“In un tempo di odio, assumiamo le sofferenze altrui e una speranza comune”

10 Giu

Un giornalista e scrittore che ha raccontato la seconda metà del Novecento e ora continua a riflettere e a provocare le coscienze, dentro e fuori la Chiesa: Raniero La Valle la sera del 7 giugno ha presentato a Ferrara il suo ultimo libro

9382“Queste ‘lettere’ sono un compendio delle mie esperienze, del mio cammino, del tentativo di comprendere la realtà e di provare a raccontarla. Questo libro è come un parapetto dal quale mi sporgo, verso un futuro che non so come sarà: davanti a me, davanti a noi, avremo o un precipizio o la capacità di creare un’altra strada, una speranza, per un’umanità risanata”. La profondità e la limpidezza del ragionamento sono doti che a Raniero La Valle, giornalista e scrittore protagonista degli ultimi 50 anni, non sono mai mancate. E anche adesso, a 88 anni, dimostra di possederle, impegnato com’è in giro per l’Italia per presentare il suo ultimo libro, uscito i primi di giugno, “Lettere in bottiglia. Ai nuovi nati questo vostro Duemila” (Gabrielli ed., 2019). La terza tappa delle presentazioni, dopo quelle di Cremona e Verona, è stata a Ferrara, nella sala conferenze della parrocchia di Santa Francesca Romana, con la moderazione del giornalista Francesco Comina. Dopo il saluto del Vescovo mons. Perego e la presentazione di Alessandra Mambelli di Pax Christi Ferrara (che ha organizzato insieme al CEDOC), La Valle ha affrontato diversi temi centrali del nostro tempo, mai perdendo uno sguardo globale sugli eventi. “Noi tutti siamo su un ciglio, in un passaggio d’epoca. Chiediamoci: dove stiamo andando? Verso un futuro di compimento, una terra promessa oppure verso la catastrofe? Per rispondere a ciò, dobbiamo innanzitutto cercare di prendere coscienza di cosa sta accadendo, operazione non facile in un mondo dove i media sono spesso creatori di false parole e di false interpretazioni. Vedo che accadono cose inaudite, mai successe”, è stata la sua disamina: “i naufraghi vengono lasciati morire in mare e l’aiutarli viene considerato reato; i banchieri di tutto il mondo sono uniti, mentre i poveri divisi e i popoli frantumati; è possibile, con nuove tecnologie, generare vita umana non più dal corpo di una donna, arrivando così a cambiare la natura stessa dell’essere umano; non solo le guerre continuano, ma molte provocano morti da una parte sola; un operaio può guadagnare 400 volte di meno rispetto a un dirigente di azienda; mezza ricchezza mondiale è in mano all’1% degli abitanti di tutta la terra; la crisi ecologica porta a trasformazioni ambientali mai viste, o che non avvenivano da millenni”. Un’analisi radicale che può apparire apocalittica, ma non lo è, per chi, come La Valle, ha attraversato il Novecento, ha combattuto tante “buone battaglie” e “ha conservato la fede”. “E’ importante – ha proseguito – anche reinterrogare la nostra storia, così dominata dall’odio, dove la disuguaglianza veniva teorizzata come naturale, la guerra per secoli considerata il principio ordinatore fra i popoli, fino arrivare agli orrori della prima metà del Novecento, e ai genocidi che continuano nel mondo. Nella seconda metà del secolo scorso si è tentati di uscire da questa spirale, cercando di dar vita a organismi e a un diritto universali, ma commettendo l’errore di dividere il mondo in ‘buoni’ e ‘cattivi’ ”. Ora, invece – è il compito che vale una vita – “bisogna progettare un futuro che sia davvero diverso, comprendendo che le soluzioni non possono essere solo politiche o giuridiche, ma che è necessario rimettere in gioco tutte le dimensioni dell’uomo, comprese quelle religiosa e filosofica”. Inoltre, con Levinas, dovremmo “rimettere al centro non tanto l’io, l’individuo, ma l’altro, il suo volto, un volto da riconoscere e da amare”. Citando la seconda lettera di S. Paolo ai corinzi, La Valle ha riflettuto su come questa centralità della relazione sia fondata su quella di Dio con gli uomini, con “lo scambio” che ha fatto con noi: “Cristo si è fatto peccato al posto dell’uomo, prendendolo su di sé. Questo dobbiamo fare noi stessi, figlie e figli suoi, assumere la sofferenza e il dolore dell’altro, metterci al posto dell’altro”. Il ragionamento di La Valle è quindi proseguito ponendo l’attenzione sull’idea di un costituzionalismo mondiale, sull’importanza cioè di “iniziare a vedere l’intera famiglia umana come un soggetto politico, storico, un nuovo soggetto costituente, dove i poveri e i scartati possono essere i protagonisti di questo riscatto”. Fare ciò significa dar vita a “un’ecologia integrale, salvare l’uomo e la terra insieme, e che l’uomo salvi Dio, nel senso di salvarlo dalle sue false rappresentazioni, così diffuse nella storia, e ancora oggi, quelle di un dio violento e vendicativo. Dobbiamo tornare alla politica, non c’è alternativa – sono ancora sue parole -, che significa tornare ai partiti, ma non nella vecchia concezione del termine, come soggetti intenti a occupare lo Stato e le istituzioni: penso, invece, a partiti della società, che davvero riescano a raccogliere le istanze e i bisogni reali delle persone, non le paure fittizie, come avviene oggi nei confronti dei migranti. Abbiamo bisogno di un ‘partito della terra’, cioè che abbia la terra come punto di riferimento, da valorizzare come strumento di produzione primario e al tempo stesso da custodire, un partito che parli la parola dell’unità dei popoli, del cambiamento e della giustizia, che sappia essere positivo, concreto, veritiero, che non abbia come fine il potere, la vittoria, ma che assuma le speranze comuni, il comune destino”, fatto di persone che sappiano “cogliere i segni di bene che ci sono”. Le riflessioni conclusive, La Valle – anche incalzato da alcune domande – le ha dedicate, innanzitutto, al tema del katecon, termine che in San Paolo indica la resistenza al “mistero dell’anomia”, cioè alla perdita di ogni legge e la pretesa dell’uomo e del potere “senza legge” di mettersi al di sopra di tutto additando se stesso come Dio. Una resistenza ancora necessaria ma da attuarsi “mentre le cose accadono, senza aspettare che si arrivi a nuove violenze e genocidi”. Infine, un pensiero al Santo Padre – complimentandosi della lodevole iniziativa del ritrovo mensile, nella parrocchia ospitante, del “Gruppo di preghiera per Papa Francesco”: “il Papa è oggetto di un attacco durissimo da una parte interna alla Chiesa, per questo va difeso e sostenuto, è importante resistere assieme a lui”.

