Gli anni ’60 e il boom: mostra di collezionismo per riaprire il MAF

13 Lug

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Un periodo della storia recente del nostro Paese che continua a influenzarne l’immaginario negli ambiti più svariati.
Stiamo parlando degli anni ‘ 60 del secolo scorso, decennio al quale è dedicata la prima esposizione al MAF – Mondo Agricolo Ferrarese di San Bartolomeo in Bosco, dopo la chiusura per il coronavirus. Da domenica 12 luglio sarà visitabile “Il Boom… Costume e società nell’Italia degli anni ’60”, mostra curata dal collezionista bondenese Marco Dondi.
Attraverso immagini e oggetti, i temi affrontati spaziano dalla cultura allo sport (con le Olimpiadi di Roma), dagli ormai leggendari “spaghetti-western” di Sergio Leone (con le musiche di Ennio Morricone, recentemente scomparso) alle manifestazioni canore, dalla moda rivoluzionaria simbolizzata dalla “minigonna” ai nuovi balli. Un’esplosione di vita e creatività accompagnata, dall’altra parte, anche da drammi collettivi come il disastro della diga del Vajont del 1963, l’alluvione di Firenze del 1966 o la strage di Piazza Fontana.
Filo conduttore dell’esposizione è una notissima rivista dell’epoca, “La Domenica del Corriere”, le cui copertine scandiscono eventi, luoghi e personaggi.
La mostra – promossa dal Comune di Ferrara, dal MAF e dall’Associazione omonima – è a ingresso libero e sarà visitabile fino al prossimo 15 settembre negli orari di apertura del Museo: da martedì a venerdì: 9.00-12.00; i festivi: 16.00-19.00.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Nuova Ferrara” il 12 luglio 2020

Lacerba continua il percorso web: mostra di Alfredo Pini

12 Lug

Protagonisti i paesaggi silenziosi della quarantena

Paesaggi urbani e campestri immersi in una nebbia di silenzio, riscoperti nella loro magia spesso dimenticata o trascurata. Il periodo della quarantena ha modificato il punto di vista di un artista come Alfredo Pini, abituato a scorci urbani frenetici. Da oggi sul sito della sua Galleria Lacerba – http://www.lacerba.com – è possibile ammirare la nuova personale dal titolo “Tempo sospeso”: «A causa della recente pandemia causata dal Covid-19 – spiega Pini –, ci siamo ritrovati a vivere una situazione mai provata in precedenza, una lunga quarantena in isolamento, in cui lo stato emotivo di ciascuno di noi è stato messo alla prova, sollecitato da sensazioni difficilmente descrivibili a parole. Un tempo, che non è ancora terminato e che indubbiamente lascerà una traccia profonda. Di questo momento – prosegue –, voglio soprattutto dare un volto al silenzio, ad un mondo che incredibilmente sembra si sia fermato, ad un mondo sospeso che non sa se guardarsi dentro o guardare timoroso al domani, ad una vaga sensazione catartica che aleggia nell’aria, sopra tutti noi. E voglio dipingere la luce di questi giorni, non quella reale ma quella interiore, quella che vive dentro di noi, contrastante, ambigua. E voglio dipingere i miei luoghi, la mia terra… la mia anima».

Un’anima avvolta come da un impercettibile ma pesante drappo di malinconia, che risuona nei cieli tormentati dei dipinti, ambiguamente indefinibili (sono albe o tramonti?). Una prospettiva differente rispetto al retorico refrain ottimista sulla vita dopo la quarantena, e differente anche rispetto ad alcuni angoli ben noti di Ferrara. Ricordiamo che la Galleria Lacerba si trova in via Goretti 5/7 a Ferrara e che un’ampia vetrina di immagini di opere disponibili dell’artista è visibile anche sul sito http://www.alfredopini.com. 

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Nuova Ferrara” il 10 luglio 2020

Ferrara, salotto o luna park? Un anno d’amore con Fabbri&co.

29 Giu

di Andrea Musacci

Piazza Verdi presidiata prima dell’ “occupazione” (12 giugno 2020)

Un anno di Giunta Fabbri. Proprio 55 anni dopo l’uscita di “Un anno d’amore” dell’immortale Mina. Ed è stato un anno d’amore tra la nuova Giunta e la città “d’arte e cultura”? “Cosa vuol dire un anno d’amore”? Chiediamocelo.

Partiamo dalla fine. Anzi, dal centro. Dopo anni di incessante martellamento sulla criminalità in Zona GAD, eccola scomparire. No, non la zona GAD ma la criminalità. O meglio, non proprio la criminalità dalle strade, purtroppo, ma per ora solo dalle parole dei neoamministratori cittadini.

E quindi spazio al centro: dopo litigate con gruppi di universitari alticci nella famigerata zona Mayr / Verdi, e minacce di recinzione, si è arrivati, causa (o scusa) emergenza covid e necessità di distanziamento, alla chiusura di piazza Verdi. Chiusa, recintata, manco fossimo in zona GAD. Movida non sicura, “sicurissima”. E l’intera zona – pubblica! – chiusa il mercoledì, venerdì e sabato sera per evitare assembramenti e schiamazzi, con tanto di dispiegamento di decine tra steward privati (scelti dai cinque maggiori locali della via ma pagati dal Comune), vigili, carabinieri e finanzieri a controllo dei varchi. Per la cronaca, chi scrive è potuto transitare a piedi attraverso questa “zona rossa” alle 22.30 di venerdì 12 giugno, nonostante il mancato patto di sangue con uno dei 5 locali prescelti, solo per gentile concessione di uno steward di 4 metri quadri. Perché la zona, immaginata per ospitare 900 avventori (contati) ne ospitava forse 100. Ottimo risultato, insomma.

