«Sentire il dolore dell’altro»: il card. Pizzaballa a Ferrara

6 Mar

L’intervento del Patriarca Latino di Gerusalemme nel Monastero del Corpus Domini: «a Gaza la situazione è indescrivibile e in Israele e Palestina servono nuove leadership. La Chiesa non si fa strumentalizzare da nessuno. Le mie comunità mi danno gioia» 

Un silenzio colmo di rispetto e attenzione ha dominato l’ora abbondante nella quale il card.Pierbattista Pizzaballa,Patriarca Latino di Gerusalemme, ha risposto alle domande di Cristiano Bendin (Caposervizio “Il Resto del Carlino” di Ferrara). L’occasione è stato il primo incontro dell’Ottavario di S.Caterina: la sera del 1° marzo oltre cento persone si sono ritrovate nel coro del Monastero del Corpus Domini di Ferrara, ospiti delle Sorelle Clarisse.

VIVERE NELLA MISERIA

Il card. Pizzaballa è punto di riferimento dei cattolici nei territori palestinesi:«circa un migliaio sono i cristiani, compresi gli ortodossi, nella striscia di Gaza, mentre alcuni abitano a Rafah», ha spiegato. La situazione a Gaza è «indescrivibile», ha aggiunto:«tutti i cristiani hanno perso la propria casa e ora la difficoltà principale è avere viveri e acqua. Come cristiani siamo fortunati perché abbiamo un pozzo, anche se scarseggia il gasolio per farlo funzionare, ma l’acqua inquinata sta iniziando a portare malattie». E non molto tempo fa «1 kg di pomodori era arrivato a costare l’equivalente di 150 euro, ora si fa fatica a trovare». E mancano medicinali. «Molte persone vivono nelle tende, ma tante altre vivono proprio per strada. E non esiste più un ordine pubblico». Questa la realtà nella Striscia di Gaza.

IL DOLORE DELL’ALTRO

Se il cristianesimo è «uno stile di vita prima che una religione», ha poi aggiunto, la fede cristiana deve «parlare alla vita, deve far comprendere come la pace non significa vittoria sull’altro, sconfiggerlo, farlo tacere o sparire», ma «inclusione dell’altro, suo coinvolgimento, sentirlo parte di sé, sentire anche il suo dolore. Come cristiani abbiamo nel cuore tanto gli israeliani quanto i palestinesi. L’altro, invece – sono ancora parole del cardinale -, qui è percepito come causa del proprio dolore:ciò rende impossibile ogni dialogo.Parlare con l’altro è interpretato come tradimento». Invece, a noi cristiani, la Croce «continua ad insegnarci che il male si vince amando gratuitamente: non è utopia, incontro persone che lo vivono». Qui, invece, «stiamo affogando nell’odio veicolato anche da un linguaggio che deumanizza l’altro».

QUALE FUTURO PER I DUE POPOLI?

Riguardo al futuro dei due popoli, in Israele – ha detto il card.Pizzaballa – «esiste una procedura democratica che porterà a nuove elezioni, mentre in Palestina non è così»: di certo, «Abu Mazen non è il futuro della Palestina, e dentro la stessa popolazione palestinese  c’è il desiderio di un forte cambiamento di leadership. L’ANP dev’essere ricostruita e di certo il Governo israeliano ha grosse responsabilità nel tenerla divisa». 

Non si può tornare alla situazione pre 7 ottobre, di questo il card.Pizzaballa ne è certo: «ciò che è accaduto non si può ripetere». 

Per quanto riguarda poi i possibili attori internazionali, gli Stati Uniti come i Paesi arabi «sicuramente avranno un ruolo importante, mentre l’Europa no. Molti palestinesi continuano a dirmi: “vogliamo ricostruire con chi si è dimostrato vicino a noi in questi tempi”. E una cosa simile la dicono anche gli israeliani».

ANTISEMITISMO, DIALOGO ED EQUIDISTANZA

Alla domanda sull’aumento dell’antisemitismo, soprattutto in Europa, il cardinale l’ha definito «una forma di deumanizzazione, un problema serio. Non tutti gli ebrei sono responsabili delle scelte di Netanyahu». Per quanto riguarda, invece, i rapporti tra le confessioni cristiane, «sono ottimi, c’è più vicinanza rispetto al passato:è quindi uno stereotipo che in Terra Santa  le Chiese si facciano la guerra». E così, lo stesso dialogo interreligioso in questa zona, «deve partire dai rispettivi rappresentanti e dalla situazione concreta». Una situazione non sempre facile anche per chi, come il cardinale, si trova a svolgere un ruolo spesso di mediazione fra le parti.E non di rado viene strumentalizzato. Un recente episodio di questo tipo è stato lui stesso a raccontarlo: riguarda l’aver indossato la kefiah (simbolo del nazionalismo palestinese) in occasione della S.Messa di Natale a Betlemme lo scorso 25 dicembre: «me l’hanno fatta indossare i palestinesi per polemizzare contro la mia scelta di incontrare, il giorno precedente, il Presidente israeliano» Herzog. Un’immagine, quella di Pizzaballa con la kefiah, che a sua volta ha scatenato le critiche dell’Assemblea Rabbinica e di Noemi Di Segni, presidente dell’Unione delle Comunità ebraiche italiane (Ucei).

«La Chiesa, però, non può entrare dentro l’agone, non può sposare nessuna delle due parti: è solo sposa di Cristo. Rifiuto, quindi, letture parziali da una parte e dall’altra». Dopo gli oltre 100 morti a Gaza City nella calca durante l’assalto a camion con aiuti umanitari, di sicuro «il dialogo è venuto meno» ma, in generale – ha aggiunto -, «non credo si arriverà a uno scontro di civiltà. Le civiltà, invece, devono venir fuori in tutta la loro forza e bellezza». Sicuramente – ha proseguito -, «in Palestina c’è stato un aumento della radicalizzazione, Hamas viene vista come la miglior espressione di resistenza e del desiderio di autodeterminazione, ma ci vuole una leadership diversa in grado di neutralizzare queste derive radicali».

«LA MIA ESPERIENZA DI PASTORE»

Infine, le parole del card.Pizzaballa sul proprio servizio in Terra Santa, dove si trova da 34 anni:«nel tempo – ha spiegato – ho acquisito uno sguardo più carico di misericordia, più capace di perdono e di pazienza per gli errori degli altri, anche a causa degli errori che io stesso compio». I momenti più belli «del mio servizio sono le visite pastorali che svolgo tutti i fine settimana, a volte anche a metà settimana: è commovente vedere come la gente vive la propria fede e la vicinanza agli altri». Una nota di speranza nell’inferno.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce” dell’8 marzo 2024

La Voce di Ferrara-Comacchio

“Casa dei Bambini”: alla Sacra Famiglia la «scuola della felicità»

2 Mar

Abbiamo visitato la Scuola d’infanzia “Casa dei Bambini” della parrocchia della Sacra Famiglia a Ferrara. Metodo Montessori per un ambiente di cura e gioia, improntato al senso di responsabilità. E ora anche attento ai bisogni di diversamente abili e anziani

di Andrea Musacci

Quello che può sembrare un piccolo progetto, dice invece molto del luogo che lo accoglie e delle persone che lo hanno voluto e sostenuto. 

Da quasi 70 anni in via Recchi, una traversa di via Bologna a Ferrara, dietro la chiesa (ora anche Santuario mariano) della Sacra Famiglia, c’è la Scuola d’infanzia “Casa dei Bambini”. Lo scorso 24 febbraio è stata presentata alla stampa la nuova piattaforma per disabili e anziani con difficoltà motorie, che rappresenta il primo passo di un progetto più ampio intitolato “Scuola accesso facile – Per la disabilità motoria”, per abbattere tutte le barriere architettoniche, interne ed esterne, dell’edificio. Per l’occasione, erano presenti il parroco don Marco Bezzi, il vicario don Thiago Camponogara, Alessandro Atti (Consiglio Affari economici parrocchiale), Marianna Pellegrini della Fondazione Estense (che ha dato un importante contributo per l’acquisto) e tre delle quattro insegnanti della scuola: Angela Artioli, Franca Parisotto (che ne è anche la Direttrice) e Lara Mazzetto (la quarta insegnante, da poco arrivata, è Antonella Bertolino).

