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Francesco trasfigurato da Cristo: a San Giorgio la mostra di Ciaramitaro

20 Set

“Dal dolore alla lode” è il nome della personale di pittura esposta nel chiostro dal 27 settembre al 5 ottobre. La nostra intervista all’autore 

di Andrea Musacci

Il 27 settembre, in occasione della Giornata Mondiale del Turismo, il chiostro della Basilica di San Giorgio fuori le Mura a Ferrara ospita l’inaugurazione della mostra di pittura dal titolo “Dal dolore alla lode. Il canto trasfigurato di Francesco” con opere di Carmelo Ciaramitaro. Alle ore 18, S. Messa presieduta da mons. Massimo Manservigi e alle 18.50 inaugurazione della mostra nel chiostro con intervento dello stesso mons. Manservigi (Vicario Generale e Direttore dell’Ufficio diocesano Comunicazioni Sociali), alla presenza dello stesso Ciaramitaro. La mostra sarà visitabile a ingresso libero fino al 5 ottobre dalle ore 10 alle 12.30 e dalle 15.30 alle 18.30.

Abbiamo rivolto alcune domande a Ciaramitaro, 39enne di origini siciliane che vive a Ferrara da circa un anno, è laureato in Teologia presso la facoltà pontificia San Giovanni Evangelista e ha seguito anche il corso di licenza in Teologia sacramentale. Sono diverse le esposizioni personali negli ultimi anni: fra queste, alla galleria francescana internazionale nel Santuario di San Damiano in Assisi, alla Pinacoteca Caracciolo a Fulgenzio nel leccese, nel Museo Diocesano di Terni. Attualmente è in corso una personale itinerante al Santuario di Chiesa nuova in Assisi (mostra che a breve esposta nel Museo Diocesano di Acireale).

Carmelo Ciamaritaro
Carmelo Ciaramitaro

Ciaramitaro, quando e dove ha iniziato a dipingere?

«La pittura è nata con me. La considero un dono di Dio; dono affinato attraverso alcuni corsi iconografici. Tuttavia la densità espressiva la devo più alla mia storia personale e al mio percorso di fede che agli studi compiuti».

Si definisce un artista di arte sacra?

«Sono un artista prevalentemente d’arte sacra e in particolar modo di ispirazione  francescana. Vivo il mio talento  come una missione dedita alla bellezza della dimensione trascendente insita nell’uomo. L’arte sacra è sicuramente veicolo immediato, direi sensoriale, del rapporto con il divino».

Leggi qui l’intervista integrale.

(Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 19 settembre 2025)

«Portiamo Cristo a chi non lo conosce»

5 Ott

André e Victor sono i due nuovi missionari brasiliani di Shalom presenti a Ferrara. Li abbiamo incontrati per farci raccontare la loro esperienza di fede e la loro missione 

Nell’estate del 2023 a Ferrara si sono trasferite cinque missionarie della Comunità Shalom, nata in Brasile nel 1982 e presente in diversi Paesi europei e non. Aline Teixeira, Sara Ponzo, Chiara Rondoletti (attuale Responsabile Comunità Shalom di Ferrara), Sheisse Góes e Rayana Soares hanno iniziato fin da subito a collaborare con la Pastorale Universitaria e Giovanile diocesana e con don Giovanni Polezzo, neo Rettore di San Giorgio fuori le Mura, per animare la vita del Santuario diocesano. Nel tempo, sono riuscite a creare un gruppo di giovani e uno di adulti che regolarmente si ritrova nell’antica Basilica fuori le Mura per serate di lode e convivialità.

Recentemente Sheisse e Aline sono tornate in Brasile, mentre le altre tre sono state raggiunte a San Giorgio da altri due giovani missionari brasiliani di Shalom:André Filipe e Victor Amorim, arrivati il primo lo scorso maggio, il secondo lo scorso marzo.

Li abbiamo incontrati per farci raccontare il loro cammino di fede.

CHI È ANDRÉ FILIPE

Originario di Recife, 28 anni,André (nella foto, a dx) a 16 anni vive la prima esperienza personale col Signore durante un incontro di “Rinnovamento Carismatico”. Da qui inizia un cammino di fede che lo porta a Shalom: «capii che questo è il mio posto», ci spiega. Dopo un percorso vocazionale, arriva a Fortaleza dove per  5 anni è impegnato nell’ambito della comunicazione (anche come filmmaker) per la sede centrale di Shalom e altri 2 nella “Scuola di evangelizzazione”.Quest’ultima esperienza, in particolare, sarà per lui fondamentale:«a due a due andavamo dal lunedì al venerdì a evangelizzare porta a porta, mentre nel fine settimana nelle piazze e in altri luoghi pubblici. Portavamo Gesù e la Sua Chiesa alle persone, non aspettavamo che fossero loro a venire da noi». Gli chiediamo quale forme di evangelizzazione stanno sperimentando a Ferrara: «qui come Shalom innanzitutto abbiamo cercato di formare un piccolo gruppo di persone», giovani e adulti. Uno degli obiettivi sarà, ad esempio, quello di aprire un luogo per gli universitari, ad esempio un’aula studio. Nel frattempo, però, «soprattutto noi due maschi che siamo qui da meno tempo, dobbiamo conoscere meglio la città e le persone che la vivono, residenti e studenti fuori sede». Per questo, «a volte la sera tutti e cinque andiamo assieme in centro o lungo la nuova Darsena, e continueremo a fare così per tutto l’anno accademico».

CHI È VICTOR AMORIM

Nato e cresciuto a Fortaleza, 30 anni, al Festival musicale cattolico “Halleluya” (che in cinque giorni proprio a Fortaleza riunisce 1 milione di persone) Victor (nella foto, a sx) ha avuto la sua prima vera esperienza di fede. Nel 2012 un ritiro spirituale nella sua parrocchia gli fa comprendere «che non era sufficiente partecipare alla Messa domenicale».Da qui «ho iniziato a sentire il bisogno di qualcosa di più profondo»: inizia a frequentare gruppi di preghiera, gruppi di giovani, a prestare servizio in parrocchia. Nel ’14 con Shalom partecipa a un “Seminario di vita nuova” e due anni dopo vive l’anno vocazionale per poi entrare nella “Comunità di vita” di Shalom. Vivrà poi per due anni e mezzo a Budapest in missione. Ora qui a Ferrara è l’economo della Comunità Shalom, mentre André si occupa della comunicazione e delle uscite per l’evangelizzazione, Rayana della formazione e della vita del Santuario (insieme a don Polezzo), e Sara dell’ambito musicale e delle relazioni con i benefattori, importanti per il loro sostentamento.

