piccola azienda, del mercato mondiale, sia frutto di un duro e costante lavoro finalizzato a rafforzare, sempre più, un rapporto di fedeltà coi propri clienti che non si fondi sul mero acquisto di un oggetto utile, ma diventi riconoscimento di bellezza e simbolo di “italianità”.

«Ormai ogni anno cresciamo, anche se in modo contenuto in quanto la nostra è una produzione artigianale», e dunque, per sua natura, diversa da quella di una grande azienda con produzione di massa. «In ogni caso – prosegue la Felloni – la crescita delle nostre vendite avviene in tutto il mondo in mondo lento ma costante, continuo e graduale: solitamente i nostri clienti iniziano col comprare un nostro prodotto, poi, a lungo termine, se notano la qualità e la resistenza, tornano per acquistare altri nostri prodotti. Insomma, possiamo dire di avere “pochi” clienti ma estremamente fedeli».

Per quanto riguarda i luoghi dove poter trovare i prodotti Felisi, tre sono i negozi monomarca, due a Ferrara (in corso Giovecca, 27, e l’outlet in via Zucchini, 11) e uno a Milano, in via Fiori Chiari, 5. Per il resto, il marchio si può trovare in tanti punti vendita in Italia e nel mondo. Solo per citarne alcuni, nel nostro Paese a Bologna, Genova, Milano, Livorno, Rimini, Venezia, Trento e Napoli, mentre all’estero, in sei negozi in Austria, due a Parigi, tre a Londra, diversi in Germania e Svizzera, ma anche in Spagna e Svezia. Una fama internazionale che ha permesso anche di avere tra i propri clienti affezionati, un regista di fama mondiale come Wes Anderson: «dopo aver acquistato una nostra borsa in un negozio a Londra, circa due anni fa tramite la sua segretaria ci ha scritto una mail per commissionarcene un’altra, modello bowling, e negli anni ha continuato a contattarci per altri ordini, tutti prodotti realizzati proprio nel nostro stabilimento in via Calvino a Ferrara. Abbiamo scoperto che anche Vincent Cassel in “Agent Secrets” [film del 2004 con nel cast anche Monica Bellucci, ndr], porta sempre con sé una borsa Felisi».

«In Italia – ci spiega ancora la Felloni – vendiamo relativamente poco soprattutto per via della crisi, anche se, comunque, le vendite sono in leggero aumento». Infine, le chiediamo quanto di “ferrarese” sia rimasto in Felisi. «Il legame con Ferrara è sempre forte, tengo tantissimo alla nostra città: con i suoi pro e contro, è un luogo bellissimo, che si “intona” con noi, nel senso che è una città di carattere, proprio come i nostri prodotti».

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 26 aprile 2017

 

 

«Cambiate voi stessi per cambiare il mondo»: Pepe Mujica a Ferrara

10 Nov

Jose Pepe Mujica ieri a Economia: non fatevi derubare dal consumismo. La vera felicità si trova soltanto negli affetti, non nelle cose inanimate

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Pepe Mujica a Ferrara

«Non fatevi derubare il tempo e il futuro dal consumismo, dalla nuova religione del mercato. Le relazioni, gli affetti, l’amore: sta qui la felicità, non nei meccanismi di produzione e consumo di una società alienante».

Ha dimostrato di essere un uragano mite Josè“Pepe” Mujica, Senatore, ex Presidente dell’Uruguay dal 2010 al 2015, ieri pomeriggio alla Facoltà di Economia di Ferrara, in via Voltapaletto, per l’incontro dal titolo “Economia e società. Il tempo della vita non va sprecato”.

Una personalità vulcanica, ma con la capacità di non andare mai sopra le righe, di saper dosare utopia e realismo. A Ferrara dopo le tappe di lunedì nei Licei Ariosto e Roiti è tornato ieri, e non ha deluso le attese dei tantissimi – soprattutto giovani – accorsi per ascoltarlo. Perché Mujica è più di uno statista, è una delle poche personalità che oggi riescono a coniugare la politica con un’idealità forte, a prospettare una rivoluzione umanistica credibile.

Durante l’incontro di ieri, dopo i saluti della Direttrice del Dipartimento di Economia e Management Simonetta Renga, del Sindaco di Masi Torello Riccardo Bizzarri, ha introdotto il prof. Giangi Franz. “Amigos, Jóvenes…” sono state le prime parole di Mujica: da una delle aule vicine dotate di schermo per la diretta streaming, vi è stata un’ovazione poi propagagatasi in Aula Magna. «Sono come i Rolling stones – ha proseguito Mujica – : sono vecchio e attraggo i giovani».