«Per ora non abbiamo persone disabili» (che siano alunni, insegnanti o genitori) – ha spiegato don Bezzi -, «ma in futuro potrebbero esserci: vogliamo essere preparati». La piattaforma è stata installata (e collaudata lo scorso 13 dicembre) a fianco della scala nel cortile d’ingresso su via Recchi, quindi in funzione dal piano di calpestio al piano rialzato. «L’anno prossimo faremo montare un’altra piattaforma nella parte posteriore della struttura», prosegue il parroco, nel cortile dove i bambini giocano e dove le prime suore domenicane fecero costruire una cappella-grotta mariana. Questa ulteriore piattaforma permetterà di scendere alla mensa nel piano interrato e di salire al piano rialzato.

Come accennato, la piattaforma è stata realizzata da “Ferrara ascensori” con l’importante contributo di Fondazione Estense (13 mila euro su 18.500 totali), grazie all’Associazione tra Fondazioni di origine bancaria dell’Emilia-Romagna, per l’acquisto, la progettazione, l’installazione, il collaudo e la sicurezza. Viene aperta e attivata solo da un operatore incaricato, per impedire che i bambini, giocando nel cortile, possano essere “tentati” di manovrarla.

“CASA DEI BAMBINI”, UNA GRANDE FAMIGLIA

La Scuola Materna “Casa dei Bambini” della parrocchia della Sacra Famiglia è parte dell’Opera Nazionale Montessori ed è aggregata alla FISM (Federazione italiana Scuole materne) di Ferrara-Comacchio. Attualmente ospita 75 alunni fra i 3 e i 6 anni di età, di cui la metà straniera (originari di diversi paesi africani, profughi dall’Ucraina, provenienti da Albania, Romania, Moldavia, Iran, Pakistan e Cina) e alcuni di loro musulmani. La Casa dei Bambini è sorta nel 1952 per volontà dell’allora parroco don Adriano Benvenuti e avviata nel ’56 con l’arrivo delle Suore Domenicane della Beata Imelda. Suore che, fin da subito, hanno improntato il loro servizio educativo sulla metodologia didattica di Maria Montessori ideata da lei stessa all’inizio del secolo. Una delle prime suore domenicane alla Sacra Famiglia, suor Fernanda Bersani, fu proprio un’allieva di Maria Montessori.

Attualmente l’edificio è progettato per contenere fino a 150 bambini, e per il pranzo accoglie anche una 60ina di piccoli del doposcuola. Al piano interrato ci sono la sala mensa e la cucina attrezzata, al pian terreno il salone con altre sale e al primo piano, la palestra, il dormitorio (entrambe con le pareti disegnate nel 2017 da suor Alma) e una cappella usata dalle suore, per la Messa mattutina del sabato e per le preghiere con i bambini. Il menù è sempre appeso sulla porta d’ingresso della scuola, affinché i genitori possano sapere cosa i figli mangiano.

Quattro le sezioni – l’ultima aperta nel 2022 – e diverse le donne impegnate nel servizio di pulizia e in mensa, oltre alle tre suore domenicane tuttofare: le filippine suor Marilla, suor Cristina e suor Helen della Congregazione Domenican Daughters of the Immaculate Mother, impegnate nella portineria, nell’accoglienza, nell’insegnamento della lingua inglese, nell’aiuto per il pranzo, nell’accompagnamento dei bimbi per il riposino pomeridiano.

Una scuola montessoriana, quindi, con un’identità ben precisa e con un metodo – ci spiega don Bezzi, «che sempre più scuole stanno adottando, anche nel nostro territorio». Grazie al metodo Montessori, infatti, «il bambino è incentivato a scoprire affiancato dalle maestre, pensata come una sorella maggiore. Qui non esistono cattedre e tutto l’arredamento è ad altezza bambino». A 4 anni iniziano a prendere confidenza con la scrittura, i numeri pari e dispari fino al 10 e la geografia, anche attraverso strumenti come le lettere sensoriali, giochi sonori o colorati. Sono attrezzature costose, molte delle quali presenti – e ancora in perfetto stato – dal ’56. «Il gioco lo scelgono loro, non gli viene imposto», proseguono le maestre. «Questo non significa che c’è anarchia, ma silenzio e rispetto». Ed educazione alla responsabilità: è frequente vedere i bimbi più grandi aiutare i più piccoli, insegnare loro piccole cose, o alcuni di loro, bardati col grembiule bianco, servire ai tavoli durante il pranzo. “Una mano attaccata alla ringhiera e una dietro alla schiena quando si sale le scale”: anche questo viene insegnato alla Casa dei Bambini. Piccoli gesti che fanno crescere donne e uomini grandi, educati e attenti agli altri. «Il bambino non è una scatola vuota da riempire ma una mente pensante, che fa domande», ci spiega ancora don Bezzi. «Qui le maestre devono parlare sottovoce, stare con loro, non dire al bambino “hai sbagliato” ma provare assieme per far crescere la fiducia in sé stesso». 

Le insegnanti della vicina scuola primaria “Mosti” su via Bologna – ci spiega il parroco – «non a caso ci dicono sempre che i bimbi provenienti dalla nostra scuola quando arrivano da loro sono già scolarizzati». Questa è la «scuola della felicità», dice spesso don Marco ai piccoli della scuola. E loro annuiscono, perché questa gioia la vivono, la sentono. Non è qualcosa che viene loro insegnato, ma semplicemente testimoniato.

Pubblicato sulla “Voce” del 1° marzo 2024

La Voce di Ferrara-Comacchio

Apocalisse è consolazione (e verità sul male e la sofferenza)

2 Mar

La lezione di don Paolo Bovina sul testo di Giovanni per l’8^ lezione della Scuola di teologia

Nell’immaginario comune, il termine “apocalisse” è sinonimo di distruzione totale. Non è così: deriva, infatti, dal latino apocalypsis e dal greco apokálypsisοcioè “rivelazione, svelamento, manifestazione”. Ce lo ha ricordato il biblista e sacerdote dell’UP Borgovado don Paolo Bovina in occasione della lezione della Scuola diocesana di teologia “Laura Vincenzi”, che ha ripreso lo scorso 22 febbraio a Casa Cini, Ferrara. “Le sette chiese, una lettura pastorale di Apocalisse” il titolo dell’intervento, cui seguirà, allo stesso orario, giovedì 29 febbraio, la lezione “Esperienze di custodia dell’umano” con relatrice sarà Maria Teresa Spagnoletti (l’incontro si svolgerà esclusivamente on line).

«Apocalisse è un libro estremamente simbolico, dove ricorre spesso il numero 7, numero della completezza», ha detto don Bovina. Di conseguenza, le sette lettere alle Chiese vanno interpretare come «lettera alla Chiesa nella sua totalità». «Io, Giovanni, vostro fratello e vostro compagno nella tribolazione, nel regno e nella perseveranza in Gesù» (Ap 1,9):già dall’inizio si comprende l’approccio del libro. In Giovanni, «non vi è solo la sofferenza, c’è anche una risposta positiva a questa. Il cristiano si distingue per come affronta una situazione di sofferenza.Seguire Cristo non significa non avere difficoltà nella vita, ma cambiare atteggiamento davanti a queste».La perseveranza, infatti, è «conseguenza della speranza:cristiano è chi custodisce nel proprio cuore la speranza di Gesù, senza lasciarsi andare alla disperazione, non abbandonando la gioia». Il fine di Apocalisse è quindi quello di «consolare, di ricordare che andiamo verso la Gloria». Di conseguenza, ha proseguito don Bovina, «la tribolazione non può essere motivo per non testimoniare la propria fede».Anzi, inApocalisse la tribolazione «è la situazione migliore per evangelizzare». Il periodo di Apocalisse, lo ricordiamo, è quello dell’Impero romano, in Asia Minore: qui, il culto a Dio non era vietato ma si doveva sottometterlo a quello dell’imperatore.«Oggi – secondo don Bovina – non siamo molto distanti da una situazione del genere: ad esempio, se domani verrà meno l’obiezione di coscienza come possibilità in casi quali l’aborto, un medico sceglierà l’ingiusta legge dello Stato o la legge di Dio («non uccidere»)?». 

