Villa Melchiori mon amour: quando il Liberty sconvolse Ferrara

20 Set

In viale Cavour al civico 184 si trova uno splendido esempio di fusione tra architettura e arte. Vi raccontiamo la sua genesi nel 1904, i tre enfants terribles che la progettarono e resero unica, le linee e i dettagli di un progetto irripetibile che cambiò la nostra città

di Andrea Musacci

Ferrara, al di là di alcuni pregiudizi, è di sicuro città capace di regalare sorprese. Indagando nei suoi meandri, si lascia svelare donando gemme di rara bellezza. E Ferrara è anche mosaico di giardini “segreti” (il successo di “Interno Verde” sta lì a dimostrarlo), spesso in bilico tra realtà e immaginazione (si pensi ai Finzi-Contini). Quanti occhi, da oltre un secolo, si sono posati sognanti, passeggiando su viale Cavour, su quel magnifico villino Liberty e il  regno verde nel quale sembra posato. Si tratta di Villa Melchiori, e siamo al civico 184 della larga arteria che taglia la città. Un villino-negozio, in quanto per anni, al pian terreno, ha ospitato un’ampia sala espositiva di piante e fiori, per poi essere usato come appartamento.

COM’È NATO IL RESTAURO

Alcuni mesi fa, il noto critico e storico d’arte Lucio Scardino vi ha dedicato un libro, “Villa Melchiori. Il capolavoro del Liberty ferrarese” (aprile 2024). Il 27 settembre alle ore 18, proprio all’interno della villa, verrà presentato un altro volume, “Villa Melchiori. Storia di un restauro a Ferrara” (luglio 2024), a cura dello stesso Scardino e di Marcello Carrà, eccelso artista ferrarese e ingegnere. Un volume, questo, realizzato con BM–Studio Bosi di Marcello Bosi, che ha eseguito i lavori di restauro da poco conclusisi, e che contiene, oltre a quelli di Scardino, Carrà e Bosi, anche gli interventi (oltre che del Sindaco e dell’Assessore alla cultura) di Davide Danesi e Leonardo Buzzoni (Studio DaBù, per l’illuminazione della Villa), di Manfredi Patitucci (progettista di giardini) e Maria Chiara Bonora (architetto di BM – Studio Bosi).

È Maria Magdalena Machedon nel 2020 a spronare il marito Bosi a intraprendere i lavori di restauro. Eredi del fondatore Ferdinando Melchiori, infatti, sono la bisnipote Francesca e la stessa Machedon che l’ha acquistata da Anna Moretti, altra bis nipote di Melchiori, divenendo proprietaria, insieme al marito, del primo piano.

STORIA DI UNA RIVOLUZIONE

Villa Melchiori è stata realizzata nel 1904 (inaugurata il 30 luglio) dall’ingegnere ferrarese (ed ebreo) Ciro Contini, allora 31enne: fu la sua prima opera a carattere edilizio. Successivamente, fra i tanti lavori, restaurò l’Albergo “Europa” in corso Giovecca, Palazzo Cicognara-Sani in via Terranuova, realizzò l’ingresso in granito del cimitero ebraico in via delle Vigne, progettò la Laneria Hirsch e fornì al Comune il progetto di massima per realizzare il Rione Giardino. Dopo il trasferimento a Roma, nel ’41 con la moglie Lidia lasciò l’Italia in seguito alle leggi razziali: la coppia andò prima a Detroit poi a Los Angeles, dove Contini morì nel 1952.

Tornando a Villa Melchiori, in epoca estense il terreno su cui sorge appartiene al Convento di San Gabriele, che ospita le Carmelitane per volere della duchessa Eleonora d’Aragona. Il Convento viene poi soppresso in seguito alle invasioni napoleoniche. Nel 21 agosto 1903 l’area è acquistata dai Melchiori grazie a un contratto con la Ditta Pirani-Ancona. Proprio in questi anni viene concluso il tombamento del canale Panfilio, permettendo la nascita di viale Cavour, arteria fondamentale di collegamento della Stazione ferroviaria col centro. Villa Melchiori sarà la prima casa a essere costruita sul tronco terminale del nuovo viale. Contini per questo ambizioso progetto coinvolse lo scultore Arrigo Minerbi (allora 23enne) e il fabbro 37enne Augusto De Paoli, portando l’Art Nouveau nella nostra città. 

TRA REFUSI E CORBEILLE

Fa sorridere, e pare assurdo, il refuso del decoratore Giuseppe Pedroni che sulla facciata riportò erroneamente il nome di “Melchiorri Floricoltore”, con due “r”, ingannando involontariamente nel tempo (e ancora oggi) non poche persone. Ma il buffo raddoppio non tolse fascino e mistero a questo luogo fuori dal tempo. Così, nel 1905 la vicina Villa Amalia (sempre progettata da Contini) cercò in un certo qual modo di emulare la magia di quel villino-negozio; e nell’aprile del 1906 Villa Melchiori finì anche sull’importante rivista torinese “Architettura italiana”. Nell’autunno del 1968 il regista Franco Rossi vi girò addirittura una sequenza del suo film “Giovinezza giovinezza”, con gli attori Alain Noury e Colomba Ghiglia.

