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Un “normale” odio verso gli ebrei

18 Nov

Una riflessione sull’antisemitismo oggi, in Italia e non solo, tra banalizzazione e orrore quotidiano

F49E7E60-FBD8-4B7A-A40D-35086A8381C9-755x491Italia, 2019. Il 26 settembre appare questa scritta su un muro di Roma: “entriamo senza bussare come nelle soffitte di Amsterdam…perché dobbiamo trovare quella bugiarda di Anna Frank”. A metà ottobre, in Toscana, una madre scopre per caso che il figlio minorenne fa parte di una chat su Whatsapp piena di immagini, testi e video orribili, riguardanti malati di cancro, stupri e violenze di ogni tipo: è l’indicibile, e in questo indicibile vi sono anche frasi antisemite (ad esempio: “gli accendini e gli ebrei dove sono?”, “gli ebrei sono combustibile”). La chat è stata chiamata “The Shoah Party”. Lo scorso 6 novembre il Comitato per l’ordine pubblico e la sicurezza di Milano decide di assegnare la scorta a Liliana Segre, internata nel 1944, a 14 anni, in quanto di fede ebraica e sopravvissuta al campo di concentramento di Auschwitz. La motivazione risiede nelle continue minacce ricevute via web dalla senatrice a vita, che, secondo un’analisi dell’osservatorio Antisemitismo del Cdec – Fondazione centro di documentazione ebraica contemporanea – riceverebbe oltre duecento messaggio d’odio al giorno. Sono solo alcuni episodi recenti di odio verso gli ebrei avvenuti nel nostro Paese, fra i tanti, – pensiamo anche a “ebreo, via via!” contro Gad Lerner al raduno di Pontida -, più o meno pubblici, verbali e non, che accadono e spesso non emergono.

Nella Relazione annuale a cura dello stesso Osservatorio, gli episodi di antisemitismo denunciati nel nostro Paese nel 2018 sono 197, senza contare naturalmente le migliaia di messaggi e commenti sul web (ad esempio, il rapporto “Voxdiritti” segnala per il 2019 – non ancora terminato – e solo su Twitter, 15.196 tweet negativi nei confronti degli ebrei). Un altro dato: sempre l’Osservatorio milanese nel 2017 ha compiuto un sondaggio sull’opinione dei nostri connazionali sugli ebrei: l’11% degli italiani (fra i 6 e i 7 milioni di persone) ha risposto con giudizi negativi. Anche per questo, le parole ribadite ancora una volta, nella nostra città, da Simonetta Della Seta e Dario Disegni, rispettivamente Direttrice e Presidente del MEIS, sull’importanza del Museo di via Piangipane nel legare gli orrori antisemiti del passato alle violenze in aumento oggi, sono assolutamente da sottolineare, da condividere e prendere sul serio. E’ un allarme continuo, quello che le stesse comunità ebraiche, di Ferrara e non solo, ci lanciano. Un’allerta, anzi, sempre più insistente, sempre meno scontata (se mai lo sia stata). Lo stesso presidente della Comunità ebraica di Ferrara Fortunato Arbib, nel corso dell’inaugurazione della mostra “Ferrara ebraica” del 12 novembre scorso, ha spiegato come i fatti che riguardano la Senatrice a vita Liliana Segre, “il mondo ebraico non può non commentarli. Sono notizie molto molto tristi, segno della follia che sta invadendo il nostro Paese”.

Ha poi citato le parole di Noemi Di Segni, presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane: “non si tratta solo di difendere Liliana Segre, ma l’Italia che non si china all’odio razziale e antisemita”. Papa Francesco, in un passaggio dell’udienza del 13 novembre scorso, ha voluto ricordare: “il popolo ebraico ha sofferto tanto nella storia. È stato cacciato via, perseguitato… E, nel secolo scorso, abbiamo visto tante, tante brutalità che hanno fatto al popolo ebraico e tutti eravamo convinti che questo fosse finito. Ma oggi, incomincia a rinascere qua e là l’abitudine di perseguitare gli ebrei. Fratelli e sorelle, questo non è né umano né cristiano. Gli ebrei sono fratelli nostri! E non vanno perseguitati”. Lo stesso giorno David Sassoli, Presidente del Parlamento Europeo, nel corso di una mini-plenaria a Bruxelles ha detto: “è con incredulità ma anche con immensa rabbia che ci troviamo a constatare come il demone dell’antisemitismo torni ad affacciarsi in Europa”. E non a caso: appena due giorni prima, l’11 novembre, un corteo di 100-150mila persone provenienti da tutta Europa (anche dall’Italia) ha sfilato per Varsavia in occasione della festa nazionale. Fra i cori scanditi: “fermiamo i circoli ebrei”, quegli “ebrei che vogliono derubare la Patria”. Un anno fa, un’inchiesta dell’Agenzia dell’Unione Europea per i diritti fondamentali, registrò come il 40% degli degli ebrei europei stesse pensando di abbandonare il Vecchio continente.

