Tag Archives: Violenza contro le donne

Violenza di genere, un dramma che riguarda anche la Chiesa?

25 Nov

Una riflessione in occasione del 25 novembre, Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne: i dati nazionali, la volontà di dominio del maschio, il ruolo e le colpe della Chiesa, buone pratiche e vie percorribili nella comunità ecclesiale

di Andrea Musacci

OLYMPUS DIGITAL CAMERAE’ abbastanza recente, del 2013, la legge n. 119 che, per la prima volta nel nostro ordinamento, fa riferimento esplicito alla “violenza basata sul genere”, quella, cioè, sulla donna in quanto tale. Solo a ridosso del nuovo millennio, nel 1996, a livello legislativo i reati di violenza sessuale non sono più definiti “delitti contro la moralità pubblica e il buon costume”, ma contro la persona. Non stupisca dunque se anche quest’anno, in particolare in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne (in programma il 25 novembre) siano state tante, anche nella nostra provincia, le iniziative di sensibilizzazione sul tema. Gli stessi dati, presentati la scorsa settimana dalla Polizia di Stato nel report nazionale “Questo non è amore”, dimostrano non solo come il problema esista e abbia una sua specificità rispetto ad altre forme di violenze, ma anche come sia un fenomeno, rimanendo nel nostro Paese, in continuo aumento. In Italia i femminicidi passano, infatti, dal 37% sul totale delle vittime di sesso femminile del 2018, al 49% nel periodo gennaio-agosto 2019. Il 67% di queste vittime è straniero. In aumento anche le donne vittime di violenza, che passano dal 68% del 2016 al 71% del 2019. A colpire è anche un altro dato che emerge dal report: nell’82% dei casi, chi fa violenza su una donna è il marito, il compagno, un familiare o conoscente. Il luogo domestico, quella sfera privata che sempre dovrebbe essere sinonimo di libertà e luogo degli affetti, spesso purtroppo si trasforma in spazio di assoggettamento, “regno protetto” dove si scatenano dinamiche ambivalenti di cura e manipolazione.

In “Amoris Laetitia”, il Papa scrive giustamente: “benché sia legittimo e giusto che si respingano vecchie forme di famiglia “tradizionale” caratterizzate dall’autoritarismo e anche dalla violenza, questo non dovrebbe portare al disprezzo del matrimonio bensì alla riscoperta del suo vero senso e al suo rinnovamento” (AL 53). È un meccanismo micidiale – che, più in generale, trascende i rapporti fra i generi e l’ambito domestico – quello nel quale la donna invece che vittima si sente responsabile, iniziando ad autocolpevolizzarsi, con ripercussioni psicologiche spesso devastanti: è il meccanismo tipico del potere, che introietta, in chi vuole dominare, la coscienza della propria subalternità, privando la persona di valore e soggettività. Chi “detta legge” – chi è in un’accezione negativa, “sovrano”, “signore” – decide anche chi è dignitoso e chi no, chi è rispettabile e chi no, chi deve giustificarsi e chi no, chi debba vergognarsi e chi no. Nel 2013, negli Stati Uniti, due donne – Jen Brockman e Mary A. Wyandt-Hiebert – idearono la mostra “What Were You Wearing’”, “Com’eri vestita?” (poi presentata anche in Italia), esponendo gli abiti che le donne vittime indossavano al momento della violenza: indumenti d’ogni tipo, a dimostrazione – per sfatare un luogo comune diffuso – che in nessun modo l’abbigliamento di una donna possa giustificare o incentivare un uomo ad abusare di lei.

Ma che la violenza di genere sia una forma di potere, un meccanismo di soggezione tanto esplicito quanto subdolo, lo si nota anche da certo linguaggio, usato spesso dal carnefice, a cui spesso, purtroppo, alcuni giornalisti fanno da megafono; e, tante volte, si tratta di un linguaggio introiettato dalle stesse vittime o da altre donne. Espressioni del tipo “omicidio passionale” o “l’ha uccisa perché la amava troppo” trasformano implicitamente il colpevole in “vittima” della sua stessa passione, quindi di altro da sé, e, in molti casi, la vittima in responsabile (si veda ad esempio la testimonianza di Lucia Panigalli a pag. 11). Per quanto riguarda il nostro territorio, oltre al fondamentale e decennale lavoro di formazione, prevenzione, sostegno e accoglienza svolto dall’UDI e dal Centro Donna Giustizia, lo scorso gennaio è nato “Dire basta”, un gruppo di “Auto-Mutuo-Aiuto” (A.M.A.) per donne che vivono o hanno vissuto situazioni di violenza fisica e psicologica (ne avevamo parlato nell’edizione del 7 giugno scorso). Un progetto mai visto prima nel ferrarese, per la sua modalità “dal basso” – senza esperti – e ancora poco diffuso in Italia.

A Ferrara, lo scorso aprile, invece, anche se un po’ in sordina, in Municipio è stato presentato il libro “Non solo reato, anche peccato: religioni e violenza sulle donne”, un volume a più voci – uomini e donne, cristiani di ogni confessioni, ebrei, musulmani, atei – curato dalla teologa Paola Cavallari. Il libro si inserisce in un progetto più ampio, prima ecumenico poi interreligioso, nato in ambienti cattolici e riformati, avviato dall’appello “Contro la violenza sulle donne. Un appello alle chiese cristiane in Italia” del 2015, e proseguito dal 2016 al 2018 con tre tavole rotonde interreligiose a Bologna sul tema della connessione tra religioni e violenze contro le donne, e l’anno scorso con la nascita dell’Osservatorio Interreligioso contro la violenza sulle donne. Nell’appello del 2015 vi è scritto: “Questa violenza interroga anche le Chiese e pone un problema alla coscienza cristiana: la violenza contro le donne è un’offesa ad ogni persona che noi riconosciamo creata a immagine e somiglianza di Dio, un gesto contro Dio stesso e il suo amore per ogni essere umano”. Si tratta dunque di una giusta sollecitazione, rivolta a laici e presbiteri, a non banalizzare né sottovalutare il tema della violenza di genere e, più in generale, il tema del rapporto fra i generi nella società e all’interno della stessa Chiesa, a tutti i livelli. Papa Francesco in un passaggio di “Christus Vivit” riflette: “Una Chiesa eccessivamente timorosa e strutturata può essere costantemente critica nei confronti di tutti i discorsi sulla difesa dei diritti delle donne ed evidenziare costantemente i rischi e i possibili errori di tali rivendicazioni. Viceversa, una Chiesa viva può reagire prestando attenzione alle legittime rivendicazioni delle donne che chiedono maggiore giustizia e uguaglianza. Può ricordare la storia e riconoscere una lunga trama di autoritarismo da parte degli uomini, di sottomissione, di varie forme di schiavitù, di abusi e di violenza maschilista” (C. V., 42).