Come scrive Scardino nel libro, De Paoli e Minerbi in sinergia con l’ing. Contini realizzarono la «convessa quanto estrosa porta-vetrata a forma di corbeille (cesta, ndr) floreale con la cancellatina che riporta una serie di rose canine in ferro, il serpentino cornicione sotto-tetto “a colpo di frusta”, le inferriate delle finestre, i fiori in cemento modellati agli angoli della terrazza e sui pilastri d’ingresso, quasi “carnose” escrescenze quest’ultime che parrebbero voler evocare mazzi del fiore chiamato “alcea rosea”, la cancellata in ferro battuto impostata sul tema-cardine del girasole (che, nella parte centrale, le linee sinuose dei gambi trasformano nella sagoma di un’enorme mela)». Inoltre, ai lati dell’edificio, i Melchiori fecero costruire prima due dépendances (grazie all’ing. Edoardo Roda) e altre due costruzioni dove sistemarono nuove serre, laboratori e un piccolo appartamento per i commessi (v. nella didascalia a pag. 11, il legame successivo con la famiglia Facchini).

UN UNICO MAGNIFICO CORPO

La Villa è immersa in un parco di circa 2200 mq, con ancora presenti diverse specie di piante, fra cui Ginkgo biloba, cedro del Libano, Bagolari, Ippocastano, camelia, azalea, glicine, vari alberi da frutto, una piccola vigna. Come scrivono Marcello Bosi e Maria Chiara Bonora nel libro, il giardino progettato per Villa Melchiori «può essere immaginato come un percorso attraverso tre stanze che dal fronte della villa si articolano in una successione verso la parte più intima del giardino dove il disegno si fa meno marcato e il carattere informale si apre ad un tono più selvatico».

È l’arte che imita la natura? No, è quella forma di preghiera laica con la quale l’uomo esprime il proprio bisogno di una più forte simbiosi con lo splendore del creato. Una casa, un giardino…di più: un corpo unico, un unico intreccio di linee immaginarie, di armonie, di richiami. Anche e soprattutto così ci si prende cura della natura, amandola e ri-dandole vita attraverso l’arte, indagando con passione nei suoi dedali tanto oscuri quanto incantatori.

Pubblicato sulla “Voce” del 20 settembre 2024

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(Foto Maria Chiara Bonora)

Don Francesco Forini, un libro per ricordarlo

19 Set

A 10 anni dal ritorno alla Casa del Padre, la parrocchia di Mizzana lo omaggia con un libro e altre iniziative. Vi anticipiamo alcuni contenuti del volume in uscita

di Andrea Musacci

«Questo libro nasce al cuore…il cuore di una comunità», scrivono don Paolo Cavallari e Paolo Gioachin nella prefazione del libro  “Laici dentro e fuori la Chiesa: tra il dire e il fare. L’eredità di don Francesco”, dedicato a don Francesco Forini, sacerdote di Ferrara-Comacchio tragicamente scomparso 10 anni fa, il 28 settembre 2014, a 67 anni. Il volume è curato dalla parrocchia di Mizzana – in particolare da Chiara Cortesi, Erik Natali, Isabella Gamberini, Paolo Gioachin, Rita Cortesi, don Paolo Cavallari – e uscirà come Quaderno del CEDOC (Centro di Documentazione di Santa Francesca Romana): il pdf sarà disponibile gratuitamente la prossima settimana a questo link: http://santafrancesca.altervista.org/biblioteca.html. Il cartaceo, invece, si potrà avere in occasione dell’incontro nella parrocchia di San Giacomo Apostolo a Ferrara il 28 settembre alle 16.30 (v. locandina sotto), e successivamente contattando la parrocchia di Mizzana (tel. 0532-51701 o mail a scrittideldon@gmail.com).

Il volume è diviso in sei sezioni: “Tutto parte dal Concilio”, in riferimento al Concilio Vaticano II; “Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?”, con ricordi e testimonianze di amici, familiari e parrocchiani; “La ‘mia’ Africa”, sulla sua missione a Kamituga; “Ogni mia Parola”, sul suo amore per il Vangelo; “ ‘Andate per le strade…’: i viaggi”. Inoltre, vi è un’appendice con selezione di scritti che testimoniano il suo forte interesse per il ministero battesimale. Fra i tanti interventi, ne segnaliamo solo alcuni: vi sono sacerdoti (don Ivano Casaroli, don Giampiero Mazzucchelli, ad esempio), laici del mondo della cultura (Piero Stefani e Francesco Lavezzi, per citarne due), familiari (il fratello Giorgio, tornato al Padre lo scorso 1° novembre, e i nipoti), personalità della politica (l’ex Sindaco Tiziano Tagliani e Francesco Colaiacovo) o legate alla missione (Silvia Sgarbanti, suor Teresina Caffi, Herman M. Kyambo, fra i tanti).

