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Pasolini e Assisi: storia dell’incontro tra il regista e il Cristo degli ultimi

1 Nov

A 50 anni dalla morte dell’intellettuale, il racconto della genesi del suo film Il Vangelo secondo Matteo: siamo nel ’62, Pasolini è alla Cittadella dove i Vangeli e don Giovanni Rossi gli cambiano la vita. E poi, l’incontro con le Piccole Sorelle di Gesù e Papa Giovanni…

di Andrea Musacci

«Ma lei crede in Gesù, Figlio di Dio?». 

«Per adesso no». 

«Preghi allora anche lei come il padre del lunatico alle falde del Tabor: “Signore, aiuta la mia incredulità”». 

«Questa invocazione la sceglierò come motto del mio film».

(Dialogo tra don Giovanni Rossi e Pier Paolo Pasolini, 1962)

Il 9 gennaio 1959 don Giovanni Rossi, fondatore della Pro Civitate Christiana (PCC) di Assisi, assieme ad altri volontari della PCC e al Vescovo assisano, viene ricevuto in Udienza in Vaticano da Papa Giovanni XXIII. Questi aveva un antico rapporto di amicizia con don Rossi. Ed è proprio prima di questa Udienza  che il Pontefice ha un colloquio privato col sacerdote. Un colloquio storico: «Devo dirti una bella idea. Ma tu poi la vai a dire a tutti!», dice a un certo punto il Papa. «No, no, padre santo», risponde don Rossi. E Roncalli allora gli rivela: «Questa notte mi è venuta una grande idea: di fare un Concilio Ecumenico». Don Rossi, nel pieno dell’emozione, lo invita a visitare Assisi.

LÀ FUORI IL PAPA, SUL COMODINO IL VANGELO

Quasi 4 anni dopo, il 4 ottobre ’62, Festa di San Francesco, il treno si muove dalla Stazione vaticana alle 6.30 del mattino: sopra, Papa Giovanni XXIII si mette in viaggio per Loreto e Assisi. Ricordando anche quell’incontro del ’59, ha scelto queste due località per porre sotto la protezione della Madonna e del Poverello il Concilio Vaticano II, cominciato una settimana dopo, l’11. La sera di quel 4 ottobre don Rossi torna a casa scosso dalla profonda commozione di aver visto il suo amico Papa Giovanni nella sua Assisi. La casa di don Rossi è la Cittadella, sede della PCC (elevata nel ’59 ad Associazione Primaria proprio da Giovanni XXIII). E alla sua tavola, a cena, c’è uno degli intellettuali più importanti e controversi: Pier Paolo Pasolini (PPP) (i due, in foto nel ’62). Giunto ad Assisi due giorni prima per partecipare al VII Convegno dei Cineasti sul tema Il cinema come forza spirituale del momento presente, Pasolini alloggia alla Cittadella, stanza num. 16, nella quale dormì lo stesso Roncalli un anno prima di diventare Papa. In questa stanza, quel giorno il regista si è chiuso infastidito dai rumori per l’arrivo del Pontefice: ma nel suo cuore si è aperta una breccia, che lo porterà a realizzare un capolavoro del cinema: Il Vangelo secondo Matteo. Così lo stesso regista raccontò quelle ore: «D’istinto, allungai la mano al comodino, presi il libro dei Vangeli che c‘è in tutte le camere e cominciai a leggerlo dall’inizio, cioè dal primo dei quattro Vangeli, quello secondo Matteo. E dalla prima pagina giunsi all’ultima – lo ricordo bene – quasi difendendomi, ma con gioia, dal clamore della città in festa. Alla fine, deponendo il libro, scoprii che, fra il primo brusio e le ultime campane che salutavano la partenza del Papa pellegrino, avevo letto intero quel duro ma anche tenero, così ebraico e iracondo testo che è appunto quello di Matteo. L’idea di un film sui Vangeli – prosegue PPP – m’era venuta altre volte, ma quel film nacque lì, quel giorno, in quelle ore». Quel film lo dedicò – non a caso – «Alla cara, lieta, familiare memoria di Giovanni XXIII». «A quella cara “ombra” l’ho dedicato», spiegò: «L’ombra, che è la regale povertà della fede, non il suo contrario».

