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Violenza di genere, un dramma che riguarda anche la Chiesa?

25 Nov

Una riflessione in occasione del 25 novembre, Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne: i dati nazionali, la volontà di dominio del maschio, il ruolo e le colpe della Chiesa, buone pratiche e vie percorribili nella comunità ecclesiale

di Andrea Musacci

OLYMPUS DIGITAL CAMERAE’ abbastanza recente, del 2013, la legge n. 119 che, per la prima volta nel nostro ordinamento, fa riferimento esplicito alla “violenza basata sul genere”, quella, cioè, sulla donna in quanto tale. Solo a ridosso del nuovo millennio, nel 1996, a livello legislativo i reati di violenza sessuale non sono più definiti “delitti contro la moralità pubblica e il buon costume”, ma contro la persona. Non stupisca dunque se anche quest’anno, in particolare in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne (in programma il 25 novembre) siano state tante, anche nella nostra provincia, le iniziative di sensibilizzazione sul tema. Gli stessi dati, presentati la scorsa settimana dalla Polizia di Stato nel report nazionale “Questo non è amore”, dimostrano non solo come il problema esista e abbia una sua specificità rispetto ad altre forme di violenze, ma anche come sia un fenomeno, rimanendo nel nostro Paese, in continuo aumento. In Italia i femminicidi passano, infatti, dal 37% sul totale delle vittime di sesso femminile del 2018, al 49% nel periodo gennaio-agosto 2019. Il 67% di queste vittime è straniero. In aumento anche le donne vittime di violenza, che passano dal 68% del 2016 al 71% del 2019. A colpire è anche un altro dato che emerge dal report: nell’82% dei casi, chi fa violenza su una donna è il marito, il compagno, un familiare o conoscente. Il luogo domestico, quella sfera privata che sempre dovrebbe essere sinonimo di libertà e luogo degli affetti, spesso purtroppo si trasforma in spazio di assoggettamento, “regno protetto” dove si scatenano dinamiche ambivalenti di cura e manipolazione.

In “Amoris Laetitia”, il Papa scrive giustamente: “benché sia legittimo e giusto che si respingano vecchie forme di famiglia “tradizionale” caratterizzate dall’autoritarismo e anche dalla violenza, questo non dovrebbe portare al disprezzo del matrimonio bensì alla riscoperta del suo vero senso e al suo rinnovamento” (AL 53). È un meccanismo micidiale – che, più in generale, trascende i rapporti fra i generi e l’ambito domestico – quello nel quale la donna invece che vittima si sente responsabile, iniziando ad autocolpevolizzarsi, con ripercussioni psicologiche spesso devastanti: è il meccanismo tipico del potere, che introietta, in chi vuole dominare, la coscienza della propria subalternità, privando la persona di valore e soggettività. Chi “detta legge” – chi è in un’accezione negativa, “sovrano”, “signore” – decide anche chi è dignitoso e chi no, chi è rispettabile e chi no, chi deve giustificarsi e chi no, chi debba vergognarsi e chi no. Nel 2013, negli Stati Uniti, due donne – Jen Brockman e Mary A. Wyandt-Hiebert – idearono la mostra “What Were You Wearing’”, “Com’eri vestita?” (poi presentata anche in Italia), esponendo gli abiti che le donne vittime indossavano al momento della violenza: indumenti d’ogni tipo, a dimostrazione – per sfatare un luogo comune diffuso – che in nessun modo l’abbigliamento di una donna possa giustificare o incentivare un uomo ad abusare di lei.

Ma che la violenza di genere sia una forma di potere, un meccanismo di soggezione tanto esplicito quanto subdolo, lo si nota anche da certo linguaggio, usato spesso dal carnefice, a cui spesso, purtroppo, alcuni giornalisti fanno da megafono; e, tante volte, si tratta di un linguaggio introiettato dalle stesse vittime o da altre donne. Espressioni del tipo “omicidio passionale” o “l’ha uccisa perché la amava troppo” trasformano implicitamente il colpevole in “vittima” della sua stessa passione, quindi di altro da sé, e, in molti casi, la vittima in responsabile (si veda ad esempio la testimonianza di Lucia Panigalli a pag. 11). Per quanto riguarda il nostro territorio, oltre al fondamentale e decennale lavoro di formazione, prevenzione, sostegno e accoglienza svolto dall’UDI e dal Centro Donna Giustizia, lo scorso gennaio è nato “Dire basta”, un gruppo di “Auto-Mutuo-Aiuto” (A.M.A.) per donne che vivono o hanno vissuto situazioni di violenza fisica e psicologica (ne avevamo parlato nell’edizione del 7 giugno scorso). Un progetto mai visto prima nel ferrarese, per la sua modalità “dal basso” – senza esperti – e ancora poco diffuso in Italia.