Il Dio “inedito” di Papa Francesco e l’importanza della parola per la salvezza: le “lettere” di La Valle

“La vera speranza è che [queste lettere, ndr] cadendo nelle mani dei nati nel terzo millennio – oggi ancora giovanissimi – li convincano che il loro compito non è solo di capire il loro tempo, ma di salvarlo. Il linguaggio della salvezza, che prima era frequentato solo dalle teologie della redenzione, entra oggi nel discorso comune, è la lingua rimossa ma impellente della politica, del diritto, dell’etica pubblica, laica e comune”. Così scrive nel libro “Lettere in bottiglia”, Raniero La Valle. Salvezza che è, al tempo stesso, personale, comunitaria, dell’intera umanità, e che vede Papa Francesco come punto di riferimento per chi vuole costruire un mondo “non genocida” ma fondato sull’accoglienza dell’altro e sulla misericordia. “Si è avuta – scrive ancora – l’irruzione sulla scena del Dio inedito raccontato da papa Francesco, che con il suo pontificato messianico ha fatto emergere con forza questa radicale alternativa investendola di una luce abbagliante”. “Il ministero di papa Francesco è un ininterrotto annuncio del Dio del Vangelo, un Dio inedito, un Dio che sorprende, un Dio non più tremendum ma solo fascinans”. La speranza, quindi, “è che per i nati in questo millennio, in questo secolo, non basta affacciarsi al parapetto aspettando di vedere come deve andare a finire, ma che essi debbano decidere come deve andare a finire e a partire da ciò, come diceva Bonhoeffer, pensare e sperare solo ciò di cui risponderanno agendo”. La misericordia, cifra della Chiesa e del pontificato di Francesco, che, però, “non è più intesa solo come un insieme di opere buone, non è più assunta solo come virtù privata, ma diventa la precondizione perché continui la vita sulla terra, diventa il nuovo criterio del politico, al posto del criterio belluino dell’amico-nemico”. D’altronde, scrive ancora, “questa è la tesi della mia vita: l’amore come risposta alla crisi”. La Chiesa, “carne umana di Cristo”, per La Valle vive un “passaggio di fase […] da un cupo pessimismo antropologico, professato dai profeti di sventura, a una gioiosa (Evangelii Gaudium!) voglia di riprendersi il futuro e di imprimere una svolta alla storia. E’ la novità portata da papa Francesco. Egli ha avuto il coraggio di delegittimare l’intero sistema economico mondiale definendolo come ’un’economia che uccide’, e denunciandolo come un sistema che esclude grandi masse di uomini e di donne trattandoli come avanzi e come scarti”. Ma il cambiamento non deve e non può avvenire solo nel mondo ma anche e innanzitutto nella Chiesa, nel suo immaginarsi e porsi nella sua missione: Papa Francesco è l’esempio del “superamento dell’idea di un cristianesimo come sovranità, come cristianità, cioè come civiltà, come potere”. “La Chiesa non è il cristianesimo realizzato, come il socialismo reale, ne è solo il segno e lo strumento, come dice il Concilio; non è la società umana trasformata in regno di Dio, ne è invece l’ospedale da campo, come dice Francesco, quella che lava i piedi, quella che con la società umana non ha altro rapporto che la misericordia, perché solo nella misericordia è la verità; la Chiesa è quella che, spoglia del potere, con forza profetica dice al potere che il re è nudo, che l’economia uccide, che il denaro domina e che l’umanità per nessuna ragione, né politica, né economica, né religiosa può essere divisa in eletti e scartati”. Anche su un piano antropologico agisce questa rivoluzione dello sguardo: l’uomo, scrive La Valle, “è naturalmente sempre riconosciuto nella sua condizione creaturale di indigenza, finitezza e povertà, ma non è mortificato come se fosse un fuscello nelle mani di Dio né come una coscienza appaltata alla Chiesa; la sua dignità è la dignità di colui di cui porta l’immagine, e il Vangelo oggi annunciato gliela riconosce anche se non ha fede, gli riconosce la dignità della sua opera, il lavoro, e gli riconosce la libertà della sua decisione etica, che non sta fuori di lui, ma dentro di lui, sta nella coscienza in cui il Concilio ha visto lo scrigno di Dio, e se la Chiesa l’invade papa Francesco la chiama un’ingerenza, perché si è fatto umanità nel Figlio”. La sua critica dell’integrismo religioso (cristiano e non) si affianca a quella del laicismo: “Lo schema su cui si muove l’Occidente suppone che da questa pseudo guerra di religione si esca con la laicizzazione, con la secolarizzazione, con la riduzione della religione a un dimensione privata”. Invece, “non si può reprimere o dissolvere, in nome della laicità, la potenza di rinnovamento e di resistenza all’iniquità che prorompe dal Vangelo”. “Voglio farvi una confidenza, soprattutto ai più giovani”, può essere la conclusione ideale che La Valle sembra consegnarci. “Mi sono chiesto più volte che cosa ha salvato la mia vita, che cosa l’ha resa così lunga e benedetta. Fino a ieri io rispondevo: sono state le due vestali, le due forze della mia vita, il lavoro e l’amore. Dall’inizio e fino ad ora. Ma ora mi sono accorto che è stata la parola. Ho lottato perché non mi fosse tolta la parola. Ho vissuto per ascoltare, per dire, per scrivere la parola. Ho capito che quello che salva, che crea, che mantiene in vita, è la parola”. Parola che è anche “grido dei poveri, degli oppressi”. E di parole, come quelle che ancora, a quasi 90 anni, ci regala La Valle, ne abbiamo davvero bisogno.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 14 giugno 2019