La Shoah, tra barzellette e luoghi comuni

Nuoro, 2009. Durante un comizio elettorale, l’allora Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi raccontò questa barzelletta: “Un kapò all’interno di un campo di concentramento dice ai prigionieri che ha una notizia buona e un’altra meno buona. Quello dice: ‘metà di voi sarà trasferita in un altro campo’. E tutti contenti ad applaudire. ‘La notizia meno buona è che la parte di voi che sarà trasferita è quella che va da qui in giù…’, indicando la parte del corpo dalla cintola ai piedi. “Ricordo tutto, l’odore della carne umana bruciata, le persone che ho visto morire, i mucchi di cadaveri ischeletriti fuori dal crematorio, le esecuzioni”, raccontava Liliana Segre, in un Teatro Nuovo ammutolito, l’11 gennaio scorso a Ferrara. Chi, almeno una volta nella propria vita, non ha sentito, in momenti di pura convivialità, raccontare barzellette su Hitler, gli ebrei e le camere a gas. Divertissement qualsiasi usati da persone “normali” per allietare alcune delle tante noiose serate nel nostro mondo immerso nel benessere e nell’ozio, fino alla noia. Quella stessa noia che distruggeva ogni senso di umanità in adulti e bambini aderenti alla chat “The Shoah Party”, o in chi, a Nuoro rideva servile. “Un uomo di mezza età, di statura media, magro, con un’incipiente calvizie, dentatura irregolare e occhi miopi […] convintissimo di non essere […] un individuo sordido e indegno”: così Hannah Arendt parla di Adolf Eichmann, uno dei maggiori responsabili dello sterminio nazista, per lui diventato presto “un lavoro spicciolo, di tutti i giorni”. Un uomo che, venuto a sapere della totale adesione delle gerarchie naziste alla soluzione finale (considerato, dice la Arendt, dai suoi esecutori, un semplice “meccanismo”) si sentì innocente: “In quel momento – cita la Arendt, sempre ne “La banalità del male” – mi sentii una specie di Ponzio Pilato, mi sentii libero da ogni colpa”. “Eichmann – commenta la Arendt – ebbe dunque molte occasioni di sentirsi come Ponzio Pilato, e col passare dei mesi e degli anni non ebbe più bisogno di pensare” (corsivo mio). Alcune volte, anche recentemente, mi è capitato di dover provare a convincere alcune persone – colte, sistemate, “normali” – dell’infondatezza di una tesi che sostenevano con ostentata tranquillità: solo un’ossessione per il guadagno e una volontà di dominio radicata nella loro “razza” – dicevano -, poteva permettere a molti ebrei, ancora oggi, di controllare buona parte dei gangli politici e finanziari in Europa e negli Stati Uniti. Insomma, nel 2019 gli ebrei sono ancora costretti a doversi giustificare quasi per ogni atto che compiono. Sono come avvolti da una nube di sospetto, per cui qualsiasi cosa considerata “normale” se compiuta da una qualsiasi persona, diventa fonte di malizia, ambiguità, malfidenza, se è , invece, opera di una persona appartenente al mondo ebraico. Per non parlare del cosiddetto “benaltrismo”, diffuso tanto nei classici “discorsi da bar” quanto fra alcuni politici e giornalisti. Sul quotidiano “Il Foglio” dello scorso 14 novembre, nell’editoriale dal titolo “La destra e i vuoti sull’antisemitismo” è scritto: “anche Matteo Salvini, quando nella trasmissione ‘Dimartedì’ a La7 dice che Liliana Segre «porta sulla pelle i segni dell’orrore del nazismo o del comunismo» oltre che commettere un errore storico, visto che il campo di sterminio di Auschwitz fu liberato dalle truppe sovietiche, indulge in questo sgradevole e incauto gioco di rimpallo. A combattere le tracce dell’antisemitismo stalinista ci devono pensare, caso mai, i lontani eredi di quella tradizione e di quell’ideologia”. Tattiche pericolose usate per minimizzare, dimenticando quanto possa essere pericoloso l’odiare una persona per la sua – vera o presunta, scelta o non scelta – appartenenza ad una minoranza. E’ così che la differenza da segno di soggettività e di bellezza diventa, per chi non la accetta, arma di ricatto, mentre per chi la vive, difetto, vergogna, colpa.