Ma l’ “industria del divertimento” ideata da “Mayr+Verdi” e dalla nuova Giunta non demorde e andrà avanti almeno tutto luglio. Almeno. Perché “anche quando l’emergenza pandemica sarà rientrata – ha spiegato il 2 giugno l’Assessore alla Sicurezza Nicola Lodi -, la nostra idea è quella di mantenere (ad libitum?, ndr) questo progetto di ‘Movida sicura’ ”. Altro che ruspa. Di solito si dice: si nasce incendiari, si muore pompieri. Qui, invece, si nasce “ruspanti” e si muore brindanti.

E dopo aver donato piazza Verdi ai 5 locali orbitanti la piazza stessa, – con buona pace dell’uso collettivo della città e della possibilità di ravvivarla con iniziative teatrali, proiezioni di film, letture pubbliche, presentazioni letterarie o eventi solidali -, ora anche il Giardino delle Duchesse è stato sacrificato ad altrettanti locali dei dintorni, che possono trattarlo come il proprio “giardino di casa”, ad uso esclusivo per i propri affari.

Questo è il salotto. Ma passare dal salotto al trastullo è un attimo. Se salotto dev’essere perché faticare per arrivarci. Misteri del nuovo corso (politico), soprattutto la mattina, in pieno centro, sono triplicati, tra il divano e il comò del salotto urbano, macchine e furgoni di ogni tipo, parcheggiate anche sui marciapiedi di un altro corso, non quello politico, ma Martiri della Libertà. E proprio da quel marciapiede lo scorso dicembre il busker Jiri è stato cacciato (nella città dei buskers), per un alterco col vicino banchetto del partito di maggioranza relativa in città. Disturbo alla quiete, dissero.

Quello che evidentemente non ha provocato il corteo danzante del 1° maggio (ma fatto il giorno 5) dal Vice Sindaco Lodi per le vie della città (nel salotto e non) per ridare vigore e speranza al popolo affranto, forse confondendo la Festa del Lavoro con la Festa del Raviolo. Pazienza se il Prefetto Campanaro non ha dato il nulla osta all’evento essendo un po’ tutti – sai com’è – ancora in lockdown. Comunque, tra un Albano e un Pappalardo, con un dispiegamento di polizia urbana che manco sotto i Grattacieli, grande è stata la festa, con finale “brindante” a S. Martino. E ruspa in garage. E anche qui amen per il fracasso subito da tanti concittadini chiusi “a casa loro”. Il luna park deve andare avanti.

Se si deve marciare, allora non può non esserci un trenino itinerante, il City Red Bus, annunziato in pompa magna lo scorso novembre e tornato a mordere l’asfalto del salotto cittadino dal 6 giugno scorso. Per la gioia di turisti assetati di cultura&libertà, con la possibilità – com’è scritto sul sito dell’azienda promotrice – di “un noleggio esclusivo per festa di laurea, compleanno, matrimonio o un evento speciale a bordo dei nostri mezzi”, con “itinerari personalizzati”, “possibilità di scegliere punti di partenza e arrivo” e “di decorare e personalizzare il mezzo con striscioni o teli, addobbi floreali, palloncini, musica a bordo”.

Se qualcuno non fosse ancora convinto sul progetto “Ferrara luna park”, ecco un bel “brand” come si deve per vendere qualsiasi cosa purchessia: “Ferrara feel the event”, per raccogliere “le iniziative di svago e i momenti culturali e artistici della città destinati ad attrarre e coinvolgere nuovi visitatori e turisti”, spiega l’Assessore preposto e gongolante. E dentro ci sta pure il festival giornalistico di Internazionale come la mostra di Banksy, quello street artist per antonomasia contro il “decoro ubano” ma che se lo imbalsamiamo e impacchettiamo dentro un museo, sai che giro di soldi per la città?

E il Castello poteva rimanere fuori dal parco giochi? Certo che no. E allora il prossimo 31 ottobre, per il secondo anno consecutivo, si ripeterà il “Monsterland Halloween Festival”, con dj glitterati, zombie e streghe a più non posso, perché, come recita la presentazione di “Ferrara feel the event”, “la città, oggi, chiede di essere guardata con occhi nuovi”. Più chiaro di così.

Ah, ultima cosa: dopo anni di lotte contro il potere ghibellino al grido “Basta con gli amici degli amici degli amici ecc. che controllano mezza Ferrara, cultura compresa!”, i neoguelfi si sono detti: “molti nemici, molto onore”… o meglio: “pochi amici, così stiamo anche più larghi”. Anzi, meglio uno, il presidente di Ferrara Arte, la cui Fondazione Cavallini Sgarbi a inizio anno ha stipulato una convenzione col Comune di Ferrara, che, “a fronte del prestito della collezione (Cavallini Sgarbi, ndr), corrisponderà alla Fondazione una royalty su ogni biglietto di ingresso al museo del Castello”: una percentuale sui ricavi pari al 20%.

Un atto d’amore che sigilla, lo possiamo dire, un anno d’amore. Ma tra chi?

“Usciamo dalla crisi ancora più uniti”: parla l’Arcivescovo mons. Gian Carlo Perego

26 Giu

L’insegnamento della quarantena, povertà e lavoro, paritarie e universitari: ecco le prossime sfide della nostra Chiesa

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a cura di Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 26 giugno 2020

 

Pandemia e risposta della Chiesa

Mons. Perego, veniamo da mesi difficili, spesso di isolamento, angoscia e incertezza. Secondo lei questo periodo ha permesso di riscoprire l’importanza delle relazioni, della prossimità soprattutto ai più deboli, del non dimenticarsi degli altri? Oppure ha non solo distanziato fisicamente tra loro le persone ma le ha allontanate a livello relazionale, le ha alienate e rese più impaurite e diffidenti?