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Il Dio dell’impossibile e della misericordia: un incontro a Casa Cini

10 Giu

Silvia Zanconato e Piero Stefani hanno riflettuto sul Magnificat e sulla parabola del figliol prodigo

p6040464.jpg“Note di Scrittura. Il canto di una Madre e la festa di un Padre” è il titolo dell’incontro svoltosi la sera del 4 giugno scorso nel salone di Casa Cini a Ferrara. Un appuntamento organizzato dall’Ufficio per la Pastorale Universitaria e per la Cultura, dall’Ufficio Catechistico Diocesano e dall’Ufficio Ecumenismo e Dialogo interreligioso della nostra Diocesi, che ha visto come relatori Silvia Zanconato e Piero Stefani, la prima intervenuta sul tema “Grandi cose, tra memoria e profezia (Lc 1, 46-55)”, dedicato al Magnificat, mentre il secondo su “Riscrivere la parabola: il terzo fratello (Lc 15,11-32)”. Dopo la presentazione da parte di don Paolo Bovina, la Zanconato ha iniziato il suo intervento riflettendo su come “nella Bibbia la parola ‘speranza’ per la prima volta compaia in bocca a Noemi/Mara nel Libro di Rut: chi meglio può capire la speranza se non chi – come lei – non ce l’ha più? E la Bibbia è piena di mancanza, mancanza di figli, di terra, di libertà, di acqua o di cibo, di vita. I suoi personaggi sono spesso fragili, esclusi, scartati, deboli. Tra le categorie dell’impossibile – ha proseguito la Zanconato -, vi è anche quella della sterilità, che è la cifra del non-senso: la speranza, nella Bibbia, risiede in un ventre gravido”. Ma, paradossalmente, la sterilità nel testo biblico può diventare “promessa di futuro, speranza assurda, qualcosa a cui si può solo credere. Così è per Maria e per sua cugina Elisabetta: la prima, grembo acerbo, troppo giovane per diventare madre; la seconda, grembo avvizzito, troppo vecchia per generare”. Con Maria, quindi, si ha “una nuova categoria dell’impossibile: una vergine che partorisce, una nuova impossibilità che con Dio diventa possibile. Maria è beata perché ha creduto alla promessa del Signore, e la abita. Ma ciò che le darà definitiva fiducia – sono ancora parole della relatrice – sarà l’affetto, la benedizione e la fiducia di Elisabetta nei suoi confronti, che le permetteranno di cantare al Signore il Magnificat”. Quest’ultimo è “un canto di liberazione, rivouzionario, che non promette di sostituire un potere all’altro ma ribalta criteri considerati inamovibili. Come lei, altre donne nella Bibbia – Miriam (sorella di Mosè), Deborah, Giuditta – intonano canti ‘rivoluzionari’, sono quindi collaboratrici dell’impossibile, impensabili voci della speranza, vere figlie di Israele che cantano la via di un Dio che compie la sua promessa. Maria, gravida della Parola di Dio, crede in questa promessa, e ora con occhi nuovi, con gli occhi di Dio, può leggere in profondità la storia, può avere speranza”. Sulla cosiddetta parabola del figliol prodigo – chiamata anche del padre misericordioso – si è invece concentrato Stefani. Nel versetto 17 è scritto: “rientrò in se stesso”, cioè il figlio prodigo “non solo ritorna a casa ma prima torna a sè: non è dunque solo un discorso etico, ma un ritorno al padre, un tornare anche all’altro da sè, a un altro che possa avere misericordia di lui. Una volta ritornato, però – ha proseguito Stefani -, non troverà solo misericordia – che presuppone un rapporto a due – ma anche la questione della giustizia, che presuppone sempre un rapporto a tre”, un terzo (un “giudice”): ha cioè a che fare anche col fratello maggiore, che rappresenta gli scribi e i farisei. Fratello maggiore che, a differenza del prodigo, “non uccide la paternità ma la fratellanza (‘questo tuo figlio’ chiama il fratello minore rivolgendosi al padre, v. 30), poi però recuperata dal padre stesso (‘questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita’, v. 32). La parabola si conclude con queste parole. Nel 1907 Andrè Gide ha cercato di immaginare cosa potrebbe accadere successivamente: ne “Il ritorno del figliol prodigo” ipotizza che ci sia “un terzo fratello, molto più giovane rispetto agli altri due, che, come il prodigo, vuole partire, per realizzare ciò che lui non è riuscito a realizzare” e in questo sarà spronato e aiutato dallo stesso fratello.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 14 giugno 2019