A Ferrara, lo scorso aprile, invece, anche se un po’ in sordina, in Municipio è stato presentato il libro “Non solo reato, anche peccato: religioni e violenza sulle donne”, un volume a più voci – uomini e donne, cristiani di ogni confessioni, ebrei, musulmani, atei – curato dalla teologa Paola Cavallari. Il libro si inserisce in un progetto più ampio, prima ecumenico poi interreligioso, nato in ambienti cattolici e riformati, avviato dall’appello “Contro la violenza sulle donne. Un appello alle chiese cristiane in Italia” del 2015, e proseguito dal 2016 al 2018 con tre tavole rotonde interreligiose a Bologna sul tema della connessione tra religioni e violenze contro le donne, e l’anno scorso con la nascita dell’Osservatorio Interreligioso contro la violenza sulle donne. Nell’appello del 2015 vi è scritto: “Questa violenza interroga anche le Chiese e pone un problema alla coscienza cristiana: la violenza contro le donne è un’offesa ad ogni persona che noi riconosciamo creata a immagine e somiglianza di Dio, un gesto contro Dio stesso e il suo amore per ogni essere umano”. Si tratta dunque di una giusta sollecitazione, rivolta a laici e presbiteri, a non banalizzare né sottovalutare il tema della violenza di genere e, più in generale, il tema del rapporto fra i generi nella società e all’interno della stessa Chiesa, a tutti i livelli. Papa Francesco in un passaggio di “Christus Vivit” riflette: “Una Chiesa eccessivamente timorosa e strutturata può essere costantemente critica nei confronti di tutti i discorsi sulla difesa dei diritti delle donne ed evidenziare costantemente i rischi e i possibili errori di tali rivendicazioni. Viceversa, una Chiesa viva può reagire prestando attenzione alle legittime rivendicazioni delle donne che chiedono maggiore giustizia e uguaglianza. Può ricordare la storia e riconoscere una lunga trama di autoritarismo da parte degli uomini, di sottomissione, di varie forme di schiavitù, di abusi e di violenza maschilista” (C. V., 42).

Tanti sono i passi fatti nella Chiesa in questo cammino di “conversione”: basti pensare alle diffusissime esperienze, spesso nel silenzio, in tutto il mondo di aiuto e accompagnamento di donne sole o abusate, o al dibattito, anche in vista del recente Sinodo per l’Amazzonia, sulla necessità di una maggiore presenza femminile nei luoghi decisionali, o sull’accesso delle donne ai ministeri (lettorato, accolitato, diaconato). Solo per citare alcuni esempi e limitandoci all’Italia, esiste un mensile di donne dell’“Osservatore Romano”, “Donne Chiesa Mondo”, e un gruppo, piccolo ma combattivo, denominato “Donne per la Chiesa”. Molto altro, però, può e dev’essere fatto, e quel che di buono c’è – in termini di riflessione teologica, storica, anche autocritica, di sostegno concreto alle donne in qualsiasi situazione di violenza, abuso, sopruso e sottomissione, dentro e fuori la Chiesa – dev’essere maggiormente pubblicizzato e incentivato, senza inutili timidezze. Iniziamo a riflettere se sempre è, ed è stata, corretta la nostra immagine di Dio (o non, a volte, strumentale a forme di assoggettamento e violenza, anche di genere) e se, contemporaneamente, non dovremmo considerare come compito di ognuno – donne e uomini insieme – il ragionare sulle nostre concezioni del “maschile” e del “femminile”: solo un discernimento e un’azione davvero sinodali possono portare, nella comunità ecclesiale, ad affrontare nel migliore dei modi anche la piaga della violenza di genere.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 29 novembre 2019

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Speciale violenza sulle donne: ruolo della Chiesa, storia di Lucia Panigalli e dati di Ferrara

25 Nov

a cura di Andrea Musacci

violencia-domestica-840x472Violenza sulle donne, la parola a don Alessio Grossi del Consultorio “InConTra”: prevenzione, formazione e sostegno. A breve aprirà lo Sportello per la tutela dei soggetti vulnerabili, fra cui donne e minori vittime di abusi o violenze

Il 25 novembre è la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Anche la nostra Arcidiocesi si interroga su come affrontare questa piaga che, come si vede dai dati nazionali e locali (nella pagina a fianco), è tutt’altro che irrilevante e quindi necessita di un’azione preventiva anche da parte delle comunità ecclesiali. Ne abbiamo parlato con don Alessio Grossi, alla guida del Consultorio familiare diocesano “InConTra”, aperto lo scorso giugno.

Don Grossi, come Diocesi qual è la risposta al problema? Come Consultorio “InConTra” in generale abbiamo la vocazione anche alla tutela e alla prevenzione della violenza, compresa quella sulle donne, pur non avendo ancora un iter specifico. In futuro organizzeremo anche un percorso formativo sul tema, centrato soprattutto sulla prevenzione.

Come avverrebbe concretamente l’aiuto? Se dovesse venire fuori in un colloquio individuale il caso di una donna che ha subito violenza o abuso dal marito, compagno o fidanzato, coinvolgeremmo immediatamente i consulenti familiari (psicologi, psicoterapeuti, mediatori familiari), e poi, eventualmente, ci rivolgeremmo alle forze dell’ordine per la denuncia. Spesso, in casi come questo, nel colloquio l’abuso o la violenza subita viene detta dalla vittima tra le righe, non è esplicita, e spesso si tratta anche di violenza psicologica.