Giovanni in Apocalisse «parla alla luce di un’esperienza contemplativa dello Spirito, della preghiera, non da una sua opinione, da un suo prurito.Parte dall’ascolto dello Spirito». La preghiera non è, dunque, «una fuga dal reale» ma, al contrario, «ciò che ci permette di scavare in profondità nella vita quotidiana, nel reale, per capire anche il domani». Il Signore si rivolge a Giovanni «nell’intimità più profonda», così come conosce la Chiesa nel suo profondo. «La Parola ci è vicina, ma la sente solo chi, col cuore, vuole ascoltarla. E ascoltare porta con sé una fiducia in una promessa, in qualcosa che hai udito e non vedi». Non bisogna, perciò, fare come la Chiesa di Sardi che «dorme, non vigila», non è cioè «cosciente di ciò che gli accade attorno». Da questa «purificazione tramite la Parola di Dio», poi, in Apocalisse si arriverà all’apertura del cielo e della liturgia. Insomma, questo libro ci dice che «il male non ha l’ultima parola. Il male va riconosciuto e combattuto ma nella speranza che non trionferà». Apocalisse è un libro sulla consolazione più grande.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce” del 1° marzo 2024

La Voce di Ferrara-Comacchio

Mitezza e profondità: ricordo di Giuliano Sansonetti

1 Mar

Oltre 80 i presenti lo scorso 24 febbraio a Casa Cini per il pomeriggio in memoria del prof. Giuliano Sansonetti: diversi gli interventi di colleghi, amici, allievi: «traduttore e “introduttore”, figura fondamentale»

Circa 80 i presenti lo scorso 24 febbraio a Casa Cini, Ferrara, per il pomeriggio dedicato a Giuliano Sansonetti, docente, saggista, traduttore e sindacalista venuto a mancare il 6 febbraio 2023. L’evento è stato organizzato innanzitutto dalla vedova Anna Lodi e dalla figlia Silvia, assieme all’Istituto di Cultura “Casa Cini” e all’Istituto Gramsci di Ferrara. Nel suo intervento introduttivo, Piero Stefani ha ragionato proprio sui vari ambiti di impegno di Sansonetti e dell’importanza, nella sua vita, «della parola da ricercare, sempre da scegliere». Un’arte sopraffina, dedicata in particolare a quattro autori: Gadamer, Levinas, Henry e infine Tilliette, di cui era anche amico.

Come amico gli era anche Silvano Zucal, docente di Filosofia Teoretica e di Filosofia della Religione all’Università di  Trento, che lo ha ricordato anche come intellettuale «attento e raffinato» e ha parlato degli studi di Sansonetti sulla cosiddetta “Cristologia filosofica”, ad esempio sulla diatriba fra Tilliette e Fabro del ’76. Risale, invece, al 1988 l’inizio della collaborazione di Sansonetti con l’editrice Morcelliana, rappresentata a Casa Cini dal Direttore Editoriale Ilario Bertoletti che – oltre a sottolineare il suo «tratto garbato dell’amicizia» – si è concentrato sulla sua ricerca teoretica fra ermeneutica, fenomenologia ed etica. «Sansonetti – ha proseguito – ha tradotto testi filosofici importanti del dibattito contemporaneo». E proprio tra «filosofia dell’interpretazione» e «filosofia della traduzione» si è mosso l’ultimo relatore, Francesco Ghia, professore di Filosofia morale all’Università di Trento (assente Piergiorgio Grassi per un grave lutto familiare). Ghia ha riflettuto sull’arte della traduzione come arte ermeneutica simile alla scultura, nella quale fondamentale è l’aspetto del «togliere», per far emergere il più possibile l’essenza del testo originario.

L’essenza e l’essenziale rappresentati nella vita di Sansonetti, dunque. Cuore e semplicità emersi anche dagli interventi successivi, come quello di Roberto Formisano, docente di UniFe, che definito Sansonetti non solo, non tanto un traduttore ma un «introduttore» per aver portato in Italia filosofi del Novecento prima sconosciuti o poco conosciuti. Del suo carattere «solo apparentemente burbero ma in realtà pacato ed equilibrato» ha parlato poi Mirella Tuffanelli, ricordando anche il loro comune impegno nella CISL, mentre il collega di UniFe e conterraneo (marchigiano) Marco Bertozzi ha ricordato il loro percorso simile e il comune maestro Italo Mancini.

Spazio poi ad alcuni suoi ex allievi: Caterina  Simoncello, che lo ha definito come «presenza potente ma sempre delicata e discreta» e capace di «fare filosofia gettando sempre un ponte sulla vita»; Antonio Moschi, che lo ha definito una figura «distinta e accogliente», e Giovanni Albani: «ci chiedeva di interrogare alla pari gli autori e di rendere la filosofia sempre viva, contemporanea», ha detto quest’ultimo.

Sempre viva è rimasta, in Sansonetti, anche la fede in Cristo. Per questo, al convegno è seguita una S. Messa in sua memoria nella vicina chiesa di S.Stefano, presieduta da mons.Massimo Manservigi e accompagnata dall’Accademia Corale “Vittore Veneziani” (di cui era Presidente), che ha eseguito la Messa di Roveredo dello stesso maestro Veneziani.

«Mite nei modi, profondo nel pensiero e fermo nella parola» lo ha definito mons. Manservigi nell’omelia, ricordando il suo intervento a Casa Cini nel marzo 2022 sul tema della “giustizia”, per la “Cattedra dei credenti”. Per Sansonetti, ha detto, «giusto è colui che fa dono di sé, agendo per il bene degli altri. Ora Giuliano può godere del “faccia a faccia” con il Giusto, con l’Altro, cioè Dio».

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce” del 1° marzo 2024

La Voce di Ferrara-Comacchio

Aprire le porte all’altro: partecipazione è relazione

1 Mar

La Prolusione di padre Giuseppe Riggio SJ per la Scuola di politica diocesana: «”compromesso” è una bella parola. Senso di appartenenza contro l’istantaneità del mondo contemporaneo»

Spesso ci lamentiamo dello scollamento tra politica e società: la prima, sempre più percepita come “casta”, la seconda come luogo della “vita reale”. Una semplificazione non solo retorica ma anche pericolosa, causa, negli ultimi 30 anni, di un’ondata di antipolitica della quale non solo non si vede la fine ma che, anzi, permea sempre più idee, prassi e linguaggi.

Partire da questa constatazione è necessario, pur col dovere di non abdicare a uno sterile pessimismo. È l’approccio che ha scelto – nella sua missione di giornalista, oltre che di religioso – anche padre Giuseppe Riggio SJ, Direttore Responsabile di “Aggiornamenti Sociali”, intervenuto lo scorso 19 febbraio a Casa Cini a Ferrara per il primo incontro della Scuola di politica diocesana. “La partecipazione alla vita politica come segno di una cittadinanza autentica”, il titolo scelto per la sua Prolusione. Partecipazione: una parola pesante, carica di significati, che richiama l’impegno, la costanza, il sacrificio, la condivisione, la responsabilità. Un tema critico, più che mai attuale, che a Ferrara ha richiamato 80 persone (45 in presenza, 35 collegate on line), con una dozzina di interventi dal pubblico.

SE LA PORTA RESTA CHIUSA

«Noi cittadini ci sentiamo esclusi dalle stanze della politica, di cui spesso non conosciamo le “forze cieche” che la governano», ha esordito p. Riggio. «Per i più, la politica non è attraente, anzi è il luogo dove ci si sporca le mani, il luogo dei compromessi», in senso negativo. «Ciò porta al rischio di una sempre maggiore separazione tra i due mondi, che rischiano di correre paralleli». La “casta” contro il “popolo”, come dicevamo. Una separazione, questa, «che impoverisce tutti, cittadini e politica, perché impedisce la circolazione di idee, di domande e l’espressione di emozioni e bisogni».

