
Cosa ci insegna la questione del Grattacielo? Viviamo giorni che segneranno la storia di Ferrara. Se nel bene o nel male, dipenderà da ognuno di noi
di Andrea Musacci
A Ferrara questo inizio 2026 verrà ricordato come quello in cui oltre 500 persone – fra cui 367 stranieri, 60 bambini, 40 anziani e alcuni malati – han vissuto a lungo nell’ansia di non sapere se potranno tornare nei loro appartamenti o dovranno trovarsi una nuova sistemazione in una città che con l’“invasione” negli ultimi anni degli studenti fuori sede ha visto andare alle stelle i prezzi degli affitti.
L’ultimatum per lo sgombero fissato dal Comune al 5 febbraio è stato rimandato ma rimane l’enorme emergenza sociale e abitativa, di cui si sta facendo carico la rete solidale composta da singoli e associazioni. Fra questi la Caritas, che con la sua Unità di Strada si è da subito attivata e ha creato punti di ascolto per gli sfollati, prima nei locali di Viale K adibiti all’accoglienza in Mura di Porta Po, poi nella Biblioteca Popolare Giardino: dal 5, però, anch’essa è stata fatta evacuare dal Comune (Biblioteca che fino a quel giorno ha ospitato anche il doposcuola di Viale K, che in Mura di Porta Po ha lasciato spazio agli sfollati). L’Unità di Strada per una sera ha trovato “casa” in uno dei bar del Grattacielo, poi gli sfollati li ha accolti e ascoltati all’aperto, sul marciapiede antistante. Quel che ci racconta Silvia Imbesi di Caritas è un quadro inimmaginabile fino a un mese fa: «In queste settimane abbiamo parlato con quasi 200 persone», ci spiega. «Fra queste, una parte è accolta da parenti e amici per periodi molto brevi, un altro gruppo, alcune decine di persone, han deciso di tornare nei loro Paesi di origine, soprattutto in Africa o in Pakistan. Comprese famiglie con bambini, anziani e malati». Gli altri rischiano di ritrovarsi a dormire in rifugi di fortuna per strada. Alcune donne con minori, ASP li ha messi in albergo separati dal padre, si spera per il meno tempo possibile.
Nei giorni scorsi abbiamo parlato anche con Raffaele Rinaldi di Viale K, fin da subito impegnata nell’accoglienza di chi non ha più una casa: «i 40 sfollati che ospitiamo sono di 12 nazionalità diverse, perlopiù maliani, gambiani e senegalesi. Sette di loro sono proprietari del loro appartamento. Lavorano tutti, molti di loro all’Interporto di Bologna». E la cena gliela distribuiscono i giovani scout di Agesci. «Due uomini, uno con due figli e l’altro con tre, si sono rivolti a me perché dovranno lasciare l’appartamento e non sanno dove andare, nemmeno lo Sportello Sociale Unico Integrato (SSUI, ndr) li aiuta; ha detto loro: “noi non abbiamo soluzioni”». Il SSUI – presente dentro San Rocco in c.so Giovecca, nei giorni scorsi ha registrato le richieste di diversi sfollati, ma da diverse segnalazioni di testimoni diretti, molte famiglie sono state respinte malamente, sia da loro sia da ACER. In 9 casi su 10, inoltre, le banche non vogliono sospendere i mutui, e le assicurazioni non ne vogliono sapere di aiutare queste persone.
Il 3 febbraio, un sit in ha accompagnato l’incontro di alcuni sfollati e volontarie/i col Prefetto, il quale ha convocato per il giorno dopo un Tavolo con Comune, Regione, ACER, Ausl, banche, Questore, Arcidiocesi (nella persona di don Michele Zecchin, Vicario episcopale), sindacati, associazioni di categoria e di volontariato. Lapidario il commento dell’Assessora Cristina Coletti (lo ricordiamo, con deleghe per le Politiche sociali, abitative e per la famiglia): «Come Amministrazione comunale non comprendiamo quale sia l’oggetto del “tavolo” convocato e quali siano gli “interventi di supporto socio-economico” richiesti» e «non risulta chiaro nemmeno il riferimento ai “nuclei familiari sfollati” richiamati nella convocazione (…). Parlare di “sfollati” ora appare inappropriato». Eppure, alcune persone hanno difficoltà a curarsi, altre non hanno un frigo per conservare le medicine, e chi è ammalato ha subito un ulteriore shock psico-fisico. C’è chi ha la madre molto anziana, chi fa il pendolare ogni giorno per andare a lavorare a Bologna, chi – padre di 4 figli (di cui 2 gemelline neonate) – lì se l’era appena comprato l’appartamento. Per non parlare del trauma degli anziani, o dei bambini che da un giorno all’altro han dovuto lasciare giochi e amici. O di quel padre di famiglia che lavorava come badante ma ora è disoccupato e con la moglie che aspetta un bambino.
