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Un “normale” odio verso gli ebrei

18 Nov

Una riflessione sull’antisemitismo oggi, in Italia e non solo, tra banalizzazione e orrore quotidiano

F49E7E60-FBD8-4B7A-A40D-35086A8381C9-755x491Italia, 2019. Il 26 settembre appare questa scritta su un muro di Roma: “entriamo senza bussare come nelle soffitte di Amsterdam…perché dobbiamo trovare quella bugiarda di Anna Frank”. A metà ottobre, in Toscana, una madre scopre per caso che il figlio minorenne fa parte di una chat su Whatsapp piena di immagini, testi e video orribili, riguardanti malati di cancro, stupri e violenze di ogni tipo: è l’indicibile, e in questo indicibile vi sono anche frasi antisemite (ad esempio: “gli accendini e gli ebrei dove sono?”, “gli ebrei sono combustibile”). La chat è stata chiamata “The Shoah Party”. Lo scorso 6 novembre il Comitato per l’ordine pubblico e la sicurezza di Milano decide di assegnare la scorta a Liliana Segre, internata nel 1944, a 14 anni, in quanto di fede ebraica e sopravvissuta al campo di concentramento di Auschwitz. La motivazione risiede nelle continue minacce ricevute via web dalla senatrice a vita, che, secondo un’analisi dell’osservatorio Antisemitismo del Cdec – Fondazione centro di documentazione ebraica contemporanea – riceverebbe oltre duecento messaggio d’odio al giorno. Sono solo alcuni episodi recenti di odio verso gli ebrei avvenuti nel nostro Paese, fra i tanti, – pensiamo anche a “ebreo, via via!” contro Gad Lerner al raduno di Pontida -, più o meno pubblici, verbali e non, che accadono e spesso non emergono.

Nella Relazione annuale a cura dello stesso Osservatorio, gli episodi di antisemitismo denunciati nel nostro Paese nel 2018 sono 197, senza contare naturalmente le migliaia di messaggi e commenti sul web (ad esempio, il rapporto “Voxdiritti” segnala per il 2019 – non ancora terminato – e solo su Twitter, 15.196 tweet negativi nei confronti degli ebrei). Un altro dato: sempre l’Osservatorio milanese nel 2017 ha compiuto un sondaggio sull’opinione dei nostri connazionali sugli ebrei: l’11% degli italiani (fra i 6 e i 7 milioni di persone) ha risposto con giudizi negativi. Anche per questo, le parole ribadite ancora una volta, nella nostra città, da Simonetta Della Seta e Dario Disegni, rispettivamente Direttrice e Presidente del MEIS, sull’importanza del Museo di via Piangipane nel legare gli orrori antisemiti del passato alle violenze in aumento oggi, sono assolutamente da sottolineare, da condividere e prendere sul serio. E’ un allarme continuo, quello che le stesse comunità ebraiche, di Ferrara e non solo, ci lanciano. Un’allerta, anzi, sempre più insistente, sempre meno scontata (se mai lo sia stata). Lo stesso presidente della Comunità ebraica di Ferrara Fortunato Arbib, nel corso dell’inaugurazione della mostra “Ferrara ebraica” del 12 novembre scorso, ha spiegato come i fatti che riguardano la Senatrice a vita Liliana Segre, “il mondo ebraico non può non commentarli. Sono notizie molto molto tristi, segno della follia che sta invadendo il nostro Paese”.

Ha poi citato le parole di Noemi Di Segni, presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane: “non si tratta solo di difendere Liliana Segre, ma l’Italia che non si china all’odio razziale e antisemita”. Papa Francesco, in un passaggio dell’udienza del 13 novembre scorso, ha voluto ricordare: “il popolo ebraico ha sofferto tanto nella storia. È stato cacciato via, perseguitato… E, nel secolo scorso, abbiamo visto tante, tante brutalità che hanno fatto al popolo ebraico e tutti eravamo convinti che questo fosse finito. Ma oggi, incomincia a rinascere qua e là l’abitudine di perseguitare gli ebrei. Fratelli e sorelle, questo non è né umano né cristiano. Gli ebrei sono fratelli nostri! E non vanno perseguitati”. Lo stesso giorno David Sassoli, Presidente del Parlamento Europeo, nel corso di una mini-plenaria a Bruxelles ha detto: “è con incredulità ma anche con immensa rabbia che ci troviamo a constatare come il demone dell’antisemitismo torni ad affacciarsi in Europa”. E non a caso: appena due giorni prima, l’11 novembre, un corteo di 100-150mila persone provenienti da tutta Europa (anche dall’Italia) ha sfilato per Varsavia in occasione della festa nazionale. Fra i cori scanditi: “fermiamo i circoli ebrei”, quegli “ebrei che vogliono derubare la Patria”. Un anno fa, un’inchiesta dell’Agenzia dell’Unione Europea per i diritti fondamentali, registrò come il 40% degli degli ebrei europei stesse pensando di abbandonare il Vecchio continente.