Certamente questo tempo di Covid è stato un tempo in cui abbiamo riscoperto il valore delle relazioni e la povertà dell’autoreferenzialità e dell’individualismo. Al tempo stesso abbiamo scoperto i nostri limiti, in questa era scientifica e tecnologica che ci ha abituati a sentirci i padroni del mondo e a dimenticare i limiti della nostra creaturalità. Come anche abbiamo scoperto i limiti di un modello politico ed economico globale fondato sull’economia e sul profitto e poco attento ai mondi della fragilità e della salute, della gratuità e del volontariato, che abbiamo scoperto fondamentali in tempo di Covid.

La Chiesa universale ha saputo essere sorella e compagna di viaggio delle donne e degli uomini in questo periodo emergenziale? È riuscita, davanti a quei cortei di carri militari con le bare nelle nostre città, a dire una parola di speranza, di vicinanza nel dolore, nel timore e nella morte, una parola che potesse emergere nel frastuono mediatico?

La Chiesa è nel mondo, condivide le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce della gente, soprattutto dei più poveri (cfr. G. S. 1) e lo ha fatto anche in questo tempo, condividendo le stesse paure e le stesse ansie delle persone e delle famiglie. Ogni sacerdote è rimasto accanto alla sua gente, soprattutto agli anziani e alle persone sole, anche utilizzando le nuove tecnologie comunicative (telefonate, messaggi, incontri in streaming…). Come ha potuto ha offerto conforto, ha continuato a pregare e celebrare anche in una chiesa vuota. La Caritas diocesana e le Caritas parrocchiali non hanno mai cessato di dare i loro aiuti, anzi sono raddoppiate in Italia e anche a Ferrara le persone e le famiglie in difficoltà che sono state aiutate. Il mondo associativo e del volontariato cattolico ha inventato forme di vicinanza e di supporto: per la spesa – come ad esempio gli scout -, per le pulizie, per l’accompagnamento… Come Chiesa Diocesana abbiamo cercato di riflettere insieme, di pregare insieme; le mie lettere mensili avevano lo scopo di accompagnare la riflessione e la preghiera comune, per non perdere l’orientamento dentro la confusione causata dal rincorrersi delle notizie e dal prevalere della paura.

Che Chiesa locale ha visto in questo periodo di emergenza forzata, sia nella risposta del nostro popolo alla sofferenza del dover rinunciare all’Eucarestia (e a tutti i momenti comunitari) sia nella volontà di trovare, o meglio sviluppare, forme alternative di comunione, di essere Chiesa?

La fantasia della carità e della condivisione, la voglia di comunità, ha portato a inventarsi – nelle nostre parrocchie – nuove forme di preghiera comunitaria, momenti di ascolto della Parola, celebrazioni eucaristiche in streaming. I giovani spesso sono stati i protagonisti di queste alternative di comunione, nate in tempo di isolamento e di sofferta privazione della catechesi e della celebrazione eucaristica. Tutto questo non è avvenuto a scapito della realtà, ma proprio per non farci perdere il desiderio della realtà e della necessità dell’incontro e delle celebrazioni comunitarie.

Leggi l’intervista integrale sul sito de “la Voce”: https://www.lavocediferrara.it/post/usciamo-dalla-crisi-ancora-pi%C3%B9-uniti-parla-l-arcivescovo-mons-gian-carlo-perego

Missionaria e sperimentale, ecco come sarà l’Azione Cattolica: intervista al neo Presidente Martucci

26 Giu

Insegnante di religione, 42 anni, Nicola Martucci prende il posto di Chiara Ferraresi: “L’emergenza ci ha fatto capire che dobbiamo crescere nel settore della carità e del volontariato. Punteremo molto sulla formazione, aiuteremo lo sviluppo delle Unità Pastorali e cercheremo di far nascere o rifondare il Movimento Studenti, la FUCI e il Movimento Lavoratori”

di Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 26 giugno 2020

Nicola Martucci

Martucci, qual è la sua formazione ecclesiale?

Al 100% parrocchiale. Ho avuto la fortuna di crescere in una comunità radicata in un territorio difficile, che dalla sua fondazione ha dovuto e voluto essere una porzione del popolo di Dio caratterizzata dal modello ecclesiale narrato dal Concilio Vaticano II. Ho vissuto Lumen Gentium, Sacrosanctum Concilium, Gaudium et Spes e Dei Verbum fin da ragazzo prima di studiarle sui documenti. Questo senza dubbio ha dato al mio percorso di fede un orientamento preciso, nel quale sono radicato e che cerco di rendere bussola a tutt’oggi. A questo l’Azione Cattolica ha aggiunto consapevolezza e irrobustito il cammino formativo, l’esperienza fondamentale della democraticità, di uno stile che va oltre l’appartenenza parrocchiale e soprattutto la dimensione diocesana dell’essere Chiesa, aprendo le porte e abbattendo l’idea di orticelli e fazioni inutili e dannose. Il percorso di studi in Scienze religiose ha fatto crescere ancora di più nei miei interessi la teologia, l’attenzione alla dimensione culturale della fede, l’amore per la Sacra Scrittura.