I dati dimostrano come la stragrande maggioranza di queste violenze avvengano in famiglia o comunque in rapporti di coppia. Come si spiega?

La famiglia può essere anche un luogo infernale: a volte si crea un doppio legame, un’ambivalenza nel rapporto tra partner, o tra padre e figlia, ad esempio. Insomma, chi mi fa del male al tempo stesso è colui da cui dipendo affettivamente e/o economicamente, affettivamente. Si crea quindi un rapporto di dipendenza, la relazione di coppia può trasformarsi in una relazione di possesso, fatta di controlli, limitazioni, offese e pretese da parte del maschio, fino appunto alla violenza.

Quale risposta si può dare a livello formativo? E’ importante prendersi cura delle relazioni nelle famiglie, nelle coppie, tra i fidanzati, e nei giovani in generale. L’aspetto formativo è fondamentale, soprattutto a partire dalle famiglie: riguarda innanzitutto l’imparare ad ascoltare, a parlare correttamente, a relazionarsi, a prendersi cura dell’altra persona, all’amore e al rispetto. C’è dunque bisogno di un’attenzione maggiore all’affettività, anche perché spesso nei giovani e nei giovanissimi notiamo un modo di relazionarsi consumistico, ’usa e getta’, con un vero e proprio scollamento tra azione, sentimento e significato.

In che senso? L’immagine diffusa o scambiata tramite i social è slegata dai sentimenti che il giovane può provare, come se non fosse reale. Questo può diventare fonte di violenza.

La scorsa primavera Papa Francesco ha reso pubblico la Lettera Apostolica in forma di “Motu Proprio” “Sulla protezione dei minori e delle persone vulnerabili”. Un discorso che riguarda anche le donne vittime di violenza? Certamente: anche nella nostra Arcidiocesi a breve verrà ufficialmente aperto l’Ufficio tutela minori e persone vulnerabili, che il Papa vuole in tutte le diocesi. Ne riparleremo meglio a dicembre. Anche in questo caso, comunque, al centro ci sarà la prevenzione, l’informazione, la formazione e la cura della donna, dei minori e degli altri soggetti deboli, con anche uno Sportello apposito al quale rivolgersi.

Infine, la Chiesa, secondo lei, deve in qualche modo ridefinire il ruolo della donna? Sì, anche se questo lavoro procede lentamente. Ad esempio, ultimamente si parla dello sfruttamento in alcuni Diocesi delle suore da parte di parroci o vescovi, e comunque delle donne in generale, laddove relegate a meri lavori manuali. Sarebbe molto importante anche ripensare la lettura teologica della figura della donna, per valorizzare maggiormente l’identità femminile.


La storia di Lucia Panigalli,  sopravvissuta a un femminicidio, intervenuta il 22 novembre a Ferrara