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Turola pittore del fantastico

18 Set

A 5 anni dalla morte, una mostra al Carbone di Ferrara lo ricorda. L’aneddoto sull’ex voto dedicato a San Paolo

di Andrea Musacci

In questi giorni Ferrara ricorda Gabriele Turola, pittore, scrittore e critico d’arte morto improvvisamente nell’agosto del 2019 all’età di 74 anni. Nei 5 anni dalla scomparsa, la Galleria del Carbone (via del Carbone, 18/a) fino al 22 settembre ospita la mostra dal titolo “Dedicato a Gabriele Turola”, curata da Corrado Pocaterra. L’esposizione è visitabile dal mercoledì alla domenica dalle 17 alle 20. Per l’occasione è disponibile un catalogo con diverse opere di Turola e contributi di amici e conoscenti: Daniele Biancardi, Lucia Boni, Milena Botti, Daniela Carletti, Marcello Carrà, Gianni Cestari, Alberto Felloni, Paolo Orsatti, Lara Fratti, Galeazzo Giuliani, Claudio Gualandi, Paolo Volta, Lucio Scardino, Massimo Stagni Roncara & Giuliana Berengan.

Nelle opere di Turola domina il fantastico e il surreale: a fatica, vi è un umano che sia pienamente tale. Tutto è trasfigurato, il reale è solo una convenzione, un gioco. Il reale, per Turola, è la vera astrazione, la vera finzione. Tutto nella sua arte può avere un volto, come in certi incubi di bambino. Questi volti che spuntano, che animano oggetti altrimenti inanimati, sono allo stesso tempo un sollazzo, una sorpresa e un inganno; in controluce, vi si nota anche qualcosa che assomiglia allo sberleffo, senza però mai perdere una certa grazia e dolcezza. Le sue opere ci permettono di ricordare certi viaggi notturni nel sogno; viaggi verso terre da non dire, attraenti e disturbanti, ambigui e leziosi. In Turola, tutto è ludica evasione, fiaba colma di una matura consapevolezza. Non vi è mai piena allegria, nelle sue opere, ma un velo malinconico, come giustamente scrive Gianni Cestari nel suo contributo presente nel catalogo sopracitato.

L’EX VOTO E LA CHIESA DI SAN PAOLO

Nel 2000, in occasione dell’Anno Giubilare, Turola ebbe anche l’occasione di realizzare un ex voto, presente per alcuni anni nell’Altare della Madonna del Carmelo della chiesa di S. Paolo a Ferrara. Proprio nel 2000 uscì il libro “Ex Voto nella Chiesa di San Paolo a Ferrara” di Daniela Favretti (Liberty House ed.), con testo di presentazione di don Ivano Casaroli (parroco a S. Paolo dal 1997 al 2005) e postfazione dello stesso Turola. Nel libro, l’autrice parla di 26 ex voto presenti allora nella chiesa di p.zzetta Schiatti, in parte “oggettuali”, in parte tavolette dipinte. I più antichi di questi, risalgono alla fine del XVIII secolo.

Nella postfazione, Turola compie una puntuale analisi degli ex voto lì conservati e degli altri presenti nelle chiese della nostra provincia. Riferendosi agli artisti Antonio Maria Nardi e a Remo Brindisi, anch’essi autori di alcuni ex voto, scrive Turola: «I loro dipinti erano ormai esercitazioni di tipo accademico, se non concettuale: ed inserendomi in questa scia, per siglare la postfazione al lavoro dell’amica Daniela Favretti, ho pensato di eseguire, a mia volta, un ex voto, dedicato alla Madonna del Carmine venerata nella chiesa di San Paolo. È il mio secondo tentativo, dopo quello eseguito per commissione di una signora ferrarese qualche anno fa e collocato nel santuario di Montenero, a Livorno. La mia tempera su carta (cioè l’ex voto dedicato alla Madonna del Carmine della nostra chiesa di San Paolo, ndr) rappresenta l’autrice di questo libro, anche lei pittrice, inginocchiata dinanzi alla chiesa di San Paolo in atto di ringraziare la Vergine per averle concesso una grazia particolare: ovvero la pubblicazione del volume, nato dalla rielaborazione della propria tesi, dopo tredici anni dalla stesura, in occasione dell’Anno Santo. Dal punto di vista stilistico – prosegue Turola – nella scena ho introdotto i colori, a me cari, dell’arcobaleno, il ponte simbolico che unisce la terra al cielo. Inoltre, ho inserito nella composizione elementi decorativi e astratti e fiori neo-futuristi, che simboleggiano l’eterna primavera dello spirito. Ma il mio è soprattutto un omaggio diretto, dal punto di vista iconografico, agli sconosciuti autori degli ex voto di San Paolo, che mi hanno variamente stimolato».

Intellettuale eclettico

Nato nel ’45, Turola frequenta il Liceo Classico Ariosto e l’Istituto d’arte Dosso Dossi di Ferrara, e nella sua vita collabora, tra le altre, anche con “La pianura” e “L’ippogrifo. Nel 2013 pubblica per Faust edizioni il libro “Misteri di arte e magìa”, con prefazione di Margherita Hack. Nella sua autobiografia racconta di come il suo obiettivo fosse rappresentare «il mistero dell’uomo attraverso favole, miti, leggende, sogni, tradotti in colori accesi». L’Unesco nei primi anni 2000 ha ricavato da un suo quadro, “L’Arca di Noè”, una cartolina d’auguri tradotta in molte lingue e spedita in tutto il mondo. Inoltre, nel 2006 la Galleria Biasutti&Biasutti di Torino gli dedica una monografia e un catalogo con testo critico di Elena Pontiggia. Ai gatti che tanto amava, dedicò il libro “Nel magico mondo della gatta Sofia”, illustrato da Franca Camisotti Felloni. La Galleria Idearte di Ferrara nel dicembre 2019 lo ha celebrato con la retrospettiva “Le Carte di Gabriele”, curata da Lucio Scardino.