ALLA RICERCA DEL VOLTO DI GESÙ

In una delle mie visite ad Assisi, alloggiando alla Cittadella ho avuto modo di parlare con Anna Nabot, storica volontaria lì residente, nonché Direttrice della Galleria d’arte contemporanea della struttura, e arrivata alla PCC proprio nel 1962. Galleria che è parte dell’Osservatorio Cristiano, centro di documentazione e studio sulla figura e l’opera di Gesù. «Osservatorio – mi spiega Anna – che conserva la sceneggiatura originale del Vangelo di Pasolini, donata da don Andrea Carraro (biblista della PCC, ndr), che ne scrisse le correzioni su richiesta dello stesso Pasolini». E nella Fonoteca dell’Osservatorio, PPP «scelse anche le musiche per il suo Vangelo e consultò le copie di diverse immagini sacre presenti nella “Sezione iconografica”, divisa per fasi della vita di Gesù». Interessante – inoltre – l’intuizione che PPP ha in quel luogo per il volto del Gesù del suo film, «ispirato anche al Gesù del Miserere di Rouault» (Parigi 1871-1958), serie di 58 incisioni lì conservate. E nel febbraio ’64 un giovane militante comunista spagnolo, Enrique Irazoqui, è a Roma per raccogliere soldi per la causa antifranchista: «bussa alla porta di Pasolini per chiedere un aiuto economico e in lui il regista vede subito il volto del suo Gesù». «Nel ’62 – prosegue Nabot – fu un giovane volontario della Cittadella ad andare a casa di PPP a Roma per invitarlo al Convegno dei cineasti del 2-3 ottobre dello stesso anno». E in quei giorni «Pasolini visita anche San Damiano e l’Eremo delle carceri, accompagnato da Bernardini, giovane volontario della PCC ed esperto di cinema muto e dal fratello Tony, anche lui volontario qui ed esperto di arte, autore di alcune pubblicazioni, anche sul Miserere di Rouault». 

VANGELO SOFFERTO

Proprio nella sede dell’Osservatorio della Cittadella è conservato il comodino con la copia dei Vangeli che PPP consultò. Il Vangelo di Pasolini uscirà nelle sale proprio due anni dopo la sua ideazione ad Assisi, il 2 ottobre ‘64. Ma sempre nel novembre del ’62 PPP torna ad Assisi dall’amico don Rossi (che morirà il 27 ottobre ’75, sei giorni prima di lui): «Io non credo in Dio», dice il regista al sacerdote. «Però, di un fatto devo tener conto: la lettura del Vangelo mi ha veramente sconvolto (…). Voglio farne un film, con il vostro aiuto». La sceneggiatura viene completata in due mesi: alcune obiezioni sono di principio, come quella di Guardini sull’impossibilità di fare un film su Gesù. Crudeli, invece, sono le critiche a don Rossi e Pasolini provenienti da parte del mondo cattolico. Nel marzo ’63, il sacerdote scrive al regista per tranquillizzarlo: «Caro Pier Paolo! Sono molto addolorato per la Sua sofferenza. Prego per Lei e per la sua cara mamma. Spero e di gran cuore le auguro che presto un bel sole cristiano splenda sopra la sua anima».

Due mesi dopo l’uscita del film, Pasolini torna alla Cittadella assieme alla mamma Susanna, donna di grande fede. La notte di Natale i due partecipano alla Messa nella cappella della Cittadella. Un’ora prima, PPPP ha un colloquio privato con don Rossi nel suo studio; in una lettera del 27 dicembre all’amico sacerdote, lo ringrazia per le parole pronunciate in quell’incontro: «sono state il segno di una vera e profonda amicizia, non c’è nulla di più generoso che il reale interesse per un’anima altrui (…) ricorderò sempre il suo cuore di quella notte». E dopo PPP conclude con una confessione drammatica e commovente: «Sono “bloccato”, caro don Giovanni, in un modo che solo la Grazia potrebbe sciogliere. La mia volontà e l’altrui sono impotenti. E questo posso dirlo solo oggettivandomi, e guardandomi dal suo punto di vista. Forse perché io sono da sempre caduto da cavallo; non sono mai stato spavaldamente in sella (come molti potenti della vita, o molti miseri peccatori): sono caduto da sempre, e un mio piede è rimasto impigliato nella staffa, così che la mia corsa non è una cavalcata, ma un essere trascinato via, con il capo che sbatte sulla polvere e sulle pietre. Non posso né risalire sul cavallo degli Ebrei e dei Gentili, né cascare per sempre sulla terra di Dio».

Non meno triste e fonte di profonde riflessioni è il racconto che Pasolini fa della morte improvvisa nel febbraio del ‘69 di don Andrea Carraro, sacerdote della Cittadella (sopracitato, che nel ’64 lo aveva accompagnato nei sopralluoghi in Israele e Giordania e che fu consulente anche per Uccellacci e uccellini), la cui salma va a visitare in una delle stanze: «contadino povero, come il suo buon Papa Giovanni», che al regista pare insegnare – lì disteso senza vita, in attesa della vita vera – un certo abbandono all’Assoluto, che forse PPP allora non coglie (ancora?) del tutto: «Si è rassegnato» alle umiliazioni subite per le sue umili origini, «e ha sorriso. Ha messo tutto nelle mani del suo Signore».