OLYMPUS DIGITAL CAMERA“Sono sotto scorta dei Carabinieri, forse l’unica in Italia ad averla per un caso come il mio. Questo perché il mio ‘aguzzino’, seppur ritenuto socialmente pericoloso, è stato messo in libertà vigilata per ‘buona condotta’ in carcere”. Lei è Lucia Panigalli, 63 anni, sopravvissuta a un femminicidio a Vigarano Mainarda nel maggio 2010, e lui è Mauro Fabbri, per 18 mesi suo compagno, che tentò di ucciderla prima con diverse coltellate, poi con calci sul volto e sulla testa. Fu il figlio di lei a salvarla. Ma Fabbri, dal 29 luglio scorso, è in libertà vigilata, costringendo così la donna a vivere non solo con le conseguenze del trauma (tra cui recentemente, l’amnesia globale transitoria) ma anche con la paura di rincontrarlo e che lui le faccia ancora del male (nonostante la lettera “rassicurante” inviatale lo scorso ottobre). Per il tentato femminicidio, il giudice condannò Fabbri a 8 anni e mezzo di carcere, pena poi ridotta per “buona condotta” dell’uomo, il quale in carcere tentò, dopo pochi mesi, di commissionare l’omicidio della donna (in cambio di soldi e mezzi) ad un sicario bulgaro, Radev Stanyo Dobrev, che lo denunciò (ma l’uomo, 48 anni, è oggi a processo per tentato omicidio in concorso, aggravato dalla premeditazione). Secondo l’art. 115 del Codice Penale, però, Fabbri non è da ritenere ulteriormente colpevole, poiché “le intenzioni” – così è scritto – non sono perseguibili. La Panigalli ha raccontato la propria storia la mattina del 22 novembre nella Sala Consiliare del Municipio di Ferrara per un seminario organizzato in occasione della “Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne” del 25 novembre. Dopo la seconda sentenza, ha spiegato, “per due settimane mi sono chiusa in casa a piangere per la rabbia e lo sconforto. Lo Stato – denuncia – con la sua assurda sentenza mi ‘costringe’ a farmi uccidere”. Ricordiamo che sollevò – giustamente – molte polemiche anche l’intervista “accusatoria” che le rivolse Bruno Vespa lo scorso settembre a “Porta a porta”. “Per me – ha spiegato ancora a Ferrara la donna – non esiste futuro finché la situazione rimarrà questa. Faccio tutto quel che faccio per dovere civile e per dare un senso a una vicenda che un senso non ha. La nostra relazione – ha spiegato – non era durata tanto per due adulti, c’eravamo lasciati di comune accordo, non avevamo figli né proprietà da dividerci. Sono contenta di fare testimonianza, ma per me ogni volta è dura riaprire questo pentolone di dolore e di schifezze e rimangiarlo: io ormai sono questa cosa, non riesco a non pensarci. Gli unici momenti in cui non ci penso sono quelle due ore quando vado a ballare. A volte mi vien da dire – ha detto con sconforto – che comunque mi sento la responsabilità di non aver riconosciuto il malessere di quell’uomo – perché un uomo che fa quello che ha fatto non sta bene. Dobbiamo però continuare ad amare gli uomini se lo meritano, e da madri educarli e dar loro il buon esempio. Ma a voi donne, soprattutto giovani, dico: state attente, non ritenetevi mai al sicuro”. Ma non finisce qui: “ci sono anche le frasi orribili che mi son sentita rivolgere, del tipo ‘cos’hai fatto per farlo arrabbiare così tanto?’ ”. E poi c’è un’altra calunnia, specifica, che Mauro Fabbri disse fin da subito. E che ora, denuncia la Panigalli, “sono venuta a sapere che alcuni, nei bar, pubblicamente, ripetono, come chiacchiera: che lui avrebbe tentato di uccidermi perché non gli avrei restituito dei soldi che mi aveva prestato. Ma non è assolutamente vero, non ho ricevuto in prestito da lui nemmeno una lira. Ci mancherebbe, sono una donna ‘orgogliosa’, faccio fin fatica a farmi offrire un caffè da un uomo. E, in ogni caso, questo avrebbe giustificato un femminicidio?”. Infine, spiega, “andrebbero modificate le norme su come viene concessa in tanti casi la libertà anticipata, i termini della ‘buona condotta’, ci vorrebbe maggior comunicazione tra uffici giudiziari e tribunale di sorveglianza, e bisognerebbe comunicare alle vittime se il loro ‘aguzzino’ è uscito in anticipo ed è in libertà vigilata: io l’ho saputo solo per vie traverse”.


I dati a Ferrara: nel 2019 già 255 le donne accolte dal Centro Donna Giustizia. In aumento le giovani fra i 18 e 30 anni che si rivolgono anche in emergenza