Leggi l’intervista integrale sul sito de “la Voce”: https://www.lavocediferrara.it/post/missionaria-e-sperimentale-ecco-come-sar%C3%A0-l-azione-cattolica-intervista-al-neo-presidente-martucci

L’enigma delle parole in una mostra ispirata a Michelangelo Antonioni

22 Giu

Nella Factory Grisù di Ferrara è visitabile la mostra “…E allora ridi” di Elisa Leonini e Sara Dell’Onze. Le due artiste riflettono su memoria e incomunicabilità, in “dialogo” col regista ferrarese. È una delle primissime mostre inaugurate a Ferrara dopo il lockdown

Per comunicato stampa“Dato che non voglio sentirmi triste… a volte rido, senza motivo”. “Allora ridi!”. Da queste battute di un dialogo tra Cloe e Christopher nell’episodio “Il filo pericoloso delle cose” (parte del film collettivo “Eros”), prende spunto il titolo dell’esposizione di Elisa Leonini e Sara Dell’Onze “…E allora ridi”, inaugurata sabato 20 giugno nella Green Lobby di Factory Grisù a Ferrara. Quella in via Poledrelli è in assoluto una delle prime in città dopo la fine del lockdown. Un “primato” quasi dovuto dato che avrebbe dovuto inaugurare il 29 febbraio scorso, se il timore – fondato – dell’imminente chiusura degli spazi pubblici non avesse convinto artiste e organizzatori a rimandare. Si tratta di un’installazione site specific realizzata a quattro mani, in parte già presentata nell’autunno del 2012 al Torrione, sede del Jazz Club, per il centenario della nascita del regista ferrarese. Allora il progetto espositivo si intitolava “A volte rido lo spazio di una notte”, mentre la mostra di Grisù, che vede l’aggiunta di alcune opere inedite, sembra appunto una risposta al titolo precedente. E così, in parte, è. Infatti, le opere esposte – sia su carta sia stampe su legno o su tessuto, oltre a un video – riprendono fotogrammi e brani delle sceneggiature di quattro pellicole del Maestro: “La notte”, “Deserto Rosso”, “Il grido” e “Il filo pericoloso delle cose”. Se la tristezza nelle opere di Michelangelo Antonioni assume spesso la forma di una malinconia dolce, di uno struggimento sordo, di un passato che riecheggia nelle parole e sui volti dei personaggi, allora è volutamente coraggioso ed enigmatico il tentativo delle due artiste di riflettere sul tema dell’incomunicabilità – così caro ad Antonioni –, scomponendo e ricomponendo brani dei dialoghi, frammenti visivi, proponendo nuovi significati e invitando il visitatore a fare altrettanto. “È una mostra importante – ci spiega Leonini -, anche per dare un segnale di ripartenza alla città, a Grisù e all’arte stessa, così penalizzata da questa emergenza ”. La scelta della Factory Grisù, tra l’altro, dipende anche dal fatto che, fra le varie attività, ospita la Scuola d’Arte Cinematografica “Florestano Vancini”. “Per questo – prosegue Leonini – volevamo dare un valore aggiunto agli allievi della Scuola, proponendo loro una visione ampliata, e differente, sul mondo del cinema”. La mostra dovrebbe rimanere a Grisù fino alla fine dell’anno o perlomeno fino a settembre – ottobre, per organizzare eventuali visite guidate per le scuole.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 26 giugno 2020

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“Continuità e progetti per i giovani”: Spagnoletto nuovo Direttore MEIS

16 Giu

Interviste a cura di Andrea Musacci

Cambio al vertice del Museo nazionale ebraismo italiano e Shoah di Ferrara: “siamo un centro propulsore di dialogo fra fedi e lavoriamo per un’integrazione vera”

Rabbino capo della Comunità ebraica di Firenze, membro del Comitato scientifico del MEIS, una Laurea rabbinica presso il Collegio Rabbinico di Roma, un diploma di Sofer (lo scriba rituale e restauratore di testi ebraici) dell’Istituto Zemach Zedeq di Gerusalemme, e uno in Biblioteconomia della Scuola di Biblioteconomia Vaticana. E ancora: docente al Collegio Rabbinico Italiano e per l’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, nonché collaboratore del Comune di Roma nell’ambito educativo e membro del comitato scientifico del Museo Ebraico di Roma.

Sono solo alcune delle voci del curriculum di Amedeo Spagnoletto, romano, 52 anni, nuovo Direttore del Museo Nazionale dell’Ebraismo Italiano e della Shoah al posto di Simonetta Della Seta.

Spagnoletto, un avvicendamento nel segno della continuità, verrebbe da dire, essendo lei già membro del Comitato scientifico. Pensa che i prossimi 4 anni possano comunque segnare un rinnovamento?

Certamente l’esperienza fatta nel comitato scientifico mi ha dato modo di conoscere la splendida “macchina” MEIS che funziona grazie alla sinergia di uno staff affiatato e efficiente, ma è stata anche una palestra di dibattito e confronto ad altissimo livello, considerate le figure del mondo accademico e della cultura che lo componevano. Da questo punto di vista è stato un privilegio farne parte. La continuità sarà quindi in linea con il rigore scientifico delle iniziative e con l’intensità di attività che ha contraddistinto il quadriennio della direzione di Simonetta a cui va tutto il mio plauso e la riconoscenza per avermi lasciato un’istituzione in salute e ben organizzata. Per parlare di rinnovamento ho bisogno di prendere concretamente coscienza nei dettagli di ciò che è stato fatto. Non ho maturato convincimenti che mi spingono per ora a dare segni di discontinuità col passato.

Quali progetti ci sono in programma?

Il periodo pandemico ci impone molta cautela. Ma questo non deve essere un freno rispetto all’organizzazione di importanti iniziative. Stiamo lavorando su un progetto didattico ben articolato da offrire alle scuole di tutto il Centro-Nord e da attivare fin dall’inizio dell’anno scolastico. Sono convinto che il MEIS, proprio perché propone l’esperienza bimillenaria ebraica in Italia, sia il luogo più appropriato per raccontare a un Paese confuso che la via di un’integrazione responsabile e che non sacrifichi le identità è praticabile.

Sulla Festa del Libro ebraico: per l’edizione 2020 penserete a un ritorno alla Festa “vecchio stile”, su più giorni e con più iniziative non letterarie?

Una cosa è certa: all’interno della kermesse il largo pubblico deve trovare un motivo per partecipare, quindi presentazioni di libri sì, ma non solo. L’ambizione sarà quella di toccare i tasti più giusti per avvicinare i giovani.