LE CAUSE DELLA CRISI

È importante, però, andare alle radici di questa disaffezione nei confronti della politica, non limitandosi a una lamentela populista contro il “potere”: «viviamo sempre più in una cultura centrata sull’individuo e sui suoi bisogni, una cultura contrapposta all’idea di comunità», ha riflettuto p. Riggio. «Ciò finisce per frammentare e spezzare i legami». Le cosiddette «piazze virtuali», cioè la “partecipazione digitale” non fanno che acuire questa dinamica: «il rischio è di non uscire da questa bolla. Gli stessi algoritmi ci lasciano nel brodo culturale nel quale già ci troviamo, nei nostri piccoli circoli. Così non si crea vera partecipazione, non si aiuta la democrazia». E terzo, ma non meno importante, il «fattore tempo»: la partecipazione politica è anche disincentivata «dalla rapidità, dall’istantaneità dei tempi della vita di oggi. Siamo nel tempo del “tutto subito”». Da qui, la «politica pop», fatta di spot, di annunci, che parla alla pancia. L’esatto opposto della partecipazione, «che ha bisogno di tempo, anche di tempi lunghi». L’opposto di una «politica di visione». «C’è bisogno di tempo», ha aggiunto p. Riggio: «tempo per incontrarsi, per ragionare, per discutere». 

Anche nel mondo del volontariato, spesso (e a ragione) lodato perché centrato sulla gratuità, si nota come buona parte delle persone attive siano ormai i cosiddetti «volontari senza divisa», cioè che si impegnano solo per un singolo evento o progetto.

POSSIBILI RISPOSTE

Fare leva sulla responsabilità nei confronti degli altri: questa potrebbe essere una prima necessaria risposta alla crisi della partecipazione. «Ma in una società dominata dalla cultura dei diritti, quasi sempre individuali – ha riflettuto il relatore -, è molto difficile fare appello al senso del dovere». E appassionarsi a qualcosa, in questo caso alla politica, vuol dire non solo, non tanto usare «la testa», ma anche e soprattutto «il cuore». Un’altra possibile risposta, per padre Riggio, consiste nel «portare fuori dal mondo virtuale quel che c’è di positivo dell’approccio degli influencer». Questi, hanno un grande seguito perché nel proprio ramo «sono considerati credibili: essi, pur dando risposte parziali, rispondono a bisogni sociali e fan credere ai propri follower che la porta del “potere” e del “successo” è aperta anche per loro: “se ce l’ho fatta io, ce la puoi fare anche tu”». Certo, attorno a loro si crea una «community, cosa ben diversa da una vera comunità in quanto formata da fan, da seguaci, da meri ripetitori. Ma rimane che al fondo di ciò vi sia un bisogno di aggregarsi intorno a qualcosa o a qualcuno». 

“APPARTENERE A” 

Insomma, il senso di appartenenza – quello vero, reale, di carne – è fondamentale: «senza di esso non può esserci partecipazione», ha aggiunto p. Riggio. Senso di appartenenza significa «riconoscere che nella propria storia c’è un’origine», delle radici, «ci sono legami». Legami che «proiettano nel futuro» e che ci fanno percepire come «parte di qualcosa di più grande di noi», soprattutto «quando ci sentiamo ascoltati e quando si condividono obiettivi concreti». Oggi, però – è il parere di chi scrive – mancano fedi, visioni grandi, grandi passioni, che danno un senso alla vita, che alimentano a fondo, alla radice la partecipazione, senza ridurla a mero – pur necessario – “atto amministrativo”. 

CERCARE L’ALTRO

Partecipare ha alla propria radice il relazionarsi con l’altro. Significa «aprire delle porte che sembrano invalicabili»: spesso noi, invece, «restiamo chiusi nelle nostre case e negli ambienti in cui ci rifugiamo perché la pensiamo tutti allo stesso modo». Dovremmo, invece, «cercare il dialogo con chi è portatore di un’altra visione, di una rappresentazione dello stare assieme, metterci davvero in gioco». Un gesto politico lo compiamo innanzitutto «quando creiamo spazi di dialogo» e «ogni volta che “saliamo a compromessi”». “Saliamo”, non “scendiamo”, perché il compromesso con l’altro è il raggiungimento di qualcosa di importante, di alto, di nobile. Così, ad esempio, è stato per la nostra Carta costituzionale. Compromesso significa «riconoscere dignità all’altro da me, riconoscergli il diritto alla parola. Per questo ci vuole empatia, compassione, sentire che l’altro non mi è indifferente». Dobbiamo dunque «accettare che dentro la città – e la Chiesa – ci possano essere idee diverse, conflitti» tra chi viene da visioni, partiti diversi. A tal proposito, per padre Riggio è anche ormai tempo di iniziare a superare la falsa e ideologica contrapposizione fra i cosiddetti “cattolici della morale” e i “cattolici sociali”: «sempre di vita si parla»: si tratta quindi, fra cattolici, di «ragionare sul come dare alla vita una priorità», sempre.

MA CHI È L’ALTRO? 

Un tema spinoso, questo, ma mai veramente affrontato fra gli stessi laici cattolici, per i quali la legittima visione politica spesso viene prima della comune appartenenza alla Chiesa, della comune fede in Cristo risorto.

Senza nessun intento generalizzante, spesso può essere più “facile” parlare dell’altro inteso come “il povero”, “il migrante”, compiendo un’“apertura all’altro” comoda, a costo zero. Più difficile, invece, può risultare confrontarsi col fratello o la sorella in Cristo che compie scelte politiche differenti dalle nostre. Partire dalla comune fede, e da una comune dottrina, anche sociale, quindi. Per ricordarci che l’essere cristiani cattolici non è un’etichetta come tante, un abito fra i tanti che compongono il mosaico fluido della nostra personalità:è, invece, ciò che più nel profondo definisce l’identità di ognuno di noi.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce” del 1° marzo 2024

La Voce di Ferrara-Comacchio

Il Card. Pizzaballa «amico» di Ferrara: ecco perché

28 Feb

Dal 1981 al 1984 è a Ferrara coi frati di S. Spirito e studia in Seminario, dove si diploma. Ancora oggi, che è Patriarca Latino di Gerusalemme, mantiene i contatti con alcune amiche

La guerra in corso fra lo Stato di Israele e i terroristi palestinesi di Hamas, scatenata da questi ultimi con la strage del 7 ottobre scorso, ha posto ancor più al centro dell’attenzione una personalità carismatica, con uno dei ruoli forse più delicati nella nostra Chiesa: il card. Pierbattista Pizzaballa, O.F.M., Patriarca di Gerusalemme dei Latini ed ex Custode di Terra Santa.

Ma forse in molti non sanno come un periodo importante della propria giovinezza, Pizzaballa l’abbia trascorso nella città di Ferrara, tra il Seminario Arcivescovile di via G. Fabbri e il Convento di Santo Spirito. Siamo nei primi anni Ottanta, e per alcune vicissitudini, Pizzaballa arriva nella nostra città. Città dove tornerà – pur “virtualmente” – il 1° marzo per il primo dei quattro incontri dell’Ottavario di Santa Caterina Vegri al Monastero ferrarese del Corpus Domini. Alle ore 20.45, infatti, si collegherà on line da Gerusalemme per dialogare assieme a Cristiano Bendin, caporedattore del Resto di Carlino di Ferrara, sul tema “Su di te sia pace” .

GLI ANNI FERRARESI, TRA GLI STUDI E LA MUSICA

Pierbattista Pizzaballa nasce a Cologno al Serio (BG) il 21 aprile 1965, e vive a Liteggio, ma quand’è ancora bambino con la famiglia si trasferisce in Romagna, a Rimini, dove la vicinanza del mare può donare anche al piccolo Pierbattista un’aria più salubre. A Rimini frequenta le Elementari e poi le Scuole Medie nel Seminario Minore “Le Grazie” di Rimini, che però chiuderà di lì a poco. Pizzaballa nel 1981 viene quindi trasferito a Ferrara assieme a due suoi compagni di studi, Gianni Gattei (riminese, attuale custode della Provincia dei Frati Minori in Papua Nuova Guinea) e Marco Zanotti (che sceglierà di non prendere i voti). I tre vivranno assieme ai frati minori francescani nel Convento di Santo Spirito in via della Resistenza. Allora la parrocchia è guidata da padre Atanasio Drudi, che sarà parroco per 30 anni, fino al ’97. Pizzaballa svolge gli studi superiori nel Seminario di via Fabbri e nel giugno dell’84 consegue la maturità classica come privatista del Liceo Ariosto. La mattina segue le lezioni, nel pomeriggio è a Santo Spirito, dove studia, fra gli altri, con don Valentino Menegatti, attuale parroco di Pontegradella, col quale trascorrerà anche due anni a Bologna di studi di teologia. «Ricordo il suo carattere asciutto, energico, impulsivo ma schietto, sincero, buono», ci racconta don Menegatti. A Santo Spirito, Pizzaballa suona l’organo con cui accompagna il coro di giovani voluto da padre Drudi, di cui Pizzaballa diventa responsabile ma che sarà guidato in quegli anni anche da suor Celestina Valieri, attualmente missionaria in Paraguay. Forte, infatti, è sempre stata la sua passione per la musica. «Ricordo anche – prosegue don Menegatti – come Pizzaballa fosse innamorato della comunità degli ebrei cattolici», movimento di ebrei convertiti al cattolicesimo. E «ha sempre amato le missioni francescane. “Tu studi da Provinciale”, gli dicevamo scherzando, già però intuendo le sue qualità e il suo amore per l’ordine di cui faceva parte».

