Fra le lacrime si cerca di rinascere: i racconti di tre donne ucraine

12 Mag
Oxana, Alina e Vasylyna

Oxana, Alina e Vasylyna sono arrivate a Ferrara negli ultimi mesi. Scappano da Kherson o hanno parenti in Donbass. Persone che non vogliono soccombere all’invasore russo

Quando le incontriamo nella sacrestia della parrocchia dei cattolici ucraini in via Cosmè Tura, Agnese insegna loro a leggere l’orologio in italiano.

Oxana, Alina e Vasylyna ascoltano con attenzione, fanno domande, si impegnano. Ma dai loro volti traspare tristezza. Agnese, volontaria di IBO Italia, ha trascorso oltre due mesi in Ucraina, ma è dovuta rientrare in Italia a causa della guerra, insieme a un altro volontario, Amos Basile.

Conclusa la lezione, chiediamo alle tre donne di raccontarci le loro storie.

«Vogliamo vivere da persone libere»

Da Cherkasy, nella parte centrale del Paese, arriva Oxana, qua da un mese. In realtà lei vive in Bulgaria e in Ucraina ci è andata per prendere i suoi due nipoti e portarli al sicuro, prima in Bulgaria, poi qui a Ferrara dove vive il suo compagno. «Durante il viaggio, grazie a una comunità protestante ho lasciato il Paese, ho dormito due giorni in una chiesa a Budapest, poi ho trascorso un mese a Sofia. Nel Donbass vivono le mie zie e mio zio», prosegue. «I loro figli non vogliono vivere sotto il giogo russo e quindi sono scappati in Belgio, Polonia e nei Paesi baltici. I russi propongono agli abitanti di andare a vivere in Russia, ma le persone si rifiutano. I miei cugini, come tanti altri nel Donbass, vogliono essere liberi, vivere da persone libere».

«A Kherson protestano contro l’occupazione russa»

Alina è scappata da Kherson, e da un mese è a Ferrara con i figli Artem e Costantin di 6 e 8 anni, con la cognata e i suoi figli di 3 e 10 anni. Nella nostra città, infatti, la madre Ludmila lavora come badante. «Siamo usciti da Kherson quando già era stata occupata dai russi, e non c’era nessun corridoio umanitario: abbiamo rischiato davvero la vita, di essere colpiti dai russi», ci spiega. «Mio marito ci ha portati a Odessa, dov’è rimasto, mentre noi da lì siamo partiti per l’Italia. A Kherson i militari si sentono i padroni, le bandiere russe sventolano, è orribile», ci dice tra le lacrime. «Non vogliamo far parte della Russia! Anche se non se ne parla, però, a Kherson ci sono proteste contro gli occupanti, la gente scende per strada con le bandiere ucraine». 

Quel viaggio a piedi di notte

A Ferrara è arrivata anche Vasylyna, venuta due mesi fa da Leopoli con i figli Anastasia e Roman di 11 e 13 anni, per raggiungere la sorella Alina. Un ricordo che le segna ancora il viso: «passata la dogana, abbiamo dovuto camminare per 8 ore, di notte. Poi per una settimana in Polonia siamo stati ospitati da una famiglia». Prima di arrivare in questa città che ora li accoglie, cercando di offrire loro un po’ di speranza.

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 13 maggio 2022

https://www.lavocediferrara.it/

Marta e i suoi figli a Ferrara, ma la guerra resta vicina

12 Mag
Marta col marito e i figli in un momento sereno in Ucraina prima della guerra

Marta è sposata con Pietro, sacerdote. Da Drohobyc è scappata coi figli Ivan (8 anni) e Teresa (5). Qui a Ferrara cercano un po’ di serenità, tra la scuola e la parrocchia in via Cosmè Tura

di Andrea Musacci

Raccontare attraverso i giochi e i disegni la guerra e quella vita nuova non voluta, inaspettata.

Sono alcuni dei particolari toccanti che emergono ascoltando le storie delle donne giunte a Ferrara negli ultimi mesi, molte di loro giovani madri. Come Marta, cognata di padre Vasyl Verbitskyy, guida dei cattolici ucraini nella nostra Diocesi. Marta è arrivata nella nostra città lo scorso 5 marzo da Verkhniy Luzhok, un piccolo paese vicino Drohobyc, a 30 km dal confine polacco. Con lei, i suoi due figli, Ivan di 8 anni e Teresa di 5.

A Verkhniy Luzhok hanno lasciato il marito Pietro, sacerdote cattolico di rito bizantino. «Prima della guerra vivevamo una vita normale – ci racconta Marta -, Ivan andava a scuola, Teresa avrebbe dovuto iniziare l’asilo. E sognava tanto di andare a vedere uno spettacolo di canti, con i soldi che aveva ricevuto in dono per Natale…».

Ma alle 5 del mattino del 24 febbraio l’allarme delle sirene ha rotto ogni pace. «Abbiamo visto gli aerei militari sfrecciare sulla città e poco dopo abbiamo saputo dell’inizio dell’invasione russa. Anche noi come genitori non eravamo pronti. Non pensavamo potesse accadere una cosa del genere ai giorni nostri». La decisione di lasciare il Paese l’hanno presa dopo la notizia degli attacchi alla vicina centrale di Chernobyl, la notte fra il 3 e il 4 marzo.

«Era difficile spiegare ai bambini perché dovevamo partire, e perché con sé non potevano portare i propri giochi, ma solo l’essenziale. Prima di partire, i miei figli hanno creato loro stessi alcuni giochi: Ivan, coi Lego, ha creato tank, aerei da guerra e l’Antonov An-225 Mriya». Myria significa “sogno” in ucraino. Si tratta del più grande aereo del Paese utilizzato per i rifornimenti, costruito in un unico esemplare. I russi l’hanno distrutto a Hostomel’, vicino Kiev, nei primissimi giorni di guerra. Ivan l’ha voluto ricostruire dopo aver sentito in tv la notizia della distruzione.  

Poi la partenza verso la Polonia, direzione Italia. Alla dogana file di giovani mamme come lei, «con tutta la loro vita in uno zaino», prosegue Marta. «Nelle nostre valigie, oltre ai vestiti e all’essenziale, Ivan ha voluto mettere i suoi pennarelli, dato che ama molto disegnare, Teresa invece il suo unicorno, io un rosario. A mio marito, prima di partire abbiamo detto: “ti amiamo”…».

«Noi qua, i nostri cari sotto le bombe: non è giusto…»

Quotidianamente, più volte al giorno, Marta e i bambini si sentono via WhatsApp e Viber con Pietro. 

«Nella nostra parrocchia a Verkhniy Luzhok, soprattutto dopo gli eccidi di Bucha e Irpin, in molti hanno compreso ancora di più cosa fosse questa guerra, sono rimasti scioccati, considerano quel che sta accadendo incomprensibile. Si chiedono: “dov’è Dio? Perché permette tutto questo?”. Ci sembra di non vedere la fine di quest’incubo».

Il marito aiuta come può per organizzare l’ospitalità di tante famiglie che scappano dalla zona est del Paese: dà loro sostegno spirituale, anche psicologico, e insieme ai suoi parrocchiani li aiuta per i beni essenziali, raccogliendo beni anche per i militari della parrocchia impegnati a difendere la propria patria. 

«Poco tempo fa – ci racconta Marta – è morto un uomo del nostro paese che si era arruolato volontario in un battaglione per combattere in Donbass». Sono riusciti a far tornare il suo corpo a casa, per celebrare i funerali e lì farlo riposare. «Alle esequie era presente l’intero paese: quando è passato il feretro, tutti si sono inginocchiati, i bambini con le candele e i fiori in mano». E Marta poi ci racconta di Leopoli, dove ha molti amici impegnati come volontari nell’accoglienza dei profughi, e dove vivono suo fratello e i suoi genitori: «due giorni fa hanno visto quattro missili sorvolare la città a bassa quota». Era uno dei periodici attacchi sulla città.