Nel seminario svoltosi in Municipio a Ferrara il 22 novembre, nel quale è intervenuta anche Lucia Panigalli, Paola Castagnotto del Centro Donna Giustizia (CDG) di Ferrara ha presentato i dati del CDG sul 2018 e sui primi dieci mesi del 2019. L’anno scorso, nel progetto “Uscire dalla Violenza” (che vede accoglienza, ospitalità delle donne vittime, oltre a informazione, formazione e progetti di autonomia e recupero sociale e lavorativo delle stesse), sono state accolte 290 donne (di cui 194 italiane, 197 mamme). Di queste, 81 sono state inviate alla consulenza legale e 85 a quella psicologica. I colloqui dell’operatrice sono stati 906 e 1039 i contatti telefonici. Nei primi dieci mesi del 2019, invece, sono 255 le donne accolte, di cui 164 italiane, 132 occupate e solo 90 con reddito autonomo. Tornando al 2018, il progetto “Oltre la Strada” (che sviluppa programmi di protezione e integrazione sociale per donne vittime di tratta e sfruttamento sessuale o grave sfruttamento lavorativo) ha attivato percorsi di protezione sociale per 32 persone (di cui 31 donne; sono 34 nel 2019). Il progetto “Luna Blu” (l’unità di strada) ha realizzato 48 uscite di contatto (sono 40 nei primi dieci mesi del 2019) e 12 di mappatura in orario notturno per un totale di 60. In strada è stata monitorata una presenza media di 31 presenze (38 nel 2019). “Come ci ha raccontato una volta una donna trans – ha spiegato la Castagnotto – una prostituta è considerata, da molti, solo come tale, e non donna, non madre, non persona”. Nel 2019 si è notato come sempre più si rivolgano al CDG, anche per chiedere protezione in emergenza, giovani donne di età compresa fra i 18 e i 30 anni, considerando che normalmente la maggior parte delle vittime ha un’età compresa fra i 30-39 e i 50-59 anni. Delle 255 donne finora accolte quest’anno (considerando che una donna può subire più tipi di violenza), 239 han subito violenza psicologica, 174 fisica, 162 economica, 49 stalking e 53 sessuale. Riguardo agli autori, 85 sono coniugi, 46 conviventi, 16 amanti/fidanzati, 62 sono ex, 59 famigliari, 7 sconosciuti. Interessanti al riguardo anche i dati forniti da Michele Poli del Centro d’Ascolto Uomini Maltrattanti (CAM) di Ferrara (che ha denunciato anche il bullismo, la pornografia e la prostituzione come forme di violenza e dominio dell’uomo sulla donna): dal 1° novembre 2018 al 31 ottobre 2019, sono 43 gli uomini che hanno contattato il CAM, 44 quelli che hanno partecipato a percorsi (di cui 22 nuovi utenti), 19 le donne che l’hanno contattato invece per informazioni sulla violenza subita. In totale, 218 sono stati i contatti via telefono o mail, 150 i colloqui individuali e 79 gli incontri di gruppo settimanali svolti. In carcere, si sono tenuti 3 colloqui individuali utili all’attivazione di percorsi. Nei primi 5 anni e mezzo al CAM si sono rivolti circa 200 uomini maltrattanti. Dei 22 nuovi utenti, 14 si sono rivolti spontaneamente, 10 hanno un’età fra i 36 e i 45 anni, altrettanti hanno ancora una relazione con la donna vittima, 17 sono italiani, 10 sono partner, e in 11 casi si ha anche violenza subita e/o assistita dai figli. Infine, in 7 casi l’uomo aveva già usato violenza in precedenti relazioni. Nel seminario in Municipio – oltre a Cecilia Tassinari (FIDAP), Paola Peruffo (che ha moderato gli interventi), consigliera comunale e presidente della Commissione Pari Opportunità, l’Assessora Dorota Kusiak e, nel finale, il Sindaco – è intervenuta anche Stefania Guglielmi dell’UDI-Unione Donne in Italia: “la violenza degli uomini sulle donne – ha riflettuto – si combatte con le leggi ma soprattutto con la cultura, e nelle scuole. Il problema della violenza di genere fa parte purtroppo della nostra tradizione culturale. Non dimentichiamo che le donne in Italia possono votare solo dal 1946, nel 1981 è stato abrogato l’ ‘onore’ come giustificazione dell’omicidio della moglie da parte del marito e nel 1996 la violenza sessuale da reato contro la morale pubblica è diventato reato contro la persona. Ma ancora oggi in alcune sentenze vengono date attenuanti per casi come questi e a volte le donne nascondono ancora le violenze che subiscono”. Ricordiamo che – dati ISTAT – in Italia sono 42mila le donne seguite in 281 Centri antiviolenza e Case di rifugio. A fronte di ciò, ha denunciato ancora la Castagnotto, “al giorno, per donna, nel 2017 sono stati stanziati 76 centesimi di euro…”. Infine, alcune studentesse della 3° G del Liceo Sociale G. Carducci di Ferrara (foto in alto) hanno presentato (insieme all’insegnante Lorenza Cenacchi) il cortometraggio da loro realizzato, dal titolo “Giocarcela fino alla fine” ispirato al libro “A mano disarmata” di Federica Angeli, giornalista sotto scorta per le sue inchieste sulla mafia romana. Il cortometraggio ha ottenuto la seconda posizione al “Premio Estense Scuola 2019”, consentendo la partecipazione alla finalissima del concorso “Talent#Antimafia”, indetto dall’Associazione Antimafia “NOI” e presieduta dalla stessa Angeli. Nella mattinata sullo Scalone del Municipio (foto a pag. 10) e all’interno fino alla sala del seminario, sono state poste delle “Scarpette rosse”, a cura dell’UDI. Infine, successo nazionale per alcune/i ragazze/i dell’Istituto Copernico-Carpeggiani di Ferrara, che, col progetto “The New Poets”, hanno realizzato una canzone rap, con video, sul tema, “Non è normale che sia normale”, con anche un intento benefico.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 29 novembre 2019

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Violenza sulle donne, un problema anche religioso

8 Apr

Un libro e un Osservatorio interreligioso – presentati a Ferrara lo scorso 5 aprile dalla loro ideatrice, Paola Cavallari – intendono stimolare discussioni e pratiche nuove sulle relazioni di genere anche dentro la Chiesa

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“Non solo reato, anche peccato: religioni e violenza sulle donne” (Effatà editrice, Cantalupa Torino 2018, pp. 144), è il nome dell’interessante e corale volume da poco disponibile nelle librerie e presentato anche a Ferrara (nella Sala dell’Arengo del Palazzo Municipale) lo scorso 5 aprile, con l’intervento della curatrice Paola Cavallari che ha interloquito con Francesco Lavezzi. Il volume raccoglie riflessioni di donne e uomini, credenti e non credenti, sul tema del rapporto fra i generi e sulla correlazione di questo con la violenza maschile sulle donne.