VIVERE PER GLI ALTRI

Chiediamo quindi ai due di raccontarci alcuni incontri con i giovani di Ferrara. André ci racconta di Dario, un ragazzo conosciuto al Mammut o dell’amicizia nata, anch’essa in modo spontaneo, con alcuni studenti di Medicina al Parco Pareschi. «Prima ci presentiamo, come semplici amici. Poi, se vogliono, parliamo loro di Gesù». È forse l’aspetto più bello della loro esperienza missionaria: «saremmo potuti rimanere tranquilli nelle nostre parrocchie – ci spiegano – ma abbiamo sentito il desiderio di andare a cercare altre persone per far conoscere loro Cristo». «Non c’è un senso razionale, logico in quel che facciamo – prosegue André –  non si può, cioè, spiegare del tutto. È l’Amore di Dio. Punto». Quel che gli fa uscire da sè e scegliere di dedicare la propria vita agli altri, contro la logica individualista che – oggi ancor di più – domina nel mondo.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 4 ottobre 2024

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A Salvatonica la rinascita di una comunità

26 Set
Pagine di libri bruciati appartenenti a Renata Rantzer

Lo scorso giugno l’incendio negli edifici di “Accoglienza odv”, poi la morte di Renata. Il racconto di don Giorgio Lazzarato

di Andrea Musacci

L’INCENDIO E LA RINASCITA

La Comunità “Accoglienza odv” di Salvatonica, nata una 30ina di anni fa, accoglie 35 persone fra disoccupati, immigrati, persone con problemi psichici di varia natura, detenuti a fine pena. Lo scorso 24 giugno, l’incendio partito dal dormitorio al primo piano, nel quale rimangono ferite tre persone. «Il piano terra, con la sala da pranzo e la cucina, è stato ripristinato e ora dobbiamo ristrutturare le sei stanze e i due bagni al piano superiore, quello dov’è avvenuto l’incendio, piano che ospitava 9 persone», ci spiega don Lazzarato. «Per il prossimo 13 giugno, Festa di Sant’Antonio – continua – spero che i lavori saranno conclusi e di fare una “visita guidata” alla struttura…». Le persone che alloggiavano in quel piano dell’edificio sono state poi trasferite in altre strutture vicine.

Aiuti economici per la ristrutturazione sono arrivati anche da Belgio, Spagna, Germania, da Roma, Latina, dalla Sicilia e da altre località: l’associazione “Accoglienza odv”, infatti, nasce nel 1992, durante i mesi estivi della grande ondata migratoria dall’Albania, ma già da fine anni ’80 don Giorgio organizza campi per ragazzi da tutta Italia, e campi IBO con giovani provenienti da diversi Paesi europei. Adulti che ora, saputo del dramma vissuto, cercano – anche se a distanza – di aiutare la Comunità a rialzarsi. Ricordiamo che per l’accoglienza, oltre che dalle rette dei servizi sociali, i finanziamenti alla Comunità arrivano in parte dai soci dell’associazione e dall’8×1000 alla Chiesa Cattolica.

Inoltre, dal 17 al 22 settembre il chiostro di San Giorgio ha ospitato una mostra fotografica, a cura dell’Ufficio Comunicazioni Sociali della nostra Diocesi, dedicata proprio alla Canonica di Salvatonica ferita dall’incendio della scorsa estate.

CHI ERA RENATA RANTZER

Una delle tre persone ferite nell’incendio del 24 giugno, Renata Rantzer (foto qui sopra), non ce l’ha fatta ed è deceduta lo scorso 16 agosto all’Ospedale di Cento, dov’era stata trasferita dal Bufalini di Cesena. La donna, di origini ebraiche, era stata salvata nell’immediato da un altro ospite, il detenuto a fine pena Filippo Negri, 28 anni e da Dorel, 58enne rumeno, operatore di “Accoglienza odv”. Un lutto che ha colpito la Comunità, un dramma dal quale don Giorgio e i suoi ospiti han cercato fin da subito, pur a fatica, di rialzarsi. Nata nel 1938, Renata Rantzer ha avuto una vita piena ma costellata di dolori profondi. A inizio anni ’90 perde, infatti, il primo figlio, Mattia, di 31 anni, e anni dopo perde prematuramente anche la figlia, Camilla, 38 anni. Due lutti che segnano profondamente la vita di questa donna, la quale dal 1993 al 2000 ha guidato la Comunità di recupero “Exodus” di Bondeno, mentre in passato era stata anche arredatrice di interni. Il figlio Mattia riposa nel cimitero di San Biagio di Bondeno (mentre Camilla in Toscana) e lo scorso 31 agosto, con una toccante cerimonia che ha coinvolto don Lazzarato e ospiti della sua Comunità, le ceneri di Renata sono state poste di fianco ai resti del figlio.

Il concerto solidale: Manuzzi ci spiega la band

Una grande risposta solidale quella nella sera del 17 settembre scorso a San Giorgio fuori le Mura. Circa 250 i presenti per l’ultimo appuntamento dei festeggiamenti della Madonna del Salice, patrona del borgo: nell’antico chiostro della Basilica si è esibito il gruppo Ars Antiqua World Jazz Ensemble, guidato da Roberto Manuzzi, per un concerto organizzato in collaborazione con l’Arcidiocesi di Ferrara-Comacchio, Over Studio Recording di Cento e con la regia audio di Angelo Paracchini. Il concerto era gratuito ma con la richiesta ai presenti di un’offerta per il ripristino della sede della Comunità “Accoglienza odv” della parrocchia di Salvatonica. L’evento è stato anche dedicato alla memoria di Roberto Sgarbi, stimato medico di base a Pontelagoscuro, cognato di Manuzzi, mancato improvvisamente lo scorso 6 maggio all’età di 68 anni. La sera del 15 è stato Giovanni Dalle Molle a ricordarlo pubblicamente e a rivolgere un pensiero affettuoso anche alla madre di Sgarbi, Marisa.

Ars Antiqua ha incantato i tanti presenti a S. Giorgio esplorando in modo attuale e rivisitando musiche e testi poetici del basso medioevo, dalle cantigas di S. Maria tratte dalla raccolta del 1200 di re Alfonso il saggio di Spagna, a musiche della tradizione arabo-andalusa (ebraico-sefardite) e musiche originali su testi del poeta Jacopo da Lentini, predecessore di Dante e notaio presso la corte di Federico II di Svevia. Roberto Manuzzi spiega a “La Voce”: «ho pensato con questo concerto di aiutare la Comunità di Salvatonica e, in secondo luogo, l’ho pensato all’interno di un progetto più ampio sulla cosiddetta “musica dell’anima”, cioè una musica che, se non strettamente sacra, sia capace comunque di esprimere sentimenti di spiritualità. La nostra – prosegue – è musica popolare, come popolare era all’epoca. Si tratta di una commistione di sacro e profano molto profonda e intensa, che ben esprime la tensione tra amore terreno e amore divino». L’Ars Antiqua World Jazz Ensemble ha da poco inciso un cd con Over Studio Recording e quello a S. Giorgio è stato il primo concerto dopo il concorso internazionale Folkest di S. Daniele del Friuli dove il gruppo è stato premiato per il miglior brano originale in lingua friulana, risultando 3° classificato su un centinaio di proposte.

