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Vasco Rossi e le vere aperture di una città: una riflessione dopo i concerti

9 Giu

Le tante chiusure di una città che sempre più si fa abbagliare dall’illusione di guadagni facili, che non esistono. E che in cambio di questa illusione, sacrifica spazi comuni, luoghi protetti e il vivere civile

di Andrea Musacci

Ferrara città aperta: alla musica, ai turisti. Questa, la narrazione dominante nell’ultimo anno. Lo stesso si disse in occasione del concerto di Springsteen, e lo si ripete come un mantra per ogni grande concerto. L’idea che sempre più ci facciamo, al contrario, è quella di una città chiusa. Chiusa da parte di chi la amministra, nei confronti dei cittadini (residenti nelle aree interessate e non) che 5-6 mesi l’anno protestano per i forti disagi che vivono in termini di mobilità, inquinamento acustico, tutela e rispetto per gli spazi pubblici. Chiusura – che diventa dileggio, violenza verbale, insulto – di una parte di ferraresi nei confronti di chi dice no allo scempio della città. 

GRATTACIELO USURPATO

Ma chiuso, da gennaio scorso è il Grattacielo, che si erge come simbolo di un’enorme ingiustizia, torri come dita puntate al cielo a implorare giustizia. Aperti, invece, il 5-6 giugno nel parco Coletta antistante il gigante vuoto, erano i quattro “food truck” (i camioncini per il magna&bevi) e il “Birrabus 30”, «il più grande beer truck d’Europa, dotato di 300 spine simultanee e di una capacità di 1.800 litri», recitava compiaciuto un comunicato dell’ufficio stampa della Giunta comunale. E sempre lì, aperto era il bar “Mai guai”, purtroppo però con musica a volume altissimo fin dalla mattina del 5, tanto non c’è nessuno da disturbare lì dentro, e c’è da trasformare il parco in attrazione per turisti, gente di passaggio. I bambini e le mamme del Grattacielo, non ci sono più nel parco: al loro posto per due giorni (ma perché non renderli monumenti perpetui della città mordi&fuggi?) bagni chimici multicolori fluo, fin davanti la cancellata che divide le torri dal parco. 

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Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 12 giugno 2026

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Tanti soldi pubblici, danni ambientali e zone rosse: Ferrara “occupata” per Vasco Rossi

5 Giu

MEGACONCERTI. Il 5 e 6 giugno la città di Ferrara sarà letteralmente invasa da 120mila persone in occasione dei concerti di Vasco Rossi. Ma al di là delle luci, a rimetterci sono le casse comunali, la vita e il benessere di cittadine e cittadini, le risorse naturalistiche e la dignità della città

di Andrea Musacci

Chiunque viva Ferrara nel tempo libero, può dire che la nostra è tutt’altro che una città morta: che ci si concentri sull’ambito culturale in senso ampio, su quello artistico – in tutte le sue espressioni – o più ludico, sportivo e naturalistico, innumerevoli sono le iniziative quotidiane. Al contrario, una certa narrazione ideologica dominante negli ultimi anni, vuole convincerci che senza i grandi concerti Ferrara sarebbe un luogo morto. È anche grazie a questa nenia (ben manovrata da chi amministra la città) che da anni si giustificano grandi eventi musicali con un impatto devastante a livello naturalistico (nel caso soprattutto del Parco Urbano), della tutela del centro storico UNESCO (si vedano piazza Ariostea e piazza Trento e Trieste) e in generale sulla vita delle persone che a Ferrara ci abitano. Se sommiamo i concerti di marzo, quelli imminenti di Vasco, il Ferrara Summer Festival e il Buskers Festival privatizzato (con i rispettivi tempi preparatori e di smontaggio), circa 5 mesi in un anno vedono la nostra città invasa e occupata da manifestazioni espressioni della logica dominante di estrattivismo urbano che avvantaggia pochissimi – già benestanti – commercianti e i grandi investitori esterni.

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Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 5 giugno 2026

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(Foto Federico Vecchiatini)

«Prima avevo un vuoto incolmabile, ora trasmetto la mia fede con l’arte»

15 Giu

Qui la mia recensione della mostra di Cinquino a Idearte.

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Claudio Centin (Cinquino) insieme a Vasco Rossi e la sua opera “Ricordi” a lui dedicata

Fino a sabato 18 giugno è possibile visitare la mostra “Quando l’arte si rifiuta” di Claudio Centin, detto “Cinquino”, nell’Idearte Gallery in via Terranuova, 41 a Ferrara.

Ma chi è Cinquino? Per vent’anni è stato un importante progettista e designer nell’ambito artistico-artigianale della moda e degli accessori per rock star. Alcune sue creazioni sono state indossate da artisti come Vasco Rossi, Ligabue, Renato Zero, Zucchero, Axl Rose, Sting, Bob Geldof. Nel 2002 decide di abbandonare il mondo della moda rock per dedicarsi all’attività di scultore, realizzando opere appartenenti alla corrente “Gospel Art”, per le quali utilizza materiali di recupero.

Come ha raccontato,«ad un certo punto della mia vita, che per certi versi poteva apparire invidiabile, ho deciso di lasciare quel tanto aspirato traguardo, perché, nonostante quello che potevo sembrare, dentro di me c’era un vuoto che nessun tipo di “bella vita” poteva colmare». Una presa di coscienza difficile, per nulla scontata: «quando ti guardi dentro, lì non c’è finzione o fuga, sì perché in quell’ambiente spesso si scappa dalla realtà o dalla delusione o meglio ancora dall’amarezza che quel “sogno” ti dà», racconta Centin.

«A un certo punto ho invocato l’intervento di Dio e ho cominciato a leggere e poi conseguentemente a studiare la Bibbia. La mia prima mostra, non a caso, l’ho voluta intitolare “Fatiche, lacrime e vittoria”», prosegue l’artista, che ora fa parte della Chiesa Evangelica. La spiegazione non lascia spazio al dubbio: «Fatiche per raggiungere quello che ho raggiunto, lacrime perché è il prezzo da pagare, e, paradossalmente anche per lasciare, nonostante a decisione già fatta, si, ci sono volute fatiche e lacrime anche per lasciare ma poi la vittoria, la vittoria nell’aver trovato il senso della vita. Ora, posso tranquillamente affermare che ho in cuore tanti, tanti, bei ricordi, ma nessun tipo di pentimento per la scelta fatta, ora il mio obiettivo è cercare di trasmettere la mia esperienza di fede con l’arte».

Andrea Musacci