Pubblicato sulla “Voce” del 20 settembre 2024

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(Foto Corrado Pocaterra)

«Tutto è diventato luce in pochi istanti»: la strage di Paderno e l’unica speranza, quella in Dio

14 Set

L’Editoriale della “Voce” del 13 settembre 2024

di Andrea Musacci

Chissà perché ancora ci stupiamo che delitti efferati, come quello di Paderno Dugnano, possano accadere in località tranquille, in questo caso dell’hinterland milanese. Come se la cronaca – e la letteratura – non ci avessero mai raccontato di come il male – soprattutto quello assurdo (ma, ontologicamente, vi può essere “logicità” nel male?) – non ha residenza esclusiva in categorie sociologiche di comodo (il “mondo della delinquenza”, il “degrado”).

Lorenzo 12 anni, Daniela 48, Fabio 51. Un ragazzino e i suoi genitori. Morti assieme, a pochi minuti di distanza l’uno dall’altro, per mano di Riccardo, 17 anni, fratello e figlio, carne della loro carne. In tutto, 68 le coltellate inferte, delle quali 39 al fratellino. Un omicidio che in parte ricorda quello di Pontelangorino del gennaio 2017.

NON SOLO CRONACA

Iniziamo col dire che non servono – o non bastano – analisi sociologiche o psicologiche.

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Italiani emigrati all’estero: il nuovo libro di Dal Cin

13 Set

“Sulla porta del mondo. Storie di emigranti italiani” è il libro dello scrittore ferrarese Luigi Dal Cin con le vicende di tanti nostri connazionali partiti per necessità. Lo abbiamo intervistato: «così, grazie soprattutto alla scuola, può cambiare lo sguardo verso chi oggi arriva nel nostro Paese»

a cura di Andrea Musacci

Raccontare cento, mille storie di viaggi, di partenze, prendendo le mosse da una soffitta. Qui, Luigi dal Cin (foto), scrittore e docente ferrarese, trova una vecchia valigia di cartone, nell’immaginario collettivo simbolo, tra XIX e XX secolo, della miseria di tanti nostri connazionali e al tempo stesso di un forte desiderio di riscatto. Le loro vicende, Dal Cin le ha raccolte nel libro “Sulla porta del mondo. Storie di emigranti italiani”, edito alcuni mesi fa da “Terre di mezzo”, con illustrazioni di Cristiano Lissoni e pubblicato in collaborazione con la Fondazione Migrantes. 

I drammi non si contano: sono quelli della povertà e della mancanza di futuro nei paesi e nelle città italiane, fino a quelli nei Paesi dove, invece, in tanti speravano di trovare benessere, perlomeno una vita dignitosa. Spesso, invece, i nostri immigrati saranno costretti a compiere veri e propri viaggi della fortuna (quella che i marchigiani chiamano il passàgghju, cioè la traversata), a vivere in baracche di legno, a svolgere lavori disumani, senza diritti, lontani dagli affetti. Dal Cin, ad esempio, racconta degli operai friulani che lavoravano a 50 gradi sottozero per la Transiberiana o, in Germania, ai “mercati dei bambini” trentini destinati a fare i servi nelle case di contadini benestanti. Ma anche nel dramma più nero, è possibile cogliere segni di bellezza: come quel pugno di terra modenese posta su quella cilena sopra la tomba di due modenesi sepolti a Capitan Pastene, località “italiana” in Cile. O segni di vita nuova: le storie  di immigrati italiani divenuti famosi, come i salernitani Joe Petrosino, noto poliziotto a New York, e Francesco Matarazzo, imprenditore in Brasile. O da Viggiano, nel potentino, la storia dei Salvi, noti musicisti e costruttori di arpe, o quella dell’Editorial Maucci Hermanos dei toscani di Pontremoli (Massa-Carrara), a fine Ottocento la più nota casa editrice in Argentina.

Dal Cin, in che senso con questo libro intende «riportare le storie a casa»?

«“Riportare le storie a casa” credo sia il lavoro dello scrittore, sempre. Immaginare, costruire con cura, passo dopo passo, organizzare con metodo, scrivere, con attenzione, col fiato sospeso, cercare le parole giuste, con pazienza, svelarle, scartarle, sceglierle, e togliere, dubitare, cambiare, limare con passione, con amore: è un addomesticamento, un corteggiamento, un viaggio. Tutto questo per cosa? In fondo, per riportare ogni storia a casa sua. Quando mi sono immerso a descrivere il dolore e i sogni di chi è emigrato è per riportare quel dolore e quei sogni a casa loro».