LE PICCOLE SORELLE, «QUESTO CRISTIANESIMO NASCOSTO…»

Come detto, Pasolini nel ’62 arriva ad Assisi il 2 ottobre, con l’intenzione di non rimanerci più di 24 ore. Ma don Rossi lo convince a fermarsi di più, per una serata di letture di alcune sue poesie. Pasolini accetta. Nel pomeriggio del 2, assieme ad alcuni volontari della Cittadella (Lucio Caruso, Paolo Scappucci e Guido De Guidi) gira per Assisi visitando anche San Damiano. A un certo punto i quattro si dirigono a un casolare lì vicino, dove dal ’53 abitano le Piccole Sorelle di Gesù (dopo oltre 70 anni sono ancora lì presenti), fraternità nata in Francia 25 anni prima grazie a suor Magdeleine di Gesù e ispirata al messaggio di Charles de Foucauld. Qui entrano nella cappella, situata nella stalla. «Voglio vedere qualcuna di queste sorelle, fatemele vedere», prega PPP. Una di loro, Paola (allora responsabile italiana e unica consacrata del gruppo), arriva assieme alla Piccola Sorella Diomar (brasiliana) e alle postulanti Giovanna Carla e Fulvia; Paola spiega a un turbato Pasolini: «Noi lavoriamo col sottoproletariato, cerchiamo di dare una mano ai non garantiti, ai più esclusi». La sera stessa, confida a Caruso il suo turbamento per l’incontro con quelle umilissime discepole di Cristo: «Quelle Piccole Sorelle… (…). Ecco uno dei motivi di fascino che ancora mi attirano al cristianesimo. Questo cristianesimo da scoprire senza che si esibisca e ti faccia perdere il gusto e la pena di cercarlo…Questo cristianesimo nascosto, senza uffici stampa, senza televisione, senza cinema…». 

Quel cristianesimo vissuto nel deserto come luogo mistico della contemplazione di Dio, e che della cura dei deserti dei cuori fa la propria missione. Lo stesso deserto nell’irrisolto “teorema” del nostro fratello Pasolini: «Ah, miei piedi nudi, che camminate sopra la sabbia del deserto! Miei piedi nudi, che mi portate là dove c’è un’unica presenza e dove non c’è nulla che mi ripari da nessuno sguardo! (…) Come già per il popolo d’Israele o l’apostolo Paolo, il deserto mi si presenta come ciò che, della realtà, è solo indispensabile. O, meglio ancora, come la realtà di tutto spogliata fuori che della sua essenza (…). Io sono pieno di una domanda a cui non so rispondere».

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 31 ottobre 2025

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La Ferrara di Pasolini: in Borgo dei Leoni abitò uno zio pilota

12 Dic

Il ferrarese Naldini sposò una zia materna del noto intellettuale. Ecco la storia di questa famiglia, le parole inedite di una cugina di Pasolini e altri aneddoti

di Andrea Musacci

Molto è stato scritto dei profondi legami tra Pier Paolo Pasolini (PPP) e l’Emilia-Romagna: le origini ravennate, gli anni a Bologna, quelli a Parma e a Scandiano. Ma poco o nulla si sa delle parentele ferraresi del grande intellettuale tragicamente scomparso nel 1975.

Enrichetta, una delle zie materne di Pasolini, infatti, sposò un ferrarese, Antonio Naldini. Pilota di auto da corsa (e nei registri di leva indicato come chauffeur), Antonio nasce a Ferrara il 26 maggio 1893, ed è figlio di Massimo Naldini, cuoco, che sposa Ernesta Chiozzi, possidente. Sarà la guerra a portare Antonio in Friuli – a Casarsa, terra di Pasolini -, assieme a Carlo Alberto Pasolini, padre di Pier Paolo.

L’ALBERO GENEALOGICO

Ma ricostruiamo la parte dell’albero genealogico che ci interessa. 

I nonni materni di Pier Paolo Pasolini (PPP) sono Domenico Colussi e Giulia Zacco: i due hanno sei figli: Vincenzo (morto a 19 anni in USA in circostanze misteriose); Susanna (morta nell’81 a Udine), che nel dicembre ’21 sposa il ravennate Carlo Alberto Pasolini e i due avranno Pier Paolo e Guidalberto, quest’ultimo partigiano cattolico ucciso dai titini nel 1945 nell’eccidio di Porzûs; Chiarina; Giannina; Luigi (detto “Gino”); Enrichetta. Quest’ultima, sarta (aprì a Casarsa una sua bottega), è così descritta da Siciliano, biografo di PPP: «ha il sorriso dolcissimo: la testa bianca, il fisico abbandonato in una mollezza da buona madre di famiglia: una corporatura che addita una positiva sensibilità». Enrichetta sposa il ferrarese Antonio Naldini e i due hanno tre figli: Domenico (detto “Nico”, scrittore e poeta), Anna Maria (1918-2002, detta Annie) e Franca. Quest’ultime due sono nate a Ferrara. Anna Maria sposa Umberto Chiarcossi e i due hanno due figlie: Graziella e Giulietta (classe 1941). Franca, invece, sposa Giorgio Mazzon e anche loro hanno due figli, Guido e Margherita. 