Tanti sono i passi fatti nella Chiesa in questo cammino di “conversione”: basti pensare alle diffusissime esperienze, spesso nel silenzio, in tutto il mondo di aiuto e accompagnamento di donne sole o abusate, o al dibattito, anche in vista del recente Sinodo per l’Amazzonia, sulla necessità di una maggiore presenza femminile nei luoghi decisionali, o sull’accesso delle donne ai ministeri (lettorato, accolitato, diaconato). Solo per citare alcuni esempi e limitandoci all’Italia, esiste un mensile di donne dell’“Osservatore Romano”, “Donne Chiesa Mondo”, e un gruppo, piccolo ma combattivo, denominato “Donne per la Chiesa”. Molto altro, però, può e dev’essere fatto, e quel che di buono c’è – in termini di riflessione teologica, storica, anche autocritica, di sostegno concreto alle donne in qualsiasi situazione di violenza, abuso, sopruso e sottomissione, dentro e fuori la Chiesa – dev’essere maggiormente pubblicizzato e incentivato, senza inutili timidezze. Iniziamo a riflettere se sempre è, ed è stata, corretta la nostra immagine di Dio (o non, a volte, strumentale a forme di assoggettamento e violenza, anche di genere) e se, contemporaneamente, non dovremmo considerare come compito di ognuno – donne e uomini insieme – il ragionare sulle nostre concezioni del “maschile” e del “femminile”: solo un discernimento e un’azione davvero sinodali possono portare, nella comunità ecclesiale, ad affrontare nel migliore dei modi anche la piaga della violenza di genere.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 29 novembre 2019

http://lavoce.epaper.digital/it/news

https://www.lavocediferrara.it/

Speciale violenza sulle donne: ruolo della Chiesa, storia di Lucia Panigalli e dati di Ferrara

25 Nov

a cura di Andrea Musacci

violencia-domestica-840x472Violenza sulle donne, la parola a don Alessio Grossi del Consultorio “InConTra”: prevenzione, formazione e sostegno. A breve aprirà lo Sportello per la tutela dei soggetti vulnerabili, fra cui donne e minori vittime di abusi o violenze

Il 25 novembre è la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Anche la nostra Arcidiocesi si interroga su come affrontare questa piaga che, come si vede dai dati nazionali e locali (nella pagina a fianco), è tutt’altro che irrilevante e quindi necessita di un’azione preventiva anche da parte delle comunità ecclesiali. Ne abbiamo parlato con don Alessio Grossi, alla guida del Consultorio familiare diocesano “InConTra”, aperto lo scorso giugno.

Don Grossi, come Diocesi qual è la risposta al problema? Come Consultorio “InConTra” in generale abbiamo la vocazione anche alla tutela e alla prevenzione della violenza, compresa quella sulle donne, pur non avendo ancora un iter specifico. In futuro organizzeremo anche un percorso formativo sul tema, centrato soprattutto sulla prevenzione.

Come avverrebbe concretamente l’aiuto? Se dovesse venire fuori in un colloquio individuale il caso di una donna che ha subito violenza o abuso dal marito, compagno o fidanzato, coinvolgeremmo immediatamente i consulenti familiari (psicologi, psicoterapeuti, mediatori familiari), e poi, eventualmente, ci rivolgeremmo alle forze dell’ordine per la denuncia. Spesso, in casi come questo, nel colloquio l’abuso o la violenza subita viene detta dalla vittima tra le righe, non è esplicita, e spesso si tratta anche di violenza psicologica.

I dati dimostrano come la stragrande maggioranza di queste violenze avvengano in famiglia o comunque in rapporti di coppia. Come si spiega?

La famiglia può essere anche un luogo infernale: a volte si crea un doppio legame, un’ambivalenza nel rapporto tra partner, o tra padre e figlia, ad esempio. Insomma, chi mi fa del male al tempo stesso è colui da cui dipendo affettivamente e/o economicamente, affettivamente. Si crea quindi un rapporto di dipendenza, la relazione di coppia può trasformarsi in una relazione di possesso, fatta di controlli, limitazioni, offese e pretese da parte del maschio, fino appunto alla violenza.

Quale risposta si può dare a livello formativo? E’ importante prendersi cura delle relazioni nelle famiglie, nelle coppie, tra i fidanzati, e nei giovani in generale. L’aspetto formativo è fondamentale, soprattutto a partire dalle famiglie: riguarda innanzitutto l’imparare ad ascoltare, a parlare correttamente, a relazionarsi, a prendersi cura dell’altra persona, all’amore e al rispetto. C’è dunque bisogno di un’attenzione maggiore all’affettività, anche perché spesso nei giovani e nei giovanissimi notiamo un modo di relazionarsi consumistico, ’usa e getta’, con un vero e proprio scollamento tra azione, sentimento e significato.

In che senso? L’immagine diffusa o scambiata tramite i social è slegata dai sentimenti che il giovane può provare, come se non fosse reale. Questo può diventare fonte di violenza.

La scorsa primavera Papa Francesco ha reso pubblico la Lettera Apostolica in forma di “Motu Proprio” “Sulla protezione dei minori e delle persone vulnerabili”. Un discorso che riguarda anche le donne vittime di violenza? Certamente: anche nella nostra Arcidiocesi a breve verrà ufficialmente aperto l’Ufficio tutela minori e persone vulnerabili, che il Papa vuole in tutte le diocesi. Ne riparleremo meglio a dicembre. Anche in questo caso, comunque, al centro ci sarà la prevenzione, l’informazione, la formazione e la cura della donna, dei minori e degli altri soggetti deboli, con anche uno Sportello apposito al quale rivolgersi.

Infine, la Chiesa, secondo lei, deve in qualche modo ridefinire il ruolo della donna? Sì, anche se questo lavoro procede lentamente. Ad esempio, ultimamente si parla dello sfruttamento in alcuni Diocesi delle suore da parte di parroci o vescovi, e comunque delle donne in generale, laddove relegate a meri lavori manuali. Sarebbe molto importante anche ripensare la lettura teologica della figura della donna, per valorizzare maggiormente l’identità femminile.


La storia di Lucia Panigalli,  sopravvissuta a un femminicidio, intervenuta il 22 novembre a Ferrara

