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Violenza di genere, un dramma che riguarda anche la Chiesa?

25 Nov

Una riflessione in occasione del 25 novembre, Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne: i dati nazionali, la volontà di dominio del maschio, il ruolo e le colpe della Chiesa, buone pratiche e vie percorribili nella comunità ecclesiale

di Andrea Musacci

OLYMPUS DIGITAL CAMERAE’ abbastanza recente, del 2013, la legge n. 119 che, per la prima volta nel nostro ordinamento, fa riferimento esplicito alla “violenza basata sul genere”, quella, cioè, sulla donna in quanto tale. Solo a ridosso del nuovo millennio, nel 1996, a livello legislativo i reati di violenza sessuale non sono più definiti “delitti contro la moralità pubblica e il buon costume”, ma contro la persona. Non stupisca dunque se anche quest’anno, in particolare in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne (in programma il 25 novembre) siano state tante, anche nella nostra provincia, le iniziative di sensibilizzazione sul tema. Gli stessi dati, presentati la scorsa settimana dalla Polizia di Stato nel report nazionale “Questo non è amore”, dimostrano non solo come il problema esista e abbia una sua specificità rispetto ad altre forme di violenze, ma anche come sia un fenomeno, rimanendo nel nostro Paese, in continuo aumento. In Italia i femminicidi passano, infatti, dal 37% sul totale delle vittime di sesso femminile del 2018, al 49% nel periodo gennaio-agosto 2019. Il 67% di queste vittime è straniero. In aumento anche le donne vittime di violenza, che passano dal 68% del 2016 al 71% del 2019. A colpire è anche un altro dato che emerge dal report: nell’82% dei casi, chi fa violenza su una donna è il marito, il compagno, un familiare o conoscente. Il luogo domestico, quella sfera privata che sempre dovrebbe essere sinonimo di libertà e luogo degli affetti, spesso purtroppo si trasforma in spazio di assoggettamento, “regno protetto” dove si scatenano dinamiche ambivalenti di cura e manipolazione.

In “Amoris Laetitia”, il Papa scrive giustamente: “benché sia legittimo e giusto che si respingano vecchie forme di famiglia “tradizionale” caratterizzate dall’autoritarismo e anche dalla violenza, questo non dovrebbe portare al disprezzo del matrimonio bensì alla riscoperta del suo vero senso e al suo rinnovamento” (AL 53). È un meccanismo micidiale – che, più in generale, trascende i rapporti fra i generi e l’ambito domestico – quello nel quale la donna invece che vittima si sente responsabile, iniziando ad autocolpevolizzarsi, con ripercussioni psicologiche spesso devastanti: è il meccanismo tipico del potere, che introietta, in chi vuole dominare, la coscienza della propria subalternità, privando la persona di valore e soggettività. Chi “detta legge” – chi è in un’accezione negativa, “sovrano”, “signore” – decide anche chi è dignitoso e chi no, chi è rispettabile e chi no, chi deve giustificarsi e chi no, chi debba vergognarsi e chi no. Nel 2013, negli Stati Uniti, due donne – Jen Brockman e Mary A. Wyandt-Hiebert – idearono la mostra “What Were You Wearing’”, “Com’eri vestita?” (poi presentata anche in Italia), esponendo gli abiti che le donne vittime indossavano al momento della violenza: indumenti d’ogni tipo, a dimostrazione – per sfatare un luogo comune diffuso – che in nessun modo l’abbigliamento di una donna possa giustificare o incentivare un uomo ad abusare di lei.

Ma che la violenza di genere sia una forma di potere, un meccanismo di soggezione tanto esplicito quanto subdolo, lo si nota anche da certo linguaggio, usato spesso dal carnefice, a cui spesso, purtroppo, alcuni giornalisti fanno da megafono; e, tante volte, si tratta di un linguaggio introiettato dalle stesse vittime o da altre donne. Espressioni del tipo “omicidio passionale” o “l’ha uccisa perché la amava troppo” trasformano implicitamente il colpevole in “vittima” della sua stessa passione, quindi di altro da sé, e, in molti casi, la vittima in responsabile (si veda ad esempio la testimonianza di Lucia Panigalli a pag. 11). Per quanto riguarda il nostro territorio, oltre al fondamentale e decennale lavoro di formazione, prevenzione, sostegno e accoglienza svolto dall’UDI e dal Centro Donna Giustizia, lo scorso gennaio è nato “Dire basta”, un gruppo di “Auto-Mutuo-Aiuto” (A.M.A.) per donne che vivono o hanno vissuto situazioni di violenza fisica e psicologica (ne avevamo parlato nell’edizione del 7 giugno scorso). Un progetto mai visto prima nel ferrarese, per la sua modalità “dal basso” – senza esperti – e ancora poco diffuso in Italia.