I PARENTI ESTENSI DI PASOLINI

Il nostro Antonio Naldini aveva un fratellastro «fornaio e comunista», Giuseppe Naldini (nato a Ferrara il 31 ottobre 1899 e morto il 9 febbraio ’51), che Carlo Alberto Pasolini, fascista, sembra volesse denunciare come “sovversivo”; Giuseppe ebbe una figlia, Ernesta (o Ernestina), nata nel 1921. Antonio aveva anche una sorellastra, Rosa Naldini, nata a Ferrara il 14 gennaio 1898 ed emigrata a Casarsa il 4 ottobre 1923, forse assieme ad Antonio. 

Giuseppe e Rosa erano figli di Massimo Naldini ed Ernesta Chiozzi. Antonio Naldini è figlio di Massimo, e risulta come figlio di Ernesta Chiozzi solo nei registri di leva (non in quelli dell’Archivio Storico comunale di Ferrara): nato 5 mesi dopo il loro matrimonio, o è frutto di una relazione extraconiugale del padre (madre ignota), oppure la famiglia Naldini è una famiglia affidataria e Antonio era un bambino esposto. 

Dall’Archivio Storico comunale di Ferrara risulta che dal 1901 la famiglia Naldini abita in via Borgo dei Leoni, 132.

I COLUSSI A FERRARA DAI NALDINI

Nel libro “Storia di una casa. Pier Paolo Pasolini a Casarsa” si racconta come “Casa Colussi” – la casa di Casarsa della famiglia Colussi (la madre, le zie e i nonni materni di Pier Paolo) – fu da loro abbandonata dopo Caporetto nell’ottobre 1917 e occupata dalle truppe austriache dilagate in Friuli. Scrive Enzo Siciliano nella “Vita di Pasolini”: «Al momento della ritirata di Caporetto, i Colussi sfollarono: si rifugiarono a Ferrara presso i Naldini, la famiglia del fidanzato di Enrichetta».

Al ritorno, le cose non andavano bene, ma anni dopo «Enrichetta aprì una cartoleria accanto al portoncino d’ingresso» di Casa Colussi. 

Dopo la morte del vecchio Domenico – avvenuta nel 1928 -, al primo piano ci andarono ad abitare anche i coniugi Enrichetta e Antonio Naldini, e successivamente anche i loro figli Anna Maria, Franca e Nico.

IL RACCONTO DI NICO NALDINI

Domenico “Nico” Naldini – morto nel 2020 a 91 anni nella sua casa di Treviso – in un’intervista al Corriere della Sera nel 2011 racconta così del padre Antonio: «Mio padre, che era un pilota di automobili da corsa, dopo il matrimonio, a 21 anni, ebbe il morbo di Parkinson. Venne ricoverato in cliniche di lusso con medici che promettevano la guarigione in cambio di quote mensili tremende: in realtà per calmarlo un po’ allora c’era solo l’estratto di belladonna. Mia mamma spese così anche i soldi che non aveva e l’infanzia mia e delle mie due sorelle fu di totale povertà». Suo padre sarebbe morto nel ’50 corroso dalle medicine: «Non ho avuto rapporti con lui, se non nell’aiutarlo a vestirsi o a scendere le scale. Mia mamma l’ha difeso anche contro di noi: era dedita completamente a lui e si inventò diversi mestieri, per colmare i debiti».

Nel 2014, il Palazzo delle Esposizioni a Roma ospita la mostra “Pasolini Roma”. In un incontro legato alla mostra, Nico Naldini parla così di Enrichetta: «mia madre era segretaria del fascio femminile e quindi [in occasione delle adunate fasciste] si portava 2-300 contadine e le raccomandava di battere le mani (…)». Un lato oscuro della zia di Pasolini, ma che purtroppo accomunò tanti in quel periodo.