OLYMPUS DIGITAL CAMERA“Sono sotto scorta dei Carabinieri, forse l’unica in Italia ad averla per un caso come il mio. Questo perché il mio ‘aguzzino’, seppur ritenuto socialmente pericoloso, è stato messo in libertà vigilata per ‘buona condotta’ in carcere”. Lei è Lucia Panigalli, 63 anni, sopravvissuta a un femminicidio a Vigarano Mainarda nel maggio 2010, e lui è Mauro Fabbri, per 18 mesi suo compagno, che tentò di ucciderla prima con diverse coltellate, poi con calci sul volto e sulla testa. Fu il figlio di lei a salvarla. Ma Fabbri, dal 29 luglio scorso, è in libertà vigilata, costringendo così la donna a vivere non solo con le conseguenze del trauma (tra cui recentemente, l’amnesia globale transitoria) ma anche con la paura di rincontrarlo e che lui le faccia ancora del male (nonostante la lettera “rassicurante” inviatale lo scorso ottobre). Per il tentato femminicidio, il giudice condannò Fabbri a 8 anni e mezzo di carcere, pena poi ridotta per “buona condotta” dell’uomo, il quale in carcere tentò, dopo pochi mesi, di commissionare l’omicidio della donna (in cambio di soldi e mezzi) ad un sicario bulgaro, Radev Stanyo Dobrev, che lo denunciò (ma l’uomo, 48 anni, è oggi a processo per tentato omicidio in concorso, aggravato dalla premeditazione). Secondo l’art. 115 del Codice Penale, però, Fabbri non è da ritenere ulteriormente colpevole, poiché “le intenzioni” – così è scritto – non sono perseguibili. La Panigalli ha raccontato la propria storia la mattina del 22 novembre nella Sala Consiliare del Municipio di Ferrara per un seminario organizzato in occasione della “Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne” del 25 novembre. Dopo la seconda sentenza, ha spiegato, “per due settimane mi sono chiusa in casa a piangere per la rabbia e lo sconforto. Lo Stato – denuncia – con la sua assurda sentenza mi ‘costringe’ a farmi uccidere”. Ricordiamo che sollevò – giustamente – molte polemiche anche l’intervista “accusatoria” che le rivolse Bruno Vespa lo scorso settembre a “Porta a porta”. “Per me – ha spiegato ancora a Ferrara la donna – non esiste futuro finché la situazione rimarrà questa. Faccio tutto quel che faccio per dovere civile e per dare un senso a una vicenda che un senso non ha. La nostra relazione – ha spiegato – non era durata tanto per due adulti, c’eravamo lasciati di comune accordo, non avevamo figli né proprietà da dividerci. Sono contenta di fare testimonianza, ma per me ogni volta è dura riaprire questo pentolone di dolore e di schifezze e rimangiarlo: io ormai sono questa cosa, non riesco a non pensarci. Gli unici momenti in cui non ci penso sono quelle due ore quando vado a ballare. A volte mi vien da dire – ha detto con sconforto – che comunque mi sento la responsabilità di non aver riconosciuto il malessere di quell’uomo – perché un uomo che fa quello che ha fatto non sta bene. Dobbiamo però continuare ad amare gli uomini se lo meritano, e da madri educarli e dar loro il buon esempio. Ma a voi donne, soprattutto giovani, dico: state attente, non ritenetevi mai al sicuro”. Ma non finisce qui: “ci sono anche le frasi orribili che mi son sentita rivolgere, del tipo ‘cos’hai fatto per farlo arrabbiare così tanto?’ ”. E poi c’è un’altra calunnia, specifica, che Mauro Fabbri disse fin da subito. E che ora, denuncia la Panigalli, “sono venuta a sapere che alcuni, nei bar, pubblicamente, ripetono, come chiacchiera: che lui avrebbe tentato di uccidermi perché non gli avrei restituito dei soldi che mi aveva prestato. Ma non è assolutamente vero, non ho ricevuto in prestito da lui nemmeno una lira. Ci mancherebbe, sono una donna ‘orgogliosa’, faccio fin fatica a farmi offrire un caffè da un uomo. E, in ogni caso, questo avrebbe giustificato un femminicidio?”. Infine, spiega, “andrebbero modificate le norme su come viene concessa in tanti casi la libertà anticipata, i termini della ‘buona condotta’, ci vorrebbe maggior comunicazione tra uffici giudiziari e tribunale di sorveglianza, e bisognerebbe comunicare alle vittime se il loro ‘aguzzino’ è uscito in anticipo ed è in libertà vigilata: io l’ho saputo solo per vie traverse”.


I dati a Ferrara: nel 2019 già 255 le donne accolte dal Centro Donna Giustizia. In aumento le giovani fra i 18 e 30 anni che si rivolgono anche in emergenza

Nel seminario svoltosi in Municipio a Ferrara il 22 novembre, nel quale è intervenuta anche Lucia Panigalli, Paola Castagnotto del Centro Donna Giustizia (CDG) di Ferrara ha presentato i dati del CDG sul 2018 e sui primi dieci mesi del 2019. L’anno scorso, nel progetto “Uscire dalla Violenza” (che vede accoglienza, ospitalità delle donne vittime, oltre a informazione, formazione e progetti di autonomia e recupero sociale e lavorativo delle stesse), sono state accolte 290 donne (di cui 194 italiane, 197 mamme). Di queste, 81 sono state inviate alla consulenza legale e 85 a quella psicologica. I colloqui dell’operatrice sono stati 906 e 1039 i contatti telefonici. Nei primi dieci mesi del 2019, invece, sono 255 le donne accolte, di cui 164 italiane, 132 occupate e solo 90 con reddito autonomo. Tornando al 2018, il progetto “Oltre la Strada” (che sviluppa programmi di protezione e integrazione sociale per donne vittime di tratta e sfruttamento sessuale o grave sfruttamento lavorativo) ha attivato percorsi di protezione sociale per 32 persone (di cui 31 donne; sono 34 nel 2019). Il progetto “Luna Blu” (l’unità di strada) ha realizzato 48 uscite di contatto (sono 40 nei primi dieci mesi del 2019) e 12 di mappatura in orario notturno per un totale di 60. In strada è stata monitorata una presenza media di 31 presenze (38 nel 2019). “Come ci ha raccontato una volta una donna trans – ha spiegato la Castagnotto – una prostituta è considerata, da molti, solo come tale, e non donna, non madre, non persona”. Nel 2019 si è notato come sempre più si rivolgano al CDG, anche per chiedere protezione in emergenza, giovani donne di età compresa fra i 18 e i 30 anni, considerando che normalmente la maggior parte delle vittime ha un’età compresa fra i 30-39 e i 50-59 anni. Delle 255 donne finora accolte quest’anno (considerando che una donna può subire più tipi di violenza), 239 han subito violenza psicologica, 174 fisica, 162 economica, 49 stalking e 53 sessuale. Riguardo agli autori, 85 sono coniugi, 46 conviventi, 16 amanti/fidanzati, 62 sono ex, 59 famigliari, 7 sconosciuti. Interessanti al riguardo anche i dati forniti da Michele Poli del Centro d’Ascolto Uomini Maltrattanti (CAM) di Ferrara (che ha denunciato anche il bullismo, la pornografia e la prostituzione come forme di violenza e dominio dell’uomo sulla donna): dal 1° novembre 2018 al 31 ottobre 2019, sono 43 gli uomini che hanno contattato il CAM, 44 quelli che hanno partecipato a percorsi (di cui 22 nuovi utenti), 19 le donne che l’hanno contattato invece per informazioni sulla violenza subita. In totale, 218 sono stati i contatti via telefono o mail, 150 i colloqui individuali e 79 gli incontri di gruppo settimanali svolti. In carcere, si sono tenuti 3 colloqui individuali utili all’attivazione di percorsi. Nei primi 5 anni e mezzo al CAM si sono rivolti circa 200 uomini maltrattanti. Dei 22 nuovi utenti, 14 si sono rivolti spontaneamente, 10 hanno un’età fra i 36 e i 45 anni, altrettanti hanno ancora una relazione con la donna vittima, 17 sono italiani, 10 sono partner, e in 11 casi si ha anche violenza subita e/o assistita dai figli. Infine, in 7 casi l’uomo aveva già usato violenza in precedenti relazioni. Nel seminario in Municipio – oltre a Cecilia Tassinari (FIDAP), Paola Peruffo (che ha moderato gli interventi), consigliera comunale e presidente della Commissione Pari Opportunità, l’Assessora Dorota Kusiak e, nel finale, il Sindaco – è intervenuta anche Stefania Guglielmi dell’UDI-Unione Donne in Italia: “la violenza degli uomini sulle donne – ha riflettuto – si combatte con le leggi ma soprattutto con la cultura, e nelle scuole. Il problema della violenza di genere fa parte purtroppo della nostra tradizione culturale. Non dimentichiamo che le donne in Italia possono votare solo dal 1946, nel 1981 è stato abrogato l’ ‘onore’ come giustificazione dell’omicidio della moglie da parte del marito e nel 1996 la violenza sessuale da reato contro la morale pubblica è diventato reato contro la persona. Ma ancora oggi in alcune sentenze vengono date attenuanti per casi come questi e a volte le donne nascondono ancora le violenze che subiscono”. Ricordiamo che – dati ISTAT – in Italia sono 42mila le donne seguite in 281 Centri antiviolenza e Case di rifugio. A fronte di ciò, ha denunciato ancora la Castagnotto, “al giorno, per donna, nel 2017 sono stati stanziati 76 centesimi di euro…”. Infine, alcune studentesse della 3° G del Liceo Sociale G. Carducci di Ferrara (foto in alto) hanno presentato (insieme all’insegnante Lorenza Cenacchi) il cortometraggio da loro realizzato, dal titolo “Giocarcela fino alla fine” ispirato al libro “A mano disarmata” di Federica Angeli, giornalista sotto scorta per le sue inchieste sulla mafia romana. Il cortometraggio ha ottenuto la seconda posizione al “Premio Estense Scuola 2019”, consentendo la partecipazione alla finalissima del concorso “Talent#Antimafia”, indetto dall’Associazione Antimafia “NOI” e presieduta dalla stessa Angeli. Nella mattinata sullo Scalone del Municipio (foto a pag. 10) e all’interno fino alla sala del seminario, sono state poste delle “Scarpette rosse”, a cura dell’UDI. Infine, successo nazionale per alcune/i ragazze/i dell’Istituto Copernico-Carpeggiani di Ferrara, che, col progetto “The New Poets”, hanno realizzato una canzone rap, con video, sul tema, “Non è normale che sia normale”, con anche un intento benefico.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 29 novembre 2019