Pubblicato sulla “Voce” del 27 settembre 2024

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Procida e i suoi Misteri, «ecco la nostra mostra»

20 Apr

Maria Grazia Dainelli e Carlo Midollini hanno immortalato la suggestiva processione del Venerdì Santo nell’isola napoletana. A “La Voce” raccontano questa esperienza

di Andrea Musacci

Un evento collettivo, manifestazione profonda della cultura di una terra, alchimia originale di fede e folclore, storia e devozione popolare. Dal 23 al 28 aprile, l’ex chiostro olivetano di San Giorgio fuori le Mura a Ferrara ospita la mostra fotografica dedicata alla processione dei “Misteri” che ogni Venerdì Santo si svolge a Procida. La mostra – finora esposta solo nell’isola a cui è dedicata – sarà inaugurata alle 10.30 del 23 aprile prima della S. Messa presieduta dall’Arcivescovo mons. Perego alle ore 11.15. Trenta gli scatti in bianco e nero esposti, oltre alla proiezione di un audiovisivo sulla costruzione degli stessi Misteri. Abbiamo contattato i due autori di questo progetto, i fiorentini Maria Grazia Dainelli e Carlo Midollini, fotografi e giornalisti per il mensile di arte e cultura “La Toscana Nuova” (di cui lei è anche Caporedattrice), per farci raccontare il loro progetto. 

CHE COSA SONO I MISTERI

Procida – appena 4 km2, a 40 km dal capoluogo Napoli – è un’isola che solo negli ultimi anni sta diventando un’ambìta meta turistica, dopo che, dal XVIII secolo fino al secolo scorso, è stato un importante centro cantieristico navale. Quella dei Misteri è un’antica tradizione che si svolge fin dal XVII secolo (ai tempi in funzione penitenziale, con anche autofustigazioni). Durante le prime ore del mattino del Venerdì Santo, al risuonar di tre squilli di tromba (che richiamano quelli per i condannati a morte in epoca romana) a cui si risponde con altrettanti colpi di tamburo, da Terra Murata (il centro medievale dell’isola, sul suo punto più alto, dove si trova l’Abbazia di San Michele Arcangelo) parte la processione: a sfilare sono proprio i Misteri, “carri” allegorici costruiti dai procidani, che rappresentano la Passione di Gesù e altri episodi del Nuovo e dell’Antico Testamento. I Misteri sono costituiti da una o più tavole di legno (dette “basi”) lunghe fino a 8 metri e larghe 2, sulle quali vengono allestite le rappresentazioni scultoree. I materiali utilizzati sono perlopiù poveri: cartapesta, legno e stoffa. In passato, i Misteri venivano costruiti nei portoni delle case e svelati solo il Venerdì Santo.

INNAMORARSI DI PROCIDA

Maria Grazia e Carlo iniziano a frequentare l’isola due anni fa: «da lì si è aperto un mondo», ci dicono. La prima mostra che le dedicano è su Palazzo d’Avalos, edificio del XVI secolo, dal 1830 fino al 1988 adibito a carcere, esposta nello stesso Palazzo e a Firenze (una terza mostra su Procida è prevista per il 2025). «Alcuni procidani iniziarono a raccontarci la storia dei Misteri del Venerdì Santo», tipici di varie località del Meridione. L’interesse per questa antica tradizione li cattura, e contattano, quindi, le associazioni che nell’isola li organizzano. L’anno scorso viene loro permesso di assistere alla costruzione dei Misteri, un lavoro collettivo che coinvolge, oltre alla Congregazione dell’Immacolata Concezione dei Turchini, parrocchie e associazioni laiche e dura tutto l’anno. Un grande momento aggregativo, quindi, che vede lo stesso Comune sempre più coinvolto. «Siamo stati in più occasioni a Procida – proseguono i due fotografi – intervistando molte persone che ci hanno permesso di comprendere l’intreccio fra religione, storia e associazionismo sia religioso che laico».

TRADIZIONE E ATTUALITÀ

Il silenzio è ciò che domina la lunga processione dei Misteri lungo le strade procidane. Nel serpentone del corteo risalta la “divisa” canonica della sopracitata Congrega dei Turchini, con saio bianco e “mozzetta” (mantellina) turchese. E poi ci sono i bambini, angioletti addobbati a lutto coi loro abitini neri arricchiti da ricami d’oro. Ma nei Misteri non c’è spazio solo per la storia: «negli ultimi anni – ci spiegano Maria Grazia e Carlo – non danno solo un’interpretazione strettamente religiosa ma li attualizzano: quest’anno, ad esempio, vi erano anche riferimenti alla guerra in Ucraina e alla violenza sulle donne». Negli anni scorsi, anche la pandemia è stata protagonista della processione. «Vi è quindi – proseguono i due – un pensiero, una progettualità, la ricerca di idee e temi sempre nuovi».

Una creazione collettiva, dunque, fra arte e artigianato, mai identica a sé stessa: «dopo ogni processione, i Misteri vengono distrutti. A volte, alcune componenti più artistiche rimangono come cimelio nel museo dei Misteri, ma il ciclo si rinnova e dopo la Pasqua inizia la progettazione per l’anno successivo». 

LO SGUARDO SEMPRE AL FUTURO

L’antica “penitenza” legata ai Misteri rimane nella dedizione appassionata, nei tanti sacrifici necessari per la sua realizzazione, nelle notti bianche, nel peso di questi manufatti da portare in processione lungo le strade dell’isola, un tempo anche dai detenuti. Il segno, indelebile, della tradizione come traccia viva nell’anima di chi la custodisce. Com’è viva nelle mani e nelle menti di queste persone, eredi degli operai e progettisti della stagione dei gloriosi cantieri navali.

Ma l’anima di un popolo, si sa, è sempre difficile da conservare, soprattutto in questi decenni in cui l’abisso fra generazioni si fa sempre più profondo e minaccioso. «Ora – proseguono i due fotografi – i Misteri sono poco più di 40, un tempo erano un centinaio. Negli anni è cresciuta la disaffezione dei più giovani, ma le associazioni dei Misteri cercano comunque di coinvolgerli, di farli maturare attraverso questa esperienza e di tenerli nella vita della comunità».