Il futuro è incerto: a fine mese il TAR valuterà il ricorso contro l’ordinanza comunale ma ogni giorno bisogna considerare l’emergenzialità della situazione per chi ha mutui o paga l’affitto, per le bollette, la continuità di residenza per i rinnovi dei permessi di soggiorno, i ricongiungimenti familiari e le diverse tutele socio-lavorative, la domiciliazione della posta. Oltre alla ricerca di un tetto, naturalmente.
La rete solidale a Ferrara è forte e unita. Si tratta, ora, di mantenere alta l’attenzione: il Comitato Grattacielo nato in queste settimane ha organizzato per il 10 febbraio alle 18 un sit in sotto il Grattacielo, un dibattito pubblico il 18 febbraio alle 18.30 in Sala ex Refettorio (via Boccaleone), e organizzerà in città una manifestazione regionale. «La nostra casa non si tocca!», ha urlato con dignità una donna con accento dell’est Europa, durante il sit in del 3 davanti alla Prefettura. Un grido che speriamo non resti ancora inascoltato da chi amministra la città. Ma che di sicuro è raccolto da tante volontarie e volontari protagonisti di un gesto collettivo di umanità che, mentre aiuta concretamente chi ha bisogno, ricorda a tutti cosa significa “bene comune”.
E ora che ci avviciniamo alla Quaresima rileggiamo le parole di Isaia: per il Signore il vero digiuno significa «dividere il pane con chi ha fame, aprire la casa ai poveri senza tetto, dare un vestito a chi non ne ha, non abbandonare il proprio simile» (Is 58, 7).
Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 13 febbraio 2026
Abbònati qui!
A due mesi dall’inizio dell’emergenza, la situazione di molti nuclei famigliari col passare del tempo si aggrava. Ad attutire, almeno in parte, questa “caduta” nelle vite di tante persone è la rete di solidarietà delle associazioni, di cui fa parte anche “Viale K”. “Da circa 20 sono diventate quasi 60 le persone che quotidianamente vengono a mangiare alla nostra mensa” alla Rivana, ci spiega il Direttore Raffaele Rinaldi, e lo stesso vale per la consegna dei pacchi viveri il venerdì pomeriggio. Questi nuovi assistiti sono perlopiù “persone che si mantenevano con qualche lavoretto, o la cui azienda dove lavoravano ha chiuso. Sono italiani e stranieri che hanno visto il Reddito di cittadinanza dimezzarsi – prosegue Rinaldi – o quelli che sono stati esclusi dai ‘buoni spesa’ del Comune di Ferrara” (a fine aprile dichiarati “discriminatori” dal Tribunale di Ferrara, ndr). L’Associazione, però, inizia ad accusare la fatica del periodo: nonostante l’innesto di quattro nuovi volontari e le donazioni di imprese e privati, il forte aumento di assistiti richiederebbe un numero maggiore di forze e più risorse dalle istituzioni. “Viale K – si rammarica Rinaldi – è stata esclusa dalle recenti risorse assegnate dall’Amministrazione Comunale”. Il riferimento è ai 15mila euro destinati lo scorso 5 maggio al Terzo settore (nello specifico, 8mila sono andati al Centro di Solidarietà-Carità, 5 mila alla nostra Caritas e 2mila al Mantello di Ferrara).
Altro capitolo dolente è quello riguardante il Dormitorio ”Villa Albertina” in zona Mizzana: “la struttura ospita una ventina di persone, limite massimo – ci spiega ancora Rinaldi -, costrette anch’esse dalle limitazioni a stare chiuse, con tutte le conseguenze dal punto di vista psicologico per soggetti che spesso hanno problemi di dipendenze”. Nelle ultime settimane, 5 posti che si sono liberati, sono stati occupati da altrettanti “senza tetto”. E a proposito di persone che faticano o faticheranno a trovare una dimora, Viale K si è vista rifiutare, sempre dal Comune di Ferrara, un progetto per accogliere alcuni detenuti che, in questo periodo di emergenza, usufruiranno degli arresti domiciliari. “Alcune di queste persone se non trovano un alloggio, verranno comunque a chiederci aiuto”. Spostando la riflessione più in generale, Rinaldi riflette con noi su come quest’emergenza “stia facendo venir fuori le reali difficoltà della società, quindi chi sono i veri fragili”. Ciò che si può fare, grazie al contributo di ognuno – “è di tornare alla normalità, ma non quella malata di prima, che escludeva gli ultimi. Dovremmo, invece – conclude – ripensare l’intero welfare”. Esiste, anche a Ferrara, una fondamentale rete dal basso di associazioni di volontariato, “ma manca una vera politica sociale: non possono essere quasi solo le associazioni a reggere soprattutto in periodi come questo. Anche nella nostra città, il Comune faccia tesoro di questo patrimonio e lo porti a sistema, cercando fondi regionali e nazionali per sostenerlo”.
«Rendere più dignitosa l’accoglienza non significa ignorarne i problemi, ma non si può parlare di invasione», ha invece spiegato l’Assessore alle Politiche sociali Chiara Sapigni.