GRAZIELLA CHIARCOSSI: «QUEL MIO NONNO MALATO»

Abbiamo contattato Graziella Chiarcossi per farci raccontare quel che ricorda di suo nonno Antonio Naldini. Graziella, nata a Casarsa nel ’43, vedova del noto scrittore e sceneggiatore Vincenzo Cerami (dal quale ha avuto un figlio, Matteo), visse insieme a PPP e a sua mamma Susanna a Roma dai primi anni ’60 (dove quest’ultimi due si erano trasferiti nel ’50, con l’aiuto di Gino, fratello di Susanna, antiquario, che viveva già nella Capitale). A Roma si iscrive e laurea alla Facoltà di Lettere, poi nella stessa Università diventa contrattista. Tornando ad Antonio Naldini, Graziella racconta alla “Voce”: «Il mio unico ricordo diretto è legato al giorno della sua morte a Casarsa della Delizia, nella vecchia casa di famiglia. Mio zio, Nico Naldini, non ha voluto che mia sorella e io entrassimo in camera perché eravamo bimbe». Siamo nel ’50, Graziella ha 7 anni. «Nei miei ricordi – prosegue -, nonno Antonio è solo una persona malata. E per lungo tempo dopo la sua morte ho fatto compagnia a nonna Enrichetta dormendo nel lettone insieme a lei».

PPP A COMACCHIO CON BASSANI

Dalle “Lettere 1940-1954” di PPP e dal libro “Pasolini Requiem” ricostruiamo almeno in parte i giorni in cui PPP venne nelle Valli comacchiesi. Ai primi di marzo del 1954 Pasolini e Bassani, ormai amici, partono insieme in macchina da Roma «alla volta di Ferrara, per compiere sopralluoghi nelle paludi di Comacchio» per la sceneggiatura del film “La donna del fiume” assieme al regista Mario Soldati. Il 14 marzo ’54 da Roma PPP scrive a Biagio Marin che è a Trieste: «Caro Marin, sono secoli che devo scriverti, ma: prima ho dovuto fare un viaggetto a Ferrara e Comacchio, e son tornato a Roma con un’angina e il connesso febbrone […]». Disguido di cui parlerà anche in un’altra lettera del 29 marzo 1954 da Roma a Leonardo Sciascia. Oltre a Bassani, Pasolini ebbe anche un’altra amicizia ferrarese: quella con la poetessa e traduttrice Giovanna Bemporad (Ferrara, 1923 – Roma, 2013), anch’essa studentessa al Liceo “Galvani” di Bologna e che con PPP trascorse il periodo della guerra vicino Casarsa.

FRAMMENTI DALLE LETTERE

Dei legami fra PPP e Ferrara esistono anche tracce frammentarie ma che dicono di una relazione del poeta con la nostra città, indebolitasi sempre più dagli anni ’60. L’11 febbraio 1950, PPP è da poco arrivato a Roma con la madre. Scrive all’amica Silvana Mauri: «Mia madre, forse, si sistemerà presso una signora di Ferrara, molto simpatica: la sistemazione sarebbe ottima: ma se la cosa non dovesse andar bene, allora mi rivolgerei senz’altro a quella tua amica». Chi è questa signora di Ferrara? Mancando altri riferimenti, vien comunque da pensare la madre non sia mai stata sua ospite. Il padre Carlo Alberto, poi, li raggiungerà a Roma. Il 10 luglio 1955 PPP da Bolzano invia questa lettera ai genitori: «Miei carissimi, sono stato due giorni a Ferrara. Adesso sono di nuovo a Bolzano, ma solo per questa sera: domani mattina partiamo per Ortisei dove ci fisseremo definitivamente a lavorare per 20 giorni». A Ortisei, PPP avrebbe realizzato con Giorgio Bassani e col regista Luis Trenker la sceneggiatura del film “Il prigioniero della montagna”. Ma non spiega perché si è fermato due giorni a Ferrara: forse con Bassani, suo ospite? Non vi è traccia sul “Carlino” locale dell’epoca. Un altro mistero estense è nella lettera del novembre 1956 che da Roma scrive a Nico Naldini a Casarsa, dove PPP cita un misterioso «vitellone ferrarese»…

In un’altra lettera da Roma del 4 dicembre 1958 ai redattori di “Officina” a Bologna, PPP scrive: «[…] A Milano non potrò esserci il tredici, perché devo lavorare alle mie quattrocento pagine. Però è quasi sicuro che verremo a passare il natale e il capodanno in Emilia (Parma, Ferrara, Ravenna e Bologna) con Moravia e la Morante: così ci vedremo mentre “Officina” è nel forno […]». Il 19 dicembre 1958 a Roma, però, muore suo padre, e quindi forse PPP rimanderà queste vacanze per stare con la madre. Un altro legame di PPP col nostro territorio riguarda il suo periodo come studente al Liceo Galvani di Bologna: qui, tra i professori ebbe il centese Mario Borgatti, esperto di dialetto e cultura tradizionale. Infine, nel luglio 1959 PPP è a Siracusa e nel suo diario scrive: «Avevo sempre pensato e detto che la città dove preferisco vivere è Roma, seguita da Ferrara e Livorno. Ma non avevo visto ancora, e conosciuto bene, Reggio, Catania, Siracusa». Un “declassamento” che non intacca l’amore di Pasolini per la nostra città.