http://lavoce.epaper.digital/it/news

https://www.lavocediferrara.it/

“Contro la violenza sulle donne? Auto mutuo aiuto per rincominciare a vivere”

3 Giu

Alcuni mesi fa a Ferrara è nato il gruppo “Dire basta” per donne che hanno subito o subiscono violenza. Un gruppo fondato sulla fiducia, la riservatezza e la sospensione del giudizio. Per aiutare le vittime a superare il proprio trauma e a denunciare

violenza donne 4Aiutare se stesse e altre donne che vivono o hanno vissuto situazioni di violenza fisica e psicologica. Da questo presupposto, apparentemente elementare, nasce l’idea, da sei mesi anche a Ferrara, di dare vita a un cosiddetto “Gruppo di Auto-Mutuo-Aiuto” (A.M.A.), piccole comunità di donne, di qualsiasi età o provenienza, convinte di quanto sia fondamentale il confronto e il sostegno reciproco tra “pari”, tra donne vittime della violenza maschile. Un tipo di solidarietà “dal basso”, informale, che a Ferrara mancava, e che ora vede circa 11 donne partecipare agli incontri settimanali. “Dire basta” è il nome del piccolo gruppo A.M.A. nella nostra città, sostenuto da Agire Sociale, a cui, lo scorso dicembre, hanno dato vita Cristiana e Alla, cercando di replicare una simile esperienza presente a San Giovanni in Persiceto (BO), dove dal 2015 è attivo il gruppo “Mai più”, inizialmente composto da cinque donne, mentre oggi conta una 30ina di partecipanti. Da vittime di violenza a pioniere del mutuo-aiuto “Mai più” e “Dire basta” sono i primi due gruppi informali di Auto-Mutuo-Aiuto in Italia per donne che hanno subito o subiscono violenza. Esperienze simili, fortunatamente, stanno nascendo anche in altre città. Del gruppo nato 4 anni nel comune bolognese fanno parte donne di ogni età – anche 15enni – e di ogni provenienza. “Qui – ci racconta Cristiana – vi sono entrata dopo un lungo percorso di psicoterapia e mi sono sentita fin da subito compresa e ascoltata e soprattutto non giudicata”. Un ambiente “ideale” per trovare il coraggio di uscire dalla paura e dal senso di colpa, e per vincere quell’omertà che spesso si aggiunge, come una seconda violenza. “La violenza sulle donne è un mondo perlopiù sommerso, che difficilmente viene a galla. Inoltre – prosegue -, spesso la vittima è da molti giudicata, fatta sentire in colpa, costretta a doversi giustificare per quello che ha subito”. È un meccanismo micidiale, la donna invece che vittima si sente responsabile, inizia ad autocolpevolizzarsi, con ripercussioni psicologiche spesso devastanti. “Noi cerchiamo di rompere questo muro di isolamento che spesso rinchiude le donne. Il senso del gruppo sta nel condividere un dramma, un comune disagio – ci spiega Cristiana -, e al tempo stesso nel trovare le risorse per uscire dalla violenza stessa, in quanto ti senti aiutata a guardare avanti, capisci che non sei solo quello che ti è successo ma molto di più. E, inoltre, nel far questo, possiamo diventare anche un monito per altre donne”. La solidarietà tra loro è totale, lo si nota dall’affetto e dalla comprensione profonda, che trapela dai loro gesti e dalle loro parole. Ognuna non vive più solo per sé, col proprio dolore e nel proprio passato o presente terribile, ma ragiona, agisce, piange e ride sempre con le altre, sempre al loro fianco. “Ricordo, ad esempio – sono ancora parole di Cristiana -, il caso di una ragazza di 16 anni, a cui il gruppo di S. Giovanni ha dato la forza di denunciare”. “Qui – ci racconta invece Alla – per la prima volta dopo la violenza che ho subito, sono riuscita a piangere. Nel gruppo riesco ad affrontare tutto, del tuo dolore se ne fanno carico le altre, e quindi ti senti sollevata, e non poco. Alcune di noi diventano tra loro amiche anche al di fuori del gruppo, ci si chiama se si ha bisogno a qualsiasi ora del giorno o della notte. Nel gruppo – prosegue – non mi sento sola, mi sono liberata dalla paura e dal senso di colpa: aiuto le altre e aiuto me stessa. Un’altra cosa che ho imparato è a non essere indifferente e a non giudicare gli altri, ma a cercare di comprendere perché una persona si trova in una determinata situazione”. Le regole del gruppo sono poche ma assolutamente fondamentali per gli obiettivi per i quali nasce. Sono essenzialmente due: la riservatezza su ciò che viene raccontato al proprio interno, e la sospensione del giudizio, oltre alla partecipazione libera e spontanea e al rispetto dei tempi di ognuna ad aprirsi, a confidarsi alle altre. Si ascolta, si cerca di comprendere, si aiuta. Si dona la propria esperienza e umanità, evitando critiche o condanne. Questo permette alla fiducia di poter maturare fino a diventare piena, quindi alla persona di potersi aprire e provare, come bene descrive Alla, “quel senso di sollievo che si prova, tanto nel potersi sfogare quanto nell’ascoltare e prendere consapevolezza che non si è sole a vivere o ad aver vissuto certe situazioni”. L’obiettivo è che questo gruppo “duri nel tempo, che le donne sappiano che c’è qualcosa di sicuro nel caso ne abbiano bisogno”.