Come «timido e riservato, schivo» lo ricordano anche alcune storiche parrocchiane di Santo Spirito: Monica Malin, Maria Silvia Ariati e Maria Luisa Panzanini. Con lui come organista, ci raccontano, «abbiamo partecipato a diverse rassegne corali che allora la Diocesi organizzava, oltre a spettacoli nel nostro cinema parrocchiale». Nel settembre 1983 Pizzaballa col coro di Santo Spirito partecipa a Roma a un incontro internazionale dei cori sacri che cantano a San Pietro nella Messa presieduta dal Santo Padre. Il 5 settembre 1984 a S. Spirito veste l’abito francescano. «L’ingresso nell’ordine francescano – ha raccontato durante la cerimonia per la sua ordinazione episcopale nel 2016 – era per me una scelta naturale visto che venivo da quel mondo: lì ho dato espressione concreta a quel desiderio di semplicità, di scelta radicale, di sobrietà».

DA BOLOGNA A GERUSALEMME

Nel 1984 Pizzaballa lascia Ferrara e vive l’anno di noviziato nel Santuario Francescano di La Verna, dove emette la Professione Temporanea nel settembre del 1985. A Bologna presso la Chiesa di S. Antonio emette invece la Professione Solenne nell’ottobre 1989 e sempre a Bologna, nel settembre 1990 è ordinato sacerdote. Dopo un periodo a Roma, un mese dopo, nell’ottobre del ’90 si trasferisce a Gerusalemme. Qui, dopo gli studi filosofici-teologici, consegue la Licenza in Teologia Biblica allo Studium Biblicum Franciscanum. Nel 1995 cura la pubblicazione del Messale Romano in lingua ebraica e poi traduce vari testi liturgici in ebraico per le Comunità cattoliche in Israele. Dal 2 luglio 1999 entra formalmente a servizio della Custodia di Terra Santa: ricopre il ruolo di Vicario Generale del Patriarca Latino di Gerusalemme per la cura pastorale dei cattolici di espressione ebraica in Israele ed è Consultore nella Commissione per i rapporti con l’Ebraismo del Pontificio Consiglio Promozione Unità dei Cristiani. Prima nel 2004, poi nel 2010 e nel 2013, sempre per tre anni, Pizzaballa è nominato Custode di Terra Santa. Nel 2016 Papa Francesco lo nomina Amministratore Apostolico del Patriarcato latino di Gerusalemme e viene ordinato Vescovo a Bergamo. Quattro anni dopo, il 24 ottobre 2020 Papa Francesco lo nomina nuovo Patriarca Latino di Gerusalemme. Pizzaballa, che è anche Membro del Dicastero per le Chiese Orientali e di quello per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, sempre da Papa Francesco è creato e pubblicato Cardinale nel Concistoro del 30 settembre 2023. Il giorno dopo, presiede la sua prima Messa da Cardinale nella Basilica di Santa Maria Maggiore. Gli viene assegnata la chiesa di Sant’Onofrio al Gianicolo a Roma, retta dai frati minori francescani.

UN’AMICIZIA CHE RIMANE

Ma per le sue amiche ferraresi, il card. Pizzaballa rimane ancora «Pierbattista», «un amico». È soprattutto Ariati ad aver sempre mantenuto i contatti con lui in questi 40 anni, prima in forma epistolare e raramente telefonica, poi via mail e WhatsApp, anche incontrandolo nel 2014 al Meeting di Rimini, dove partecipava come relatore all’incontro “Il potere del cuore. Ricercatori di verità”. Alcune di loro hanno anche partecipato alle sue ordinazioni episcopale e cardinalizia a Bergamo e a Roma, dove hanno potuto salutarlo per alcuni minuti: «è rimasta una persona umile, disponibile e gentile, che ha mantenuto vivo lo spirito francescano», ci raccontano. È rimasto quel ragazzo.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce” del 1° marzo 2024

La Voce di Ferrara-Comacchio

Duomo, trasformazione nel solco della tradizione

23 Feb

Il 23 marzo riapertura della Cattedrale con processione dall’Arcivescovado. A Santo Spirito serata con 200 persone per rivivere questi anni di attesa e iniziare a pensare al futuro. I prossimi lavori su protiro, Campanile, Madonna delle Grazie e facciate laterali

Alle ore 21 del 13 febbraio, al Cinema Santo Spirito ci sono solo posti in piedi. Quasi 200 persone si sono ritrovate in via della Resistenza a Ferrara mosse dal desiderio di ammirare le bellezze, nascoste e non, della loro casa: il Duomo. L’occasione era la proiezione del documentario “Tesori nella pietra”, con ideazione, regia e montaggio di mons. Massimo Manservigi e dott.ssa Barbara Giordano, e musiche di Giorgio Zappaterra. Oltre alla proiezione (già avvenuta lo scorso 15 dicembre nel Cinema di San Benedetto), è intervenuto il Direttore dell’Ufficio Tecnico-Amministrativo diocesano don Stefano Zanella per une relazione sui lavori in Cattedrale. Un evento, quello del 13 febbraio, molto atteso in sé e ancor più per il recente annuncio della riapertura della Cattedrale il prossimo 23 marzo, quando alle 17.30 vi sarà la Processione delle Palme dal Palazzo Arcivescovile al Duomo e subito dopo, proprio in Duomo, il nostro Arcivescovo presiederà la Santa Messa nella Domenica della Passione del Signore.

DON VIALI: «UN TESORO DA CUSTODIRE E VALORIZZARE»

Ad aprire la serata è stato il parroco di Santo Spirito don Francesco Viali, neo canonico del Capitolo della Cattedrale (era presente anche il terzo neo canonico, don Roberto Solera): «Oggi per noi di S. Spirito è un giorno importante perché celebriamo la solennità della dedicazione della nostra chiesa parrocchiale avvenuta il 13 febbraio 1656», ha detto don Viali. «Anche qui c’è stato un cantiere dopo i gravi danni causati dal terremoto e nel maggio del 2022 abbiamo potuto riappropriarci della nostra casa di preghiera. Sono contento che la stessa sorte si realizzi anche per la nostra chiesa madre, la Cattedrale che, come abbiamo appreso, riaprirà al culto sabato 23 marzo con la celebrazione della Domenica delle Palme. Sappiamo che nonostante la chiusura degli ultimi anni essa è rimasta, come scrive mons. Franceschi nella lettera pastorale “Amiamo questa Chiesa”, “presenza nel cuore della città … qualcosa di più di un documento e di un messaggio che ci viene dalla lontananza dei secoli […] appello a riconfermare, oggi, la tradizione assumendola con tutta la carica di nuove responsabilità che essa domanda. Una presenza gratificante e impegnativa insieme”. Questa serata – ha concluso – vuole essere l’occasione per riconoscere il tesoro che siamo chiamati a custodire e valorizzare con impegno, assieme, come comunità diocesana».