Alcune sue visite dal 1953 al ’70

Il 21 settembre 1953 PPP visita Casa Ariosto a Ferrara, come risulta dal registro delle firme. Sul “Giornale dell’Emilia” dell’epoca non vi è, però, traccia. Era, forse, in visita privata con Bassani? Tornerà a Ferrara il 26 febbraio 1962 per intervenire a Casa di Stella dell’Assassino in un incontro organizzato dal Comitato Cittadino Manifestazioni Culturali. Infine, Vittorio Sgarbi nel catalogo “Arte e letteratura nel nome di Roberto Longhi. Bassani, Pasolini, Testori” racconta di aver incontrato Pasolini nel 1970 a Casa Ariosto.

FONTI BIBLIOGRAFICHE

P. P. Pasolini, “Lettere 1940-1954”, 1986. P. P. Pasolini, “Lettere 1955-1975”, 1986. Angela Felice (a cura di), “Storia di una casa. Pier Paolo Pasolini a Casarsa”, 2015. Barth David Schwartz, “Pasolini Requiem”, 1992. Enzo Siciliano, “Vita di Pasolini”, 1978. Nico Naldini, “Mio cugino Pasolini”, 2000. Davide Ferrari, Gianni Scalia (a cura di), “Pasolini e Bologna”, 1998. Alessandro Gnocchi, “PPP. Le piccole patrie di Pasolini”, 2022. Simonetta Savino, Alda Lucci (a cura di), “Bassani, Pasolini, Trenker: una singolare collaborazione”, 2010.

Grazie a Riccardo Piffanelli (Archivio Storico Arcidiocesi Ferrara-Comacchio), all’Archivio Storico comunale di Ferrara e all’Archivio di Stato di Ferrara.

(Foto: http://www.artribune.com)

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 13 dicembre 2024

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Sandro Symeoni in mostra a l’Altrove

31 Mag

Simeoni, manifesto 'La grande abbuffata'

Sandro Symeoni, locandina de “La grande abbuffata” di Marco Ferreri

Alcuni grandi manifesti originali di film di registi del calibro di Pier Paolo Pasolini e Marco Ferreri saranno esposti a partire da domani nello Spazio d’Arte l’Altrove in via de’ Romei, 38 a Ferrara. Si tratta di opere realizzate dall’artista Sandro Symeoni (al secolo Alessandro Simeoni), nato a Ferrara nel 1928 e morto nel 2008. La mostra “Sandro Simeoni: Pittore cinematoGrafico”, in parete fino a domenica 5 giugno, è curata da Luca Siano in occasione del Ferrara Film Festival.

All’Altrove si potranno ammirare i manifesti di grandi dimensioni dei film “Accattone” (1961) e “I racconti di Canterbury” (1972) di Pasolini, “La grande abbuffata” (1973) di Marco Ferreri, oltre a sei serigrafie, dodici locandine (di film di vari generi, tra cui western, horror e poliziesco) e alcune cover di dischi.

L’inaugurazione della mostra, prevista per domani alle 18.30, sarà preceduta da una conferenza tenuta dal curatore Luca Siano presso Il Palazzo Della Racchetta, in via Vaspergolo, sede ufficiale del Ferrara Film Festival. Alle 17, invece, allo Spazio l’Altrove viene proiettato il video “The edge” di di Marcantonio Lunardi, in occasione della sua mostra “Industrial”, a cura di Francesca Mariotti e già in parete a l’Altrove.

Simeoni, manifesto 'Accattone'

Sandro Symeoni, locandina di “Accattone” di Pier Paolo Pasolini

Sandro Simeoni (1928-2008), ha dipinto per quasi mezzo secolo, disegnando affissioni cinematografiche (e non solo) per le più importanti case di produzione italiane e straniere. “Per Un Pugno Di Dollari”, “La Dolce Vita”, “L’Avventura” e “Profondo Rosso”, sono solo alcuni dei circa 3.000 titoli che Symeoni (che firmava con la Y per rendere più facile la pronuncia del suo cognome agli americani) ha dipinto per il cinema. Un grande artista sempre pronto ad evolversi e a trasformare il suo linguaggio ed il suo stile pittorico in grafico.

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 31 maggio 2016

Allo Spazio d’arte l’Altrove letture e riflessioni su Alda Merini e P. P. Pasolini

20 Nov

Garbellini durante una lettura

Ruben Garbellini durante una lettura

Ieri alle 17 nello Spazio d’arte l’Altrove in via de’ Romei, 38, si è svolto “Alda Merini e Pier Paolo Pasolini: dialogo (con il) pubblico per due Grandi da non dimenticare” a cura di Maria Cristina Nascosi e Francesca Mariotti, con letture poetiche curate da Ruben Garbellini, attore, regista e studioso, e Annalisa Piva.