Un Appello, tre tavoli e un Osservatorio

La maturazione recente di questo percorso decennale, inizia quattro anni fa con la stesura del patto intitolato “Contro la violenza sulle donne. Un appello alle chiese cristiane in Italia”, nato nel mondo evangelico e siglato da rappresentanti di dieci denominazioni cristiane il 9 marzo 2015 a Roma. Nel testo, fra l’altro vi è scritto: “il luogo principale dove avviene la violenza sulle donne è la famiglia: questo è un fatto accertato e grave. Questa violenza interroga anche le Chiese e pone un problema alla coscienza cristiana: la violenza contro le donne è un’offesa ad ogni persona che noi riconosciamo creata a immagine e somiglianza di Dio, un gesto contro Dio stesso e il suo amore per ogni essere umano”. Più avanti: “le comunità cristiane in Italia sentono urgente la necessità di impegnarsi in prima persona per un’azione educativa e pastorale profonda e rinnovata che da un lato aiuti la parte maschile dell’umanità a liberarsi dalla spinta a commettere violenza sulle donne e dall’altro sostenga la dignità della donna, i suoi diritti e il suo ruolo nel privato delle relazioni sentimentali e di famiglia, nell’ambito della comunità cristiana, così come nei luoghi di lavoro e più in generale nella società”. Un limite dell’Appello, scrive la Cavallari nell’introduzione al volume, risiede però nel fatto che “non ospita alcun interrogativo sulla corresponsabilità storica delle istituzioni religiose nell’aver condiviso, legittimato e trasmesso un’antropologia e una visione politica che delle violenze sessiste sono state matrici”. Un appello, inoltre, purtroppo caduto nel vuoto, fatta eccezione per singole personalità di diverse confessioni cristiani e per il SAE – Segretariato Attività Ecumeniche di Bologna, che nei mesi di maggio del 2016, 2017 e 2018 ha organizzato nel capoluogo felsineo tre tavole rotonde interreligiose sul tema della connessione tra religioni e violenze contro le donne. “La cultura secolarizzata dell’Occidente dà per lo più scontato che le religioni siano istituti nemici delle donne”, ma “ciò è coraggiosamente smentito nella costellazione delle forme del femminismo cristiano, ebraico, islamico che si autocomprendono come saperi/pratiche non scissi dalla fede, e riconoscono i doni dello Spirito come nutrimento e fonte di libertà, per donne e uomini. E’ questa la logica cui l’Osservatorio si ispira”, scrive sempre la Cavallari nel libro, riferendosi all’Osservatorio Interreligioso contro la violenza sulle donne, nato lo scorso marzo. “Il nostro Osservatorio è dunque molto inclusivo – ha spiegato a Ferrara -, e si sta costituendo in gruppi territoriali”. Già attivi sono quelli dell’Emilia-Romagna, di Milano, del Trentino Alto Adige, di Cosenza e di Roma. “Nella nostra stessa Regione – ha proseguito – chiederemo alle diverse comunità ecclesiastiche o religiose che affrontino seriamente il problema, creando anche Commissioni specifiche sul tema della violenza maschile contro le donne e dell’identità di genere. La Chiesa Battista ha già iniziato a lavorare in questa direzione. Per ora siamo andati a parlare in alcuni istituti scolastici, cerchiamo di allargare il dibattito sulla stampa e abbiamo incontrato alcuni pastori, pastore e Vescovi, come quello di Bologna, mons. Zuppi. Per me è stata una vera e propria chiamata – ha confessato la Cavallari – quella che mi ha spinto a organizzare i tavoli, poi a dar vita all’Osservatorio e a curare il libro. E a una chiamata di questo tipo non si può sfuggire, non la si può non raccogliere… . Tutte le donne delle diverse confessioni religiosi – sono ancora sue parole – devono allearsi tra loro nella ricerca della libertà e di quella dignità a loro rubata, nei secoli, dagli uomini, e molto spesso anche dalle stesse donne, che hanno interiorizzato un certo senso di inferiorità. E’ importante quindi che le donne sentano il bisogno di studiare, ricercare, approfondire”.

Per una rilettura delle Sacre Scritture

copertina non solo reatoCome scrive lei stessa nel volume, l’intento di questo progetto consiste anche nel far comprendere come le offese alla dignità femminile non siano questioni “confinabili nell’etica, ma assolutamente intrinseche alla sostanza teologica”. Da qui l’importanza – riconosciuta in tutti i contributi del volume – di una diversa traduzione, interpretazione o legittimità assegnata ad alcuni passi o episodi delle Scritture, in particolare veterotestamentari, nei quali è esplicita e giustificata una concezione oppressiva della donna, e la violenza sulla stessa. “Sto lavorando a una pubblicazione su Eva – ha spiegato la Cavallari – nella quale intendo dare un’interpretazione alternativa, più positiva di questa figura”. In Genesi 2,18 è scritto: “Poi il Signore Dio disse: «Non è bene che l’uomo sia solo: gli voglio fare un aiuto che gli sia simile»”. “Aiuto”, secondo l’autrice, non indica, come spesso è stato interpretato, “qualcosa di servile, ma di molto importante, tanto che spesso nelle Scritture il termine è riferito a quello che Dio stesso dà ai suoi figli”. E’ infatti traducibile anche come “un aiuto che gli stia di fronte”, “evidenziando così ancor di più la parità, la simmetria tra uomo e donna, tra un ‘io’ e un ‘tu’”.