Gruppo “Dire basta” CONTATTI: Alla 377-2115127 ; Cristiana 345-7263679

—- LE TESTIMONIANZE —-

violenza donne 5Cristiana: “Il mio calvario dai 6 anni fino alla presa di coscienza che non avevo colpa”

“Ho subito abusi per oltre due anni”, è l’orribile racconto di Cristiana a “la Voce”, “dai 6 a oltre gli 8 anni d’età, da un vicino di casa. Molestava me e mia sorella. A 11 anni ne abbiamo parlato con i miei genitori, ma non hanno voluto affrontare la cosa. Negli anni ho iniziato a soffrire di ansia e depressione, ho ancora attacchi di panico, la mia vita quotidiana è stata compromessa, per anni ho avuto anche forti sensi di colpa. E c’è voluto tanto tempo per capire che ero la vittima, non la responsabile. Avevo sensi di colpa per non essere riuscita, io, bambina, a respingere quegli abusi. Ma negli anni ho capito che potevo uscirne e ho iniziato un percorso di psicoterapia che mi ha portato anche al gruppo di Auto-Mutuo-Aiuto”.

L’incubo di Adele: violenze e ricatti dal marito, anche davanti ai figli piccoli

“Con la nascita della mia prima figlia, a fine 2002, paradossalmente è iniziata la fine del mio matrimonio”, è il racconto sofferto di Adele (nome di fantasia), anch’essa parte della famiglia del gruppo A.M.A. “Dire basta” di Ferrara. “Persino la prima notte passata con mia figlia a casa dopo la sua nascita mi ha mortificato: la piccola, nutrita con latte artificiale in ospedale contro il mio espresso desiderio, faticava ad attaccarsi al seno, e il mio ex marito furioso, nel cuore della notte, mentre seduta sul letto cercavo di allattare la bimba, mi insultò e mi urlò che volevo far morire di fame sua figlia con le mie idee da ‘femminista di m…’. Non mi chiese mai scusa”. Tutt’altro. “Sei mesi dopo per una sciocchezza – continua Adele – mi strappò dalle braccia mia figlia, mi prese per lo scollo dell’abito strappandolo e mi chiuse in una camera fino a quando la bimba non ebbe bisogno di essere allattata: quella fu la prima volta che mi mise le mani addosso, la prima in cui mia figlia fu costretta – seppure molto piccola – ad assistere alla violenza fisica di suo padre. Con il senno di poi ora so che avrei dovuto chiudere lì il matrimonio ma non lo feci: me ne assumo ogni colpa”, è il suo rammarico. “Con la nascita del secondo figlio, che ora ha 14 anni, è stato chiaro che diverse opinioni sulla loro crescita e differenti progetti di vita stavano portando noi genitori alla separazione”, prosegue Adele. Nel frattempo, non cessano gli episodi di violenza psicologica, verbale, a volte fisica ai danni della donna, e si ripetono diversi “comportamenti totalmente irresponsabili da parte di lui anche nei confronti degli stessi bambini, tipico di una persona con disturbo antisociale di personalità. Dopo un altro episodio di violenza verbale e fisica sempre davanti ai miei figli, allora non più tanto piccoli, nel 2009 su consiglio di una psicologa gli comunicai la decisione di separarmi. La frase che mi disse, se allora la trovai crudelmente inutile e irrealizzabile, ora suona come una minaccia realizzatasi: ‘Se mi porti in tribunale, farò di tutto per portarti via i figli!’ ”. Continuano, negli anni successivi, le violenze di ogni tipo, le minacce, i ricatti. Adele, ora, denuncia, “da 43 mesi” può vedere la figlia “solo un’ora al mese” ed il figlio “2 ore ogni settimana”, in quanto “affidati a una parente del mio ex marito, e, di fatto, a lui stesso”. Un caso di alienazione parentale vissuto con indicibile sofferenza da Adele, e, dice, “fondato su accuse assolutamente false contro di me”.

“Io, sopravvissuta a un femminicidio, alle vittime dico: ‘denunciate subito’ ” : la testimonianza di Alla