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“Guardate la realtà senza paura, per formarvi un giudizio che sia davvero vostro”

10 Giu

Siobhan Nash Marshall, docente di filosofia a New York, è intervenuta lo scorso 6 giugno all’Università di Ferrara

2“La noia è dominante nelle nuove generazioni, e le rende inermi e impaurite”: non ha cercato giri di parole Siobhan Nash Marshall, presidente del Dipartimento di Filosofia del college Manhattanville College di New York, nel suo intervento tenuto al Polo degli Adelardi dell’Ateneo ferrarese. Oltre un centinaio di giovani ha partecipato all’incontro dal titolo “La noia e la possibilità del bene”, organizzato dalla Fondazione Enrico Zanotti in collaborazione con Gioventù Studentesca, Centro Culturale L’Umana Avventura, Student Office e Uniservice. L’evento ha visto l’introduzione di Teresa Negri di Student Office, il saluto di Anita Gramigna, Docente del corso di Scienze Filosofiche e dell’educazione, mentre le conclusioni sono toccate a Maria Tiozzo Bon. “Il messaggio trasmesso da questo enorme apparato educativo in Occidente è negativo, è il ‘modello salsiccia’ ”, ha spiegato la Nash Marshall: “come per fare la salsiccia si butta tutto insieme nel macinatore, così a livello educativo non si aiutano i giovani a discernere, a comprendere, ma si ‘buttano’ solo nozioni. La conoscenza, invece, per essere possibile deve sia partire dal centro dell’uomo, dalla sua mente, sia essere condivisibile con gli altri: nella sua essenza, infatti, è relazione di una persona con la realtà, e quindi non può non essere una domanda di senso”. La noia, come detto, provoca paura, “anzi terrore” nei giovani, “lontani dal reale”, creando, inoltre, un vero e proprio circolo vizioso, per cui l’allontanarsi dalla realtà rende gli individui sempre più spaesati nei confronti della stessa. A questi giovani “confusi” viene somministrata “un’unica formula, spacciata per realtà: sono quindi abituati a credere a ‘s****zate’, disinteressandosi di cos’è vero e di cos’è falso, di cos’è bene e di cos’è male, senza avere gli strumenti per formarsi una propria opinione”. “La vostra generazione – ha proseguito rivolta ai tanti giovani presenti – ha dunque un compito bruttissimo: in un mondo come questo, senza tempo, nel quale si vive di attimi (come Kierkegaard ha focalizzato nella figura dell’uomo estetico), in cui non si vuole più ascoltare, nel quale perciò l’individuo ha paura di poter smascherare se stesso, avete il compito di tornare a guardare la realtà senza filtri o schemi, riacquistando fiducia in voi stessi, per poter vivere una vita più consona alla nostra natura”. Questo è, d’altronde, “il vero senso della cultura”. “Il mondo è bello, è positivo, la realtà, in ultima analisi, è positiva: sta a voi guardarla in faccia senza paura”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 14 giugno 2019

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Quella fragile e carnale umanità nelle opere di Marcello Darbo

10 Giu

La nuova personale dell’artista ferrarese, dal titolo “Fragile. Maneggiare con cura”, inaugura venerdì 14 giugno alle ore 18 nel suo studio in via Vittoria a Ferrara

OLYMPUS DIGITAL CAMERALa nuova personale di Marcello Darbo dal titolo “Fragile. Maneggiare con cura” – che inaugura venerdì 14 giugno alle ore 18 nello studio dell’artista (via Vittoria, 22/b) – raccoglie una quindicina di opere su cartone, sfruttando in alcuni casi i diversi lati del supporto per dar vita a veri e propri “polittici”. Darbo torna a esporre dopo “Carne italiana” dell’estate 2017 e “Rifugi di Umanità”, esposta nel 2016 nella Casa d’arte “Il vicolo” a Bondeno. Una gestualità, quella di Darbo, spesso rapida, decisa, un tocco quasi impetuoso, espressione di una forte tensione interiore, di chi non intende disperdere l’energia ma cerca di concentrarla, così da far emergere l’essenziale. Da questa grazia che innerva la mano dell’artista, di rendere con poche pennellate corpi umani disadorni ma mai impersonali, emerge una moltitudine che solo a uno sguardo superficiale può apparire seriale. Al contrario, l’invito è ad abbandonarsi all’incedere di queste figure – spesso nette nella propria virilità o femminilità, e perlopiù monocrome –, a questa costellazione carnale, per notare, di ognuna, l’ineliminabile alterità. Solo così, forse, si può in qualche modo far emergere l’essenza della condizione umana, senza fronzoli o inganni, ma ammirandone la natura caduca, al tempo stesso cruda e sobria. In questo risiede il fascino di questa esposizione: coinvolgere l’osservatore perché si appassioni a questi corpi fragili, ai loro movimenti e alle loro forme, lasciando che l’immaginazione e l’inconscio aggiungano storia, dinamicità, densità e bellezza. Simili a primitivi ammiratori di incisioni rupestri, proviamo dunque a farci prossimi a questi segni con occhi vergini, a denudarci di inutili sovrastrutture mentali per coglierne a pieno l’armonia, la voluttà, la commovente fragilità.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” il 14 giugno 2019

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La natura trasfigurata nelle opere di Daniele Cestari