«Noi siamo qui protetti e i nostri cari invece là sotto le bombe», dice commossa. «Questo mi fa stare molto male, quasi sentire in colpa. Per questo, anche se siamo scappati, la guerra la sentiamo ancora molto vicina a noi». 

Ricominciare a vivere

Appena arrivati a Ferrara, suo figlio Ivan ha voluto comprare la mappa d’Italia: su un grande foglio ha disegnato i luoghi e i monumenti caratteristici di alcune città italiane, Ferrara compresa, di cui ha realizzato il Castello. Ad aiutarlo in questa sua passione, una ferrarese amica di famiglia. E Ivan è rimasto molto colpito anche dallo splendore della Basilica di S. Maria in Vado, e ogni tanto aiuta padre Vasyl come chierichetto. Piccoli sprazzi di serenità per due bambini, come lui e Teresa, che in Ucraina hanno lasciato quasi tutto. Mentre la piccola non comincerà subito ad andare all’asilo, Ivan ha iniziato a frequentare la Scuola internazionale Smiling. «Il primo giorno – ci spiega Marta – si è commosso perché i suoi nuovi compagni lo hanno accolto con alcuni disegni di cuori con sia la bandiera ucraina sia quella italiana, realizzati apposta per lui. E fuori dall’orario delle lezioni, prosegue tramite Zoom la didattica a distanza con la sua insegnante in Ucraina, anche se a volte quando là suona l’allarme, si interrompe il collegamento». 

Anche Marta un po’ alla volta cerca di ritrovare un po’ di serenità: prima di Pasqua, ad esempio,  seguendo i bambini che si preparano per la Prima Comunione e aiutandoli a dipingere le uova pasquali e a preparare i rami d’ulivo. «Mi sono sentita utile, come se avessi di nuovo una vita normale. E in ogni chiesa che visitiamo qui in città prendiamo santini come souvenir che poi porteremo a Pietro». 

«Prima della guerra – dice con tristezza Marta – noi ucraini avevamo tanti sogni: di studiare, viaggiare fuori dal nostro Paese, aprire attività commerciali. Ora invece ogni giorno non sappiamo se avremo il cibo, l’acqua potabile, un letto e una casa. Si vive alla giornata. Anzi, le persone che vivono nelle zone occupate dai russi, vivono ora per ora. E i miei figli mi fanno tante domande sulla situazione in Ucraina, se ritroveranno i loro giocattoli. Speriamo che tutto questo finisca presto».

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 13 maggio 2022

https://www.lavocediferrara.it/

Sentirsi amati, sempre: l’impegno del SAV

12 Mag
Alcune volontarie davanti alla sede del SAV

Siamo andati nella sede del Servizio Accoglienza alla Vita di Ferrara per incontrare le volontarie. Perché la vita si difende, innanzitutto, con l’amore e la vicinanza alle persone

Impressionano quelle file di alti scaffali dove ordinatamente sono stipati ogni genere di indumenti per bambini di età diverse, e, dal lato opposto dello stanzone, le file di alimenti a lunga conservazione. Siamo nella sede del SAV – Servizio di Accoglienza alla Vita di Ferrara, per la precisione nell’ambiente dedicato alla distribuzione. Ma ciò che colpisce ancora di più, ogni volta che si varca la soglia d’ingresso, sono il calore e la gioia che le tante volontarie impegnate mettono in ogni piccolo gesto, in ogni sorriso.

Qui in via Arginone, a metà strada fra il carcere e la chiesa di San Giacomo, ogni mattina dal lunedì al venerdì dalle 9.30 alle 12 decine di volontarie accolgono mamme coi loro figli, a volte anche papà, venuti per ricevere in dono alimenti o indumenti soprattutto per i loro bambini, e a volte anche per sé. Il sabato, invece, oltre all’attività di segreteria, è prevista l’accettazione del materiale donato.

Attualmente sono 70 i soci (perlopiù donne), di cui 44 volontarie attive regolarmente. Sono donne che fanno della concretezza la loro forza, ma senza che il loro impegno diventi qualcosa di meramente burocratico e dimostrando, semplicemente col loro esserci, che i Centri di aiuto alla vita non sono etichettabili solo come gruppi “anti aborto”. «Certo, il nostro discorso va controcorrente – ci spiega la presidente Alessandra Cescati Mazzanti -, per noi la vita inizia col concepimento. Ma siamo persone competenti, e il nostro carisma va rispettato». La loro missione consiste nell’essere vicine alle donne, ai loro bimbi, alle loro famiglie. «Molte madri ci dimostrano riconoscenza anche a distanza di tempo, perché si sono sentite e si sentono amate da noi».

In questo periodo il SAV di Ferrara aiuta 292 famiglie: 59 vengono nella sede di via Arginone in maniera continuativa ogni settimana per ritirare indumenti, alimenti per i bimbi (pastine, omogeneizzate) e alimenti a lunga conservazione i genitori. 73 famiglie, invece, ritirano solo indumenti, e alimenti per i bimbi, mentre le restanti 160 ritirano un po’ di tutto ma saltuariamente, vale a dire circa ogni 3-4 mesi. Sono famiglie soprattutto straniere (la maggior parte nigeriane e marocchine), ma quelle italiane rappresentano una minoranza corposa. 

Il SAV ha anche aiutato la popolazione ucraina nelle prime settimane del conflitto in corso. Alla parrocchia guidata da padre Vasyl Verbitskyy sono stati consegnati tre pulmini pieni di materiale poi recapitati nel Paese in guerra: nello specifico, sono stati raccolti 15 lettini da campeggio, pannolini, alimenti per bimbi, coperte, vestiti, assorbenti, biancheria, e 250 kg di pasta acquistati coi soldi raccolti grazie a una delle serate di Burraco che regolarmente organizzano come forma di autofinanziamento. «Il nostro rapporto con padre Vasyl – ci spiegano – è iniziato ben prima dello scoppio del conflitto: ad esempio, lo scorso dicembre ci ha chiesto di aiutarlo per l’acquisto di un farmaco per un bambino, introvabile in Ucraina, e siamo riuscite ad aiutarlo».

Oltre agli indumenti, gli investimenti più consistenti sono naturalmente quelli per latte e pannolini, per cui vengono spesi ogni mese circa 2mila euro. Un’altra forma di aiuto del SAV avviene mettendo a disposizione i due appartamenti dell’Associazione presenti in via Baluardi, che possono ospitare 4 mamme coi loro bimbi. Nello stesso edificio ha anche sede il Laboratorio “Mani d’oro”. Soprattutto tramite il passaparola e la pagina Facebook, le volontarie riescono a raggiungere più persone possibili per chiedere aiuto quando vi sono necessità particolari. Come nel caso di una mamma, che dopo un certo periodo in uno degli appartamenti di via Baluardi, a breve si trasferirà in un alloggio del Comune, sprovvisto di tutto, mobili compresi. E grazie al passaparola, in tanti si stanno rendendo disponibili per aiutarla.

Non mancano, poi, raccolte straordinarie, come quelle durante la Giornata della Colletta Alimentare, o come quelle nei supermercati Coop: la prossima è in programma alla Coop del Doro sabato 14 maggio dalle ore 8 alle 13, con 8 volontarie che si alterneranno per la raccolta.

Un altro importante capitolo dell’impegno del SAV riguarda l’accoglienza nella propria sede di studenti in percorsi di stage in Alternanza Scuola Lavoro (soprattutto da Einaudi, Ariosto e Roiti) e l’adesione, da cinque anni, al Progetto di Accoglienza per Attività di Volontariato Sostitutiva della Sanzione dell’Allontanamento Scolastico.