Necessità di un’autocritica

Se la riflessione e l’azione sono naturalmente tese nel presente e verso il futuro, fondamentale è una presa di coscienza totale di ciò che è stato, quindi anche degli abomini e delle violenze – fisiche e non – perpetrate, giustificate o nascoste nelle comunità ecclesiali, e di ciò che ancora avviene al loro interno. “Le chiese o comunità religiose – scrive ancora la Cavallari nell’introduzione al volume – non possono più persistere nel peccato di omissione, nell’ignorare il grido di dolore (come ebbe a dire il Cardinal Martini) che le donne innalzano; non possono sottrarsi con l’indifferenza, la banalizzazione, il paternalismo, con la riproposizione di una visione idealizzata – disincarnata, ingannevole – della donna. Inoltre non si domandano come mai la violenza si esercita soprattutto tra le pareti domestiche, in quei ‘focolari familiari’ che dovrebbero essere la cifra di una cellula benedetta”. La denuncia prosegue poi in modo ancor più netto: “le comunità religiose per lo più sono sorde, proprio loro che dovrebbero essere per eccellenza i luoghi di ascolto e accoglimento. Le donne violate e poi non credute avvertono un’immensa solitudine. I centri antiviolenza, e quasi mai le comunità religiose, forniscono quell’ascolto che fa sì che la donna abusata si senta non più delegittimata e finalmente riconosciuta”. “Siamo in una fase – ha spiegato a Ferrara – nella quale qualcosa si sta scardinando, anche nei confronti della stessa sessualità”, riferendosi ad esempio ad alcune riflessioni di Papa Francesco nella recente Esortazione “Christus Vivit” (n. 261).

Una liberazione di tutte/i

cavallari lavezzi“La cosiddetta teologia femminista è liberante non solo per le donne ma per tutti, anche per gli stessi uomini, e in particolare per tutte le minoranze e per tutte le classi subalterne”, ha tenuto a sottolineare la Cavallari, “non si desidera certo sostituire il potere degli uomini con quello delle donne”. Nel libro scrive a riguardo: “le donne non chiedono ciò per rivalsa, per crudeltà, per vendicarsi, o per scalzare gli uomini rimpiazzandoli negli spazi di potere – come viene maliziosamente insinuato; ma chiedono ciò che gli stessi cammini sapienzali e gli itinerari di fede hanno indicato per la vera conversione e il ristabilimento della giustizia”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 12 aprile 2019

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(foto Francesca Brancaleoni)

Le varie forme della violenza maschile contro le donne

8 Lug

4Nella seconda giornata degli Emergency Days, svoltisi a Spazio Grisù a Ferrara, mercoledì 4 luglio si è svolto un incontro pubblico sul tema della violenza contro le donne, moderato da Diana de Marchi (presidente della Commissione Pari Opportunità e Diritti Civili del Comune di Milano).

Secondo Riccardo Fanciullacci (scrittore e segretario scientifico del Cega dell’Almo Colleggio Borromeo di Pavia), i rapporti tra i due sessi “non si regolano naturalmente, non vanno da sé, e quindi vanno regolati ‘culturalmente’ “. Se da una parte è vero che il movimento delle donne ha segnato “un punto di ritorno”, dall’altra non si può certo dire che la violenza degli uomini sulle donne appartenga al passato.

Celeste Costantino, ex deputata, ha spiegato come in Italia “lo stesso patriarcato, nonostante il movimento femminista, non è stato del tutto superato”, basti pensare, oltre alle violenze e ai femminicidi, “alle ancora forti disuguaglianze nel mondo del lavoro. Insomma, il patriarcato si è trasformato ma esiste ancora”. Anche per questo negli ultimi anni la Costantino ha scelto di compiere un viaggio, chiamato “Restiamo vive”, in una ventina di Centri antiviolenza in tutta la penisola.

Infine, è intervenuto Michele Poli (presidente e coordinatore del Centro di Ascolto uomini maltrattanti di Ferrara) che ha proseguito il ragionamento spiegando come questa violenza rappresenta “il tentativo da parte dell’uomo di ‘riprendere’ il controllo sulla donna”, in quanto la libertà conquistata da quest’ultima per molti maschi equivale a una perdita di potere sulle stesse.

“Nel nostro Centro – ha proseguito – cerchiamo di lavorare sulle cause di questo tipo di violenza. Da noi vengono mediamente un paio di uomini al mese, soprattutto persone che scelgono liberamente di provare un cammino di cambiamento, e che possono imparare non solo a non fare più violenza sulle donne ma loro stessi a vivere meglio, a essere più felici”.

Poli si è soffermato in particolare su due ambiti specifici della violenza maschile sulle donne, la prostituzione (“stupro su donne, perlopiù schiavizzate”) e la pornografia, “con la quale il ‘consumatore’ si abitua/si illude di poter controllare il corpo femminile, e a provare piacere solo attraverso questo controllo”.