10 Giu

img_20190604_180245.jpgPaesaggi spettrali, incantati, composizioni di macchie dove una luce flebile, malata, spegne i contorni. Di estremo interesse l’ultima mostra personale del pittore Daniele Cestari, visitabile a Ferrara nella Sala Mediolanum in via Saraceno, 18/24 fino al 21 giugno. “Altri paesaggi” è il titolo del progetto espositivo dove atmosfere rarefatte convivono, come scrive il curatore Lucio Scardino nel catalogo, con strati di “fogli lacerati, spartiti musicali, registri contabili, frontespizi di vecchi libri, appunti manoscritti con bella calligrafia”. In parete è possibile ammirare ambienti naturali onirici, come evaporanti, che sembrano perdere la propria consistenza per divenire rappresentazione di un’inquietudine recondita. O le montagne, che ricordano quelle “incantate” di Michelangelo Antonioni nella propria metafisicità. Un’intuizione riuscita, dunque, quella di Cestari, capace di donare un’aura malinconica alle opere. Una malinconia, però, essa stessa indefinita, non mirata a un oggetto particolare, fonte di una vaga nostalgia, che avvolge in un senso di tedio e spaesamento profondi, difficilmente vincibili. Infine, un terzo “blocco” di tele – oltre a quello delle pianure e delle montagne – è rappresentato da alcuni monumenti della città di Ferrara (omaggiata anche con un’opera dedicata a San Giorgio e il drago): porte e portoni antichi, simboli arcani, inviti misteriosi ad accedere non in un luogo ma in una dimensione altra.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 14 giugno 2019

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“Contro la violenza sulle donne? Auto mutuo aiuto per rincominciare a vivere”

3 Giu

Alcuni mesi fa a Ferrara è nato il gruppo “Dire basta” per donne che hanno subito o subiscono violenza. Un gruppo fondato sulla fiducia, la riservatezza e la sospensione del giudizio. Per aiutare le vittime a superare il proprio trauma e a denunciare

violenza donne 4Aiutare se stesse e altre donne che vivono o hanno vissuto situazioni di violenza fisica e psicologica. Da questo presupposto, apparentemente elementare, nasce l’idea, da sei mesi anche a Ferrara, di dare vita a un cosiddetto “Gruppo di Auto-Mutuo-Aiuto” (A.M.A.), piccole comunità di donne, di qualsiasi età o provenienza, convinte di quanto sia fondamentale il confronto e il sostegno reciproco tra “pari”, tra donne vittime della violenza maschile. Un tipo di solidarietà “dal basso”, informale, che a Ferrara mancava, e che ora vede circa 11 donne partecipare agli incontri settimanali. “Dire basta” è il nome del piccolo gruppo A.M.A. nella nostra città, sostenuto da Agire Sociale, a cui, lo scorso dicembre, hanno dato vita Cristiana e Alla, cercando di replicare una simile esperienza presente a San Giovanni in Persiceto (BO), dove dal 2015 è attivo il gruppo “Mai più”, inizialmente composto da cinque donne, mentre oggi conta una 30ina di partecipanti. Da vittime di violenza a pioniere del mutuo-aiuto “Mai più” e “Dire basta” sono i primi due gruppi informali di Auto-Mutuo-Aiuto in Italia per donne che hanno subito o subiscono violenza. Esperienze simili, fortunatamente, stanno nascendo anche in altre città. Del gruppo nato 4 anni nel comune bolognese fanno parte donne di ogni età – anche 15enni – e di ogni provenienza. “Qui – ci racconta Cristiana – vi sono entrata dopo un lungo percorso di psicoterapia e mi sono sentita fin da subito compresa e ascoltata e soprattutto non giudicata”. Un ambiente “ideale” per trovare il coraggio di uscire dalla paura e dal senso di colpa, e per vincere quell’omertà che spesso si aggiunge, come una seconda violenza. “La violenza sulle donne è un mondo perlopiù sommerso, che difficilmente viene a galla. Inoltre – prosegue -, spesso la vittima è da molti giudicata, fatta sentire in colpa, costretta a doversi giustificare per quello che ha subito”. È un meccanismo micidiale, la donna invece che vittima si sente responsabile, inizia ad autocolpevolizzarsi, con ripercussioni psicologiche spesso devastanti. “Noi cerchiamo di rompere questo muro di isolamento che spesso rinchiude le donne. Il senso del gruppo sta nel condividere un dramma, un comune disagio – ci spiega Cristiana -, e al tempo stesso nel trovare le risorse per uscire dalla violenza stessa, in quanto ti senti aiutata a guardare avanti, capisci che non sei solo quello che ti è successo ma molto di più. E, inoltre, nel far questo, possiamo diventare anche un monito per altre donne”. La solidarietà tra loro è totale, lo si nota dall’affetto e dalla comprensione profonda, che trapela dai loro gesti e dalle loro parole. Ognuna non vive più solo per sé, col proprio dolore e nel proprio passato o presente terribile, ma ragiona, agisce, piange e ride sempre con le altre, sempre al loro fianco. “Ricordo, ad esempio – sono ancora parole di Cristiana -, il caso di una ragazza di 16 anni, a cui il gruppo di S. Giovanni ha dato la forza di denunciare”. “Qui – ci racconta invece Alla – per la prima volta dopo la violenza che ho subito, sono riuscita a piangere. Nel gruppo riesco ad affrontare tutto, del tuo dolore se ne fanno carico le altre, e quindi ti senti sollevata, e non poco. Alcune di noi diventano tra loro amiche anche al di fuori del gruppo, ci si chiama se si ha bisogno a qualsiasi ora del giorno o della notte. Nel gruppo – prosegue – non mi sento sola, mi sono liberata dalla paura e dal senso di colpa: aiuto le altre e aiuto me stessa. Un’altra cosa che ho imparato è a non essere indifferente e a non giudicare gli altri, ma a cercare di comprendere perché una persona si trova in una determinata situazione”. Le regole del gruppo sono poche ma assolutamente fondamentali per gli obiettivi per i quali nasce. Sono essenzialmente due: la riservatezza su ciò che viene raccontato al proprio interno, e la sospensione del giudizio, oltre alla partecipazione libera e spontanea e al rispetto dei tempi di ognuna ad aprirsi, a confidarsi alle altre. Si ascolta, si cerca di comprendere, si aiuta. Si dona la propria esperienza e umanità, evitando critiche o condanne. Questo permette alla fiducia di poter maturare fino a diventare piena, quindi alla persona di potersi aprire e provare, come bene descrive Alla, “quel senso di sollievo che si prova, tanto nel potersi sfogare quanto nell’ascoltare e prendere consapevolezza che non si è sole a vivere o ad aver vissuto certe situazioni”. L’obiettivo è che questo gruppo “duri nel tempo, che le donne sappiano che c’è qualcosa di sicuro nel caso ne abbiano bisogno”.