La Shoah, tra barzellette e luoghi comuni

Nuoro, 2009. Durante un comizio elettorale, l’allora Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi raccontò questa barzelletta: “Un kapò all’interno di un campo di concentramento dice ai prigionieri che ha una notizia buona e un’altra meno buona. Quello dice: ‘metà di voi sarà trasferita in un altro campo’. E tutti contenti ad applaudire. ‘La notizia meno buona è che la parte di voi che sarà trasferita è quella che va da qui in giù…’, indicando la parte del corpo dalla cintola ai piedi. “Ricordo tutto, l’odore della carne umana bruciata, le persone che ho visto morire, i mucchi di cadaveri ischeletriti fuori dal crematorio, le esecuzioni”, raccontava Liliana Segre, in un Teatro Nuovo ammutolito, l’11 gennaio scorso a Ferrara. Chi, almeno una volta nella propria vita, non ha sentito, in momenti di pura convivialità, raccontare barzellette su Hitler, gli ebrei e le camere a gas. Divertissement qualsiasi usati da persone “normali” per allietare alcune delle tante noiose serate nel nostro mondo immerso nel benessere e nell’ozio, fino alla noia. Quella stessa noia che distruggeva ogni senso di umanità in adulti e bambini aderenti alla chat “The Shoah Party”, o in chi, a Nuoro rideva servile. “Un uomo di mezza età, di statura media, magro, con un’incipiente calvizie, dentatura irregolare e occhi miopi […] convintissimo di non essere […] un individuo sordido e indegno”: così Hannah Arendt parla di Adolf Eichmann, uno dei maggiori responsabili dello sterminio nazista, per lui diventato presto “un lavoro spicciolo, di tutti i giorni”. Un uomo che, venuto a sapere della totale adesione delle gerarchie naziste alla soluzione finale (considerato, dice la Arendt, dai suoi esecutori, un semplice “meccanismo”) si sentì innocente: “In quel momento – cita la Arendt, sempre ne “La banalità del male” – mi sentii una specie di Ponzio Pilato, mi sentii libero da ogni colpa”. “Eichmann – commenta la Arendt – ebbe dunque molte occasioni di sentirsi come Ponzio Pilato, e col passare dei mesi e degli anni non ebbe più bisogno di pensare” (corsivo mio). Alcune volte, anche recentemente, mi è capitato di dover provare a convincere alcune persone – colte, sistemate, “normali” – dell’infondatezza di una tesi che sostenevano con ostentata tranquillità: solo un’ossessione per il guadagno e una volontà di dominio radicata nella loro “razza” – dicevano -, poteva permettere a molti ebrei, ancora oggi, di controllare buona parte dei gangli politici e finanziari in Europa e negli Stati Uniti. Insomma, nel 2019 gli ebrei sono ancora costretti a doversi giustificare quasi per ogni atto che compiono. Sono come avvolti da una nube di sospetto, per cui qualsiasi cosa considerata “normale” se compiuta da una qualsiasi persona, diventa fonte di malizia, ambiguità, malfidenza, se è , invece, opera di una persona appartenente al mondo ebraico. Per non parlare del cosiddetto “benaltrismo”, diffuso tanto nei classici “discorsi da bar” quanto fra alcuni politici e giornalisti. Sul quotidiano “Il Foglio” dello scorso 14 novembre, nell’editoriale dal titolo “La destra e i vuoti sull’antisemitismo” è scritto: “anche Matteo Salvini, quando nella trasmissione ‘Dimartedì’ a La7 dice che Liliana Segre «porta sulla pelle i segni dell’orrore del nazismo o del comunismo» oltre che commettere un errore storico, visto che il campo di sterminio di Auschwitz fu liberato dalle truppe sovietiche, indulge in questo sgradevole e incauto gioco di rimpallo. A combattere le tracce dell’antisemitismo stalinista ci devono pensare, caso mai, i lontani eredi di quella tradizione e di quell’ideologia”. Tattiche pericolose usate per minimizzare, dimenticando quanto possa essere pericoloso l’odiare una persona per la sua – vera o presunta, scelta o non scelta – appartenenza ad una minoranza. E’ così che la differenza da segno di soggettività e di bellezza diventa, per chi non la accetta, arma di ricatto, mentre per chi la vive, difetto, vergogna, colpa.