Per usare le parole della Mariotti, i due sono «personaggi molto discussi, ma ancora un faro per l’umanità, dotati di infinita forza e sensibilità». La Piva ha letto tre poesie della Merini, “Ti aspetto”, “A tutte le donne”, “A mio figlio”, e “Marilyn” di Pasolini, letta da Giorgio Bassani (scelto nel reading come trait d’union tra i due poeti) nel film “La rabbia”.

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Annalisa Piva

Dopo l’intervento di una persona dal pubblico, che ha raccontato gli incontri con la Merini nei suoi ultimi anni di vita nella casa di quest’ultima sui Navigli a Milano, Garbellini ha letto tre poesie di Pasolini in friulano, “Fontana di aga dal me pais”, “O me giovinetto” e “Tu ragazzo, tu uomo, tu morto”.

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Lo Spazio l’Altrove

Da qui, le riflessioni della Nascosi sul binomio amore-morte, quest’ultima oscura e da lui profetizzata, e il primo, totale per la madre. Garbellini ha quindi proseguito leggendo “Frammenti alla morte”, la straziante “Supplica a mia madre”, “Ballata delle madri” e, infine, “Io sono una forza del Passato”.

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 20 novembre 2015

Merini e Pasolini, per non dimenticare

19 Nov

Alda_MeriniAllo Spazio d’arte l’Altrove dialogo e confronto su due grandi della poesia

Due grandi protagonisti della letteratura e della cultura nazionale del Novecento saranno al centro dell’incontro in programma oggi alle ore 17 nello Spazio d’arte l’Altrove, in via de’ Romei, 38, sede dell’Associazione Olimpia Morata. “Alda Merini e Pier Paolo Pasolini: dialogo (con il) pubblico per due Grandi da non dimenticare” è il nome dell’evento a cura di Maria Cristina Nascosi Sandri, dell’Associazione, nonché membro della Società Italiana delle Letterate e del Sindacato Nazionale Giornalisti Cinematografici, con letture poetiche e in prosa curate da Ruben Garbellini, attore, regista e studioso.

Pier Paolo Pasolini (Bologna, 5 marzo 1922 – Roma, 2 novembre 1975) e Alda Merini (Milano, 21 marzo 1931 – Milano, 1 novembre 2009) erano nati entrambi nel mese di marzo, e tutti e due sono morti tra l’1 e il 2 di novembre. Due personalità indimenticabili e sostituibili, i cui scritti risultano più che mai attuali e necessari. I due amavano affrontare con una passione viscerale, sempre al limite dello strazio, i grandi temi dell’esistenza umana: la morte, la vita, l’amore e l’odio per la madre, l’amore per i figli, forse anche quelli mai nati: su tutto, un folle amore per la Parola poetica, e per quella divina.

PPPPasolini fu fra i primi critici letterari di grande valore a parlare della “bambina Merini” e del suo volume “La presenza di Orfeo”, con un articolo, nel ‘54, sulla rivista “Paragone” fondata da Roberto Longhi.

Durante l’evento vi sarà anche un omaggio a Giorgio Bassani, amico di entrambi e collega di Pasolini negli anni de “La donna del fiume” di Mario Soldati, e de “La lunga notte del ’43” di Florestano Vancini.

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 19 novembre 2015

Antonioni e Pasolini, Capolicchio torna in città e si racconta

19 Lug

Capolicchio (intervista_1)

Lino Capolicchio durante l’intervista

La voce «flautata» di Pasolini, quella carezza ad Antonioni, la cena con Ennio Flaiano e Natalia Ginzburg. È l’attore Lino Capolicchio a raccontare in esclusiva a la Nuova Ferrara i ricordi di una vita, lui diventato famoso grazie all’interpretazione ne Il giardino dei Finzi-Contini di De Sica. Con sincerità ci spiega il dispiacere per «questa condanna» di essere “etichettato” in un solo ruolo. Rammarico comprensibile per chi ha all’attivo un’ottantina tra interpretazioni teatrali, cinematografiche e televisive, oltre ad alcune regie.

Dopo quarantacinque anni da quel capolavoro che ha segnato la sua carriera, l’abbiamo incontrato in una delle sue sporadiche visite a Ferrara, ospite dell’artista Flavia Franceschini e di Anna Maria Quarzi, Presidente dell’Istituto di Storia Contemporanea.