Paola Mastellari, referente di questi due progetti, ci illustra i risultati dell’accordo tra il SAV e il Centro Servizi per il Volontariato, che fa da intermediario tra le associazioni e le scuole. «Lo scorso gennaio abbiamo ripreso i contatti con le scuole, dopo la sospensione per l’emergenza Covid. In questi primi mesi dell’anno abbiamo ospitato quattro studenti: a gennaio due ragazze dell’Einaudi per l’Alternanza Scuola Lavoro, che sono state qui da noi per tre settimane. Sono rimaste talmente contente che, a conclusione del progetto, hanno portato quattro loro compagne di classe per fargli conoscere la nostra realtà». Negli anni poi, assieme agli stagisti, «abbiamo portato avanti diversi progetti, ad esempio sulla prevenzione di incidenti domestici». 

Due sono, invece, i ragazzi accolti per l’Allontanamento Scolastico, uno dell’ITIS e l’altro, di 15 anni, del Vergani-Navarra, che farà esperienza al SAV dal 9 al 19 maggio. «Per noi è sempre una sorpresa la relazione che si crea con questi ragazzi sospesi da scuola», ci spiegano le volontarie. «Scopriamo, infatti, che sono persone molto sensibili e contenti di conoscere un mondo di cui non sapevano nemmeno l’esistenza. Speriamo sempre che qualche studente torni spontaneamente come volontario».

Riguardo a quest’ultimo gruppo di ragazzi accolti, le volontarie, dopo un colloquio e una visita alla sede, cercano di capire le loro attitudini e quindi come meglio renderli utili, ad esempio nel controllo delle scadenze degli alimenti raccolti, oppure nello stoccaggio o nella sistemazione degli scaffali. 

Quest’ultime iniziative legate al mondo della scuola dimostrano ancora di più la volontà del SAV di far comprendere la propria apertura all’intera cittadinanza e l’importanza di un servizio come questo che va avanti da 35 anni, fondamentale per difendere la cultura della vita non come sterile battaglia ideologica ma come fonte di speranza per tutti, soprattutto in una città come la nostra con un indice di natalità basso e in continuo calo.

Una cura, quella delle volontarie del SAV, che come dicevamo non si arresta ai primi mesi di vita del bambino, ma prosegue nel tempo, a volte per anni. Come nel caso di una giovane camerunense madre di una bimba, seguita dal SAV, che con le volontarie in queste settimane condivide la grande soddisfazione di aver conseguito la Laurea magistrale in Medicina e Chirurgia.

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 13 maggio 2022

https://www.lavocediferrara.it/

Che vita meravigliosa: i 100 anni di Raffaele Lucci

4 Mag

Per tanti anni noto pediatra di Ferrara, ha salvato molti bambini dalla tubercolosi. E ha permesso 150 adozioni in famiglia. Fu il primo in Italia a pensare in Pediatria luoghi per l’ospitalità delle madri 

di Andrea Musacci

Cento di questi giorni. Anzi, cento di queste vite. Sì, perché ad ascoltare i racconti di Raffaele Lucci, si ha la sensazione di essere dentro una storia fatta di infinite storie. Raffaele lo incontriamo nella sua casa di via Scandiana. Casa che, per lui, è molto di più di una residenza ma il luogo dov’è venuto alla luce e dov’è sempre vissuto.

Nato il 4 maggio 1922 insieme al fratello gemello Mario, proprio di fronte all’ingresso laterale di S. Maria in Vado, come pediatra ha lavorato per 12 anni all’Istituto provinciale per l’infanzia diretto dal prof. Marino Ortolani in via Savonarola 15, prima di assumere la direzione provinciale dell’ONMI – Opera Nazionale Maternità e Infanzia. Buona parte della vita spesa, dunque, per i bambini e le loro madri.

La casa luogo dell’anima

Figlio di Giuseppe, originario di Mesola, e Aldina, ottavo/nono di dieci figli (sei maschi e quattro femmine), Raffaele frequenta il Giardino d’Infanzia, scuola materna privata in via Savonarola (dove ora c’è l’Istituto Einaudi). Dopo le Elementari alla Guarini di via Bellaria, dove ricorda in particolare il maestro Pedrocchi, si iscrive al Regio Liceo Classico Ariosto, ai tempi in via Borgo Leoni. 

Ma la dimensione domestica, quella casa luogo non solo fisico ma simbolico e spirituale, come detto è stata da sempre per lui centrale. Scrigno, dunque, di dolci memorie. A partire dai volti, dagli ambienti e dagli oggetti: la «cucinona», il grande camino, il rito della polenta, il lanternone per conservare gli alimenti, il capitone a Natale, il presepio realizzato nella “Stanza dei Giochi” in mansarda. E ancora, il carillon, il giradischi coi canti natalizi, a maggio il fioretto mariano nella cosiddetta “Camera da lavoro”. 

E un altro luogo dell’anima è la casa delle vacanze, quella Villa Belvedere a Dozza parte di un’azienda agricola dove con la famiglia trascorreva il periodo estivo. «Partivamo sulla nostra Ford, con Dante, il tuttofare di casa, al volante. Non c’era l’acqua dall’acquedotto, usavamo il pozzo». In casa, un minuscolo water in casa, il bagno completo era fuori. Non c’era la corrente elettrica, si usavano le lampade a petrolio appese al soffitto, e le candele. Queste mancanze non ci pesavano ma le vivevamo come una gradita novità». E poi la sua amata fionda e le mucche, l’aratura con le bestie, «l’odore delle zolle fresche», la trebbiatura vissuta «come una festa», «il sapore del formaggio appena fatto» e il momento della vendemmia, con «le donne che, arrotolate le sottane per scoprire le gambe, entravano nel bigoncio a pigiare l’uva». 

«Un avvenire infausto»

Ma la storia con la “s” maiuscola incombe, strappa legami, distrugge vite.

Del regime Lucci ricorda innanzitutto l’ipocrita e imbarazzante ritualità, come quella del Sabato fascista, giorno in cui i suoi stessi insegnanti erano costretti a indossare la divisa nera: «ma riuscivo a capire chi la indossava volentieri – e aveva la camicia ben stirata -, e chi invece lo faceva controvoglia – e allora notavo che era stropicciata e abbottonata male…». «Questa situazione politica mi disturbava molto», prosegue Lucci. «Mi metteva a disagio e già allora, nonostante avessi 16 anni, avvertivo il timore di un avvenire imprevedibile, infausto».

Così fu, e Raffaele lo ricorda attraverso il racconto che gli fece il fratello Vincenzo, appartenente alla FUCI, e della loro sede di via Montebello devastata dai fascisti. O dal ricordo del conte Grosoli, «che mio padre andò a trovare fino all’ultimo nel suo esilio ad Assisi». Oltre a quello dei due cugini Tullio e Vittorio Ravenna, che da quel novembre 1938 non si presentarono più a scuola. «Per noi vedere il banco vuoto è stato un grande dolore, e silenziosamente qualcuno di noi ha pianto. E quel banco è rimasto vuoto». Vittorio morì nel campo di Auschwitz. Triste sorte toccò anche ad Emilio Teglio (1873-1940), Preside del Liceo Ariosto dal ’22 al ’38, costretto a dimettersi a causa delle leggi razziali promulgate dal regime fascista. Il figlio Ugo è uno degli 11 fucilati dell’eccidio del Castello della notte del 14-15 novembre 1943. 