DON ZANELLA: «UNA BELLEZZA CHE SEMPRE CI STUPISCE. I LAVORI CONTINUERANNO»

«Tante sono le richieste, le domande, le critiche che le persone mi hanno rivolto in questi anni in cui la Cattedrale è stata chiusa». Don Stefano Zanella, Direttore dell’Ufficio Tecnico-Amministrativo diocesano (e neo canonico del Capitolo della Cattedrale assieme a don Viali e don Solera) è stato uno dei protagonisti della ricostruzione post sisma in Diocesi, e dei lavori nel nostro Duomo cittadino. «A Ferrara – ha proseguito – siamo sempre stati convinti di non essere zona sismica, e quindi non eravamo preparati a questo evento. Ricordo la notte di quel 20 maggio 2012. La mattina in bici come primo giro sono andato a vedere come fossero messi i tre monasteri di clausura cittadini. Poi, con l’allora Vescovo Rabitti, sono entrato in Duomo: a prima vista l’edificio non sembrava aver subito gravi danni. Erano caduti solo alcuni stucchi e candelabri». La realtà, però, era ben diversa, seppur non immediatamente visibile. «Alcuni materiali usati erano poveri, consumati. E pensare che appena pochi giorni prima, ignari di tutto, «erano state fatte perlustrazioni nel sottotetto dell’edificio per rafforzare la struttura…».

La nostra Cattedrale, «possiamo dire che non la conoscevamo così bene come la conosciamo ora». Da un dramma, un bene. Da un evento incontrollabile, la possibilità di conoscere, che è una forma maggiore di controllo e di consapevolezza sulla realtà. «Adesso – sono ancora parole di don Zanella – conosciamo meglio alcuni suoi segreti e come strutturalmente dall’impianto romanico sia stata nei secoli trasformata, fino a diventare come la vediamo oggi. E allora, quand’è stata costruita» (ma nemmeno nel XVIII secolo), «non c’era certo la documentazione che abbiamo oggi…».

Entrando poi più nel dettaglio, don Zanella ha spiegato come le lanterne – di circa 200 kg l’una – sulla facciata principale, «scoprimmo che erano sostenute da colonne in marmo consumate, con barre in ferro arrugginite. Con circa 500mila euro abbiamo dunque messo su il primo, necessario, ponteggio sulla facciata principale. Lo smog, il clima che cambia, il passaggio di mezzi pesanti davanti e di fianco al Duomo hanno anch’essi influito sulla stabilità dell’edificio». Edificio per cui ci vorrebbe «un Piano di manutenzione annuale». Arriviamo quindi al dicembre 2019, nove mesi dopo la chiusura dell’edificio: «il volto di un grifone appare dietro un mattone di un pilastro», mattone appena tolto da un muratore. «La qualità di questo volto è impressionante, sembra appena scolpito. Il muratore si commosse» davanti a questa scoperta, a questa epifania. «Poi facemmo le indagini sugli altri pilastri, scoprendo altri dieci capitelli, tesoro del nostro Duomo, che ci permettono di riscoprire la nostra storia: ad esempio che nel Medioevo il nostro Duomo era luminoso, colorato, policromo. Altro che secolo buio…».

Il Duomo, sempre per don Zanella, «è lo scrigno più bello della nostra storia e in futuro continuerà a regalarci nuove sorprese». E quello del 23 marzo «non sarà un evento solo per noi cristiani ma per l’intera città. Al bello non ci si abitua mai abbastanza», ci stupisce e sconvolge sempre: «nella nostra Cattedrale potremmo assaporare i capitelli riscoperti, rivivere i luoghi della nostra infanzia e trovare pace nella preghiera. Con la Madonna delle Grazie che ci sostiene e protegge sempre», ha aggiunto.

Pensando al futuro, «i lavori che proseguiranno nei pilastri “minori” non porteranno – ha chiarito alla fine don Zanella – a una nuova chiusura della Cattedrale. Oltre questo, i lavori proseguiranno  con due lotti coi fondi post-sisma: il primo riguardante il transetto della Madonna delle Grazie con un orizzontamento utile a rinsaldare il legame tra facciata monumentale ed il corpo della Basilica; l’altro cantiere, invece, riguarderà tutte le superfici pittoriche delle volte della navata principale e laterali, a carico dell’Ufficio Tecnico Amministrativo diocesano». Altri cantieri, curati dal Comune di Ferrara, riguardano il restauro delle facciate esterne e interne del Campanile, che dovrebbe partire entro la fine del 2024 e la facciata principale con il protiro, ancora in fase di studio ed elaborazione oltre alle facciate laterlali del Duomo, su via Adelardi e piazza Trento e Trieste. Insomma, il Duomo avrà bisogno di continui lavori».

DON MANSERVIGI: «IL CANTIERE METAFORA DELLA CHIESA»

«Troverete una Cattedrale più o meno come l’avevamo lasciata». Ha spiazzato un po’ tutti don Massimo Manservigi nel suo intervento prima della proiezione del documentario di cui è autore. Ma il senso delle sue parole è chiaro: il lungo cantiere avviato nel 2018 ha lasciato intatta la bellezza dell’edificio. «In questo risiede la ragione del documentario», ha proseguito. In questi anni c’è stato comunque un evento di trasformazione, una “distruzione” e “ricostruzione”, questo alveare di operai e restauratori che ricorda quello di secoli fa», quando le Cattedrali le costruivano. «Il documentario firmato da me e Barbara Giordano, con musiche di Giorgio Zappaterra – sono ancora sue parole – ci dice che questo cantiere è anche metafora della Chiesa: ognuno fa la propria parte e tante cose buone, tanto bene non si vede», o non subito. Proprio per questo, «nel documentario abbiamo fatto parlare i protagonisti del cantiere, scegliendo quindi di non inserire una voce narrante». Infine, un’ultima parola sulla mostra “Il Cantiere della Cattedrale”, inaugurata il 27 ottobre 2022 e rimasta visitabile fino alla nuova, temporanea chiusura dell’edificio, del 29 ottobre scorso: «La mostra rimarrà nelle transenne che ancora divideranno la navata sinistra da quella centrale».

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce” del 23 febbraio 2024

La Voce di Ferrara-Comacchio

(L’immagine è tratta dalla clip di annuncio della giornata del 23 marzo: https://www.youtube.com/watch?v=15Vi5hYE0Hs)

Suicidio assistito…e molto breve: la delibera anti-vita della Regione Emilia-Romagna

16 Feb

La Regione Emilia-Romagna ha dato il via libera per la proposta di legge sul fine vita. Dopo l’insuccesso in Veneto, la norma è stata introdotta grazie a una semplice delibera regionale (così da non dover passare dal voto del Consiglio Regionale) che garantisce ai malati «il diritto di congedarsi dalla vita», come dispone la sentenza 242/2019 della Corte Costituzionale. La Regione ha anche tracciato l’iter per accedere al suicidio medicalmente assistito, che l’Assessorato alle Politiche per la salute ha trasmesso alle Ausl.

COSA DICE LA DELIBERA DELLA REGIONE EMILIA-ROMAGNA

Chi desidera accedere al suicidio assistito deve, infatti, inviare una richiesta alla Direzione sanitaria di un’Ausl allegando la documentazione ritenuta necessaria per la valutazione. La manifestazione di volontà del paziente deve essere acquisita e documentata per iscritto o con un video. Le persone affette da disabilità, invece, potranno esprimere le loro volontà attraverso dispositivi che consentano loro di comunicare. La dichiarazione può essere modificata in qualsiasi momento. Dal momento della ricezione della domanda, parte l’iter di valutazione. La Direzione sanitaria trasmette la richiesta, entro al massimo tre giorni, alla Commissione di valutazione di Area Vasta.

Sarà quindi compito della Commissione effettuare, di norma, una prima visita al paziente e valutare la legittimità della richiesta alla luce dei requisiti indicati nella sentenza della Corte Costituzionale. La Commissione ha il compito di verificare le condizioni (presupposti clinici e personali), accertare l’avvenuta offerta delle possibili alternative disponibili (per esempio, un percorso di cure palliative, sedazione palliativa profonda continua, attuazione di un’appropriata terapia del dolore) e valutare se possano esservi motivi di ripensamento da parte del paziente, anche attraverso uno specifico supporto psicologico. La commissione – di cui fanno parte medico palliativista, anestesista-rianimatore, medico legale, psichiatra, medico specialista nella patologia di cui è affetto chi ha fatto domanda, farmacologo/farmacista, psicologo – incontra anche i familiari.