Il cordone di sicurezza e il “meccanismo” demoniaco

L’antisemitismo, anche da come emerge dalle statistiche, appartiene in misura nettamente maggiore, nel nostro Paese e in Europa, ad ambienti di destra; è comunque presente in misura non irrilevante in parte del mondo musulmano, e, seppur in misura decisamente minore, purtroppo anche cattolico, nonché in alcune frange della sinistra (in quest’ultimo caso, spesso mascherato dietro l’antisionismo; si pensi, ad esempio alle polemiche verso il Labour inglese o all’epiteto “sale juif”, “sporco ebreo” rivolto lo scorso febbraio da alcuni Gilet Gialli francesi ad Alain Finkielkraut). E’ comunque sempre responsabilità di ogni donna e di ogni uomo del nostro Paese non sottovalutare parole e gesti che vanno in questo senso, senza derubricarle a goliardia. Una preoccupazione ribadita lo scorso 15 novembre da Papa Francesco, nel suo discorso ai partecipanti al XX Congresso mondiale dell’Associazione Internazionale di diritto penale: “Vi confesso che quando sento qualche discorso, qualche responsabile dell’ordine o del governo, mi vengono in mente i discorsi di Hiltler nel ’34 e nel ’36. Oggi. Sono azioni tipiche del nazismo – ha proseguito il Pontefice – che, con le sue persecuzioni contro gli ebrei, gli zingari, le persone di orientamento omosessuale, rappresenta il modello negativo per eccellenza di cultura dello scarto e dell’odio. Così si faceva in quel tempo e oggi rinascono queste cose. Occorre vigilare, sia nell’ambito civile sia in quello ecclesiale, per evitare ogni possibile compromesso – che si presuppone involontario – con queste degenerazioni”. Ognuno, se fermo nella difesa della dignità della persona, può rappresentare, una parte fondamentale di quel cordone di sicurezza – umano, culturale, politico, sociale – intorno a Liliana Segre come a ogni persona attaccata per le sue origini, o a chiunque venga discriminato, odiato o subisca atti di violenza per la propria appartenenza a una qualsiasi confessione religiosa, per il proprio orientamento sessuale, per le proprie scelte politiche, o, in generale, di vita. Se qualcuno arriverà a impugnare un’arma contro una persona di origine ebraica, in odio all’identità di quest’ultima, la responsabilità sarà anche di chi non avrà voluto denunciare o fermare quel “normale” “meccanismo” di odio de-umanizzante di cui ci parlava Hannah Arendt.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 22 novembre 2019

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“Quella volta che la maestra mi chiese: ma voi ebrei non avete la coda?”: Cesare Finzi si racconta

9 Set

La testimonianza del ferrarese, scampato nel ’43 alla deportazione, il 4 settembre a Ferrara in un incontro organizzato da CDEC, MEIS e ISCO

cesare finziDa una vita normale, scandita dalle ore a scuola, trascorse nel caldo nido della comunità, con i propri famigliari, nel negozio del padre, fino a venire a conoscenza, dal giornale, di essere diversi, dunque degni di esclusione dal consorzio umano. E di conseguenza dover sopportare derisione, odio, l’essere considerati simili a bestie, degni di un disprezzo del quale non provar vergogna. Cesare Finzi, nato nel 1930 a Ferrara, cardiologo in pensione, faentino d’adozione, ha vissuto tutto questo, e da anni è impegnato a raccontare la sua testimonianza di vita soprattutto ai più giovani (testimonianza lasciata anche in un libro, “Il giorno che cambiò la mia vita”). Ma la commozione, il dolore traspaiono intatti dalla voce e dagli occhi.

L’ultima occasione è stata nel pomeriggio del 4 settembre scorso, quando nella Sala Estense di Ferrara si è svolto l’incontro “Pratiche formative sulla Shoah e sui diritti umani”, conferenza aperta a tutti ma pensata soprattutto per i docenti. La conferenza era parte del secondo seminario residenziale in programma in quei giorni a Ferrara, pensato per offrire a un gruppo di docenti delle scuole secondarie di secondo grado da tutta Italia gli strumenti per l’educazione alla cittadinanza attiva e il Giorno della Memoria. L’evento, introdotto e moderato dal vicepresidente della Comunità ebraica di Ferrara, Massimo Acanfora Torrefranca, è stato organizzato da The Olga Lengyel Institute for Holocaust Studies and Human Rights – TOLI e la Fondazione Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea – CDEC, in collaborazione con il Museo Nazionale dell’Ebraismo Italiano e della Shoah – MEIS e con l’Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara – ISCO . “Sono nato e cresciuto in una famiglia ebraica, mio padre Enzo era ferrarese, mia madre mantovana. Una famiglia nella quale l’ebraismo era vissuto con una certa liberalità, pur essendo legata alle proprie radici. A quei tempi a Ferrara – ricorda Finzi – vi erano 4 sinagoghe, circa 700 ebrei (ancora nel ’37, mentre nel ’43 saranno la metà, e di questi, oltre 100 saranno deportati), di cui una parte rivestiva ruoli di rilievo nella pubblica amministrazione” – basti pensare ad esempio al direttore di CARIFE, del Consorzio agrario, al Podestà Ravenna, ai presidi dei Licei Scientifico e Classico. “Mio padre aveva ereditato da suo padre la profumeria in via Mazzini, la prima nella nostra città (dove oggi c’è ancora una profumeria, “Limoni”, ndr), che un tempo era anche e soprattutto una cartoleria e tabaccheria”. Enzo era uno dei tanti ebrei fieramente patriottici, riconoscenti all’Italia unita di aver loro concesso diritti e libertà. “Nel ’15 mio padre scappò di casa pur di arruolarsi nell’esercito” durante la Grande Guerra. “A Ferrara fu tra i primi a prendere la tessera del Partito fascista, un giorno la ritrovai, era la numero 12”, convinto di agire da patriota, “ma nel ’23, dopo l’omicidio di don Minzoni, scelse di uscire dal Partito”.