Nel ’41 Raffaele conclude il Liceo, per due anni frequenta Ingegneria ma nel ’43 viene chiamato alle armi e assegnato a Firenze. Un tremendo ricordo legato a questa città è quello dell’esecuzione di tre giovani partigiani. Ricordo che Raffaele ha raccontato per la prima volta, ai figli, solo pochi anni fa. «Per punire un gruppo di commilitoni accusati di aver lanciato sassi contro alcuni repubblichini dal treno, una notte ci svegliano e ci fanno attraversare la città deserta per arrivare a un poligono di tiro. Qui, per terrorizzarci ci obbligano ad assistere alla fucilazione di quei poveri tre. Erano solo ragazzini…». Dopo un periodo nell’entroterra di Anzio, con altri incaricato di scavare trincee, arriva la ritirata dei tedeschi dopo lo sbarco degli Alleati. Raffaele allora risale verso nord, si ferma a Poggibonsi, vicino Siena, dov’è accolto da don Baldo, che vive con la madre e il fratello, e che si è unito alla Resistenza: «mi dice: “guarda, faccio parte del movimento di liberazione”. Apre il cassetto della scrivania e prende fuori una rivoltella che appoggia sulla scrivania stessa. Ma non la userà mai».

Raffaele torna poi a Firenze, ospite del dott. Terzi, amico di famigli. È il periodo dei bombardamenti alleati. «Quando cadeva una bomba non sapevamo in che direzione scappare, perché non potevamo sapere dove sarebbe caduta quella successiva». Arriverà il 25 aprile del ’45, l’ora del rocambolesco ritorno a casa, «dove però trovai 3 metri di macerie. Due bombe, infatti, l’avevano colpita, e altre nelle case attigue, una vicina a S. Maria in Vado».

Una nuova vita al servizio degli altri

Nel ’45, rientrato dalla guerra decide che debba, anche per lui, cominciare una storia diversa. Si iscrive a Medicina e Chirurgia, dove si laurea nel ‘50 e inizia la specializzazione in Pediatria all’Università di Padova. Nel gennaio ’51, pochi mesi prima di sposare Anna, viene assunto come assistente all’Istituto in via Savonarola. «Già dal primo anno Ortolani mi affida il reparto per i bambini malati di tubercolosi. Andai un mese in visita alla Clinica pediatrica Mayer di Firenze allora diretta dal prof. Cocchi, una delle prime cliniche che iniziavano ad adottare la streptomicina. I malati a Ferrara arrivavano dalla città, da ogni parte della provincia, dal Polesine e dalla Bassa Lombardia. Riuscimmo a salvarne molti grazie a questo nuovo antibiotico proveniente dagli USA. Uno di questi, Giuseppe Artioli, che dopo divenne fornaio, ancora oggi, dopo 60 anni, ogni Natale mi manda un biglietto di auguri».

Quello di via Savonarola era allora l’unico reparto pediatrico della provincia, e fu il primo in Italia che insieme al bambino ricoverava anche la mamma. Questo per un’intuizione che oggi sembra naturale, ma che ai tempi non lo era, proprio di Raffaele. «Molte mamme non si fidavano dell’allora Pediatria del S. Anna, e quindi si rivolgevano a noi». 

In seguito Raffaele divenne prima Direttore della sede provinciale del Centro Sudi della talassemia e nel ’63 della sede provinciale dell’ONMI in via Contrada della Rosa. Di questa esperienza ricorda il ruolo fondamentale delle assistenti sanitarie e la sua battaglia per l’allattamento al seno. «In molti mi dicevano: “il latte in polvere è più comodo e le donne non vogliono più allattare al seno”. Ma io sapevo che la scelta di molte era condizionata da pressioni esterne. Dal ’63 al ’74 nella Casa di cura Quisisana di Ferrara visitai 3500 neonati e le loro mamme, aiutandole in questa esperienza: da alcune mie indagini scoprii che, a differenza del S. Anna, qui la maggior parte delle mamme allattava al seno».

Altri ricordi personali di questo periodo sono legati alla vaccinazione contro la poliomelite, «che registrò un’adesione molto alta», e al suo impegno per le adozioni, dopo che nel 1967 fu promulgata la “Legge sull’adozione speciale”. Negli otto anni successivi portò a termine ben 150 adozioni. Per questo suo fondamentale servizio alla vita e alla famiglia, fu nominato Giudice Onorario del Tribunale dei minori di Bologna, e alla fine del ’68 fu insignito dell’attestato di Cavaliere dell’ordine al merito.

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 6 maggio 2022

https://www.lavocediferrara.it/

Fuoco che risveglia: un libro per don Alessandro Denti

4 Mag

A 5 anni dalla scomparsa, un volume raccoglie le sue parole e i ricordi di chi l’ha conosciuto, di chi ha avuto la grazia di camminare assieme a lui

di Andrea Musacci

«Sì, anche la sofferenza, a modo suo, se impari ad ascoltarla, pur nella durezza del suo linguaggio, ti riconduce a ciò che conta ed è essenziale: crescere nell’amore!» 

(Don Alessandro Denti, lettera alla parrocchia, febbraio 2016)

“Don Alessandro Denti. Tutto passa, solo l’amore resta” è il nome della pubblicazione appena edita dedicata all’indimenticato sacerdote della nostra Arcidiocesi, prematuramente scomparso il 4 marzo 2017. Il volume, con prefazione di don Emanuele Zappaterra e postfazione di don Andrea Zerbini, è curato da alcuni parrocchiani: Alda Lucci, Sabina Marchetti, Simonetta Montanari, Bruno Quarneti e Silvia Veronesi. Il libro verrà presentato domenica 8 maggio alle ore 18.30 nella chiesa di Malborghetto. Distribuito ad offerta libera, il ricavato della diffusione andrà alla Parrocchia stessa. Nel volume se ne ripercorre la vita attraverso le sue riflessioni, alcune sue lettere del 2016, testimonianze di parrocchiani, di appartenenti a Rinascita Cristiana, delle Carmelitane di Ferrara, di amici sacerdoti.

Riguardo in particolare al suo ministero a Malborghetto, i curatori scrivono: «non si è mai imposto come “capo” della parrocchia, ma si è proposto accanto alla sua gente». «Con pazienza e delicatezza don Alessandro è riuscito a farsi ben volere e a proporre iniziative che hanno contribuito a rendere più uniti gli abitanti del paese». «Don Alessandro ha non solo contribuito in maniera decisiva a rendere il paese di Malborghetto più unito, ma soprattutto ha reso la parrocchia “casa di tutti”, luogo in cui le differenze sono state considerate un’opportunità positiva e non un ostacolo».

Un passaggio di una sua preghiera per l’inizio della Sagra nel 2014 ben rappresenta questo suo spirito: «Bambini e giovani, adulti e anziani, siamo un popolo in cammino… siamo insieme in questi giorni per aprire vie sempre nuove alla pace, per essere segno del sogno che è dentro di noi: dipingere un mondo dove il calore della fraternità dia luce ai nostri volti, slancio al nostro cammino…».

Una personalità a un tempo umile e carismatica, capace di attirare a sé, a Cristo e alla sua Chiesa, persone tra le più diverse. Don Zappaterra, che con lui collaborò al Centro Missionario Diocesano, scrive nella prefazione, raccontando la prima volta che lo vide, quand’ero studente liceale e lui giovane sacerdote, sull’autobus n. 11: «mi colpì non solo per quei lunghi jeans che indossava e per i capelli piuttosto lunghi, ma soprattutto per quel volto mite e sereno, che poi, dopo vari anni, capii esprimere la bellezza e la bontà della sua persona». Del primo incontro nel suo studio parrocchiale poco tempo dopo, ricorda «quel piccolo prete, umile e sobrio nell’aspetto: un padre e fratello, vero pastore, che con Cristo cammina insieme alla sua gente».