Sono, quelle che scrive, storie di poveri, degli umili, degli sconfitti della Storia. Storia che, invece – concordo con lei -, è sempre scritta dai potenti. Il suo libro, dunque, in un senso alto e nobile, si può anche definire “politico”? Tante, ad esempio, sono le storie di lotte sindacali, come il massacro di minatori italiani in sciopero a Ludlow, nel Colorado, nel 1914…

«Credo di sì, il mio desiderio è che abbia la forza di incidere nel nostro sguardo. La scuola italiana è impegnata da tempo a valorizzare la cultura di chi arriva nelle nostre classi: per un’integrazione accogliente, credo sia utile portare l’attenzione anche all’altro piatto della bilancia, all’altra faccia. Perché non si può semplicemente chiedere ai nostri alunni “siate gentili con chi arriva”: la gentilezza non ama l’imperativo, così come il verbo “amare”, o il verbo “sognare”. Ma se si comprende che anche la nostra storia di italiani è fatta di generazioni che hanno vissuto la miseria e la fame e che, per sopravvivere e mantenere i figli, sono emigrate anche molto lontano, e che se i nostri alunni possono oggi acquisire a scuola strumenti per realizzare i propri sogni è anche grazie al viaggio, al coraggio e ai sacrifici di chi un tempo è emigrato: allora sì, forse, lo sguardo verso chi arriva può cambiare».

Le donne sono fra le protagoniste del suo libro. Spesso sono le più sfruttate fra gli sfruttati. Donne che han vissuto lutti indicibili ma che a volte sono state capaci, da questa esperienza, di conquistare un’indipendenza economica…

«Un’indipendenza economica e una libertà di pensiero. Così ci dice, ad esempio, la storia di Rosa Cavalleri, orfana, abbandonata, cresciuta nella miseria: una vita eroica di donna emersa, grazie alla scrittura del suo diario, dall’abisso di silenzio in cui sono immerse le altre storie di milioni di emigranti non identificati che sono approdati in America. Una storia universale di chi è riuscito a reinventarsi oltreoceano nonostante le miserie e le sofferenze, grazie a un ambiente più libero: “La povera gente del mio paese in Italia rideva, cantava e raccontava storie, ma aveva sempre paura. In America le persone ricche insegnano ai poveri a non avere paura, ma in Italia la povera gente non osava guardare in faccia i ricchi. Tutto quello che i poveri sapevano lo apprendevano l’uno dall’altro nei cortili, nelle stalle o alla fontana quando andavano a prendere l’acqua in piazza. E avevano sempre paura. In America ho imparato a non avere paura”».

E poi ci sono i bambini e i minori, come gli spazzacamini piemontesi: vittime spesso dimenticate di un mercato schiavista, trattati da subumani…

«Ho voluto far rivivere soprattutto le storie di coloro che erano considerati gli ultimi della società, le donne e i bambini appunto. Raccontava nel suo diario Gottardo Cavalli, l’ultimo bambino del villaggio di Intragna a lavorare come spazzacamitt: “Ridotti come talpe ad entrare in tutti i buchi dei camini, nelle caldaie delle macchine a vapore, nelle ciminiere, mal nutriti, costretti a cercare in ogni casa un pezzo di pane per sfamarsi. Un sacchetto di tela copriva la testa e veniva attorcigliato sotto il mento per resistere alla polvere. In una mano avevo la raspa, nell’altra lo scopino. Nessuno può immaginare quale impressione si può vivere racchiusi in un buco, tutto buio, salire a forza di gomiti e di ginocchia, dieci o venti centimetri per volta. Più il camino era stretto, più ti sentivi soffocare, t’arrivava addosso tutta la fuliggine, anche col sacco in testa dovevi respirare, non potevi scendere perché sotto c’è il padrone, cioè lo sfruttatore. Ancora oggi dopo cinquant’anni mi capita di sognare d’esser in un cunicolo stretto, buio, polveroso, con la testa avvolta in un sacco. Mi sembra d’asfissiare e mi sveglio”».

Nel libro racconta anche le storie di suoi famigliari immigrati: il nonno paterno Lorenzo emigrato prima in Australia e poi in Canada, la zia Wilma e il bisnonno materno emigrato in Argentina. Immagino, quindi, sia stato a maggior ragione molto forte l’impatto emotivo nello scovare tutte queste storie…

«Nel definire la cornice narrativa delle vicende ricavate dai documenti, non ho avuto dubbi sulla necessità di mettermi in gioco raccontando la verità della mia famiglia anziché una narrazione inventata. I giovani lettori pretendono dall’adulto, innanzitutto, onestà».

Tanti i parallelismi con le spesso tragiche migrazioni di oggi. La Storia – anche attraverso le storie come quelle nel suo libro – può ancora insegnarci qualcosa?

«Storie di emigrazione affiorano dagli album fotografici di ogni famiglia italiana, eppure si tratta di ricordi spesso collettivamente rimossi: per aiutarci a comprendere e sentire la realtà in cui viviamo, e poter quindi immaginare insieme una società del futuro, credo sia invece fondamentale che docenti e alunni si approprino di un’esaustiva narrazione della storia dell’emigrazione degli italiani nel mondo. Poi è un attimo percepire una connessione tra la nostra storia di emigranti e ogni migrazione dei nostri tempi. “Perché non c’era qualche donna dal cuore tenero che si prendesse pena di tante miserie, di tante lacrime?”, scriveva Ernestine Branche, emigrante valdostana, raccontando il suo sbarco a New York nel 1912, ventiduenne. “Erano considerati come dell’immondizia umana, e le grida continuavano senza tregua”».