A Ferrara, lo scorso aprile, invece, anche se un po’ in sordina, in Municipio è stato presentato il libro “Non solo reato, anche peccato: religioni e violenza sulle donne”, un volume a più voci – uomini e donne, cristiani di ogni confessioni, ebrei, musulmani, atei – curato dalla teologa Paola Cavallari. Il libro si inserisce in un progetto più ampio, prima ecumenico poi interreligioso, nato in ambienti cattolici e riformati, avviato dall’appello “Contro la violenza sulle donne. Un appello alle chiese cristiane in Italia” del 2015, e proseguito dal 2016 al 2018 con tre tavole rotonde interreligiose a Bologna sul tema della connessione tra religioni e violenze contro le donne, e l’anno scorso con la nascita dell’Osservatorio Interreligioso contro la violenza sulle donne. Nell’appello del 2015 vi è scritto: “Questa violenza interroga anche le Chiese e pone un problema alla coscienza cristiana: la violenza contro le donne è un’offesa ad ogni persona che noi riconosciamo creata a immagine e somiglianza di Dio, un gesto contro Dio stesso e il suo amore per ogni essere umano”. Si tratta dunque di una giusta sollecitazione, rivolta a laici e presbiteri, a non banalizzare né sottovalutare il tema della violenza di genere e, più in generale, il tema del rapporto fra i generi nella società e all’interno della stessa Chiesa, a tutti i livelli. Papa Francesco in un passaggio di “Christus Vivit” riflette: “Una Chiesa eccessivamente timorosa e strutturata può essere costantemente critica nei confronti di tutti i discorsi sulla difesa dei diritti delle donne ed evidenziare costantemente i rischi e i possibili errori di tali rivendicazioni. Viceversa, una Chiesa viva può reagire prestando attenzione alle legittime rivendicazioni delle donne che chiedono maggiore giustizia e uguaglianza. Può ricordare la storia e riconoscere una lunga trama di autoritarismo da parte degli uomini, di sottomissione, di varie forme di schiavitù, di abusi e di violenza maschilista” (C. V., 42).

Tanti sono i passi fatti nella Chiesa in questo cammino di “conversione”: basti pensare alle diffusissime esperienze, spesso nel silenzio, in tutto il mondo di aiuto e accompagnamento di donne sole o abusate, o al dibattito, anche in vista del recente Sinodo per l’Amazzonia, sulla necessità di una maggiore presenza femminile nei luoghi decisionali, o sull’accesso delle donne ai ministeri (lettorato, accolitato, diaconato). Solo per citare alcuni esempi e limitandoci all’Italia, esiste un mensile di donne dell’“Osservatore Romano”, “Donne Chiesa Mondo”, e un gruppo, piccolo ma combattivo, denominato “Donne per la Chiesa”. Molto altro, però, può e dev’essere fatto, e quel che di buono c’è – in termini di riflessione teologica, storica, anche autocritica, di sostegno concreto alle donne in qualsiasi situazione di violenza, abuso, sopruso e sottomissione, dentro e fuori la Chiesa – dev’essere maggiormente pubblicizzato e incentivato, senza inutili timidezze. Iniziamo a riflettere se sempre è, ed è stata, corretta la nostra immagine di Dio (o non, a volte, strumentale a forme di assoggettamento e violenza, anche di genere) e se, contemporaneamente, non dovremmo considerare come compito di ognuno – donne e uomini insieme – il ragionare sulle nostre concezioni del “maschile” e del “femminile”: solo un discernimento e un’azione davvero sinodali possono portare, nella comunità ecclesiale, ad affrontare nel migliore dei modi anche la piaga della violenza di genere.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 29 novembre 2019

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Violenza sulle donne, un problema anche religioso

8 Apr

Un libro e un Osservatorio interreligioso – presentati a Ferrara lo scorso 5 aprile dalla loro ideatrice, Paola Cavallari – intendono stimolare discussioni e pratiche nuove sulle relazioni di genere anche dentro la Chiesa