E proprio il camminare insieme, a fianco alle persone, se necessario un passo indietro, emerge dalle pagine del volume. Nel 2009 don Alessandro scrive: «Spiritualità dell’Esodo. Esodo da dove? Dal nascondiglio di una fede rassicurante, intimistica, senza sussulti». E nel 2012: «Dio non si trova solo alla fine del cammino ma ci è compagno di viaggio nel deserto meraviglioso e struggente, ma anche grande e spaventoso della vita». Grande e spaventoso, scriveva nella sua lucidità quasi profetica. «La missione sicuramente è risposta libera ad un invito ad “alzarsi e andare”, ma perde tutta la sua forza ed efficacia se non è attraversata dal desiderio profondo di offrire e donare a tutti, con passione e simpatia, tutto ciò che a nostra volta abbiamo ricevuto in dono». E le pagine che raccolgono i ricordi di chi l’ha conosciuto trasudano questa commozione che la sua grande umanità e smisurata fede trasmettevano. «Nei momenti liberi – ricorda don Alessio di Francesca, che lo conobbe come Direttore spirituale quand’era seminarista – parlava con tutti, ci colpivano quello sguardo profondo, quella voce delicata e quel sorriso che ti metteva a tuo agio. Senza che ce ne accorgessimo, sembrava che ci fossimo conosciuti da sempre…».

Profondità e delicatezza: due caratteristiche decisive per catturare il cuore di chi ci sta vicino. Due moti dell’animo sempre irradiati da una Luce più grande, da una fiamma inestinguibile. «Che bella l’immagine della Pentecoste – scriveva don Alessandro nel 2005 – , dove fra i vari simboli con cui viene descritto lo Spirito Santo, c’è quello della lingua di fuoco. Un fuoco che risveglia la vita, che riaccende in noi la brace che forse si sta spegnendo (…). A volte abbiamo la sensazione di contenere solo cenere. Ci sembra che da noi non esca più niente. La possibilità di incontrarsi in un tempo e in un momento altro rispetto alla routine, magari con le persone che vedo quotidianamente, può essere l’occasione per riscoprire che in me non c’è solo cenere consumata, ma un ardore e un desiderio di vita e di dono che può rinascere, riaccendersi, ridarmi pienezza. Attraverso la relazione, l’incontro e la parola sincera, questo può accadere». 

Relazione che si esprimeva anche nell’accompagnamento spirituale, con la preghiera e la parola. «Ha lavorato – scrivono i curatori – perché ogni persona potesse crescere spiritualmente, trovando nella preghiera uno strumento di realizzazione umana in grado di fornire la possibilità di entrare in comunione con Dio e stabilire con Lui una vitale relazione esistenziale». «Non solo ciò che appare – scrive nel 2013 -, ma ciò che muove “dentro” la vita e gli avvenimenti ci riguarda, ci interessa, diviene indispensabile tesoro da scoprire e quando è buono da accogliere e valorizzare. Il pregare ci viene incontro allora come sorgente viva che abita il cuore di ciascuno di noi».

Cuore che lui, sempre vicino alle persone, sapeva spesso pieno di dubbi, dolori, fatiche. Anche per questo, «don Alessandro ha insegnato ai suoi parrocchiani a cercare costantemente nella Parola le risposte alle inquietudini e ai problemi dell’agire dell’oggi, ma anche a cercarvi le certezze che conducono a fondare la propria esistenza in sintonia e in armonia con Dio».

La sua vita sempre «intrecciata con Gesù»

Don Alessandro Denti nasce il 23 settembre 1959 ad Ambrogio. Nel 1970 decide di entrare nel Seminario di Ferrara. «Con Gesù da quel momento la mia vita si è intrecciata», disse. All’età di 24 anni, il 2 ottobre 1983, viene consacrato sacerdote nella cattedrale di Ferrara dall’arcivescovo mons. Luigi Maverna. È vicario parrocchiale a Pontelagoscuro (1983-1986), a San Gregorio, a S. Francesca Romana (1987-1988), a Voghiera e Montesanto (1989-1991). Riceve l’incarico di insegnante di Religione e nel ‘91 fa la sua entrata, con l’incarico di parroco, nella chiesa di Malborghetto di Boara. Nel 2006 succede a don Ivano Casaroli come assistente diocesano del Movimento di Rinascita Cristiana. Nel periodo 2007-2014 è vicario foraneo del vicariato di Santa Caterina Vegri che include la parrocchia di Malborghetto. Nel 2014 il suicidio dell’amato fratello Antonio. Nel 2015 inizia la collaborazione in Seminario come direttore spirituale. Nello stesso anno accetta dall’arcivescovo il mandato di esorcista per la Diocesi. A inizio 2016, di ritorno da uno dei pellegrinaggi che organizzava a Medjugorje, la diagnosi di un tumore alla cistifellea. l’8 dicembre 2016, nella cattedrale di Ferrara riceve da mons. Negri la nomina a canonico e il titolo di monsignore. Dopo lunga agonia don Alessandro si spegne il 4 marzo 2017 presso l’Hospice Casa della Solidarietà ADO di Ferrara per malati terminali. Il 10 novembre 2018 con una cerimonia ufficiale gli viene intitolata la piazza di Malborghetto.

Pubblicato sul “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 6 maggio 2022

https://www.lavocediferrara.it/

La sostenibilità al tempo della guerra: riflessioni per una transizione possibile

28 Apr

Il Convegno svoltosi il 21 aprile a Ferrara: l’Agenda 2030, il suo rapporto col mondo dell’informazione, con le nuove sfide globali, e il paragone con l’enciclica Laudato si’

A che punto è la sostenibilità? È la domanda che potremmo porci e porre ai nostri governanti dopo due anni di emergenza sanitaria globale e due mesi di guerra in Europa. Ed è la domanda che, più o meno implicitamente, si sono posti le relatrici e i relatori dell’interessante convegno sul tema dell’Agenda 2030 dell’Onu svoltosi lo scorso 21 aprile nella Sala consiliare del Municipio di Ferrara sul tema “Formare i giornalisti ai temi dello sviluppo sostenibile: pensare il futuro. 17 obiettivi visti dai giovani e raccontati dai giornalisti”. Un incontro organizzato dalla Fondazione Ordine giornalisti dell’Emilia-Romagna e Ucsi Emilia-Romagna, moderato da Alberto Lazzarini, vice presidente Ordine Giornalisti Emilia-Romagna e che ha visto i saluti iniziali dell’Assessore Andrea Maggi. Un confronto che, quindi, non poteva non avere al centro anche la comunicazione della sostenibilità.

E proprio di questo ha parlato Paola Springhetti – che ha preso la parola dopo i saluti e l’introduzione da parte di Matteo Billi, giornalista e Presidente Ucsi Emilia-Romagna -, per illustrare i risultati della ricerca “Pensare il futuro” realizzata dalla Facoltà di Scienze della comunicazione sociale dell’Università salesiana e dall’Ucsi (l’Unione cattolica della stampa italiana). «Fare una corretta informazione sul tema può essere decisivo – ha riflettuto -, in quanto la sostenibilità dipende anche dalle scelte dei singoli cittadini». Purtroppo, però, in molti non conoscono i contenuti dell’Agenda 2030 e «la stessa informazione mainstream si occupa più dei singoli temi che delle loro relazioni» ben evidenziate dall’Agenda stessa, «che pone obiettivi precisi e unisce tutte le problematiche». 