Pubblicato sulla “Voce” del 13 settembre 2024

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Raccontare il cinema: il libro di Gian Pietro Zerbini

11 Set

Nel volume, 365 recensioni e diversi interventi. Presentazione il 12 settembre in Biblioteca Ariostea

Si intitola “Il cinema raccontato giorno per giorno” il volume che raccoglie 365 recensioni di film, una per ogni giorno dell’anno, del giornalista Gian Pietro Zerbini, dal 1989 fino a pochi mesi fa nella redazione de “la Nuova Ferrara”.

Da giornalista, Zerbini vedeva scorrere ogni giorno la pellicola della realtà, e con gli occhi del cronista la registrava, la interpretava. Per fare il giornalista, bisogna avere passione per la realtà. E il cinema (l’arte in generale) non è meno “reale” di quella fuori dallo schermo. È la realtà vissuta prima nella mente e nel cuore del regista, che poi rivive nel cuore di chi la osserva. Ho sempre apprezzato poco l’espressione “cinema della realtà”: il cinema è un’illusione non negativa (lo è la mera foto “di cronaca”, figuriamoci un film “di finzione”…), è creazione, ri-creazione nel senso di stacco, di distacco, di sempre nuova realtà, che prima non esisteva. 

Allo stesso modo, il cronista/critico cinematografico Zerbini con le sue parole ha ri-creato 365 e più volte quel reale sullo schermo che tanto ama. Lo ha fatto rivivere di vita nuova, perché la parola non può essere corpo morto, ma vita che si incarna sulla pagina, vita che a sua volta rivive in chi la legge. E così via, su una pellicola invisibile e potenzialmente infinita.

Andrea Musacci

IL 12 SETTEMBRE PRESENTAZIONE IN BIBLIOTECA ARIOSTEA

Il volume, già acquistabile nelle librerie e anche on line, viene presentato giovedì 12 settembre alle ore 17 nella Sala Agnelli della Biblioteca Ariostea di Ferrara (via delle Scienze, 17).

Il libro di Zerbini inaugura anche una nuova collana della Faust edizioni di Fausto Bassini, intitolata “Buio in sala”, dedicata ai legami tra il cinema e Ferrara.

GLI INTERVENTI NEL LIBRO

Uscito per Faust edizioni, il volume ospita anche diversi interventi: Cristiano Meoni (Direttore “la Nuova Ferrara”), Massimo Marchesiello (Prefetto Ferrara), mons.Massimo Manservigi (Vicario della nostra Arcidiocesi e regista), Paolo Micalizzi (critico d’arte e nostro storico collaboratore), Gabriele Caveduri (ex gestore di sale cinematografiche),  Paolo Govoni (Vice Presidente  Camera di Commercio Ferrara-Ravenna), Carlo Magri (docente UniFe a.c. e filmaker), Riccardo Modestino (Presidente De Humanitate Sanctae Annae odv), Stefano Muroni (attore e fondatore di “Ferrara La Città del Cinema”), Erik Protti (Foiunder e co-CEO gruppo Cinepark), Anna Quarzi (Presidente ISCO Ferrara), Bobo Roversi (Presidente nazionale Unione Circoli Cinematografici ARCI).

Pubblicato sulla “Voce” del 13 settembre 2024

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Cristiani nel mondo: immersi ma diversi

7 Set

L’Editoriale della “Voce” del 6 settembre 2024

di Andrea Musacci

Anche quest’estate si avvia alla conclusione, riconsegnandoci al lavoro, allo studio, alle attività di ogni giorno, nel vortice frenetico del quotidiano. La vacanza si spera sia stata tempo di riposo, svago, distacco – per quanto possibile – dalle ansie e dalle fatiche “feriali”.

Detto ciò, sappiamo bene che ogni momento dell’anno può essere, per il cristiano, proficuo per cercare di incarnare quanto più possibile il Vangelo. Lo raccontiamo su questo primo numero dopo la pausa estiva: i campi dei giovani e degli adulti, il grande raduno degli Scout a Verona, la Settimana Sociale a Trieste…E ora, come da tradizione tra fine estate e inizio autunno, il Tempo del Creato, mentre dal 2 al 13 il Santo Padre è impegnato in un faticoso viaggio in Indonesia, Papua Nuova Guinea, Timor Lest e Singapore.

IL SIGNORE UNICA GUIDA 

Ma per essere «sale della terra» e «luce del mondo» – e non insipidi attori in uno spettacolo deciso da altri, timide ombre fra le tante -, i cristiani mai debbono dimenticare di essere nel mondo ma non del mondo, chiamati a portare una voce alternativa…

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«Sete continua di pienezza»: la formazione spirituale di un giovane (e di tutti noi)

6 Set


“Sogni e avventure sull’Appennino”: i racconti d’esordio di Piero Ferraresi

La consueta vacanza estiva di un ragazzo con la famiglia nella casa di Lizzano in Belvedere, sull’Appennino bolognese, è il “contesto” per i tre racconti di formazione contenuti nel libro d’esordio di Piero Ferraresi, “Sogni e avventure sull’Appennino” (Este Edition, Ferrara, luglio 2024).

Un romanzo sulla formazione umana e spirituale di un giovane, Pierino, verso una maturità nell’Amore declinata nel «Noi» e nella «Cura». A un tempo, un’ascesi e uno sprofondare tra estasi e antri abissali, a strapiombo sul mistero orrido della morte, visione di terrore che solo Dio permette, tenendoci per mano.