Il cordone di sicurezza e il “meccanismo” demoniaco

L’antisemitismo, anche da come emerge dalle statistiche, appartiene in misura nettamente maggiore, nel nostro Paese e in Europa, ad ambienti di destra; è comunque presente in misura non irrilevante in parte del mondo musulmano, e, seppur in misura decisamente minore, purtroppo anche cattolico, nonché in alcune frange della sinistra (in quest’ultimo caso, spesso mascherato dietro l’antisionismo; si pensi, ad esempio alle polemiche verso il Labour inglese o all’epiteto “sale juif”, “sporco ebreo” rivolto lo scorso febbraio da alcuni Gilet Gialli francesi ad Alain Finkielkraut). E’ comunque sempre responsabilità di ogni donna e di ogni uomo del nostro Paese non sottovalutare parole e gesti che vanno in questo senso, senza derubricarle a goliardia. Una preoccupazione ribadita lo scorso 15 novembre da Papa Francesco, nel suo discorso ai partecipanti al XX Congresso mondiale dell’Associazione Internazionale di diritto penale: “Vi confesso che quando sento qualche discorso, qualche responsabile dell’ordine o del governo, mi vengono in mente i discorsi di Hiltler nel ’34 e nel ’36. Oggi. Sono azioni tipiche del nazismo – ha proseguito il Pontefice – che, con le sue persecuzioni contro gli ebrei, gli zingari, le persone di orientamento omosessuale, rappresenta il modello negativo per eccellenza di cultura dello scarto e dell’odio. Così si faceva in quel tempo e oggi rinascono queste cose. Occorre vigilare, sia nell’ambito civile sia in quello ecclesiale, per evitare ogni possibile compromesso – che si presuppone involontario – con queste degenerazioni”. Ognuno, se fermo nella difesa della dignità della persona, può rappresentare, una parte fondamentale di quel cordone di sicurezza – umano, culturale, politico, sociale – intorno a Liliana Segre come a ogni persona attaccata per le sue origini, o a chiunque venga discriminato, odiato o subisca atti di violenza per la propria appartenenza a una qualsiasi confessione religiosa, per il proprio orientamento sessuale, per le proprie scelte politiche, o, in generale, di vita. Se qualcuno arriverà a impugnare un’arma contro una persona di origine ebraica, in odio all’identità di quest’ultima, la responsabilità sarà anche di chi non avrà voluto denunciare o fermare quel “normale” “meccanismo” di odio de-umanizzante di cui ci parlava Hannah Arendt.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 22 novembre 2019

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Stiamo lasciando il Papa solo?

18 Nov

E’ la tesi del vaticanista Marco Politi, il quale, da non credente, nel suo ultimo libro “La solitudine di Francesco” (presentato il 16 novembre a Ferrara) interroga laici, vescovi e cardinali, esortandoli ad avere più coraggio, a esporsi di più nel difendere il Pontefice dagli attacchi e nella sua missione di far conoscere il Dio della Misericordia e di costruire una Chiesa aperta e sinodale