E uno sguardo olistico e globale ha avuto il secondo relatore, l’economista Andrea Gandini, che ha innanzitutto criticato il PIL come «vecchio arnese, indicatore, senza più significato», incapace di rappresentare i veri bisogni delle persone, ad esempio non considerando «i servizi non vendibili» – scuola sanità, cultura ecc. Il PIL è spia, quindi, per Gandini del «declino dell’Occidente». Declino che, per l’economista, verrà dalla supremazia, sempre più imponente, dell’economia cinese, e su un’informazione in Italia soprattutto, dal dominio «del pensiero mainstream». Lo scenario dell’Agenda 2030 sarà dunque «molto complicato da realizzare». Complicato ma non impossibile, perlomeno se ci sarà la volontà di concentrarsi su alcuni punti dell’Agenda stessa: occupazione, scuola, sanità, tutela delle fasce più povere e lotta contro la disuguaglianza. Ci troveremo quindi in situazione molto pericolosa: dovremmo scegliere tra pane, energia e diritti.

Tutto ciò per tentare di costruire «un mondo più umano, più centrato sulle relazioni e più legato alla vita e meno alla crescita».

Un programma minimo, quest’ultimo, che possiamo trovare anche nella Laudato si’ di Papa Francesco. E del confronto tra l’enciclica e l’Agenda 2030 ha parlato mons. Massimo Manservigi, Vicario Generale della nostra Arcidiocesi e Direttore della “Voce”. Numerosi i «punti di convergenza» fra i due documenti: innanzitutto nel legare tra loro crisi climatica e tema dello sviluppo, nella volontà di dare risposte comuni, nell’universalità, nel legame tra crisi climatica e lotta alla fame, nella funzione della politica per la difesa e la promozione del bene comune. Ma non mancano le differenze: la Laudato si’ per mons. Manservigi «va anche oltre l’Agenda, dando priorità al diritto al lavoro, introducendo il tema della “cultura dello scarto”», considerando i poveri «protagonisti nella società e nella nazione», e considerando alla base del “buon governo” e della trasformazione sociale, non le pur necessarie regole ma – in linea col Vangelo – «il cambiamento di mentalità». 

Prima dei saluti finali affidati a Vincenzo Varagona, giornalista e Presidente nazionale Ucsi (Unione cattolica stampa italiana), è intervenuta Alessandra Guerrini, docente Unife e animatrice del Circolo Laudato si’ della nostra Diocesi. Guerrini è stata anche una dei tre delegati di Ferrara-Comacchio presenti alla Settimana sociale di Taranto lo scorso ottobre. Nel suo intervento ha quindi illustrato lo svolgimento della Settimana, preparato sui territori nei mesi precedenti con diverse iniziative, e il cui spirito si cerca di portare avanti.

Citando il Vescovo di Modena, mons. Erio Castellucci, la relatrice ha spiegato come siano tre le relazioni fondamentali della persona: con Dio, col prossimo, con la terra. È possibile passare «dalla distruzione alla rinascita mettendo in campo nuove energie e un nuovo modo di credere e di pensare il futuro». Perquesto, la stessa «transizione ecologica dev’essere ispirata all’ecologia integrale».

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 29 aprile 2022

https://www.lavocediferrara.it/

Excrucior, arte e fede a Mesola

28 Apr
Gesù è inchiodato alla croce, Samuel Moretti

La sera di lunedì 18 aprile in chiesa concerto col brano di Franca Gianella e opere di Samuel Moretti

Si intitola “Excrucior” l’evento dedicato alla Via Crucis svoltosi la sera di lunedì 18 aprile nella chiesa arcipretale di Mesola.

Un progetto artistico particolare che ha visto la collaborazione fra l’artista mesolano Samuel Moretti, la compositrice di Bosco Mesola Franca Gianella e diversi musicisti e cantanti: Gianmaria Raminelli (organo), Cecilia Padovani (soprano), Elene Sanadze (soprano), Elisabetta Fantinati (mezzosoprano), Francesca Cavallari (mezzosoprano).

«Questa Via Crucis la realizzai due anni fa», ci racconta Moretti. «Gianella stava lavorando sullo stesso tema. Dopo aver visto i miei lavori, ha realizzato questo brano», “Donata Croce (Per sempre amato)”, un lavoro per voci a bocca chiusa che la sera del 18 è stato accompagnato all’organo da Gianmaria Raminelli, e ha visto alcuni momenti “teatrali” con interventi del coro narrante, voci maschili e femminili a rappresentare il popolo che assiste alla condanna di Gesù Cristo. Il brano, diviso in tre blocchi, è stato intermezzato da due Salmi (Salmo 54 e Salmo 21) e da Isaia 52 (Carme del Servo Sofferente). 

«Dopo aver scritto l’inno dedicato alla Vergine Maria Vivida luce per Soprano, Alto, Basso e Organo, ho composto la Via Crucis Donata Croce per Soprano, Alto, Coro narratore e Organo», spiega Gianella. «Per questa composizione mi sono ispirata a Maria, al dolore della madre che accompagna il figlio alla croce; le parti cantate sono tutte a bocca chiusa con momenti a bocca socchiusa e altri con suoni generici aspirati per sottolineare l’inesprimibile disumanità del dolore causato dal dover sopravvivere ai propri figli». Coro, organo e cantanti si sono esibiti davanti all’altare, dove sono state esposte, ad arco, le 14 stazioni realizzate da Moretti, disegni su carta in tavolette ovali su sostegni, ognuna di 30×14 cm circa. Per l’occasione è stato realizzato un catalogo, curato dagli Amici dell’Arte di Faenza, con cui Moretti collabora, con le opere dello stesso Moretti, il brano di Gianella, e testi dell’Assessora Lara Fabbri e del parroco don Mauro Ansaloni.

«Samuel Moretti ripropone la Passione di Cristo con disegni raffiguranti ciascuno un volto, il volto della sofferenza», sono parole di don Ansaloni. «Franca Gianella, col suo brano, ci permette di entrare nella drammaticità delle immagini del Cristo sofferente. L’arte certamente può aiutarci a rendere visibile l’Invisibile. L’occhio della fede ci introduce al Mistero, ma anche al non credente l’immagine può svelare realtà molto profonde e intime.

Franca e Samuel ci offrono, prima di tutto, l’occasione di riflettere sul dolore e sulla morte. In ciò che ha vissuto Cristo ritroviamo le nostre esperienze di sofferenza; possiamo rileggere la realtà del mondo e del nostro tempo».

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 22 aprile 2022

https://www.lavocediferrara.it/

Via Crucis, anima della nostra storia

13 Apr
Via Crucis, Gaetano Previati

In uscita il libro “La Via Crucis tra storia, devozione e arte” dei coniugi Margherita e Gianni Goberti. Con un occhio particolare alle sue espressioni nel nostro territorio

Una devozione sempre viva e popolare è quella della Via Crucis, anche nel nostro territorio, dove tante sono le sue rappresentazioni nelle chiese e nei musei.

Questa storia che prosegue, affascinando credenti e non, è al centro del libro in uscita dal titolo “La Via Crucis tra storia, devozione e arte” (Edizioni La Carmelina, Ferrara, 2022) dei coniugi Margherita Goberti e Gianni Goberti, giornalista lei, poeta lui.

Nel volume, anche un breve pensiero del nostro Arcivescovo mons. Gian Carlo Perego: una «spiritualità francescana, carica di semplicità, di pace attraversa tutto il suo scritto, aiutandoci a vivere la Passione di Cristo con fede», scrive in un passaggio. Il libro è arricchito anche dal ringraziamento di Papa Francesco, dopo il dono di una copia del libro, tramite una missiva firmata dall’Assessore Peter B. Wells della Segreteria di Stato Vaticana.

La storia

La prima parte del libro ripercorre la storia della devozione, soffermandosi in particolare sul francescano San Leonardo da Porto Maurizio (1676-1751) a cui si deve la diffusione, che nelle sue missioni ne eresse 572. Egli predicò anche a Ferrara e un suo ritratto dipinto su una grande tela, conservato nella chiesa cittadina di Santo Spirito, di autore anonimo forse della metà del XIX secolo. Qui è raffigurato mentre parla alla folla con il braccio destro alzato e un teschio sulla mano sinistra. 