Gruppo “Dire basta” CONTATTI: Alla 377-2115127 ; Cristiana 345-7263679

—- LE TESTIMONIANZE —-

violenza donne 5Cristiana: “Il mio calvario dai 6 anni fino alla presa di coscienza che non avevo colpa”

“Ho subito abusi per oltre due anni”, è l’orribile racconto di Cristiana a “la Voce”, “dai 6 a oltre gli 8 anni d’età, da un vicino di casa. Molestava me e mia sorella. A 11 anni ne abbiamo parlato con i miei genitori, ma non hanno voluto affrontare la cosa. Negli anni ho iniziato a soffrire di ansia e depressione, ho ancora attacchi di panico, la mia vita quotidiana è stata compromessa, per anni ho avuto anche forti sensi di colpa. E c’è voluto tanto tempo per capire che ero la vittima, non la responsabile. Avevo sensi di colpa per non essere riuscita, io, bambina, a respingere quegli abusi. Ma negli anni ho capito che potevo uscirne e ho iniziato un percorso di psicoterapia che mi ha portato anche al gruppo di Auto-Mutuo-Aiuto”.

L’incubo di Adele: violenze e ricatti dal marito, anche davanti ai figli piccoli

“Con la nascita della mia prima figlia, a fine 2002, paradossalmente è iniziata la fine del mio matrimonio”, è il racconto sofferto di Adele (nome di fantasia), anch’essa parte della famiglia del gruppo A.M.A. “Dire basta” di Ferrara. “Persino la prima notte passata con mia figlia a casa dopo la sua nascita mi ha mortificato: la piccola, nutrita con latte artificiale in ospedale contro il mio espresso desiderio, faticava ad attaccarsi al seno, e il mio ex marito furioso, nel cuore della notte, mentre seduta sul letto cercavo di allattare la bimba, mi insultò e mi urlò che volevo far morire di fame sua figlia con le mie idee da ‘femminista di m…’. Non mi chiese mai scusa”. Tutt’altro. “Sei mesi dopo per una sciocchezza – continua Adele – mi strappò dalle braccia mia figlia, mi prese per lo scollo dell’abito strappandolo e mi chiuse in una camera fino a quando la bimba non ebbe bisogno di essere allattata: quella fu la prima volta che mi mise le mani addosso, la prima in cui mia figlia fu costretta – seppure molto piccola – ad assistere alla violenza fisica di suo padre. Con il senno di poi ora so che avrei dovuto chiudere lì il matrimonio ma non lo feci: me ne assumo ogni colpa”, è il suo rammarico. “Con la nascita del secondo figlio, che ora ha 14 anni, è stato chiaro che diverse opinioni sulla loro crescita e differenti progetti di vita stavano portando noi genitori alla separazione”, prosegue Adele. Nel frattempo, non cessano gli episodi di violenza psicologica, verbale, a volte fisica ai danni della donna, e si ripetono diversi “comportamenti totalmente irresponsabili da parte di lui anche nei confronti degli stessi bambini, tipico di una persona con disturbo antisociale di personalità. Dopo un altro episodio di violenza verbale e fisica sempre davanti ai miei figli, allora non più tanto piccoli, nel 2009 su consiglio di una psicologa gli comunicai la decisione di separarmi. La frase che mi disse, se allora la trovai crudelmente inutile e irrealizzabile, ora suona come una minaccia realizzatasi: ‘Se mi porti in tribunale, farò di tutto per portarti via i figli!’ ”. Continuano, negli anni successivi, le violenze di ogni tipo, le minacce, i ricatti. Adele, ora, denuncia, “da 43 mesi” può vedere la figlia “solo un’ora al mese” ed il figlio “2 ore ogni settimana”, in quanto “affidati a una parente del mio ex marito, e, di fatto, a lui stesso”. Un caso di alienazione parentale vissuto con indicibile sofferenza da Adele, e, dice, “fondato su accuse assolutamente false contro di me”.