DA PROCIDA A FERRARA

La nostra città ha, come anticipato, l’onore di essere la prima a ospitare questa mostra sui Misteri al di fuori di Procida. Lo scorso settembre, in occasione della festa della Madonna del salice, il chiostro di San Giorgio ospitò un’altra mostra fotografica dedicata alla devozione popolare nel Meridione, “Matera in cammino: tra fede e cultura” di Cristina Garzone, sulla Festa della Bruna. E per Dainelli e Midollini si tratta di un ritorno nella nostra antica Cattedrale dopo che nel settembre del 2021 vi esposero la mostra “L’informalità. Cuba tra sogno e realtà”, sempre grazie all’intraprendenza del diacono olivetano Emanuele Maria Pirani, curatore delle esposizioni a San Giorgio. Pirani che ha presenziato, dopo Pasqua, al finissage a Procida della stessa mostra dei due fotografi fiorentini. All’inaugurazione del 23 sarà presente anche mons. Perego, la cui attenzione verso i migranti è nota: Procida è anche terra di accoglienza, e ospita il Muro dei Migranti dedicato a chi, oggi come ieri, lascia la propria terra per un futuro migliore.

Ma se San Giorgio richiama anche un’altra isola, quella veneziana (sede della Fondazione intitolata al ferrarese Giorgio Cini), così Procida richiama, in parte, il passato dell’antico borgo ferrarese: nel “Polesine di San Giorgio”, infatti, nell’antica biforcazione del Po nei rami del Volano e del Primaro (la “Punta di San Giorgio”), venne edificata nel 540 d. C. la prima chiesa di San Giorgio. Ora, le radici del nostro passato si intrecciano in profondità con quelle della lontana, ma solo fisicamente, isola dei Misteri.

(Foto: i due fotografi ai lati, al centro Emanuele Pirani)

Pubblicato sulla “Voce” del 19 aprile 2024

La Voce di Ferrara-Comacchio

Arte e natura da custodire: nuovi incarichi in Diocesi

2 Ott

Due nuovi incaricati diocesani per tempo libero, turismo, sport e pellegrinaggi: sono don Giovanni Polezzo ed Emanuele Pirani. Nella “loro” San Giorgio, dal 27 al 30 la mostra sulle Valli di Argenta

Dio è il più grande artista, su questo non v’è dubbio. Ed Egli è la fonte e il senso ultimo della bellezza. A ognuno di noi spetta saper riconoscere il dono di questo splendore, cercando di renderne partecipi quante più persone.

È questo che prova a fare Sergio Stignani, fotografo che da tanti anni immortala le meraviglie delle Valli diArgenta, sua “casa”, luogo dell’anima che attraversa e conosce come pochi, occupandosi della gestione dei suoi capanni fotografici ed essendo guida al Museo della Bonifica. Dal 27 al 30 settembre Stignani è stato il protagonista della mostra “Valli di Argenta: un mondo da scoprire”, allestita nel Chiostro olivetano di San Giorgio fuori le Mura in occasione della Giornata Mondiale del Turismo.

Ad organizzarla, l’Ufficio diocesano per la pastorale del tempo libero, del turismo, dello sport, dei pellegrinaggi, che dal 1° settembre ha due nuovi Incaricati diocesani: il diacono Emanuele Pirani e il neo Rettore di San Giorgio don Giovanni Polezzo. Un Ufficio, quindi, che viene rilanciato attraverso iniziative come questa e, in prospettiva, quella più ambiziosa  di dar vita anche nel nostro territorio diocesano a un “Parco Culturale Ecclesiale” (PA.C.E.), come da diversi anni già ne esistono in altre realtà. Un nuovo tentativo di proporre un modello turistico non consumistico, non massificante ma di esperienza anche spirituale. Tentativo che da qualche anno la nostra Arcidiocesi ha già in un certo senso avviato, non solo proponendo nel periodo estivo diverse iniziative soprattutto nei Lidi e a Pomposa, ma cercando di coordinarle tra loro.

Su questo è intervenuto anche il nostro Vicario Generale mons. Massimo Manservigi, presente all’inaugurazione, riprendendo in parte il Messaggio di mons. Rino Fisichella, Pro-Prefetto del Dicastero vaticano per l’Evangelizzazione, in occasione della Giornata Mondiale del Turismo: «c’è bisogno di riscoprire un turismo intelligente – ha detto mons. Manservigi -, per ritrovare equilibrio e un rapporto personale con la natura e con l’arte». Ma non solo: un “turista dal volto umano” è quello che «non considera i luoghi turistici come mere passerelle», ma che invece non dimentica quanto spesso quei luoghi siano anche «luoghi di povertà» o nei quali, proprio a causa del turismo, «tanti lavoratori vengono sfruttati».

Tornando alla mostra di Stignani, è stato proprio Pirani a introdurla mercoledì 27, raccontando innanzitutto l’amicizia nata tra i due lo scorso agosto durante un’escursione nelle Valli argentane. Il diacono ha sottolineato come anche Stignani nella propria opera di custodia e valorizzazione delle Valli, se ne prende cura cercando di «consegnarle alle prossime generazioni come il Creatore le ha a noi affidate».

Mons. Manservigi ha poi elogiato «la pazienza» di Stignani nel cogliere nella fauna valliva quell’attimo irripetibile, oltre alla sua profonda conoscenza non solo della tecnica fotografica ma dello stesso ambiente naturale che da tanti anni contribuisce a conservare.

Un mondo con mille sfaccettature, che le fotografie di Stignani raccolgono cogliendole nella loro estrema bellezza: si passa dai diversi tipi di volatili (solo per citarne alcuni: Martin pescatore, Garzetta, Tarabusino, Ibis sacro,Beccamoschino, Upupa) alle lepre e ai caprioli, alle faine, alle volpi e ai famosi lupi (attualmente 4, ma fino a due anni fa erano il doppio).

Un mondo – lo ripetiamo anche a conclusione del Tempo del Creato – da coltivare e custodire, sempre.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce” del 6 ottobre 2023

La Voce di Ferrara-Comacchio

«Con gioia portiamo Dio»: ecco la Comunità Shalom a Ferrara

13 Set
Le cinque nuove missionarie di Shalom a Ferrara

Cinque missionarie (e a breve due missionari) vivono a San Giorgio fuori le Mura e collaborano con la Pastorale Universitaria e Giovanile diocesana. «I giovani hanno una forte sete di Dio, di una felicità diversa»:ecco le loro testimonianze alla “Voce”

A cura di Andrea Musacci

«I giovani hanno una forte sete di Dio, di una felicità diversa. Ognuna di noi sa da quale morte il Signore l’ha tolta. Cercheremo di portare la nostra “radicalità di vita” in questa Diocesi». Incontriamo le cinque nuove missionarie della Comunità Shalom una mattina di inizio settembre. La gioia salda nella fede che trasmettono fin dal primo sguardo è coinvolgente. Le missionarie Aline, Sara, Chiara, Sheisse e Rayana collaboreranno con la Pastorale Universitaria e Giovanile diocesana e con don Giovanni Polezzo, neo Rettore di San Giorgio fuori le Mura per animare la vita del Santuario diocesano. 