“Nel 1995 mi sono trasferita dal mio Paese d’origine, la Russia, in Italia. Sarei dovuta rimanere per soli tre mesi ma scelsi di viverci, perché mi ero innamorata di lui”. Lui è l’uomo, un modenese, che sposerà, e che col quale avrà una figlia, oggi 23enne, e un figlio di 15 anni. Lei è Alla, laureata in ingegneria elettronica, viva per miracolo dopo essere stata pestata, gettata in un canale, rinchiusa nel bagagliaio di un’auto e nuovamente percossa dal suo ex marito. “Prima, mi sentivo colpevole – ci racconta -, perché ero innamorata di lui e quindi non comprendevo quel filo sottile che separa l’amore dalla possessività e dalla violenza, anche psicologica e verbale. Ti abbandoni a lui, stai a casa perché lui vuole così, non lavori, non esci nemmeno il pomeriggio a prendere un caffè o la sera a mangiare una pizza con un’amica, perché, lui mi diceva, ‘sono le puttane che escono la sera da sole’ ”. Da sole. Cioè senza un uomo a controllarle. “In 18 anni di matrimonio non sono mai uscita a mangiare una pizza con le amiche. Aveva plagiato me e i miei figli. Mi considerava un suo oggetto”. “Il primo schiaffo – ci racconta ancora – me l’ha dato quand’ero incinta di mia figlia di sei mesi, perché avevo messo una camicetta che secondo lui era troppo sexy. Mi disse: ‘se vuoi andartene, prima abortisci e poi vai via’. Ma feci l’errore di perdonarlo, quella volta e tante altre, perché ogni volta mi chiedeva scusa. Poi ha iniziato a dirmi: ‘Sei grassa come una mucca, ma come sei brutta. Ti sei guardata allo specchio? ’, e mi faceva sempre sentire in colpa per ogni minima cosa. Nel 2001 ho iniziato a soffrire di depressione. Anni dopo, nel 2008 ho scoperto che aveva un’altra donna e un altro figlio, che naturalmente manteneva, mentre da noi i soldi non bastavano mai. Quando l’ho affrontato, lui mi ha minacciato di nuovo e mi ha picchiato. Non l’ho denunciato, ma sono andata dal mio medico. Ma cos’altro potevo fare? Avevo tre figli, un mutuo sulle spalle. Come sarei potuta andare avanti da sola, con i miei lavoretti part time? Io volevo solo dare la miglior vita possibile ai miei figli. Per quello ho iniziato a sopportare: per i miei figli”. Nel 2014 l’incubo diventa totale, avviene l’episodio in cui Alla rischierà seriamente di essere uccisa da quest’uomo: “una notte, era luglio, mi ha svegliato tirandomi per i capelli e urlando. All’inizio non capivo cosa volesse. Mi ha buttato giù per le scale e trascinato in mezzo alla strada, sempre picchiandomi: mi accusava di tradirlo. Capivo bene che rischiava di ammazzarmi. A un certo punto mi ha preso e buttato in un canale lì vicino. Approfittando del fatto che se n’era andato, sono uscita dal canale e ho iniziato a camminare lungo la strada principale per chiedere aiuto. Ma lui mi ha visto, allora sono scappata, ma sono rimasta impigliata cercando di scavalcare un guardrail. Lui mi ha raggiunto, mi ha tirato per i capelli e mi ha buttato nel bagagliaio della macchina. Mi ha preso a sprangate le gambe: ‘così non corri più’, disse. Ogni tanto fermava la macchina e tornava a picchiarmi. Mi ha salvato il fatto che lui abbia chiamato al telefono un cliente del bar, convinto che fosse il mio amante. Ha iniziato a picchiarmi mentre era in vivavoce con lui, voleva che io confessassi il tradimento. Alla fine, ho anche provato a confessare questa cosa non vera, speravo di placare così la sua rabbia, non sapevo più che fare. Dall’altra parte della linea, quella persona è riuscita a chiamare i Carabinieri ma non sapeva dove eravamo. Intanto mio marito mi aveva rinchiuso nel bagagliaio e aveva ricominciato a guidare. Lì dentro ho realizzato che ormai mi mancava poco. Non ho ’visto’ la morte in faccia, ho ‘sentito’ la morte. Gli ho chiesto di farmi salutare i miei figli, era il mio unico pensiero prima di morire. Una volta arrivata in casa, mi ha ripreso dall’auto e buttato dentro. Ha ricominciato a picchiarmi. Ormai non sentivo più nemmeno il dolore. Dopo un’ora e quaranta minuti, i Carabinieri mi hanno trovata e portata in ospedale in ambulanza, a Bologna. Poi l’ho denunciato, al processo ha avuto il rito abbreviato e poi il patteggiamento: gli hanno dato appena un anno e dieci mesi, è stato libero subito. Dopo 2 mesi di carcere e 4 ai domiciliari, era di nuovo libero”. L’incubo non era finito. “Una notte è entrato in casa e ha provato a strangolarmi. Non voleva che chiedessi la separazione, voleva togliermi i figli, vittime anch’essi di violenza assistita. Non ho sporto di nuovo denuncia: se dopo quello che era successo aveva avuto solo un anno e dieci mesi, cosa gli avrebbero fatto ora solo per qualche livido che mi aveva lasciato sul collo? Mi sono rivolta agli assistenti sociali, ora sono separata ma c’è ancora una causa civile, perché c’è di mezzo un figlio minorenne. Lui ha gli stessi miei diritti. Con il procedimento penale c’è il patrocinio gratuito, ma con il civile no. Lì bisogna pagare e tanto. Come faccio a pagare il consulente tecnico d’ufficio nominato dal giudice? Per trovare duemila euro, devo lavorare tre mesi. Anche questa è violenza economica”. Insomma, conclude amaramente Alla, “per molti uomini la libertà di una donna ha un prezzo. Se lo paghi, alla fine sei libera”. Un costo alto, fatto di violenza fisica e psicologica, a volte pagato con la stessa vita. “Mi considero una sopravvissuta di femminicidio. Per questo alle donne vittime di violenza dico: ‘denunciate subito’ ”. Ora Alla gestisce un bar a Pieve di Cento. “Da cinque anni dormo sul divano con la tv accesa per la paura, devo controllare la porta d’ingresso, se qualcuno cerca di entrare, tengo con me sempre uno spray al peperoncino, e ho fatto un corso di autodifesa. Non riesco a fare la spesa da sola, per esempio, in quanto soffro di attacchi di panico. Ma ho un nuovo compagno”. Nel portafoglio conserva una foto che un’amica le scattò appena arrivata in ospedale, distesa sul lettino, il volto tumefatto e pieno di terrore. “Perché la tengo? Perché a volte ho avuto la tentazione di mollare tutto. Sono troppe le spese per l’avvocato, troppa la paura. Ma voglio andare avanti”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 7 giugno 2019

http://lavocediferrara.it/

http://lavoce.e-dicola.net/it/news

Violenza sulle donne, un problema anche religioso

8 Apr

Un libro e un Osservatorio interreligioso – presentati a Ferrara lo scorso 5 aprile dalla loro ideatrice, Paola Cavallari – intendono stimolare discussioni e pratiche nuove sulle relazioni di genere anche dentro la Chiesa

donne2

“Non solo reato, anche peccato: religioni e violenza sulle donne” (Effatà editrice, Cantalupa Torino 2018, pp. 144), è il nome dell’interessante e corale volume da poco disponibile nelle librerie e presentato anche a Ferrara (nella Sala dell’Arengo del Palazzo Municipale) lo scorso 5 aprile, con l’intervento della curatrice Paola Cavallari che ha interloquito con Francesco Lavezzi. Il volume raccoglie riflessioni di donne e uomini, credenti e non credenti, sul tema del rapporto fra i generi e sulla correlazione di questo con la violenza maschile sulle donne.