Fu un’istanza del 1731 di papa Clemente XII a estenderne la facoltà anche nelle chiese non francescane.

San Leonardo dimorò a Ferrara dal 15 al 29 maggio 1746 su invito dell’Arcivescovo Girolamo Crispi. Come racconta il canonico Giuseppe Antenore Scalabrini, raccomandò la devozione della Via Crucis, istituì l’adorazione perpetua del SS. Sacramento e raccomandò che sopra le case si effigiasse il SS.mo Nome di Gesù. Questi ricordano quelli propagati da San Bernardino da Siena, ma con in più, oltre a IHS, la M di Maria. A Ferrara tornò a fine gennaio 1747, proveniente da Argenta per predicare in alcuni monasteri di clausura. Si recò anche a S. Antonio in Polesine e al Corpus Domini.

Un paragrafo a parte è dedicato al Santuario del Poggetto fuori Ferrara, con i suoi 15 capitelli inaugurati e benedetti il 21 ottobre 1894, rappresentanti i Misteri del Rosario.

La devozione

Nella seconda parte del libro, gli autori affiancano a ogni stazione della Via Crucis una chiesa: le prime cinque Via Crucis si riferiscono alle più antiche presenti nelle chiese di Ferrara e provincia, poi a quelle successive, ai tre monasteri in città e al nostro Seminario Arcivescovile. L’ultima stazione, quella riferita alla Resurrezione, si identifica con la Basilica di San Pietro a Roma. Ogni stazione è accompagnata da una poesia di Gianni Goberti.

Queste le chiese della nostra Diocesi citate: Chiesa dei Santi Giuseppe, Tecla e Rita (Ferrara), chiesa dei Santi Filippo e Giacomo (Porotto), chiesa Pieve dei SS. Pietro e Paolo (Vigarano Pieve), chiesa S. Antonio Abate (Ferrara), chiesa San Gregorio (Ferrara), chiesa S. Maria della Consolazione (Ferrara), chiesa San Luca (Ferrara), chiesa Sant’Agostino (Ferrara), chiesa San Giuseppe Lavoratore (Ferrara), chiesa San Benedetto (Ferrara), chiesa Santa Caterina Vegri (Ferrara).

L’arte

Tanti gli artisti che nei secoli hanno rappresentato la Via Crucis, fra cui Francesco Messina e il suo monumento in granito e bronzo a San Giovanni Rotondo, vicino al Convento di Padre Pio.

Un’attenzione particolare nel libro è data agli artisti ferraresi: Gaetano Previati, i nostri sacerdoti diocesani don Franco Patruno e don Lino Costa, Franca Venturini Chiappini, Mario Piva, Mirella Guidetti Giacomelli, Gianni Cestari. E poi quella speciale Via Crucis ospitata nella Casa Circondariale di Ferrara, realizzata da un gruppo di pittori del Circolo culturale “Il salotto” di Bondeno.

Un libro utile e appassionante, insomma, dove il rigore della ricerca storica si accompagna all’imprevedibilità del testo poetico, la devozione pulsa nella vita di un popolo, quello ferrarese, e in quella dei suoi artisti antichi e moderni. Una pubblicazione “urgente”, vien da dire, perché ci ricorda di considerare come mai procrastinabile la nostra scelta di porci alla sequela di Cristo.

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 15 aprile 2022

https://www.lavocediferrara.it/

“Casa di Sole” a Porporana per aiutare i giovani fragili 

13 Apr
Un momento dell’inaugurazione

Inaugurata lo scorso 9 aprile grazie alla Coop Azioni, potrà ospitare fino a 9 ragazzi tra i 10 e 17 anni. Per ricostruire le loro vite e renderli autonomi

Ricostruire giovani vite segnate da traumi e difficoltà psicologiche, familiari e sociali. Ridare loro un senso e una speranza per renderli autonomi, donne e uomini capaci di crearsi una vita. È questo l’obiettivo di “La Casa di Sole”, Comunità Residenziale Educativo-Integrata a Porporana, progetto della Cooperativa “Azioni” guidata da Ruggero Villani presentato lo scorso 8 aprile.

Alla presentazione in via Martelli 317, nell’ex casa parrocchiale, sono intervenuti il Vescovo mons. Gian Carlo Perego, Ruggero Villani, Michele Mangolini presidente di Confcooperative Ferrara, l’Assessora alle politiche sociali del Comune di Ferrara Cristina Coletti, il presidente del Lions Club Ferrara Ducale Dimer Morandi, l’Assessore Regionale Paolo Calvano, e la Coordinatrice della comunità Chiara Campagnoli. 

Come sarà organizzata 

Nei prossimi mesi la Casa di Porporana potrà ospitare fino a 9 ragazzi tra i 10 e i 17 anni con disturbi psico-patologici che non necessitano di assistenza neuropsichiatrica in strutture terapeutiche intensive, minori con psicopatologia complessa e precoce uso di sostanze . «Le richieste pervenuteci – ci spiega Villani –, dalla nostra provincia e non solo, sono già ben oltre il numero di posti disponibili».

La struttura, precedentemente di proprietà dell’Arcidiocesi, è stata ristrutturata grazie ai contributi post sisma, con l’impiego di quasi 800mila euro. L’edificio è formato da due piani: al piano terra, si trova una grande cucina, due soggiorni, uffici e servizi. Al primo piano, due appartamenti, il primo con due stanze doppie, il secondo con sei camere da letto. Ma la Comunità non avrà solo uno scopo riparativo delle condotte del minore ma anche quello di diventare un centro di promozione e informazioni sui temi del bullismo, del cyberbullismo e delle condotte devianti. Per questo, all’interno vi sarà anche una biblioteca realizzata con il contributo di Lions Club Ferrara Ducale.

Nella struttura sarà impegnata un’equipe formata da un coordinatore a tempo pieno, 12 educatori anch’essi a tempo pieno, 1 supervisore Psicopedagogico, 1 Supervisore Clinico, 1 Addetto alle pulizie e 1 Addetto alla preparazione del pasto. La permanenza dei ragazzi non potrà durare più di 18 mesi, eventualmente prorogabili in caso di necessità, ma fino al compimento del 21° anno d’età. 

La Casa nasce da Sole…

La storia di Sole spiega il perché si è scelto di aprire una Casa di questo tipo. «Sole è una ragazza di 18 anni, accolta nel 2014 in una delle comunità educative-abitative della Coop Azioni», ci spiega Villani. «Soffriva di disagio abitativo, ma in realtà scoprimmo che il suo problema era molto più profondo, attivato da traumi importanti. Da lì abbiamo compreso la necessità di dare risposte in maniera strutturata, con una Casa specifica. La nostra volontà è che i ragazzi una volta usciti da questa struttura, non debbano tornarci più, superando quindi i loro problemi e rendendoli autonomi, senza dimenticare anche l’accompagnamento alle loro famiglie». 

L’inaugurazione il 9 aprile

«Una stella vicina, una porta sempre aperta»: così l’ha definita Marcolini di Confcooperative. «È molto bello che questa casa sia inaugurata in prossimità della Pasqua – ha riflettuto mons. Perego -, perché molte persone, soprattutto giovani, hanno bisogno di rinascere». In questa Casa, quindi, «vivranno la Passione, cioè la sofferenza, ma anche la speranza di un ritorno a casa, di una vita quanto più normale». «Quando un bambino o una bambina nasce – ha commentato Calvano -, il luogo o il Paese, il contesto sociale e familiare dove si trovano a vivere, non è un merito ma una fortuna, e non sempre tutti hanno la sessa fortuna. Di fronte a ciò dobbiamo intervenire anche fornendo loro opportunità». Di «comunità nella comunità» ha invece parlato Coletti, ponendo l’accendo sull’importanza di «creare qualcosa ben radicato col territorio». Nel corso della presentazione sono stati proiettati anche i video con il racconto dell’attrice Alice Mistroni e i saluti dell’attore Paolo Ruffini e del trapper Margiela.