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“Non solo reato, anche peccato: religioni e violenza sulle donne” (Effatà editrice, Cantalupa Torino 2018, pp. 144), è il nome dell’interessante e corale volume da poco disponibile nelle librerie e presentato anche a Ferrara (nella Sala dell’Arengo del Palazzo Municipale) lo scorso 5 aprile, con l’intervento della curatrice Paola Cavallari che ha interloquito con Francesco Lavezzi. Il volume raccoglie riflessioni di donne e uomini, credenti e non credenti, sul tema del rapporto fra i generi e sulla correlazione di questo con la violenza maschile sulle donne.

Un Appello, tre tavoli e un Osservatorio

La maturazione recente di questo percorso decennale, inizia quattro anni fa con la stesura del patto intitolato “Contro la violenza sulle donne. Un appello alle chiese cristiane in Italia”, nato nel mondo evangelico e siglato da rappresentanti di dieci denominazioni cristiane il 9 marzo 2015 a Roma. Nel testo, fra l’altro vi è scritto: “il luogo principale dove avviene la violenza sulle donne è la famiglia: questo è un fatto accertato e grave. Questa violenza interroga anche le Chiese e pone un problema alla coscienza cristiana: la violenza contro le donne è un’offesa ad ogni persona che noi riconosciamo creata a immagine e somiglianza di Dio, un gesto contro Dio stesso e il suo amore per ogni essere umano”. Più avanti: “le comunità cristiane in Italia sentono urgente la necessità di impegnarsi in prima persona per un’azione educativa e pastorale profonda e rinnovata che da un lato aiuti la parte maschile dell’umanità a liberarsi dalla spinta a commettere violenza sulle donne e dall’altro sostenga la dignità della donna, i suoi diritti e il suo ruolo nel privato delle relazioni sentimentali e di famiglia, nell’ambito della comunità cristiana, così come nei luoghi di lavoro e più in generale nella società”. Un limite dell’Appello, scrive la Cavallari nell’introduzione al volume, risiede però nel fatto che “non ospita alcun interrogativo sulla corresponsabilità storica delle istituzioni religiose nell’aver condiviso, legittimato e trasmesso un’antropologia e una visione politica che delle violenze sessiste sono state matrici”. Un appello, inoltre, purtroppo caduto nel vuoto, fatta eccezione per singole personalità di diverse confessioni cristiani e per il SAE – Segretariato Attività Ecumeniche di Bologna, che nei mesi di maggio del 2016, 2017 e 2018 ha organizzato nel capoluogo felsineo tre tavole rotonde interreligiose sul tema della connessione tra religioni e violenze contro le donne. “La cultura secolarizzata dell’Occidente dà per lo più scontato che le religioni siano istituti nemici delle donne”, ma “ciò è coraggiosamente smentito nella costellazione delle forme del femminismo cristiano, ebraico, islamico che si autocomprendono come saperi/pratiche non scissi dalla fede, e riconoscono i doni dello Spirito come nutrimento e fonte di libertà, per donne e uomini. E’ questa la logica cui l’Osservatorio si ispira”, scrive sempre la Cavallari nel libro, riferendosi all’Osservatorio Interreligioso contro la violenza sulle donne, nato lo scorso marzo. “Il nostro Osservatorio è dunque molto inclusivo – ha spiegato a Ferrara -, e si sta costituendo in gruppi territoriali”. Già attivi sono quelli dell’Emilia-Romagna, di Milano, del Trentino Alto Adige, di Cosenza e di Roma. “Nella nostra stessa Regione – ha proseguito – chiederemo alle diverse comunità ecclesiastiche o religiose che affrontino seriamente il problema, creando anche Commissioni specifiche sul tema della violenza maschile contro le donne e dell’identità di genere. La Chiesa Battista ha già iniziato a lavorare in questa direzione. Per ora siamo andati a parlare in alcuni istituti scolastici, cerchiamo di allargare il dibattito sulla stampa e abbiamo incontrato alcuni pastori, pastore e Vescovi, come quello di Bologna, mons. Zuppi. Per me è stata una vera e propria chiamata – ha confessato la Cavallari – quella che mi ha spinto a organizzare i tavoli, poi a dar vita all’Osservatorio e a curare il libro. E a una chiamata di questo tipo non si può sfuggire, non la si può non raccogliere… . Tutte le donne delle diverse confessioni religiosi – sono ancora sue parole – devono allearsi tra loro nella ricerca della libertà e di quella dignità a loro rubata, nei secoli, dagli uomini, e molto spesso anche dalle stesse donne, che hanno interiorizzato un certo senso di inferiorità. E’ importante quindi che le donne sentano il bisogno di studiare, ricercare, approfondire”.