Un Appello, tre tavoli e un Osservatorio

La maturazione recente di questo percorso decennale, inizia quattro anni fa con la stesura del patto intitolato “Contro la violenza sulle donne. Un appello alle chiese cristiane in Italia”, nato nel mondo evangelico e siglato da rappresentanti di dieci denominazioni cristiane il 9 marzo 2015 a Roma. Nel testo, fra l’altro vi è scritto: “il luogo principale dove avviene la violenza sulle donne è la famiglia: questo è un fatto accertato e grave. Questa violenza interroga anche le Chiese e pone un problema alla coscienza cristiana: la violenza contro le donne è un’offesa ad ogni persona che noi riconosciamo creata a immagine e somiglianza di Dio, un gesto contro Dio stesso e il suo amore per ogni essere umano”. Più avanti: “le comunità cristiane in Italia sentono urgente la necessità di impegnarsi in prima persona per un’azione educativa e pastorale profonda e rinnovata che da un lato aiuti la parte maschile dell’umanità a liberarsi dalla spinta a commettere violenza sulle donne e dall’altro sostenga la dignità della donna, i suoi diritti e il suo ruolo nel privato delle relazioni sentimentali e di famiglia, nell’ambito della comunità cristiana, così come nei luoghi di lavoro e più in generale nella società”. Un limite dell’Appello, scrive la Cavallari nell’introduzione al volume, risiede però nel fatto che “non ospita alcun interrogativo sulla corresponsabilità storica delle istituzioni religiose nell’aver condiviso, legittimato e trasmesso un’antropologia e una visione politica che delle violenze sessiste sono state matrici”. Un appello, inoltre, purtroppo caduto nel vuoto, fatta eccezione per singole personalità di diverse confessioni cristiani e per il SAE – Segretariato Attività Ecumeniche di Bologna, che nei mesi di maggio del 2016, 2017 e 2018 ha organizzato nel capoluogo felsineo tre tavole rotonde interreligiose sul tema della connessione tra religioni e violenze contro le donne. “La cultura secolarizzata dell’Occidente dà per lo più scontato che le religioni siano istituti nemici delle donne”, ma “ciò è coraggiosamente smentito nella costellazione delle forme del femminismo cristiano, ebraico, islamico che si autocomprendono come saperi/pratiche non scissi dalla fede, e riconoscono i doni dello Spirito come nutrimento e fonte di libertà, per donne e uomini. E’ questa la logica cui l’Osservatorio si ispira”, scrive sempre la Cavallari nel libro, riferendosi all’Osservatorio Interreligioso contro la violenza sulle donne, nato lo scorso marzo. “Il nostro Osservatorio è dunque molto inclusivo – ha spiegato a Ferrara -, e si sta costituendo in gruppi territoriali”. Già attivi sono quelli dell’Emilia-Romagna, di Milano, del Trentino Alto Adige, di Cosenza e di Roma. “Nella nostra stessa Regione – ha proseguito – chiederemo alle diverse comunità ecclesiastiche o religiose che affrontino seriamente il problema, creando anche Commissioni specifiche sul tema della violenza maschile contro le donne e dell’identità di genere. La Chiesa Battista ha già iniziato a lavorare in questa direzione. Per ora siamo andati a parlare in alcuni istituti scolastici, cerchiamo di allargare il dibattito sulla stampa e abbiamo incontrato alcuni pastori, pastore e Vescovi, come quello di Bologna, mons. Zuppi. Per me è stata una vera e propria chiamata – ha confessato la Cavallari – quella che mi ha spinto a organizzare i tavoli, poi a dar vita all’Osservatorio e a curare il libro. E a una chiamata di questo tipo non si può sfuggire, non la si può non raccogliere… . Tutte le donne delle diverse confessioni religiosi – sono ancora sue parole – devono allearsi tra loro nella ricerca della libertà e di quella dignità a loro rubata, nei secoli, dagli uomini, e molto spesso anche dalle stesse donne, che hanno interiorizzato un certo senso di inferiorità. E’ importante quindi che le donne sentano il bisogno di studiare, ricercare, approfondire”.

Per una rilettura delle Sacre Scritture

copertina non solo reatoCome scrive lei stessa nel volume, l’intento di questo progetto consiste anche nel far comprendere come le offese alla dignità femminile non siano questioni “confinabili nell’etica, ma assolutamente intrinseche alla sostanza teologica”. Da qui l’importanza – riconosciuta in tutti i contributi del volume – di una diversa traduzione, interpretazione o legittimità assegnata ad alcuni passi o episodi delle Scritture, in particolare veterotestamentari, nei quali è esplicita e giustificata una concezione oppressiva della donna, e la violenza sulla stessa. “Sto lavorando a una pubblicazione su Eva – ha spiegato la Cavallari – nella quale intendo dare un’interpretazione alternativa, più positiva di questa figura”. In Genesi 2,18 è scritto: “Poi il Signore Dio disse: «Non è bene che l’uomo sia solo: gli voglio fare un aiuto che gli sia simile»”. “Aiuto”, secondo l’autrice, non indica, come spesso è stato interpretato, “qualcosa di servile, ma di molto importante, tanto che spesso nelle Scritture il termine è riferito a quello che Dio stesso dà ai suoi figli”. E’ infatti traducibile anche come “un aiuto che gli stia di fronte”, “evidenziando così ancor di più la parità, la simmetria tra uomo e donna, tra un ‘io’ e un ‘tu’”.

Necessità di un’autocritica

Se la riflessione e l’azione sono naturalmente tese nel presente e verso il futuro, fondamentale è una presa di coscienza totale di ciò che è stato, quindi anche degli abomini e delle violenze – fisiche e non – perpetrate, giustificate o nascoste nelle comunità ecclesiali, e di ciò che ancora avviene al loro interno. “Le chiese o comunità religiose – scrive ancora la Cavallari nell’introduzione al volume – non possono più persistere nel peccato di omissione, nell’ignorare il grido di dolore (come ebbe a dire il Cardinal Martini) che le donne innalzano; non possono sottrarsi con l’indifferenza, la banalizzazione, il paternalismo, con la riproposizione di una visione idealizzata – disincarnata, ingannevole – della donna. Inoltre non si domandano come mai la violenza si esercita soprattutto tra le pareti domestiche, in quei ‘focolari familiari’ che dovrebbero essere la cifra di una cellula benedetta”. La denuncia prosegue poi in modo ancor più netto: “le comunità religiose per lo più sono sorde, proprio loro che dovrebbero essere per eccellenza i luoghi di ascolto e accoglimento. Le donne violate e poi non credute avvertono un’immensa solitudine. I centri antiviolenza, e quasi mai le comunità religiose, forniscono quell’ascolto che fa sì che la donna abusata si senta non più delegittimata e finalmente riconosciuta”. “Siamo in una fase – ha spiegato a Ferrara – nella quale qualcosa si sta scardinando, anche nei confronti della stessa sessualità”, riferendosi ad esempio ad alcune riflessioni di Papa Francesco nella recente Esortazione “Christus Vivit” (n. 261).

Una liberazione di tutte/i

cavallari lavezzi“La cosiddetta teologia femminista è liberante non solo per le donne ma per tutti, anche per gli stessi uomini, e in particolare per tutte le minoranze e per tutte le classi subalterne”, ha tenuto a sottolineare la Cavallari, “non si desidera certo sostituire il potere degli uomini con quello delle donne”. Nel libro scrive a riguardo: “le donne non chiedono ciò per rivalsa, per crudeltà, per vendicarsi, o per scalzare gli uomini rimpiazzandoli negli spazi di potere – come viene maliziosamente insinuato; ma chiedono ciò che gli stessi cammini sapienzali e gli itinerari di fede hanno indicato per la vera conversione e il ristabilimento della giustizia”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 12 aprile 2019

http://lavocediferrara.it/

(foto Francesca Brancaleoni)

Le varie forme della violenza maschile contro le donne

8 Lug

4Nella seconda giornata degli Emergency Days, svoltisi a Spazio Grisù a Ferrara, mercoledì 4 luglio si è svolto un incontro pubblico sul tema della violenza contro le donne, moderato da Diana de Marchi (presidente della Commissione Pari Opportunità e Diritti Civili del Comune di Milano).