Si definiscono “laiche coi voti”, e a San Giorgio compongono una delle “Comunità di Vita” di Shalom. Della loro vita precedente hanno lasciato tutto (studio, lavoro e famiglia) per dedicarsi all’evangelizzazione. Un anno fa don Polezzo ha vissuto un’esperienza nella Comunità di Vita Shalom di Roma, alla quale ha fatto seguito la visita del nostro Arcivescovo e del suo segretario don Granzotto alla Comunità romana con l’intento di portare la freschezza missionaria di Shalom nella nostra Chiesa locale.

Lo scorso 13 giugno, poco dopo l’arrivo in stazione a Ferrara accolte da mons. Perego, Sara, Chiara, Sheisse e Rayana hanno partecipato alla processione per Sant’Antonio organizzata dalla parrocchia di S. Spirito (Aline le ha raggiunte il 6 settembre). Ad agosto, sono state invece alla GMG di Lisbona. «Un’esperienza di vita come la nostra – spiegano alla “Voce” – non è scontato attecchisca qui in Italia. Ma si vede che Dio ha voluto così». Per loro, «la fede è l’incontro con una Persona, Gesù Cristo, un cammino graduale ma nel quale vi è un momento decisivo, che fa da spartiacque. Per noi sono fondamentali l’autoconoscenza e la vita di preghiera». Quest’ultima in particolare, «ci aiuta a trovare l’equilibrio, il senso di ciò che facciamo».

Per il prossimo 21 settembre, alle ore 20, le missionarie organizzano a San Giorgio un gruppo di preghiera settimanale pensato per i giovani, in programma ogni giovedì. E dalla seconda metà di ottobre, dopo l’ingresso ufficiale come Rettore di don Polezzo (previsto per il 15 ottobre), inizieranno incontri mensili aperti a tutti, giovani e adulti, con canti, preghiere e momenti di formazione. Entro la prossima primavera a San Giorgio si aggiungeranno due missionari di Shalom, per dar vita a una “Comunità di Vita” maschile.

LA PRESENTAZIONE ALLA DIOCESI

La mattina dello scorso 10 settembre all’interno della Festa della Madonna del Salice, a San Giorgio si è svolta la presentazione della Comunità. Il nostro Arcivescovo ha presieduto la S. Messa delle 11.15, alla quale è seguito un momento di convivialità, musica e testimonianze con le cinque nuove missionarie e altri missionari di Shalom provenienti da diverse missioni in Italia. Il 10 vi è stata anche la nomina di don Giovanni Polezzo quale primo rettore del Santuario e il ringraziamento al Signore per il ministero diaconale di Massimo Moretti, ordinato diacono permanente a Cesena ma originario proprio di San Giorgio.

LA COMUNITÀ SHALOM

Shalom è nata in Brasile nel 1982 dopo che il suo fondatore, Moysés Louro de Azevedo Filho, offrì la propria vita per dedicarsi a portare Gesù Cristo e la Sua Chiesa a coloro che erano distanti, soprattutto ai giovani. L’intuizione iniziale fu quella di creare un’interfaccia che parlasse il loro linguaggio: nell’82 nacque quindi a Fortaleza la prima “pizzeria del Signore”. In altre realtà sono nate anche paninoteche, bar e aule studio, come a Roma vicino alla Sapienza. Oltre alle “Comunità di Vita”, vi sono le “Comunità di Alleanza”, composte anch’esse da missionari ma che proseguono la loro vita in famiglia e nel lavoro. Come maestri di vita spirituale Shalom ha Santa Teresa di Gesù e San Francesco di Assisi. Shalom è presente in vari Paesi nel mondo, fra cui USA, Spagna, Portogallo, Italia (Acqui Terme, Cecina, Roma – con 4 case – e Napoli), Francia, Polonia, Ungheria, Angola, Mozambico, Madagascar, Filippine, Taiwan.

VITE DI CINQUE MISSIONARIE: LE RAGAZZE SI PRESENTANO

Aline Teixeira (Responsabile Apostolica Shalom Ferrara)

«Per me è impossibile vivere tutto quello che ho vissuto dalla mia conversione, e quello che ora vivrò qui, senza l’aiuto di Dio». Aline, brasiliana, ha 36 anni e ha «conosciuto Dio per la prima volta» a 12 anni, incuriosendosi nel vedere una suora. «Nella mia parrocchia – ci racconta – sentivo parlare di santità ma non la vedevo incarnata attorno a me. Poi ho conosciuto Shalom e, ascoltando la testimonianza di una missionaria celibe, ho pensato: “è ciò che voglio”. Di Shalom mi ha attirato molto la radicalità di vita». Laureata in Biologia, Alina lavorava in un laboratorio. «Ma la mia domanda rimaneva: “Come posso aiutare di più le persone?”. A un certo punto mi sono risposta: “Salvando anime per Dio”. Insomma, non mi mancava niente, ma ho scelto di vivere nella Provvidenza». Nel 2011 l’ingresso in Comunità, a Fortaleza l’impegno come Responsabile per le Evangelizzazioni. Vive a Roma, poi, dal 2014 al 2018, per poi essere trasferita in Argentina, dove ha vissuto fino allo scorso febbraio. 

Sara Ponzo (Responsabile formazione e vita comunitaria Shalom Ferrara)

Sara ha 29 anni ed è originaria di Vaglio Serra, piccolo borgo nell’astigiano. «Pregavo Dio di trovare la mia strada, la mia vocazione e capii che non era nel mio paesino: avevo una sete grande e quel che conoscevo non poteva dissetarla». Nel 2011 una famiglia di Shalom si trasferisce vicino a dove abita. È stata la svolta: «mi sono innamorata del loro carisma, della loro semplicità, della loro radicalità di vita, dell’essere così sempre accoglienti con tutti. Li chiamavo “missionari in borghese”», con un unico segno di riconoscimento, il tau. L’anno successivo a Roma – per un’udienza dal Papa con Shalom – «ho avuto la mia prima vera esperienza di Dio: mi ha chiamato, ho sentito la Sua voce. Ho pianto tanto per la gioia. Dopo la GMG di Rio nel 2013, è in missione a Fortaleza, poi a Civita Castellana, nel viterbese, e dopo la formazione torna 3 anni e mezzo a Fortaleza. Per tre anni fino all’anno scorso è stata a Roma, dove si è occupata della formazione dei missionari della Comunità.

Sheisse Góes

Sheisse, brasiliana, ha 25 anni e ha «conosciuto Dio in un campo estivo in Brasile quando avevo 18 anni». Inizia a frequentare un gruppo di preghiera di giovani e nel 2017 inizia un percorso vocazionale in Comunità. «È Dio ad avermi chiamata alla “Comunità di vita”», ci racconta. Dopo la laurea in Pedagogia, parte per la sua prima missione a Itapicoca. Nel ’21 inizia la formazione per poi essere trasferita a Civita Castellana.