Com’è nella sua visione, Mujica fonde tra loro vita, politica, economia ed etica. «Voi studenti siete i futuri lavoratori, e lavorerete in modo diverso, sarete più specializzati. Lo sviluppo tecnologico, però, ha anche punti deboli, la sempre maggiore robotizzazione ruba posti di lavoro». Non vi sono illusioni nelle sue parole: «Il progresso è ambivalente, ha prodotto anche momenti tragici come i tanti morti sul lavoro. La storia ha sempre due facce, una sognatrice e solidale, l’altra più conservatrice. Quest’ultima ha il rischio di essere fascistoide, la prima di ridursi a infantilismo. La storia è un pendolo continuo tra queste due, non si raggiungerà mai una società perfetta, perché la natura umana ha i suoi limiti».

Non manca l’autocritica alla propria generazione, alla propria parte politica intrisa di materialismo storico: «ci siamo illusi che cambiando il sistema di produzione avremmo cambiato l’uomo, sottovalutando l’aspetto cultuIrale». La cultura, invece, è essenziale, e bisogna combattere contro quella del capitalismo, che è «massiva e occulta, è il consumismo, con le sue trappole, le sue sempre nuove necessità che induce».

La visione di Mujica, al contrario, si fonda sull’idea aristotelica dell’ “uomo come animale politico”, che «hanno la necessità di vivere insieme in società, di aiutarsi reciprocamente. La mia definizione di civiltà si fonda proprio sulla solidarietà intergenerazionale».

Nel finale il discorso, com’è inevitabile, si è spostato sulle elezioni statunitensi che hanno visto il trionfo di Donald Trump. «La borghesia contemporanea ha come unico valore quello della speculazione lobbista: le maggiori vittime di questo sistema sono nella classe media, ed è proprio questa che ha permesso a Trump di vincere. La middle class, però – ha proseguito – sbaglia se incolpa gli immigrati, e non vede il problema nella concentrazione in pochissime mani della ricchezza. La risposta non è nemmeno, come nel caso del Regno Unito (che ha scelto la Brexit, ndr), nel rifugiarsi nell’ipernazionalismo, che crea solo conflitti». In conclusione, il messaggio è positivo: «lottate per cambiare il mondo, ma prima dovete cambiare voi stessi. La vita è il maggior dono che possiamo avere, cerchiamo la felicità negli affetti, non in oggetti inermi».

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 10 novembre 2016

Nuovo incontro de “Le parole della democrazia” oggi in Ariostea

18 Mar

Palazzo Paradiso AriosteaOggi nuovo incontro del ciclo “Le parole della democrazia”, organizzato dall’Istituto Gramsci e dall’Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara. Alle ore 17 nella Sala Agnelli della Biblioteca Ariostea avrà luogo l’incontro pubblico sul tema della fiscalità. L’intervento del relatore Leonzio Rizzo sarà introdotto da Ilaria Baraldi. Rizzo cercherà di riflettere su una tematica sempre d’attualità e che riguarda la vita concreta di ognuno, discutendo se davvero la pressione fiscale è elevata nel nostro Paese, e in che modo effettivamente serve a finanziare beni e servizi pubblici. Prossimo evento l’8 aprile quando Paolo Veronesi parlerà di legalità.

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 18 marzo 2016

Confronto con Laura Pennacchi in Biblioteca Ariostea

26 Feb

Palazzo Paradiso AriosteaOggi alle 17 nella Biblioteca Ariostea di via Scienze a Ferrara si svolgerà l’incontro “Beni comuni”, facente parte del ciclo “Le parole della democrazia”, organizzato dall’Istituto Gramsci e dall’Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara. La conferenza, introdotta da Roberto Cassoli, vedrà come relatrice l’economista Laura Pennacchi.
Nel dibattito contemporaneo, la questione dei beni comuni e quella etica sono sempre più intrecciate tra loro, ma in modi, forme ed espressioni spesso complesse, dunque da dipanare e ricostruire.
Laura Pennacchi, classe ’48, è stata anche sottosegretario al Tesoro nel primo Governo Prodi. Le sue due ultime pubblicazioni sono Il soggetto dell’economia. Dalla crisi a un nuovo modello di sviluppo (2015, Ediesse), e Beni comuni per la democrazia (scritto con Alberto Bondolfi Alberto, 2015, EMP).