papa3Il paradosso di un papa che fa dell’apertura, dell’incontro con l’altro, della prossimità al diverso e della sinodalità le cifre del proprio pontificato, riuscendo effettivamente spesso a mostrare il volto del Dio-Misericordia, ma che si trova sempre più con forti opposizioni interne ed esterne alla Chiesa. Questa dolorosa antinomia è ottimamente analizzata nell’ultima fatica del giornalista Marco Politi, “La solitudine di Francesco. Un papa profetico, una Chiesa in tempesta” (Laterza, 2019), da lui stesso presentata lo scorso 16 novembre nella libreria “Libraccio” di piazza Trento e Trieste a Ferrara (foto in basso). L’appuntamento è il primo del ciclo di incontri “Conversazioni. Il tempo dell’ascolto” organizzato da Confcooperative Ferrara, il cui Direttore ha introdotto la presentazione moderata da Andrea Mainardi e alla quale erano presenti anche il Vescovo mons. Perego e il Vicario mons. Manservigi. Un libro, quello di Politi, che affronta tutti i temi caldi del pontificato bergogliano, attraverso un approccio critico ma fraterno al Santo Padre. Non a caso, un ampio capitolo è dedicato alle terribili vicende riguardanti i casi di scandali e abusi sessuali (su minori, suore e seminaristi) dentro la Chiesa da parte di sacerdoti e vescovi. Tra tolleranza zero, opposizioni in Vaticano o nelle Diocesi coinvolte, ritardi, contraddizioni e tentativi di insabbiamenti, per Politi questo tema è “l’11 settembre del pontificato” di Francesco. “Il papa – scrive – sperimenta la violenza della guerra civile interna alla Chiesa”.

Il Dio di Francesco e la Chiesa da costruire

Eppure il Dio del papa, per Politi, “trascende la Chiesa, scavalca le barriere dottrinali, per lui Dio si manifesta a tutti gli uomini oltre ogni etichetta identitaria”. Il suo “è un Dio sempre in movimento, che non aspetta di essere cercato da esseri umani dal comportamento imperfetto, carente, ’tentennante’, dice il papa argentino. E’, invece, un Dio che cerca lui le persone”. Nella Chiesa come “casa aperta”, centrale è quindi la misericordia, tipica di un Dio vicino, intimo. Ed è, il suo, un “Dio delle sorprese, che apre nuovi orizzonti e mette sempre davanti a situazioni nuove”. “Tornare indietro e proclamare dal Vaticano un Dio giudice padre-padrone sarà difficile”, chiosa Politi. Di pari passo procede il tentativo di riforma della Chiesa. “Smontare la bardatura monarchica e assolutista del papato – scrive nel libro -, rendere la Chiesa un’autentica comunità, decentrare, valorizzare i vescovi nelle loro diocesi e le conferenze episcopali è l’obiettivo di Francesco. Ricreare il calore di una Chiesa partecipata, non burocratica, in cui i Vescovi non siano principi e i preti si liberino dal narcisismo profumato di sacralità, è il suo sogno. Una Chiesa concepita come popolo di Dio che ’cammina insieme’ sui sentieri della storia, uomini e donne di ogni cultura e orizzonte uniti come ‘membra del corpo di Cristo’, a partire da chi è messo ai margini e calpestato”. Lo stesso papa, anche quando denuncia la crescente “inequità” a livello globale, non smette mai di sentire il “bisogno di trovarsi faccia a faccia con un ‘tu’ ”. Interessante poi come Politi ripercorre il magistero sociale di Francesco, il suo sottolineare l’importanza per i credenti di “immischiarsi” lavorando per il bene comune, e, in un capitolo specifico, le varie discussioni sul ruolo e la dignità delle donne nella Chiesa, soprattutto riguardo ai ministeri e al sacerdozio. Insomma, come ha spiegato mons. Matteo Zuppi a Politi, “per Francesco non c’è un mondo da conquistare, ma dobbiamo sapere cogliere i semi di Dio che già sono in questo mondo”.