“Fino all’anno scolastico 1937-’38 frequentai la scuola ebraica di via Vignatagliata”, ha proseguito. “Per sostenere l’esame di accesso al 4° anno delle Elementari (una volta funzionava così) andai dunque in una scuola pubblica. Ma il 3 settembre 1938, tornando a casa, aprii il quotidiano e lessi: ‘Insegnanti e studenti ebrei esclusi dalle scuole governative e pareggiate’. Capii il concetto ma non il perché. Mio padre rimase frastornato. Ricordo ancora quando, nel giugno ’40, sentii il celebre discorso di Mussolini (“Vincere! E vinceremo!”): ne rimasi sconvolto”. Nella scuola di via Vignatagliata, fra gli insegnanti Finzi ebbe Giorgio e Matilde Bassani, Primo Lampronti (campione di boxe) e Riccardo Veneziani. “Nel ’43 andai a presentarmi alla scuola media di via Borgo dei Leoni, per sostenere gli esami conclusivi. Insieme a me vi era Nello Rietti, che morirà il 13 marzo ’45 nel campo di Buchenwald. Quel giorno a scuola vennero chiamati tutti i bambini presenti, ma non noi due. Chiedemmo allora spiegazioni al Preside: i nostri nomi erano in fondo ai fogli, nell’ultima pagina. Una volta fatti entrare nell’aula, ci isolarono dagli altri, i quali, una volta saputo che eravamo ebrei, iniziarono a ridere, a fischiarci, a sbeffeggiarci. Era ‘normale’, dopo 5 anni che sentivano e leggevano che gli ebrei non erano del tutto umani, considerati più simili a bestie”. Ma l’assurdità dell’ideologia antiebraica aveva intaccato anche l’umanità degli adulti, anche di persone laureate: “all’improvviso una giovane insegnante dice a me e Nello: ‘tanto non attaccherete la malattia’. ‘Quale malattia?’, chiesi. ‘Come, voi ebrei non avete la coda?’, rispose serafica, credendo davvero in quel che diceva”.

Poi nel luglio ’43 cadde il regime, ma le leggi razziali, anche con Badoglio, rimasero in vigore, e furono riprese dalla Repubblica Sociale Italiana: “per questo è corretto chiamarle non solo ‘leggi fasciste’ ma ‘leggi italiane’ ”. La notte dell’8 settembre dello stesso anno, subito dopo la firma dell’armistizio, il cugino 17enne di Cesare, Alberto, residente con la famiglia a Bolzano, esce a festeggiare. Viene riconosciuto, arrestato col padre, Renzo Carpi, portati nel carcere di Bolzano. Furono i primi ebrei italiani presi dai fascisti e consegnati ai tedeschi. La zia di Cesare, Lucia Rimini e la cugina Germana, di 16 anni, non vollero scappare. Furono presi con gli altri ebrei dell’Alto Adige la notte fra il 15 e 16 settembre. L’intera famiglia venne di fatto riunita nel campo di concentramento di Reichenau, e lì rimase fino al febbraio del ’44 quando vennero caricati su uno dei treni della morte. Solo di un’altra cuginetta, Olimpia, 3 anni e mezzo, era noto il destino: fu uccisa il giorno stesso dell’arrivo ad Auschwitz, il 7 marzo ’44, gasata e bruciata. “Grazie a un altro mio parente, lo zio Renato – ha proseguito il racconto Finzi -, io e i miei famigliari di Ferrara ci salvammo, perché scappò e venne da noi per avvisarci. La notte fra il 13 e il 14 novembre del ’43 io, lui e mio padre con una fune ci calammo dalla finestra nel cortile del vicino per scappare da fascisti e carabinieri che erano venuti a prenderci. Andammo a Gabicce – dove una persona riuscì a farci avere documenti falsi, privi del timbro di appartenenza alla razza ebraica – poi Mondaino, e poi sulle colline di Montefiore Conca. Una volta finita la guerra, sono tornato a scuola, al terzo anno del Liceo Scientifico: i miei nuovi compagni mi hanno accettato come se fossi sempre stato loro amico: è anche grazie a questo che sono riuscito ad arrivare fino ad oggi”. E’ questo il ricordo più intenso – che ancora lo fa commuovere, spezzandogli la voce –, insieme a quello della cuginetta: “ogni mattina, da 75 anni, appena mi sveglio penso alla piccola Olimpia e ai miei cari che non ci sono più”.