La Commissione, a conclusione dell’istruttoria, che durerà circa 20 giorni, produce una relazione che invia al Corec, il Comitato regionale per l’etica nella clinica, che dovrà esprimere un parere di competenza entro sette giorni;parere che poi verrà inviato alla Commissione di valutazione, che predisporrà una relazione conclusiva. Il documento dovrà quindi essere trasmesso entro cinque giorni, corredato dal parere del Corec, al paziente o suo delegato e al Direttore sanitario dell’Ausl di competenza e, nel caso il paziente sia ricoverato in ospedale, anche al direttore della struttura.

In caso di parere favorevole della Commissione, la Direzione sanitaria dell’Azienda dove deve essere svolta la procedura, assicura l’attuazione attraverso l’individuazione di personale adeguato, su base volontaria, il rispetto dei tempi e delle modalità previste, fornendo quanto indicato nella relazione conclusiva. La procedura deve avvenire non oltre sette giorni dal ricevimento della relazione conclusiva della Commissione. Al suicidio medicalmente assistito si potrà eccedere gratuitamente.

LA SENTENZA 242/2019 E IL CASO “DJ FABO-CAPPATO”

Ricordiamo che la sentenza 242 del 2019 nacque dopo il caso di Dj Fabo e Marco Cappato. Chiamati a decidere sulla legittimità del divieto di aiuto nel suicidio, i giudici della Corte Costituzionale ritennero che le pene previste dall’articolo 580 del Codice penale – istigazione o aiuto al suicidio – non debbano essere applicate quando a richiedere di morire sia una «persona affetta da patologia irreversibile, e fonte di sofferenze fisiche o psicologiche, la quale ritenga le stesse intollerabili, e sia inoltre tenuta in vita a mezzo di trattamenti di sostegno vitale (nel caso in questione, si trattava di un respiratore), ma resti capace di prendere decisioni libere e consapevoli», e le sia già stata prospettato l’accesso alle cure palliative. 

IL FLOP IN VENETO

La scelta della Giunta Bonaccini di non far passare la proposta di legge dal voto del Consiglio regionale è conseguenza di ciò che appena un mese fa è successo in Regione Veneto: la legge di iniziativa popolare sul suicidio medicalmente assistito, proposta dall’Associazione “Luca Coscioni” e sostenuta dal Governatore Luca Zaia, non è passata per i voti contrari di parte della maggioranza (Fratelli d’Italia e Forza Italia) e per l’astensione decisiva della consigliera PD Anna Maria Bigon.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce” del 16 febbraio 2024

La Voce di Ferrara-Comacchio

La «memoria funerea» dei reduci della Repubblica di Salò

14 Feb

Il 9 febbraio importante incontro all’ISCO di Ferrara con Andrea Baravelli e Andrea Rossi. Nessun intento nostalgico, ma la volontà di andare oltre un’inutile damnatio memoriae

«Che qui si fa l’Italia e si muore / Dalla parte sbagliata / In una grande giornata si muore»: così cantava De Gregori nella sua “Il cuoco di Salò”, e in pochi versi riuscì a racchiudere la tragedia di «quindicenni sbranati dalla primavera» nella Repubblica Sociale Italiana (RSI), regime collaborazionista della Germania nazista esistito tra il settembre ’43 e l’aprile del ’45. Una “memoria nera” che solo i grandi artisti o gli storici onesti hanno ancora il coraggio di raccontare, senza rigurgiti nostalgici. 

Di questo si è parlato in un coraggioso incontro svoltosi lo scorso 9 febbraio nella sede dell’Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara, che ha visto, dopo i saluti della Presidente dell’ISCO Anna Quarzi, gli interventi degli storici Andrea Baravelli, docente di Storia contemporanea all’Università di Ferrara, e Andrea Rossi, dottore di ricerca in Storia militare. Una 20ina i presenti, coinvolti anche in un appassionato dibattito finale

STORIOGRAFIA REPUBBLICHINA, DAL LIMBO ALLA RINASCITA

Ma partiamo dall’inquadramento proposto da Baravelli, che ha parlato del periodo della RSI come di «un tema sommerso, che nei decenni a volte riemerge per poi inabissarsi di nuovo». La memorialistica repubblichina iniziata nel ’46 «ha rappresentato una sorta di contro-storiografia che ha impedito il formarsi di una vera storiografia». Un «limbo», quello della storiografia sulla RSI, in particolare del periodo dal ’45 al ’62, «riflesso della scarsa storiografia, negli stessi anni, della Resistenza» e del desiderio di «rimuovere l’evento traumatico della guerra civile». Nei primi anni ’60 qualcosa inizia a cambiare grazie agli studi di Enzo Collotti e Frederick W. Deakin, oltre a quelli del parlamentare missino ed ex repubblichino Giorgio Pisanò. Quest’ultimo, ha spiegato Baravelli, «negò il concetto antifascista della Resistenza come “Guerra di Liberazione” e tolse alla Resistenza la sua dimensione nazionale, identificandola come scatenata e diretta esclusivamente dal PCI». Bisognerà aspettare la fine degli anni ’70 per veder avviarsi una «storiografia complessiva» sulla RSI. Negli anni successivi, importanti saranno gli studi di Giorgio Bocca (“La repubblica di Mussolini”, 1977) e Claudio Pavone (“Una guerra civile”, 1991). Proprio grazie a quest’ultimo è partita «una nuova stagione storiografica sulla RSI», con i successivi contributi di Renzo De Felice,Nicola Tranfaglia e Luigi Ganapini. 

Ma la storia repubblichina non poteva non vivere e alimentarsi anche di immagini, e per questo Baravelli ha dedicato parte del proprio intervento all’opera dell’illustratore Gino Boccasile, che lavorò prima per la RSI poi, fino alla morte avvenuta nel ’52, per il MSI.

MEMORIE FRA ONORE E MORTE

Il lavoro degli storici nel caso dei reduci della RSI deve tener conto dell’importanza del «vissuto personale», ha sottolineato poi Rossi:«Ho lavorato molto sulla loro memorialistica, intervistando anche diversi reduci». Alcuni di loro, aderirono alla RSI da adolescenti. La RSI «non era un monolito ma qualcosa di molto magmatico», al cui interno vi erano sostanzialmente «quattro categorie» di persone: gli irriducibili, cioè «coloro che, anche nelle mie interviste, non compivano nessuna revisione critica del proprio periodo repubblichino, rimuovendone tutti gli aspetti sgradevoli. Altri, invece, da persone mature hanno riguardato criticamente quel loro vissuto», fra cui Piero Sebastiani e  Carlo Mazzantini, quest’ultimo autore del libro “A cercar la bella morte” (1986). A un’altra categoria appartengono poi coloro che non vi aderirono per motivazioni politico-ideologiche ma militari, essendo soldati di leva, spesso alpini. Vi è poi il gruppo, non irrilevante, di coloro che, nonostante vissero un’esperienza giovanile nella RSI, nel resto della loro vita «scelsero un’importante militanza antifascista». In ogni caso, per Rossi la memoria fascista è «una memoria funerea:nessuno di coloro che ho intervistato, pensava al dopo RSI: tutti sapevano che sarebbe finita male. E, infatti, raccontano quei 18 mesi a Salò e poi nulla», come se non vi fosse nulla di degno di nota dopo quell’esperienza totalizzante, dopo quella tragedia vissuta e mai superata. Il loro ricordo, quindi, non può che essere «cimiteriale», come un volto scolpito da Wildt. La morte e l’onore, per loro, erano tutto. Il resto è stato tradimento, piccole bassezze borghesi. Salò o niente.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce” del 16 febbraio 2024

La Voce di Ferrara-Comacchio

Unità e responsabilità: l’AC diocesana ha eletto il nuovo Consiglio 

12 Feb

Domenica 11 febbraio nella storica sede di Casa Bovelli a Ferrara erano presenti una 70ina di persone: eletti 20 consiglieri su 105 candidati.Gli interventi del Presidente uscente Martucci, del nostro Arcivescovo e del Delegato nazionale Francesco Vedana

Di responsabilità si è parlato lo scorso 11 febbraio a Casa Bovelli a Ferrara in occasione della 18^ Assemblea elettiva del nuovo Consiglio diocesano di Azione Cattolica.E di senso di responsabilità, nei fatti, ne abbiamo vista tanta in questi anni dentro l’AC. Responsabilità che significa gioia ma anche fatica, fraternità e sacrificio. Memoria e futuro. Proprio alla fine del pomeriggio dell’11 in via Montebello a Ferrara, veniamo a sapere il nome della tesserata AC di Ferrara-Comacchio più anziana: è Ada Cecchi, detta Nives, di Porotto. Non una semplice curiosità ma la testimonianza di come si possa vivere l’adesione all’Azione Cattolica come momento imprescindibile pur nei differenti periodi della propria vita.