“Io, sopravvissuta a un femminicidio, alle vittime dico: ‘denunciate subito’ ” : la testimonianza di Alla

“Nel 1995 mi sono trasferita dal mio Paese d’origine, la Russia, in Italia. Sarei dovuta rimanere per soli tre mesi ma scelsi di viverci, perché mi ero innamorata di lui”. Lui è l’uomo, un modenese, che sposerà, e che col quale avrà una figlia, oggi 23enne, e un figlio di 15 anni. Lei è Alla, laureata in ingegneria elettronica, viva per miracolo dopo essere stata pestata, gettata in un canale, rinchiusa nel bagagliaio di un’auto e nuovamente percossa dal suo ex marito. “Prima, mi sentivo colpevole – ci racconta -, perché ero innamorata di lui e quindi non comprendevo quel filo sottile che separa l’amore dalla possessività e dalla violenza, anche psicologica e verbale. Ti abbandoni a lui, stai a casa perché lui vuole così, non lavori, non esci nemmeno il pomeriggio a prendere un caffè o la sera a mangiare una pizza con un’amica, perché, lui mi diceva, ‘sono le puttane che escono la sera da sole’ ”. Da sole. Cioè senza un uomo a controllarle. “In 18 anni di matrimonio non sono mai uscita a mangiare una pizza con le amiche. Aveva plagiato me e i miei figli. Mi considerava un suo oggetto”. “Il primo schiaffo – ci racconta ancora – me l’ha dato quand’ero incinta di mia figlia di sei mesi, perché avevo messo una camicetta che secondo lui era troppo sexy. Mi disse: ‘se vuoi andartene, prima abortisci e poi vai via’. Ma feci l’errore di perdonarlo, quella volta e tante altre, perché ogni volta mi chiedeva scusa. Poi ha iniziato a dirmi: ‘Sei grassa come una mucca, ma come sei brutta. Ti sei guardata allo specchio? ’, e mi faceva sempre sentire in colpa per ogni minima cosa. Nel 2001 ho iniziato a soffrire di depressione. Anni dopo, nel 2008 ho scoperto che aveva un’altra donna e un altro figlio, che naturalmente manteneva, mentre da noi i soldi non bastavano mai. Quando l’ho affrontato, lui mi ha minacciato di nuovo e mi ha picchiato. Non l’ho denunciato, ma sono andata dal mio medico. Ma cos’altro potevo fare? Avevo tre figli, un mutuo sulle spalle. Come sarei potuta andare avanti da sola, con i miei lavoretti part time? Io volevo solo dare la miglior vita possibile ai miei figli. Per quello ho iniziato a sopportare: per i miei figli”. Nel 2014 l’incubo diventa totale, avviene l’episodio in cui Alla rischierà seriamente di essere uccisa da quest’uomo: “una notte, era luglio, mi ha svegliato tirandomi per i capelli e urlando. All’inizio non capivo cosa volesse. Mi ha buttato giù per le scale e trascinato in mezzo alla strada, sempre picchiandomi: mi accusava di tradirlo. Capivo bene che rischiava di ammazzarmi. A un certo punto mi ha preso e buttato in un canale lì vicino. Approfittando del fatto che se n’era andato, sono uscita dal canale e ho iniziato a camminare lungo la strada principale per chiedere aiuto. Ma lui mi ha visto, allora sono scappata, ma sono rimasta impigliata cercando di scavalcare un guardrail. Lui mi ha raggiunto, mi ha tirato per i capelli e mi ha buttato nel bagagliaio della macchina. Mi ha preso a sprangate le gambe: ‘così non corri più’, disse. Ogni tanto fermava la macchina e tornava a picchiarmi. Mi ha salvato il fatto che lui abbia chiamato al telefono un cliente del bar, convinto che fosse il mio amante. Ha iniziato a picchiarmi mentre era in vivavoce con lui, voleva che io confessassi il tradimento. Alla fine, ho anche provato a confessare questa cosa non vera, speravo di placare così la sua rabbia, non sapevo più che fare. Dall’altra parte della linea, quella persona è riuscita a chiamare i Carabinieri ma non sapeva dove eravamo. Intanto mio marito mi aveva rinchiuso nel bagagliaio e aveva ricominciato a guidare. Lì dentro ho realizzato che ormai mi mancava poco. Non ho ’visto’ la morte in faccia, ho ‘sentito’ la morte. Gli ho chiesto di farmi salutare i miei figli, era il mio unico pensiero prima di morire. Una volta arrivata in casa, mi ha ripreso dall’auto e buttato dentro. Ha ricominciato a picchiarmi. Ormai non sentivo più nemmeno il dolore. Dopo un’ora e quaranta minuti, i Carabinieri mi hanno trovata e portata in ospedale in ambulanza, a Bologna. Poi l’ho denunciato, al processo ha avuto il rito abbreviato e poi il patteggiamento: gli hanno dato appena un anno e dieci mesi, è stato libero subito. Dopo 2 mesi di carcere e 4 ai domiciliari, era di nuovo libero”. L’incubo non era finito. “Una notte è entrato in casa e ha provato a strangolarmi. Non voleva che chiedessi la separazione, voleva togliermi i figli, vittime anch’essi di violenza assistita. Non ho sporto di nuovo denuncia: se dopo quello che era successo aveva avuto solo un anno e dieci mesi, cosa gli avrebbero fatto ora solo per qualche livido che mi aveva lasciato sul collo? Mi sono rivolta agli assistenti sociali, ora sono separata ma c’è ancora una causa civile, perché c’è di mezzo un figlio minorenne. Lui ha gli stessi miei diritti. Con il procedimento penale c’è il patrocinio gratuito, ma con il civile no. Lì bisogna pagare e tanto. Come faccio a pagare il consulente tecnico d’ufficio nominato dal giudice? Per trovare duemila euro, devo lavorare tre mesi. Anche questa è violenza economica”. Insomma, conclude amaramente Alla, “per molti uomini la libertà di una donna ha un prezzo. Se lo paghi, alla fine sei libera”. Un costo alto, fatto di violenza fisica e psicologica, a volte pagato con la stessa vita. “Mi considero una sopravvissuta di femminicidio. Per questo alle donne vittime di violenza dico: ‘denunciate subito’ ”. Ora Alla gestisce un bar a Pieve di Cento. “Da cinque anni dormo sul divano con la tv accesa per la paura, devo controllare la porta d’ingresso, se qualcuno cerca di entrare, tengo con me sempre uno spray al peperoncino, e ho fatto un corso di autodifesa. Non riesco a fare la spesa da sola, per esempio, in quanto soffro di attacchi di panico. Ma ho un nuovo compagno”. Nel portafoglio conserva una foto che un’amica le scattò appena arrivata in ospedale, distesa sul lettino, il volto tumefatto e pieno di terrore. “Perché la tengo? Perché a volte ho avuto la tentazione di mollare tutto. Sono troppe le spese per l’avvocato, troppa la paura. Ma voglio andare avanti”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 7 giugno 2019