Opposizioni sempre più forti

Aprile 2017: dopo i Dubia avanzati da alcuni cardinali nel 2016, viene pubblicata una lettera dal titolo “Correctio Filialis”, la cosiddetta correzione “filiale e formale” ad alcuni punti della lettera apostolica Amoris Laetitia di Papa Francesco in cui i firmatari – 62 tra sacerdoti, professori, esperti e studiosi cattolici provenienti da 20 nazioni – accusano il Pontefice di sostenere tesi “eretiche”. Agosto 2018: viene diffuso l’atto d’accusa dell’ex nunzio negli Stati Uniti, Carlo Maria Viganò, pieno di informazioni false e manipolazioni. Alcune settimane fa, cento tra studiosi e sacerdoti in una lettera pubblica attaccano il papa definendolo “eretico”, “superstizioso” e “sacrilego”, in seguito al Sinodo per l’Amazzonia e riguardo ad alcuni suoi gesti e parole. Resistenze nette, fin spietate, presenti fin dai primissimi mesi del pontificato. E sempre più strutturate, agguerrite, economicamente forti, decise a impedire che Bergoglio continui nella sua missione e che, dopo di lui, ci possa essere un Pontefice che prosegua, o addirittura accelleri e intensifichi alcune riforme radicali da lui iniziate. Politi nel libro analizza queste opposizioni a partire dal nostro Paese: “è un’Italia che Francesco non riconosce più”, scrive. “Un paese in cui le sue parole, pur riportate da televisioni e giornali, non riescono a invertire la tendenza che sta egemonizzando l’elettorato”. Il riferimento è soprattutto alle questioni legati ai migranti, alla loro accoglienza e integrazione. La rappresentanza di questa “opposizione” è incarnata in Matteo Salvini. “Per il Pontefice il vento illiberale, ostile al diverso, che soffia in Italia, in Europa e nel mondo è fonte di grande inquietudine”. Se possibile ancora più reazionaria è l’opposizione in Europa, soprattutto in parte dell’Est ex sovietico, nel cosiddetto Gruppo di Visegrád: resterà, purtroppo, nella storia il muro fisico (e non solo) di un milione di cattolici e nazionalisti polacchi dell’ottobre 2017 contro i “nemici” atei e islamici, benedetto da tanti vescovi. “Dio-Patria-Famiglia – scrive Politi – il motto dell’ideologia autoritaria cattolica e conservatrice – incombente in Europa e America Latina nel corso del Novecento -, ha trovato la sua resurrezione nei paesi dell’Est europeo passati dal comunismo sovietico al neoliberismo senza avere assorbito la cultura liberaldemocratica del pluralismo, della divisione dei poteri, della molteplicità culturale”. Punto di riferimento, il Presidente ungherese Viktor Orbán. “Nel settimo anno di pontificato – sono ancora parole dal libro -, Francesco si trova isolato di fronte a molti governi dell’Est europeo e a larga parte della loro opinione pubblica cattolica su temi per lui cruciali perché connessi all’idea di bene comune”. Non meno forte ideologicamente ed economicamente è l’opposizione negli Stati Uniti d’America: ruotante intorno al Presidente Trump, sostenuta da cattolici tradizionalisti ed evangelici fondamentalisti, è immersa in movimenti e gruppi fautori del “suprematismo bianco”, imbevuti di nazionalismo, anti-immigrazionismo e xenofobia. Secondo Politi, “Francesco non ignora il disorientamento delle classi popolari di fronte alla crisi economica, alla globalizzazione, all’inesorabile contrazione dei posti di lavoro. Fattori che provocano i sussulti identitari e l’emergere di leader populisti. Al contrario, proprio la crisi spinge il pontefice a insistere con il suo vangelo sociale. Il che, paradossalmente, alimenta gli attacchi contro di lui da parte delle varie correnti di destra sia neoliberiste sia identitarie”.

“Sorreggere Francesco” e non dividere la Chiesa

La critica dell’autore, ribadita anche nella presentazione a Ferrara, è comunque chiara ma espressione di una sentita preoccupazione. “Ciò che emerge […] nei passaggi fatali del pontificato è una spaccatura nella Chiesa, soprattutto nei suoi quadri. Il regno di Francesco è caratterizzato dal coagularsi di un duro fronte conservatore. […] A fronte di questo nucleo aggressivo – scrive Politi – c’è una scarsa mobilitazione dei sostenitori della linea riformatrice di Francesco. Vescovi e cardinali si affacciano poco sulla scena a difendere il papa o ad appoggiare gli obiettivi di cambiamento. […] Tra riformatori e conservatori si stende la palude di quanti nella gerarchia sono legati alla routine e sono restii a misurarsi con la novità della storia, quelle che il Vaticano II chiamava ‘segni dei tempi’ ”. Il teologo Hans Küng a Politi spiega: “Bisogna sorreggere Francesco”. E’ importante non dimenticare che “per Bergoglio la cosa più importante è mettere in moto dei processi”. Ma i processi – è giustamente anche il pensiero di Politi- o sono collettivi o non sono, o sono frutto di un discernimento e di un’azione comunitaria e partecipata oppure a vincere saranno “un odio e un disprezzo viscerali, molecolari”, già molto diffusi, che avvelenano la vita della Chiesa, incancrenendo spesso anche i rapporti tra persone nelle stesse parrocchie e comunità.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 22 novembre 2019

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