Può aggiornarci sui lavori nella sede del MEIS?

Credo che per rispondere a questa domanda avrò bisogno di tempo per prendere coscienza con lo stato dell’arte.

Che frutti potrà dare nei prossimi anni un rapporto con la nostra comunità cattolica?

Il MEIS deve anche essere un centro propulsore di dialogo con tutti i credi presenti sul territorio. Fra i punti del suo statuto c’è quello di promuovere i valori di pace e fratellanza fra i popoli e l’incontro fra culture e religioni diverse. Credo che tutto questo debba avvenire sempre in stretta armonia con la Comunità ebraica di Ferrara ed i suoi autorevoli rappresentanti verso cui il MEIS rivolge rispetto e considerazione.

Della Seta: “In molti a Ferrara non credevano nella nascita del museo, ma poi c’è stato entusiasmo”

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foto Francesca Brancaleoni

Dopo 4 anni, alla scadenza naturale del mandato, Simonetta Della Seta lascia l’incarico di Direttore a Spagnoletto. Un quadriennio decisivo per il futuro del MEIS. Le abbiamo rivolto alcune domande per capire cos’ha rappresentato per lei.

Della Seta, ora che lascia il MEIS possiamo fare un bilancio: che museo eredita il suo successore?

Il nuovo Direttore trova un museo avviato e funzionante, riconosciuto in Italia e all’estero. Una macchina oleata, che ovviamente bisogna tenere in movimento e far conoscere sempre di più al grande pubblico. Le sfide non sono certo finite, ma il MEIS esiste, è guidato da un gruppo di lavoro professionale e coeso, ed è considerato un luogo rilevante e di interesse, non solo per i turisti, ma anche per le scuole di tutta la penisola. Con la nuova grande mostra storica che verrà inaugurata nel 2021 – e che è completamente pronta – dedicata al periodo dei ghetti e poi alla loro apertura (1516-1914), il MEIS offrirà al visitatore un percorso completo che va dall’epoca romana alla fine della seconda guerra mondiale. Inoltre parlerà di un tema molto attuale: come resistere nei ghetti e come uscirne liberi. Un messaggio universale che viene proprio dalla cultura ebraica. Quando sono arrivata a Ferrara, il museo era ancora un cantiere e a lavorare con me c’erano solo due persone. Ora il MEIS è sulla mappa della città, ma anche dei grandi musei nazionali e di quelli mondiali. È stato inaugurato dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e visitato da tantissime personalità, nazionali ed internazionali della cultura. Tra queste: la senatrice a vita Liliana Segre, l’architetto Dani Karavan, lo storico dell’arte Salvatore Settis, l’ebraista Giulio Busi, gli scrittori israeliani A.B. Yehoshua e David Grossman, il regista Amos Gitai. Ne sono fiera.

Come fu, secondo lei, 4 anni fa l’accoglienza di Ferrara al progetto del MEIS?

Quando arrivai, in molti credevano che il MEIS non sarebbe mai nato. Erano trascorsi oltre 10 anni dalla legge istitutiva. Nel momento in cui però la città ha vissuto con noi il grande sforzo per aprire il Museo e la sua presenza vitale e coinvolgente, abbiamo ricevuto delle risposte commoventi, molto apprezzamento e tanto sostegno. Il MEIS dà anche lavoro a moti ferraresi, e questo è il modo migliore per farlo sentire un luogo del territorio.

La comunità ferrarese in questi 4 anni è stata collaborativa, riconoscendolo come parte della propria identità?

La città ha accolto il museo con curiosità ed entusiasmo. Sono stati creati rapporti intensi con tutte le realtà cittadine: dal Teatro Abbado all’Università, dal Conservatorio all’Ariostea, dalla Camera di Commercio ai più importanti circoli culturali della città. Il Comune è stato la prima istituzione a sostenere fortemente il progetto MEIS, offrendoci spazi nella città, facilitando in ogni modo le nostre attività e aiutando anche finanziariamente. Per noi è fondamentale che i ferraresi sentano il Museo come un loro luogo. Anche se il MEIS è un museo nazionale, è importante che la città lo consideri una sua perla e una vera opportunità per la diffusione della cultura e per l’attrazione del turismo.

Non solo in rapporto al MEIS, che città lascia, “aperta” e consapevole della propria identità sfaccettata? E una città più capace di fare i conti con la propria storia?

Ferrara è una città per alcuni versi conservatrice, ma anche accogliente e attratta dalle altre culture. Inoltre, tra le tante anime che l’hanno stratificata, quella ebraica è sempre presente; fa parte della sua storia e della sua cultura, e tutti ne sono consapevoli. Credo che Ferrara abbia cominciato da tempo a fare i conti con la propria storia, ma mi piacerebbe che al MEIS parlassero un giorno i figli di coloro che hanno subito la Shoah, con i figli di coloro che li mandarono a morire. C’è sofferenza in entrambi e solo tirando fuori anche la seconda – riconoscere con dolore che siamo anche i figli del male – il conto con la storia sarà completo.

E l’Italia rispetto a 4 anni fa è una nazione più aperta, rispetto all’ebraismo e alle altre minoranze? La spaventa il riemergere di certo antisemitismo?

L’antisemitismo è un fenomeno che esiste da secoli e sul cui sradicamento combattiamo ancora ogni giorno. Purtroppo alla sua base c’è l’ignoranza. Quando si conosce l’ebraismo, è assai più facile prevenire il pregiudizio. Per questo è così importante che il governo italiano abbia voluto un Museo Nazionale dell’Ebraismo Italiano e della Shoah. Il MEIS ha una funzione cruciale nella società di oggi, anche per arginare il razzismo diffondendo conoscenza. Questa è la sfida: non demoralizzarci in momenti in cui riaffiora il sentimento negativo, ma studiare, approfondire e creare conoscenza affinché esso non abbia più base. Chi visita il MEIS sa anche che uno dei nostri obiettivi è valorizzare la convivenza, lo scambio, l’incontro. Per noi è importante che il MEIS sia una casa pronta ad accogliere chiunque non si senta accettato per come è. Il nostro museo è uno specchio che riflette la bellezza impagabile della diversità che ci rende unici.