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La viva tensione in quei corpi che paiono nulla

3 Giu

Si intitola “La materia in sottrazione” l’importante personale dell’artista bolognese Adriano Avanzolini, esposta nella Galleria del Carbone di Ferrara fino al prossimo 9 giugno

dsc00014Il combattimento interiore della persona, ridotta a cosa fra le cose, eppur viva nella connaturata vocazione alla ricerca e a un approdo di senso. E’ denso di significati di smisurata profondità, il quarantennale percorso artistico di Adriano Avanzolini, artista bolognese classe ’45 la cui ultima personale, dal titolo “La materia in sottrazione”, una sorta di mini antologica, è ospitata fino al prossimo 9 giugno negli spazi della Galleria del Carbone di Ferrara. Nell’esposizione – a cura di Sandro Malossini e con presentazione in catalogo di Pasquale Fameli – sono presenti un ciclo di sculture in terracotta e lavori su carta e tela ad acrilico di grande dimensione. “E’ una pittura – spiega lo stesso artista nel testo in catalogo – dove il nero domina spesso, a spatolate larghe, come una ricerca di chiarezza che corrisponde al desiderio di sintesi e misura. Sperimento le infinite possibilità degli in-croci, dell’unione di espressioni artistiche vicine che accentuano la trasparenza in una meditazione espressiva silenziosa, sulla soglia che divide l’inizio dalla fine, dove tutto, insieme, esalta il discorso artistico”. In molte opere – soprattutto degli anni ’70, e alcune più recenti – spiega ancora Avanzolini, “rendo manifesto il luogo dove l’uomo esprime se stesso, mentre aspira ad una realtà superiore o si annichilisce. Passioni umane, torbidi mescolii, si fondono con elementi domestici inconsapevoli a fare un tutt’uno di simbolo e immagine concreta, teatrale”. Una quotidianità, come la definisce il critico Fameli, “squallida e insignificante”. Con il “Teatro del quotidiano” (1974), prosegue Fameli, “l’artista inscena e orchestra infatti i gesti di un’umanità oggettualizzata, ridotta a simulacro di se stessa, logorata dall’incrocio tra conflitti privati e collettivi. […] La collocazione di figure anonime e malinconiche in ambientazioni scarne, fatte di vecchie sedie in legno, poltroncine sdrucite, brande e tavolacci, assume nella ricerca di Avanzolini una più spiccata valenza metafisica”. I corpi fortemente sessuati, le pose e i gesti scabrosi riempiono la “scena”. Questa sorta di “cupio dissolvi” che sembra pervadere i residui di volontà di questi corpi relittuali agisce dentro una tensione che pare irrisolvibile, così da acquistare pienezza anche se mutilati, sensualità nella propria immobilità, soggettività nella paralisi. Sono attori, seppur di un palcoscenico assurdamente muto. Proprio questi “scarti” di vita, dove sembrano indicare una nullificazione, richiamano invece scintille di passioni forse non del tutto sopite, scampoli di tensioni soffocate, fossilizzate e scomposte, eppure magmaticamente vive. Come scrive lo stesso Avanzolini, “forme di vuota apparenza sono utili a prefigurare uno stato d’animo che, compenetrato nelle tenebre terrene, conduce chi guarda verso più alte aspirazioni. Lo spettatore è parte dell’opera, superandola, e tale pensiero non contribuisce a rendere più vivibile la vita”. Negli anni ’80 questa de-composizione raggiungerà una radicalità quasi estrema, la quale, pur non arrivando all’informalità, minimalizzerà comunque forme e linee, fino a svuotarle, per riempirle di nuova luce ed energia. Queste forme povere ed esangui riacquisteranno anima in alcune opere degli anni ’90 e 2000, dove simboli religiosi – anche cristiani, come la croce o il vincastro – e mitici o arcaici, faranno la loro comparsa. “Le croci – scrive ancora l’artista -, dove i vuoti prevalgono, definiscono lo spazio della scultura, la mia scultura, alla fine del millennio. Ho spogliato l’involucro carnale, accontentandomi della semplice trama che non arma il cemento, ma lo spazio. […] E’ stata emendata la scultura da ogni sensualità, ridotta all’osso. Ciò che avvicina è la vocazione al senso”. La mostra, che ha il patrocinio del Comune di Ferrara, sarà visitabile fino al 9 giugno con i seguenti orari: dal mercoledì al venerdì dalle ore 17 alle ore 20; sabato e festivi dalle ore 11 alle 12.30 e dalle 17 alle 20; lunedì e martedì chiuso.

 

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 7 giugno 2019

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