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 15 aprile 2022

https://www.lavocediferrara.it/

Prendersi cura delle vittime del conflitto

13 Apr
Elena Mazzola

Le testimonianze di Elena Mazzola, scappata da Kharkiv insieme alle ragazze disabili e agli orfani che accoglie nella sua cooperativa, e quella di Marco Peronio e del suo viaggio in Ucraina per portare medicinali

Solo un «amore sproporzionato» può far fronte all’orrore e alla ferocia che le cronache dall’Ucraina ci riportano ogni giorno. Un amore fatto di accoglienza, attenzione e cura a ogni persona, ai suoi sogni e desideri. Amicizie che nascono o si rafforzano pur nel dramma della guerra.
Questo il messaggio emerso dalle testimonianze di due persone diversamente coinvolte nel dramma di un popolo, quello ucraino (e, in parte, di quello russo, con tanti soldati morti), intervenute a Voghiera lo scorso 6 aprile durante una cena di beneficienza pro-AVSI dal titolo “Uno sguardo più forte della guerra”. Un evento promosso e organizzato dalla Pro Loco di Voghiera in collaborazione con il Centro Culturale Umana Avventura a sostegno della popolazione ucraina.

«Affermiamo la vita contro la guerra»
La prima testimonianza (In video collegamento) è stata quella di Elena Mazzola, presidente della cooperativa Emmaus con sede a Kharkiv, dove, grazie a vari progetti, giovani con disabilità o in uscita dall’orfanotrofio e dal collegio vengono accompagnati alla ricerca di una propria vocazione. Si tratta di ragazze e ragazzi tra i 18 e i 35 anni (foto in prima pagina), adolescenti che studiano in istituti speciali, bambini provenienti da famiglie di sfollati a causa del conflitto e i loro genitori. La prima “casa di transizione” per queste persone aperta a Kharkiv nel 2013 si chiama “La casa volante”, dove vivono sei ragazze con disabilità fisica uscite dall’orfanotrofio. Elena Mazzola, originaria di Desio (Monza-Brianza), che nella città ucraina dirige anche il Centro di Cultura Europea “Dante”, è traduttrice e docente universitaria e prima di trasferirsi in Ucraina ha vissuto per 15 anni, dal 2002 al 2017, a Mosca.
«I ragazzi con cui vivo quest’avventura della “Casa volante” – racconta – hanno storie molto drammatiche, sono stati abbandonati alla nascita dai genitori, per situazioni disagiate o perché nati con disabilità. Sono, quindi, ragazzi molto vulnerabili, cresciuti negli orfanotrofi, dai quali, appena escono, li proponiamo una vita il più normale possibile. Nelle nostre case – ha proseguito – imparano tanto, e soprattutto, per la prima volta si sentono amati. L’aspetto più tragico del loro passato, infatti, è che si sono sentiti dire di essere inutili, di non servire a nessuno, che non sarebbero riusciti a fare nulla nella vita».
Venendo al racconto degli ultimi mesi, Mazzola ha spiegato come lo scorso gennaio, quando incombeva la minaccia della guerra, «alcuni nostri ragazzi che ospitiamo sono andati in Italia da famiglie che già conoscevano perché da loro trascorrevano le vacanze. Altre, invece, i più fragili, con disabilità fisica o mentale, sono state con me a Leopoli, dove ci siamo trasferiti a metà febbraio. Ma una volta scoppiato il conflitto siamo venuti tutti in Italia». Una situazione di eccessivo pericolo, confermato dal successivo aggravarsi della situazione anche nella città al confine ungherese. «Siamo stati 50 ore al confine con i ragazzi». Poi, l’arrivo in Italia, a Novazza in Val Seriana, nel bergamasco, ospiti di amici. Una ventina tra ragazze disabili e dipendenti della cooperativa.
«Per me è un momento difficilissimo – racconta Mazzola -, forse in Italia non so quanto sia possibile immedesimarsi nel livello di dramma umano che si vive in Ucraina. Ho il cuore dissestato, sto vivendo in prima persona una violenza inimmaginabile: non so se la mia casa e i nove appartamenti per l’accoglienza della nostra cooperativa, in che stato sono. Non riusciamo ad avere notizie certe. Tutto quel che hai costruito, la certezza di qualcosa, rappresentato dalla casa, non c’è più. E i racconti che ci arrivano da Kharkiv dicono della ferocia e crudeltà disumana di questa guerra».
Ma Mazzola non riesce a fermarsi all’angoscia e all’amarezza per la situazione in Ucraina. Ha il desiderio di raccontare il bello che le persone fanno vivere, anche e soprattutto dentro drammi così.
«Qui in Val Seriana è tanto l’amore che stiamo ricevendo. Ad esempio, una parrucchiera si è presa un giorno dal lavoro per venire a tagliare e tingere i capelli alle nostre ragazze. O un’altra signora si preoccupa di regalare vestiti alle nostre donne». E le ragazze seguono le lezioni, imparano l’italiano, in una bottega imparano piccoli lavoretti col feltro o disegnano uova artistiche. Insomma, «un amore così sproporzionato, così personale sembra essere ora l’unica cosa in grado di opporsi alla guerra». Una guerra di per sé «fuori da ogni misura, per cui noi siamo chiamati ad amare in modo davvero sproporzionato, ad affermare la vita, la bellezza, l’amore».

Marco Peronio

«Un’amicizia reale, senza bisogno di Amazon…»
Alla cena a Voghiera ha partecipato anche Marco Peronio, Direttore del Consorzio di cooperative sociali “Il Mosaico” attivo tra Udine e Gorizia. Insieme alla moglie Cosetta, farmacista, ha aperto le porte della loro casa a Udine per aiutare Yuliya Mkheidze, ragazza ucraina di Mestre. La giovane, in collaborazione con il medico di Venezia Michele Alzetta, dirigente di pronto soccorso, ha indetto una raccolta umanitaria per l’Ucraina, dopo la richiesta di aiuto da parte della dott.ssa Rinna Konar di un piccolo ospedale a Uzhhoron, nella Transcarpazia. Dai medici della World Federation of Ukrainian medical Association sono stati chiesti lacci emostatici, analgesici non narcotici, medicazioni, sacchi per il contenimento di sangue raccolto, insulina e tutto quel che può essere utile per ferite e politrauma.
Già dal giorno successivo all’appello lanciato da Peronio, decine di persone in fila attendevano davanti a casa sua coi farmaci da donare. «Ho riempito il garage, e invece di un furgone, siamo partiti per l’Ucraina con cinque furgoni pieni di 7mila kg di aiuti tra farmaci, medicinali e alimentari per bambini».
«Nelle tante persone che ci hanno aiutato ho percepito un forte desiderio di vincere quel senso di indifferenza, quel “non mi interessa”, un desiderio di esserci e di conoscerci». L’appuntamento era a Záhony, in Ungheria, al confine con l’Ucraina, i primi di marzo. Alle 3emezza di notte l’arrivo a casa della dott.ssa Konar, «dove siamo stati accolti da una cena strepitosa. E la mattina dopo ci ha fatto visitare la città e la Cattedrale». Insomma, non un pur importante ma anonimo gesto di solidarietà, «non qualcosa fatto con Amazon, ma amici in carne e ossa che si incontrano e si accolgono reciprocamente. Ci hanno anche affidato tre profughe loro amiche da portare in salvo in Italia».
Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 15 aprile 2022

https://www.lavocediferrara.it/