Qual è stato il rapporto con la nostra comunità cattolica?

Un rapporto strettissimo. Sono appena stata (una settimana fa, ndr) a salutare il Vescovo Perego che ha seguito con molta attenzione lo sviluppo del MEIS. Abbiamo anche organizzato diversi eventi di dialogo ebraico-cristiano e in generale inter-religioso. Abbiamo avuto anche un ottimo rapporto con l’Ente Palio che come è noto ha radici nelle contrade e nelle parrocchie. Uno scambio sempre positivo e molto autentico.

Qual è stata la sua più grande soddisfazione in questo quadriennio?

La più grande soddisfazione l’ho avuta l’ultimo giorno trascorso al museo: ho letto negli occhi dei miei collaboratori e di tutti coloro che vi lavorano la passione e l’amore per il MEIS, nonché la voglia di farlo crescere sempre di più.

E quale la sua più grande amarezza?

Non ho amarezze. Sono stati anni molto faticosi ma bellissimi. Anni in cui ho anche potuto imparare tantissimo.

Avrà qualche rimpianto…

Non ho nemmeno rimpianti perché so che il MEIS ha un futuro davanti a sé e sono fiduciosa di aver costruito un luogo che farà del bene alla nostra società.

Riguardo al suo nuovo incarico al Dipartimento Europa dello Yad Vashem, quali sono le sfide che la aspettano?

Lo Yad Vashem è un punto di riferimento mondiale quando si tratta di raccontare, documentare, testimoniare la tragedia della Shoah e trasmetterla alle nuove generazioni. A Gerusalemme mi occuperò soprattutto di formazione. La sfida sarà quella di mettere al centro non la morte, ma la forza della vita, la resilienza anche di fronte a situazioni estreme come la persecuzione e la deportazione. Sono persuasa che luoghi come lo Yad Vashem e come il MEIS servano a diffondere una cultura del bene. Sono questi valori, ebraici ma anche universali, che possono aiutarci ad arginare l’antagonismo, la mancanza di solidarietà e l’odio.

Pubblicati su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 19 giugno 2020

http://www.lavocediferrara.it

 

Scuole paritarie, grave la situazione nel ferrarese

16 Giu

paritarieLe parole di Missanelli (FISM): “la scuola di Jolanda a rischio chiusura, più contributi e rivedere il modello formativo”

In questi giorni inizia l’iter di conversione in legge del decreto Rilancio, che approda alla commissione Bilancio della Camera per la votazione degli emendamenti. Fin dalle prime bozze, sono state molto critiche le 50 associazioni cattoliche e non, tra cui la FISM – Federazione Italiana Scuole Materne, per le scarse risorse destinate alle scuole paritarie. Per quanto riguarda il nostro territorio provinciale (con tre Diocesi coinvolte: Ferrara-Comacchio, Ravenna e Bologna), la scuola paritaria è composta da 56 scuole e servizi nidi, di cui 22 strutture nel Comune capoluogo, per un totale di oltre 3mila bambini e 408 dipendenti di cui 261 insegnanti ed educatori. “La situazione delle scuole di Ferrara è molto fragile”, commenta a “la Voce” Biagio Missanelli, Presidente FISM Ferrara. “Si proviene da anni di sussistenza dove le scuole erano lasciate a se stesse, alla buona volontà dei parroci, o di gruppi di genitori volenterosi. Solo da pochi anni sono comparse nella gestione delle scuole, le cooperative sociali, con un altro modello gestionale che però manifesta anch’esso molte criticità. In particolare nel ferrarese, negli ultimi dieci anni diverse scuole hanno chiuse per il calo demografico e attualmente solo 3 istituti superano le 6 sezioni, mentre la gran parte ne hanno 2 e 5 sono le monosezioni, cioè scuole con meno di 20 bambini. “In questi anni, se non in rarissimi casi – prosegue Missanelli -, l’attenzione dell’Amministrazione Pubblica, in particolare dei Comuni, è mancata. I Sindaci, per una visione poco lungimirante o per vizi ideologici, non hanno valorizzato la scuola paritaria, elargendo contributi molto inferiori alla media regionale. Questo negli anni ha depauperato le scuole che hanno continuato a mantenere rette basse, e non essendoci una preparazione gestionale adeguata, molte scuole si sono dovute chiudere. Per risparmiare sui loro bilanci – prosegue Missanelli -, i Comuni hanno richiesto l’apertura di nuove scuole statali, invece di potenziare il sistema integrato. Un esempio per tutti, ma sono numerosi nella nostra provincia, la chiusura della scuola di Berra pochi anni fa. Una scuola con cento anni di storia, locali e spazi esterni molto ampi, che non poteva reggere il confronto economico con due scuole statali a pochi chilometri di distanza. E ora anche la scuola paritaria di Jolanda di Savoia rischia la chiusura, poiché a fianco vi è una scuola statale che per diverse vicissitudini ha ampliato le sezioni pur non avendo i requisiti necessari. Su questi territori, quindi, non vi sarà più una pluralità di scelta per le famiglie, una diversità di modelli educativi da proporre, due spazi differenti vivacizzati dalla presenza dei bambini. Ci si appiattirà al modello unico, quello statale”. Ma vi sono anche modelli positivi, come Terre del Reno, dove “si è riconosciuto al paritario un valore complessivo e se ne è fatto il modello per il proprio territorio. La dialettica è molto presente, la qualità educativa è elevata, il risparmio economico per il Comune è evidente e le scuole hanno risorse sufficienti per condurre le proprie attività. È giunto il tempo anche nella nostra provincia, per rivedere il modello dell’offerta formativa”, conclude Missanelli. “Non possiamo più far finta che il calo demografico non sia l’elemento devastante, ma che potrebbe anche essere l’elemento scatenante per una nuova modalità educativa e del fare scuola. Così come lo è stato e lo sarà l’emergenza Covid 19. Al centro mettiamo i bambini, ma attorno, i genitori, gli insegnanti, gli operatori, i gestori, la politica, gli ambienti, gli spazi, devono coordinarsi ed offrire situazioni di crescita che contribuiscano a formare cittadini capaci di lasciare il mondo un po’ meglio di come glielo stiamo lasciando”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 19 giugno 2020