Le memorie scorrono quasi fossero dotate di vita propria. Cominciano con Valerio Zurlini e la comune passione per la pittura: «quando ci vedevamo non parlavamo mai di cinema ma di pittura, e questo gli piaceva». Meno condivisa era la passione per Dante Gabriel Rossetti, tanto che «Zurlini una volta – racconta divertito – si inalberò, mi prese per il colletto chiedendomi come potessi amare un’arte così kitsch!»

Capolicchio (intervista)

Capolicchio durante il racconto di uno dei suoi aneddoti

Uno degli aneddoti più toccanti riguarda Michelangelo Antonioni. Siamo nel 2007, circa tre mesi prima della sua morte. «Lo vado a trovare – ci spiega emozionato – e, prima di congedarmi, spontaneamente lo accarezzo sul viso, come per un ultimo saluto». Un’altra visita indimenticabile è quella che nel ‘68 fa a Pier Paolo Pasolini, che lo invita nella sua casa a Roma. Di quel giorno ricorda «il suo sguardo febbricitante, l’umiltà e il riserbo antico» della madre e le parole dello scrittore-regista: «mi disse che in quanto artista non dovevo omologarmi, e quindi dovevo tagliarmi i capelli, e che la bellezza del mio volto rappresentava la decadenza della borghesia novecentesca».

Lino Capolicchio è gracile e melanconico, «metodico, severo e austroungarico», come lui stesso si definisce. Parla degli incontri con Alida Valli, Laura Antonelli, Giorgio Strehler. E del ricordo, non meno importante, a 12 anni, di quella ragazzina che gli dice: “Hai un volto d’attore”. Da lì iniziò tutto: dai complimenti di una bambina e da un tragico giardino estense.

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 19 luglio 2015

La Ferrara cinematografica sbarca a Bologna

26 Giu

La mostra “Emilia-Romagna terra di cineasti” inaugurata mercoledì a Palazzo d’Accursio

Alberto Ronchi e Gianluca Farinelli

Alberto Ronchi e Gianluca Farinelli durante l’inaugurazione

Alla Ferrara cinematografica di Antonioni e Vancini è dedicata parte della mostra “Emilia-Romagna terra di cineasti” inaugurata mercoledì a Palazzo d’Accursio a Bologna e visitabile fino al 6 settembre. Un percorso in cui è mostrato il ruolo fondamentale dei due registi, citati dallo stesso Gianluca Farinelli, Direttore della Fondazione Cineteca di Bologna, che ha inaugurato l’evento insieme all’Assessore alla Cultura di Bologna Alberto Ronchi, e ha curato l’esposizione insieme ad Antonio Bigini e Rosaria Gioia.

La mostra prende avvio proprio da un film “ferrarese”, “Ossessione” (1943) di Luchino Visconti, e nella tappa espositiva dedicata al cinema d’autore così recita il  pannello esplicativo: dopo gli anni ’50 “si afferma il cinema d’autore. Rimini, Ferrara e Bologna sono le culle degli autori più rappresentativi del cinema italiano: Antonioni, Fellini, Pasolini”. Nelle installazioni video scorrono le immagini di “Michelangelo Antonioni. Storia di un autore” (1966) di Gianfranco Mingozzi, di “Cronaca di un amore” (1960) e “Al di là delle nuvole” (1995), immagini del Duomo e di Piazza Municipale di Ferrara.

L'installazione video dedicata ad Antonioni e a Ferrara

L’installazione video dedicata ad Antonioni e a Ferrara

Inoltre, nell’ultima sezione vengono citati come importanti documentaristi Gianfranco Mingozzi, Folco Quilici e Gianni Celati. Nell’area tematica dedicata al “Paesaggio padano”, infine, non poteva mancare la nebbia ferrarese, con immagini da “La lunga notte del ‘43” (1960) di Florestano Vancini, “Il grido” (1957) e “Al di là delle nuvole” (1995), e riflessioni dello stesso Antonioni sulla “forza e il mistero” del paesaggio padano.

L’esposizione è divisa in due percorsi. Il primo, cronologico, inizia con una citazione di Renzo Renzi e prosegue con il neorealismo, la commedia italiana (Don Camillo, I vitelloni), il cinema d’autore, la nouvelle vague italiana (Liliana Cavani, Marco Bellocchio e Bernardo Bertolucci), gli anni ’70 (Amarcord, Novecento) e alcuni registi degli ultimi decenni, tra cui Giorgio Diritti, presente all’evento. Il secondo percorso è diviso, invece, in quattro aree tematiche: “Il paesaggio padano”, “Una regione popolare”, “Lo spettacolo totale” e “L’arte padana”.

Infine, varie stazioni ferroviarie della regione, tra cui quella di Ferrara, ospiteranno esposizioni fotografiche sulle storie di cinema nel proprio territorio.

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 26 giugno 2015