E così, a Casa Bovelli, in un pomeriggio finalmente illuminato dal sole dopo due giorni di pioggia, si sono ritrovate una 70ina di persone, fra cui una 15ina di giovani.Fra i presenti, 57 avevano anche diritto di voto per scegliere, tra i 105 candidati, i 20 membri del nuovo Consiglio diocesano.Consiglio che darà l’indirizzo alla vita associativa, che poi a sua volta eleggerà chi dirigerà l’associazione durante il prossimo mandato (2024-2027) e andrà a comporre la Presidenza diocesana. Di solito l’Assemblea elettiva diocesana si svolge ogni tre anni, ma questa volta, eccezionalmente, si è svolta dopo quattro anni dall’ultima in quanto, causa Covid, quella nazionale è stata rimandata e  quindi, a cascata, tutte quelle locali.

DON ZECCHIN E FANTINATO: «RIPARTIRE DA CRISTO»

L’Assistente Unitario don Michele Zecchin ha introdotto la giornata con un commento di At 10,34-43:«la Chiesa è sempre il suo farsi – ha riflettuto -, non è mai qualcosa di già definito. E importante per l’AC è «il continuo rifarsi al suo fondamento,cioè a Cristo e alla sua storia, senza perdersi nelle discussioni sulle strutture e sull’organizzazione. In tanti, anche nella nostra città, nei nostri territori, aspettano da noi l’annuncio del Vangelo». Riflessione ripresa nel suo breve intervento da Chiara Fantinato, vice Presidente diocesana uscente e Presidente dell’Assemblea di domenica 11: «è necessario ripartire dalla centralità della Parola, da Lui», ha detto.«Corresponsabilità è il nostro concetto di base, come AC e come Chiesa», tema ancora più importante in un contesto di «crisi motivazionale del servizio dentro l’AC e di crisi di adesioni» alla stessa Associazione.

VEDANA: «TESSERE RAPPORTI DI COMUNIONE»

E proprio di responsabilità ha parlato Francesco Vedana, delegato del Centro nazionale di AC e originario della Diocesi di Belluno-Feltre. Il responsabile di AC, ha riflettuto, «tesse continui rapporti di comunione con tutti e fa trasparire sul territorio il valore dell’Associazione come esperienza comunitaria». Inoltre, si occupa di «conservare l’unità» nell’Associazione, evitando sia lo spontaneismo quanto la burocratizzazione della stessa. «Lavora assieme agli altri sapendo di non essere indispensabile, valorizza l’intergenerazionalità e la scelta democratica». Da due sondaggi istantanei tra i presenti all’Assemblea è emerso poi come la responsabilità dentro l’AC possa far paura perché richiede «fatica», sacrificio e non per il timore di essere giudicati: quest’ultimo è senz’altro segno del rispetto e della fiducia che domina tra i membri dell’Associazione.Le parole più usate dai presenti per descrivere, invece, la bellezza della responsabilità in AC sono state, non a caso, “cura”, “dono”, “sfida” e “relazione”.

MARTUCCI: «FARE IL PRESIDENTE È UNA SCUOLA DI UMILTÀ»

Non poteva che essere sentito e commosso l’intervento di Nicola Martucci, Presidente diocesano uscente di AC dopo quattro, difficili anni: «ho sempre vissuto l’AC come luogo di crescita e di nutrimento spirituale. In questi quattro anni mi sono lasciato guidare, ho intessuto legami, favorito la comunione, ascoltato», ha detto. Il ruolo del Presidente diocesano è «una grande scuola di umiltà». Un mandato, quello di Martucci, iniziato con «l’uragano» della pandemia da Covid, che «ci ha insegnato la preziosità del tempo, che le relazioni sono il centro della nostra vita, che gli strumenti digitali non solo non possono sostituire il contatto umano ma che possono diventare gabbie dorate nelle quali nascondersi».

Non dimentichiamo, invece – ha proseguito – «che dietro ogni persona si celano domande di senso e una grande sete di infinito a cui dare risposte. E poi – ha incalzato i presenti -, «siamo capaci di farci sorprendere da chi non fa parte dei nostri soliti circuiti?». In questi quattro anni, ha riflettuto, «abbiamo provato a porci in ascolto, a interrogarci e ad essere interlocutori di tutti. È comunque sempre necessaria una seria rilettura della propria presenza nella Chiesa e nel mondo e della propria vocazione».

AlConsiglio entrante Martucci ha quindi rivolto queste parole: «serve il coraggio di scegliere quale futuro costruire assieme, abbandonando quel modello a cui siamo affezionati ma che ormai appartiene a una minoranza». Vi è, poi, la «necessità di vivificare le nostre AC parrocchiali e delle Unità pastorali: senza queste, l’AC diocesana entra in crisi.Senza questo cammino concreto nelle parrocchie e nelle UP, perdiamo il contatto con la realtà, rischiamo di essere generici. Occorre, quindi, una proposta, un “vieni e vedi”».A tutti, parroci compresi, ha quindi rivolto un appello: «c’è bisogno dell’AC, di un associazionismo solido, che formi le persone alla corresponsabilità ecclesiale. Essere responsabili e prendersi cura è bello: questo ho imparato».

MONS. PEREGO: «GUARDIAMO ALLA CITTÀ»

«Ci tengo a ribadire l’importanza di camminare insieme.Continuiamo a confrontarci per guardare meglio il cammino da intraprendere, e tendiamo la mano a chi ha bisogno, che significa anche vivere concretamente la responsabilità, sempre nel contatto diretto con le persone, per capire chi sono, sentire la loro presenza, donare loro uno sguardo di compassione». Così mons. Gian Carlo Perego nel suo intervento conclusivo all’Assemblea. Importante è, poi, lo «sguardo alla città, luogo fatto di sempre più anziani, di tanti giovani che vengono da fuori, e di bambini. Grazie – sono state le sue parole finali rivolte all’AC -, perché in questi anni vi ho sentito vicino».

Prima della proclamazione degli eletti (v. box a fianco), sono intervenuti anche Miriam Turrini per ricordare la Causa di beatificazione della Serva di Dio Laura Vincenzi, e Matteo Duò per parlare della neonata Associazione “La pulce nel cuore”, da lui presieduta, per la cura della Casa di Loiano (ne abbiamo parlato sulla “Voce” dello scorso 9 febbraio).

Ricordiamo, infine, che il prossimo 25 aprile tutta l’Azione Cattolica italiana si troverà in piazza San Pietro insieme con Papa Francesco.L’incontro aprirà idealmente la XVIII Assemblea nazionale dell’associazione (“Testimoni di tutte le cose da Lui compiute”), che proseguirà da venerdì 26 fino a domenica 28 aprile.

***

Ecco i 20 Consiglieri eletti. Diversi i giovani presenti

VICARIATI

Vicariato S.Caterina de Vigris: Chiara Fantinato e Francesco Ferrari. 

Vicariato SanMaurelio: Giacomo Forini e Aurora Righi. 

Vicariato Beato Tavelli: Elena Orsini e Fausto Tagliani. 

Vicariato San Giorgio: Emanuela Celeghini e Maria Cecilia Gessi. 

Vicariato Sant’Apollinare: Marina Guidoboni e SaverioAnsaloni. 

Vicariato San Cassiano: Cecilia Cinti e Luca Bianchi. 

Vicariato San Guido: nessun eletto. 

Vicariato urbano Madonna delle Grazie: Monia Minghini e Sara Ferioli.

Per l’ACR sono stati eletti Matteo Duò e Cristina Scarletti. 

Per i Giovani, Paolo Luciano Ferrari e Claudia Vannella. 

Infine, per gli Adulti, Chiara Ferraresi e Bernardetta Forini.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce” del 16 febbraio 2024

La Voce di Ferrara-Comacchio

(Foto Pino Cosentino)