Antisemitismo ieri e oggi

Dopo la proiezione di un video sulla storia dell’ebraismo italiano (normalmente proiettato al MEIS), il 4 settembre nella Sala Estense hanno preso la parola Simonetta Della Seta, Direttore del MEIS, la quale ha posto l’attenzione sull’importanza di ripercorrere tutta la storia dell’antisemitismo, le cui radici sono molto lontane, e Anna Quarzi, Presidente dell’ISCO (Istituto di Storia Contemporanea) di Ferrara. Quest’ultima ha ripercorso la storia degli insediamenti ebraici in Emilia-Romagna: i primi si registrano fra l’XI e il XX secolo d. C. fra Ravenna e Rimini, ma è nel XIV secolo che l’immigrazione ebraica aumenta nella nostra Regione, dal sud Italia e dal centro-nord Europa. Anche a Ferrara, per secoli gli ebrei hanno vissuto pacificamente, in particolare furono ben accolti nel periodo di Ercole I° d’Este. I ghetti a Ferrara come in altre città emiliano-romagnole (in tutto 32 località) verranno creati successivamente, sotto lo Stato Pontificio (a Ferrara, nel 1627). Proseguendo, durante i moti risorgimentali e poi con l’unità d’Italia molti ebrei furono in prima linea, sentendosi a pieno titolo italiani, cittadini, partecipando anche in massa al primo conflitto mondiale. Fino ad arrivare, appunto, all’antisemitismo di Stato, già anticipato da una campagna d’odio e, nella nostra città, nel ’37, da una schedatura degli ebrei residenti, anticipazione, grazie all’“intraprendenza” dei funzionari locali, delle leggi razziali (o, meglio, razziste). Dopo l’intervento di Cesare Finzi e prima delle relazioni di cinque docenti formati da TOLI – Fondazione CDEC – ISCO, ha preso la parola la professoressa di Pedagogia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano Milena Santerini, che ha affrontato il tema specifico dei discorsi d’odio oggi, in particolare sul web. Antisemitismo, antigitanismo, maschilismo, islamofobia, odio contro i migranti, razzismo, sono forme d’intolleranza tra loro correlate, e vanno quindi combattute insieme: “non è vero che la scelta di un capro espiatorio mette ‘al sicuro’ altre categorie. Vale invece la logica dei vasi comunicanti, per cui l’odio si riverbera su ogni categoria considerata ‘altra’, ‘diversa’ ”, ‘inferiore’, attraverso parole e discorsi d’odio che, la storia ce lo insegna (ma spesso, come si dice, non ha allievi…), preparano le azioni. È importante dunque prevenire, non solo reprimere legalmente e legare i discorsi d’odio del passato a quelli del presente.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 13 settembre 2019

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La pipa inglese e altri mezzi pacifici di resistenza al nazifascismo

18 Mar

resistenza 2Una storia del sangue risparmiato, non del sangue versato. Un taglio diverso della Resistenza, un’opposizione alle barbarie nazifasciste fatta di piccoli grandi gesti personali e collettivi che hanno intessuto – quando ancora pesanti erano le tenebre oscuranti il cielo della libertà – tanti fili di pace e di nonviolenza. Diversi sono stati gli spunti e gli aneddoti nel terzo incontro del ciclo “Raccontare la storia, raccontare storie. Incontri con gli autori. Nonviolenza in azione”, organizzato da Daniele Lugli alla libreria Feltrinelli di Ferrara. Martedì 12 marzo Raffaele Barbiero, operatore del Centro per la Pace di Forlì, ha presentato il suo libro “Resistenza nonviolenta a Forlì” (ed. Risguardi, 2015). Per resistenza nonviolenta, ha spiegato l’autore, si intende “qualsiasi azione che non avesse comportato uccisione o ferimento di persone, o mancato rispetto della dignità della persona”. Qualcosa che richiede non poco “coraggio” e non meno “creatività”. Barbiero ha illustrato innanzitutto le azioni di boicottaggio e sabotaggio, quali ad esempio il fumare – in pieno conformismo autarchico – una semplice pipa inglese, o indossare sul lavoro un simbolo politico com’è un nastro rosso, invitare le giovani donne a non rendersi dispponibili in alcun modo agli occupanti tedeschi e ai loro vassalli italiani. Ancora, in maniera ancora più rischiosa e organizzata, il sottrarre macchinari, bestiame o derrate alimentari all’avversario, sabotare il trasporto di merci, disertare la chiamata militare. Altre “armi” nonviolente erano quelle dello sciopero, per conquiste lavorative o per solidarietà a compagni/e arrestati/e, della propaganda attraverso giornali, volantini, manifesti, poesie e canzoni, tutte rigorosamente clandestine, oppure il supporto e il soccorso agli alleati e ai partigiani stessi. “Senza tutto ciò – ha spiegato ancora l’autore – la resistenza armata non avrebbe avuto la stessa efficacia, e non avrebbe potuto velocizzare la Liberazione, risparmiando così tanti morti e feriti”. Non dimenticando che la prima, elementare, forma di opposizione nonviolenta consiste semplicemente nel non obbedire a un ordine ingiusto di un potere ingiusto. Un ambito, quello della Resistenza nonviolenta, che, si spera, in futuro possa essere indagato in modo organico anche riguardo al territorio ferrarese.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 22 marzo 2019

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“Amo così tanto gli altri perché amo in ognuno un pezzetto di te, mio Dio”