Secondo Riccardo Fanciullacci (scrittore e segretario scientifico del Cega dell’Almo Colleggio Borromeo di Pavia), i rapporti tra i due sessi “non si regolano naturalmente, non vanno da sé, e quindi vanno regolati ‘culturalmente’ “. Se da una parte è vero che il movimento delle donne ha segnato “un punto di ritorno”, dall’altra non si può certo dire che la violenza degli uomini sulle donne appartenga al passato.

Celeste Costantino, ex deputata, ha spiegato come in Italia “lo stesso patriarcato, nonostante il movimento femminista, non è stato del tutto superato”, basti pensare, oltre alle violenze e ai femminicidi, “alle ancora forti disuguaglianze nel mondo del lavoro. Insomma, il patriarcato si è trasformato ma esiste ancora”. Anche per questo negli ultimi anni la Costantino ha scelto di compiere un viaggio, chiamato “Restiamo vive”, in una ventina di Centri antiviolenza in tutta la penisola.

Infine, è intervenuto Michele Poli (presidente e coordinatore del Centro di Ascolto uomini maltrattanti di Ferrara) che ha proseguito il ragionamento spiegando come questa violenza rappresenta “il tentativo da parte dell’uomo di ‘riprendere’ il controllo sulla donna”, in quanto la libertà conquistata da quest’ultima per molti maschi equivale a una perdita di potere sulle stesse.

“Nel nostro Centro – ha proseguito – cerchiamo di lavorare sulle cause di questo tipo di violenza. Da noi vengono mediamente un paio di uomini al mese, soprattutto persone che scelgono liberamente di provare un cammino di cambiamento, e che possono imparare non solo a non fare più violenza sulle donne ma loro stessi a vivere meglio, a essere più felici”.

Poli si è soffermato in particolare su due ambiti specifici della violenza maschile sulle donne, la prostituzione (“stupro su donne, perlopiù schiavizzate”) e la pornografia, “con la quale il ‘consumatore’ si abitua/si illude di poter controllare il corpo femminile, e a provare piacere solo attraverso questo controllo”.

Andrea Musacci

 

 

Silencio Vivo, ovvero volti, sangue e suoni di donne dal Sud America

18 Apr

[Qui le mie foto della mostra sul sito de la Nuova Ferrara]

Teresa-Margolles-Pesquisas-5-2016

Teresa Margolles, Pesquisas (part.), 2016

Il sangue della vita, il sangue della morte. La bocca impossibilitata a parlare, a urlare. La terra vergine, l’asfalto sporco, e poi il fuoco, le uova, l’odore e il suono del silenzio, dell’omertà e dell’eterno dolore.

Una grande esposizione dove regna il silenzio di una terra sterminata e sterile, dove l’essere umano, con la propria essenziale corruzione, con la propria connaturata violenza, domina incontrastato, senza alcun timore di Dio.

Silencio Vivo. Artiste dall’America Latina è la mini-collettiva inaugurata sabato nel Padiglione d’Arte Contemporanea riaperto per l’occasione su c.so Porta Mare, dietro Palazzo Massari. La mostra, curata da Lola Bonora e Silvia Cirelli e organizzata da UDI Ferrara e Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea, è anche il ritorno della Biennale Donna, per la sua XVI edizione, dopo la pausa imposta, nel 2014, dal terremoto.

Quattro artiste sud americane – Ana Mendieta (Cuba), Anna Maria Maiolino (Brasile), Teresa Margolles (Messico) e Amalia Pica (Argentina) – lanciano un grido al Cielo e a ogni uomo, sul troppo sangue femminile innocente versato nelle loro terre martoriate.

Ana Mendieta (L’Avana, Cuba, 1948 – New York, USA, 1985):

  • Untitled (Volcano Series #2, 1979-1999): la terra madre, generatrice di vita e di morte, con la sua forma al tempo stesso vaginale e tombale.
  • Anima, Silueta de Cohetes (Firework Piece, 1976): l’anima che brucia fino a esaurirsi.
  • Untitled (Body Tracks, 1974-2012): le mani sporche di sangue, la violenza consumata.
  • Moffitt Building Piece (1973): una chiazza di sangue davanti a un uscio, l’indifferenza dei passanti. L’opera si ispira alla tragica morte della studentessa Sarah Ann Ottens, compagna della Mendieta all’università, morta in seguito a un violentissimo stupro.

Anna Maria Maiolino (Scalea, Italia, 1942):

  • Entrevidas (Between Lives, 1981-2010): le uova, una tensione continua, la fragilità essenziale dell’uomo, non solo in rapporto al Potere.
  • E’ o que Sobra (What Is Left, 1974-2010).
  • In-Out (Antropofagia, 1973-2000): bocche impossibilitate a parlare.
  • Untitled (2014-2015), tre sculture e un’installazione.

Teresa Margolles (Culiacan, Messico, 1963):

  • Pesquisas (Investigations, 2016): i tanti volti di giovani scomparse.
  • Aire (Air, 2003): l’odore della morte.
  • Installazione: con un telo stato assorbito il sangue del corpo di una donna assassinata, e poi questo telo è stato mondato nelle acque di Ferrara.
  • Sonidos de la muerte (Sounds of Death, 2008): registrazione dei suoni del silenzio, dell’indifferenza verso la violenza subita da molte donne.

Amalia Pica (Neuquén, Argentina, 1978):

  • On Education (2008): menzogna e verità.
  • Palliative for Chronic Listeners #1 (2012): chiusi all’ascolto, chiusi all’altro.
  • Switchboard (2011-2012).
  • The Wireless Way in Low Visibility (Recreation of the First System for non Cable Transmission, as seen on TV, 2013).

Andrea Musacci

manifesto_biennale_donna-koCE--1280x960@Web

Anna Maria Maiolino, Entrevidas, 1981-2010

Se l’amore si trasforma in possesso

24 Nov

copOggi alle ore 17 nella Sala Arengo del Municipio di Ferrara verrà presentato il libro di Sonia Serravalli, “Palo quattro (l’amore abusivo)”, uscito l’anno scorso per Mreditori. L’incontro, organizzato dall’Associazione culturale Olimpia Morata diretta da Francesca Mariotti, con il patrocinio del Comune di Ferrara, è stato pensato in occasione della Giornata mondiale contro la violenza sulle donne, e vedrà anche gli interventi dell’Assessore alle Pari opportunità Annalisa Felletti e della presidente della Commissione per le Pari Opportunità Deanna Marescotti.

Il libro, ambientato tra il 2008 e il 2009, narra del rapporto tra Mariangela e Peter, sullo sfondo di pratiche esoteriche e new age. È la storia, purtroppo non eccezionale, della lenta trasformazione di un normale rapporto d’amore in una spirale di possessione e violenza.

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 24 novembre 2015