Andrea Musacci

 

 

La mostra “Mozzafiato 2” con gli artisti ferraresi nella mantovana Felonica

12 Ago

Mozzafiato CarboneA Felonica (MN), vicino al confine tra Emilia e Lombardia, sarà presentata oggi la mostra “Mozzafiato 2”, già esposta dal 28 febbraio scorso al Centro W. Matteucci di Jolanda di Savoia, dal 18 aprile alla Casa dell’Ariosto a Stellata di Bondeno, e dal 16 maggio in quattro spazi d’arte a Ferrara. Oggi alle 17.30 l’inaugurazione a Palazzo Cavriani di questa esposizione dedicata al tema della violenza sulle donne.

Questi gli artisti che espongono: Davide Bassi, Paola Bonora, Riccardo Bottazzi, Davide Bondanelli, Elena Bucoliero, Lamberto Caravita, Valeria Cardinale, Gianni Cestari, Massimo Cavalieri, Daniele Cuoghi, Luisa Denti, Barbara Felisatti, Paola Forlani, Flavia Franceschini, Maurizio Ganzaroli, Alberta Grilanda, Megumi Hirota, Benedetta Jandolo, M.Cristina Pacelli, Paola Paganelli, Matteo Pagnoni, Alessandro Passerini, Silvia Pesarin, Paola Policardi, Rossella Ricci, Paolo Pallara, Tiberio Savonuzzi, Laura Shlumpler, Sima Shafti, Armando Soavi, Simona Squarzoni, Marco Toselli, Laura Trapani, Romolina Trentini, Giuliano Trombini, Diana Isa Vallini, Gianfranco Vanni, Paolo Volta, Davide Zabbari.

Questi gli orari di visita: martedì e giovedì 9-12, mercoledì e venerdì 9-12 e 15-18.

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 12 agosto 2015

Collettiva “Mozzafiato 2”, continuano gli appuntamenti

24 Mag

Mozzafiato CarboneProseguono i molti eventi legati alla collettiva “Mozzafiato 2”, visitabile fino al 7 giugno in quattro luoghi d’arte: Galleria del Carbone (via del Carbone, 18/a), Studio Carmelino di Flavia Franceschini (via Carmelino, 15), Studio Art Melograno (via della Paglia, 35/a) e Studio d’arte di Tiberio Savonuzzi (via Borgovado, 6). Ieri alle 21 sono stati proiettati i corti “Il tarlo” di Massimiliano Mattioni (Silos Production) e  “Il risveglio di Greta” di Andrea Filippini (FilipsVision).

Oggi alle 18, invece, verrà proiettato il fotoracconto di Pino Cosentino “Impronta di donna”, con musiche di Stefano Trevisani. A seguire, Rita Marconi leggerà alcune poesie tratte dalla sua silloge “D  come donna – Figure di donna in poesia”. Ricordiamo che tre sue poesie accompagnano in parete le opere di Alberta Grilanda. Infine, domani alle 21 vi sono le “Pratiche di Abbraccio” guidate da Marco Maretti ed Elisa Mucchi, con interventi di Elisabetta Bianca.

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 24 maggio 2015

“Storie di ordinaria violenza” in quattro spazi artistici cittadini

18 Mag

Da visitare la mostra “Mozzafiato 2” tra arte, musica e cultura

Un momento dell'inaugurazione allo Studio Art Melograno

Un momento dell’inaugurazione allo Studio Art Melograno

Sono pungoli nei nostri cuori, nelle nostre coscienze le tante opere della collettiva “Mozzafiato. Storie di ordinaria violenza”, inaugurata sabato alle 18. La mostra fa parte del progetto “Violenza di genere e rete locale” promosso dal Comune di Ferrara con Movimento Nonviolento, Centro Donna Giustizia, Centro di Ascolto per Uomini Maltrattanti e Accademia d’Arte Città di Ferrara, e vede come sedi espositive Galleria del Carbone (via del Carbone, 18/a), Studio Carmelino di Flavia Franceschini (via Carmelino, 15/17), Studio Art Melograno (via della Paglia, 35/a) e Studio d’arte di Tiberio Savonuzzi (via Borgovado, 6). “Mi hanno tagliato le labbra” è il grido che non lascia indifferenti, una maschera da indossare, le mani legate, la fragilità dei tanti volti di donna, spesso costretti a essere coperti, lacrimanti. Al Carbone alle 19.30 si è svolta la performance “Agony” di Luisa Denti e Federico Bologna, mentre alle 21.30 l’esibizione di “Re Cane e Suo Marito”. Ieri alle 18, invece, live soul e jazz di Barbara Felisatti (voce), Silvia Cariani (voce), Oleg Alessandro Andreatti (sax), Stefano Mandrioli (sax), Andrea Pieragnoli (chitarra) e Aldo De Lisio (basso).

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 18 maggio 2015