Rayana Soares

Rayana è nata 32 anni a Sobral in Brasile, ma ha vissuto a Massapê. «A scuola – avevo 12 anni – un insegnante ci invita nella sua parrocchia. Accetto, ed è lì che conosco Shalom. Prima di incontrare questa Comunità, andavo a Messa ma Dio era lì (indica l’alto, ndr) e io qui. Dopo l’incontro con Shalom, invece, posso parlare con Dio perché sento che Lui è con me». Nel 2007 matura la scelta di entrare nella “Comunità di Vita”. Negli anni successivi farà formazione ad Aquixadà e andrà in missione a Senhor do Bonfim (in un orfanotrofio e nel doposcuola), Fortaleza, a Lugano, dove studia teologia e diritto canonico, e a Roma.

Chiara Rondoletti

Chiara, 25 anni, è originaria di Montegrosso d’Asti. «La mia storia con Dio è iniziata a 15 anni, mentre facevo il Liceo Scienze Umane ad Asti e da 1 anno avevo iniziato una vita un po’ sregolata, fatta anche di fumo e alcool. Un giorno, un ragazzo (fratello di Sara e che faceva il batterista in un gruppo metal, ndr) mi dice che parteciperà alla GMG di Rio. Torna cambiato. Inizio a chiedermi, anche solo seguendo la GMG in TV: “allora può esistere una felicità diversa da quella che sto vivendo?”. Questo ragazzo – con cui sono stata per 4 anni ed ora è sposato – mi invita a un gruppo di preghiera Shalom e da lì la mia vita cambia: è stata un’esperienza fortissima, Dio mi parlava, Lo sentivo vivo. E Lui mi conosceva, non ero un caso perso…Ho scoperto, quindi, un tesoro. La vita, da bianco e nero è diventata a colori». Anche Chiara ha vissuto diverse esperienze con Shalom in Brasile, per poi arrivare a Roma e ora a Ferrara, dove è attesa – assieme alle altre – a una sfida non facile ma nemmeno impossibile. Sempre con l’aiuto di Dio. 

Il servizio integrale si trova sulla “Voce” del 15 settembre 2023

La Matera mariana nelle fotografie di Cristina Garzone

5 Set

L’artista espone a San Giorgio dal 7 al 17 settembre. Ecco il racconto della “Festa della Bruna”

La devozione popolare come segno profondo dell’amore per la propria terra e di come la fede possa innervare di sé la storia e la vita di un popolo. Questo sa bene Cristina Garzone, fotografa di fama internazionale, che dal 2015 immortala l’antica Festa patronale della Madonna della Bruna a Matera, sua città natale.

Le stupende immagini tratte da questo suo reportage verranno esposte a Ferrara in una mostra curata dalla nostra Arcidiocesi e dall’Unità pastorale San Luca-San Giorgio. L’esposizione intitolata “Matera in cammino: tra fede e cultura” sarà visitabile nell’ex chiostro olivetano di San Giorgio fuori le Mura dal 7 al 17 settembre, in occasione dei festeggiamenti per la Madonna del salice.

Cristina Garzone, da molti anni residente a Firenze, nella sua carriera ha ricevuto innumerevoli riconoscimenti tra cui, nell’aprile 2020, la più alta onorificenza della fotografia internazionale MFIAP (Maitre de la Federation Internationale de l’Art Photographique). È è ancora la prima ed unica donna fotografa italiana ad aver conseguito un titolo così importante. 

Negli ultimi tre anni le sono state conferite, fra l’altro, anche le tre ambite onorificenze Excellence FIAP Diamante, mentre lo scorso marzo la FIAF le ha riconosciuto il titolo di IFI (Insigne Fotografo Italiano). 

IL RICHIAMO DEL SANGUE

Meriti – come si suol dire – guadagnati sul campo, nel suo caso diversi luoghi del mondo – fra cui India, Nepal, Etiopia. Proprio al misticismo copto etiope, Garzone ha dedicato un progetto fotografico presentato sempre a San Giorgio fuori le Mura lo scorso aprile. Ma non si può sfuggire al richiamo del sangue, delle proprie radici. 

«Sono nata a Matera – ci racconta Garzone -, e quando avevo poco più di 1 anno con la mia famiglia ho seguito mio padre nei suoi trasferimenti per lavoro: prima a Siena, poi a San Gimignano, quindi a Firenze. Mio padre rimase sempre molto legato a Matera, dove ci portava ogni anno, fino a quando ero adolescente». Negli anni, Cristina perde gradualmente i legami con la sua terra materana, a parte un cugino che dieci anni fa le propone di raccontare Matera attraverso le sue foto. «Mi ha riportato nei miei luoghi, facendomi riscoprire le mie origini». Da qui, l’incontro con i talentuosi artigiani locali – come Andrea Sansone, che per alcuni anni ha realizzato il carro trionfale di cartapesta per la Festa della Bruna – e Mimì Andrisani, ex presidente dell’Associazione “Maria Santissima della Bruna”. A seguire, due mostre a Matera con le sue foto della Festa della Bruna e un libro, “Maria De Bruna. Riti, storia e immagini”, con ricerca curata da Nicola D’Imperio e riflessioni di Marco Tarquinio (ex direttore di “Avvenire”) e mons. Antonio Giuseppe Caiazzo (Arcivescovo di Matera-Irsina).

Le decine di foto che potremmo ammirare anche a Ferrara non raccontano semplicemente questa suggestiva e partecipata Festa, ma tutto ciò che ci gira intorno, il coinvolgimento pieno e appassionato di un intero popolo, per un evento che ha il suo culmine il 2 luglio (dalle 4 del mattino fino a sera), ma che inizia un mese prima. 

ORIGINI DI UNA DEVOZIONE

La devozione alla Madonna della Bruna risale forse al Medioevo. La leggenda narra di un contadino che, di ritorno a Matera dopo la giornata di lavoro nei campi, dà un passaggio sul suo traino a una giovane sconosciuta. Arrivati nel luogo dove ora sorge il rione “Piccianello”, la donna incarica il contadino di consegnare un suo messaggio al Vescovo, scende dal traino e scompare. Nel messaggio è svelata l’identità della giovane, cioè la Madonna, ed è espressa la sua richiesta di restare a Matera. Il Vescovo e il clero si recano subito nel luogo in cui la donna era scesa dal traino e lì trovano una statua della Vergine che, posta su un carretto riccamente ornato, venne portata in trionfo fino alla Cattedrale, dove si trova ancora assieme a un affresco che la raffigura risalente al XIII secolo.

La Festa patronale a lei dedicata nasce invece oltre sei secoli fa, quando papa Urbano VI, già arcivescovo di Matera, istituì nel 1389 la Festa della Visitazione. Ogni 2 luglio, il culmine “profano” della Festa (dopo varie processioni per le vie della città) prevede – una volta “messa in salvo” in Cattedrale l’immagine mariana -, l’assalto (lo “strazzo”) della folla per accaparrarsi un pezzo del carro che la trasportava. 