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Antica sacrestia del Duomo, rinnovata bellezza

8 Giu

L’ambiente fra il campanile e l’abside della Cattedrale di Ferrara sarà presto riaperto

di Andrea Musacci

OLYMPUS DIGITAL CAMERALa graduale rinascita della Cattedrale di Ferrara a breve conoscerà un’ulteriore importante tappa: nei prossimi mesi, infatti, l’antica sacrestia settecentesca a fianco del campanile tornerà al suo antico splendore. Dopo la ripartenza dei lavori all’interno del Duomo, sono quasi giunti a conclusione quelli di riparazione dei danni post sisma e miglioramento sismico della porzione di edificio affacciante da un lato su Piazza Trento e Trieste, dall’altro sulla zona absidale. Una volta ultimati, l’ampio ambiente sarà probabilmente utilizzato per la celebrazione di Messe feriali. Ma è ancora tutto da decidere. Fondamentali e doverosi, in ogni caso, sono stati i lunghi e complessi lavori non solo strutturali ma sugli imponenti armadi e sull’altare, che ridonano luce a un pezzo irrinunciabile della storia della nostra Chiesa locale. Nel terribile secondo bombardamento del 28 gennaio 1944, che colpì la città causando la morte di 202 persone, almeno 12 delle quali rifugiatesi nel campanile, oltre ai danni ingenti subiti dall’abside, venne colpita l’allora sede del Capitolo e l’antica sacrestia venne in seguito abbandonata. Da allora, fu sempre e solo usata come magazzino e ripostiglio. La lunga attesa è stata di recente ulteriormente prolungata per il rinvio dell’inaugurazione prevista tra marzo e aprile scorsi causa lockdown. I lavori di restauro, che hanno visto l’ex Amministratore del Capitolo della Cattedrale mons. Marino Vincenzi come primo promotore, sono stati progettati e diretti dall’arch. Maria Chiara Montanari, col cantiere diretto dal geom. Daniele Chiereghin della IBF Emilia di Ferrara, la supervisione tecnica dello studio “Struttura” srl e la sorveglianza della Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio. I lavori strutturali sull’edificio sono stati eseguiti con i finanziamenti del MUDE (i contributi post sisma 2012, gestiti dal Comune di Ferrara), quasi 200mila euro spesi per consolidamento delle fondazioni, cuci/scuci delle murature, consolidamento, con iniezioni, dei muri, della volta, della parte strutturale della copertura, e per l’inserimento di un sistema di catene a due livelli. Tutti gli altri lavori sono stati, invece, finanziati dal Capitolo della Cattedrale, per un’ulteriore spesa di poco inferiore rispetto a quella del MUDE.

OLYMPUS DIGITAL CAMERAQueste le operazioni svolte: restauro e pulizia del lampadario con aggiunta dell’argano a motore per calarlo in occasione delle necessarie operazioni di pulizia; restauro e pulizia dell’altare e degli apparati decorativi; rifacimento dell’intero impianto di illuminazione, con utilizzo di luci al led, e dell’impianto dell’acqua; nuovo impianto di sorveglianza (anche video) e nuovo impianto di riscaldamento a pavimento; rifacimento del pavimento stesso, restauro delle due porte (la prima, d’accesso e la seconda nella parete di fronte) e delle quattro finestre (due delle quali, una da un lato e una dall’altro, con comando elettrico); tinteggiatura interna (delle pareti e del soffitto) ed esterna con ripresa dei colori originali; infine, rifacimento del manto di copertura. Riguardo ai maestosi armadi in noce, in passato nella parte superiore ospitavano grandi candelabri, croci, paramenti, ostensori e reliquiari di grandi dimensioni, mentre gli scomparti più piccoli nella parte inferiore, soprattutto paramenti. Il loro restauro è avvenuto grazie alla CBM di Asolo, ditta trevigiana specializzata proprio nei restauri di mobili per le chiese. A inizio lavori, nell’autunno del 2017, gli addetti della CBM hanno interamente smontato gli armadi per portarli nei propri laboratori, dove è stata eseguita anche una prova di montaggio prima del ricollocamento lo scorso febbraio. Fra le operazioni, oltre alla finitura a cera e al trattamento antitarlo, sono state rifatte alcune serrature, cerniere, chiavi e maniglie in bronzo, e ridipinti gli interni. Infine, un’altra buona notizia per “riconsegnare” pur parzialmente gli ambienti esterni dell’area del Duomo: a breve è prevista la riapertura, pur con un percorso obbligato, dell’accesso della p.zzetta San Giovanni Paolo II da piazza Trento e Trieste.