28 Gen

Raccontare l’Olocausto attraverso le vite di alcune persone: fra quelle scelte dal MEIS per il Giorno della Memoria, Etty Hillesum e Schulim Vogelmann. Due straordinarie testimonianze di amore e di perdono in mezzo all’orrore

etty

“Mi sembra che si esageri nel temere per il nostro corpo. Lo spirito viene dimenticato, s’accartoccia e avvizzisce in qualche angolino. Viviamo in un modo sbagliato, senza dignità. Io non odio nessuno, non sono amareggiata: una volta che l’amore per tutti gli uomini comincia a svilupparsi in noi, diventa infinito”. E’ stata questo Etty Hillesum, una straordinaria donna d’amore e di fede, alla vita, alle persone e a Dio. Il MEIS ha scelto di dedicarle uno degli eventi del Giorno della Memoria, svoltosi nella sede di via Piangipane a Ferrara nel pomeriggio di lunedì 21 gennaio. “Etty Hillesum. Osare Dio” (Edizioni Cittadella) è il nome dell’antologia (con testi dalle sue lettere e dai suoi diari) presentata, curata da Alessandro Barban (monaco camaldolese) e Antonio Carlo Dall’Acqua (foto a sinistra). “Questo libro è anche una lettura cristiana del suo pensiero”, ha esordito il Direttore MEIS Simonetta Della Seta. “Dei ‘sommersi’ della Shoah ci sono poche voci. Etty è una di queste, che ci ha lasciato un messaggio di amore”. Barban, non potendo essere presente, ha lasciato un messaggio nel quale spiega come “leggere gli scritti di Etty è un cammino di crescita spirituale e di consapevolezza profonda. I suoi sono testi utili contro tutti i razzismi, e per i diritti dei più deboli della nostra società”. “Etty – ha spiegato invece Dall’Acqua – è morta 45 giorni prima di compiere 30 anni, e il suo diario l’ha iniziato a scrivere a 27 anni. Il tempo, perciò, non è qualcosa di fisso, ma di variabile: per questo possiamo dire che Etty ha vissuto veramente in pienezza tutta la vita, ma ha vissuto più gli ultimi tre anni della sua vita che i precedenti”. I genitori Levi e Rebecca si sposano nel 1912 e, oltre a Etty, hanno due figli maschi, Mischa e Jaap. Etty si laurea in giurisprudenza all’Università di Amsterdam, e si iscrisse anche alla facoltà di Lingue Slave, ma a causa della guerra deve interrompere i suoi studi. Conclude invece il percorso di Lingua e Letteratura russa, e negli anni successivi impartisce sia lezioni private sia lezioni di russo all’Università popolare di Amsterdam. All’inizio della guerra si interessa della psicologia analitica junghiana, grazie al lavoro dello psico-chirologo Julius Spier che conosce il 3 febbraio 1941 come paziente, divenendo in seguito la sua segretaria e una delle amiche più intime. Una conoscenza, ha spiegato Dall’Acqua, “che le ha permesso di maturare molto a livello spirituale”. La sua terra, l’Olanda, viene invasa e occupata dai nazisti nel ’41, le deportazioni inizieranno l’anno successivo. Ma come Etty scrive nel suo diario nel ’42, “ho un grande bisogno di lavorare profondamente, per diventare un essere adulto e completo”. “Continuo a lavorare e a vivere con la stessa convinzione e trovo la vita ugualmente ricca di significato, anche se non ho quasi più il coraggio di dirlo quando mi trovo in compagnia”. Nello stesso anno lavora come dattilografa presso una sezione del Consiglio Ebraico. Diverse volte Etty rifiuta di accettare l’aiuto di amici non ebrei che insistevano per ospitarla e nasconderla. In seguito, arrivò a pentirsi di aver accettato il lavoro al Consiglio ebraico, si sentiva in colpa. “Voglio condividere il destino del mio popolo”, scrisse. In seguito lavora nel campo di transito di Westerbork come assistente sociale. Qui riesce comunque anche a leggere delle poesie di Rilke, “per non perdere la propria umanità”, ha spiegato il relatore che si è poi soffermato su un episodio legato all’arrivo di un treno nel campo di Westerbork nel giugno ’43, di cui Etty, che ne è molto addolorata, ne parla in una sua lettera: nei vagoni bestiame vi erano “donne con bambini piccoli, 1600 in tutto (altri 1600 arrivano stanotte)”. “I vagoni merci erano completamente chiusi, ma qui e là mancavano delle assi e dalle aperture spuntavano mani a salutare, proprio come le mani di chi affoga”. “Etty mentre scrive – sono ancora parole di Dall’Acqua – naturalmente è cosciente che sarà deportata, anche se non subito. Ma nonostante questo, è serena”. Il 21 giugno ’43, però, da un treno che arriva nel campo, vede, attraverso alcuni assi mancanti, i genitori e il fratello Mischa. Scriverà: “questo è il giorno più triste della mia vita”. Il 7 settembre ’43 scrive a Christine van Nooten, e la lettera viene trovata perché è la stessa Etty a gettarla fuori dal treno prima della partenza, direzione Auschwitz: “Christien, apro a caso la Bibbia e trovo questo: «Il Signore è il mio alto ricetto». Sono seduta sul mio zaino nel mezzo di un affollato vagone merci. Papà, la mamma e Mischa sono alcuni vagoni più avanti. La partenza è giunta piuttosto inaspettata, malgrado tutto. Un ordine improvviso mandato appositamente per noi dall’Aia. Abbiamo lasciato il campo cantando, mamma e papà molto forti e calmi, e così Mischa. Viaggeremo per tre giorni. Grazie per tutte le vostre buone cure. Alcuni amici rimasti a Westerbork scriveranno ancora a Amsterdam, forse avrai notizie? Anche della mia ultima lunga lettera? Arrivederci da noi quattro. Etty”. E’ la sua ultima lettera. Mentre Etty, i genitori e il fratello Mischa mouoiono poco tempo dopo il loro arrivo ad Auschwitz, l’altro fratello, Jaap, perde invece la vita a Lubben, in Germania, dopo la liberazione, il 17 aprile 1945, durante il viaggio di ritorno nei Paesi Bassi. La data della morte di Etty è il 30 novembre 1943. Da Westerbork, in una delle ultime lettere, Etty scrive ad un amico queste parole “scandalose”: “la vita è una cosa splendida e grande, più tardi dovremo costruire un mondo completamente nuovo. A ogni nuovo crimine o orrore dovremo opporre un nuovo pezzetto di amore e di bontà che avremo conquistato in noi stessi. Possiamo soffrire ma non dobbiamo soccombere. E se sopravvivremo intatti a questo tempo, corpo e anima ma soprattutto anima, senza amarezza, senza odio, allora avremo anche il diritto di dire la nostra parola a guerra finita. Forse io sono una donna ambiziosa: vorrei dire anch’io una piccola parolina”. Per Dall’Acqua ciò significa “salvare la propria umanità: il suo, quindi, è un messaggio che non tramonta, un messaggio di pace e di amore, che ci dice che alla violenza si può reagire con l’amore”. “Amo così tanto gli altri perché amo in ognuno un pezzetto di te, mio Dio”, scrive lei stessa. “Ti cerco in tutti gli uomini e spesso trovo in loro qualcosa di te. E cerco di disseppellirti dal loro cuore, mio Dio”. A 27 anni ad Amsterdam scrive: “Un pozzo molto profondo è dentro di me. E Dio c’è in quel pozzo. Talvolta mi riesce di raggiungerlo, più spesso è coperto da sassi e sabbia: allora Dio è sepolto. Bisogna di nuovo che lo dissotterri”.