Segnaliamo, infine, che lo scorso 1° settembre all’unanimità il Consiglio comunale di Matera ha approva e avviato le procedure per il riconoscimento della Festa della Bruna a Patrimonio mondiale dell’umanità. 

Andrea Musacci

(La foto è di Cristina Garzone)

Pubblicato sulla “Voce” dell’8 settembre 2023

La Voce di Ferrara-Comacchio

Purezza e silenzio nelle foto di Cristina Garzone

24 Apr

La mostra “Misticismo copto” esposta nella Basilica di San Giorgio fuori le Mura

Purezza e silenzio, una preghiera fatta anche di gesti lenti, impercettibili.

Sono forti le emozioni che trasmette la mostra di Cristina Garzone, “Misticismo copto”, esposta dal 21 al 25 aprile nell’ex chiostro olivetano della Basilica di San Giorgio fuori le Mura. In occasione della Festa del patrono, la nostra città ha ospitato le fotografie della fotoreporter di fama internazionale. Foto scattate nella città di Lalibela nel nord, patrimonio UNESCO dal 1978, con le sue 11 chiese monolitiche ipogee costruite nel XII secolo e collegate da un intricato sistema di tunnel sotterranei.

«Abbiamo pensato che questo chiostro, per secoli luogo del silenzio, potesse essere adatto per questa mostra», ha detto il diacono Emanuele Pirani durante l’inaugurazione del 21. «Il silenzio e l’osservazione – ha proseguito – sono caratteristiche necessarie perché ogni fotografia sappia cogliere sentimenti, azioni, storia e cultura delle persone, dei luoghi, dei popoli». 

«Lasciamoci prendere dal silenzio, dal fascinosum di queste fotografie», ha aggiunto padre Augusto Chendi, Amministratore parrocchiale di San Giorgio.

Presente all’evento inaugurale anche il nostro Arcivescovo mons. Gian Carlo Perego: «sono stato due volte in Etiopia, la prima per un progetto Caritas Italiana legato alla guerra, la seconda da Direttore della Migrantes. Nei miei viaggi ho potuto ammirare anche queste meravigliose chiese. È una mostra importante – ha proseguito – anche perché ci fa riflettere sui monasteri presenti nella nostra città, una città storicamente religiosa e di preghiera, fortemente mistica». 

Dopo un breve saluto da parte di don Lino Costa, amico da anni di Garzone, ha preso la parola proprio quest’ultima: «nei sotterranei che ho visitato e fotografato sono venuta in contatto con la gente di queste tribù. Persone dure, difficili, ma devote e che trasmettono un senso di purezza da cui mi sono fatta trasportare. Persone che ho avvicinato considerandole non cose, oggetti del mio lavoro, ma con una dignità. Mi sono avvicinata a loro, quindi, in punta di piedi, mettendomi “al loro livello”. Ero diventata la loro fotografa, ho anche regalato loro una foto scattata da me».

Garzone ha quindi donato due copie della sua foto della chiesa di San Giorgio a Lalibela in Etiopia, una al Vescovo e una a padre Chendi come rappresentante della parrocchia. A lei, invece, padre Chendi ha regalato una statuetta di San Giorgio. Poi, il giro con mons. Perego per presentargli la mostra, attraversando le immagini della processione di Santa Maria, della luce che filtra nelle fessure, del bacio della croce prima dell’ingresso in chiesa, delle scarpe tolte prima di entrarvi. Del profondo raccoglimento e stupore di questo popolo così profondamente – è il caso di dire – immerso nel divino.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 28 aprile 2023

La Voce di Ferrara-Comacchio

Misticismo copto, l’Etiopia tra Matera e San Giorgio: mostra di foto a Ferrara

17 Apr

Dal 21 al 25 aprile la Basilica di San Giorgio fuori le Mura a Ferrara ospita la mostra di Cristina Garzone, fotoreporter di fama internazionale. Le abbiamo rivolto alcune domande

di Andrea Musacci

La Basilica di San Giorgio fuori le Mura ospita la mostra personale di una fotoreporter di livello internazionale, Cristina Garzone. Dal 21 al 25 aprile, in occasione della Festa di San Giorgio, nell’ex Chiostro Olivetano sarà esposto il progetto fotografico dal titolo “Misticismo copto”. Inaugurazione il 21 aprile alle ore 18.45. Protagonista delle opere in parete, la città di Lalibela nel nord dell’Etiopia (a oltre 2600 metri di altezza), patrimonio UNESCO dal 1978, con le sue 11 chiese monolitiche ipogee costruite nel XII secolo e collegate da un intricato sistema di tunnel sotterranei. Come ha scritto Carlo Ciappi a proposito del progetto della Garzone, «è proprio in quell’interiorità della terra che gli Etiopi cercano di immedesimarsi in quell’Uno, di avvicinarsi al suo esempio ideale poggiando mani e volto a pareti non levigate o in presenza di sontuosi arazzi o pregiate rappresentazioni di ogni genere». 

“Misticismo copto” è anche il titolo del suo libro fotografico con contributi, fra gli altri, di Derres Araia (Segretario Diocesi ortodossa Eritrea in Italia) e mons. Antonio Giuseppe Caiazzo (Arcivescovo Diocesi Matera-Irsina). È stato realizzato anche un audiovisivo, a cura di Lorenzo de Francesco (https://www.youtube.com/watch?v=v49yHeP5Wso).

Garzone, originaria di Matera e residente in provincia di Firenze, negli anni ha conseguito numerosi riconoscimenti nei più importanti concorsi internazionali. Fra questi, nel 2010, ha ottenuto il 1° Premio nel concorso “3° Emirates Photographic Competition” in Abu Dhabi, e nel 2014 ha conquistato il Grand Prize nell’8a edizione dell’“Emirates Award of Photography”, sempre in Abu Dhabi: qui, è risultata prima assoluta fra 8500 partecipanti di 58 Paesi, presentando il portfolio “Pellegrinaggio a Lalibela”. Ad aprile 2020 le è stata conferita la più alta onorificenza della fotografia internazionale MFIAP (Maitre de la Federation Internationale de l’Art Photographique): Garzone è ancora la prima ed unica donna fotografa italiana ad aver conseguito un titolo così importante. Infine, nel Luglio 2021 le è stata conferita l’onorificenza EFIAF (Eccellenza della FIAF) e nel marzo 2023 l’onorificenza EFIAF/b. Sue mostre personali sono state esposte in Italia e all’estero.

L’abbiamo contattata per rivolgerle alcune domande.

Dove nasce il progetto “Misticismo copto”?

«Il progetto parte da lontano, nel 2011, quando scelgo di “abbandonare” la mia macchina analogica per iniziare a usare quella digitale, e il mio amato Oriente – sono stata, ad esempio, una decina di volte in India – per visitare il sud dell’Etiopia, alla ricerca delle antiche tribù. Successivamente ho scelto di visitare anche il nord del Paese, in particolare la città di Lalibela, famosa per le sue chiese monolitiche scavate nella roccia».