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 12 giugno 2020

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Duomo, riparte il cantiere interno

8 Giu

Don Zanella (Ufficio Tecnico diocesano): “non sappiamo ancora quando riaprirà”. In autunno i lavori nel Palazzo Arcivescovile

a cura di Andrea Musacci

F 2 - crocifisso rotot nel sisma 2012È ufficiale: l’8 giugno, dopo quasi un anno di sospensione, ripartono i lavori all’interno della Cattedrale di Ferrara. In questo periodo di emergenza legato al Coronavirus, tutti i cantieri hanno dovuto fermarsi. Solo un mese fa, dal 27 aprile, e molto gradualmente, sono stati un po’ alla volta riaperti. Ora tocca anche ai lunghi e complessi lavori riguardanti il nostro Duomo, chiuso al pubblico, lo ricordiamo, da marzo 2019. È una notizia tanto attesa e che non può che ridare speranza. L’incertezza del periodo non può però che riguardare anche le prossime tappe degli interventi. In ogni caso, come ci spiega don Stefano Zanella, Direttore dell’Ufficio Tecnico Amministrativo diocesano, “gli Uffici della Regione Emilia-Romagna e della Soprintendenza hanno continuato a lavorare autorizzando così il progetto presentato dall’Arcidiocesi e che riguarda i primi due pilastri della Cattedrale”. Gli interventi consistono nella “spicconatura, bendaggio e pulitura dei due soggetti ad oggi indagati e nel rafforzamento – tramite barre filettate iniettate all’interno – del pilastro che è stato identificato come pilota. Si proseguirà anche con l’indagine nei restanti di questi elementi architettonici per perfezionare questo tipo di lavoro su ogni parte dell’edificio. Indagando sui primi due pilastri – sono ancora parole di don Zanella -, agli antipodi della Cattedrale uno rispetto all’altro, si è potuto valutare un comportamento differente e proprio per questo si è adattato l’intervento unitario alle due specificità”. Dalla prima indagine era infatti emerso come i pilastri vennero costruiti attorno alle antiche colonne medievali (foto in basso a destra). Pilastri che, però, essendo tutti differenti fra di loro, richiedono di essere analizzati singolarmente. Per questo motivo, “i lavori che verranno successivamente realizzati sono conservativi e di rafforzamento locale per riuscire a restituire alla mole della basilica la solidità necessaria per poterla riaprire al culto. “Non siamo ancora in grado di stabilire date certe per la ripresa della normale vita liturgica e delle visite all’interno del massimo tempio cittadino – prosegue -, ma come accaduto già all’inizio di questo lungo percorso di recupero, continuiamo a cercare soluzioni fattibili e di sicurezza per venire incontro alle esigenze di tutti: sacerdoti, fedeli e turisti. Ringraziamo oggi – come otto anni fa – la competenza e l’attenzione da parte dei tecnici dell’Agenzia per la Ricostruzione e il Servizio Geologico, Sismico e dei Suoli della Regione Emilia-Romagna. Non manchiamo di sottolineare anche la presenza competente e collaborativa dei tecnici della Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio di Bologna oltre che del Segretariato Regionale per i Beni Culturali”. In questi giorni ricorre il doloroso anniversario del sisma che nel 2012 colpì anche le nostre terre. “Da quei fatidici 20 e 29 maggio di otto anni fa – riflette don Zanella -, anche se con rammarico non sempre siamo stati in grado di restare al passo con i tempi burocratici, comunque come Ufficio Tecnico Amministrativo siamo riusciti a seguire le procedure di gare d’appalto e rendicontazione richieste dalla legislazione vigente”. Riguardo ai lavori sul campanile della Cattedrale, “richiamati” dall’impalcatura ancora presente sui vari lati, essendo, come per la facciata del Duomo, Stazione appaltante il Comune di Ferrara, la tempistica è differente. Per quanto riguarda, invece, gli interventi all’interno del Palazzo Arcivescovile, ci spiega don Zanella, “si sta completando la gara d’appalto. Molto probabilmente i lavori inizieranno il prossimo autunno”. Il pensiero, infine, va anche ai tanti altri progetti in Diocesi: “c’è ancora molto da realizzare, penso ad esempio alle parrocchie di Porotto o di Vigarano Mainarda che sono ferme in fase di progettazione e di autorizzazione. L’Ufficio Tecnico Amministrativo diocesano con impegno, perseveranza e professionalità, continua a sollecitare i tecnici incaricati ed i funzionari affinché quanto prima si possano vedere realizzati i cantieri e i lavori per restituire anche questa preziosa parte di patrimonio ecclesiastico alla comunità”.

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Cronistoria dei “tormentati” lavori sui pilastri

È ormai passato un anno e mezzo da quando è stata aggiudicata la gara d’appalto (vinta dallo Studio Leonardo s.r.l. di Bologna) e sono iniziati i lavori sugli otto pilastri del Duomo ferrarese. Tra novembre e dicembre 2018, interrotte le operazioni sulla facciata, partì il cantiere interno all’edificio, che rimase aperto al pubblico fino al marzo successivo. Si è iniziato dal cosiddetto “pilone prova”, che, come toccherà agli altri, ha subito un intervento invasivo, una “svestizione” totale da intonaco, affreschi, fregi e statue, per riuscire a vedere e a rafforzare il pilastro originario, com’era cioè nella costruzione o almeno nell’ultimo secolo e mezzo. I lavori sono durati alcuni mesi e a fine luglio scorso è stato presentato il progetto – poi approvato – per il restauro alla Commissione congiunta, con i risultati sui primi pilastri. Ricordiamo anche come lo scorso ottobre, dopo tre anni e mezzo, buona parte dell’impalcatura della facciata (ad eccezione del protiro) venne rimossa insieme al telone artistico realizzato da Lorenzo Cutùli, non sapendo quando potranno essere ripresi i lavori. Infine, lo scorso dicembre un’altra speranza, pur con tutte le cautele del caso, era stata data da don Zanella nel corso della conferenza stampa di fine anno: quella di poter riaprire (in alcuni giorni, in alcuni orari) nei primi mesi del 2020 la parte del transetto dell’Altare della Madonna delle Grazie. Il lockdown ha tolto ogni dubbio.

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 5 giugno 2020

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