Il «Bastone», che durante le escursioni infonde sicurezza a Pierino, è nel libro il primo elemento carico di aspetti fantastici e simbolici, scettro umile del viandante o “arma” biblica dei fratelli Mosè e Aronne. Bastone che lo condurrà alla sua meta: il Regno della «Grande Aquila», la «Regina delle montagne», che, unica, può «insegnargli il segreto del Volo». Pierino sogna, infatti, di librarsi libero, senza vincoli né pesi, «con il suo viso che veniva accarezzato da una brezza leggera», come quella udita dal profeta Elia.

Anche la «Sorgente» rivolgerà la parola a Pierino come fosse, quest’ultimo, il Dante della Divina Commedia: «Pierino, giusta è la via. / Da sempre, la Grande Aquila, / nel suo Regno t’attende». E ancora: «Con lei inizia il cammino infinito, / di chi cerca il sogno dell’Amore donato (…). Devi vincere la paura / e lo sconforto, suo degno consorte. / Se incontri le fiere non provocarle, / ma per la via prosegui dritto». Qui, non vi sono la lonza, il leone e la lupa ma, ad esempio, la vipera, animale che, forse non a caso, richiama il libro di Genesi. «Grazie, sorella Acqua», risponde Pierino, novello San Francesco del Cantico.

Ma «forze avverse», «negative», misteriose, «nemiche di ogni sogno e di ogni desiderio di perfezione», «vogliono rallentargli l’ascesa verso l’inaccessibile Regno della Grande Aquila». Una di queste è lo «Spirito Padronale», quello del possesso, dell’accumulo e del dominio, contro la logica del dono e della gratuità. Anche gli animali – formiche, cinghiali, vipere e calabroni – seppur raccontati in maniera simbolica e quasi favolistica, non sono scevri da aspetti inquietanti e maligni, rimandando alle infinite dipendenze mortali dell’uomo, contrarie a quella dipendenza all’Assoluto nostra fonte, nostra vita che, unica, rende vera la nostra libertà.

In questo sogno, Pierino arriverà alla visione del Regno della Grande Aquila, Regno d’Amore, dell’Eterno: «un’intensa emozione lo colse, riempiendolo di consolazione (…). Per un attimo gli parve che non esistesse più la dimensione del tempo e che tutto il suo vivere non fosse altro che un eterno presente». È un’esperienza mistica che fa esplodere la sua esistenza: «Si accorgeva che solo il gustare e ricordare i momenti di luce poteva aprire i suoi occhi e dare sapore alla vita ordinaria». Ma a muovere Pierino in questo cammino arduo e immenso sarà «una sete continua di pienezza», «un fuoco che non si spegneva». Una ricerca continua, quindi, la sua, contro l’apatia, il vuoto, il ripiegamento su di sé, quella oscura «malattia dell’animo».

A completamento di questo cammino educativo vi sarà – oltre all’esperienza iniziatica del campeggio con gli amici – anche un altro sogno, nella miseria e nella bellezza della storia, con la fame, la guerra e, per lui, il dono ulteriore di poter parlare all’improvviso una lingua sconosciuta, come gli apostoli a Pentecoste. Qui, Pierino imparerà la vera fraternità, il leggere i segni della Speranza in «alcune timide margherite» davanti ai corpi di soldati uccisi.

L’assurdità del male e della morte si vive, quindi, solo nella carità, nella fraternità e nella speranza. L’essenziale della realtà si può cogliere solamente attraverso la Grazia: è il dono e l’apertura all’altro e all’Altro, il cammino nella fede a farci diventare adulti, con gli occhi – sempre bagnati da una divina inquietudine – di un ragazzo che si apre alla vita.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce” del 6 settembre 2024

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Buskers Festival, bello senz’anima

5 Set


Riflessioni dopo la 37^ edizione della rassegna ferrarese svoltasi tra molte polemiche: riscopriamo la sua essenza

di Andrea Musacci

Per almeno una settimana, in città non si è parlato d’altro: il Ferrara Buskers Festival non è più nel centro storico ma “confinato” nel Quadrivio degli Angeli e a Parco Massari. Ed è a pagamento (11 euro + eventuali costi di prevendita). 

In attesa dei dati sull’affluenza e della conferenza stampa prevista a breve, cerchiamo di riflettere a freddo su questa che verrà ricordata come l’edizione più discussa del Festival. Innanzitutto, non si è trattato della prima a pagamento nella nostra città: già nel 2020 e 2021, in piena era Covid, gli organizzatori avevano optato per questa scelta. Allora venne motivata con l’obbligatoria selettività causa restrizioni emergenza sanitaria. Nel 2020 venne scelta la formula dei tre concerti a sera per ognuno dei cinque luoghi del centro selezionati (giardino di palazzo dei Diamanti, cortile di palazzo Crema, chiostro di San Paolo, cortile del Castello Estense, Palazzo Roverella). Costo del biglietto, 12 euro. Nel 2021, sarà di 10 euro, col Festival relegato nel solo Parco Massari. 

Ma oggi, come giustificare una tale scelta, così contraria allo spirito libero dell’artista di strada? «I costi organizzativi sono diventati davvero improponibili», aveva dichiarato la Presidente e Direttrice Artistica del Festival, Rebecca Bottoni. D’altra parte, nei giorni scorsi l’Assessore alla Cultura del Comune di Ferrara, Marco Gulinelli, ha dichiarato: «per l’organizzazione del Festival edizione 2024 l’Amministrazione comunale ha sostenuto gli organizzatori con un contributo di 110mila euro».