Cos’ha scoperto qui?

«Ho scoperto innanzitutto queste chiese splendide, scavate nel tufo. Fin da subito mi ha impressionato vedere tanti fedeli così profondamente assorti nella preghiera, molti di loro all’esterno delle strutture, dato che le chiese sono piccole: alcuni di loro – avvolti in mantelli bianchi così da trasmettere una sensazione di purezza – gli ho visti baciare le pareti in segno di devozione». 

Da qui, l’idea del progetto…

«Esatto. Una volta tornata a casa, mi sono confrontata con un noto studioso di storia delle religioni, che mi ha incitato a realizzare un progetto di questo tipo sui copti, mai realizzato prima». 

Com’è nata l’idea di esporre a Ferrara?

«Sono venuta in contatto col diacono Emanuele Pirani tramite don Lino Costa, che conosco da diversi anni e più volte mi ha coinvolto nelle sue iniziative “In viaggio con don Lino”».

Il legame con San Giorgio è profondo…

«Sì, sembra che San Giorgio mi segua ovunque: la chiesa più importante a Lalibela è proprio la chiesa di San Giorgio (Bet Giorgis, ndr), la cui foto aprirà la mia mostra a Ferrara. Tra l’altro, il prossimo 7 settembre tornerò a San Giorgio fuori le Mura per esporre il mio progetto fotografico dedicato alla Festa della Bruna a Matera».

Avremo modo di riparlarne. In ogni caso, Matera per lei non rappresenta solo il luogo di nascita…

«Sì, questo progetto mi fu suggerito da un mio cugino: nel realizzarlo, ho provato emozioni molto forti, ricordi e sensazioni di quando ero bambina e ogni anno tornavo a Matera coi miei genitori. Ho deciso così di lasciare qualcosa d’importante di me nella mia terra, anche in memoria di mio padre, morto quando aveva 58 anni. Sono entrata in contatto anche con diversi artigiani del luogo, fra cui Francesco Artese, maestro dei presepi. Inoltre, lo scorso settembre ho partecipato al Congresso eucaristico nazionale di Matera come fotografa per Logos, la rivista della Diocesi».

A livello di spiritualità, esiste qualche legame tra una terra come Matera e l’Etiopia?

«Sì, a Matera come in tutto il Sud Italia la spiritualità è molto forte, la fede è molto sentita, vissuta in maniera intensa, come in Etiopia. Spesso, invece, al Nord Italia ad esempio, è ridotta a un fatto d’apparenza». 

In generale, qual è il suo rapporto con la fede?

«Sono credente, spesso amo “rifugiarmi” nel convento di S. Lucia alla Castellina a Sesto Fiorentino, perché sento il bisogno di staccarmi dalla quotidianità e perché la vita a volte ti mette davanti a dure prove. Da qui, il mio bisogno di avvicinarmi a Dio, di sentirmi vicino a Lui».

***

Festa di San Giorgio, tante iniziative fino al 25 aprile

Lunedì 24 importante Rassegna corale e strumentale diretta da Davide Vecchi

La Festa di San Giorgio, patrono della città di Ferrara, prevede venerdì 21 aprile alle ore 18.45 l’inaugurazione della mostra “Misticismo copto” di Cristina Garzone.

Sabato 22 aprile alle ore 18, S.Messa solenne presieduta dal nostro Arcivescovo mons. Gian Carlo Perego, mentre domenica 23 aprile, S. Messe alle ore 11.15 (solenne) e 18 (in memoria dei contradaioli di San Giorgio).

Lunedì 24 aprile alle ore 21, I^ Rassegna corale & strumentale “San Giorgio, Patrono di Ferrara”, diretta da Davide Vecchi.Si esibirannoCoro della Basilica di S. Giorgio in Ferrara (Dir. Davide Vecchi), Coro dell’Arengo, Bologna (Dir. Daniele Sconosciuto), Ensemble strumentale “Otto e mezzo” Accademia Corale Teleion, Mirandola (MO) (Dir. Luca Buzzavi),Coro da camera del Conservatorio “G. Frescobaldi” di Ferrara (Dir. Manolo Da Rold).

Ma sono tanti anche gli eventi organizzati dalla Contrada di San Giorgio col Palio di Ferrara:fra questi, “Le Taverne all’ombra del campanile” (dal 21 al 25 aprile), il 22 alle 18 l’inaugurazione dei nuovi giardini della Contrada diSan Giorgio con spettacolo del gruppo sbandieratori e musici; il 23 aprile alle 9.30 è invece in programma la “Caminada Par San Zorz – Trofeo AVIS”. Infine, il 25 aprile sul piazzale San Giorgio alle ore 10, XI Trofeo dell’Idra, Torneo Sbandieratori e Musici.

Pubblicati sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 21 aprile 2023

La Voce di Ferrara-Comacchio

Basilica di San Giorgio, ecco don Bisarello

23 Gen

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Don Danillo Bisarello

«Avevo il batticuore, ma ora grazie a voi, e grazie a Lei, Mons. Negri, mi è passato. Compiamo insieme questo nuovo cammino, e pregate per me». Con queste toccanti parole il nuovo parroco della Basilica di San Giorgio fuori le mura, Mons. Danillo Bisarello, ieri mattina ha concluso il proprio saluto finale davanti ai tanti fedeli accorsi per accoglierlo. Così, ora, don Bisarello, oltre a dirigere la parrocchia intitolata al Beato Tavelli da Tossignano in zona Villa Fulvia (che amministra ormai da una decina di anni), avrà anche l’onore e l’onore di essere a capo di una delle comunità diocesane più numerose e attive. Mons. Bisarello, 62enne di origini padovane, è stato ordinato sacerdote a Ferrara nel 1981, ed in passato, oltre a ricoprire la carica di Canonico della Cattedrale, è stato anche alla guida dell’Ufficio Amministrativo diocesano.

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La folla di fedeli presente

Ieri mattina, dopo la lettura del messaggio d’insediamento da parte del Cancelliere della Curia don Josè Santolaria, e la benedizione da parte del nuovo parroco, è iniziata la celebrazione. Nell’omelia l’Arcivescovo ha voluto spiegare come quella di San Giorgio sia «una comunità imponente nella diocesi, con una forte tradizione spirituale ed ecclesiale». Dopo l’abbandono da parte degli Olivetani, che hanno diretto la Parrocchia per circa sei secoli, «ho chiesto a don Danillo di prendersi questa pesante eredità. La speranza è che agisca col proprio consueto vigore giovanile». Alla comunità, invece, il Vescovo si è rivolto perché «non si chiuda nel proprio benessere, ma conservi l’impeto missionario, senza smarrire la propria identità: il mondo qua fuori, infatti, bussa alle porte delle nostre chiese, e dei nostri cuori».

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 23 gennaio 2017