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 26 febbraio 2016

Cifrematica, finanza e salute in una conferenza

5 Nov

0001L’Istituto Scientifico cittadino “Mariella Sandri” con il Patrocinio del Comune di Ferrara organizza per stasera alle ore 20.45 la conferenza dal titolo “La cifrematica, la finanza, la salute”, durante la quale relazionerà la dott.ssa Elisabetta Costa e interverrà la dott.ssa Panteha Shafiei. L’evento in programma si svolgerà nella Sala Alfonso I d’Este del del Castello Estense di Ferrara.

La cifrematica è sorta circa trent’anni fa lungo l’elaborazione di Sigmund Freud e di Jacques Lacan. “È la scienza della parola – spiegano gli organizzatori -, è quindi procedura, esperienza della vita. Di quello che avviene e diviene ciascun giorno, perché le cose giungono alla qualità. Le cose entrano nella parola, le cose non finiscono, ma giungono al compimento, quindi la finanza non come la fine delle cose, ma intesa come istanza di conclusione. L’istanza dell’infinibilità delle cose”.

Elisabetta Costa è avvocato civilista e giornalista. Fa parte della Corte Arbitrale Europea da 15 anni, dove attualmente svolge la funzione del Segretario della Delegazione Italiana. Panteha Shafiei, invece, è medico, psicanalista, cifrematico e Vicepresidente dell’Istituto Scientifico Mariella Sandri.

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 05 novembre 2015

Cinafrica, interrogativi sul nuovo sodalizio

3 Ott

Gli osservatori divisi: «I cinesi sono gli ultimi colonialisti». «Iniezione di forza per l’Africa»

cinafrica 2La forte presenza cinese nel continente africano è da intendersi come una forma inedita di colonialismo o come opportunità di riscatto per l’Africa?

Intorno a questo interrogativo è ruotato l’incontro “Benvenuti in Cinafrica”, svoltosi ieri alle 16.30 al Teatro Comunale. Edoardo Vigna del Corriere della Sera ha introdotto il dibattito portando tre esempi che ben spiegano come la Cina in un solo triennio sia diventato il primo partner commerciale del continente africano: la metro ad Addis Abeda costruita in tempi record , una grande diga in Kenya e la città-fantasma in Angola. «Un rapporto asimmetrico e distribuito in modo anomalo» la cui interpretazione divide decisamente gli esperti.

Da una parte Howard French, giornalista statunitense, convinto dello spirito imperialista dei cinesi, «gli ultimi colonialisti», con nessun altro scopo che «quello di difendere i propri interessi». Non bisogna illudersi sulla bontà dei cinesi, intenti solo a «prendere il posto dei vecchi colonialisti».

Di parere opposto Serge Michel, Le Monde Afrique, che ha cercato di dimostrare come la Cina sia mossa da «un approccio positivo», e come cio può dare una prospettiva a quel continente.

In una posizione intermedia Parselelo Kantai, The Africa Report, che è partito dall’ « umiliazione subita per secoli dagli africani e la conseguente voglia di riscatto», grazie anche alla Cina che rinnova tutte le vecchie infrastrutture. Sicuramente il rapporto Cina-Africa è «di tipo imperialistico», ma ciò dipende anche dalla «possibile iniezione di forza» che la prima può dare alla seconda.

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 03 ottobre 2015

La Gerontocrazia di Catani. Oggi si presenta il libro all’IBS

23 Giu

5664400Oggi alle 17.30 alla libreria Ibs.it in p.zza Trento e Trieste a Ferrara, Sandro Catani presenterà il suo “Gerontocrazia. Il sistema economico che paralizza l’Italia”, appena uscito per Garzanti. Insieme all’autore interverranno Stefano Zambon, Beppe Cova e Monica Talmelli. Il libro affronta il tema, finora poco approfondito, di quelle quattrocento persone ai vertici del potere economico italiano: le principali banche e assicurazioni, le imprese quotate alla Borsa di Milano, le aziende pubbliche, i vertici del sistema cooperativo, i grandi studi legali, le società di consulenza strategica. Queste persone sono accomunate da alcune caratteristiche: sono maschi, hanno molti incarichi e guadagni molto elevati e la loro età media è prossima ai 70 anni. Essi, secondo l’autore, rappresentano un sistema bloccato “in cui le relazioni contano più del merito, il ricambio generazionale procede lentamente e solo per cooptazione, e il nepotismo rappresenta una pratica comune e accettata”. Il libro accompagna a questa triste situazione esempi di leader illuminati del presente e del passato, capaci di innovare e competere, vincendo, sul mercato globale, con uno sguardo ai giovani e alle donne.

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 23 giugno 2014