Per una rilettura delle Sacre Scritture

copertina non solo reatoCome scrive lei stessa nel volume, l’intento di questo progetto consiste anche nel far comprendere come le offese alla dignità femminile non siano questioni “confinabili nell’etica, ma assolutamente intrinseche alla sostanza teologica”. Da qui l’importanza – riconosciuta in tutti i contributi del volume – di una diversa traduzione, interpretazione o legittimità assegnata ad alcuni passi o episodi delle Scritture, in particolare veterotestamentari, nei quali è esplicita e giustificata una concezione oppressiva della donna, e la violenza sulla stessa. “Sto lavorando a una pubblicazione su Eva – ha spiegato la Cavallari – nella quale intendo dare un’interpretazione alternativa, più positiva di questa figura”. In Genesi 2,18 è scritto: “Poi il Signore Dio disse: «Non è bene che l’uomo sia solo: gli voglio fare un aiuto che gli sia simile»”. “Aiuto”, secondo l’autrice, non indica, come spesso è stato interpretato, “qualcosa di servile, ma di molto importante, tanto che spesso nelle Scritture il termine è riferito a quello che Dio stesso dà ai suoi figli”. E’ infatti traducibile anche come “un aiuto che gli stia di fronte”, “evidenziando così ancor di più la parità, la simmetria tra uomo e donna, tra un ‘io’ e un ‘tu’”.

Necessità di un’autocritica

Se la riflessione e l’azione sono naturalmente tese nel presente e verso il futuro, fondamentale è una presa di coscienza totale di ciò che è stato, quindi anche degli abomini e delle violenze – fisiche e non – perpetrate, giustificate o nascoste nelle comunità ecclesiali, e di ciò che ancora avviene al loro interno. “Le chiese o comunità religiose – scrive ancora la Cavallari nell’introduzione al volume – non possono più persistere nel peccato di omissione, nell’ignorare il grido di dolore (come ebbe a dire il Cardinal Martini) che le donne innalzano; non possono sottrarsi con l’indifferenza, la banalizzazione, il paternalismo, con la riproposizione di una visione idealizzata – disincarnata, ingannevole – della donna. Inoltre non si domandano come mai la violenza si esercita soprattutto tra le pareti domestiche, in quei ‘focolari familiari’ che dovrebbero essere la cifra di una cellula benedetta”. La denuncia prosegue poi in modo ancor più netto: “le comunità religiose per lo più sono sorde, proprio loro che dovrebbero essere per eccellenza i luoghi di ascolto e accoglimento. Le donne violate e poi non credute avvertono un’immensa solitudine. I centri antiviolenza, e quasi mai le comunità religiose, forniscono quell’ascolto che fa sì che la donna abusata si senta non più delegittimata e finalmente riconosciuta”. “Siamo in una fase – ha spiegato a Ferrara – nella quale qualcosa si sta scardinando, anche nei confronti della stessa sessualità”, riferendosi ad esempio ad alcune riflessioni di Papa Francesco nella recente Esortazione “Christus Vivit” (n. 261).

Una liberazione di tutte/i

cavallari lavezzi“La cosiddetta teologia femminista è liberante non solo per le donne ma per tutti, anche per gli stessi uomini, e in particolare per tutte le minoranze e per tutte le classi subalterne”, ha tenuto a sottolineare la Cavallari, “non si desidera certo sostituire il potere degli uomini con quello delle donne”. Nel libro scrive a riguardo: “le donne non chiedono ciò per rivalsa, per crudeltà, per vendicarsi, o per scalzare gli uomini rimpiazzandoli negli spazi di potere – come viene maliziosamente insinuato; ma chiedono ciò che gli stessi cammini sapienzali e gli itinerari di fede hanno indicato per la vera conversione e il ristabilimento della giustizia”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 12 aprile 2019

http://lavocediferrara.it/

(foto Francesca Brancaleoni)