“Il falsario di Schindler”

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Il giorno dopo, il 22 gennaio, il MEIS ha ospitato Daniel Vogelmann (foto a destra), che ha parlato di suo padre Schulim, “il falsario di Schindler”, introdotto dal Presidente del MEIS, Dario Disegni , che ha spiegato l’importanza di raccontare storie come questa in quanto “oggi corriamo tanti rischi, vi è un ritorno di fenomeni di razzismo, intolleranza, antisemitismo, vi è tanta indifferenza verso chi soffre e intolleranza verso tutti quelli considerati diversi”. “Mio padre Schulim – ha spiegato Daniel – mi ha sempre raccontato poco della sua vita, e non solo riguardo alla sua prigionia ad Auschwitz. Certe cose, poi, le ho sapute soltanto molti anni dopo la sua morte, come, per esempio, che c’era anche lui nella lista di Schindler. E io, purtroppo, non gli ho mai chiesto nulla, anche perché è morto quando avevo solo ventisei anni. Qualcosa, però, è giunto miracolosamente fino a me, e così ho scritto questa piccola autobiografia per le mie nipotine. Ma non solo per loro”. Schulim Vogelmann nasce in Ucraina ma a 15 anni si traferisce a Vienna e poi in Palestina, dove si arruola come caporale nell’esercito britannico, e nel ’22 a Firenze, dove già risiedeva il fratello Mordechai, e viene assunto alla Tipografia Giuntina, allora di proprietà dell’editore Leo Samuele Olschki. Schulim nel 1928 diviene direttore della tipografia. Nel ’33 si sposa con Annetta Disegni (insegnante di lettere, parente di Dario) e la coppia nel ’35 ha una bambina, Sissel (nella foto col padre). Dopo l’8 settembre 1943 la famiglia cerca di rifugiarsi in Svizzera, ma fermati dalla polizia a Sondrio vengono rinchiusi al carcere di San Vittore a Milano e di lì deportati ad Auschwitz il 30 gennaio 1944, dal famigerato binario 21 della Stazione di Milano. La moglie e la figlia vengono immediatamente uccise. Schulim si salva grazie alla sua abilità di tipografo che i tedeschi cercarono di sfruttare nei campi di lavoro per coniare sterline false. Unico italiano incluso nella lista di Oskar Schindler, Schulim rientra nel dopoguerra a Firenze dove riprende a lavorare alla Tipografia Giuntina. Risposatosi con Albana Mondolfi, la coppia ha un figlio Daniel, nato nel ’48, come ha spiegato lui stesso, “14 giorni dopo la nascita dello Stato di Israele”, sottolineando “l’importanza straordinaria di far nascere un bambino ebreo, quando, fino a pochi anni prima, i bimbi ebrei venivano sterminati (furono un milione e mezzo in totale)”. Schulim muore a Firenze nel 1974. “Poco prima di morire legge ’Se questo è un uomo’ di Primo Levi”. Quattro anni dopo, nel ’78 nasce il figlio di Daniel, Shulim Vogelmann. Daniel nel 1980 fonda la casa editrice La Giuntina. “Mio padre – ha spiegato Daniel al MEIS – aveva un forte senso della vita, ed era essenzialmente una persona ottimista e buona, e oggi, segno dei tempi, chi è buono viene definito con disprezzo ‘buonista’ ”. “Non gioire mentre il tuo nemico cade e quando egli inciampa il tuo cuore non si rallegri” (Proverbi 24, 17): “questo passo biblico me lo ripeteva spesso”. Una grande domanda ha lasciato Daniel ai tanti ferraresi accorsi per ascoltarlo: “chi decide il destino degli uomini? Questo ci ha insegnato la Shoah…”.