LO SPIRITO ORIGINARIO

Nel libro del 1989 intitolato “Musicisti di strada. Immagini del Ferrara Buskers Festival”, in occasione della prima edizione del 1988, gli organizzatori riflettevano su una questione decisiva: «viene tradito lo spirito dei buskers nel costringere una attività spontanea, libera, per certi versi “trasgressiva”, entro i limiti di programmazione, istituzionalizzazione e codificazione che la struttura di un festival impone?». A ciò Luigi Russo, attuale Direttore organizzativo del Festival, 36 anni fa rispondeva elencando le dovute attenzioni dei promotori per lasciare il più possibile la spontaneità del gesto artistico del busker: «i luoghi deputati alle performance musicali sono stati individuati fra quelli normalmente prescelti dai buskers di passaggio in città. Nessun luogo chiuso dunque (teatro o cortile) (…)».

Nello stesso volume, Thomas Walker (già Direttore della Rassegna di teatro Aterforum) citava la distinzione fondamentale – sostenuta dal noto regista teatrale Eugenio Barba – fra teatro di strada (che «deve catturare, accattivare un pubblico che non ha pagato il biglietto») e spettacolo «borghese». Era sempre Walker a spiegare come busk in inglese rimandi al «girare come un pirata». Insomma, già un Festival di buskers richiede un’organizzazione antitetica alla natura dell’artista di strada. Le molto criticate scelte di quest’anno – ingresso a pagamento, zona centrale ma chiusa e mai scelta spontaneamente dai buskers – han però dato vita a una separazione troppo grande fra ideale e realtà. Nell’edizione 2024 del Ferrara Buskers Festival, infatti, tra il busker che offre la propria arte e la folla libera di ascoltarlo e di premiarlo con un’offerta, si è creato un “muro” organizzativo che non fa più da utile filtro per dar vita all’evento-festival, ma che è diventato altro.

Scrivevano, infatti, gli stessi organizzatori del Ferrara Buskers Festival nel catalogo dell’edizione 1993: «Per noi il Festival non è altro che la spontaneità “organizzata” in mille momenti musicali e d’incontro liberamente gestiti dall’artista con la complicità del suo pubblico. Il nostro compito è soltanto quello di porre le condizioni perché questo incontro avvenga nella maniera più naturale e felice possibile».

RITORNO ALL’ANTICO

Molti, invece, quest’anno hanno sofferto lo snaturamento del Festival, che ha fatto perdere la bellezza – senza prezzo – di poter scovare un one man band, un gruppo, un giocoliere ad ogni crocicchio, piazza, strada o vicoletto del centro. L’artista, con un’intuizione istantanea (solo in parte dettata dall’abitudine) diveniva parte del contesto cittadino, in esso si con-fondeva: quest’ultimo non era mero “palcoscenico” ma diveniva luogo vivo di pietre, corpi e musica.

Pur nelle diversità, quest’anno gli altri Buskers Festival in Italia (Roma, Bologna, Aosta, Belluno, solo per citarne alcuni) sono rimasti a ingresso libero e gratuito, come anche la tradizionale anteprima svoltasi a Comacchio il 18 agosto. Nei giorni del Ferrara Buskers Festival, invece, una fra le aree più magiche e note della nostra città è stata di fatto “privatizzata” e chiusa con tanto di divieto di accedervi in bicicletta e di portare cibo, bevande e macchine fotografiche. Escludendo una violinista e una band “fuggiti” in piazza oltre il recinto del Festival, nel centro cittadino gli unici musicisti di strada rimasti erano gli zingari con la loro fisarmonica che, come ogni giorno, giravano chiedendo l’elemosina…

Nel sito del Ferrara Buskers Festival campeggia la scritta: “Quest’anno tutta un’altra musica”. Così è stato. Ma forse sarebbe meglio tornare a quella precedente.

Pubblicato sulla “Voce” del 6 settembre 2024

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Mons. Borghini Vescovo e la sua croce coi nostri santi

4 Lug

Penultimo Vescovo ferrarese, guidò la Diocesi di S. Severino Marche fino alla morte nel 1926. Vi raccontiamo la storia di un “santo” dei poveri e della sua magnifica croce pettorale 

di Andrea Musacci 

Morì in odore di santità, mons. Adamo Borghini. Di sicuro, il Vescovo di origini ferraresi non tornò al Padre nell’opulenza e dai poveri mai si staccò.

Proprio dieci anni fa, il 25 gennaio 2014, venne ordinato Vescovo l’ultimo ferrarese, mons. Andrea Turazzi, per dieci anni alla guida della Diocesi di San Marino-Montefeltro e dallo scorso 3 febbraio Vescovo Emerito.

È del suo predecessore che vogliamo parlarvi, di quel poco noto, quasi “dimenticato” mons. Borghini e della sua croce pettorale da mons. Turazzi indossata per la sua Consacrazione Episcopale. Una croce particolarmente bella e ricca, segno tangibile della storia della nostra Chiesa locale e dei suoi santi.

Leggi qui l’articolo integrale.