Andrea Musacci

http://lavocediferrara.it/

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” il 1° febbraio 2019

Conferenza per ricordare il sacrificio di Bonhoeffer

10 Mar

downloadOggi alle 17 nella sala Agnelli della Biblioteca comunale Ariostea (via Scienze, 17), per il ciclo “Anniversari” verrà proposto un dialogo tra Giuliano Sansonetti e Maurizio Villani sul tema “A settant’anni dall’assassinio del teologo Dietrich Bonhoeffer”. L’iniziativa è a cura di Istituto Gramsci di Ferrara e Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara.

Dietrich Bonhoeffer (1906-1945) fu esponente del rinnovamento teologico nell’età della secolarizzazione e membro della Resistenza. Appartenne a quella minoranza di pastori evangelici che rifiutarono la decisione della Chiesa luterana tedesca di schierarsi col nazismo, dando vita alla Chiesa confessante.

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 10 marzo 2015

La storia di William Ferrari in una toccante mostra

19 Gen

William Ferrari con la moglieDopo l’8 settembre del ’43 circa 600.000 giovani militari italiani sono deportati in Germania perché si rifiutano di combattere al fianco dei nazisti. Considerati traditori, non hanno nemmeno il riconoscimento di “prigionieri militari”. Tra questi vi sono tanti ferraresi, come William Ferrari, classe ’23.

PubblicoSabato al Museo del Risorgimento e della Resistenza, in C.so Ercole I d’Este, 19, è stata inaugurata la mostra “William Ferrari: un marinaio tra guerra e deportazione ed altri volti di ex IMI ferraresi”, a cura di Antonella Guarnieri (storica del Museo) e Paolo Ferrari, figlio di William, presente all’evento (nella foto, insieme alla moglie). Più di trenta pannelli (oltre alla divisa estiva da marinaio che Ferrari usava nel ’42) per raccontare le drammatiche vicende da lui vissute, e da tanti altri (come Guareschi, Guerra e Natta), internati nei campi di lavoro tedeschi. Oltre a numerose lettere che spediva ai cari, alle poesie che scriveva, si possono trovare anche biglietti augurali e bigliettini che lanciava dal treno diretto verso la prigionia, poi fatti  recapitare ai famigliari.

È stato infine presentato il lavoro di Gianpaolo Bertelli “Gli internati militari italiani (IMI) della provincia deceduti in prigionia”.

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 19 gennaio 2015

La mostra su William Ferrari al Museo del Risorgimento e della Resistenza

17 Gen

leadImage_miniIl Museo del Risorgimento e della Resistenza cittadino, dopo la pausa natalizia, riprende le esposizioni nella propria sede in C.so Ercole I d’Este, 19. Oggi alle 11 verrà, infatti, inaugurata la mostra “William Ferrari: un marinaio tra guerra e deportazione ed altri volti di ex IMI ferraresi”, a cura di Antonella Guarnieri (Responsabile Comunicazione e Didattica del Museo) e con la collaborazione di Paolo Ferrari.

Alla presentazione interverrà lo stesso William Ferrari, e durante l’incontro sarà presentato il lavoro di Gianpaolo Bertelli “Gli internati militari italiani (IMI) della provincia deceduti in prigionia”, con il patrocinio dell’Istituto Nastro Azzurro di Ferrara, e in collaborazione con Archivio di Stato di Ferrara e ANPI provinciale Il 24 gennaio, invece, presso l’Istituto Tecnico Fratelli Navarra di Ostellato, alle 10.30 vi sarà l’incontro con Davide Guarnieri, “Resistenza, nazifascisti e deportazione politica nel basso Ferrarese”, e con Antonella Guarnieri “Gli ebrei ferraresi, la legislazione razziale, la persecuzione: l’antifascismo e la Resistenza per continuare ad esistere”. Saranno proiettati alcuni spezzoni del film “Gli occhiali d’oro” di Giuliano Montaldo.

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 17 gennaio 2015